Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Al porto di Livorno arriva la barca di un omone grande e grosso ma dal cuore tenero come un soffritto di burro e calamari; il suo nome è Bulldozer.
Perché questo nome?
Semplice: perché lui ero uno che di fronte agli ostacoli non si fermava mai.

E di che ostacoli stiamo parlando?
Di una serie di sfortunati giocatori di football americano che hanno avuto la sfiga di trovarsi contro quest’energumeno senza fine sul campo da gioco.
Perché Bulldozer, prima di finire a pescare pesci e conchiglie rare, era un giocatore coi controfiocchi, uno che calciava la palla a un chilometro di distanza, uno che se ti dava una spallata ti sfondava la cassa toracica.

Poi però un giorno ha smesso, così di colpo, perché a lui le partite truccate gli facevano schifo, ed è scomparso dai radar.

Siccome però ora si trova in necessità di un polverizzatore Thompson e gli unici che possono fornirgli questo pezzo di ricambio per la sua barca sono i militari americani della base di Camp Darby a Livorno, Bulldozer tornerà a calcare il campo da gioco per un’ultima volta prima di tornare a vendere telline e triglie ai mercati rionali del Mediterraneo.

Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Questo è uno dei tanti filmetti con Bud Spencer dove per il 70% del tempo la gente si prende a pizze in faccia in un’interminabile sfilza di situazioni pseudo-comiche che da sole non riescono a reggere sulle spalle una scena che sia una, figuriamoci un intero film.

Visto e rivisto infinite volte su tutte le possibili reti televisive, locali e nazionali, Lo chiamavano Bulldozer lascia chiaramente il tempo che trova e non vale neanche un euro di spesa.
Se però non avete mai visto un film con Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, (un uomo che nella vita, oltre l’attore, ha fatto il nuotatore olimpico, il pallanuotista, il lottatore di lotta greco-romana, il pilota di macchine, di aerei e di elicotteri, il paroliere e il compositore musicale, il pugile e l’imprenditore) e vi trovate tra le mani questa pellicola in forma gratuita, allora potete anche andare… con cautela ed aspettative basse.

PS: Carlo, quasi sempre doppiato, canta qui una canzone con la sua voce reale.

VOTO:
2 buds

Lo chiamavano Bulldozer (1978) voto

Titolo argentino: Lo llaman el demoledor
Regia: Michele Lupo
Anno: 1978
Durata: 110 minuti

La vera storia della marijuana (2010)

La canapa è stata usata dall’uomo per migliaia d’anni ricavandone i più svariati prodotti: tessuti, abiti, corde, oli e carta (basti pensare che la costituzione americana e molte bibbie di Gutenberg sono stampate su carta di canapa) sono solo alcuni dei possibili usi di questa piante molto resistente e molto produttiva.

A questo uso per così dire “profano”, si è poi sempre affiancato un uso medico-terapeutico sfruttando i naturali effetti psicoattivi ed analgesici di questa pianta considerata da molti quasi magica; tutti i medici europei, fino all’inizio del secolo scorso, ne avevano sempre delle dosi nella borsa in caso d’emergenza e, tanto per fare un esempio, quell’otre di carne chiamato regina Vittoria d’Inghilterra la usava regolarmente per i dolori mestruali.

Poi però all’inizio del ventesimo secolo si è deciso di fargli una guerra senza pietà equiparandola a droghe ben più pesanti e pericolose come l’eroina o la cocaina e classificandola come uno dei peggiori mali dell’umanità.

Questo documentario ripercorre la storia della magica e sfortunata marijuana andando ad analizzare i perché e i percome il mondo cosiddetto civile ha deciso, con tutti i problemi che ci sono in giro, di criminalizzare nientepopodimeno che una pianta.

VOTO:
3 otri di carne

La vera storia della marijuana (2010) voto

Titolo inglese: The True History Of Maijuana
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2010
Durata: 86 minuti

Schegge di paura (1996)

Un arcivescovo porcellone viene brutalmente assassinato e un chierichetto (o “ministrante” per i più edotti) diciannovenne completamente coperto del suo sangue viene bloccato mentre cerca di fuggire a gambe levate.

Sarà compito di Richard Gere, qui nei panni di un rude avvocato da rotocalco, convincere la giuria dell’innocenza del suo assistito nonostante tutte le prove convergano verso un chiaro verdetto di colpevolezza.

