La mia vita da Zucchina (2016)

Icare è un bambino solo soletto che passa tutto il giorno a scarabocchiare sui muri di casa mentre la madre s’imbottisce di alcolici per dimenticare l’abbandono del tetto coniugale del marito.
Un bel giorno Icare, per sfuggire alle sfuriate della terribile genitrice, le chiude la botola della soffitta in testa facendola quindi precipitare a terra e provocandole una leggerissima frattura del collo.

Questo simpatico episodio apre le porte dell’orfanotrofio per Icare (che vuole farsi chiamare Courgette) e la prospettiva di una vita miserevole sulle spalle dei contribuenti francesi i quali si sa hanno una particolare repulsione per i giovani homo sapiens, maledettissime piccole scimmie antropomorfe buone solo a far legna per i rigidi inverni della ragione mentre io mi crogiolo nell’ipotermia sottocutanea della possessione demoniaca frantumata sulle gengive dei testimoni dello scempio scenico scemunito scisso scelleratamente in mille bolle di champagne.

La mia vita da Zucchina (2016)

Bella prova per il cinema d’animazione in stop motion (o passo uno che dir si voglia); meno bella prova per una sceneggiatura certamente carina ma un po’ semplicistica per un pubblico sopra i 10 anni.

Questa tenera storia d’amore ritrovato quando meno te l’aspetti gioverà sicuramente a tutti gli orfani del mondo che parlano francese e si trovano in località dotate d’impianti elettrici a cui attaccare gli schermi dai quali suggere cotanta paziente abilità manuale; per il restante 99% dell’umanità forse è meglio l’accesso all’acqua potabile.

VOTO:
3 nasoni e mezzo

La mia vita da Zucchina (2016) voto

Titolo originale: Ma vie de Courgette
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Durata: 66 minuti

I Am Not a Serial Killer (2016)

In una piccola cittadina del midwest americano, stanno accadendo misteriosi ed efferati omicidi; senza un motivo apparente, le più disparate tipologie di persone vengono ritrovate squartate e con un organo mancante: un rene, i polmoni, un braccio…

Perché tutto questo?
A rispondere a questa cruciale domanda entra in scena un adolescente sociopatico con la strana fissazione d’essere sulla buona strada della tramutazione in serial killer.
E dico io: quale miglior persona per investigare una serie di brutali omicidi se non un minorenne disturbato?

I Am Not a Serial Killer (2016)

 

Interessantissima pellicola micro-budget che ovviamente da noi non si è vista manco per la cima del cazzo e che invece avrebbe meritato miglior sorte che finire quasi direttamente sulle piattaforme on-demand, manco fosse una puttana vietnamita da 4 soldi.

Gl interpreti sono tutti molto bravi e l’ambientazione, girata con un bel 16mm degno d’altri tempi, contribuisce non poco al deserto emotivo del protagonista.
Tra l’altro, interessantissima e probabilmente vero centro focale dell’opera è la contrapposizione tra il ragazzino sociopatico e l’alieno pieno d’amore.

E con questa vi ho spoilerato il finale.
Odiatemi.

VOTO:
4 alieni

I Am Not a Serial Killer (2016) voto

Titolo originale: I Am Not a Serial Killer
Regia: Billy O’Brien
Anno: 2016
Durata: 104 minuti

Moonlight (2016)

Chiron è americano.
Chiorn è nero.
Chiron è povero.
Chiron è gracile.
Chiron non ha amici.
Chiron non ha padre.
Chiron ha la madre tossica.
Chiron è frocio.

Moonlight (2016)
Chiron ha una sedia

Con queste tremende premesse da film acchiappa-premi, il giovine protagonista di questa mirabile e toccante pellicola ci accompagna lungo un travagliato percorso di scoperta e accettazione sessuale difficile da ignorare, anche per un pubblico distratto.

Diviso equipollentemente in 3 capitoli disgiunti nell’esecuzione (e per una scelta fotografica ben distinta e per un’evoluzione nell’atteggiamento di Chiron verso il mondo), ma uniti tematicamente dallo spirito introverso dello stesso, il film si distingue anche e soprattutto per essere un’opera che tratta l’omosessualità di un nero con la stessa dolcezza un po’ amara con cui è stata già trattata da almeno 20 anni quella dei bianchi.

Troppo tardi, dice qualcuno?
Non è mai troppo tardi, dice il pragmatico.

VOTO:
4 pragmatiche

Moonlight (2016) voto

Titolo originale: Moonlight
Regia: Barry Jenkins
Anno: 2016
Durata: 111 minuti

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (2016)

Jacob Portman è un adolescente come tanti: qualche insicurezza, tanta voglia di scoprire il mondo e un nonno morto nel bosco con gli occhi cavati.
La ricerca del mandante (fisico e morale) di questo strano delitto tutta volta ad uscire dal vortice di depressione in cui Jacob è finito condurrà il giovine in quel del Galles, terra fredda e infame su cui sorge l’orfanotrofio in cui il nonno soggiornò quando aveva ancora la faccia sbarbina.

Quello che il nostro investigatore improvvisato non si aspetta però è di trovarvi una masnada di pubescenti dotati di straordinari poteri e non, come potrebbe suggerire il titolo, una triste serie di giovani handicappati.

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (2016)

Simpatica commedia sul sempre delicato passaggio alla fase adulta tratta da un omonimo libro dark composto di vere fotografie d’epoca opportunamente selezionate per la loro particolarità e collegate l’una all’altra da una storia bizzarra come piace al vecchio Burton.

Non è certo un capolavoro e in alcuni frangenti si accusa il colpo, ma il carrozzone tutto sommato fila bene e la più o meno volontaria comicità degli eventi si lascia amare quel tanto che basta per non distrarsi e fantasticare tristemente sull’insensatezza dell’esistenza.

Voto:
3 montagne d’occhi e mezza

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (2016) voto

Titolo originale: Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children
Regia: Tim Burton
Anno:2016
Durata: 127 minuti

Captain Fantastic (2016)

Abbiamo visto il film con Viggo Mortensen hipster vedovo nudo.

Si parla di:
Siri e Kaptèin Fantastìk, Matt Ross frocio nel bagno, Trama, Film anticapitalisti girati con telecamere di plastica, Amish e motori / gioie e dolori, Prime impressioni, Regista hipster, Incongruenti coerenze filmiche, una differente Filosofia di vita, un colpo al Cerchio e una alla Botte, Fotografia, Prove attoriali e peni attoriali, Bambini bravi bravi, Pubblico di riferimento, Votazioni, un Segreto incoffessabile, cosa abbiamo fatto l’Estate scorsa, QwErTy e 10 minuti di Applausi.

Titolo originale: Captain Fantastic
Regia: Matt Ross
Anno: 2016
Durata: 118 minuti

The Weather Underground (2002)

Breve percorso ricapitolativo sulla breve ma intensa storia del gruppo rivoluzionario marxista-leninista anni ’60/’70 conosciuto come “The Weathermen”, fazione (o sarebbe meglio chiamare “setta” per la sua natura segreta ed esclusiva) parecchio violenta e certamente bombarola distaccatasi senza poche contestazioni dal movimento studentesco americano SDS (Student for a Democratic Society) dell’università del Michigan.
Questi scalmanati con poca o punta cultura in testa e parecchia droga nelle vene (come si evince chiaramente dai discorsi pressapochisti e dalle interviste tra il circense e le sbattute di piedi adolescenziali rilasciate ai vari giornalisti durante quegli anni caldi) pensavano molto male che, siccome il loro governo usava violenza e morte verso popolazioni tipo quella vietnamita del nord o quella laotiana e opprimeva sistematicamente la minoranza nera statunitense, allora loro erano giustificati a portare la violenza in casa sotto forma di dinamite, non a caso il loro slogan era “Bring the War Home”.

Dopo qualche anno di clandestinità, una prolifica attività di detonaggio verso questo o quel luogo simbolo del potere (banche, statue, edifici governativi) ed il loro avvicinamento alla fase adulta (avere 30 anni e i figli a carico), i Metereologi alla macchia si sono infine consegnati uno ad uno alle autorità e, scampata la galera per i metodi illegali con cui l’FBI aveva raccolto molte prove a loro carico, sono poi tutti rientrati perfettamente nel sistema dal quale in realtà non si erano mai veramente distaccati, chi insegnando all’università e chi aprendosi un bar a New York.

Perché solo i veri coglioni proletari (che questi parolai dal grilletto facile pensavano di difendere) si fanno il culo una vita intera e alla fine rimangono a servire panini al fast food con la paga minima.

Se va bene.

The Weather Underground (2002)

Grossa delusione per un documentario che volevo vedere da oramai 5 anni; da quando cioè, molto distrattamente, mi era stato consigliato dal professore di film documentario alla scuola cinematografica indiana dove ho studiato, da vero privilegiato quale sono rispetto al carico di dolore e miseria che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale porta in groppa silenziosamente ogni giorno.

A differenza però di questi sedicenti rivoluzionari con le famiglie ricche io ho imparato ben presto che l’unica cosa di cui si può esser certi (e solo nell’esatto momento in cui la si pronuncia) è la propria opinione; tanto meno è lecito professarsi leader della classe operaia perché si è letto una decina di libri scritti da altrettanti privilegiati bianchi europei (tanto per usare la stessa medicina di pretesa diversità culturale di cui si riempiono la bocca senza averne ben chiaro il vero motivo).

L’unico di questi adolescenti cresciuti tardi ad essersi reso conto della ridicola situazione pericolosa nella quale hanno allegramente sguazzato per una decina d’anni è quello che alla fine si è aperto un bar a New York, dimostrando anche nella pratica la sua pragmaticità e il suo materialismo, il quale ha perfettamente colto la fondamentale fallacia di tutti quelli che giungono per una via e per l’altra all’infantile convinzione di essere in missione speciale per la salvezza del genere umano, siano essi terroristi islamici o ridicoli bombaroli di De Andreiana memoria: il fine non giustifica mai i mezzi e per liberare gli oppressi non si può opprimere gli oppressori… perché il cambiamento sociale non è come sturare un lavandino, ma è un processo tortuoso, lungo e che deve coinvolgere tutti.

Il documentario resta molto interessante e ben fatto e, per chi come me riesce a distinguere tra opera ed autore, può essere anche una valido viadotto verso un’importante discussione sulla logica, unica ancora di salvezza per la specie umana, così saldamente ancorata a sentimenti primitivi ed evoluzionisticamente parlando ampiamente inutili quali la fede (sia religiosa che politica) che altri non è se non un credere ciecamente in una direzione senza basarsi su fatti reali e senza essere passati attraverso un processo induttivo.

E se anche voi siete fan dell’Induzione non perdetevi il mio blog Palomar nel mondo, nel quale (esattamente come Palomar di Calvino) cerco di dedurre conclusioni universali partendo da piccole realtà oggettive intorno a me.

VOTO:
3 piccole realtà oggettive e mezza

The Weather Underground (2002) voto

Titolo originale: The Weather Underground
Regia: Sam Green, Bill Siegel
Anno: 2002
Durata: 92 minuti

Sing Street (2016)

In una grigia e opprimente Dublino anni ’80 vive Conor Lalor, un giovane irlandese dall’animo dolce e dalla famiglia disastrata il quale si mette in testa di tirare su una band musicale con l’unico (nobilissimo) scopo di fare fiki fiki con un’altrettanto giovane stracciarola dalla situazione familiare ancora più disperata della sua.

Sviati i classici pericoli di una vita ai margini quali teppistelli rasati e preti pedofili e scoperto presto il segreto del successo e cioè copiare le mode del momento infilandoci un po’ di fregna come fosse polverina magica, il nostro Conor farà il concerto della sua pubescenza prima di diventare l’ennesimo emigrato a £6 l’ora al Burger King a Leicester Square.

Sing Street (2016)
Non scherzo: c’è veramente un Burger King a Leicester Square a Londra

Vivacissima commedia dolciamara tutta giocata sulle note musicali di un decennio infame come la peste bubbonica e vera e propria rivelazione per il sottoscritto, Sing Street è quel tipo di film che in inglese viene definito “coming of age” e del quale manca una traduzione appropriata in italiano e che quindi definiremo arbitrariamente “schizzata umorale sul muro” così da rievocare quel particolare rito di passaggio alla fase adulta di certe tribù africane che vede le adolescenti della tribù venire allontanate dal villaggio fino a che non riescono a bagnare con un forte getto vaginale un muro di fango e merda distante circa 3 metri.

Conor purtroppo non schizzerà sperma a queste distanze olimpioniche ma si rivelerà essere comunque un tipo con delle palle enormi quando deciderà di affrontare tutte le paure di una generazione per raggiungere il suo sogno di affermazione esistenziale.

VOTO:
5 schizzate umorali

Sing Street (2016) voto

Titolo originale: Sing Street
Regia: John Carney
Anno: 2016
Durata: 106 minuti

Footloose (1984)

Storia di un giovane omosessuale di Chicago costretto a trasferirsi in una piccola cittadina bigotta (in realtà piena di froci repressi i quali covano un’insana voglia di scopare come ricci al ritmo di vertiginose capriole gay) e della sua personale lotta contro il tradizionalismo cristiano e la paura di piangere in pubblico (propri del tipico americano medio), questa simpatica commedia gay travestita da ribellione contro una cittadina di provincia americana molto intrisa di cristianesimo e stupidità la quale vive la sua asessualità come un vanto (invece che come una paurosa deficienza intellettiva) è tutto ciò che odio, e di più.

Footloose (1984)

Bisogna ammettere che siamo di fronte ad un film culto amato da milioni di persone; è interessante notare però quanto queste persone (in larga parte froci e scemi) siano grossomodo identificabili con quella stessa fetta di mercato a cui piace Jimmy Fallon.

La pellicola è famosa per essere servita da trampolino di lancio per il naso di Kevin Bacon il quale ha dato grande prova acrobatica nelle numerose coreografie chiaramente danzate da un’altra persona ripresa in penombra, uno stile al quale attingeranno altre opere famose come Black Swan, ma (cosa ben più importante) questo A piede libero è riuscito negli anni a catalizzare l’interesse di così tanti meschini individui che era diventato impossibile ignorare la realtà e continuare quindi ad evitare una di quelle recensioni come piacciono a noi, e cioè piena di bestemmie e insulti alle minoranze così da scandalizzare per pochi miseri minuti tutti quegli esseri umani troppo indaffarati a guardarsi la punta del cazzo per rendersi conto di quanto tutto sia un’illusione delle nostra percezione e come l’universo sia solo una pallida spiegazione di quello che esiste e che non riusciamo ancora ad immaginare.

Abbandonando ora quest’onnipresente nichilismo, unico possibile faro in un cammino di miseria intellettuale e cecità cosmica ridotte entrambe a lascive comparse sul palcoscenico del nostro eterno rimescolamento atomico, possiamo tornare ad apprezzare Kevin che balla come un forsennato al ritmo vertiginoso di motivetti elettroniCountry così datati da essere buoni per una festicciola al Pigneto coi nostri amici che scrivono stronzate acchiappa-click su Vice e prendono 30 euro ad articolo.
Kevin certamente spadroneggia in un ruolo da vero acrobata, nel fisico e nelle emozioni, ma anche il resto del cast fa un figurone da pubblicità progresso in una pellicola chiaramente nata dalle menti di una folta schiera di uranisti.

Agli annali va certamente consegnata la sfida in stile est Europa con Bacon mentre guida un trattore sulle note di I need a Hero: una follia.
Per la serie non tutti sanno che: nella parte dell’amico un po’ buzzurro e un po’ timidone c’è un giovanissimo tronco di legno rispondente al nome di Christopher Penn, fratello morto stecchito del più famoso Sean Penn.

Non un film per tutti, ma un film che lo prende volentieri da tutti.

VOTO:
4 froci repressi

Footloose (1984) voto

Titolo originale: Footloose
Regia: Herbert Ross
Anno: 1984
Durata: 107 minuti

Non aprite quel cancello (1987)

Glen, un pacato dodicenne americano con la freudiana passione per i missiletti giocattolo, si ritrova in giardino le porte dell’Inferno.
Sarà compito suo e dell’amico nerd metallaro (una combo poco sfruttata al cinema) tentare di richiudere il buco infernale dal quale cominciano ad uscire piccoli demoni mostruosi che si muovono come se fossero stati filmati a 16 frames al secondo e poi riproiettati ai canonici 24.

Sicuramente una fortuita coincidenza.

Non aprite quel cancello (1987)

Filmino ricco di spaventi per i pubescenti e ricco di pubescenti per i pederasti, The Gate purtroppo soffre molto sul fianco della coesione narrativa con un evidente scollamento delle varie parti atte a tessere il consueto arco emotivo.
Gli effetti speciali invece sono molto ben riusciti e stupisce ancora oggi il grande livello di maestria ottenuto unicamente con l’uso di effetti “in camera” quali lo stop motion e la prospettiva forzata.
Un piccolo gioiello sotto questo punto di vista.

Parlando invece di pederasti, ho appena scoperto che l’imprenditore tedesco Friedrich Alfred Krupp, padrone dell’acciaieria Krupp poi confluita nell’infame ThyssenKrupp coinvolta nel 2007 in un processo per negligenza sulla sicurezza e la conseguente morte di alcuni operai nel suo stabilimento a Torino, morì suicida dopo essere stato messo all’angolo dalla sinistra italiana bacchettona moralista per i suoi soggiorni a Capri circondato da una quarantina di giovini locali.

W l’aneddotica.

VOTO:
3 giovini locali con annesso pederasta

Non aprite quel cancello (1987) voto

Titolo originale: The Gate
Regia: Tibor Takács
Anno: 1987
Durata: 85 minuti