Arma letale (1987)

Hai appena compiuto 50 anni, sei un attempato poliziotto di Los Angeles con moglie e 3 figli, ti sei comprato la barchetta perché la casa già ce l’hai, non credi nella vergine Maria ma temi la sua ira vendicativa, hai ricominciato a farti le seghe dopo 25 anni di pausa e pensi che la vita sia una lunga discesa verso l’oblio, come quando i rocker trentenni scivolano nel coma etilico e finiscono soffocati nel loro stesso vomito.

Una bella fine pensi, una fine degna di un negro che ha venduto l’anima all’uomo bianco e tutto quello che gli è rimasto del vecchio sé stesso è un adesivo sul frigorifero contro l’apartheid in sud Africa.

Bello cazzo, bello davvero.

E invece ti mettono a far da balia ad un collega matto con la passione per le pistole fredde in bocca bocchina mortacci sua.
Merda cazzo, merda di un cane maledetto.

Arma letale (1987)
buon 25 anni senza seghe!

Famosa pellicola d’azione poliziesca la polizia spara bum bum picozza e pazzesca cappellata zeppa di strunzatelle che oggi non funzionerebbero più.

Se siete alla ricerca di quel non so che tipico anni ’80 siete ben serviti, ma preparatevi ad una gustosa dose di situazioni telefonate, stereotipate e a tratti completamente fuori dalla grazia di dio (tipo l’incredibile, nel senso di non credibile, scazzottata finale); a fare da contraltare a questo scempio c’è però Mel Gibson schizzato fracico del periodo bianco, quello zeppo di coca.

Da segnalare alle autorità competenti il criminale doppiaggio italiano che in molteplici occasioni ha inserito battute omofobe, assenti in originale.

Facciamo come i froci quando arriva la buon costume. Scappiamo prima che ci si facciano con tutti i pantaloni.

VOTO:
3 picozza

Arma letale (1987) voto

Titolo originale: Lethal Weapon
Regia: Richard Donner
Anno: 1987
Durata: 109 minuti
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Don’t F**k with Cats (2019)

3 mesi dopo la venuta al mondo del sottoscritto, nel lontano e freddo Canada vedeva la luce Eric Clinton Kirk Newman, figlio di un uomo schizofrenico e una madre disturbata.
Da questo roseo quadretto cosa volete che saltasse fuori?
Un serial killer, ovviamente.

E questo documentario narra proprio le vicende che hanno portato Eric Newman prima a cambiare legalmente nome in Luka Rocco Magnotta (ignorando chiaramente l’assonanza con il mitico abbruzzese Mario Magnotta) e poi a scendere in una spirale vertiginosa: tra visite dallo psicologo e ricerche patologiche dell’attenzione, tra vendite del proprio corpo gay online (per il mio pubblico frocio-psicopatico, che so essere numeroso, segnalo che girano anche i suoi filmati porno) a smembramenti di giovani gay cinesi.

Don't F**k with Cats (2020)

Ottimo documentario diviso in 3 parti (come va di moda da un po’ di tempo vista la presenza delle piattaforme digitali come Netflix e Amazon) che tutti quelli con una passione sfrenata per il giornalismo investigativo dovrebbero vedere…
…mi correggo: tutti quelli che amano il giornalismo investigativo e che hanno la “pelle spessa” (come dicono gl’inglesi) per non farsi scoppiare il fegato di fronte a un personaggio veramente assurdo come Luka.

Come in quell’altro mezzo capolavoro che è Three Identical Strangers, qui gli indizi vengono un po’ disseminati lungo il cammino narrativo per ottenere poi l’effetto wow una volta che tutti i tasselli cadono al loro posto; una scelta che rende avvincente come un film il bistrattato genere documentario.

