Fyre (2019)

La vita è fatta di soldi, birra, cocaina, isole caraibiche, Sole, musica demmerda e tanta, ma tanta fregna.

O almeno: questo è quello che pensa il cittadino medio, sia esso italiano o americano; un essere tanto insulso quanto in realtà fondamentale al sostentamento di una società fortemente piramidale alla base della quale serve una moltitudine di persone indecentemente idiote sempre pronte a farsi carico della maggioranza del lavoro necessario al sostentamento dei pochi elevati i quali se ne fottono al cazzo dei soldi, della birra, della cocaina, delle isole caraibiche, del Sole, della musica demmerda e della fregna.

Perché comandare è meglio che fottere.

Tutto questo bel concetto mi è servito per introdurre quello che viene messo in scena in codesto documentario sul Fyre Festival del 2017.
Un evento super esclusivo e super costoso su un’isola delle Bahamas che ha finito per non avvenire mai, tra la confusione di chi aveva sborsato migliaia di dollari per andare a vedere i cazzo di blink-182 e chi i soldi se li è intascati senza riuscire a mettere in piedi la baracca.

Fyre (2019)

Interessante piccolo documentario su un qualcosa che non poteva fregarmene di meno, un concertone per fighetti del cazzo senza cervello organizzato da un paio di truffatori col sorriso falso stampato sulle labbra, e che invece mi ha tenuto abbastanza interessato per tutta la sua durata.
Questo a dimostrazione del fatto che a volte non importa tanto il cosa, ma come lo si racconta.

Consigliato a chi vuole apparire intellettuale guardando un documentario nel quale però si vedono molte sbarbatelle con dei fisici mozzafiato che tu ti domandi cosa ci voglia per averne una così e poi ti rispondi subito con il passepartout della vita: i sordi.

VOTO:
3 intellettuali e mezzo

Fyre (2019) voto

Titolo completo: Fyre: The Greatest Party That Never Happened
Regia: Chris Smith
Anno: 2019
Durata: 97 minuti

Martin (2017)

Per le strade di Dublino
vive un povero Maltese;
è felice senza vino,
basta mantenere basse le pretese.

Un fotografo irlandese
c’ha fatto amicizia da qualche anno;
e in questo corto ci mostra la giornata tipo,
tra una sveglia senza affanno e una cena natalizia,
di un uomo che è già mito.

Un corto delizioso,
fotografato da dio e
musicato da Moby in tono religioso,
che ti raccomando io.

Titolo: Martin
Regia: Donal Moloney
Anno: 2017
Durata: 9 minuti e 20
Linkhttps://vimeo.com/231701977

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)

Chicco Lazzaretti, Bruno Sacchi, Massimo Conti, Sharon Zampetti, Daniele Rutelli, Rossella Schnell, Benedetta Valentini, Elias e Tisini.

Se questi nomi non vi dicono nulla vuol dire che siete all’oscuro di uno dei progetti di controllo mentale più riusciti che la storia conosca, un telefilm anni ’80 talmente rivoluzionario nel suo approccio psicologico al telespettatore che dovrebbe essere studiato per decenni in tutte le università italiane, un eccezionale unicum nel panorama televisivo dell’epoca che, visto con gli occhi di oggi, permette uno studio approfondito di una cultura sul crinale di una montagna, una comunità di persone che si apprestava ad abbandonare un solido e tronfio provincialismo fatto di sorridenti camerieri negri e bar dello sport; un gretto provincialismo che l’aveva resa una potenza mondiale e che venne abbandonato per abbracciare invece il treno della globalizzazione… prendendolo in piena fronte e finendo con lo sgretolarsi in piccolissimi frammenti atomici dispersi al vento dell’anima de li mortacci vostra.

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)
quando le cabine telefoniche arrivavano in orario!

Questo e molto altro è I ragazzi della 3ª C; un divertente telefilm intriso fino all’osso del più puro berlusconismo, nel bene e nel male, che narra le vicende di un gruppo di studenti dell’immaginario liceo Leopardi di Roma, un drappello di moderni eroi molto eterogeneo nel quale regna il macchiettismo come unico dio, la caricatura come ragione di vita e la pernacchia come spirito santo.

Effervescente, recitato da dio, scritto per un pubblico di massa ma pieno di humour, girato come fosse un film piuttosto che un piatto prodotto televisivo e con delle storie certamente semplici ma mai inutili, questo “coso” a basso costo compete (e vince) qualsiasi confronto con mostri sacri tipo Friends o The Big Bang Theory.