Schegge di paura (1996)
dio camaia de dio

Classico film giudiziario con colpi di scena leggermente telefonati e gente che parla con dialoghi un po’ datati che però, ciononostante, rimane ampiamente godibile anche e soprattutto per le buone recitazioni tra cui spicca chiaramente un Edward Norton, qui al suo esordio cinematografico, nei panni del chierichetto più frignone della storia.

Non un film per tutti, specialmente i più giovani; lo consiglio a tua madre.

VOTO:
3 ministranti e mezzo

Schegge di paura (1996) voto

Titolo originale: Primal Fear
Regia: Gregory Hoblit
Anno: 1996
Durata: 129 minuti

Jona che visse nella balena (1993)

Jona Oberski è uno scrittore e fisico olandese che ebbe la sfortuna d’essere mandato in tenera età nei campi di concentramento nazisti quando la Germania invase i paesi bassi e rastrellò un po’ di giudei da mandare ai lavori forzati.

Perduti entrambi i genitori e vissuta per 3 anni l’esperienza del lager tra sputi e stenti, Jona fu infine liberato dai russi e rimandato ad Amsterdam dove fu cresciuto da genitori adottivi che gli permisero una vita normale.

Negli anni ’70, dopo aver partecipato ad un corso di poesia, Jona decise di scrivere della sua esperienza nel campo di concentramento e il suo libro incontrò il favore di pubblico finendo per essere tradotto in varie lingue…

e un film.

Jona che visse nella balena (1993)

Imbarazzante pellicola italiana sul dramma dell’olocausto uscita lo stesso anno di quel capolavoro assoluto chiamato Schindler’s List; una coincidenza (?) che affossa ancora di più, se mai fosse possibile, la totale imbecillità cinematografica espressa da ogni componente della produzione: dal regista a quello che portava i caffè.

Fotografia piatta, statica e banale; recitazione e doppiaggio da sceneggiato televisivo; regia inesistente; scenografia e costumi decenti, ma pressoché inutili se non sorretti da una storia appassionante… gli errori sono talmente tanti e talmente gravi che si farebbe prima ad elencare le cose positive, se ci fossero.

Per esempio, come si fa a rimanere calmi quando si è costretti a sentire un bambino parlare con quello straniante misto di ritardo mentale e adulta consapevolezza che non sentiresti mai in bocca ad un ragazzino normale?
Dialoghi tipo:
<Mamma, pecche piaggi? Non ettere tritte mamma; ci sono qua io>.

E perché invece, la sciatteria dei montatori italiani che non riescono a far andare a tempo la canzone con le persone che cantano o battono le mani dove la mettiamo?
Ma io dico: almeno uno della produzione, prima che il film avesse luce verde per la distribuzione, avrà alzato la mano dicendo una cosa del tipo:
<Ma mannaggia la madonna Faenza, non lo vedi che quella stronza va fuori tempo?>

In breve, come diceva Nanni Moretti, io mi sono stufato dei film italiani coi tedeschi nazisti che sgommano con le loro motociclette e urlano <ainz zai tzukent aut aut!> mentre mitragliano il cielo.

Ma soprattutto quello che veramente grida vendetta è il subdolo tranello del titolo che avrà sicuramente tratto in inganno più d’un bambino dal cuore tenero con il sogno nel cassetto di diventare un famoso zoologo:
nel film non c’è nessuna balena!

VOTO:
1 balena

Jona che visse nella balena (1993) voto

Titolo inglese: Jonah Who Lived in the Whale / Look to the Sky
Regia: Roberto Faenza
Anno: 1993
Durata: 100 minuti

La vendetta di Halloween (2007)

La notte di Halloween si è molto trasformata nel corso dei decenni: da festa per omaggiare i morti ed esorcizzare la morte è pian piano diventata un fenomeno consumistico nel quale è finito per gravitare un po’ di tutto, dal gore al sexy passando per il freak.

In questo breve film episodico, oltre ai temi sovraccitati, s’intrecciano 5 storie dell’orrore che prendono vita (si fa per dire) proprio durante la notte di Halloween: una giovane coppia di disillusi con lui che ama scopare e lei che non ama nulla tornano a casa dopo la parata cittadina, un padre di famiglia con qualche segreto di troppo incontra un giovane obeso con la passione dei dolciumi, un gruppo di ragazze alla ricerca di carne fresca fanno festa attorno ad un falò, 4 ragazzini in vena di tetre esplorazioni esplorano un vecchio bus precipitato in fondo a una cava e un bisbetico anziano deve fare i salati conti con i fantasmi del passato.