Ma, a parte la pienezza dell’opera e la bravura e la tenacia degli investigatori del web che hanno contribuito alla cattura di Luka, la cosa più importante che il documentario lascia giustamente venire a galla è che questa non dovrebbe essere la storia di Luka Magnotta e del suo egocentrismo patologico, finalmente soddisfatto, ma dovrebbe essere invece lo spunto per una riflessione collettiva sul voyerismo umano (una delle protagoniste lo esplicita, guardando dritto negli occhi lo spettatore accusandolo di aver appena guardato un intero documentario su un serial killer) ed anche un modo per ricordare Jun Lin, la vittima finale della follia Magnottiana; un giovane ragazzo cinese che studiava ingegneria in Canada e la cui vita è stata ingiustamente spezzata per un paio di stupidi like.

Se cercate la bio di Luka Magnotta su Wikipedia, venite reindirizzati all’articolo “L’assassinio di Jun Lin”, perché QUESTO dovrebbe essere al centro di questa vicenda.
E anch’io ho deciso di dare il mio piccolo contributo verso quest’approccio evitando di usare immagini di Luka per la recensione e mettendo invece in risalto le sue vittime innocenti, per dare loro la giusta attenzione.

Il padre di Jun, Lin Diran, che si fece un bel viaggio dalla Cina per venire al processo di Luka, scrisse e fece leggere una dichiarazione pubblica che si concludeva con le seguenti parole:

Sono venuto per sapere cosa è successo a mio figlio quella notte e me ne vado senza una risposta completa.
Sono venuto per vedere il rimorso, per sentire uno “Scusate”,  e vado via senza niente.

Che la terra ti sia lieve, Jun.

VOTO:
4 Magnotta e mezzo

Don't F**k with Cats (2020) voto

Titolo esteso: Don’t F**k with Cats: Hunting an Internet Killer
Regia: Mark Lewis
Anno: 2019
Durata: 3 episodi da 1 ora

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Nel primo mediamente divertente capitolo prodotto dall’ebreo Jason Blum avevamo lasciato l’ebrea Tree Gelbman finalmente libera dal loop temporale che non le permetteva di fottere il suo mezz’ebreo neo ragazzo Carter Davis.

In questo mediamente più divertente capitolo troviamo il vietnamita Ryan Phan finire lui stesso nel loop temporale creato dall’esperimento quantistico messo in piedi da lui, dall’indiano Samar Ghosh e dall’imprecisata lesbica Dre Morgan i quali non solo hanno creato il loop temporale di cui sopra, ma riescono poi a spedire Tree in un universo parallelo nel quale sua madre non è morta, e dajece carico, ma il suo ragazzo Carter intinge il biscotto nel pertugio vaginale della svampita Danielle Bouseman (ashkenazi?).

Seguono gag comiche volte a divertire il pubblico pagante un film che con la scusa del multiverso ci parla in realtà di un mondo multiculturale.

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma questo Happy Death Day 2U (divertente anche il titolo) riesce lì dove il predecessore cascava come un cavaliere zoppo, ovvero nel prendersi in giro non solo nella forma, ma anche nella sostanza virando verso la semi-parodia/semi-satira del genere.

Emblematici a tal proposito l’esplicitazione dei rimandi a Back to the Future 2 (che la protagonista non ha visto, riecheggiando il probabile sentimento del pubblico di riferimento) e il demenziale finale post-crediti alla Marvel.

E’ il classico film che ti guardi con gli amici quando hai tra i 16 e i 22 anni, sei pieno di esuberanza adolescenziale, la vita sembra un’autostrada gestita finalmente dallo Stato  e la morte non ha ancora messo la sua mano gelida sui tuoi miseri testicoli.

VOTO:
4 autostrade

Ancora auguri per la tua morte (2019) voto

Titolo originale: Happy Death Day 2U
Regia: Christopher Landon
Anno: 2019
Durata: 100 minuti
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Puppet Master – Il burattinaio (1989)

Nel 1939 un simpatico vecchio burattinaio impara a sue spese che non si deve mai e poi mai portare in vita un pupazzo dalle fattezze di Totò con una pergamena magica egiziana.