Molti, nati prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’avranno visto in TV a salti e bocconi e ne conserveranno un ricordo maldestro e inopportuno; rivisto invece con gli occhi di oggi si rivela nella sua forma più pura, ovvero quella di stele di Rosetta grazie alla quale diventa magicamente possibile decifrare la nostra realtà contemporanea, empia figlia pregna del pus di ciò che l’ha preceduta.

Un must.

VOTO:
3 camerieri e mezzo

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987) voto

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: prima
Anno
: 1987

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Venom (2018)

Una nave spaziale alla ricerca di forme di vita aliena porta a compimento la sua missione fracassandosi sulla Terra nell’inaspettato tentativo di un ritorno a casa con ospite sgradito.

E con ospite sgradito non mi riferisco al negro di Guess Who’s Coming to Dinner, ma a 4 informi melme aliene alla disperata ricerca di organismi nei quali annidarsi grazie ad un’assimilazione simbiotica che permetta loro di sopravvivere a contatto con l’atmosfera terrestre.

…tagliamo corto che tanto non vale la pena: uno degli alieni finisce dentro un giornalista molto perdente chiamato Eddie Brock mentre un altro trova il suo nido dentro il presidente della Life Foundation, la compagnia che aveva mandato nello spazio la navicella di cui sopra.
I due si scontreranno a suon di burbere menate per evitare un’invasione aliena volta alla totale assimilazione del genere umano.

Venom (2018)

Pellicola molto vecchia nelle premesse e nello stile visto che come trama richiama le storie semplicione dei supereroi primi anni 2000 e come sequenze d’azione mette il pubblico nella strana condizione d’aspettarsi l’improvvisa apparizione di Vin Diesel a bordo di una Dodge Charger del 1970.

Se siete alla ricerca di un paio d’ore divertenti senza troppe pretese, cascate male; se invece avete un leggero gusto sadomasochista e godete nel veder soffrire il prossimo, chiamate un vostro caro amico e offritegli una serata a base di Venom.

VOTO:
2 Masoch

Venom (2018) voto

Titolo originale: Venom
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2018
Durata: 112 minuti

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d’America (2018)

Il pomeriggio del 28 agosto 2003, il 46enne Brian Douglas Wells entrò nella PNC Bank di Erie, Pennsylvania, chiedendo 250mila dollari in contanti.
In mano stringeva una pistola camuffata da bastone e al collo aveva attaccato uno strano congegno metallico.

Uscito dalla banca con 8.702 dollari e fermato dalla polizia dopo neanche 5 minuti di fuga, il signor Wells si arrese immediatamente dichiarando che la rapina gli era stata imposta con la forza dagli stessi criminali che gli avevano attaccato al collo una bomba fatta in casa che sarebbe esplosa se non avesse seguito minuziosamente le istruzioni ricevute.

Purtroppo per Brian, di professione fattorino di pizze che nella mano stringeva un fucile/bastone, la vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno… perché dopo neanche un’oretta dall’innesco, e meno di mezz’ora dopo la rapina, la bomba esplose aprendogli un buon buco un petto e portandolo alla morte nel giro di pochi minuti.

Ora, passata la confusione dettata dall’assurdità dell’intera vicenda, restava da capire cosa diavolo fosse successo prima che Brian Wells diventasse suo malgrado un rapinatore di banche, chi lo avesse costretto a compiere quel gesto estremo, chi gli avesse bloccato con una tenaglia al collo la bomba che lo ha mandato all’altro mondo, insomma: chi diavolo avesse architettato una delle più folli e diaboliche rapine mai realizzate.

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018)

Avete presente quei filmati molto gustosi dove si vede la gente morire?

Sì, quelli che vai a cercare digitando cose tipo “live death”, “snuff films” o “le migliori encicliche di papa francesco” su Google sperando che esca fuori qualche risultato sostanzioso e invece 9 volte su 10 è un sito porno che chiudi subito perché non t’interessa mischiare sesso e morte.
Non t’interessa prima delle 10 di sera intendo.

Ecco, il filmato “pizza bomber” è uno di quelli che ricorrono più spesso in queste strambe ricerche post-rotten.com e oggi, grazie a questo esaustivo e coraggioso documentario, possiamo finalmente soddisfare la curiosità che ci è salita più volte nel voler conoscere i retroscena di questo mistero che abbiamo sempre osservato completamente decontestualizzato.

Seguendo l’intrigante narrazione che si distende placida lungo le quasi 4 ore di documentario e soprattutto esplorando una delle vicende più bizzarre mai verificatesi su suolo americano mano nella mano con una pazza sciroccata bipolare chiamata Marjorie Diehl-Armstrong, principale indiziata come diabolica ideatrice del diabolico piano in questione, è una bella esperienza che consiglio a chiunque abbia un diabolico debole per le diaboliche encicliche di Papa Francesco.

VOTO:
3 encicliche e mezza

Evil Genius- la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018) voto

Titolo originale: Evil Genius: The True Story of America’s Most Diabolical Bank Heist
Regia: Barbara Schroeder, Trey Borzillieri
Anno: 2018
Durata: 4 episodi da 50 minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

L’allenatore nel pallone (1984)

Oronzo Canà è un mediocre allenatore di calcio pugliese che viene inaspettatamente ingaggiato dalla Longobarda, una neo promossa in serie A con un presidente cornuto dalla moglie che si ciula il centravanti Speroni.

Da questo pregevole spunto intellettuale il film procede a calci in culo lungo una serie infinita di doppi sensi, tipo la moglie di Oronzo Canà che si chiama Mara Canà, passando per i pietosi siparietti di Gigi e Andrea (no dico, Gigi & Andrea™) fino al gran finale con il nostro beneamino portato in festa dagli ultras della Longobarda mentre urla “Mi avete preso per un coglione”, intendendo le sue gonadi.

L'allenatore nel pallone (1984)

Film culto per gran parte degli italiani, tra cui il ministro Luigi Di Maio, ed ennesima pellicola che non avevo mai visto e potevo risparmiarmi di vedere perché tanto è esattamente come me l’aspettavo, se non peggio.

Tolto l’indubbio e caparbio impegno del protagonista Lino Banfi a cui va dato l’onore delle armi per quanto ci crede ogni volta è messo davanti la macchina da presa, il resto è un tipico prodotto anni ’80 che punta tutto sulla voglia matta degli italiani per il calcio, la fregna e i comici deformi.

Contenti voi, contenti tutti.

VOTO:
2 deformi e mezzo

L'allenatore nel pallone (1984) voto

Titolo portoghese: O Chanfrado da Bola
Regia: Sergio Martino
Anno: 1984
Durata: 98 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

1922 (2017)

Wilfred James è un umile contadino del profondo midwest americano.

Moglie, figlio e due vacche gli fanno da compari di vita e tutto sembra procedere alla solita maniera (di merda) fino a quando la prima non si mette in testa di mollare quella triste vita bucolica, vendere il terreno che il padre le aveva lasciato in dote e aprire un negozietto di vestiti nella città di Omaha, Nebraska, un posto del cazzo che però sembra il paradiso quando vivi in mezzo al nulla circondato da campi di pannocchie a perdita d’occhio.

Wilfred non la prende molto bene e, falliti i tentativi di far desistere la donna dalla sua fuga per la libertà, escogita un bel piano per tagliare il problema alla radice coinvolgendo il figlio in un casino che non te lo sto neanche a raccontare.

1922 (2017)

Interessante film televisivo (Netflix) che si propone allo spettatore in un’ottima veste fotografica che nulla ha da invidiare a prodotti cinematografici più blasonati.

Certo, la sua origine di novella stephenkinghiana influisce molto sulla possibilità di una sua positiva durata da lungometraggio ed infatti si potrebbe avvertire in più punti, durante la visione, la necessità di una sforbiciata di qualche secondo che invece viene devoluto a silenzi e immagini suggestive (che comunque non fa mai male e anzi aiutano il film a spiccare nel reparto tecnico); d’altro canto stiamo proprio cercando il pelo nell’uovo in qualcosa che è lì pronta per regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento.

VOTO:
3 qualcosa pronta a regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento

Titolo per dislessici: millenovecentonovantadue
Regia: Zak Hilditch
Anno: 2017
Durata: 102 minuti

DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Pupazzi senza gloria (2018)

In una Los Angeles situata in un universo alternativo nel quale umani e pupazzi convivono (non) pacificamente stanno avvenendo strani omicidi.

