Un uomo da marciapiede (1969)

Il texano Joe Buck è convinto che la sua vita cambierà di botto una volta messo piede a New York.
Cambierà perché Joe Buck ha in testa di diventare un battone da marciapiede tanto bono da far girare la capa a tutte le ricche signore con cagnetto della grande mela.

Purtroppo la realtà dei fatti sarà ben diversa e il suo provinciale atteggiamento, la sua ignoranza da Candido e il suo completo da cowboy frocio lo trascineranno sempre più in basso nella spietata piramide sociale liberale fino a che non verrà preso sotto l’ala protettrice (si fa per dire) di Enrico Salvatore Rizzo, uno zoppicante truffatore da due soldi che vive alla giornata tossendo via la sua anima per i vicoli di una metropoli da incubo.

Un uomo da marciapiede (1969)

Capolavoro assoluto uscito a cavallo tra il decennio del boom economico e quello della contestazione sociale contro il sistema capitalista; un momento di grande risveglio delle coscienze popolari contro le false promesse dei liberali che volevano convincere tutti della bontà del libero mercato che altro non è se non quel mostro famelico che sbrana e schiaccia tutto e tutti pur di garantire la sua esistenza… e solo quella.

Il film è anche una pietra scagliata in bocca a quegli artistoidi superficiali come Andy Warhol che, totalmente privi di un contenuto che abbia la benché minima rilevanza sociale, avevano e hanno tutt’oggi riempito ogni nicchia artistica evolutiva con le loro opere inutili e che per questo dovrebbero essere mandati nei campi di rieducazione.

E il personaggio di Joe Buck, interpretato da un giovane esordiente John Voight, rappresenta quella sana e genuina ignoranza americana che è stata via via stuprata a rotella dai porci capitalisti che si sono succeduti lungo i 250 anni d’indipendenza americana trasformando una giovane nazione dalla fica stretta nella famosa super potenza terrorista che minaccia continuamente la pace mondiale con le sue mostruose labbra sbrindellate.

VOTO:
5 rotelle

Un uomo da marciapiede (1969) voto

Titolo originale: Midnight Cowboy
Regia: John Schlesinger
Anno: 1969
Durata: 113 minuti
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Anaconda (1997)

Il Rio delle Amazzoni è un fiume sudamericano lungo quasi 7mila fottuti chilometri; quasi come il cazzo di Matteo Renzi, il nostro dio che adoriamo festanti e che la madonna l’abbia in gloria.

Nel film invece ci sta un serpente lungo 40 metri, quasi come il cazzo di Ivan Grieco, il nostro dio che adoriamo festanti e che la madonna l’abbia in gloria.

Poi c’è Jennifer Lopez con i capezzoli in vista per 4 secondi, Ice Cube che ascolta musica rap a tutto volume, John Voight con un accento tremendo, Eric Stoltz solo per 3 giorni di riprese perché poi scattava la tariffazione in roaming, Owen Wilson senza i tagli sulle braccia per il tentato suicidio e Danny Trejo senza baffi.

Che la madonna abbia tutti loro in gloria.

Anaconda (1997)

Sconvolgente cazzata che al botteghino fece flop, ma che col tempo fece flip nelle natiche dei giovani noleggiatori di videocassette che, inermi di fronte alla voglia matta d’omosessualità che li pervase tra il 1998 e 1999, si perforarono il retto a forza d’infilarsi per dritto e per rovescio le vhs di Anaconda nel disperato tentativo di ricreare quel brivido matto della prima visione su canale5. Italia uno! I bellissimi di rete4. Emanuela Folliero, 6 dita per piede.

Ancora qui state?
Ma che cazzo aspettate ad andare affanculo!?!

VOTO:
2 Emanuela Folliero e mezzo

Anaconda (1997) voto

Titolo francese: Anaconda, le prédateur
Regia: Luis Llosa
Anno: 1997
Durata: 89 minuti
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A Classic Horror Story (2021)

4 teste di cazzo degne della morte più cruenta e un rispettabile dottore finito in miseria per colpa d’uno sceneggiatore così politicamente corretto da meritare l’invito al raduno annuale delle fiche di legno sul lago di Como, si ritrovano assieme per il viaggio della vita morte in quel di Calabria perché vogliono risparmiare 10 euro sul prezzo di un treno intercity; una scelta giudia che costerà loro lingua, occhi e orecchie.