Tutt’al più lo si può usare come sollazzo anale mentre si guarda David Parenzo tentare di passare per giornalista vociferando frasi a caso molto velocemente facendole rimbombare nel suo naso da Shylock prima che qualcuno glielo tagli e glielo ficchi su per il culo.

Puppet Master - Il burattinaio (1989)
American History X!

Filmetto con 5 pupazzi assassini e un gruppetto di 5 psichici psicotici che ha tanto mordente quanto una vecchia pompinara senza dentiera.

Carini i piccoletti stronzetti con le loro specialità anche un po’ bizzarre (tipo la donnina che vomita sanguisughe) e per i fan delle tette, posso confermare che se ne vedono almeno 4.
Il resto è trascurabile.

VOTO:
2 Parenzo e mezzo

Puppet Master: il burattinaio (1989) voto

Titolo originale: Puppet Master
Regia: David Schmoeller
Anno: 1989
Durata: 90 minuti
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L’altro delitto (1991)

Quando si pensa a Robin Williams in un ruolo da cattivo si fa sempre riferimento a One Hour Photo o al massimo ad Insomnia eppure io che ho visto più cazzi di tua sorella mi ricordo sempre di questo film dove il nostro caro e villoso Robin interpreta uno psicologo radiato dall’albo perché zozzone sporcaccione e ridotto a farsi le pause pranzo nella cella frigorifera di un alimentari di quart’ordine in mezzo a capocce di vitelli e quarti di bue.

Cosa c’entra questo con la trama?
Poco, poco o nulla visto che è la storia di una smemorata con strani incubi irrisolti da svelare con sedute d’ipnosi regressiva e dell’investigatore privato che se la prende in casa con la speranza di riporre il suo piccolo ma voglioso baccello nell’astuccio zippato di lei, ma però invece è quel tocco di colore che m’ha stampigliato per sempre la pellicola nel cervello nonostante all’epoca non avessi piena coscienza di quanto fosse ridicolo e vetusto in certi punti.

L'altro delitto (1991)
ve lo giuro, è grosso così!

Interessante neo-noir neo-sul-culo che dalla sua può vantare tutta una serie di scelte azzeccate: grandi attori anche tra i co-primari (spassoso Wayne Knight con la zeppola), personaggi ben definiti (anche al limite del grottesco), immagini indelebili da film muto (la sigaretta fumata dalla gola è stato un marchio a fuoco da bestia di Satana) e una generale spolverata di crudo cinismo che non fa mai male.

Lo consiglio?
Certo che lo consiglio.
Lo raccomando?
Certo che lo raccomando.
Lo metto incinta?
Certo che lo metto incinta.

VOTO:
3 bestie di Satana

L'altro delitto (1991) voto

Titolo originale: Dead Again
Regia: Kenneth Branagh
Anno: 1991
Durata: 107 minuti
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Double Down (2005)

In questo film Neil Breen interpreta una versione romanzata ed esageratamente iperbolica della sua personalità egocentrico-narcisista alle prese con depressione, confusione, attacchi terroristici, corruzione e controllo globale nella splendida cornice dannata di Las Vegas che Neil Breen farà andare a zampe all’aria grazie alla sua straordinaria intelligenza che copre bioterrorismo, hackeraggio informatico e pranoterapia con la quale curerà una bambina dal cancro nei ritagli di tempo tra lo smercio di antrace e una visita al parco comunale.

Double Down (2005)
et voilà… guarita

Neil Breen e i suoi film sono entrati a pieno titolo nell’olimpo delle cacate colossali tanto inconsapevolmente brutte da risultare epiche, tipo quella famosa perla chiamata The Room.

Diventato quasi una celebrità nel circuito indie americano, il nostro genio californiano a metà strada tra un dio e un orgasmo cosmico ha sfornato 5 pellicole alla media di una ogni 3 anni; una roba di tutto rispetto se si considera che Nanni Moretti ce ne mette anche 4 o 5.

Cosa?
La qualità non è la stessa?
Vero, Neil Breen è inarrivabile.

