Il prezzo della libertà (1999)

Sono gli anni ’30 americani, l’economia cerca di riprendere moto dopo la grande depressione e uno dei progetti federali di stampo socialista per risanare il mercato del lavoro è il Federal Theatre Project, un fondo di finanziamento per i lavoratori dell’industria dell’intrattenimento tradizionale che intende da un lato dare opportunità di impiego a quei cittadini che sono stati colpiti più duramente dalla recessione e dall’altro portare la gente comune a teatro, per la prima volta in vita loro.

Una delle opere teatrali finanziate dal progetto federale che più si distinguono per il loro sottotesto sedizioso è The Cradle Will Rock; una storia con dentro lavoratori, capitalisti, preti, sindacalisti, sfruttamento e ideali che verrà censurata dalla commissione parlamentare contro le attività anti-americane assieme a Revolt of the Beavers, la storia fanciullesca di una cittadina di castori lavoratori sfruttati che si rivoltano all’opulento castoro capitalista Chief.

In questo clima di forte tensione sociale e rivendicazioni lavorative, le idee socialiste e comuniste si fanno strada tra intellettuali e non caricando la società americana di una spinta rivoluzionaria che alla fine ha riportato più sconfitte che vittorie.

Il prezzo della libertà (1999)

Grande rivisitazione di un’epoca lontana nel tempo ma vicina nel contenuto, La culla dondolerà (lungi dall’essere un richiamo a La culla cadrà di Sloth) vuole ricordarci, con tutto il trambusto possibile ed immaginabile che mette in scena e che purtroppo allontana il pubblico medio troppo abituato ad un intrattenimento lineare e digeribile, la più grande verità possibile della storia umana: non si può fermare il cambiamento perché, come diceva il dottor Ian Malcolm, la vita trova sempre una strada.

Tra le innumerevoli storie di miseria e nobiltà che vengono proposte in un grande calderone volto a suscitare un sentimento più che una riflessione storiografica (ed è proprio qui che molti critici falliscono nell’interpretare correttamente un’opera come questa), vale la pena menzionare quella del ventriloquo Tommy Crickshaw, un intrattenitore che oramai vive una scissione completa dei suoi ideali tra sé e il pupazzo pel di carota che si porta sempre dietro e al quale mette in bocca le idee più scomode giocando ad una contrapposizione fittizia che trova il suo più alto indice di pietas nel canto dell’Internazionale di fronte ad uno sparuto pubblico disattento.

Molto bello, ma non per tutti, purtroppo.

VOTO:
4 Ian Malcolm

Il prezzo della libertà (1999) voto

Titolo originale: Cradle Will Rock
Regia: Tim Robbins
Anno: 1999
Durata: 132 minuti

Porco Rosso (1992)

Marco Pagot è un uomo con la testa di porco che guida un idrovolante dipinto di rosso nel periodo che sta tra la prima e la seconda guerra mondiale.

La spiegazione di come sia diventato una creatura quasi mitologica la lascio alla poetica rievocazione presente nel film; quello che invece conta spiegare è la professione di cacciatore di pirati dell’aria che Marco/Porco si è ritagliato dopo aver lasciato la Regia Aeronautica una volta che il fascismo è entrato nella sala di comando.

Una professione ed un’attitudine politica che lo hanno messo storto sia agli occhi dei pirati che a quelli del governo, ma che gli ha dato 10 punti di figaggine con tutte le donne.

Porco Rosso (1992)

Per una volta lo Studio Ghibli si mantiene il più possibile vicino alla realtà (tolto il protagonista con la testa di maiale) ambientando il loro sesto film d’animazione in un’epoca lontana nel tempo ma vicina nei risvolti politici di un’Europa comatosa alla disperata ricerca di una scossa defibrillatrice che la faccia uscire dal limbo politico-sociale-economico nel quale immancabilmente sguazzano fanatismi e sindromi dal cazzo piccolo.

Una situazione che purtroppo stiamo vivendo anche oggi e dalla quale se ne potrà uscire solo in due modi: con una sollevazione popolare verso i governi fantoccio che governano questo continente o con un inasprimento delle politiche dittatoriali già in atto.

Checché se ne dica, questo film non è un capolavoro, ma ci va veramente vicino.

VOTO:
4 defibrillatori

Porco Rosso (1992) voto

Titolo originale: Kurenai No Buta 紅の豚
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1992
Durata: 94 minuti

In viaggio con una rock star (2010)

La rockstar Aldous Snow è in evidente stato d’abbandono psico-fisico dopo il rilascio del suo tremendo album African Child, la cosa peggiore per l’Africa dopo l’Apartheid, e la rottura con la sua fidanzata storica e conseguente affido del figlio alla madre.

A rilanciare la sua dormiente carriera potrebbe essere un concerto-anniversario al Greek Theatre di Los Angeles, un’occasione più unica che rara per riallacciare i rapporti con i suoi fans e riscoprire la gioia di vivere…
l’unico problema è la sua micidiale tendenza auto-distruttiva che metterà più d’un bastone fra le ruote del povero galoppino della Pinnacle Records Aaron Green il quale è stato investito del difficile compito di trasbordare il derelitto umano da Londra, dove risiede con la madre, a Los Angeles, dove si svolgerà il concerto.

In viaggio con una rock star (2010)

Film abbastanza divertente che merita più fama di quella che gli è stata riservata.

La ben rodata formula narrativa del road movie con coppia che scoppia compie il suo dovere come un bravo soldatino mandato al massacro, la regia e la fotografia sono quasi invisibili (cosa drammatica per un film d’autore, cosa normale per un film del signor nessuno) e le musiche sono indubbiamente orecchiabili e molto spesso spassose.

Se non fosse per un’ingiustificata tendenza allo stereotipo macchiettistico (tra l’altro molto più sgradevole della bonaria eccessività di African Child), dalle etnie alle mode passando per i modi di fare di questa o quella particolare sezione demografica, uno potrebbe anche premiarlo a pieni voti.

Ma è proprio questo continuo fare due pesi e due misure, tipico di chi non si rende conto di chi e cosa lo circonda perché troppo inconsapevolmente concentrato su sé stesso e sulla sua presunta superiorità intellettuale, che va poi a minare un’opera altrimenti eccelsa sotto molti punti di vista; perché a me fa molto più schifo vedere il solito nero che parla come un negro e che si veste come un domatore da circo piuttosto che una rockstar che canta assieme a degli africani vestiti da africani.

VOTO:
3 macchie

In viaggio con una rock star (2010) voto

Titolo originale: Get Him to the Greek
Regia: Nicholas Stoller
Anno: 2010
Durata: 109 minuti

Citizenfour (2014)

Edward Snowden, dopo aver lavorato come informatico per i servizi segreti americani ed essere rimasto un po’ scioccato dall’invasione nella privacy dei cittadini di mezzo mondo, ha deciso di vuotare il sacco in presenza di un paio di giornalisti e una documentarista; questo è il resoconto visivo del loro incontro ad Hong Kong durato 4 giorni.

Era giugno 2013 e la stampa rivelava il più grande intrufolamento governativo nei nostri fatti personali mai visto al mondo; ovviamente questo non ha minimamente smosso l’opinione pubblica che, presa com’è dalle miserie quotidiane, non ha né la voglia né le competenze per immergersi in questo tipo di rivelazioni.

Le apparizioni mariane invece, data la familiarità con la materia e la minima massa cerebrale necessaria per abbracciare la fede, vanno alla grande su quasi tutti i maggiori canali televisivi italiani.

Citizenfour (2014)

Se nella recensione del film di Oliver Stone basato su questo documentario, che prendeva e rielaborava per scopi narrativi sia l’incontro con i giornalisti che il dietro le quinte della vita personale di Edward, concludevo con quest’avventato urlo di terrore verso le cospirazioni governative:

Attenti ai rettiliani ! Ci controllano la testa con le onde radio !! Copritevi con la carta stagnola !!! Elvis è vivo !!!! Fiorello è un fascista !!!!! Tua madre pure !!!!!!

Oggi che ho constatato con i miei occhi l’inevitabilità della fede in Cristo nostro redentore, non posso far altro che gettarmi in ginocchio ai piedi dei Santi chiamati a raccolta per ascoltare i lamenti dei fedeli imprigionati in questo mondo terreno fatto di poveracci che non possono alzare un dito contro l’ingiusto status quo e di governi fantoccio retti da oligarchie intellettuali dal vago sentore autistico.

Un buon film, comunque.

VOTO:
4 fantocci

Citizenfour (2014) voto

Titolo russo: Гражданин четыре
Regia: Laura Poitras
Anno: 2014
Durata: 114 minuti

Princess Mononoke (1997)

E’ la fine del 1500 in Giappone e la magia e gli spiriti che pervadono tutta la natura non sono ancora scomparsi per far posto al mondo degli uomini, qui rappresentato da una città stato specializzata in metallurgia e armi da fuoco governata da una donna risoluta e ambiziosa che ha intenzione di radere al suolo mezza foresta per far posto alle sue manie di grandezza.

In questo scontro epocale che ha poi dato immaginativamente vita al Giappone moderno, si muovono una serie di personaggi ambivalenti che perfettamente rispecchiano l’impossibilità di una riduzione manichea della realtà come invece troppe cucuzze contemporanee si ostinano a fare e pensare: Ashitaka è un giovane guerriero della tribù Emishi, uno degli ultimi prima che questo gruppo etnico fosse spazzato via dagl’imperatori giapponesi, il quale si trova esule dal suo villaggio e ramingo per via di una maledizione che gli ha penetrato il braccio dopo una battaglia furibonda con un dio cinghiale posseduto dal demone della collera visto che era stato scacciato dalle sue terre (dalla città stato di cui sopra) a suon di fucilate a pallettoni nello stomaco; a fargli da speculare contraltare c’è la giovane San, sanguigna ragazza cresciuta dai demoni lupi la quale ha giurato vendetta contro la razza umana per essersi sbarazzata di lei in tenera età; ed infine una platea di spettatori semi-impotenti composta da spiriti ancestrali che sentono vicina la fine dell’epoca magica e cercano di reagire nei modi più disparati, dalla furia cieca di un branco di cinghiali parlanti alla calma serafica di un enorme dio della foresta che dispensa bacini curativi a chiunque si appresti con cuore alla sua fonte.

Come spesso nei film giapponesi, la fine non sarà risolutiva.

Princess Mononoke (1997)

Straordinario film d’animazione che, a dispetto di quello che dice Mereghetti (noto critico cinematografico dai gusti retrogradi ed opportunisti come il suo partito di riferimento), rappresenta senza ombra di dubbio uno degli esempi massimi dello Studio Ghibli e quindi di tutta l’animazione giapponese di stampo artistico con aspirazioni poetiche.

La qualità del tratto e dell’animazione è ai massimi livelli, pare infatti che Miyazachi in persona abbia revisionato uno ad uno tutti i 144mila fotogrammi del film, e la storia, sebbene a tratti confusionaria e contraddittoria per un pubblico occidentale troppo abituato a veder rappresentati i drammi umani con personaggi che incarnano questa o quell’altra virtù come questo o quell’altro male, sempre in contrapposizione (tipico delle società monoteiste) e mai in compenetrazione (come è più proprio per una società animista), la storia dicevo riesce a catturarti dal primo all’ultimo istante.

E quello che più caratterizza positivamente la pellicola è proprio questa riluttanza nel dividere le cose in bianco e nero per abbracciare invece una più logica scala di grigi entro la quale tutti ci posizioniamo e riposizioniamo a seconda dell’argomento in questione: la città metallurgica è infatti sì capace di distruzione e disperazione, ma è anche un faro di progressismo con la buona accoglienza che dà ai reietti e gli ultimi della società (vedi le donne che nella società medievale giapponese valgono poco più dei sassi e i lebbrosi che addirittura custodiscono il segreto della forgiatura delle armi da fuoco); il giovane protagonista Ashitaka divide continuamente, sinceramente e non ambiguamente, le sue premurose attenzioni tra i due fronti della contesa, gli umani con i fucili e gli spiriti della natura con la loro magia; e lo stesso dio della foresta si rivela essere portatore sia di vita che di morte.

Ma in questo marasma di complimenti ed elogi, quello che più mi preme dirvi è il personale risultato linguistico di 9 mesi di convivenza con due spagnole: dios pelícano rey del bosque.

VOTO:
5 re del bosco

Princess Mononoke (1997) voto

Titolo italiano: Principessa Mononoke
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997
Durata: 134 minuti

The Faculty (1998)

Una piccola cittadina dell’Ohio si ritrova ad essere teatro di uno scontro alieno senza precedenti… a parte una caterva di altre pellicole nonché libri che hanno visto la luce negli ultimi 150 anni.

Ma cos’è che differenzia questa storia dalle altre?
Beh, il fatto che ribalta ampiamente tutti gli stereotipi e i topoi con cui c’hanno avviluppato il cervello con l’obiettivo di farci diventare organismi compiacenti di un unicum più ampio che chiamiamo società civile.

Scordatevi quindi la redenzione dei giovani liceali sfigati che, combattendo assieme un nemico comune esterno, trovano alla fine il buon senso dell’ordine costituito.
No, qua le cose stanno diversamente: gli sfigati abbracciano pienamente il loro essere diversi e anzi lo usano come arma contro la classe dominante, qui giustamente rappresentata dal corpo docenti e dalla polizia locale.

E a suon di maleducazione e cocaina, sì avete letto bene, gli impavidi protagonisti di questa stranissima vicenda elimineranno il grande nemico della nostra epoca, il conformismo.

The Faculty (1998)

Piacevolissima variante del genere cinematografico liceale molto in voga negli anni ’90, da Scream a Dawson’s Creek, che prende a piene mani da molto di quello che l’ha preceduta per poi gettare il tutto in un calderone un po’ caciarone e un po’ geniale.

Sia ben chiaro: non aspettatevi niente di rivoluzionario e se l’intento è quello di soverchiare la piramide sociale a suon di parodie, non ci siamo neppure; se però cercate un filmetto semplice e divertente che non si conforma al genere pur di compiacere il minimo comun denominatore, questa rimane una buona scelta.

VOTO:
3 piramidi e mezzo

The Faculty (1998) voto

Titolo venezuelano: Aulas peligrosas
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 1998
Durata: 104 minuti

La ricompensa del gatto (2002)

La giovane liceale Haru ha una cotta per un ragazzo alto e moro al quale, nella più classica tradizione giapponese, non ha mai rivolto una parola.

A sconvolgere la sua triste vita di zitella suddita dell’imperatore sole arriva però una serie di eventi assurdi scatenati dall’incontro con un principe gatto che lei aveva salvato da morte certa mentre questi attraversava distrattamente la strada.
Il principe quindi non sa leggere il semaforo, ma sa parlare e le promette gioie e ricompense nei giorni a venire.

Tra topi nell’armadio ed erba gatta nel giardino di casa, Haru riceve una tale serie di stronzate gattesche che quando infine giunge la proposta di matrimonio col principe da parte del re del Regno dei gatti, la cosa non la sconvolge più di tanto e comincia pure a farci un mezzo pensierino…

Quando però viene rapita nella notte da un treno di gatti per essere catapultata nel regno felino, Haru chiederà l’aiuto del Barone Humbert von Gikkingen, una statua di un gatto antropomorfo vestito come un lord inglese che prende vita coi primi raggi dell’alba, di Toto, un corvo di pietra che si trasforma alla maniera del barone, e di Muta, un gatto obeso e lamentoso con qualche scheletro nell’armadio.

Riusciranno i nostri eroi ad evitare il reato di zooerastia?

La ricompensa del gatto (2002)

Questa è una storia fantasticosa molto incongruente nel ricreare un mondo immaginario nel quale realtà e magia si fondono in maniera inaspettata e folle, ma non vuol dire che sia un demerito, anzi.

L’insuperabile dedalo immaginativo dei giapponesi trova qui ampio respiro nella messa in scena di situazioni e personaggi che non ti verrebbero in mente a meno che tu non abbia fumato un paio di canne o abbia passato una vita segregato in casa di un orco a fantasticare del mondo esterno e l’unica cosa quindi che gli si può rimproverare in completa sincerità è l’averti trasportato in un mondo al di là dello specchio che poco ha a che fare con le regole convenzionali a cui un pubblico generalista occidentale è abituato.

VOTO:
4 specchi

La ricompensa del gatto (2002) voto

Titolo originale: Neko no ongaeshi
Regia: Hiroyuki Morita
Anno: 2002
Durata: 75 minuti

Hotel Transylvania 2 (2015)

La figlia del caro e vecchio Dracula si sposa con un americano gentile e resta gravida del suo sperma gentile.

Da questa feconda unione nasce un bambino mezzo sangue che il nonno cercherà in tutti i modi di trasformare in vampiro prima dei suoi 5 anni; pena, una vita da contribuente statale.

Hotel Transylvania 2 (2015)

La cosa che lascia un po’ interdetti in questo marasma di situazioni autoconclusive e gag infantili è il sottile, ma non per questo meno visibile, messaggio subliminale sull’identità ebraica e la sua diluizione in un mondo interraziale e interreligioso.

Sono matto?
Stai qua a sentire.

Il cast: l’attore principale nonché produttore esecutivo (Adam Sandler) è ebreo, lo sceneggiatore è ebreo e il regista è ebreo.
La storia: un vecchio europeo conservatore non riesce a credere che suo nipote, frutto dell’amore di sua figlia con un americano di altra etnia, non abbia conservato la sua linea genealogica di sangue; e qui bisogna ricordare che secondo la tradizione giudaica, l’ “ebraicità” (illusione fantastica al pari dell’unicorno) viene passata per linea materna.
Il nonno est-europeo non vuole inoltre che la figlia abbandoni il luogo isolato nel quale si è rifugiato anni or sono per sfuggire alle centenarie persecuzioni degli “altri” per trasferirsi invece nel nuovo mondo, dove tutto sembra solare e perfetto ma dove mancano le antiche tradizioni e gli affetti familiari.

Coincidenze? Volontà? Riflessi condizionati? Subconscio?
Poco importa, perché quando si analizza un film si deve tener conto sia del messaggio e sia delle implicazioni psicologiche da cui esso scaturisce, consce o inconsce che siano.

Se a questo aggiungiamo che la morale del film non sembra essere l’accettazione del diverso se il diverso ce l’hai in famiglia, ma piuttosto l’elogio della perseveranza nel cercare un’identità etnico-religiosa che si basa su tradizioni millenarie inventate da pastori analfabeti mediorientali che tutto erano fuorché gente da cui trarre insegnamenti di sociologia, allora mi sento di scoraggiare questo pamphlet propagandistico mascherato da noiosissimo cartone animato educativo.

A quando un bel film d’animazione sull’importanza della circoncisione come pratica sanitaria?

VOTO
2 rabbini che circoncidono

Hotel Transylvania 2 (2015) voto

Titolo giapponese: Monsters Hotel 2
Regia: Genndy Tartakovsky
Anno: 2015
Durata: 89 minuti

Captain EO (1986)

Captain EO, un baldanzoso pedofilo dal sorriso ebete, viaggia per le galassie alla ricerca di carne fresca da sottomettere al suo irrefrenabile egocentrismo ma viene ahimé fermato dalla robotica regina di un grigio pianeta privo di minorenni.

Captain EO, assieme alla sua ciurma di deformità ambulanti, terrà botta agli attacchi luminosi lanciati a piene mani dalla regina monocromatica e convertirà tutti i presenti all’amore universale grazie ai suoi passetti di danza e alla sua voce d’angelo.

Captain EO (1986)

Considerato come uno dei primi film in 4D e cioè 3D con l’aggiunta di effetti pratici all’interno della sala tipo lasers, sbuffi d’aria e un cielo stellato su tutta la volta, Captain EO può essere anche preso ad esempio come una delle più costose buffonate pacchiane mai concepite dai tempi delle piramidi.

Costato 30 milioni di dollari, un vero e proprio sproposito, questo cortometraggio mette in scena una serie di ridicole situazioni interpretate con un tono talmente sopra le righe che uno potrebbe anche farcisi una retrospettiva risata sopra, se non fosse che fa cacare il cazzo.

VOTO:
2 buffone e mezza

Captain EO (1986) voto

Titolo spagnolo: Capitán EO
Regia: Francis Ford Coppola
Anno: 1986
Durata: 17 minuti

La morte può attendere (2002)

James Bond è alle prese con la Corea del nord alla quale cerca di vendere diamanti africani in cambio di armi.
Scoperto il giochetto e ucciso il corrotto colonnello Moon con il quale stava contrattando, la spia inglese mutaforma viene imprigionata nelle spaventose segrete coreane dove viene sottoposto a ogni tipo di tortura nella speranza canti il nome del contatto occidentale col quale il colonnello Moon aveva intrapreso questa malefica joint-venture alle spalle del governo centrale.

Rilasciato dopo 14 mesi con uno scambio di prigionieri e scappato dalla base americana nella quale è stato rinchiuso per accertamenti, Bond parte alla ricerca della fottutissima talpa che lo ha venduto al colonnello per calmare questa sua sete di vendetta senza fine.

Di mezzo le solite due o tre scopate a caso senza preservativo.

La morte può attendere (2002)

Boicottato sia dalla Corea del nord (per comprensibili ragioni di diffamazione globale) e dalla Corea del sud (per incomprensibili ragioni di natura sessuale e cioè un bacio on screen condotto nelle vicinanze di una statua del Buddha… dio cristo), questo budello di vacca sporca è riuscito nell’imprevedibile impresa di farmi addormentare 2 o 3 volte di seguito.

Com’è il film?
Coreani cattivi in divisa militare, cubani corrotti col sigaro in bocca, donne inglesi frigide, camerieri neri con i rasta e chi più ne ha, più ne metta; questa è la fiera madre degli stereotipi, all’anima de li mortacci vostra.

Di tutta la vicenda, l’unica nota di colore in un’altrimenti buia giornata è la notizia che nel gennaio del 2006 il regista di questo film, Lee Tamahori, è stato arrestato a Los Angeles per adescamento e prostituzione visto che, vestito da donna, ha cercato di proporre un rapporto sessuale ad un poliziotto in borghese.

VOTO:
2 poliziotti in borghese

La morte può attendere (2002) voto

Titolo originale: Die Another Day
Regia: Lee Tamahori
Anno: 2002
Durata: 133 minuti

Hotel Transylvania (2012)

Un padre non vuole rinunciare all’inevitabile fuga per fratte della giovane figlia adolescente e quindi la rinchiude in un castello fortificato in mezzo a una sperduta foresta di dannati pur di non vederla pomiciare con un altro uomo.

Niente di sconvolgentemente nuovo, direte voi; giusto, a parte la particolarità della famiglia in questione d’essere composta da vampiri centenari che gestiscono un hotel per mostri dal buon sapore remunerativo.

Hotel Transylvania (2012)

Buono, simpatico, c’è piaciuto.

Quando si parla di film d’animazione di questo tipo, e cioè blockbusters milionari doppiati da attori milionari, non mi sembra neanche il caso di stare troppo a discutere sui perché e i per come la macchina hollywoodiana difficilmente sbaglia il colpo.
Non è certo un capolavoro filosofico, ma se volete passare un bel pomeriggio in compagnia di una storia piacevole e decentemente costruita, non ne rimarrete delusi.

Se invece cercavate un porno gore rumeno, avete sbagliato strada.

VOTO:
3 Gore rumeni e mezzo

Hotel Transylvania (2012) voto

Titolo giapponese: Monster Hotel
Regia: Genndy Tartakovsky
Anno: 2012
Durata: 91 minuti

Thor: Ragnarok (2017)

Thor è alla ricerca delle Infinite Stones, breccole spaziali che danno a chi le possiede un potere infinito.

Ma a noi questo frega poco perché la ricerca di queste pietre è solo una scusa per introdurre il dio nordico dopo un paio d’anni d’assenza ingiustificata dalle scene. Un dio che ha un fratello scaltro e stronzo di nome Loki il quale, dopo aver messo loro padre, il dio Odino, in una casa di riposo, ne ha preso le sembianze per mangiare uva a più non posso.

Ma a noi questo frega poco perché il vecchio nella casa di riposo è solo una scusa per introdurre Hela, rancorosa dea della morte che si sente tradita dopo anni passati a razziare senza pietà le ricchezze d’innocenti popoli accanto al padre Odino il quale a un certo punto ha avuto un sussulto di morale salirgli dal buco del culo portando in bocca quell’acre sapore di merda chiamato “voja de sordi” che lo ha fatto smettere.

Ma a noi questo frega poco perché l’acre sapore di merda in bocca è solo una scusa per l’elite pluto-giudaica hollywoodiana per diffondere la coprofagia tra le popolazioni infantili, pubblico di riferimento di questo film, continuare a propinarci più o meno la stessa storia di supereroe che deve fermare i piani diabolici del cattivone prima che ponga fine al mondo come lo conosciamo.

E a proposito di merda: provate a cercare “coprofagia” su google images e vedrete che la maggioranza delle foto mostrano un cane.

Fatevi due conti.

Thor: Ragnarok (2017)
coprofago

Simpatica commedia a briglie ben tenute e che per questo forse soffre un po’ rispetto al film da cui trae maggiore ispirazione stilistica, ovvero Schindler’s List Guardians of the Galaxy, del quale però non sembra possedere quel quid-scalmanato in più che me lo ha fatto apprezzare maggiormente.
Il problema del film infatti è proprio questo suo essere né carne né pesce, né drammatico né violento, né lungo né corto, né rispettoso né irriverente ma semplicemente una buona centrifuga.

Non un brutto film, sia ben chiaro, ma probabilmente niente di nuovo sotto il Sole visto e considerato che ricicla modi e stili di una tonnellata di altre pellicole a loro volta neanche troppo memorabili.

VOTO:
3 Matt Damon e mezzo

Thor: Ragnarok (2017) voto

Titolo giapponese: Mighty Thor: Battle Royale
Regia: Taika Waititi
Anno: 2017
Durata: 130 minuti