Uno ad uno, tutti gli attori componenti il cast di un famoso vecchio show televisivo, The Happytime Gang, vengono fatti fuori proprio nel momento in cui un gruzzolo di 10 milioni di dollari di diritti televisivi sta per essere equamente diviso tra gli attori ancora in vita.
L’investigatore privato Phil Phillips, radiato dal corpo di polizia con l’accusa di aver mancato di perforare con un proiettile la testa di un rapinatore armato solo perché era un pupazzo come lui, è convinto che questi reati siano collegati da un unico semplice motivo: uno dei membri del cast sta aumentando la ghiotta fetta del dividendo restringendo il numero del divisore grazie all’uso di fucili a pompa, bombe e mannaie.

Districandosi in un mare di violenza e volgarità, Phillips e la sua ex partner al commissariato, il detective Connie Edwards, faranno finalmente luce dentro il cotonato intestino buio dell’infanzia perduta.

Pupazzi senza gloria (2018)

Eccezionale revival del genere pupazzi che non poteva non prendere l’impervia strada della satira adulta e dissacrante, visti anche i tempi contemporanei fatti di pervasiva consapevolezza popolare e (benvenuta) caduta dei simulacri classici quali religione, politica rappresentativa ed istituzioni statali che per troppo tempo hanno coccolato gli orfani di padri putativi autoritari di freudiana memoria.

Ovviamente questo miscuglio calcolato a tavolino secondo tutti i crismi del genere poliziesco (oggettivamente ben riuscito) che fa del grottesco e della fase anale freudiana il suo vessillo ha scontentato un po’ tutti: sia quella parte di pubblico più stupida che non riesce a ridere dei propri difetti morali  e sia quelli più svegli e progressisti i quali però ancora non riescono a lasciarsi andare ad una sonora scorreggia tonante in ufficio per rallegrare i colleghi depressi per paura d’apparire vivi e che quindi hanno bollato il film come eccessivo ed in cerca d’attenzione.
Beh, vi sbagliate cari intellettuali da solottino; quella è vostra madre.

Se invece, come me, fate parte della crema sfavillante dell’umanità contro la quale la massa di mediocri ripudia di specchiarsi con grandissima vergogna e furiosissimo sdegno per ammorbare e infine distruggere i miei fratelli, allora troverete pane per i vostri denti.

OVVIAMENTE il film va visto in originale e non nella pietosa quanto scandalosa versione doppiata da Maccio Capatonda che snatura il senso dell’opera facendola passare da buona satira a triste macchietta, nella speranza di depotenziarne la natura destabilizzante.

VOTO:
4 Anna Pannocchia

Pupazzi senza gloria (2018) voto

Titolo originale: The Happytime Murders
Regia: Brian Henson
Anno: 2018
Durata: 91 minuti

Una promessa è una promessa (1996)

Howard Langstone vende materassi.

Ne vende così tanti e così bene che si ritrova sempre più risucchiato nel lavoro finendo inevitabilmente per trascurare la famiglia ricca, composta da moglie casalinga ricca e figlio viziatello ricco.
E questo incipit riciclato e consumato più delle scarpe di un barbone podista innesca l’ennesima stronzata di Howard, in una serie infinita di stronzate che hanno fatto calare ai minimi storici la stima che il figlio gli concede; una stronzata che funge ahinoi da fulcro per l’intera narrazione: stavolta si è scordato di comprare Turbo-Man, il pupazzo che suo figlio gli ha chiesto per Natale… e si dà il caso che questo sia il giocattolo più richiesto della storia del consumismo mondiale.

Howard quindi passa tutta la santa vigilia alla ricerca del gioco perduto trovandosi in situazioni sempre più imbarazzanti per la carriera di Arnold Schwarzenegger, persino più imbarazzante di quella volta che si scopò l’orrenda governante guatemalteca mettendola incinta.

Una promessa è una promessa (1996)
Guatemala, te amo

Commedia degli orrori scritta da Chris Columbus (Mamma, ho perso l’aereo ed Harry Potter) e diretta dallo stesso regista di Beethoven (ma dico, ve lo ricordate Beethoven?) che lascia sbigottiti per la noia estrema che riesce a far sudare allo sprovveduto spettatore che si ritrovi con l’infausta jella di sorbirsi questa cacata da manicomio.

Interpretazioni pessime, fotografia piatta, effetti speciali televisivi, ambientazione anonima del midwest e una storia così pietosa che la prenderei 15 volte a martellate sul naso; cosa volete d’altro per odiare questo film?

VOTO:
2 Beethoven

Una promessa è una promessa (1996) voto

Titolo originale: Jingle All the Way
Regia: Brian Levant
Anno: 1996
Durata: 89 minuti