VOTO:
1 Moretti

Double Down (2005) voto

Titolo russo: Двойной провал
Regia: Neil Breen
Anno: 2005
Durata: 93 minuti

Three Identical Strangers (2018)

Era il 1980 e i diciannovenni Edward Galland, David Kellman e Robert Shafran non avrebbero mai pensato che di lì a poco le loro vite sarebbero cambiate radicalmente, anche e soprattutto in maniera drammatica.

Di più non posso (e non voglio) dire perché questo è uno di quei film che vanno visti assolutamente senza spoilers per apprezzare appieno sia i piccoli grandi twist che gli autori hanno escogitato che la maestria con la quale li hanno preparati.

Three Identical Strangers (2018)

Fenomenale documentario che ripercorre la straordinaria ed incredibile vicenda che ha portato le vite di 3 perfetti sconosciuti ad annodarsi irrimediabilmente ed eccezionale opera cinematografica sulla natura umana e sul libero arbitrio.

Quello che a mio giudizio colpisce del film (e che è doveroso sottolineare nonostante il silenzio stampa autoimposto) è la bravura tecnica nel seminare gli indizi per poi andarli a ripescare in chiave rivelatoria nelle fasi successive del viaggio narrativo, ricreando così filmicamente quello che tematicamente viene veicolato e cioè lo spaesamento di 3 giovani americani alle prese con qualcosa più grande di loro.

Consigliato, ovviamente.
Anche per capire, se mai ce ne fosse bisogno (e tanto per rompere il cazzo spostando l’attenzione su altro rispetto alla tematica trattata), che i nazisti non sono stati l’ “eccezionale” contro cui puntare i vostri ditini accusatori-auto-assolventi, ma un qualcosa che la storia ha sempre fatto e continua a fare… anche tra le fila di chi venne particolarmente perseguitato sotto i regimi nazi-fascisti…

TA TAA TAAA!

VOTO:
4 particolarmente perseguitati sotto i regimi nazi-fascisti e mezzo

Three Identical Strangers (2018) voto

Titolo israeliano: Shlosha Za’rim Zehim
Regia: Tim Wardle
Anno: 2018
Durata: 96 minuti

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (2020)

Arlecchina biricchina bocchinara è stata mollata dal Joker e da brava piccola borghese con il miserrimo sogno della famiglia americana col giornale il cane e il caffe non riesce proprio a darsi pace.
La poverina le tenta tutte: cazzi di gomma costellati di lamette, mazze chiodate su per il culo, viaggi in Africa alla ricerca del fantomatico big bambù ma… senza un uomo lei è niente.

E però: in suo aiuto arrivano altre 4 donne con altrettanti problemi irrisolti con altrettanti uomini e formano quello che può essere considerato con magistrale raffinatezza un “drappello di zoccole”.

Birds of Prey (2020)

Il film è uscito in Italia senza divieti ai minorenni nonostante sia zeppo di parolacce, gente che si beve e droga, violenza gratuita e glorificazione del più becero provincialismo culturale.
Nel “lontano” 2002 INVECE il grandioso film di Marco Bellocchio L’ora di religione uscì col divieto sotto i 18 anni per una sola singola bestemmia pronunciata da un personaggio rinchiuso in una clinica psichiatrica che, distrutto da anni di segregazione, tenta di sfogare in quella maniera la sua enorme frustrazione per l’incomunicabilità entro cui è sempre stato rinchiuso.

PORCO DIO.

Ad ogni modo, questo filmetto che un mio amico ha giustamente definito il #meTooFilm intendendo l’affrontare un problema reale e serio come la disparità di genere a suon di meme e stronzate superficiali che non vanno minimamente a minare la struttura fondante sopra la quale è stato eretto il castello patriarcale contro cui si dovrebbero battere queste femministe da due soldi alle quali Mary Poppins sputerebbe in bocca dopo aver ferocemente sbocchinato il signor Banks per accrescere la sua carica batterica orale, questo filmetto dicevo non passa il famoso Bechdel test con il quale viene popolarmente misurato il grado di femminismo di un’opera mediatica:
1- almeno due donne
2- che parlano tra loro
3- di qualcosa che non riguardi un uomo.