A Classic Horror Story (2021)

Come il titolo suggerisce, l’intenzione non era certo quella di creare qualcosa d’originale, ma semplicemente far venire nelle mutande quei malcapitati che si fossero avventurati nella visione per poi dar loro una forte mazzata sui coglioni mentre il sipario si apriva sulle facce stupefatte delle loro madri cagne.
Alla faccia degli scemotti che perseverano nel mantenere l’emozione della prima parte anche dopo il completo stravolgimento narrativo.

Quindi parliamoci chiaro: la pellicola non è niente di scandalosamente eccezionale, ma fa bene il suo lavoro, facendoti prima accanire di bestemmie contro le scelte idiote dei protagonisti per poi farti accanire di sorrisi come non ci fosse un Domani (giornale liberale sciacqua palle che cola bava e merda da tutti i pori).
Non bellissimo, ma godibilissimo; non Minofrio, Mismizzu e Misgarro, ma Osso, Mastrosso e Carcagnosso.

PS: ma chi mastrocazzo è Matilda Anna Ingrid Lutz?

VOTO:
3 scemotti e mezzo

A Classic Horror Story (2021) voto

Titolo italiano: Una classica storia dell’orrore
Regia: Roberto De Feo e Paolo Strippoli
Anno: 2021
Durata: 95 minuti

Tokyo Gore Police (2008)

Un bel casotto ragazzi miei!

Il Giappone è nel caos più totale dopo che i maledetti liberali come l’orribile Carlo Calenda e l’efebofiliaco Silvio Berlusconi hanno ottenuto la privatizzazione della Polizia che ora agisce incontrollata e violenta per le strade di una Tokyo puttana e massacrata.

A pepare la vicenda intervengono dei mostri estremamente sessualizzati chiamati ingegneri, in onore del cognato di John Elkann, che non vedono l’ora di riportare la pace nel mondo statalizzando le forze dell’ordine e dando voce al popolo che quando s’incazza te lo mette al culo maledetto figlio di puttana liberale… ti verremo a prendere per i capelli ti trascineremo fuori casa mentre piangi lacrime amare e ti scotenneremo con grande dolore perché ci hai dichiarato guerra con le tue stronzate sul libero mercato che si autoregola.

Autoregolati la piscia che ti cola a getto dalle mutande imbevute di merda.
Stronzo!

Tokyo Gore Police (2008)

Fantastico e grottesco caleidoscopio di violenza gratuita che poteva essere concepito e distribuito solamente in Giappone; un paese proiettato nel futuro dal 1970 nonostante sopravvivano fioriscano disturbanti credenze animiste pervase di terrore, sesso e superstizione.
Tipo il (fallimentare) Liberismo.

Non per tutti, purtroppo.

VOTO:
4 liberisti (Luigi Einaudi)

Tokyo Gore Police (2008) voto

Titolo giapponese: 東京残酷警察
Regia: Yoshihiro Nishimura
Anno: 2008
Durata: 110 minuti
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Godzilla (1954)

Quando un paio di pescherecci vengono spazzati via da una misteriosa forza della natura, la gente sulla terraferma comincia a credere alla vecchia leggenda di Gojira, il gigantesco mostro marino che in passato era stato tenuto a bada con il sacrificio di giovani vergini.

Appurato che nel 1954 è un po’ più difficile trovare una donna vergine in tutto il Giappone, si decide d’intervenire con la forza bruta: cannoni, elettrificazioni, balestre, spade laser e boomerang vengono lanciati sulla povera creatura alta 50 metri… senza però sortire alcun effetto.

Fortunatamente uno scienziato orbo con la mania per le mutandine usate delle bambine se ne uscirà con un’arma fine di mondo degna di un cartone della Hanna & Barbera.

Godzilla (1954)

Famosissimo mostro in meno famoso film che, nonostante tutti ne immaginino l’esistenza, molti meno ne hanno effettivamente subito gli effetti nefasti della visione.

Sì, perché Gojira è una roba da farti venire voglia d’intraprendere il cammino mortale che dall’Africa subsahariana porta fino a Lampedusa; tutto, e ripeto tutto, piuttosto che sorbirsi un’ora e mezza di latte alle ginocchia e sporadiche apparizioni di un giapponese con indosso un costume da dinosauro strabico che devasta modellini di trenini.