La vendetta di Halloween (2007)

Prima di scrivere e dirigere quel piccolo cult natalizio che è Krampus, il signor Dougherty aveva già tentato di fare lo stesso con la festa più americana che ci sia (ovvero Halloween) e, dando retta a pubblico e critica dei mini-festival, sembrava che la cosa gli fosse riuscita.

Ed è proprio per questo hype che si è venuto a creare attorno a questa pellicola low budget che io mi sono deciso ad una sua attenta visione e posso tranquillamente deliberare con ragionata sicurezza che Trick ‘r Treat, nonostante sia girato e scritto competentemente ed affondi felicemente il pedale del truculento in più di un’occasione, alla fine non è niente di che.

Voi guardatelo, non guardatelo… me ne frega cazzi.

VOTO:
3 falò

La vendetta di Halloween (2007) voto

Titolo originale: Trick ‘r Treat
Regia: Michael Dougherty
Anno: 2007
Durata: 82 minuti

Commando (1985)

John Matrix, oltre ad avere un nome a dir poco sconvolgente, è anche un baby pensionato che, dopo aver servito l’esercito degli Stati Uniti d’America compiendo le più empie nefandezze in giro per il mondo, passa le sue soleggiate giornate di quarantenne spaccando la legna o dando da mangiare ai cerbiatti assieme a sua figlia Jenny.

Purtroppo per lui il dittatore Arius, spodestato dal trono dell’isola di Val Verde anche grazie all’intervento del gruppo armato di John, è sulle tracce dei suoi commilitoni; un po’ per fargliela pagare e un po’ per usarlo come killer per caso del neo dittatore messo al suo posto dagli USA.

Per fare questo lo scorbutico Arius gli rapisce la figlia e lo manda via aerea per direttissima a Val Verde con il ricatto di spedirgli a pezzi la cara Jenny nel caso lui disertasse; John invece ci mette cazzo a svignarsela e si prefigge il compito di uccidere Arius e un altro centinaio di persone in 11 ore, cioè prima che il suo aereo atterri e scatti quindi l’allarme.

Sangue a seguire.

Commando (1985)

Classico film d’azione anni ’80 che prende tutti gli stereotipi del genere (machismo, umorismo beffardo, violenza gratuita, omosessualità latente) mischiandoli in un grande calderone dal quale sbuca fuori una massa informe di dimensioni colossali che, nonostante l’inesistenza di una trama articolata e l’evidente scelleratezza di ogni gesto compiuto dal protagonista, riesce comunque ad intrattenere per quell’oretta e mezza facendo succedere una simpatica serie di scenette tra il serio e il faceto che si concludono inevitabilmente con uno o più morti.

Purtroppo parte meglio di come finisce, come la carriera di Arnold Schwarzenegger.

VOTO:
3 calderoni e mezzo

Commando (1985) voto

Titolo brasiliano: Comando para Matar
Regia: Mark L. Lester
Anno: 1985
Durata: 90 minuti

American Moon (2017)

Il 20 luglio 1969 la missione americana Apollo 11 sbarcava sulla Luna permettendo ad un essere umano (Neil Armstrong) di mettere piede, per la prima volta nella storia, su un corpo celeste che non fosse la Terra.
Successivamente, tra il 1969 e il 1972, altre 5 missioni Apollo sono andate e tornate dal nostro satellite artificiale facendo salire a 12 il numero di uomini che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia, oltre che sulla Luna.

Ma le cose stanno veramente così?

Secondo Massimo Mazzucco non è tutto oro quello che luccica: sarebbero infatti numerosi gli indizi che puntano in un’altra inquietante direzione, ovvero che la NASA e il governo americano si siano inventati questi allunaggi a puro scopo propagandistico anti-sovietico vista l’impossibilità di portare realmente un uomo sulla Luna con i mezzi dell’epoca.

American Moon (2017)

Lungo ed esaustivo documentario “complottista” che, dopo una breve infarinatura storica per mettere in chiaro le motivazioni politiche delle missioni lunari, va a passare al vaglio tutte le principali stranezze e incongruenze che hanno fatto gridare alla messa in scena più d’una persona lungo il corso degli ultimi  50 anni.