E visto che tutte e 5 le stronzette protagoniste hanno un problema con i loro uomini (boss, amici, datori di lavoro…) e ne parlano continuamente tanto che la spinta a formare il gruppo viene proprio dal fare fronte comune contro i maschi cattivi che rovinano loro la vita, beh: fate vobis.

Tutto questo ovviamente cozza tremendamente col supposto intento femminista di una pellicola che è confezionata da un manipolo di venduti al sistema capitalista con l’esplicita missione di smerciare un prodotto ad una massa di depensanti che si credono femministe, ma che in realtà sono delle vucchinare di quart’ordine.

vucchinare!

VOTO:
2 vucchinari e mezzo

Birds of Prey (2020) voto

Titolo: Birds of Prey: And the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn
Regia: Cathy Yan
Anno: 2020
Durata: 109 minuti

Star Wars: l’ascesa di Skywalker (2019)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus onnipotente papagno rotto cazzo pazzo balordo barzotto. Che botte da orbi ragazzi.
Che colori matti sullo schermo che cade in testa alle vecchie storpie.
Che multinazionali del tabacco fogne a cielo aperto ci sono in questo film fantastico senza arte né parte che consiglio caldamente a chi non esiste, cioè dio.

Cosa?
Siete ancora interessati a sapere di cosa parla questo film?!
E ‘sti cazzi non ce li mettete!?!

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Io non ho parole oltre a quelle sconclusionate che ho scritto sopra.

Una pellicola piena zeppa di scene e storie che si susseguono a rotta di collo per la paura di annoiare un pubblico irrequieto di pizzichi alle gengive sanguinanti, una sequela senza capo né coda di effetti speciali e salti piroette capitomboli spade in petto ti curo io serpe di merda sono gesuccristo risorto donna mani venose perché donne uguali uomini progresso civiltà repressione e civiltà.

Niente, scusate; non ce la faccio proprio.

Porco dio i capelli down.
Trik trak e bombe a mano.

VOTO:
2 preti e mezzo

Star Wars: l'ascesa di Skywalker (2019) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker
Regia: J. J. Abrams
Anno: 2019
Durata: 142 minuti

L’ultimo terrestre (2011)

Gli alieni stanno per arrivare sulla Terra ma gli esseri umani non sembrano troppo sconvolti.
Perché?

Perché devono pensare a come arrivare a fine mese e secondo lo sceneggiatore tipico italiano questo è un buono spunto per parlare della crisi contemporanea italiana nella voragine politica in assenza di valori ed ideologie che dirigano il gregge di dio illuso dal logorio della vita moderna… o qualcosa di simile.

Ad ogni modo: il nostro protagonista si chiama Luca, è un povero asociale misogino con il volto da Picasso, il suo unico amico è un transessuale col naso da Shylock e la faccia di Luca Marinelli, lavora in una squallida sala bingo frequentata da gente squallida e non sa come dichiararsi alla vicina di casa bona.
In aiuto arriva la morte del gatto di lei e bla bla bla

L'ultimo terrestre (2011)

Primo film del fumettista Gipi di cui lessi un paio di libri nel 2008 e poi me ne dimenticai, come farò con questo film.

Non è brutto, anzi: ci sono alcune trovate interessanti, lo stile (anche se forse una punta pretenzioso) ci sta e la storia non è malvagia… ma è che proprio non me ne frega una mazza.
Cioè, io ci provo a volergli bene ma finisco col fregarmene il cazzo e passare oltre perché la vita è una sola, anche se in realtà siamo parte di un unico magma cosmico imperscrutabile e di cui non capiremo mai l’essenza dal nostro ridicolo punto di vista percettivamente ristretto come il culo di gallina…
…ma vuoi mettere la crisi contemporanea della disoccupazione in Italia?

