Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro è un film straordinario diretto da Robert Zemeckis e prodotto da Steven Spielberg, due pallottole di grosso calibro che negli anni hanno sfornato grandi classici (Used cars, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e appunto la trilogia di Ritorno al futuro).

Ma di cosa parla questo film?
Parla di un ragazzo sedicenne americano di una cittadina anonima chiamata Hill Valley (vallata collinare?), alle prese con i soliti problemi che affliggevano i giovani degli anni ottanta: bullismo a scuola, difficoltà nell’apprendimento, ragazze precoci, un talento musicale inespresso e tanta voglia di una macchina 4×4 per andare a scopare in collina il sabato sera.
Il suo unico vero amico è uno scienziato pazzo, Doc Brown, il quale riesce ad inventare una macchina del tempo adattando una DeLorean DMC-12, una macchina fallimentare degli anni ’80 resa celebre anche (e sopratutto) da questa pellicola.

Marty, questo il nome del ragazzo, assiste al riuscito collaudo della macchina in un parcheggio di un centro commerciale; sfortunatamente a rompere le uova nel paniere arrivano dei terroristi libici, alla guida di un furgoncino volkswagen, armati di bazooka e incazzati neri per non essere stati pagati dal dottore in cambio del plutonio da loro procurato, un plutonio che permette il viaggio nel tempo.
Confrontatisi coi libici, Doc muore con un mitragliata in petto e Marty decide bene di scappare usando la DeLorean la quale fa il suo sporco lavoro trasportandolo nel 1955, anno in cui i suoi genitori liceali si incontrarono per la prima volta.

A questo punto Marty deve fare due cose:
1- tornare indietro nel futuro (da cui il titolo).
2- fare sì che niente disturbi l’innamoramento dei suoi genitori, pena la sua scomparsa dalla storia.

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro fu un tale successo che la Universal, studio produttore, decise immediatamente di cominciare la produzione per due altri titoli e completare così una trilogia mai pianificata in prima istanza (il finale col dottore che convince Marty a viaggiare nel futuro era solo uno scherzo, non un “cliffhanger” come poi è diventato).

Questa bomba commerciale inaspettata portò alla fama Robert Zemeckis, regista fino ad allora non di primo livello, e rese immortale una storia di fantascienza e amicizia intergenerazionale.
Purtroppo Hollywood ha da lungo tempo abbandonato il prolifico filone dei film scientifici e vagamente ribelli per abbracciare un populismo becero, sessista e nazional-socialista con solide punte capitaliste (Transformers, come al solito, su tutti).
Film come Ritorno al futuro, Gremlins, Navigator, Miracolo sull’8 strada (titolo originale *Batteries non included, tanto per dire che la religione non c’entrava un cazzo in inglese) rimangono esempi alti di come si può fare intrattenimento semplice per un pubblico vasto senza però sacrificare il messaggio e soprattutto glorificando lo sfigato, il deriso schiaffeggiato dalla vita per via dei soliti teppistelli che dopo il liceo si arruolano e vanno a sparare ai bambini Afgani mentre ascoltano Chris Brown.

Titolo originale: Back to the Future
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1985
Durata: 116 minuti

Cronos (1993)

Guillermo del Toro ha cominciato così, con un film totalmente fuori dagli schemi.
La storia non è niente di scandalosamente nuovo: un antico artefatto del mille e seicento dona eterna giovinezza a chi ne fa uso; l’oggetto cade per caso in mano ad un vecchio antiquario che non perde tempo nello sfruttarne i magici poteri.
Il problema è che il magico dono viene con un piccolo effetto collaterale: ti trasforma in un mostro assetato di sangue…immortale…che brucia alla luce del sole…sì, bravi, un vampiro.

Cronos (1993)
vampiro sottoproletario mentre pulisce i pavimenti del patronato

Cronos è un film godibile, divertente e sicuramente un buon debutto per il giovane Guillermo; certamente una pellicola non priva di difetti, ma pur sempre una novità nel panorama vampir-orrorifico.
Spaventa i più piccini e fa sorridere i più grandi.
Un film per famiglie insomma…e che cazzo volete di più?

Titolo: Cronos
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 1993
Durata: 94 minuti

Tenebre (1982)

Avete presente quei film americani nei quali un misterioso assassino fa fuori giovani vittime dopo aver letto tutti i romanzi di uno scrittore dell’orrore, scrittore al quale la polizia si rivolge nella speranza di risolvere il caso?
Ecco, Dario Argento l’ha fatto nel 1982.

Tenebre è un ottimo thriller argentiano con tutti i vari elementi che da sempre contraddistinguono la filmografia del regista pazzo di Roma: un protagonista che si ritrova nel mezzo di una sequenza orribile di omicidi e che, volente o nolente, è chiamato a risolverne il mistero; donne dallo spessore emotivo/psicologico alquanto cartaceo squartate, fatte a pezzi da mani guantate di nero (da sempre Argento presta le sue di mani nelle sequenze di omicidi); trame incongruenti con salti pindarici, ma sempre interessanti e spesso sorprendenti; movimenti di macchina fluidi ed estetizzanti e soggettive dal sapore Hitchcockiano; e alcune inquadrature molto artistiche e dal sapore pittorico.

Tenebre (1982)

Tenebre è anche e soprattutto un film che sputa in faccia alla critica benpensante, uno degli ultimi esempi di cinema autoriale che manda un messaggio oltre che pensare al botteghino: lo scrittore del film viene accusato da una giovane critica di maschilismo e violenza verso le donne perché nei suoi libri le vittime sono sempre femmine silenti in un mondo machista e rozzo; una critica che Argento avrà ricevuto spesso durante la sua carriera ed alla quale Dario ha dedicato 110 minuti di budella femminili su pareti candide come marmo michelangelesco.

Titolo: Tenebre
Regia: Dario Argento
Anno: 1982
Durata: 110 minuti

Juno (2007)

Juno è un film diretto da Jason Reitman, figlio del regista Ivan Reitman, quello di Ghostbusters.
Jason, a differenza del padre, è un regista che predilige la caratterizzazione dei personaggi ed un certo spessore emotivo degli stessi.
Juno segue questa regola ed è quindi possibile inquadrarlo come un film fatto di persone, persone con sentimenti e passioni e desideri e frustrazioni e tristezze.

Juno parla di una ragazza sedicenne americana che si ritrova incinta e confusa dopo una notte di sesso con il ragazzo più nerd della scuola.
Juno parla di una donna sterile il cui più grande desiderio è quello di avere un figlio da accudire e che spera quindi di riceverne uno in adozione.
Juno parla di un musicista deluso e i cui sogni da rockstar si sono infranti sulla parete color mostarda di una moglie precisina e androgina.
Juno è la storia di un genitore la cui figlia adolescente si ritrova in una situazione più grande di lei ed il cui unico desiderio è starle accanto, senza paternalismi o ammonimenti da vecchio testamento.
Juno è la storia di un ragazzo sfigato la cui trombamica incinta di lui fa di tutto per complicargli la situazione di padre a sorpresa.

Juno (2007)

Juno è un buon film con una colonna sonora dolce e non pretenziosa, molto acustica e poco pop.
Juno è un film che parla di un problema serio (gli USA guidano la classifica di gravidanze adolescenziali nel mondo sviluppato), ma lo fa senza perdersi in moralismi o dogmatismi.
Juno è un film rivolto ad un pubblico giovane, la cui protagonista eccentrica può fungere da specchio esplicatorio in una fase di vita che spesso fa incazzare senza saperne il motivo.

Juno potrebbe essere definito un film hipster, ma non lo è, perché non ha la puzza sotto il naso come quegli stronzi radical chic di merda.

VOTO:
4 radical chic di merda

Juno (2007) voto

Titolo: Juno
Regia: Jason Reitman
Anno: 2007
Durata: 96 minuti

I love radio rock (2009)

Questo è un film pieno zeppo di canzoni degli anni 60.
Jeff Beck, The Who, David Bowie, The beach boys, Jimi Hendrix, The Supremes, Cat Stevens, The Kinks, The turtles, The moody blues sono solo alcuni dei gruppi le cui canzoni fanno da roboante colonna sonora ad un film altrimenti fiacco che si regge quindi tutto sull’ottima musica e su un buon gruppo di attori che passano la maggior parte del tempo a rendere interessante (nel 2013) vizi quali alcool, droga e sesso prematrimoniale.

I love radio rock (2009)
i protagonisti mentre vanno al pub in segno di ribellione al sistema

Ecco allora che le due ore e passa di film si sentono molto sulla groppa del povero pubblico pagante, specialmente quando i dialoghi prendono il posto delle canzoni, ed il film stenta ad affermarsi come ottima pellicola perché putroppo si scorda qual è il vero punto di attrazione di una storia quale quella di una radio pirata su una nave al largo delle coste nord delle isole britanniche nel 1966: fare controcultura, e non invece fumarsi l’anima coi soldi della pubblicità.

Peccato, perché pezzi come Let’s dance, The wind cries Mary, Friday on my mind, Eleonore, Dancing in the streets e Father and son potrebbero (e dovrebbero) avere miglior destino.

Titolo originale: The Boat That Rocked / Pirate Radio
Regia: Richard Curtis
Anno: 2009
Durata: 135 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)

Pacific Rim (2013)

Questo film è una meraviglia.
Punto.

Guillermo del Toro ha fatto bene i compiti a casa e ci regala il primo vero film americano ad alto budget la cui principale fonte di ispirazione sono i cosiddetti Kaiju films, ovvero i film giapponesi con i mostri (vi ricordate Godzilla?).
Ovviamente l’immaginario non si ferma qui, ma va oltre con innesti fantasiosi e coloratissimi tipici della filmografia del regista messicano più ciccione che c’è e qualche sporadica caduta di stile tipo il penoso discorso del comandante militare nero prima della battaglia finale; un vero calcio sui coglioni, e per retorica e per fiacchezza (non pensavo potessi rimpiangere quello di Independence day).

Fortunatamente a salvare baracca e burattini ci sono i “robottoni”, nel loro splendore computergrafico da 190 milioni di dollari, che fanno a cazzotti con i mostri e li quartano e spezzano i due, quattro, cinque, per poi prenderle a destra e manca per 3 quarti di film.

Pacific Rim (2013)

Pacific Rim è due ore di intrattenimento come non se ne vedeva da tempi; dopo ben 3 film fascisti (Transformers), Hollywood ha prodotto un film con i mostri e i robot come cristo comanda.

L’unica tristezza è che Pacific Rim è costato 40 milioni di dollari in più di Transformers 1 ed ha incassato la metà (recuperando comunque costi di produzione e facendo il 100% di incasso netto).

Mortacci vostra.

Titolo originale: Pacific Rim
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2013
Durata: 132 minuti

Alta fedeltà (2000)

Tratto dal libro omonimo di Nick Hornby, Alta fedeltà è la storia dell’amore difficile tra un nichilista egocentrico maniaco della musica sull’orlo degli ‘anta e la sua fidanzata apparentemente perfetta, il tutto scandito da una sequela incredibile di canzoni, dagli anni sessanta al 2000 (anno di produzione del film), con un mix di attori perfettamente inseriti in una trama semplice, collaudata, eppure fresca.

La cosa che salta subito all’occhio è la scorrevolezza della storia: qui non ci si annoia; sarà per via della simpatia da cazzotto in faccia di Jack Black, sarà per il sempre stupefacente Tim Robbins, sarà per la bella Iben Hjejle (qui è la ragazza di John Cusack; nel film di Lars Von Trier The boss of it all è quella che si fa scopare sulla scrivania a pompa idraulica), sarà quello che ti pare, ma una volta iniziato è difficile stoppare il film.

Rob (il nichilista egocentrico di cui sopra) è il padrone di un negozio di vinili, non ha particolari ambizioni nella vita e sembra non voler crescere e prendere una strada (sintomatico il suo rifiuto di sposare la sua perfetta ragazza); quest’ultima decide giustamente di mollarlo e Rob finalmente comincia a fare i conti col passato incontrando tutte le ex che l’hanno lasciato col cuore infranto.
Alla fine, come volevasi dimostrare, il nichilista protagonista scoprirà che la fonte dei suoi problemi è sempre stato lui e l’unico ostacolo alla sua felicità è la voglia di farcela.

Non aspettatevi un capolavoro, non aspettatevi un dramma della gelosia in quattro parti, non aspettatevi un’introspezione sul rapporto uomo-donna; Alta fedeltà è semplicemente un ottimo film se si vuole passare un due ore di sano intrattenimento mentre si ripensa a tutte le proprie storie d’amore passate e a come sono tragicamente finite.

Titolo originale: High Fidelity
Regia: Stephen Frears
Anno: 2000
Durata: 113 minuti
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Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Robot Jox (1989)

Tra poco esce Pacific Rim; il film di Guillermo Del Toro sui combattimenti tra robottoni.
Stuart Gordon ci aveva già pensato nel 1989.

Dopo la terza guerra mondiale (atomica), i conflitti tra eserciti sono stati sostituiti da combattimenti tra robot di dimensioni da cartone animato giapponese; pilotati dall’interno come da miglior tradizione, questi lenti pezzi di latta se ne danno di santa ragione fino a che uno dei due crolla e/o muore.
Nel film in questione, l’Alaska è la posta in gioco e il pilota americano (del blocco chiamato “Market”) e il russo (della “Confederazione”) si picchiano, si insultano, si tirano pugni volanti e soprattutto danno un nuovo significato al polinomio “Guerra fredda”.

Anche se un po’ datato e poco politically correct, Robot Jox funziona ancora perché non parla solo di una guerra tra macchine, ma parla di una umanità privata dei valori fondamentali e guidata da corporazioni tecnocratiche.
Inaspettatamente, la parte migliore è proprio la battaglia tra pupazzi filmati in stop motion, mentre le ricostruzioni futuristiche distopiche fanno quel che possono col budget a disposizione.

PS: credo che abbiano girato gli esterni della città misera, grigia e cementificata a Spinaceto (Roma sud) e la cosa fa troppo ridere.

Titolo italiano: Robojox
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1989
Durata: 85 minuti

Dagon – La mutazione del male (2001)

Tratto da due racconti di H. P. Lovecraft (‘Dagon’ e ‘The Shadow Over Innsmouth’) ecco un altro filmetto di serie B molto godibile dal duo Gordon-Yuzna.

Una barca con quattro deficienti a bordo si arena su uno scoglio durante una tempesta, due di loro vanno col gommone alla ricerca di aiuto e approdano ad una cittadina popolata da gente losca e viscida.
Terribili accadimenti seguono l’incipit e non voglio svelarvi nulla perché alla fine il film merita.

Prodotto grazie agli spagnoli della “Filmax” (quelli di REC, per intenderci) tramite la sottosocietà “Fantastic Factory”, e girato in Galizia con manovalanza del luogo e numerosi attori spagnoli (tra cui Raquel Meroño, già apprezzata in Beneath still waters), Dagon è un concentrato di cazzate, risate e paura, ma non come nei moderni filoni alla Scary movie dove la risata è funzionale al sistema, no: qui la risata se la fa l’ombra demoniaca che ti senti alle spalle mentre guardi il film al buio.

Un film molto Lovecraftiano (e non è facile portare sullo schermo lo scrittore americano dell’incubo) che, nonostante i pochi mezzi a disposizione, strappa qualche spavento negli inseguimenti per le stradine della deliziosa (e inquietante) cittadina spagnola.
Insomma, se siete amanti di Yuzna-Gordon e avete letto con piacere Lovecraft, non lasciatevi sfuggire questa chicca a basso costo.

VOTO:
3 Cthulhu e mezzo

Dagon - La mutazione del male (2001) voto

Titolo originale: Dagon
Regia: Stuart Gordon
Anno: 2001
Durata: 98 minuti

Il pozzo e il pendolo (1961)

Un classico dell’orrore firmato Roger Corman.
Vincent Price interpreta Nicholas Medina, un nobile spagnolo la cui moglie è morta recentemente in circostanze misteriose; il di lei fratello arriva al castello per indagare sulla faccenda e troverà molti più misteri di quanti pensava di trovare.

Il pozzo e il pendolo, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, è una chicca del passato diretta dal re dei B-movie.
Questa è una delle sue opere più riuscite (forse la più) e nonostante l’esiguo numero di locations, praticamente poche stanze del castello e qualche esterno sulla spiaggia, qui si respira del grandioso.
Sarà Vincent Price, sarà la storia, sarà l’artificiosità teatrale degli attori che ben si addice ad un racconto ottocentesco, sarà l’anima de li mortacci vostra, Il pozzo e il pendolo rimane un ottimo film a distanza di più di 50 anni.

VOTO:
4 ultimi uomini sulla Terra

Il pozzo e il pendolo (1961) voto

Titolo originale: The Pit and the Pendulum
Regia: Roger Corman
Anno: 1961
Durata: 80 minuti