Se da un lato non posso dirmi pienamente convinto sia della realizzazione tecnica un po’ datata e sia dei tentativi di smontaggio della tesi ufficiale secondo la quale abbiamo mandato degli esseri umani sulla Luna con dei computer poco più potenti di una calcolatrice Casio, dall’altra non posso non ammettere la fascinazione per alcuni misteri che aleggiano attorno a quella che è forse la tesi complottista più famosa del mondo.

Sono tantissimi gli argomenti trattati (tipo i problemi tecnici generali per mandare un equipaggio sulla Luna e farlo tornare indietro, l’atmosfera da set cinematografico, lo specchio riflettente, le fasce di Van Halen, la polvere lunare, i campioni di roccia, il modulo lunare LM, la documentazione originale del LM scomparsa, le registrazioni e le rilevazioni dell’Apollo 11 andate perdute, la Rover TV, le impronte degli scarponi, i cavi, la bandiera, i raggi cosmici sulle pellicole fotografiche, gli apparenti punti luce artificiali, le ombre non parallele e sfumate), e tutti sono trattati con molta logica ed onestà intellettuale, spesso e volentieri tenendo conto delle tesi dei cosiddetti debunkers, ovvero quelli che le teorie complottiste si divertono a smontarle confermando la versione ufficiale.

Ora, io non lo so quanto Mazzucco abbia ragione e se sorvoli sugli argomenti a sfavore della sua tesi alternativa, ma posso dire con buona certezza (visto che è un argomento che conosco molto bene per averlo studiato ed averci lavorato) che tutta la parte relativa alle incongruenze fotografiche è obiettivamente sconcertante e presenta moltissimi dubbi sulla veridicità di alcune delle foto presumibilmente scattate sulla Luna.

Insomma, dopo 3 ore e mezza di bombardamento verbale complottista rimango ancora abbastanza convinto che ci siamo andati sulla Luna, ma lascio la porta aperta perché le persone come Massimo Mazzucco usano molto umilmente una delle cose a me più care: la logica.

VOTO:
3 LM e mezzo

American Moon (2017) voto

Titolo originale: American Moon
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2017
Durata: 200 minuti

Avengers: Infinity War (2018)

Un energumeno viola alto 4 metri di nome Thanos ha la soluzione a tutti i mali del mondo: eliminare metà della popolazione dell’universo.

Il film non spiega se questo genocidio generalizzato deve rimanere confinato ai bipedi o si deve estendere anche ad altri esseri tipo volatili, pesci, batteri, funghi e qualunque altra possibile forma di vita che lord Xenu abbia concepito nella sua infinita saggezza, ma al pubblico importa poco perché quello che conta qui sono le botte bum bum.

Per portare a termine il suo brillante piano, Thanos vuole (e deve) recuperare le 6 Infinity Stones sparse in giro per le galassie, infilarle sul suo bel guanto di ferro e semplicemente schioccare le dita per salutare miliardi di miliardi di creature che si volatilizzeranno immediatamente in polvere.
Fatto questo, l’energumeno viola potrà finalmente sedersi in cima ad una collina per godersi un po’ di meritato riposo.

A fare da argine a questo piano talmente diabolico che Repubblica.it lo ha subito attribuito alla Casaleggio Associati, ci sono ovviamente i nostri beneamati super teste di minchia eroi i quali non vedono l’ora di girare un altro film per intascare fior fior di quattrini mentre io, tra uno sbadiglio e l’altro, non posso non concentrarmi sulle dimensioni del mio caos.

Avengers - Infinity War (2018)

Che dire…

Dopo una caterva di pellicole tutte più o meno simili l’una all’altra mi trovo nell’imbarazzante paradosso di poter promuovere un film con buoni voti e allo stesso tempo poter tranquillamente non raccomandarne la visione.

Perché direte voi?

Perché quante volte puoi sentire e risentire la stessa canzone prima che ti salga a noia?
Semplice: sempre e solo una volta più di quelle necessarie, e io oramai credo d’aver raggiunto quella specifica posizione critica secondo la quale rigetto un film a priori perché tanto lo so dove va a parare, lo so cosa diranno i personaggi, ho già visto effetti speciali fatti così bene, so già più o meno tutto e quindi non me ne frega più una beneamata mazza.