Il finale mi ha ricordato un film che non smetto mai di consigliare, che si chiama Take Shelter e che è infinitamente meglio di questo.

VOTO:
2 magma e mezzo

L'ultimo terrestre (2011) voto

Titolo internazionale (ma chi l’ha visto?): The Last Man on Earth
Regia: Gian Alfonso Pacinotti
Anno: 2011
Durata: 100 minuti

Vogliamo i colonnelli (1973)

Cronistoria di un colpo di stato sulla falsariga dei veri colpi di stato, italiani e non, che hanno afflitto più di un decennio di storia post-bellica.

Qui vediamo messi in scena un  gruppo di scalcinati nostalgici del Duce capeggiati da un deputato della “Grande Destra” (un immaginario partito politico chiaramente ispirato alla Destra Nazionale del fascista Almirante) che tentano di prendere possesso durante un sabato notte estivo di aeroporto, televisione e presidente della Repubblica così da beccare con le braghe calate i fiacchi apparati statali… ed esplicitando allo stesso tempo le loro frustrazioni sessuali.

Ovviamente andranno poco lontano, ma quello che non ti aspetti (se sei il tipico cittadino medio) è il risvolto politico più preoccupante che non spoilero per non rovinare la sorpresa di 50 anni fa.

Vogliamo i colonnelli (1973)

Commedia degli sgangherati nel tipico stile di Monicelli ed inaspettato monito in chiave farsesca del pericolo del ritorno all’autoritarismo novecentesco che le fragili democrazie rischiano ogni giorno.

Anche se non siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, si deve comunque elogiare il ritmo, la verve comica e le interpretazioni.
I soggetti caricaturali difatti incarnano magnificamente le cancrene italiche che affliggevano all’epoca il nostro stivale e tra i vari spicca chiaramente l’attore sellerone Antonino Faà di Bruno, reso immortale dal personaggio del “Mega direttore clamoroso Duca Conte Piercarlo ingegner Semenzara”

VOTO:
4 duca clamorosi

Vogliamo i colonnelli (1973) voto

Titolo completo: Vogliamo i colonnelli: cronaca di un colpo di Stato
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1973
Durata: 98 minuti

Banana Joe (1982)

Il golem Banana Joe è un pacifico orfanello alto 2 metri e pesante un paio di quintalate che commercia banane in un indefinito paese sudamericano; ogni settimana Joe prende il suo barchino di legno e trasporta le banane del suo povero villaggio di Amantido fino alla cittadina di Limas, dove scambia il suo carico con generi di prima necessità come farina, uova e medicinali.

Il suo sogno nel cassetto sarebbe impiantare una scuola ad Amantido per i tanti bambini analfabeti del villaggio a cui lui ha contribuito personalmente sfornandone una dozzina; quello che invece arriverà sarà il turbo capitalismo, nella figura del corrotto industriale Torsillo, un impomatato mafiosetto disposto a corrompere ministri e polizia pur d’impiantare la sua moderna industria di confezionamento banane e addirittura un casinò in mezzo al primitivo villaggio di Banana Joe.

Da qui le disavventure di un enorme candido sudamericano alle prese con il logorio della vita moderna.

Banana Joe (1982)

Simpaticissima commedia tutta incentrata sui buoni sentimenti (ed alcuni argomenti populisti quali valori tradizionali, politici corrotti, froci marpioni e scuola pubblica) che rendono il film godibile, anche grazie alla verve comica del suo burbero protagonista dal cuore d’oro.

Non si tratta certo di un capolavoro e nemmeno di un gioiello della commedia all’italiana, ma a distanza di tanti anni conserva una freschezza inaspettata… perché purtroppo le ingiustizie esistono ancora e il sol dell’avvenire non è ancora arrivato.

VOTO:
3 sol dell’avvenire e mezzo

Titolo serbo: Banana Džo
Regia: Steno (Stefano Vanzina)
Anno: 1982
Durata: 96 minuti