Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus:
il primo episodio (infame) di Star Wars!

Dai, quello bruttarello e noioso che anche se l’hai visto 3 o 4 volte non riesci ancora a capire che cazzo si è bevuto George Lucas per mettere in scena quel casino della Federazione del Commercio che fa l’embargo al pianeta Naboo; roba che farebbe invidia al Governo Prodi quando fece il blocco navale con l’Albania nel 1997, un evento che culminò poi col famoso speronamento della barca Katër i Radës da parte di una corvetta della marina italiana a seguito del quale morirono 81 poveracci.

Purtroppo per noi invece questa pellicola è quasi priva di morti, gravissimo per un film western quale poi Star Wars è (era?), e quelli che capitano non riescono ad avere alcuna rilevanza emotiva; tipo che quando muore Qui-Gon Jinn non me n’è fregato niente di nulla e piuttosto già pensavo a quale bestemmia scrivere in questa recensione.

Il resto della storia include roba poco interessante e coesa male: corse con bighe stellari, bambini rompicoglioni, diavoli ninja, razzismo latente, politica, il famigerato Jar Jar Binks (che secondo alcuni complottisti era destinato ad essere il mega cattivone di questa seconda trilogia prima d’essere prontamente ridimensionato dopo l’immediata ed unanime stroncatura da parte del pubblico) e poi tanta ma tanta ma tanta computer grafica.

Così tanta infatti che  forse il film è finto all’80%, e si vede.

Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999)

Non ci sono molte parole per definire uno dei più grandi mal di coglioni della storia del cinema: atteso per 16 anni, questo film non è riuscito minimamente a sgonfiare l’eccitamento di milioni di fan sfegatati (che io sfegaterei per davvero) i quali hanno fatto file chilometriche e dormito all’addiaccio per essere poi ripagati con sudicia moneta.

Molto è stato detto e forse anche troppo, vedi la famosissima video recensione di Mike Stoklasa per Red Letter Media e la sconosciuta risposta di 108 pagine che nessuno ha letto; da leggere con gusto invece è la simpatica recensione di questo Phantom Menace che a suo tempo scrisse un 27enne Eli Roth, successivamente regista di Hostel e Cabin Fever e magnifico interprete del Bear Jew in Inglourious Basterds, il quale riversò sulla tastiera una serie infinita di lamentele e insulti al film e chi l’aveva realizzato per concludere poi con una magnifica e condivisibile chiosa:

Still, Natalie Portman’s like totally hot. I kept lookin’ at my date, thinking “Man, if she was Natalie Portman that’d be so awesome. Gettin’ a B.J. from her would rule.”

VOTO:
2 Natalie Portman e mezza

Star Wars- Episodio I - La minaccia fantasma (1999) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti

Scream (1996)

La provincia americana, quella delle cittadine modello con la fontana e il giardinetto e le casette signorili a due piani fatte di legno e conformismo, è lo scenario entro cui si dipana la storia di un serial killer vestito di un drappo nero e una buffa maschera bianca da 5$ che si diverte ad ammazzare brutalmente giovani liceali bianchi così da spaventare il tipico pubblico WASP che (s)popolava i multiplex durante gli anni ’90.

In questo turbine di sangue e mistero, la polizia brancola miagola nel buio mentre gli indizi cominciano stranamente a puntare verso Neill Prescott, vedovo della defunta Maureen (la quale è stata stuprata e uccisa esattamente un anno prima) e padre di Sidney (una delle possibili future vittime del serial killer con la maschera buffa da 5$).

Tra qualche genuina risata e molto sangue finto si giungerà ad un’emozionante risoluzione  finale.

Scream (1996)

Celeberrimo film dell’orrore anni ’90 che ha contribuito notevolmente al revamp di un genere che era da qualche tempo chiuso nel cassetto dei produttori hollywoodiani e grazie al quale, dopo il successo clamoroso di questa pellicola a basso costo, si è deciso di dare il via libera ad una lunga sequela di cazzatelle (tipo So cosa hai fatto l’estate scorsa) con le quali sono stato costretto a convivere durante i difficili anni liceali.

Nonostante non sia un capolavoro (e non ambisca ad esserlo), Scary Movie, come era titolato fino a pochi mesi prima della distribuzione, è entrato di prepotenza nell’immaginario horror mondiale col suo mix riuscito di ironia e spaventi e a tutt’oggi funziona molto bene per un pubblico che vi si approcci senza spoilers e pregiudizi di sorta.

Lo sceneggiatore Kevin Williamson, che poi è lo stesso che ha creato Dawson’s Creek, non fa segreto della sua grande passione per il genere horror infilando un po’ ovunque citazioni e vere e proprie discussioni sui capisaldi del filone slasher come Halloween e Friday the 13th e questo suo approccio meta-cinematografico piazza Scream molti gradini sopra ad altri validi film con gli adolescenti denudati e squartati.

VOTO:
4 adolescenti desnudi

Scream (1996) voto

Titolo esteso pietoso: Scream – chi urla muore
Regia: Wes Craven
Anno: 1996
Durata: 111 minuti

Unico indizio la luna piena (1985)

Marty Coslaw è un ragazzino paraplegico che non si dà per vinto.
Nonostante la gente e i familiari lo chiamino stroppio, lui se ne fotte al cazzo e non si lascia né buttare giù e né compatire perché ha una cazzorrella a motore che manco un SH con la marmitta modificata.

E infatti Marty sfreccia per le stradine del paesello pacioso dove conduce la sua vita di paziente della mutua a carico dei contribuenti, ma non sospetta che di lì a poco si troverà faccia a faccia con l’anima de li mejo mortacci sua qui impersonificati da un misterioso mostro che se non fosse per il titolo italiano uno rimarrebbe anche col dubbio per una mezz’oretta buona.

Unico indizio la luna piena (1985)

La storia di un giovane handicappato alle prese con una misteriosa avventura sanguinosa è cosa nuova e buona, non se ne scappa.

Purtroppo, nonostante l’incipit interessante, gli unici veri due motivi per vedere questo film rimangono il protagonista Corey Haim (che era l’amico di Corey Feldman, entrambi finiti tra le mani dei pedofili hollywoodiani in tenera età) e la sequenza con la sorella di Marty che gira per la città alla ricerca di una persona con un occhio di meno dopo che lo stroppio ha piantato un fuoco d’artificio nella cavità oculare del mostro; una breve serie d’inquadrature inquisitorie e allo stesso tempo vulnerabili agli sguardi dei tremendi concittadini che viene accompagnata da una musichetta niente male.

VOTO:
3 Corey Feldman

Unico indizio la luna piena (1985) voto

Titolo originale: Silver Bullet
Regia: Daniel Attias
Anno: 1985
Durata: 95 minuti

Piramide di paura (1985)

Nonostante il titolo fuorviante, questa è l’ennesima incarnazione del più famoso detective privato al mondo, l’emblema dell’imprenditoria individualista e anti-sociale anglo-sassone che tra una sviolinata e una tirata d’oppio risolve casi misteriosi come fosse la Settimana Enigmistica.

In questo episodio, completamente inventato e reimmaginativo del primo incontro tra Watson e il suo datore di lavoro a cottimo senza ferie e contributi, vediamo due bricconcelli adolescenti combattere una setta egiziana devota ai sacrifici umani grazie al potere della logica, dell’immaginazione e dei soldi dei genitori borghesi.

Naturalmente lo straniero dovrà cedere il passo all’uomo bianco.

Piramide di paura (1985)

Simpatica e coinvolgente pellicola per ragazzi dal temperamento mite e dall’intelligenza briosa che però non risparmia reali (piccoli) spaventi per i puri di cuore.

Non è stato certo ricordato come uno dei miglior film su Sherlock Holmes né tantomeno come uno dei miglior film d’avventura, ma quest’improbabile misto tra Harry Potter e uno sceneggiato anni ’70 con Sandra Mondaini nei panni di Sbirulino vale comunque una visione.

VOTO:
3 Sandra Mondaini nei panni di una testa mozzata e mezza

Piramide di paura (1985) voto

Titolo originale: Young Sherlock Holmes
Regia: Barry Levison
Anno: 1985
Durata: 109 minuti

Ammazzavampiri (1985)

Charlie Brewster sta quasi per ciulare con la sua fidanzata liceale quando la sua attenzione si rivolge verso il giardino del vicino di casa dove scorge due persone portare con disinvoltura una bara in cantina.

Da lì comincia la sua personale battaglia contro tutto e tutti per dimostrare che il suo vicino è un vampiro succhia sangue; cosa che non smuove di una virgola la madre single in cerca di cazzi, il poliziotto investigatore che appare per meno di 5 minuti, la fidanzata frigida scassa minchia e l’amico col tono acuto di voce giusto per rompere un bicchiere a distanza.

L’unico aiuto possibile gli arriverà dal suo idolo: un vecchio attore di film dell’orrore in ampio declino che sbarca il lunario presentando in seconda serata vecchie pellicole dello spavento sulla tv locale.

Ammazzavampiri (1985)

Film dell’orrore grottesco e simpaticissimo che però non risparmia alcune scene parecchio adulte e difficili da comprendere per un pubblico troppo giovane: una è l’atroce morte di Evil, l’amico di Charlie che se ne va tra infiniti e mutevoli dolori mentre implora aiuto al suo carnefice, e l’altra è l’erotica danza di seduzione tra il vampiro piacione e la fidanzata frigida scassa minchia che, inquadratura dopo inquadratura, si ritrova con le mani di lui tra le cosce.

VOTO:
4 cosce

Ammazzavampiri (1985) voto

Titolo originale: Fright Night
Regia: Tom Holland
Anno: 1985
Durata: 106 minuti

Chiamami col tuo nome (2017)

Elio Perlman, un inquieto rampollo di una benestante famiglia ebrea italo-americana, trascorre le estati in una villona in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre e alla servitù… perché la vita non è vita senza un paio di servi a renderti le giornate un interminabile sequenza di noie da cui trarre ispirazione per brutte poesie o passeggiate riflessive piene di dubbi.

Ma l’estate del 1983 sarà particolare per Elio perché la trascorrerà in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre, alla servitù e ad un fascinoso studente del padre, professore di archeologia, che sconvolgerà le sue giornate fatte di brutte poesie e passeggiate riflessive aggiungendoci il pallino dell’amore per le figure maschili in ridicole pose plastiche che accomunerà padre, figlio e studente fascinoso.

A seguire, storia d’amore un po’ combattuta e parecchie panoramiche su un’Italia oramai scomparsa nel tempo saeculorum travolta dal rampantismo di soggetti che amavano la musica straniera, le Converse, le scopate in soffitta e le pesche mature, tipo i socialisti craxiani.

Chiamami col tuo nome (2017)

Pennellata d’innamoramento su tela alla modica cifra di 4 milioni di euro che va elogiata per molte cose meno che per la semi-classica storia d’amore omosessuale che invece lo ha posto all’attenzione del pubblico non troppo avvezzo ai baci gay.

Perché il fatto che il protagonista nutra o meno sentimenti per questo biondo di Riace cambia poco o nulla sulla resa narrativa e sull’impatto emotivo che riesce a suscitare (spoiler: altalenante, come le giornate estive in quel del Cremasco).
Il film infatti poteva benissimo vedere modificato il personaggio dello studentE in studentessA e tutto sarebbe rimasto più o meno com’era.
E questo è un bene perché, a mio modesto avviso, l’ossessione per la sottolineatura omoerotica non fa altro che distanziarlo dalla comune storia d’amore estivo (che poi altro non è) e che più o meno tutti hanno vissuto.
Per carità: girata bene, con pause e gusto estetico raffinato e con delle interpretazioni eccellenti, specialmente per l’attore che interpreta magistralmente l’adolescente con i dubbi sessuali, ma come impiantistica non siamo troppo distanti da Mignon è partita, pellicola gradevolissima ma che mi pare non abbia vinto l’Oscar.

Unica nota veramente eccellente è l’abbandono dell’immondo conflitto narrativo dualistico tipico della narrazione occidentale secondo cui le cose sono bianche o nere, buone o cattive; qui invece si può essere etero e gay o vittime e carnefici allo stesso tempo senza che il cervello dello spettatore scoppi in un clamoroso BUM.

VOTO:
3 craxiani e mezzo

Chiamami col tuo nome (2017) voto

Titolo originale: Call Me by Your Name
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2017
Durata: 132 minuti

Antwone Fisher (2002)

Se nasci nero, la vita è dura.
Se nasci nero e povero, la vita è ancora più dura.
Se nasci nero, povero e circondato da aguzzini che ti rendono la vita impossibile, la vita è dura come la pietra del San Michele.

Antwone Fisher, americano dai tristissimi natali, ha vissuto tutto questo (e oltre) e nonostante ciò è riuscito a trovare la sua strada: prima arruolandosi nei marines e poi finendo a fare la guardia giurata negli studi della Sony Pictures dove la sua straordinaria e infelice biografia orale, passando di bocca in bocca, è finita alle orecchie di produttori e sceneggiatori che l’hanno aiutato a portarla sul grande schermo con un film che condensa molti eventi e molte epoche attorno al pilastro narrativo centrale delle sue visite psichiatriche col tenente comandante dottor Jerome Davenport, con il quale riuscirà a scavare al fondo del suo temperamento fumantino.

Antwone Fisher (2002)

Bellissimo film, sotto tutti i punti di vista.

La difficile storia di un poveraccio (chiaramente un pochino romanzata nella messa in scena, ma assolutamente veritiera nei fatti) riesce nella difficile impresa di arrivare sullo schermo senza risultare svergognatamente smielata e nel metre ci ficca pure (purtroppo un po’ alla leggera) una pinnata di sguiscio sulla piscologia della schiavitù che, passata dai padroni agli schiavi e da questi ai lori figli, ha percolato, con la sua caratteristica violenza ed oppressione del più debole, molti aspetti delle comunità afro-americane le quali oggi vengono additate per il loro alto indice di criminalità senza tener conto dei molteplici fattori socio-economici che l’hanno portata ad essere così.

Primo ruolo sul grande schermo per il bravissimo attore protagonista, prima regia per Denzel Washington che porta a casa un ottimo risultato ed innumerevole apparizione per il mignolo stortarello di Denzel.

VOTO:
5 mignoli stortarelli

Antwone Fisher (2002) voto

Titolo originale: Antwone Fisher
Regia: Denzel Washington
Anno: 2002
Durata: 120 minuti

Princess Mononoke (1997)

E’ la fine del 1500 in Giappone e la magia e gli spiriti che pervadono tutta la natura non sono ancora scomparsi per far posto al mondo degli uomini, qui rappresentato da una città stato specializzata in metallurgia e armi da fuoco governata da una donna risoluta e ambiziosa che ha intenzione di radere al suolo mezza foresta per far posto alle sue manie di grandezza.

In questo scontro epocale che ha poi dato immaginativamente vita al Giappone moderno, si muovono una serie di personaggi ambivalenti che perfettamente rispecchiano l’impossibilità di una riduzione manichea della realtà come invece troppe cucuzze contemporanee si ostinano a fare e pensare: Ashitaka è un giovane guerriero della tribù Emishi, uno degli ultimi prima che questo gruppo etnico fosse spazzato via dagl’imperatori giapponesi, il quale si trova esule dal suo villaggio e ramingo per via di una maledizione che gli ha penetrato il braccio dopo una battaglia furibonda con un dio cinghiale posseduto dal demone della collera visto che era stato scacciato dalle sue terre (dalla città stato di cui sopra) a suon di fucilate a pallettoni nello stomaco; a fargli da speculare contraltare c’è la giovane San, sanguigna ragazza cresciuta dai demoni lupi la quale ha giurato vendetta contro la razza umana per essersi sbarazzata di lei in tenera età; ed infine una platea di spettatori semi-impotenti composta da spiriti ancestrali che sentono vicina la fine dell’epoca magica e cercano di reagire nei modi più disparati, dalla furia cieca di un branco di cinghiali parlanti alla calma serafica di un enorme dio della foresta che dispensa bacini curativi a chiunque si appresti con cuore alla sua fonte.

Come spesso nei film giapponesi, la fine non sarà risolutiva.

Princess Mononoke (1997)

Straordinario film d’animazione che, a dispetto di quello che dice Mereghetti (noto critico cinematografico dai gusti retrogradi ed opportunisti come il suo partito di riferimento), rappresenta senza ombra di dubbio uno degli esempi massimi dello Studio Ghibli e quindi di tutta l’animazione giapponese di stampo artistico con aspirazioni poetiche.

La qualità del tratto e dell’animazione è ai massimi livelli, pare infatti che Miyazachi in persona abbia revisionato uno ad uno tutti i 144mila fotogrammi del film, e la storia, sebbene a tratti confusionaria e contraddittoria per un pubblico occidentale troppo abituato a veder rappresentati i drammi umani con personaggi che incarnano questa o quell’altra virtù come questo o quell’altro male, sempre in contrapposizione (tipico delle società monoteiste) e mai in compenetrazione (come è più proprio per una società animista), la storia dicevo riesce a catturarti dal primo all’ultimo istante.

E quello che più caratterizza positivamente la pellicola è proprio questa riluttanza nel dividere le cose in bianco e nero per abbracciare invece una più logica scala di grigi entro la quale tutti ci posizioniamo e riposizioniamo a seconda dell’argomento in questione: la città metallurgica è infatti sì capace di distruzione e disperazione, ma è anche un faro di progressismo con la buona accoglienza che dà ai reietti e gli ultimi della società (vedi le donne che nella società medievale giapponese valgono poco più dei sassi e i lebbrosi che addirittura custodiscono il segreto della forgiatura delle armi da fuoco); il giovane protagonista Ashitaka divide continuamente, sinceramente e non ambiguamente, le sue premurose attenzioni tra i due fronti della contesa, gli umani con i fucili e gli spiriti della natura con la loro magia; e lo stesso dio della foresta si rivela essere portatore sia di vita che di morte.

Ma in questo marasma di complimenti ed elogi, quello che più mi preme dirvi è il personale risultato linguistico di 9 mesi di convivenza con due spagnole: dios pelícano rey del bosque.

VOTO:
5 re del bosco

Princess Mononoke (1997) voto

Titolo italiano: Principessa Mononoke
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997
Durata: 134 minuti

The Faculty (1998)

Una piccola cittadina dell’Ohio si ritrova ad essere teatro di uno scontro alieno senza precedenti… a parte una caterva di altre pellicole nonché libri che hanno visto la luce negli ultimi 150 anni.

Ma cos’è che differenzia questa storia dalle altre?
Beh, il fatto che ribalta ampiamente tutti gli stereotipi e i topoi con cui c’hanno avviluppato il cervello con l’obiettivo di farci diventare organismi compiacenti di un unicum più ampio che chiamiamo società civile.

Scordatevi quindi la redenzione dei giovani liceali sfigati che, combattendo assieme un nemico comune esterno, trovano alla fine il buon senso dell’ordine costituito.
No, qua le cose stanno diversamente: gli sfigati abbracciano pienamente il loro essere diversi e anzi lo usano come arma contro la classe dominante, qui giustamente rappresentata dal corpo docenti e dalla polizia locale.

E a suon di maleducazione e cocaina, sì avete letto bene, gli impavidi protagonisti di questa stranissima vicenda elimineranno il grande nemico della nostra epoca, il conformismo.

The Faculty (1998)

Piacevolissima variante del genere cinematografico liceale molto in voga negli anni ’90, da Scream a Dawson’s Creek, che prende a piene mani da molto di quello che l’ha preceduta per poi gettare il tutto in un calderone un po’ caciarone e un po’ geniale.

Sia ben chiaro: non aspettatevi niente di rivoluzionario e se l’intento è quello di soverchiare la piramide sociale a suon di parodie, non ci siamo neppure; se però cercate un filmetto semplice e divertente che non si conforma al genere pur di compiacere il minimo comun denominatore, questa rimane una buona scelta.

VOTO:
3 piramidi e mezzo

The Faculty (1998) voto

Titolo venezuelano: Aulas peligrosas
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 1998
Durata: 104 minuti

La ricompensa del gatto (2002)

La giovane liceale Haru ha una cotta per un ragazzo alto e moro al quale, nella più classica tradizione giapponese, non ha mai rivolto una parola.

A sconvolgere la sua triste vita di zitella suddita dell’imperatore sole arriva però una serie di eventi assurdi scatenati dall’incontro con un principe gatto che lei aveva salvato da morte certa mentre questi attraversava distrattamente la strada.
Il principe quindi non sa leggere il semaforo, ma sa parlare e le promette gioie e ricompense nei giorni a venire.

Tra topi nell’armadio ed erba gatta nel giardino di casa, Haru riceve una tale serie di stronzate gattesche che quando infine giunge la proposta di matrimonio col principe da parte del re del Regno dei gatti, la cosa non la sconvolge più di tanto e comincia pure a farci un mezzo pensierino…

Quando però viene rapita nella notte da un treno di gatti per essere catapultata nel regno felino, Haru chiederà l’aiuto del Barone Humbert von Gikkingen, una statua di un gatto antropomorfo vestito come un lord inglese che prende vita coi primi raggi dell’alba, di Toto, un corvo di pietra che si trasforma alla maniera del barone, e di Muta, un gatto obeso e lamentoso con qualche scheletro nell’armadio.

Riusciranno i nostri eroi ad evitare il reato di zooerastia?

La ricompensa del gatto (2002)

Questa è una storia fantasticosa molto incongruente nel ricreare un mondo immaginario nel quale realtà e magia si fondono in maniera inaspettata e folle, ma non vuol dire che sia un demerito, anzi.

L’insuperabile dedalo immaginativo dei giapponesi trova qui ampio respiro nella messa in scena di situazioni e personaggi che non ti verrebbero in mente a meno che tu non abbia fumato un paio di canne o abbia passato una vita segregato in casa di un orco a fantasticare del mondo esterno e l’unica cosa quindi che gli si può rimproverare in completa sincerità è l’averti trasportato in un mondo al di là dello specchio che poco ha a che fare con le regole convenzionali a cui un pubblico generalista occidentale è abituato.

VOTO:
4 specchi

La ricompensa del gatto (2002) voto

Titolo originale: Neko no ongaeshi
Regia: Hiroyuki Morita
Anno: 2002
Durata: 75 minuti

Hotel Transylvania (2012)

Un padre non vuole rinunciare all’inevitabile fuga per fratte della giovane figlia adolescente e quindi la rinchiude in un castello fortificato in mezzo a una sperduta foresta di dannati pur di non vederla pomiciare con un altro uomo.

Niente di sconvolgentemente nuovo, direte voi; giusto, a parte la particolarità della famiglia in questione d’essere composta da vampiri centenari che gestiscono un hotel per mostri dal buon sapore remunerativo.

Hotel Transylvania (2012)

Buono, simpatico, c’è piaciuto.

Quando si parla di film d’animazione di questo tipo, e cioè blockbusters milionari doppiati da attori milionari, non mi sembra neanche il caso di stare troppo a discutere sui perché e i per come la macchina hollywoodiana difficilmente sbaglia il colpo.
Non è certo un capolavoro filosofico, ma se volete passare un bel pomeriggio in compagnia di una storia piacevole e decentemente costruita, non ne rimarrete delusi.

Se invece cercavate un porno gore rumeno, avete sbagliato strada.

VOTO:
3 Gore rumeni e mezzo

Hotel Transylvania (2012) voto

Titolo giapponese: Monster Hotel
Regia: Genndy Tartakovsky
Anno: 2012
Durata: 91 minuti

Spider-Man Homecoming (2017)

Peter vuole tanto ciularsi una compagna di scuola… ma è timido, un po’ nerd e ha un amico ciccio bombo cannoniere col quale si diverte a costruire i modellini della Lego Star Wars©.

Nel frattempo un padre di famiglia a capo di una grande impresa di pulizie perde il contratto di ripulitura di New York a favore della famosa Stark Industries che è super ammanicata col governo visto ogni 2 per 3 Tony Stark e gli altri Avengers reggono le mutande al politico di turno; l’unica cosa che gli rimane da fare quindi è quella di passare al lato oscuro della forza infilandosi un costume tecnologico che lo fa volare come un falco di 450 kg.

Non dimentichiamoci inoltre che questo film ha un bassissimo contenuto di  colesterolo e un altissimo contenuto di persone non bianche, in ruoli marginali.

Spider-Man Homecoming (2017)

La cosa che più mi fa stranire, nel contesto di un film indubbiamente buono e godibile da ampie fasce di pubblico, è la palese contraddizione d’avere un personaggio giovane e inesperto che “aspira a” e “agisce per” diventare un adulto responsabile come il maestro di turno che la storia gli para di fronte mentre quasi tutte le singole scene della stessa storia fanno di tutto per ingraziarsi la massa pubescente di internauti che si snapchattano il cazzetto con due orecchie da coniglio per mandarlo alla compagna di classe che ha cominciato a sviluppare un lieve accenno di tette.

E’ questo continuo ammiccamento ad una presunta (e tra l’altro comoda all’establishment di comando) incosciente stupidità dei giovani ritratti nei mass-media convenzionali che non mi va giù: perché mannaggia tua madre, gli esseri umani non sono frullatori che si attivano con un bottone, ma sono esseri biologici ai quali serve tempo e transizioni per passare da infima creatura sbrodolona a vincitore del premio nobel.

E una cosa è certa: se continui a trattare gli idioti come idioti, molto difficilmente cominceranno a mettere in dubbio la realtà come la concepiamo e far avanzare quindi il genere umano verso un livello più alto di consapevolezza, cioè quello socratico di non sapere un cazzo.

VOTO:
4 Socrate in vacanza

Spider-Man Homecoming (2017) voto

Titolo originale: Spider-man Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Durata: 133 minuti
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