Tiger King (2020)

Siccome il nome Joseph Schreibvogel era troppo difficile da pronunciare, il protagonista di questa stramba serie se l’è prima cambiato in Joe Exotic e poi, in un macabro rituale cannibalesco si è appropriato del cognome dei suoi mariti divenendo Joseph Allen Maldonado-Passage.

Ma a noi che ce ne frega?
E avete ragione: come cazzo faccio a darvi torto quando il mondo va a rotoli e l’unica preoccupazione di Matteo Renzi è vendere il suo libro scritto in un italiano da ragazzo di seconda liceo?

Mettiamola così, se vi sentite soli e rassegnati all’inevitabile fine, regalatevi una buona dose di risate guardando questa breve e non stupida serie incentrata su degli strambi personaggi alle prese con felini di grandi dimensioni che tentano di mascherare una profonda inadeguatezza alla vita con cazzi felini di grandi dimensioni.

VOTO:
3 cervellini di grandi dimensioni e mezzo

Tiger King (2020) voto

Titolo esteso: Tiger King: Murder, Mayhem and Madness
Regia: Eric Goode, Rebecca Chaiklin
Durata: 7 episodi da 45 minuti

Una donna in carriera (1988)

Soprusi, egoismo, ladrocini, rampantismo, tradimenti, menefreghismo e tonnellate di cocaina.
No, non sto parlando del Governo Draghi, ma dei famigerati anni ’80.

E in questi anni di capitalismo sfrenato senza le redini del socialismo a togliergli la coca da sotto al naso, i fottuti liberali (a cui tanti personaggetti fanno riferimento, tipo quel Beppe Severgnini che pare sia stato pagato dal governo inglese per creare scompiglio sociale e odio dei popoli con l’artefizio delle fake news) si bevevano Wall Street con una scorza di proletariato come non ci fosse un domani mentre la nostra povera Tess McGill faceva la segretaria di donna top manager mangia cazzi doppiogiochista.

…e allora perché non mettere in pratica un po’ del comportamento sleale delle classi dirigenti così da fare anche lei la scalata?
Incontri fortuiti, fidanzati fottuti ed ecco che l’occasione di una vita sembra alle porte…

Ma il mostro mangiacazzi è pronto a riprendersi l’osso di buco di culo frocione paperone.

Una donna in carriera (1988)

Commedia-dramma-film per donne che vogliono farcela nella vita in un mondo dominato da maschi liberali; e alla fine io non sono sicuro mi sia piaciuto.

Belle le interpretazioni di Harrison Ford col ciucciotto in bocca e Melanie Griffith sotto botta di cocaina, ma la morale della favola qui è sì farcela con le proprie gambe, e va bene ok buon insegnamento per le donne vessate dai dirigenti maschilisti, ma perché per dire che le donne hanno diritto ad un posto in società si deve glorificare un sistema malsano come quello liberale?

Qui la catarsi sembra essere che la manager Tess sarà meno stronza e più sincera con la sua segretaria di quanto lo sia stata la sua manager quando a sedere dall’altra parte del tavolo c’era lei, ma questo è semplicemente un abominio.
Un po’ come quelli che sono felici perché ora ci sono le donne nell’esercito; l’esercito che uccide uomini, donne, bambini, cani, vecchi e calpesta i diritti di tutti gli altri per pacificare la pancina sempre brontolona di capitalisti sociopatici che siedono ai posti di comando.

Fanculo Wall Street, fanculo l’esercito e soprattutto fanculo i giornalisti pagati dal governo inglese per creare scompiglio sociale e odio dei popoli con l’artefizio delle fake news.

VOTO:
3 vecchi

Una donna in carriera (1988) voto

Titolo originale: Working Girl
Regia: Mike Nichols
Durata: 1 ora e 53 minuti
Compralo: https://amzn.to/3MpIilc

Downsizing – Vivere alla grande (2017)

Il mondo va a bottane e uno dei motivi principali è la crescita esponenziale della popolazione mondiale che sembra non avere né fine né senso.

