Detour (1945) [Full Movie]

Chance events trap hitch-hiker Al Roberts in a tightening net of film noir trouble.

Director: Edgar G. Ulmer
Writers: Martin Goldsmith (screenplay), Martin Goldsmith (original story)
Stars: Tom Neal, Ann Savage, Claudia Drake

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This movie is in public domain.

Titolo italiano: Deviazione per l’inferno
Regia: Edgar G. Ulmer
Anno: 1945
Durata: 68 minuti

Father’s Little Dividend (1951) [Full Movie]

In this sequel to Father of the Bride (1950), newly married Kay Dunstan announces that she and her husband are going to have a baby, leaving her father having to come to grips with the fact that he will soon be a granddad.

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This movie is in public domain.
[this version has FIXED the Sync issue]

Titolo italiano: Papà diventa nonno
Regia: Vincente Minnelli
Anno: 1951
Durata: 82 minuti

Yuppies – I giovani di successo (1986)

Credo che la frizzante commedia su 4 rampanti arrivisti nella Milano da bere dell’86 non possa meglio essere descritta se non da una delle innumerevoli fantastiche battute sciorinate come lenzuoli sporchi di sangue la mattina dopo la prima notte di nozze:

Volevo andare via dalla pazza folla.
Come in quel film degli anni ’60, Sciuscià.

Massimo Boldi

Yuppies - I giovani di successo (1986)

Ma come vuoi commentare un film che ha inquadrature tipo questa: De Sica che caca, Boldi che si fa la barba e un culo?

Non solo sono rimasto totalmente stupefatto da questa macchina ad orologeria che corre a 100 all’ora sull’autostrada del mio cuore, ma mi sono ritrovato pure ad essere rincorso da 100 cani di comicità, 100 situazioni e perle comiche tipo:
il maggiordomo negro sorridente, le ricche puttane con l’accento francese, le sigarette Chesterfield sempre in favore di camera, Jerry Calà, i salatini mancanti, le minorenni da ciulare, Cortina d’Ampezzo, le trattorie pugliesi, i flute conici, le calze nere, Jerry Calà.

Ma vi rendete conto?
Queste sono belve, bestie da palcoscenico senza pudore, cani sciolti in mezzo al pollaio.
Io ho paura, il futuro è in pericolo, fermateli, presto, ora, perché il prossimo potresti essere tu, o tu… o tu.

VOTO:
3 ricche puttane

Yuppies - I giovani di successo (1986) voto

Titolo corto: Yuppies
Regia: Carlo Vanzina
Anno: 1986
Durata: 90 minuti

Coherence – Oltre lo spazio tempo (2013)

8 amici di lunga data con più d’una tensione nascosta si riuniscono a cena la notte stessa del passaggio della cometa Miller per discutere della AS-Roma e di fisica quantistica, ma un black-out improvviso innesca una serie di eventi del tutto casuali che creano (come succede ogni istante delle nostre vite) infinite realtà corrispondenti alla determinata deviazione.

Tutto andrebbe comunque bene (dicono i fisici) fino a che, come nel famoso esperimento di Schrodinger, non si apre la scatola e le due realtà, quella col gatto morto e quella col gatto vivo, entrano istantaneamente in collisione per creare la realtà dell’osservatore.

Ovviamente nel nostro caso, essendo un film, l’amore è il gatto.

Coherence - Oltre lo spazio tempo (2013)

Fantastica pellicola low-budget… ma che dico low-budget… LOW-BUDGET tutta incentrata sull’interpretazione meccanico-quantistica della realtà intesa come l’insieme di tutte le possibilità espresse e inespresse del percorso spazio-temporale in cui esistiamo.

Vale a dire: ti ricordi quella fantastica ragazza che ti sei lasciato sfuggire come un coglione quando eri giovane, forte e coglione?
Beh, c’è un universo nel quale non solo l’hai presa in moglie ma c’hai pure fatto 7 figli deformandole irrimediabilmente il grembo per il resto della vostra misera vita.
Ecco, ora cercate d’applicare questo ragionamento al film in questione e capirete facilmente il buon livello di tensione e curiosità scientifica che può suscitare in quello spettatore che vorrà dare una chance ad intelligenti micro-pellicole come questa.