A dimostrazione di tutto questo, basta prendere due righe che scrissi nel 2015 a proposito di Avengers: Age of Ultron:

Purtroppo i produttori hollywoodiani sembrano non aver capito che mangiare gelati per 10 anni può sembrare interessante su carta, ma non può condurre altrove non se non sulla tazza del cesso a cacare diarrea a fischio come non ci fosse domani.

Io ho solo voglia di qualcosa di buono nuovo.

VOTO:
3 Ambrogio e mezzo

Avengers - Infinity War (2018) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Guerra Infinita
Regia: Anthony & Joe Russo
Anno: 2018
Durata: 149 minuti

L’altra Dallas – Chi ha ucciso RFK? (2007)

Robert Francis Kennedy è uno degli 8 fratelli di John Fitzgerald Kennedy, quel presidente americano a cui il 22 novembre 1963 fecero platealmente scuppiare la capocchia mentre sfilava in parata a Dallas; un omicidio molto famoso che ha generato infinite teorie complottiste di persone per nulla convinte che fosse stato un pazzo solitario a centrare il giovane presidente con un vecchio fucile.

E simile fine fece suo fratello Robert visto che il 6 giugno 1968 un immigrato giordano, il quale a tutt’oggi nega di ricordare cosa abbia fatto quel giorno, gli sparò in testa con una pistola mentre il senatore passava per le cucine dell’hotel Ambassador di Los Angeles.
Però, a differenza del più famoso fratello, Bobby non ha ricevuto la stessa attenzione dei complottisti mondiali perché la dinamica dell’omicidio fu molto diretta e poco interpretabile: colpo in testa da 1 metro di distanza con numerosi testimoni presenti.
Ciononostante Massimo Mazzucco, “famoso” documentarista italiano che ha vissuto molti anni in USA lavorando come sceneggiatore per Dino De Laurentiis e che poi ha deciso di rivolgere la sua attenzione al mondo dell’informazione alternativa, ha voluto esplorare meglio la vicenda producendo un’oretta di materiale molto interessante.

Ora, io non ho alcuna idea se quello che Massimo dice corrisponda a verità, ma devo ammettere che il film è accattivante e ne consiglio quindi la visione (gratuita, sul web).

VOTO:
3 web e mezzo

L'altra Dallas - Chi ha ucciso RFK? (2007) voto

Titolo originale: The Second Dallas – Who Killed RFK?
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2007
Durata: 52 minuti

Perfect Blue (1997)

Il Giappone del 1997 è una terra apparentemente colma di pietosi maschi infantili che salivano copiosamente per ragazzine perinealmente imberbi che parlano e si atteggiano da minorenni cerca guai mentre sfoggiano dei seni degni di Moira Orfei.

3 di queste giovani incarnazioni di una società profondamente patriarcale e piramidale con un chiaro problema di apertura sessuale formano un gruppetto musicale j-pop chiamato CHAM! e riscuotono un successo compreso tra il 3 e il 5, su una scala da 1 a 10.
Sarà perché l’era dei gruppetti pop costruiti a tavolino è un po’ in declino, sarà perché dio le vuole punire per il fatto d’essere femmine, le CHAM! rischiano l’estinzione e quindi, prima che la nave affondi, una delle componenti si allontana con l’ultima scialuppa per seguire le orme di chiunque abbia frequentato “Il Grande Fratello”, diventare un’attrice.

Mima Kirigoe, questo il nome della giovane traditrice, entra nel cast di una serie tv investigativa dal contenuto un po’ violento e un po’ zozzone che, grazie a delle scene sempre più spinte, dovrebbe farla trasformare da ragazzina perinealmente imberbe a donna perinealmente imberbe.
Purtroppo questa sua metamorfosi a luci rosse non viene presa molto bene da qualcuno che prima apre una pagina web dove, fingendosi lei, descrive minuziosamente la giornata di Mima lamentandosi delle pressioni che riceve da chi la circonda, poi le manda delle simpatiche lettere esplosive ed infine comincia a fare fuori in maniera parecchio sanguinolenta quelli che coadiuvano l’aspirante attrice nella sua trasformazione dal gusto retro amaro.

