Ave, Cesare! (2016)

Storia parecchio ingarbugliata di un produttore hollywoodiano dell’epoca d’oro degli studios che non riesce a rinunciare alla sua folle vita piena zeppa di personaggi eccentrici, sessualmente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro controparti filmiche per farsi quindi assumere alla Lockheed e ritrovarsi circondato da personaggi meschini, politicamente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro maschere pubbliche di perbenismo sociale.

Nel mezzo c’è un famoso attore che viene rapito da un gruppo di studio comunista composto da parecchi sceneggiatori cinematografici mentre sta girando un film su un legionario romano folgorato dalla figura del Cristo, film nel quale sono state inserite pillole subliminali da sceneggiatori sovversivi per convertire il popolo americano alla causa rivoluzionaria contro lo stato borghese.

Ave, Cesare! (2016)

Come al solito la fragranza narrativa scorre forte nelle vene dei fratelli Coen come pure la dovizia tecnica e la recitazione sopra le righe che contraddistinguono un po’ tutta la loro cinematografia più comica.

D’altra parte si respira in più punti la superficialità di un’opera che strizza l’occhio ad argomenti anche interessanti tipo i possibili protagonisti del maccartismo che si muovevano nei retroscena del carrozzone filmico americano dell’epoca mentre una sfatta umanità di fatti ripuliti alla bell’e meglio si muoveva nell’interiora dello stato borghese.

VOTO:
3 Pravda e mezzo

Ave, Cesare! (2016) voto

Titolo originale: Hail, Caesar!
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Anno: 2016
Durata: 106 minuti
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Dunkirk (2017)

Il 27 maggio 1940 quasi 400mila soldati delle forze anglo-franco-belghe si trovarono circondati dai tedeschi a Dunkerque, una cittadina di mare francese a due tiri di sputo dalle coste inglesi.
Partì quindi una colossale operazione d’evacuazione che doveva portare in salvo questa marea di soldati in vista dell’imminente temuta invasione nazista del Regno Unito, un’operazione resa difficoltosa dall’enorme massa di persone coinvolte e dalla ritrosia della corona inglese ad usare tutta la flotta per paura di ulteriori perdite a questo punto non più sopportabili.

La storia viene qui raccontata da 3 punti di vista, separati nel tempo e nello spazio: a una settimana dall’evacuazione ci sono 3 soldati sulla spiaggia di Dunkerque che le tentano tutte pur di salpare verso la salvezza, manca un giorno e 3 civili inglesi (padre, figlio e amico) partono con la loro barchetta nel tentativo di salvare quante più vite da quelle coste infernali e infine 3 piloti della RAF devono arginare i bombardamenti sulla spiaggia della Luftwaffe con un’ora di carburante nei serbatoi.

Queste storie giungeranno ad una riconciliazione narrativa e temporale proprio come le truppe alleate si ritrovarono fianco a fianco per 7 giorni un fine maggio di 77 anni fa.

Dunkirk (2017)

E’ con grande tristezza che mi tocca recensire un film come questo.

Sì, perché se da un lato queste immagini disperate, immerse nel silenzio frastornante dei fischi aerei sopra una spiaggia spumosa e aliena a cavallo di una colonna sonora angosciante come poche ed acceleratamente ripetitiva assecondando il crescendo emozional-narrativo, sono immagini di una perfezione cinematografica oramai consolidata in Nolan, dall’altra il nostro caro regista fascistoide non riesce a tenere a bada il suo animo infantile in cerca di patria sicurtà rifilando proprio in finale quella cacata del discorso di Churchill “We shall fight on the beaches”.

Se uno elimina gli ultimi 2 minuti pieni di dio, patria e famiglia, allora si ha tra le mani un gran bel film che gira in gran parte sulle spalle di un monumento tecnico audio-visivo con pochi eguali al mondo, un’opera che grande angoscia provoca nello spettatore facendolo calare nei panni di quei poveri sventurati che si trovarono a combattere una guerra voluta dai loro padri (impotenti) i quali vennero poi a riprenderseli con le loro barchette da borghesi come si fa alla fine di una festa di compleanno durante la quale i bambini hanno litigato di brutto.

Please, che qualcuno spieghi a Nolan che l’arte della sobrietà non è sinonimo di snobismo inglese.

VOTO:
4 snob e mezzo

Dunkirk (2017) voto

Titolo originale: Dunkirk
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2017
Durata: 106 minuti

Monolith (2016)

Una giovine ex cantante pop, ora ridotta a giovine madre con annesso figlio rompicazzi e marito fedifrago, s’imbarga in un viaggio della speranza a bordo d’una macchina ipertecnologica chiamata per l’appunto Monolith con l’intenzione di pizzicare il consorte con le mani nella marmellata, dove per mani si intende il cazzo e per marmellata la vagiaina, come dicono gli inglesi.

Ovviamente la cosa finisce male, con lei chiusa fuori dalla macchina mentre il bambino si cuoce dentro sotto il sole del deserto californiano.
Come tirarlo fuori?
Un ramo, le mani, un sasso, una chiave inglese, un fuoco, un crepaccio, un decreto legge?

Monolith (2016)

Interessante esperimento a basso costo, ma a buon regime intellettivo, prodotto dalla Sergio Bonelli editore (quella di Tex e Dylan Dog) e tratto dall’omonimo fumetto nonché serie TV che sembra avvalorare il vecchio adagio “donne al volante, pericolo costante”.

Con la sua ora e venti di durata e una protagonista in buona forma è veramente impossibile andar male e aggiungo: se oggi fosse il 1999 e io fossi uno sbarbatello liceale in cerca di un filmetto per passare la serata a casa di amici tra una partita ad Age of Empires II e Worms Armageddon, ecco, questa sarebbe la vhs perfetta, tipo quel film con Kurt Russel con la moglie chiusa nel baule di un’auto nel deserto che noleggiai nel 1997 in cerca di un filmetto per passare la serata a casa di amici tra una partita ad Age of Empires II e Worms Armageddon.

VOTO:
3 worm e mezzo

Monolith (2016) voto

Titolo inglese: Trapped Child
Regia: Ivan Silvestrini
Anno: 2016
Durata: 83 minuti

Terror by Night (1946) [Full Movie HD]

When the fabled Star of Rhodesia diamond is stolen on a London to Edinburgh train and the son of its owner is murdered, Sherlock Holmes must discover which of his suspicious fellow passengers is responsible.

Director: Roy William Neill Writers: Frank Gruber (screenplay), Arthur Conan Doyle (adapted from a story by) Stars: Basil Rathbone, Nigel Bruce, Alan Mowbray

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Titolo italiano: Terrore nella notte
Regia: Roy William Neill
Anno: 1946
Durata: 60 minuti

Yuppies – I giovani di successo (1986)

Credo che la frizzante commedia su 4 rampanti arrivisti nella Milano da bere dell’86 non possa meglio essere descritta se non da una delle innumerevoli fantastiche battute sciorinate come lenzuoli sporchi di sangue la mattina dopo la prima notte di nozze:

Volevo andare via dalla pazza folla.
Come in quel film degli anni ’60, Sciuscià.

Massimo Boldi

Yuppies - I giovani di successo (1986)

Ma come vuoi commentare un film che ha inquadrature tipo questa: De Sica che caca, Boldi che si fa la barba e un culo?

Non solo sono rimasto totalmente stupefatto da questa macchina ad orologeria che corre a 100 all’ora sull’autostrada del mio cuore, ma mi sono ritrovato pure ad essere rincorso da 100 cani di comicità, 100 situazioni e perle comiche tipo:
il maggiordomo negro sorridente, le ricche puttane con l’accento francese, le sigarette Chesterfield sempre in favore di camera, Jerry Calà, i salatini mancanti, le minorenni da ciulare, Cortina d’Ampezzo, le trattorie pugliesi, i flute conici, le calze nere, Jerry Calà.

Ma vi rendete conto?
Queste sono belve, bestie da palcoscenico senza pudore, cani sciolti in mezzo al pollaio.
Io ho paura, il futuro è in pericolo, fermateli, presto, ora, perché il prossimo potresti essere tu, o tu… o tu.

VOTO:
3 ricche puttane

Yuppies - I giovani di successo (1986) voto

Titolo corto: Yuppies
Regia: Carlo Vanzina
Anno: 1986
Durata: 90 minuti

Coherence – Oltre lo spazio tempo (2013)

8 amici di lunga data con più d’una tensione nascosta si riuniscono a cena la notte stessa del passaggio della cometa Miller per discutere della AS-Roma e di fisica quantistica, ma un black-out improvviso innesca una serie di eventi del tutto casuali che creano (come succede ogni istante delle nostre vite) infinite realtà corrispondenti alla determinata deviazione.

Tutto andrebbe comunque bene (dicono i fisici) fino a che, come nel famoso esperimento di Schrodinger, non si apre la scatola e le due realtà, quella col gatto morto e quella col gatto vivo, entrano istantaneamente in collisione per creare la realtà dell’osservatore.

Ovviamente nel nostro caso, essendo un film, l’amore è il gatto.

Coherence - Oltre lo spazio tempo (2013)

Fantastica pellicola low-budget… ma che dico low-budget… LOW-BUDGET tutta incentrata sull’interpretazione meccanico-quantistica della realtà intesa come l’insieme di tutte le possibilità espresse e inespresse del percorso spazio-temporale in cui esistiamo.

Vale a dire: ti ricordi quella fantastica ragazza che ti sei lasciato sfuggire come un coglione quando eri giovane, forte e coglione?
Beh, c’è un universo nel quale non solo l’hai presa in moglie ma c’hai pure fatto 7 figli deformandole irrimediabilmente il grembo per il resto della vostra misera vita.
Ecco, ora cercate d’applicare questo ragionamento al film in questione e capirete facilmente il buon livello di tensione e curiosità scientifica che può suscitare in quello spettatore che vorrà dare una chance ad intelligenti micro-pellicole come questa.

D’altra parte (siccome ci sono infiniti universi) anche se tu decidi di non vederlo, c’è un altro te che lo farà… quindi continua pure a dormire.

VOTO:
4 ketamine

Coherence - Oltre lo spazio tempo (2013) voto

Titolo originale: Coherence
Regia: James Ward Byrkit
Anno: 2013
Durata: 89 minuti

Alien: Covenant (2017)

C’era un volta la nave spaziale Covenant, un cargo interstellare zeppo di esseri umani criocongelati in attesa di essere rivitalizzati una volta giunti su un nuovo pianeta da colonizzare.
Sviga volle che un’esplosione stellare di neutrini mettesse fuori uso le vele solari della Covenant costringendo l’androide di bordo Walter a rivitalizzare l’equipaggio per effettuare le dovute riparazioni.
Nel frammentre ecco che arrivò un segnale da un pianeta abitabile nei paraggi, una voce di donna che cantava una canzone; il neo-capitano (perché il capitano originario, interpretato per circa 15 secondi da James Franco, prese fuoco nella capsula criogenica) decidette mooooooolto saggiamente di scendere per verificare… e ovviamente questo fu l’inizio della fine.

Alien: Covenant (2017)

Secondo prequel per la saga sugli alieni con le teste a cazzo e la saliva acida e buona riuscita per una scommessa apparentemente persa in partenza e che invece mi ha lasciato ben più che un cumulo di catrame in fondo al cuore, ma che dico, ben più che un cumulo di catrame alla vaniglia in fondo al cuore.

Alla fine di Prometheus c’era l’androide David e l’unica superstite umana della missione Shawn che andavano alla volta del pianeta degli ingegneri per gridare feroce vendetta e portare immenso dolore; tra un film e l’altro sembra che i piani siano leggermente cambiati e siano andati in una direzione che non rivelerò per non spoilerare i “twist” ma che viene alla mente dopo neanche una mezz’ora di film.
Ed è proprio questo senso di infantilismo narrativo vomitato in bocca allo spettatore passivo come fosse fluido popcporn caldo e denso che abbassa il tono e la soddisfazione del film quel tanto per differenziarlo dalla schiera delle pellicole col buco di culo perfetto e quelle con le ragadi.

Troppo simpatica la scena con gli androidi Walter e David che si baciano dopo aver suonato il piffero.

VOTO:
4 pifferi

Alien: Covenant (2017) voto

Titolo originale: Alien: Covenant
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Durata: 122 minuti

Le spie vengono dal semifreddo (1966)

Franco e Ciccio sono portieri di un albergo lussuoso, ma il loro grande sogno è fare le spie come 007… perché cosa c’è di meglio al mondo che uccidere gli uomini e fottersi le donne?

A seguito di una brevissima e abbastanza sconclusionata sequenza di cui ho perso il filo dopo neanche 20 secondi, i due beceri ignoranti vengono presi dal servizio segreto americano e mandati subito in missione: il loro obiettivo è il dottor Goldfoot (chiara parodia di Goldfinger), uno scienziato pazzo (interpretato da un Vincent Price come non te lo aspetti) che costruisce donne bomba (tipo nei cartoni animati con Tom & Jerry) che poi esplodono al contatto coi più importanti generali americani e russi.
Il suo scopo finale è decimare gli alti comandi delle due nazioni e permettere quindi l’ascesa della Cina quale potenza mondiale.

Le spie vengono dal semifreddo (1966)

Partiamo dal presupposto che io Franco e Ciccio li odio; di un odio profondo che nasce non dalla loro evidente cretineria e pochezza artistica, ma dall’incredibile successo in Italia di un modo di fare commedia così povero da meritare l’elemosima dai monaci buddisti.

Detto questo, anche a voler essere obiettivi qui c’è veramente poco da salvare sotto ogni possibile aspetto cinematografico.
Certo, devo ammettere che vedere Vincent Price travestito da suora è stata un’esperienza più unica che rara, ma il resto del film è veramente un’accozzaglia micidiale da far accapponare le pelle mentre si tirano fuori due o tre bestemmie coi fiocchi.
Bestemmie tipo “Madonna ladra di cuori”, “Gesù autoflagellato con il cilicio sporco”, “san Giuseppe umiliato e scotennato sulla pubblica piazza” e via dicendo.

Simpatico rivedere la por’anima di Laura Antonelli, l’attrice con la fronte tipo Piazza del popolo che, dopo aver recitato in 174 film mostrando le sue bellissime chiappe, è finita grassa, deturpata dalla chirurgia plastica, imbottita di cocaina, ma con la fede in Cristo redentore mortificato da una valanga di merda.

Gesù, redimiti ‘sto cazzo.

VOTO:
1 Gesù e mezzo

Le spie vengono dal semifreddo (1966) voto

Titolo inglese: Dr. Goldfoot & the Girl Bombs
Regia: Mario Bava
Anno: 1966
Durata: 82 minuti

Shame (2011)

Brandon non riesce ad avere rapporti umani gratificanti e conduce una vita agiata ma asettica, vuota come il suo appartamento newyorkese e priva di godimento come le sofferte scopate che si autoinfligge nella vana speranza di soffocare il mare di tristezza che lo sommerge fino al collo.
Tra una sega nel bagno a lavoro e una prostituta chiamata a casa, una video chiamata con una camgirl e una manciata d’occhiate fugaci ad una donna sposata, Brandon sembra patire le pene dell’inferno emotivo.

A complicare (o risolvere) questa triste situazione arriva senza essere invitata sua sorella (borderline) che si piazza sul divano di casa e comincia a distruggere pezzo dopo pezzo il muro isolazionista che il fratello si è costruito a fatica forse proprio come difesa da un’infanzia traumatica che saggiamente non ci viene mai svelata ma solo suggerita.
Il loro misterioso rapporto fatto di taciuti è infatti al centro della vicenda e quello che le parole non possono né vogliono dire sembra fare da fondamenta alla loro profonda e cangiante tristezza.

Shame (2011)

Malinconica pellicola sul dramma del vicolo cieco emotivo dentro il quale molti di noi si vanno a ficcare per paura d’affrontare i mostri del nostro passato e straordinarie chiappe per Michael Fassbender.

Era un po’ che mi girava per la testa di vedere questa seconda pellicola del signor McQueen, lo stesso che mi aveva precedentemente deliziato (termine un po’ fuori luogo vista l’enorme carica di sofferenza del film) con lo splendido Hunger e devo dire d’essere pienamente soddisfatto.
Le interpretazioni sono tutte eccellenti, dai personaggi principali fino alle comparse (tra cui spicca un cameriere assurdo che ruba la scena con dei modi impacciati e una parlata altalenante come se stesse continuamente per dimenticarsi le battute), e la regia ha dei modi talmente pacati che quasi si sposa alla perfezione con la crudezza di parecchie scene dal contenuto sessuale, una giustapposizione infatti che esplicita ulteriormente, se mai che ne fosse bisogno, la dicotomia sentimentale che guida le azioni di questo fratello e questa sorella dal passato misterioso e dal futuro più che incerto.

VOTO:
4 scopate spudorate e mezza

Shame (2011) voto

Titolo originale: Shame
Regia: Steve McQueen
Anno: 2011
Durata: 101 minuti

La mummia (2017)

Un soldato americano di 54 anni vive la vita alla grande: salti, zompi, fughe, fighe e tesori mediorientali da derubare con la scusa della guerra.
Insomma, questo moderno lanzichenecco sembra non abbisognare di nulla se non un consistente incasso al botteghino per permettere la continuazione dell’universo cinematografico della Universal chiamato con astuzia rinascimentale Dark Universe.

A fracassargli le palle (mosce) interviene Ahmanet che, lungi dall’essere l’ultima residenza del defunto latitante Bettino Craxi, è una principessa egiziana sepolta viva per aver ucciso padre faraone, madre faraona e fratello faraoncino. Siccome però aveva appena fatto un patto con il dio Set, la giovine pluriomicida non muore ma aspetta la sua rivincita sotto forma di mummia che, lungi dall’essere un simpatico nomignolo per Tom Cruise, è un’assetata modella algerina che succhia la linfa vitale con chilometrici baci lasciando le vittime in uno stato simile a quello degli zombie.

A tentare di fermare questa trama confusionaria entra in campo anche il dottor Jekyll che gestisce un’impresa multinazionale il cui scopo sembra essere quello di fermare/contenere/debellare i mostri che popolano questa roccia alla deriva nello spazio infinito.
vabbè, mi sono rotto il cazzo.

La mummia (2017)

La critica l’ha odiato, il pubblico l’ha abbandonato.
No, non parlo di Tom Cruise, ma di questo filmetto darkettone che giunge in lievissimissimo ritardo ai nastri di partenza per la corsa agli universi cinematografici, inaugurati e dominati dalla Marvel.

Questo buco nell’acqua certamente infantile e dal sapore di minestra riscaldata non è neanche tanto male: si lascia vedere senza troppi patemi d’animo e risulta piacevole se lo si affronta dimezzando il proprio quoziente intellettivo.
Purtroppo oggigiorno uno si aspetta qualcosa di più che qualche effetto speciale e Russell Crowe che si incazza potente cattivo manone ti sfondo ti appiccico al muro mi drogo per chetare il mister Hyde che è in me.

VOTO
2 manone

La mummia (2017) voto

Titolo originale: The Mummy
Regia: Aolex Kurtzman
Anno: 2017
Durata: 110 minuti

Bingo Bongo (1982)

Questa è la storia di uno di noi, anche lui cresciuto per caso nel Congo da una famiglia di scimmie e successivamente fatto prigioniero da un gruppo di scienziati tedeschi operanti a Milano che lo importano di straforo dentro una cassa di legno per condurre su di lui esperimenti al limite del ridicolo al fine di verificare le differenze tra uomo e animali.

Bingo Bongo scapperà quindi dall’istituto alla ricerca della dottoressa Laura, un troione tabagista totalmente inespressivo che si dichiara animalista ma che tiene un acquario sotto la televisione in salotto e ha come animale da compagnia uno scimpanzè a cui somministra sigarette Marlboro così che la produzione del film possa intascare dei bei dindini dalla compagnia di tabacco; ricevuti parecchi due di picche dalla tabagista, il nostro prode tenterà prima di tornare in Africa (fallendo) e poi si farà portavoce delle rivendicazioni di tutti gli animali del mondo che vengono sfruttati, uccisi, torturati e mutilati per i piaceri della razza umana.

Da notare: a tre quarti del film, Bingo Bongo si mangia una bistecca dopo aver succhiato avidamente le tette di una levatrice alquanto zozzona.

Bingo Bongo (1982)

Complimenti Celentano.
Davvero, complimenti.

Ci sarebbe poco da dire su questo budello di tua madre travestito da film animalista travestito da pirata, se non fosse che il regista ha firmato le sceneggiature de Il Gattopardo e Rocco e i suoi fratelli
mai come in questo caso quindi vale l’adagio: l’abito non fa il budello di tua madre travestito da pirata.

Di tutto il film l’unica cosa che a tutt’oggi mi lascia ancora qualche piacevole brivido è l’andamento musicale lamentoso su una stanza della canzone Jungla di città, cantata da Celentano stesso:

La vedo brutta per l’umanita
siamo troppi sulla terra come tappi della birra
è una follia
Ma se scoppia l’altra guerra saremo tombe nell’alta marea
perché le bombe non cambiano idea

VOTO:
2 tombe

Bingo Bongo (1982) voto

Titolo sovietico: Бинго Бонго
Regia: Pasquale Festa Campanile
Anno: 1982
Durata: 102 minuti

Demoni e dei (1998)

James Whale è nato povero inglese, a 14 anni il padre l’ha mandato a lavorare in fabbrica, a 26 ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1917 fu fatto prigioniero di guerra dei tedeschi, un’esperienza lunga un anno e mezzo resa meno drammatica dalla possibilità d’inscenare rappresentazioni teatrali all’interno del campo.
James Whale è stato anche un importante regista hollywoodiano dell’epoca d’oro; sue infatti sono opere magnifiche come Frankenstein, L’uomo invisibile e La moglie di Frankenstein.

In questo film viene raccontato, con molta fantasia, l’ultimo periodo della sua vita dopo che un infarto gli aveva mandato in tilt il cervello rendendolo progressivamente sempre meno autosufficiente; una condizione orribile e insostenibile per una mente brillante, sofisticata e ribelle come quella di Jimmy che lo porterà a cercare una soluzione ai suoi incontenibili riaffiori di memoria repressa aprendosi emotivamente al giovane ragazzo (apparentemente) simpleton che gli fa da giardiniere.
Un’imponente figura muscolare dall’animo sensibile che farà da degno esorcizzante contraltare ai mostruosi incubi di dolore, morte e amor perduto che Jimmy continua ad avere sempre più spesso.

Demoni e dei (1998)

Un film assolutamente fantastico sui pensieri negativi e quelli positivi, sulle memorie tristi e quelle felici, sull’Agathodemone e il Kakodemone che animano le nostre esistenze in un eterno (s)bilanciamento.
Un film che ha contribuito non poco all’amore che ho per il cinema quale macchina acchiappasogni e che, nonostante quindi un indubbio pregiudizio personale positivo, resta comunque un’opera della madonna da vedere e rivedere.

Se la rievocazione storica è un must per tutti i cinefili, anche chi non è uso al cinema in bianco e nero troverà pane per i suoi denti lasciandosi cullare dall’evanescente triste violino grondante amore che, come i fantasmi di James Whale, sembra filare tutto il perfetto tessuto narrativo con una maestria tale da far spesso dimenticare la macchina da presa.

Chi ha un briciolo di sentimento per il genere umano non potrà fare a meno di piangere lacrime dolciamare per un passato mai vissuto; gli altri si possono godere il miglior film con Brendan Fraser.

VOTO:
5 violini

Demoni e dei (1998) voto

Titolo originale: Gods and Monsters
Regia: Bill Condon
Anno: 1998
Durata: 105 minuti