Per tentare il colpaccio che tragga tutti dall’impiccio, uno scienziato norvegese studia e scopre il modo di miniaturizzare gli organismi viventi così da ridurre sostanzialmente l’impatto del genere umano sul pianeta Terra e comprensibilmente la tecnologia va mainstream in poco tempo, aprendo nuove frontiere al capitalismo (un nuovo mercato micro-immobiliare) e alla repressione politica (miniaturizzazione di persone sgradite).

In questo piccolo turbinio s’inserisce Paul Safranek che, impressionato come un ragazzino dalla scoperta scientifica, comincia a sognare una via di fuga dalla sua triste realtà di mediocre consumatore dal buon cuore e, passato qualche anno e qualche delusione economica, si decide a discutere il grande (si fa per dire) passo assieme a sua moglie Audrey.

Tutto sembra promettere bene: i loro miseri averi, convertiti nell’economica del micro-mondo equivarrebbero a più di 12 milioni di dollari, abbastanza per smettere di lavorare e vivere bene il resto dei loro giorni…
ma siccome la vita è puttana e Paul non ha soldi per pagarla o un coltello per sventrarla, ecco che la moglie cambia idea all’ultimo minuto e lui si ritrova miniaturizzato e divorziato, perdendo anche gran parte del denaro necessario a permettergli la bella vita, e quindi gira che ti rigira Paul finisce a lavorare al call center di Leisureland.

Coddio e sviluppi inaspettati a seguire.

Downsizing - Vivere alla grande (2017)

Piccola commedia dal grande budget (non ce la faccio a smettere con i doppi sensi da due soldi) e trionfante flop al botteghino per un autore che io ebbi l’audacia di conoscere sul grande schermo con Sideways; un’esperienza che mi lasciò con l’amarissimo in bocca per il qualunquismo dozzinale che sciorinava ogni 15 minuti, ma mi prometto di rivederlo e recensirlo che magari nel frattempo ho cambiato idea.

Qui invece, a mio modesto parere, riesce meglio il pericoloso mix tra leggerezza di modi e profondità d’argomenti e, nonostante alcuni frangenti un po’ stanchi, certi personaggi un po’ sopra fuori le righe e un cerchio narrativo non proprio completo, devo ammettere che di pane per bocche asciutte di contenuti ce n’è.

L’inutilità della fuga dalla propria realtà e la necessità dello sguardo introspettivo per ritrovare la capacità di soffermarsi sulle piccole meravigliose cose che ci circondano per poi vivere una vita che abbia non solo un senso, ma che sia anche utile ai nostri fratelli e sorelle che ci circondano, sono quelle cose anche banali in un certo senso, ma inevitabilmente vere come le pietre che ci portiamo nel cuore.

Consigliato, nonostante le imperfezioni.

VOTO:
3 pietre e mezzo

Downsizing - Vivere alla grande (2017) voto

Titolo: Downsizing
Regia: Alexander Payne
Durata: 2 ore e 15 minuti
Compralo: https://amzn.to/3j3FbTp

Pam & Tommy (2022)

Negli anni ’90 è successo che Pamela Anderson, famosa per aver interpretato la puppona bionda in Baywatch,  e Tommy Lee, famoso per avere un cazzo di dimensioni intimidatorie, fecero un filmino amatoriale molto zozzo che poi finì per vie misteriose nelle mani di milioni di persone sotto forma di VHS pirata.

Qui si racconta tutto quello che (forse) c’era prima, durante e dopo quest’evento pornografico; tra drammatizzazioni inevitabili e altre meno.

Pam & Tommy (2022)

8 episodi freschi freschi su un argomento zozzarello, ma che di zozzarello hanno ben poco, se tralasciamo qualche scorcio di zinne rifatte e un cazzo-grillo parlante.

Buono il ritmo e buone le interpretazioni, con Pamela e Tommy quasi identici agli originali, e un Seth Rogan che spicca per la proverbiale naturalezza con cui sfagiola le sue battute.

Tutto molto bello e tutto molto giusto, se non fosse che la serie subisce un radicale cambio di passo verso la merda quando dal terzo episodio in poi vengono messe alternativamente alla regia 3 donne.
Da quel momento in poi ogni episodio perde d’ironia, di vivacità intellettuale e vira completamente verso una pietosa quanto banalissima apologia del femminismo da quattro soldi, o per meglio dire falso-femminismo, tipico delle donnine perbene di buona famiglia che pensano d’essere tanto progressiste quando ti dicono che esiste il patriarcato e che gli uomini fanno schifo.

A cogliere le patate dovete finire, inutili bocchinare parioline.

VOTO:
3 inutili bocchinare parioline

Pam & Tommy (2022) voto

Titolo taiwanese: 潘與湯米 (Pān yǔ tāng mǐ)
Creatore: Robert Siegel
Durata: 8 episodi da 45 minuti

Il truffatore di Tinder (2022)

Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.
Simon Leviev è un truffatore liberal-capitalista.

Un pezzo di merda che, in una società più giusta, sarebbe processato in piazza dal tribunale del popolo per crimini contro la persona e il convivere civile e quindi, dopo un’infinita serie di calci in culo per le strade cittadine, verrebbe impiccato per i coglioni finché morte non ci separi.

E invece uno così, con gli abiti firmati e la voglia di far baldoria nei locali giusti e la guardia del corpo e le storie instagram e i ristoranti costosissimi e una cultura da cabarettista, incarna perfettamente quell’ideale liberal-capitalista che la società di merda in cui ci troviamo non fa altro che glorificare dal glory hole in cui la madre vostra tira pompe a destra e manca come non ci fosse un domani.

Il truffatore di Tinder (2022)

Interessante documentario sul personaggio Simon Leviev che, nato Shimon Yehuda Hayut da una famiglia di sporchi e insipidi religiosi che hanno indubbiamente piantato il seme della gramigna che è loro figlio, si è distinto per numerosi crimini ai danni di donne sole e con poco cervello che gli hanno prestato decine se non centinaia di migliaia di euro pensando d’aver trovato il principe azzurro e invece avevano trovato il Capitalismo.

Un film non male.

Invece voi, figli di mignotta liberali, venite qui che vi faccio un culo come una capanna.
Troie del sistema ingorde di sperma monetario, vi ci strozzo con quel boccone rancido.

VOTO:
3 troie del sistema ingorde e mezza

Il truffatore di Tinder (2022) voto

Titolo: The Tinder Swindler
Regia: Felicity Morris
Durata: 1 ora e 54 minuti
Compralo: https://amzn.to/3tEr0dx

Tolo Tolo (2020)

Checco Zalone è pieno di debiti perché continua a fare una scelta imprenditoriale disastrosa dopo l’altra fino a quando, arrivato alla cifra di quasi mezzo milione d’euro, l’unica alternativa rimasta è andare a misurare il cazzo a tutti i cannibali del Congo.

Finito in mezzo ad attacchi terroristici e messosi in testa di sfruttare la sua presunta morte per sfuggire al fisco, Checco intraprende la tremenda traversata sahariana dei migranti africani per giungere in Europa da illegale e rifarsi una vita in Liechtenstein.

Un piano geniale, che dico, fantastico, ma no meglio, una cazzata pazzesca.
E infatti finiscono presto per subire tutte le storture del mondo: furti, stupri, annegamenti e disfatte morali senza però finire mai zampe all’aria, perché siamo pur sempre di fronte ad una commedia.

Tolo Tolo (2020)

Ci sono poche a questo mondo che evidenziano quanto dio non esista e tra tutte sicuramente spicca il fenomeno Checco Zalone.

Va detto forte e chiaro che i film di e con Luca Pasquale Medici, vero nome dell’orribile personaggio pugliese tanto amato dal pubblico italiano, sono certamente semplicioni e buonisti, con tutta la loro finta anti-retorica che vorrebbe andare contro ma che invece è ben incanalata come lo era il cazzo di Raimondo Vianello dentro la vagina di Sandra Mondaini, eppure non sono mai brutti o fatti male o stupidi o detestabili in ogni loro parte.

I messaggi che lanciano sono persino in alcuni frangenti condivisibili e in casi come questo, mettendo in scena il periglioso cammino del migrante agli occhi di un pubblico generalista, persino audaci, ma rimangono indissolubilmente legati al macchiettismo italico più basso e tra un sorriso e l’altro ti fanno salire la pazza scimmia della bestemmia gratuita.

Porco dio.

VOTO:
2 scimmie e mezza

Tolo Tolo (2020) voto

Titolo di lavorazione: L’amico di scorta
Regia: Luca Medici
Durata: 1 ora e 30 minuti
Compralo: https://amzn.to/3uwgIeT

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2011)

Tanto tanto tanto tempo fa in Cina c’era una donna che stava per diventare imperatrice.

Per coronare quest’evento più unico che straordinario, la corte reale aveva deciso di finanziare la costruzione di un’enorme statua di Buddha, tanto grande da far impallidire Rocco Siffredi, affidandola ad un rinomato pedofilo nonché architetto.
Solo che il pedofilo nonché architetto prese fuoco inspiegabilmente prima di gettarsi a capofitto dalla cima della statua.
Ed è subito mistero!

Un bel caso per l’investigatore più cazzuto della Cina, ovvero Detective Dee, personaggio realmente esistito col nome di Di Renjie e oggi sepolto a Luoyang; un caso misterioso di gente che prende fuoco come un grossetano che pesta una merda, un caso ricco di colpi di scena e quella giusta dose di razzismo che noi ungheresi tanto amiamo.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2011)

Tipico film cappa e spada, o wuxia, che ti rintrona di calci in bocca dati con l’eleganza del cormorano fino a che non ti senti abbastanza a tuo agio da pisciarti copiosamente nei pantaloni.

Interessante per la sfrontatezza con cui mette in scena le acrobazie più assurde, ma anche molto stupido e ridicolo se preso seriamente.
Se a questo aggiungiamo pure che in più di un’occasione ci si ritrova con la bocca piena di caccole per la noia, non me la sento proprio di consigliarlo.

VOTO:
2 caccole

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2011) voto

Titolo originale: 狄仁傑之通天帝國
Regia: Tsui Hark
Durata: 122 minuti
Compralo: https://amzn.to/3qe2m1o

L’armata Brancaleone (1966)

In un medioevo sporco e volgare, popolato di tipi violenti e pigliatutto, si aggira Brancaleone da Norcia, cavaliere senza soldi ma dagl’intenti nobilissimi, vestito di stracci e con un assurdo taglio di capelli a scodella.

Assoldato come duce da un gruppo di 4 scalcagnati con in mano una pergamena che potrebbe aprire loro le porte al possesso del feudo di Aurocastro, il nostro Brancaleone pellegrina senza un dio che lo ami per le terre italiche incontrando personaggi e situazioni che lo portano di qui e di là facendogli attraversare la terra come un coltello nel burro.

L'armata Brancaleone (1966)

Famosissima commedia di Monicelli che, nonostante i dubbi iniziali, riscosse un clamoroso successo di pubblico.

Contraddistinto da un linguaggio colorito e simpaticissimo che prende un po’ dal latino volgare e un po’ da dialetti vari, il film procede per scene auto conclusive che a volte lasciano lo spettatore con una fatica da ripetizione e, più si procede verso il finale, più si è tentati dallo spegnere il cervello.

Certamente fu sottovalutato prima dell’uscita, ma forse è stato un pochino sopravvalutato dopo il successo al botteghino.

VOTO:
3 volgari e mezzo

L'armata Brancaleone (1966) voto

Titolo: Brancaleone’s Army
Regia: Mario Monicelli
Durata: 2 ore
Compralo: https://amzn.to/3JzDvwF

Crimson Peak (2015)

Alla fine del 1800 non sono tante le occasioni per un’americana di buona famiglia di farsi prendere sul tavolo grezzo del carpentiere da un bel gentiluomo britannico in declino monetario.