Questo turbine di eventi, emozioni e spaventi faranno precipitare la povera Mima dentro un turbine di follia incontrollabile che non le farà più distinguere la realtà dalla fantasia mentre il pubblico comincerà a domandarsi se si è ricordato di cancellare la cronologia del browser web.

Perfect Blue (1997)
search: naked girl +blood -dress

Esordio alla regia per un autore nipponico che conoscevo solo di sfuggita, del quale non avevo ancora visto nulla e che, dopo questa fulminante visione, posso promuovere a pieni voti.

L’animazione è a livelli molto alti e lascia anche un po’ di nostalgia nel cuore per quel sapore analogico pre-computer di sfondi dipinti a mano che si va un po’ perdendo in questi tempi di dominazione digitale.
L’onirica storia, anche se molto intrigante ed adatta ad un pubblico esclusivamente maturo, lascia un filino giù per via della cultura giapponese che a me sta un po’ sui coglioni per come suddivide le persone in categorie fisse e fortemente gerarchizzate.
D’altra parte però questo è un difetto che non è imputabile ai realizzatori, ma che al più rafforza la narrazione di una realtà artefatta e falsa come Daniela Santanchè.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Daniela Santanchè e mezza

Perfect Blue (1997) voto

Titolo originale: パーフェクトブル – Pâfekuto burû
Regia: Satoshi Kon
Anno: 1997
Durata: 81 minuti

Psyco (1960)

Marion Crane fa la segretaria di uno studio immobiliare di Phoenix e la sua vita non sembra riservarle grandi sorprese: una chiacchiera con la collega d’ufficio, qualche lurida avance dai facoltosi clienti dello studio e delle puntuali scopatine veloci durante la pausa pranzo con il fidanzato divorziato il quale ha una delle cose più belle della storia, una ferramenta.

Tutto bene insomma, se non fosse che la sua vita è una merda visto che è l’equivalente della servitù della gleba rapportata al 1959 e allora Marion dice <sai che c’è? fanculo tutti, mi frego 40 mila cucuzze dello studio e scappo via>.

Durante il tragitto nel deserto che dovrebbe condurla non si sa bene dove, Marion si ferma nel Bates Motel, un alberghetto fatiscente un po’ in rovina dopo che l’autostrada è stata spostata più lontano, e fa la conoscenza di Norman Bates, il mite e misterioso proprietario del motel più famoso della storia del cinema , il quale la invita per una cena a base di sandwich e latte.

Chi vivrà, vedrà.

Psyco (1960)

Fiumi d’inchiostro, di roba e di spade sono stati versati per questo film e cercherò quindi di non dilungarmi troppo sugli aspetti già dibattuti in abbondanza da gente più brava ed esperta di me.

Considerato da molti come il film più emozionante di Hitchcock, Psycho è sicuramente il più venduto, con un incasso di ben 50 milioni di dollari a fronte d’un investimento di poco meno d’uno.
L’incredibile successo che ha traghettato indenne questa pellicola a basso costo, girata in bianco e nero più per risparmiare che per evocare gotiche atmosfere, attraverso 5 decenni lo si deve un po’ alla storia che mista bene temi molto cari al pubblico medio casa e chiesa quali furto, morte, incesto, masturbazione e schizofrenia e  po’ alle puppe missilistiche della protagonista.

Le interpretazioni sono molto buone e risultano essere un po’ un punto di passaggio tra una recitazione classica da parte degli attori più stagionati ed una molto più sottile e naturale (nonostante l’evidente teatralità del tutto) da parte di quelli più giovini, tra i quali ovviamente spicca Anthony Perkins, spilungone allampanato che nella vita poteva fare solo due cose: il candelabro o Norman Bates.

Un film bello insomma, un film che va visto un po’ da tutti e che quindi non voglio rovinare lasciando più indizi di quanti non ne abbia già lasciati.
La cosa invece che risulta più interessante da dire è che la vedova del suddetto Anthony Perkins, un uomo che fino a 39 anni ebbe solo relazioni sessuali con uomini, è morta quando il suo aereo si è andato a schiantare sulla torre nord del World Trade Center l’undici settembre 2001.

Com’è piccolo il mondo.

VOTO:
4 Mohamed Atta

Psyco (1960) voto

Titolo originale: Psycho
Regia: Alfred Hitchcock
Anno: 1960
Durata: 109 minuti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti