DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Pupazzi senza gloria (2018)

In una Los Angeles situata in un universo alternativo nel quale umani e pupazzi convivono (non) pacificamente stanno avvenendo strani omicidi.

Uno ad uno, tutti gli attori componenti il cast di un famoso vecchio show televisivo, The Happytime Gang, vengono fatti fuori proprio nel momento in cui un gruzzolo di 10 milioni di dollari di diritti televisivi sta per essere equamente diviso tra gli attori ancora in vita.
L’investigatore privato Phil Phillips, radiato dal corpo di polizia con l’accusa di aver mancato di perforare con un proiettile la testa di un rapinatore armato solo perché era un pupazzo come lui, è convinto che questi reati siano collegati da un unico semplice motivo: uno dei membri del cast sta aumentando la ghiotta fetta del dividendo restringendo il numero del divisore grazie all’uso di fucili a pompa, bombe e mannaie.

Districandosi in un mare di violenza e volgarità, Phillips e la sua ex partner al commissariato, il detective Connie Edwards, faranno finalmente luce dentro il cotonato intestino buio dell’infanzia perduta.

Pupazzi senza gloria (2018)

Eccezionale revival del genere pupazzi che non poteva non prendere l’impervia strada della satira adulta e dissacrante, visti anche i tempi contemporanei fatti di pervasiva consapevolezza popolare e (benvenuta) caduta dei simulacri classici quali religione, politica rappresentativa ed istituzioni statali che per troppo tempo hanno coccolato gli orfani di padri putativi autoritari di freudiana memoria.

Ovviamente questo miscuglio calcolato a tavolino secondo tutti i crismi del genere poliziesco (oggettivamente ben riuscito) che fa del grottesco e della fase anale freudiana il suo vessillo ha scontentato un po’ tutti: sia quella parte di pubblico più stupida che non riesce a ridere dei propri difetti morali  e sia quelli più svegli e progressisti i quali però ancora non riescono a lasciarsi andare ad una sonora scorreggia tonante in ufficio per rallegrare i colleghi depressi per paura d’apparire vivi e che quindi hanno bollato il film come eccessivo ed in cerca d’attenzione.
Beh, vi sbagliate cari intellettuali da solottino; quella è vostra madre.

Se invece, come me, fate parte della crema sfavillante dell’umanità contro la quale la massa di mediocri ripudia di specchiarsi con grandissima vergogna e furiosissimo sdegno per ammorbare e infine distruggere i miei fratelli, allora troverete pane per i vostri denti.

OVVIAMENTE il film va visto in originale e non nella pietosa quanto scandalosa versione doppiata da Maccio Capatonda che snatura il senso dell’opera facendola passare da buona satira a triste macchietta, nella speranza di depotenziarne la natura destabilizzante.

VOTO:
4 Anna Pannocchia

Pupazzi senza gloria (2018) voto

Titolo originale: The Happytime Murders
Regia: Brian Henson
Anno: 2018
Durata: 91 minuti

Una promessa è una promessa (1996)

Howard Langstone vende materassi.

Ne vende così tanti e così bene che si ritrova sempre più risucchiato nel lavoro finendo inevitabilmente per trascurare la famiglia ricca, composta da moglie casalinga ricca e figlio viziatello ricco.
E questo incipit riciclato e consumato più delle scarpe di un barbone podista innesca l’ennesima stronzata di Howard, in una serie infinita di stronzate che hanno fatto calare ai minimi storici la stima che il figlio gli concede; una stronzata che funge ahinoi da fulcro per l’intera narrazione: stavolta si è scordato di comprare Turbo-Man, il pupazzo che suo figlio gli ha chiesto per Natale… e si dà il caso che questo sia il giocattolo più richiesto della storia del consumismo mondiale.

Howard quindi passa tutta la santa vigilia alla ricerca del gioco perduto trovandosi in situazioni sempre più imbarazzanti per la carriera di Arnold Schwarzenegger, persino più imbarazzante di quella volta che si scopò l’orrenda governante guatemalteca mettendola incinta.

Una promessa è una promessa (1996)
Guatemala, te amo

Commedia degli orrori scritta da Chris Columbus (Mamma, ho perso l’aereo ed Harry Potter) e diretta dallo stesso regista di Beethoven (ma dico, ve lo ricordate Beethoven?) che lascia sbigottiti per la noia estrema che riesce a far sudare allo sprovveduto spettatore che si ritrovi con l’infausta jella di sorbirsi questa cacata da manicomio.

Interpretazioni pessime, fotografia piatta, effetti speciali televisivi, ambientazione anonima del midwest e una storia così pietosa che la prenderei 15 volte a martellate sul naso; cosa volete d’altro per odiare questo film?

VOTO:
2 Beethoven

Una promessa è una promessa (1996) voto

Titolo originale: Jingle All the Way
Regia: Brian Levant
Anno: 1996
Durata: 89 minuti

Una poltrona per due (1983)

Randolph e Mortimet Duke sono due vecchi magnati della finanza creativa americana e fanno parte di quella invisibile famiglia di bianchi e ricchi affaristi della peggior specie che affamano interi popoli con una speculazione in Borsa o il pigiare di un tasto in banca.

Con la spocchia che contraddistingue loro e la gente come loro, decidono di fare una scommessa degna di Scienze Sociali all’università di Tor Vergata; una scommessa crudele che sconvolgerà per sempre la vita di due persone: Louis Winthorpe III, un giovane broker bianco al servizio dei Duke con la puzza sotto il naso che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e Billy Ray Valentine, un poveraccio nero che dalla vita ha sempre ricevuto solo schiaffi perché è nato e cresciuto in una società profondamente classista e razzista, avranno le loro vite scambiate da un giorno all’altro.
Si vedrà poi se i due diventeranno l’opposto di quello che sono confermando perciò quello che il social/comunismo va dicendo da 2 secoli e cioè che, date le circostanze sociali favorevoli, ogni essere umano tende al bene, e viceversa.

Spetterà poi a Louis, Billy Ray, Alessandro Di Battista e una puttana di nome Ophelia spuntarla sul capitalismo finanziario in questa fantastica commedia americana anni ’80 più cruda del solito.

Una poltrona per due (1983)
ma quale altra commedia si apre con un barbone letteralmente morto di freddo?

Il 9 giugno del 1980 il celebre comico americano Richard Pryor, strafatto di cocaina come non ci fosse un domani, prese una bottiglia di rum, se la versò addosso e si diede fuoco.
Col corpo ricoperto di fiamme, il nostro caro Richard uscì di casa e si fece di corsa Parthenia street in Los Angeles fino a quando non fu fermato da una pattuglia della polizia e condotto quindi in ospedale per curare ustioni di secondo e terzo grado su più della metà del corpo.

Ma a noi, che ce ne frega?
Eh beh, il fatto è che prima di quest’incredibile incidente Richard Pryor era candidato a interpretare la presente pellicola assieme al compare storico Gene Wilder e quindi, se non fosse stato per la cocaina e l’alcool, oggi non avremmo questo piccolo gioiello di film, ma ne avremmo un’altra versione.
E poi dicono che le droghe fanno male.

Ad ogni modo: questa è una storia simpaticissima, con critiche sociali non scontate ed interpretata da un bel duo affiatato composto da Eddie Murphy e Dan Aykroyd (i quali aveva già lavorato assieme durante gli anni al Saturday Night Live) e un cast di coprimari di tutto rispetto tra i quali spiccano chiaramente le tette di Jamie Lee Curtis i perfidi fratelli Duke, vera e propria reincarnazione moderna di Ebenezer Scrooge, che poi andremo a ritrovare in Il principe cerca moglie in un piccolo ma gustoso cameo.

Diventato in Italia un classicone natalizio che viene trasmesso ad ogni santa vigilia da almeno 20 anni (e del quale fino ad oggi avevo sempre perso il fantastico inizio che ritrae scene di vita quotidiana proletaria a Philadelphia), questa pellicola ha purtroppo un solo grande difetto: non va oltre il semplice ribaltamento di ruoli tra ricco e povero, evitando perciò d’approdare verso i lidi del ribaltamento societario, e si accontenta di mettere sul piedistallo del potere un nuovo re (nella fattispecie 2), meno ottuso del precedente decaduto, quando invece lo sanno tutti che i re stanno bene solo sul piedistallo della ghigliottina.

VOTO:
4 Scrooge e mezzo

Una poltrona per due (1983) voto

Titolo originale: Trading Places
Regia: John Landis
Anno: 1983
Durata: 116 minuti

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

The Jinx (2015)

Come fare fuori 3 persone e farla franca?
Semplice: basta essere ricchi, potenti e senza manie di protagonismo.
Questo è l’insegnamento che si estrapola dalla stupefacente vicenda di Robert Durst, membro reietto della potente famiglia immobiliarista dei Durst; un gruppo che da quasi un secolo risulta tra i primi 5 a Manhattan.

Kathleen McCormack Durst era la prima moglie di Robert; scomparve la notte del 31 gennaio 1982 senza lasciare traccia quando il marito dichiarò di averla lasciata alla stazione dei treni in partenza per Manhattan.
Susan Berman era una delle migliori amiche di Robert; fu uccisa nella sua casa di Los Angeles con un colpo di pistola alla nuca il 24 dicembre 2000. Robert era volato in California pochi giorni prima per poi tornare a New York il giorno stesso dell’omicidio.
Morris Black era il burbero e schivo vicino di casa di Robert durante la sua latitanza in Texas quando si travestiva da donna per sfuggire alle indagini della polizia; il suo corpo fu trovato a pezzi in buste di plastica nella baia di Galveston.

Ora, per molto ma molto ma molto meno c’è gente che viene messa in galera per anni; Robert Durst invece l’ha fatta franca fino a quando non ha voluto forzare all’inverosimile la fortuna contattando il regista Andrew Jarecki perché costui aveva appena realizzato un film sulla scomparsa della sua prima moglie, All Good Things, e chiedendogli se fosse possibile fare un’intervista in cui potesse raccontare la sua versione dei fatti.
E da questo iniziale slancio di protagonismo ne è nato un progetto documentaristico dalla portata incredibile che ha permesso l’arresto di Robert Durst per omicidio di primo grado.

The Jinx (2015)

Straordinario documentario televisivo che parte in maniera quasi tradizionale per calare poi l’asso piglia tutto alla puntata finale.

Se dal punto di vista narrativo non ci sono in realtà particolari innovazioni e su quello tecnico siamo su livelli più che accettabili, la grande forza di questo lavoro sta piuttosto nella capacità dimostrata che il cinema può modificare, in meglio, la realtà.

Se quindi il Cinema ne esce vittorioso, è la società civile a mostrare il nervo debole di un sistema piramidale che premia i potenti e bastona i subordinati: Robert Durst è infatti l’emblema di come un violento psicopatico privo delle più elementari funzioni empatiche possa farla franca quando sguinzaglia i suoi dollaroni per comprarsi la salvezza, basta che poi non insista nel farsi intervistare per un documentario.
Per la serie: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

VOTO:
3 Freedom Tower e mezzo

The Jinx (2015) voto

Titolo originale: The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst
Titolo esteso: The Jinx – La vita e le morti di Robert Durst
Regia: Andrew Jarecki
Anno: 2015
Durata: 6 episodi da 45 minuti circa

Wild Wild Country (2018)

Chandra Mohan Jain, conosciuto anche come Acharya Rajneesh, Bhagwan Shree Rajneesh e con il più recente e più famoso pseudonimo di Osho, nacque in India l’11 dicembre 1931 e mancando di pochi giorni la nascita di Gesù Cristo decise, passo dopo passo, convegno dopo convegno, meditazione dopo meditazione, esperienza traumatica dopo esperienza traumatica, elogio del capitalismo dopo elogio del capitalismo, di fondare una nuova religione chiamata tra gli intimi Sannyasanismo.
Una religione che non fosse però una religione, ma più una commistione di svariati filoni di pensiero ripiegati su loro stessi in un ignorante potpourri culturale secondo il classico stile indiano di fare un masala di ogni cosa col risultato di addormentare i sensi.

Il Sannyasa, per chi non lo sapesse, è l’ultima fase del percorso verso l’illuminazione nella filosofia indiana; la fase della rinuncia alle tentazioni terrene per cercare l’essenza spirituale delle cose e fa abbastanza ridere come questo fosse esattamente l’opposto di quello che avveniva (e avviene) tra i discepoli di questo movimento religioso il cui leader si comprò una quarantina di Rolls-Royce, un orologio da un milione di dollari, un paio di aerei privati e un guardaroba da far invidia a Platinette.
Tutto ovviamente comprato con i soldi ricavati dai beni terreni di quelli che entravano (ed entrano) nel suo Ashram e i golosi ricavati dal merchandising (libri, tazze, magliette, ciabatte) e dai corsi che a tutt’oggi la Osho International Foundation tiene in India e in giro per il mondo.

Ma in questo documentario tutto ‘sto schifo conta fino a un certo punto perché si vuole invece raccontare un periodo specifico di questa follia collettiva chiamata Osho e cioè i 4 anni di permanenza su suolo statunitense dentro un immenso e sperduto ranch nello stato dell’Oregon dove migliaia di devoti crearono una cittadina (quasi) autosufficiente, Rajneeshpuram, secondo i principi professati da questo ciarlatano dal gusto estetico di un macellaio che ha ricevuto una botta in testa, ovvero: tutti lavorano gratis (tranne il leader), nessuno possiede un cazzo (tranne il leader), tutti vivono una sessualità aperta e scevra di ogni costrutto sociale, tutti possiedono e si allenano con fucili d’assalto in caso qualcuno voglia attaccare la comunità e ogni tanto si contaminano con il virus della salmonella svariati ristoranti della contea per virare i prossimi risultati elettorali.

Un paradiso in terra insomma.

Wild Wild Country (2018)

Documentario da montagna russa che conduce abilmente lo spettatore lungo un sali scendi d’emozioni contrastanti probabilmente simili a quelle provate dagl’infantili discepoli di Osho.

Oltre al chiaro appeal dei dettagli più contrastanti come il sesso libero fiondato in mezzo ad una piccola comunità rurale americana di cristiani benpensanti o il clima da paranoia su entrambi i fronti della disputa, quello che più convince è la chiara volontà di non condannare in maniera netta la comunità di Rajneeshpuram e lasciare allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione propria su quello che poi è stato un fenomeno naturale.
Certamente infinitesimo e forse insignificante rispetto ai movimenti celesti, ma non per questo dissimile nella meccanica d’azione, di causa ed effetto.

Perché diciamocelo chiaramente: tutto questo affaccendarsi nella ricerca della verità, della giustizia, dell’illuminazione, della retta via e via dicendo non ha poi alcun senso al di fuori dell’antropocentrica percezione umana delle cose.
La spiegazione più semplice se il mondo sia giusto o sbagliato è che “giusto” o “sbagliato” sono solo costrutti umani.

Nessuno si sognerebbe mai di dire se un onda del mare sia giusta o sbagliata; un onda come un soffio di vento o un’eruzione vulcanica sono fenomeni naturali risultanti da una miriade di fattori scatenanti che hanno condotto, ciascuno con il suo piccolo contributo, alla condizione presente.
Ogni gesto o fenomeno o pensiero di ogni momento è perfetto in quanto esistente; è perfetto perché è la risultanza del percorso di minor attrito lungo la discesa spazio-temporale chiamata gravitazione e quindi non ha alcun senso parlare di giusto o sbagliato esattamente come non avrebbe senso domandarsi se il colore arancione sia giusto o sbagliato.

L’estinzione dei dinosauri?
Un meteorite.
L’estinzione dei dodo?
Il contatto con una specie predatrice superiore come gli esseri umani.
Il capitalismo americano del 20esimo secolo?
Evidentemente era il sistema vincitore date le circostanze.
Le proteste in piazza contro questo o quello?
Un’ovvia risultante delle tensioni sociali.
La violenza della guerra?
Se non lo fosse, si chiamerebbe pace.
Il WWF?
Una virata ambientalista della specie umana era telefonata.
Il cannibalismo delle tribù sudamericane?
Come poteva essere altrimenti vista l’inesistenza di bestiame d’allevamento?
Il successo planetario di Osho?
Era scontato che una serie incoerente di cialtronate in salsa new age infarcite di sesso libero e la promessa della liberazione dai dogmatismi dell’era odierna facesse presa nei cuori e nelle menti di migliaia di persone private dalle società umane contemporanee del più fondamentale dei sentimenti umani, il sentirsi amati.

VOTO:
4 dodo

Wild Wild Country (2018) voto

Titolo polacco: Bardzo dziki kraj
Regia: Maclain Way, Chapman Way
Anno: 2018
Durata: 6 episodi da 1 ora

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti

Bone Tomahawk (2015)

Alla fine del 19esimo secolo gli Stati Uniti d’America erano ancora un paese in fieri colmo di mistero e timore; un paese molto difficile da vivere e per questo popolato per buona parte dai due estremi dell’essere umano: i poveri determinati cristi che tentavano, contro ogni pronostico, di costruire qualcosa dai sassi e la polvere a disposizione e chi invece no.

Qui, a differenza dei classici film manichei coi buoni e i cattivi, vengono tralasciati gli uomini qualunque a ruoli marginali e macchiettistici (come il pianista del saloon) e sono invece narrate vicende che mettono in contrapposizione persone prese solo dal gruppo dei poveri determinati cristi: briganti nomadi che vanno avanti sgozzando viandanti appisolati sotto il Sole rovente della steppa centro americana, baffuti sceriffi ligi al dovere che cenano con una misera zuppa bollita sopra la stufa dell’ufficio, cowboy dall’egocentrismo romantico che rischiano la vita per pure formalità, infermiere stracolme di un femminismo applicato e non professato da immaginari scranni, miserabili vecchi vedovi che in mancanza di una pensione di cittadinanza sono costretti a lavorare e rischiare la pelle per due soldi e primordiali clan di bestiali nativi americani pronti a tutto pur di sopravvivere tra sterpaglia e canyons.

Ognuno di questi personaggi si ritroverà sullo stesso immaginario sentiero e dovrà adattare andamento e postura per continuare la propria camminata nella valle della morte che chiamiamo vita.

Bone Tomahawk (2015)

Meraviglioso western che riesce a mischiare orrore, dramma e commedia in un cocktail dal forte sapore artistico senza però risultare stucchevole.

Questa piccola e appassionante storia del rapimento di una donzella da parte di un gruppo di misteriosi trogloditi e dell’immediato tentativo di salvataggio da parte di quattro uomini della frontiera americana assume le connotazioni dell’epica grazie ad estenuanti trottate per le sterminate praterie americane, splendidamente sottolineate dalle classiche panoramiche in cinemascope (qui giustificatissimo, non come in Perfetti sconosciuti) e da una colonna musicale che spazia dallo sperimentalismo alla The Shining fino alla simpatica canzone sui titoli di coda.

Tra interpretazioni ai massimi livelli e una tensione narrativa spessa come l’Appennino Abruzzese, la cosa migliore del film risulta essere però l’encomiabile perseveranza nel dipingere personaggi realistici e pieni di difetti, come tutti noi, che si trovano loro malgrado alle prese con avvenimenti più grandi di loro e, di riffa e di raffa, navigando tra oscure acque rigate di sangue, tentano l’impossibile facendolo apparire semplicemente come logico.

In tre parole: capolavoro parzialmente incompreso.

VOTO:
5 bone tomahawk

Bone Tomahawk (2015) voto

Titolo giapponese: Tomahawk: Gunmen vs. Cannibal Tribe
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2015
Durata: 132 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare loro stesse” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2… e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve la darei in testa la Apple (e sto scrivendo da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Che aria tira lassù? (1994)

Jimmy Dolan fa l’assistente allenatore per una squadra di basket universitaria, una di quelle che permettono a tanti ragazzi dotati di potenti braccia rubate all’agricoltura di prendersi una borsa di studio universitaria in cambio del loro talento cestistico.

Jimmy Dolan vede per puro caso un ragazzo dall’altezza watussiana giocare da dio in un filmato di un missionario in Africa e pensa bene di andare, zaino in spalla, alla ricerca della giovane promessa del basket.

Jimmy Dolan arriva in Africa, riesce a non farsi fottere il culo e strappare il cuore dal petto nonostante giri come un idiota col cappello da baseball e la telecamera a tracolla e finisce nel villaggio dei Winabi dove fa la beneamata conoscenza:
1 – di Saleh, il ragazzo alto 27 cazzi e 52 barattoli di cui sopra.
2 – delle problematiche socio-economiche che affliggono la sua tribù.

Jimmy Dolan aiuterà i Winabi a salvare il villaggio da un brutale mafiosetto locale che vuole estrarre rame dalle loro terre, ma non farà in tempo a spargere il suo seme bianco nel continente nero.

Che aria tira lassù? (1994)

Questo è un film che già dalla copertina sembra gridare vendetta per il grado di colonialismo e razzismo che sembra propagandare… e invece no.

Perché, anche se indubbiamente dipinge la solita Africa afflitta da povertà e banditismo in attesa che l’uomo bianco la tragga in salvo, fornisce comunque lo spettatore con uno spettro morale inusitatamente ampio, considerando il genere cinematografico e il pubblico di riferimento, mostrando gli strambi usi e costumi di questi africani maschilisti e piuttosto violenti senza per far cadere un giudizio dall’alto e mettendo di traverso nella narrazione il concetto non banale che l’Africa ha i suoi cazzo di problemi anche e soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali in mano ai signorotti della guerra capitalista.

Se quindi il film non delude troppo chi ha il coraggio di dargli un paio d’ore scarse, la cosa più triste di tutta la vicenda è invece la storia di Charles Gitonga Maina, il ragazzo che ha superbamente interpretato Saleh: proveniente da una modesta famiglia piccolo borghese keniota e finito a militare, in un superbo gioco di specchi con la storia del film, in un paio di college americani grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, Saleh tentò l’azzardo passando ad una squadra greca finendo però per essere velocemente rigettato e ritrovandosi nell’impossibilità di fare ritorno in USA in mancanza di un visto.
Tornato in Africa a casa dei genitori, Charles si è ritrovato povero e senza un futuro beccandosi la tubercolosi mentre era già avviato ad un alcolismo da depressione.

Quando un giornalista di Sports Illustrated lo andò a cercare nel 2016, Charles bighellonava i bar della zona attorno casa in una periferia di Nairobi con lo stesso sorriso docile di 22 anni prima, ma con lo sguardo di chi ne ha avuto troppo dalla vita.

“Ho imparato una lezione da tutto questo?” ha detto Charles durante l’intervista.
“Trovo difficile fidarmi delle persone. Dai tutto te stesso, e loro ti spremono come un limone”.

VOTO:
3 limoni

Che aria tira lassù? (1994) voto

Titolo originale: The Air Up There
Regia: Max Apple
Anno: 1994
Durata: 107 minuti