E’ doveroso ammettere che questo film ha praticamente aperto la fruttuosa linea di Kaiju movies e che il suo spirito anti-nuclearista (dovuto sia al trauma delle due bombe atomiche americane sganciate un decennio prima su Hiroshima e Nagasaki e sia l’incidente del peschereccio giapponese Daigo Fukuryū Maru che nel 1954 fu pesantemente contaminato assieme al suo equipaggio dall’irresponsabile esperimento nucleare americano di Castle Bravo nell’atollo di Bikini) sia encomiabile… ma dio cristo che palle!

VOTO:
3 bikini

Godzilla (1954) voto

Titolo originale: ゴジラ – Gojira
Regia: Ishiro Honda
Anno: 1954
Durata: 96 minuti
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11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013)

La mattina dell’11 settembre 2001, 15 cittadini sauditi dirottarono 4 aerei di linea americani per andare a conficcarli, come siringhe nel braccio dei rimastini che bivaccano dietro casa tua, dentro 1 Pentagono, 2 torri gemelle e 1 campo disabitato della Pennsylvania.

Un attacco orchestrato dal terrorista mondiale Osama Bin Laden, precedentemente al soldo della CIA in posizione anti-sovietica, che è costato la vita a migliaia di esseri umani.

Ma siamo proprio sicuri?

11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013)

Lunghissimo e dettagliatissimo documentario di quel pazzo di Massimo Mazzucco, il complottista più famoso d’Italia che dalla sua residenza pensionistica calabrese continua tuttora ad ispirare migliaia di vernacolieri italici che combattono contro i poteri forti mondiali, ed estenuante viaggio interiore volto a far affiorare tutti i dubbi di una realtà ufficiale troppo frettolosamente data per scontata.

Molto incentrato sui numerosi fatti che smascherano i cosiddetti debunker, tipo quell’allampanato pien di sé chiamato Paolo Attivissimo, quest’epico documentario risulta molto convincente su alcuni punti molto critici della teoria ufficiale, abbracciata da governi e giornalisti cani manco fosse ossigeno su Marte.

Ovviamente nessuno può dire con certezza se Massimo abbia totalmente ragione, specialmente perché qualche volta gli parte la brocca e tira fuori dal cappello teorie non completamente convincenti, ma possiamo tutti concordare che gli attacchi dell’undici settembre duemila uno sono stati l’incipit alla più importante svolta imperialista mai vista in tempi recenti.

VOTO:
4 Massimo

11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013) voto

Titolo inglese: September 11: The New Pearl Harbor (2013)
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2013
Durata: 5 ore
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Supermen of Malegaon (2008)

Nell’orribile, ingiusta e crudele città indiana di Malegaon vivono quasi 500mila persone la cui unica colpa è essere stati cacati dalla loro madre in uno dei buchi di culo del mondo dal quale la fuoriuscita è cosa quanto mai impossibile.

Ecco che allora questa massa di persone abituate a vivere al limite della povertà più nera portando avanti la loro esistenza trascinandosi lungo strade polverose e affollate mentre una pipinara infinita di clacson e merda affoga i loro cenciosi sogni di fuga, ecco che ‘sti disperati figuri di una commedia patetica tentano la risalita morale grazie anche e soprattutto ad un’inaspettata industria cinematografica molto amatoriale che fa il verso, spesso in maniera comica, ai grandi film hollywoodiani e bollywoodiani.

Tra questi troviamo la storia del rifacimento di Superman in salsa basmati (come l’hanno titolato quei fottuti dei francesi); una riedizione a bassissimo costo del famoso supereroe americano, questa volta alle prese con l’industria del tabacco, l’inquinamento e le fogne a cielo aperto.

Supermen of Malegaon (2008)

Delizioso e brevissimo documentario che con la sua oretta buona di visione riesce a raccontare tutto il dramma umano di chi, emarginato dalle rivoluzioni celesti sopra cui viaggiano i pochi fortunati nati nel cosiddetto primo mondo, rimane ai bordi della strada a guardar passare tutti i treni di un futuro migliore fino a quando, arrivata la sera, non può che andare a gettarsi con una scarpa e una ciavatta dentro fosse comuni senza nome spazzate dal vento dell’indifferenza.

Una chicca.

VOTO:
4 checche

Supermen of Malegaon (2008) voto

Titolo francese: Superman basmati
Regia: Faiza Ahmad Khan
Anno: 2008
Durata: 66 minuti
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Censor (2021)

Enid è un’occhialuta signorina che lavora come censore per la commissione filmica statale britannica; la sua giornata tipo comprende taccuino, matita, vhs zozzona splatterona, pausa tè con i colleghi e rimorsi agghiaccianti per la misteriosa scomparsa di sua sorella tanti e tanti anni addietro.

Una vita di merda insomma, ma una vita da soldatino liberale… e però, a forza di guardare gente sparata, trapanata, mani mozzate e super femministe con cappelli deliranti, Enid comincia a sviluppare un leggero distaccamento dalla realtà che la condurrà via via verso un suggestivo finale onirico che lascerà il pubblico con l’amaro dubbio se Margaret Thatcher fosse una semplice troia o una troia imparruccata.

Censor (2021)
vi scoverò i nemici per voi così distanti

Sorprendente pellicola, nonostante il passo lento ed estenuante verso il figurativo patibolo finale, che gioca tutte le sue cartucce nel solco della flebile linea di demarcazione tra realtà e fantasia facendo quindi riecheggiare nella mente dello spettatore, anche per l’ambientazione anni ’80, sprazzi di Lynch e Cronenberg.

Questo è il classico film dove la simmetria, distorta e inquietante, la fa da padrone: le due sorelle, una scomparsa nella foresta e una perduta nei meandri della mente; lo stile del film, così simile e allo stesso tempo così diverso dai “video nasties” di cui parla e a cui fa l’occhiolino; gli orribili anni ’80, costellati di rivendicazioni sindacali e sociali schiacciate come mosche da un liberismo putrido tanto caro al soldatino Carlo Calenda, che accoglie come una vecchia puttana laida il fertile sperma rozzo e sozzo della storia in questione; fino all’enigma degli enigmi, sono i film che ci rendono violenti o la violenza era già dentro di noi ancor prima dell’orribile visione di Carlo Calenda?

Il film ha il grande pregio di non schierarsi mai apertamente, né politicamente e né narrativamente, lasciando quindi spazio all’immaginazione e alla volontà dello spettatore.
Non è un capolavoro, ma ci arriva vicino perché non cerca di strafare mantenendo corti i tempi (neanche un’ora e mezza) e non andando dritto al punto.

VOTO:
4 vecchie puttane laide

Censor (2021) voto

Titolo turco: Sansür
Regia: Prano Bailey-Bond
Anno: 2021
Durata: 84 minuti

Profondo rosso (1975)

La sensitiva tedesca Helga Ulmann entra in contatto telepatico con una mente perversa, una mente assassina e delirante che le instilla talmente tanta paura da farla sbrodolare come una cagnetta in calore.

Questa mente perversa, per timore di veder rivelata la sua vera identità, darà via ad una serie di omicidi, cominciando proprio dalla cagnetta di cui sopra, talmente efferati e strampalati che potranno essere fermati solo da un uomo, uno splendido esemplare maschile della razza umana dotato di un cazzo talmente grande che ci potresti gettare un nocciolo d’oliva nel buco che andrebbe giù dritto fino ai coglioni.

Profondo rosso (1975)

Un bel classico dal regista romano dell’orrore splatterone costellato di numerose inquadrature mozzafiato e scene degne di memoria.

La cosa più interessante è indubbiamente la leggiadria e l’estrema mobilità della machina da presa che aleggia dietro i personaggi come uno spirito assassino pronto a scattare per poi andare a rifugiarsi nelle più assurde posizioni possibili.
Peccato invece che la realizzazione e la tensione vadano un po’ declinando mano a mano che il film procede verso la rivelazione finale.

Resta comunque bello, ma se avesse mantenuto l’altezza artistica della prima mezz’ora, in particolare quel senso di spaesata e tragica teatralità durante la conversazione tra Marc e Carlo, allora ci sarebbe voluta una pertica per tirarlo giù.