Per fortuna la giovine Edith Cushing, figlia di papà capitalista che insiste nel riconoscersi nella classe operaia che invece sfrutta da padrone qual è, viene avvicinata dal baronetto Thomas Sharpe, un Sir inglese con un problema grande come il clitoride di sua sorella: la villa di famiglia sprofonda nell’argilla rossastra che sgorga a fiotti dalle sue fondamenta e lui i soldi per spalare quella merda non ce li ha.

Seguendo quindi il famoso detto “io so ‘na sorca, te c’hai i sordi”, Thomas sale a livello di “fijo de ‘na mignotta” e insidia la fica di Edith con la sua cultura dozzinale e un odore da ferroviere marchigiano, ottenendo i risultati sperati.

Ma questa è una storia di fantasmi e quindi gli umori della sorchetta americana verranno stemperati da più d’un ectoplasma.

Crimson Peak (2015)

Interessante filmetto per donne di buona famiglia che tengono a bagnarsi la fregna con storie peccaminose e colpi ben assestati sparati dai 10 centimetri di distanza che i personaggi insistono nel voler mantenere tra loro … che però a me non è piaciuto al 100%, forse perché non ho la fregna.

Inspiegabilmente ispirato/copiato a Shining, con il fiume di sangue che scorre sotto l’edificio per fare da metafora ad eccidi nascosti e la neve che isola e il soccorritore impalato appena arrivato eccetera eccetera, questo film gotico intriso d’amori inutili e/o proibiti ha parecchie frecce al suo arco, ma ne spara così tante da ficcarsene parecchie sui suoi stessi piedi.

Posto che la meta-scusante del romanzo nel film da cui è tratto lo stesso film non basta a giustificare un mischione a tratti terrificante, resta comunque da capire perché si sia sentita l’esigenza di girare un omaggio a Kubrick per donne al bivio in costumi sfavillanti e super femminista, fiammeggiante e demoniaco.

Non è brutto, tutt’altro, ma si perde un po’ in sé stesso.

VOTO:
3 carpentieri

Crimson Peak (2015) voto

Titolo lettone: Purpura smaile
Regia: Guillermo del Toro
Durata: 1 ora e 59 minuti
Compralo: https://amzn.to/36KEHyt

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970)

Oreste Nardi è un povero muratore sposato ad una signora più anziana e più brutta di lui che viene lasciato indietro persino dai compagni di partito alla festa dell’Unità (chiaro simbolismo di come la classe operaia si stesse disgregando in un turbine di egotistico piacere ed anticipatore del distacco tra la dirigenza e la base).

Proprio quando Oreste sembra soccombere al peso dell’esistenza riverso sopra un cumulo di macerie e rifiuti, ecco che la fioraia Adelaide Ciafrocchi viene a riversare in maniera ossessiva e confusionaria quell’amore che tanto mancava nel suo cuore, tanto da portarlo ad abbandonare il tetto coniugale nella vana speranza di ricostruirsi una vita felice.

Ma il sogno svanisce presto quando il pizzaiolo Nello Serafini, grande amico di entrambi, insidia Adelaide e riesce a portarsela a letto alle spalle del muratore, comunista con tutto, ma non con i sentimenti.

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970)

Pellicola divertente e non superficiale, nonostante il tono scanzonato, che siede un po’ tra due mondi: la vecchia Italia provinciale, povera e ignorante ed una nuova, ricca, arrivista e goffamente esterofila (buffe e per nulla inutili le frecciatine ai corsi d’inglese e all’architettura post-moderna).

Il tema del triangolo amoroso che il film dichiaratamente appioppia ai “moderni” popoli scandinavi viene quindi visto sia come influenza esterna e destabilizzante alla cultura italiana, ma anche profondamente propria grazie al comportamento solo apparentemente bislacco della romanissima Adelaide, lacerata e stralunata da due amori diversi e complementari.

La pazza rassegnazione di Oreste ad una vita o falsa o infelice rispecchia i sentimenti politici della sinistra dell’epoca, già proiettata verso il suo epilogo nonostante gli importanti numeri dentro e fuori il parlamento.