D’altra parte (siccome ci sono infiniti universi) anche se tu decidi di non vederlo, c’è un altro te che lo farà… quindi continua pure a dormire.

VOTO:
4 ketamine

Coherence - Oltre lo spazio tempo (2013) voto

Titolo originale: Coherence
Regia: James Ward Byrkit
Anno: 2013
Durata: 89 minuti

Shame (2011)

Brandon non riesce ad avere rapporti umani gratificanti e conduce una vita agiata ma asettica, vuota come il suo appartamento newyorkese e priva di godimento come le sofferte scopate che si autoinfligge nella vana speranza di soffocare il mare di tristezza che lo sommerge fino al collo.
Tra una sega nel bagno a lavoro e una prostituta chiamata a casa, una video chiamata con una camgirl e una manciata d’occhiate fugaci ad una donna sposata, Brandon sembra patire le pene dell’inferno emotivo.

A complicare (o risolvere) questa triste situazione arriva senza essere invitata sua sorella (borderline) che si piazza sul divano di casa e comincia a distruggere pezzo dopo pezzo il muro isolazionista che il fratello si è costruito a fatica forse proprio come difesa da un’infanzia traumatica che saggiamente non ci viene mai svelata ma solo suggerita.
Il loro misterioso rapporto fatto di taciuti è infatti al centro della vicenda e quello che le parole non possono né vogliono dire sembra fare da fondamenta alla loro profonda e cangiante tristezza.

Shame (2011)

Malinconica pellicola sul dramma del vicolo cieco emotivo dentro il quale molti di noi si vanno a ficcare per paura d’affrontare i mostri del nostro passato e straordinarie chiappe per Michael Fassbender.

Era un po’ che mi girava per la testa di vedere questa seconda pellicola del signor McQueen, lo stesso che mi aveva precedentemente deliziato (termine un po’ fuori luogo vista l’enorme carica di sofferenza del film) con lo splendido Hunger e devo dire d’essere pienamente soddisfatto.
Le interpretazioni sono tutte eccellenti, dai personaggi principali fino alle comparse (tra cui spicca un cameriere assurdo che ruba la scena con dei modi impacciati e una parlata altalenante come se stesse continuamente per dimenticarsi le battute), e la regia ha dei modi talmente pacati che quasi si sposa alla perfezione con la crudezza di parecchie scene dal contenuto sessuale, una giustapposizione infatti che esplicita ulteriormente, se mai che ne fosse bisogno, la dicotomia sentimentale che guida le azioni di questo fratello e questa sorella dal passato misterioso e dal futuro più che incerto.

VOTO:
4 scopate spudorate e mezza

Shame (2011) voto

Titolo originale: Shame
Regia: Steve McQueen
Anno: 2011
Durata: 101 minuti

Bingo Bongo (1982)

Questa è la storia di uno di noi, anche lui cresciuto per caso nel Congo da una famiglia di scimmie e successivamente fatto prigioniero da un gruppo di scienziati tedeschi operanti a Milano che lo importano di straforo dentro una cassa di legno per condurre su di lui esperimenti al limite del ridicolo al fine di verificare le differenze tra uomo e animali.

Bingo Bongo scapperà quindi dall’istituto alla ricerca della dottoressa Laura, un troione tabagista totalmente inespressivo che si dichiara animalista ma che tiene un acquario sotto la televisione in salotto e ha come animale da compagnia uno scimpanzè a cui somministra sigarette Marlboro così che la produzione del film possa intascare dei bei dindini dalla compagnia di tabacco; ricevuti parecchi due di picche dalla tabagista, il nostro prode tenterà prima di tornare in Africa (fallendo) e poi si farà portavoce delle rivendicazioni di tutti gli animali del mondo che vengono sfruttati, uccisi, torturati e mutilati per i piaceri della razza umana.

Da notare: a tre quarti del film, Bingo Bongo si mangia una bistecca dopo aver succhiato avidamente le tette di una levatrice alquanto zozzona.

Bingo Bongo (1982)

Complimenti Celentano.
Davvero, complimenti.

Ci sarebbe poco da dire su questo budello di tua madre travestito da film animalista travestito da pirata, se non fosse che il regista ha firmato le sceneggiature de Il Gattopardo e Rocco e i suoi fratelli
mai come in questo caso quindi vale l’adagio: l’abito non fa il budello di tua madre travestito da pirata.

Di tutto il film l’unica cosa che a tutt’oggi mi lascia ancora qualche piacevole brivido è l’andamento musicale lamentoso su una stanza della canzone Jungla di città, cantata da Celentano stesso:

La vedo brutta per l’umanita
siamo troppi sulla terra come tappi della birra
è una follia
Ma se scoppia l’altra guerra saremo tombe nell’alta marea
perché le bombe non cambiano idea

VOTO:
2 tombe

Bingo Bongo (1982) voto

Titolo sovietico: Бинго Бонго
Regia: Pasquale Festa Campanile
Anno: 1982
Durata: 102 minuti

Demoni e dei (1998)

James Whale è nato povero inglese, a 14 anni il padre l’ha mandato a lavorare in fabbrica, a 26 ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1917 fu fatto prigioniero di guerra dei tedeschi, un’esperienza lunga un anno e mezzo resa meno drammatica dalla possibilità d’inscenare rappresentazioni teatrali all’interno del campo.
James Whale è stato anche un importante regista hollywoodiano dell’epoca d’oro; sue infatti sono opere magnifiche come Frankenstein, L’uomo invisibile e La moglie di Frankenstein.

In questo film viene raccontato, con molta fantasia, l’ultimo periodo della sua vita dopo che un infarto gli aveva mandato in tilt il cervello rendendolo progressivamente sempre meno autosufficiente; una condizione orribile e insostenibile per una mente brillante, sofisticata e ribelle come quella di Jimmy che lo porterà a cercare una soluzione ai suoi incontenibili riaffiori di memoria repressa aprendosi emotivamente al giovane ragazzo (apparentemente) simpleton che gli fa da giardiniere.
Un’imponente figura muscolare dall’animo sensibile che farà da degno esorcizzante contraltare ai mostruosi incubi di dolore, morte e amor perduto che Jimmy continua ad avere sempre più spesso.

Demoni e dei (1998)

Un film assolutamente fantastico sui pensieri negativi e quelli positivi, sulle memorie tristi e quelle felici, sull’Agathodemone e il Kakodemone che animano le nostre esistenze in un eterno (s)bilanciamento.
Un film che ha contribuito non poco all’amore che ho per il cinema quale macchina acchiappasogni e che, nonostante quindi un indubbio pregiudizio personale positivo, resta comunque un’opera della madonna da vedere e rivedere.

Se la rievocazione storica è un must per tutti i cinefili, anche chi non è uso al cinema in bianco e nero troverà pane per i suoi denti lasciandosi cullare dall’evanescente triste violino grondante amore che, come i fantasmi di James Whale, sembra filare tutto il perfetto tessuto narrativo con una maestria tale da far spesso dimenticare la macchina da presa.

Chi ha un briciolo di sentimento per il genere umano non potrà fare a meno di piangere lacrime dolciamare per un passato mai vissuto; gli altri si possono godere il miglior film con Brendan Fraser.

VOTO:
5 violini

Demoni e dei (1998) voto

Titolo originale: Gods and Monsters
Regia: Bill Condon
Anno: 1998
Durata: 105 minuti

Wonder Woman (2017)

Sull’isola di Themyshira vivono le Amazzoni, un gruppo di donne soldato create da Zeus per difendere gli uomini dall’autodistruzione con le loro forme provocanti e una resistenza corporea fuori portata.
Siccome però la magia del coito dura poco, gli uomini tornano presto ai loro istinti violenti e Ares, dio della guerra geloso dei mortali, scatena un putiferio da soap opera sud americana uccidendo tutti gli dei tranne Zeus che fa appena in tempo con le ultime forze a depotenziarlo mettendo in stand-by la sua sete d’attenzione paterna.

Passando gli anni, passano i governi, ma Ares è sempre lì a tramare la distruzione del genere umano e quando scoppia la prima guerra mondiale i tempi sembrano propizi per l’agognata grande morte, parente spuria della piccola morte che gli uomini bramano con le loro manine da castori avidi di apologetiche copule.

E c’è solo una cosa che può fermare tutto questo:
una donna semi-dio di nome Diana che per esigenze di marketing prenderà il nomignolo di Wonder Woman, la donna meraviglia… di nome, di fatto e di corpo.

Wonder Woman (2017)

Vabbè: belli i costumi, belle le scenografie, belle le location, belle le scene d’azione, bella tanta roba…

ma come cazzo è possibile che una spia inglese si travesta da gerarca germanico per entrare di straforo ad una riunione dell’alto comando tedesco e parli in inglese con l’accento sbilenco senza che nessuno batta ciglio?
No davvero, no dico davvero davvero, no cioè, ma che davvero davvero?

Lasciandoci alle spalle l’anglofonia forzata dei film hollywoodiani, mi piacerebbe spendere poi anche un paio di parole sul presunto femminismo espresso da questa pellicola: ora, io capisco che avere un film coi supereroi virato al femminile (protagonista e regista) può smuovere gli animi più semplici verso un’emotività telefonata ed un generale senso di soddisfazione dovuto al ribaltamento dei generi, ma qui il ribaltamento è solo pubico.
Si dà il caso infatti che per farcela in un mondo patriarcale e maschilista sia ancora essenziale, pure in un film di fantasia, assumere le stereotipiche connotazioni maschili di superiorità muscolare, eroismo idiota e manicheismo morale.
E questo discorso vale anche se Diana rompe il cazzo a più non posso appena vede un bambino in lacrime o una donna ferita (sottolineando la natura protettrice femminile) e ripete 47 volte come tutti gli uomini sono buoni (anche i tedeschi) e che se lei ucciderà Ares tutti torneranno ad abbracciarsi spontaneamente come fottute streghe durante un fottuto sabba di sangue e sesso.

Mi fa piacere ricordare a riguardo due cose:
1 – che i rapporti sessuali consumati durante un sabba sono privi di piacere carnale, il coito diabolico è cruento e devastante e il seme di Satana freddo come il ghiaccio.
2 – Gal Gadot è sionista.

VOTO:
3 monte Zion e mezzo

Wonder Woman (2017) voto

Titolo originale: Wonder Woman
Regia: Patty Jenkins
Anno: 2017
Durata: 141 minuti

Monkey Shines (1988)

Triste storia del tetraplegico triste Allan Mann che ritrova la voglia di vivere solo quando il suo amico scienziato pazzo gli regala una scimmia cappuccina ammaestrata chiamata Ellen alla quale ha segretamente iniettato un concentrato di cervello umano per farla diventare intelligente… vabbè.

Allan ed Ellen vivono alla grande questa loro unione di fatto fino a quando all’umano non sorge il dubbio che la scimmia sia diventata un filino gelosa e stia facendo fuori chi si mette in mezzo alla loro felicità non riconosciuta da santa romana chiesa.
A questo punto solo l’astuzia che da sempre contraddistingue gli storpi potrà cavarlo d’impaccio e farlo quindi rituffare tra le cosce dell’ammaestratrice di scimmie con lo strano fetish per i paralitici.

Monkey Shines (1988)

Urca che burka.
Sinceramente me lo ricordavo meglio questo film meno conosciuto del caro estinto Romero.

A farla da padrone in questo tripudio di piroette represse sono senza dubbio l’abilità della scimmia, vero prodigio recitativo che eguaglia il bravo protagonista, e alcune belle intuizioni cinematografiche; purtroppo però questo non basta a dirigere in porti sicuri questa nave equamente divisa tra film spaventevole e pellicola d’autore.

Certamente da menzionare il gran bel petto villoso di Stanley Tucci su cui molti vorrebbero mingere copiosamente.

VOTO:
3 Stanley e mezzo

Monkey Shines (1988) voto

Titolo esteso: Monkey Shines – Esperimento nel terrore
Regia: George A. Romero
Anno: 1988
Durata: 113 minuti

La mia vita da Zucchina (2016)

Icare è un bambino solo soletto che passa tutto il giorno a scarabocchiare sui muri di casa mentre la madre s’imbottisce di alcolici per dimenticare l’abbandono del tetto coniugale del marito.
Un bel giorno Icare, per sfuggire alle sfuriate della terribile genitrice, le chiude la botola della soffitta in testa facendola quindi precipitare a terra e provocandole una leggerissima frattura del collo.

Questo simpatico episodio apre le porte dell’orfanotrofio per Icare (che vuole farsi chiamare Courgette) e la prospettiva di una vita miserevole sulle spalle dei contribuenti francesi i quali si sa hanno una particolare repulsione per i giovani homo sapiens, maledettissime piccole scimmie antropomorfe buone solo a far legna per i rigidi inverni della ragione mentre io mi crogiolo nell’ipotermia sottocutanea della possessione demoniaca frantumata sulle gengive dei testimoni dello scempio scenico scemunito scisso scelleratamente in mille bolle di champagne.

La mia vita da Zucchina (2016)

Bella prova per il cinema d’animazione in stop motion (o passo uno che dir si voglia); meno bella prova per una sceneggiatura certamente carina ma un po’ semplicistica per un pubblico sopra i 10 anni.

Questa tenera storia d’amore ritrovato quando meno te l’aspetti gioverà sicuramente a tutti gli orfani del mondo che parlano francese e si trovano in località dotate d’impianti elettrici a cui attaccare gli schermi dai quali suggere cotanta paziente abilità manuale; per il restante 99% dell’umanità forse è meglio l’accesso all’acqua potabile.

VOTO:
3 nasoni e mezzo

La mia vita da Zucchina (2016) voto

Titolo originale: Ma vie de Courgette
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Durata: 66 minuti

See You in Texas (2016)

Silvia ed Andrea sono due giovani italiani del Trentino che portano avanti l’umana tradizione millenaria del contadino-allevatore.
Una coppia giovane e rodata che, a differenza di un pubblico superficialotto, non ha paura dei silenzi e dei tempi morti e che sembra non poter essere minimamente smossa dalla faticosa routine giornaliera a cui la loro piccola azienda li sottopone.

A mescolare le carte in tavola arriva però il desiderio di lei di partire per un corso semestrale in Texas per affinare la disciplina equestre del reining.
Tra una birra al pub del paese e una pulita al cazzo dei cavalli, tra il parto di una scrofa e la partenza di Silvia, la coppia dovrà tenere botta e fare i conti con il capitale emotivo accumulato fino a quel momento.

Basterà?

See You in Texas (2016)

Straordinario piccolo film semi-documentaristico per il promettente Vito Palmieri che sembra possedere un occhio particolarmente attento alle tante microstorie che compongono la galassia umana.
Come in altri suoi lavori precedenti, qui gli attori sono presi dalla famigerata “strada” (nel loro caso dalla valle del Chiese, dove effettivamente si svolge la storia) e la cosa sembra non aver impattato minimamente sulla resa narrativa, anzi: proprio come da scuola neorealista l’intreccio amoroso ha preso linfa vitale dal vissuto reale dei due protagonisti (Silvia e Andrea sono una vera coppia di allevatori) e l’unico problema reale sembra essere stato conciliare le tempistiche cinematografiche con quelle dell’azienda.

Progetto partito sotto spinta del direttore della fotografia Michele D’Attanasio che proprio in quei luoghi aveva girato un altro film, questo See You in Texas si è avvalso della collaborazione di un piccolo ma agguerrito team proprio per non disturbare la quiete della vita rurale; il risultato è una serie di inquadrature solo apparentemente disgiunte e che invece vanno pian piano a comporre il ritratto di una vita insieme.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Bucoliche e mezza

See You in Texas (2016) voto

Titolo originale: See You in Texas
Regia: Vito Palmieri
Anno: 2016
Durata: 76 minuti

Ritratto di famiglia con tempesta (2016)

Ryota Shinoda ha vinto un importante premio letterario 15 anni prima; da allora la sua vita è andata a scatafascio: non ha pubblicato altro, la moglie ha divorziato e sta frequentando un altro, suo figlio lo vede solo una volta al mese quando deve pagare gli alimenti e un generale senso d’infantile incompiutezza permea ogni ambito della sua solitaria esistenza.

L’occasione per mettere un punto definitivo al suo amore perduto nei viottoli di un giappone triste e provinciale arriva sotto forma di tifone che costringe padre, madre e figlio ad una notte chiarificatrice sotto lo stesso tetto, quello che della madre di lui, recentemente vedova e portatrice di un’esperienza che Ryota avrebbe dovuto far sua molti anni prima.

Ritratto di famiglia con tempesta (2016)

Dallo stesso regista di quel capolavoro di Nobody Knows, ecco un altro straordinario piccolo film tutto giocato sul minimalismo tipico orientale che, inondando lo spettatore di discorsi e gesti solo apparentemente superficiali, compone pennellata dopo pennellata, goccia dopo goccia, un affresco familiare di rara complessità e allo stesso tempo un ritratto struggente d’un uomo che, promessosi di non ripetere gli sbagli del padre, finisce inesorabilmente col percorrerne passo dopo passo l’esistenza.

La profondità emotiva del protagonista e la sua voglia di ricomposizione personale, perfettamente rappresentata dal titolo del suo libro, La sedia vuota, passa attraverso un colapasta a maglia fine che ironicamente finisce col trattenere i sentimenti migliori per lasciar passare quelli più grossolani quali gelosia, possessione, avidità ed egoismo.

La sua incapacità, od infantile resistenza, a lasciar andare e passare oltre per ricostruirsi col sudore della fronte una vita e soprattutto una personalità viene nel corso del film continuamente esplicitata: dall’ignorare una splendida collega mentre soggiornano in una stanza d’un Love Hotel con tanto di catene e polsiere al soffitto, alla sua passione per il gioco d’azzardo che promette un cambio di vita immediato e senza sforzo, dal voler comprare gli affetti familiari con beni materiali invece d’una vita d’ascolto e comprensione, al voler vivere e riviviere una nostalgia per un posto perduto e forse neanche mai esistito… come quando si rifugia nella piovra gigante al parco giochi, teatro di uno dei pochi ricordi positivi che ha del padre, da sempre assente.

Questo è un film eccezionale, ma certamente non per tutti i palati: l’andamento lento e in punta di piedi, l’irrisolvibilità sentimentale del protagonista o la staticità delle (perfette) inquadrature sono elementi che purtroppo scoraggiano molti spettatori troppo abituati alla frenesia dello stile televisivo.
Ma se si riesce ad andare oltre questa personale ritrosia, proprio come dovrebbe fare il protagonista Ryota, allora si potrà alzare la diga che trattiene le lacrime dell’umanità e bagnare il deserto del nostro scontento.

VOTO:
4 dighe e mezza

Ritratto di famiglia con tempesta (2016) voto

Titolo originale: Umi yori mo mada fukaku
Regia: Hirokazu Koreeda
Anno: 2016
Durata: 117 minuti