VOTO:
4 pertiche

Profondo rosso (1975) voto

Titolo inglese: Deep Red
Regia: Dario Argento
Anno: 1975
Durata: 127 minuti
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Bubba Ho-Tep – Il re è qui (2002)

Siamo nel 2002 ed Elvis Presley non è morto.

Stufo della fama e della fregna perenni, il re del rock aveva deciso tempo addietro di scambiare l’identità con un suo sosia per godersi la tranquillità di una vita sudicia a bordo di un camper in giro per le cittadine dell’America più rozza.
Sfortunatamente però una brutta caduta dal palco lo aveva allettato e da lì in poi era stata una triste discesa libera fino all’entrata in una casa di riposo in Texas.

A rimescolare le carte ecco però arrivare una mummia egizia succhia anime dal culo che obbligherà il molleggiato americano a fare comunella con un nero che si crede Kennedy per riportare la pace a Villa Noctis.

Bubba Ho-Tep - Il re è qui (2002)

Sgangherata e tenera commedia dell’orrore che tenta d’immaginare una diversa narrazione partendo dal tormentone”Elvis non è morto”.

Purtroppo tende un po’ a sfilacciarsi come quel supplì di mozzarella e merda che ti hanno fatto mangiare per il tuo 16esimo compleanno, povera bestia.

Bruce Campbell tiene la baracca sulle spalle… ma le palle, ma le palle, ma le palle quelle no.

VOTO:
2 baracche e mezza

Bubba Ho-Tep - Il re è qui (2002) voto

Titolo giapponese: Presley vs miira otoko
Regia: Don Cosciarelli
Anno: 2002
Durata: 92 minuti
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Luca (2021)

Luca Paguro è un giovane mostro marino che vive al largo delle coste liguri assieme alla sua famiglia di piddini degenerati… ma il suo grande sogno è lasciare il mare, incamminarsi sulla terra ferma e votare Carlo Calenda sindaco di Roma.

Purtroppo la lobby pluto-giudaica, capitanata da un eunuco coi mocassini, gli mette i bastoni tra le ruote e l’unica salvezza per il destino della capitale d’Italia sembra risiedere nel motociclo chiamato Vespa.

Perché la Vespa ti mette le ali.
Come la coca.

Luca (2021)

Ignobile cartone animato della Pixar che siede perfettamente a metà strada tra una spudorata quanto ubriaca pubblicità della Piaggio e un conato di vomito truzzo di trofie al pesto.

Imbellettato con i più classici stereotipi sull’italianità tanto cari ad un pubblico straniero, Luca finisce presto per rompere i coglioni a chi possiede un minimo di senso critico e a nulla serve un’indubbia capacità immaginifica degli animatori che qua e là regalano delle immagini piene di trascendenza verso quel dio che ti ha relegato a 6 euro e 50 l’ora per 40 anni della vita tua.

VOTO:
2 Carlo Mrs. Doubtfire Calenda e mezzo

Titolo lituano: Lukas
Regia: Enrico Casarosa
Anno: 2021
Durata: 95 minuti

Fuori di testa (1987)

Scendono gli alieni nella tranquilla cittadina australiana di Kaihoro (vagamente traducibile come “Fastfood”) e gli abitanti scompaiono misteriosamente.

Per capire cosa stia succedendo, viene mandata una sgangherata squadra speciale composta da tizi con i baffi fini fini e i capelli lunghi dietro i quali, non sapendo gestire la più semplice delle conversazioni per inadeguatezza intellettiva, smitragliano questo e quello ingigantendo così metaforicamente i loro cazzi.

Fuori di testa (1987)

Pietoso esordio al lungometraggio per colui il quale da giovane sembrava Jerry Calà e tortura medievale per il mio culo mentre, sofferente come un tossico di Chicago, ho ingurgitato ettolitri di sangue con gli occhi di chi vuole che tutto finisca presto.

Ho dormito un pochino per sfuggire, ma sono stato risvegliato dai 457 milioni 234 mila 982 proiettili sparati lungo gli ultimi 75 dei 91 minuti di film.

Carini, ingeniosi e molto splatter gli effetti speciali; da ricovero tutto il resto.

VOTO:
2 baffi fini e capelli lunghi dietro

Fuori di testa (1987) voto

Titolo originale: Bad Taste
Regia: Peter Jackson
Anno: 1987
Durata: 91 minuti
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