E il conflitto col personaggio di Nello Serafini, scapestrato ed irruento toscano con cui Oreste si contende l’amore della fioraia, rappresenta il conflitto interno ad una sinistra lacerata da correnti opposte che avevano portato negli anni al disconoscimento ufficiale del partito comunista delle tante fazioni cosiddette estremiste ma che in realtà volevano portare la guerra a chi la guerra la stava facendo a discapito della classe operaia, ovvero la borghesia.

Coincidentalmente il borghese critico cinematografico Morandini non l’ha gradito.

VOTO:
3 fiori e mezzo

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970) voto

Titolo indegno inglese: The Pizza Triangle
Regia: Ettore Scola
Durata: 107 minuti
Compralo: https://amzn.to/3hk2aZC

Non siamo più vivi (2022)

Un professore liceale di biologia non ce la fa più a vedere il figlio bullizzato perché completamente inetto all’esistenza e meritevole d’essere cancellato con un colpo di spugna dopo avergli sputato in grembo e quindi si fa venire in mente un’idea assurda: iniettargli testosterone di topo a valanga per fargli salire la scimmia.

E però questa bislacca procedura tira fuori un virus capace di uccidere l’ospite e prenderne il controllo facendolo muovere come un ottantenne allupato, creando di fatto uno zombie cinematografico.

Sfuggitogli di mano l’esperimento a causa di una caponata di troppo, il professore decide di guardar bruciare Roma ovvero assiste tra il divertito e il rassegnato all’espandersi dell’infezione, dapprima tra le aule della scuola e poi nel resto della città.

Drammi in salsa coreana a seguire.

Non siamo più vivi (2022)

Vomitevole dramma adolescenziale con asiatici inespressivi per asiatici anaffettivi che tenta la carta morti viventi dopo 20 anni di recrudescenza del genere.

Noioso, banale, prevedibile e reazionario, questa serie televisiva è quanto di più becero abbia visto ultimamente e solo per questo merita un voto in più della merda nella quale sguazza come un liberale tra le sue strampalate teorie economiche senza fondamento.

VOTO:
2 liberali strampalati

Non siamo più vivi (2022) voto

 

Titolo inglese: All of Us Are Dead
Titolo coreano: 지금 우리 학교는

Creatori: Lee Jae-kyoo, Chun Sung-il, Kim Nam-su
Durata: 12 episodi da 1 ora circa

La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra (2022)

Anna è una ricca signora americana che passa le giornate a bere come un cecoslovacco pazzo dopo aver divorziato a seguito della morte della figlia, morta sbranata dal criminale Michele Massacro.

Dotata di vulva parzialmente lubrificata, Anna vorrebbe sentire l’ebbrezza del cazzo dopo anni di astinenza, ma il suo comportamento bizzarro nonché la quantità di psicofarmaci che prende le rendono quasi impossibile una vita che la borghesia definisce normale e quindi spia i vicini di casa dalla finestra del soggiorno massaggiandosi prepotentemente la fica, la troia.

Improvvisamente, quando uno pensa che siamo al TFR, ecco che ad intensificarle la lubrificazione vaginale arriva un bel vedovo con figlia che però ha la ragazza bona hostess aerea stronza maledetta ti fotterò l’anima appena ti giri, lo giuro su questo calice di vino rancido.

Misteri a seguire.

La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra (2022)

Forsennata parodia del genere “donne al bivio” che prende di petto gli stereotipi del genere, dalla passione per la pittura dei fiori al bel puledro che la signora si fotte e si rifotte su ogni superficie della casa, questa serie gronda di incredibili situazioni e personaggi che in genere andiamo a perdonare nei film e nei libri per signore benestanti, ma che, decontestualizzati ed amplificati da una lente focale 520mm, appaiono come in realtà sono: assurdi.

Godibile e molto straniante fino a quando non se ne colgono le intenzioni, La signora con la vulva di fronte alla casa dell’uomo col cazzo bifolco fa incazzare parecchio, ma per le ragioni giuste.

VOTO:
3 bifolchi e mezzo

La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra (2022) voto

Titolo originale: The Woman in the House Across the Street from the Girl in the Window
Creatori: Rachel Ramras, Hugh Davidson, Larry Dorf
Durata: 8 episodi da 30 minuti