Hotel Transylvania 2 (2015)

La figlia del caro e vecchio Dracula si sposa con un americano gentile e resta gravida del suo sperma gentile.

Da questa feconda unione nasce un bambino mezzo sangue che il nonno cercherà in tutti i modi di trasformare in vampiro prima dei suoi 5 anni; pena, una vita da contribuente statale.

Hotel Transylvania 2 (2015)

La cosa che lascia un po’ interdetti in questo marasma di situazioni autoconclusive e gag infantili è il sottile, ma non per questo meno visibile, messaggio subliminale sull’identità ebraica e la sua diluizione in un mondo interraziale e interreligioso.

Sono matto?
Stai qua a sentire.

Il cast: l’attore principale nonché produttore esecutivo (Adam Sandler) è ebreo, lo sceneggiatore è ebreo e il regista è ebreo.
La storia: un vecchio europeo conservatore non riesce a credere che suo nipote, frutto dell’amore di sua figlia con un americano di altra etnia, non abbia conservato la sua linea genealogica di sangue; e qui bisogna ricordare che secondo la tradizione giudaica, l’ “ebraicità” (illusione fantastica al pari dell’unicorno) viene passata per linea materna.
Il nonno est-europeo non vuole inoltre che la figlia abbandoni il luogo isolato nel quale si è rifugiato anni or sono per sfuggire alle centenarie persecuzioni degli “altri” per trasferirsi invece nel nuovo mondo, dove tutto sembra solare e perfetto ma dove mancano le antiche tradizioni e gli affetti familiari.

Coincidenze? Volontà? Riflessi condizionati? Subconscio?
Poco importa, perché quando si analizza un film si deve tener conto sia del messaggio e sia delle implicazioni psicologiche da cui esso scaturisce, consce o inconsce che siano.

Se a questo aggiungiamo che la morale del film non sembra essere l’accettazione del diverso se il diverso ce l’hai in famiglia, ma piuttosto l’elogio della perseveranza nel cercare un’identità etnico-religiosa che si basa su tradizioni millenarie inventate da pastori analfabeti mediorientali che tutto erano fuorché gente da cui trarre insegnamenti di sociologia, allora mi sento di scoraggiare questo pamphlet propagandistico mascherato da noiosissimo cartone animato educativo.

A quando un bel film d’animazione sull’importanza della circoncisione come pratica sanitaria?

VOTO
2 rabbini che circoncidono

Hotel Transylvania 2 (2015) voto

Titolo giapponese: Monsters Hotel 2
Regia: Genndy Tartakovsky
Anno: 2015
Durata: 89 minuti

La morte può attendere (2002)

James Bond è alle prese con la Corea del nord alla quale cerca di vendere diamanti africani in cambio di armi.
Scoperto il giochetto e ucciso il corrotto colonnello Moon con il quale stava contrattando, la spia inglese mutaforma viene imprigionata nelle spaventose segrete coreane dove viene sottoposto a ogni tipo di tortura nella speranza canti il nome del contatto occidentale col quale il colonnello Moon aveva intrapreso questa malefica joint-venture alle spalle del governo centrale.

Rilasciato dopo 14 mesi con uno scambio di prigionieri e scappato dalla base americana nella quale è stato rinchiuso per accertamenti, Bond parte alla ricerca della fottutissima talpa che lo ha venduto al colonnello per calmare questa sua sete di vendetta senza fine.

Di mezzo le solite due o tre scopate a caso senza preservativo.

La morte può attendere (2002)

Boicottato sia dalla Corea del nord (per comprensibili ragioni di diffamazione globale) e dalla Corea del sud (per incomprensibili ragioni di natura sessuale e cioè un bacio on screen condotto nelle vicinanze di una statua del Buddha… dio cristo), questo budello di vacca sporca è riuscito nell’imprevedibile impresa di farmi addormentare 2 o 3 volte di seguito.

Com’è il film?
Coreani cattivi in divisa militare, cubani corrotti col sigaro in bocca, donne inglesi frigide, camerieri neri con i rasta e chi più ne ha, più ne metta; questa è la fiera madre degli stereotipi, all’anima de li mortacci vostra.

Di tutta la vicenda, l’unica nota di colore in un’altrimenti buia giornata è la notizia che nel gennaio del 2006 il regista di questo film, Lee Tamahori, è stato arrestato a Los Angeles per adescamento e prostituzione visto che, vestito da donna, ha cercato di proporre un rapporto sessuale ad un poliziotto in borghese.

VOTO:
2 poliziotti in borghese

La morte può attendere (2002) voto

Titolo originale: Die Another Day
Regia: Lee Tamahori
Anno: 2002
Durata: 133 minuti

Hotel Transylvania (2012)

Un padre non vuole rinunciare all’inevitabile fuga per fratte della giovane figlia adolescente e quindi la rinchiude in un castello fortificato in mezzo a una sperduta foresta di dannati pur di non vederla pomiciare con un altro uomo.

Niente di sconvolgentemente nuovo, direte voi; giusto, a parte la particolarità della famiglia in questione d’essere composta da vampiri centenari che gestiscono un hotel per mostri dal buon sapore remunerativo.

Hotel Transylvania (2012)

Buono, simpatico, c’è piaciuto.

Quando si parla di film d’animazione di questo tipo, e cioè blockbusters milionari doppiati da attori milionari, non mi sembra neanche il caso di stare troppo a discutere sui perché e i per come la macchina hollywoodiana difficilmente sbaglia il colpo.
Non è certo un capolavoro filosofico, ma se volete passare un bel pomeriggio in compagnia di una storia piacevole e decentemente costruita, non ne rimarrete delusi.

Se invece cercavate un porno gore rumeno, avete sbagliato strada.

VOTO:
3 Gore rumeni e mezzo

Hotel Transylvania (2012) voto

Titolo giapponese: Monster Hotel
Regia: Genndy Tartakovsky
Anno: 2012
Durata: 91 minuti

Mister Hula Hoop (1994)

Norville Barnes si è appena laureato e già si ritrova tra le fila dei disoccupati.

Arrivato nella New York di fine anni ’50 con una pietosa valigetta piena di belle speranze, questo giovane americano cerca di mettere piede nella massacrante macchina capitalista finendo inesorabilmente per rimetterci la propria stabilità, emotiva e fisica.

Dallo spaventoso ventre del reparto posta del grattacielo di una immensa società il cui presidente si è recentemente buttato dalla finestra del 44° piano, Norville viene nominato suo sostituto (fantoccio) con la certezza d’affossare i titoli azionari e permettere così una facile scalata dei rimanenti azionisti; quello che il consiglio d’amministrazione non sospetta però è che il neo-presidente Barnes ha un asso nella manica, un’invenzione semplice ed irresistibile che risolleverà le sorti della Hudsucker Industries mettendo un bel bastone tra le ruote del carro dei vincitori.

Mister Hula Hoop (1994)

Irresistibile commedia anni ’90 che pesca a pieni mani dalla golden age anni ’30 e ’40, The Hudsucker Proxy è, se non anche da un punto di vista puramente visivo, un bel capolavoro: dall’architettura fascista/deco degli enormi set agl’impeccabili costumi passando per una serie ininterrotta di recitazioni che sembrano prese dritte dritte dalla migliore screwball comedy, questo film gira talmente bene che l’abusato simbolismo del cerchio/ruota non potrebbe essere meglio azzeccato.

Nonostante alla fine dei giochi non aggiunga poi molto all’esacerbata critica al capitalismo sfrenato (ma non era questa poi l’intenzione), la visione è comunque consigliata a chiunque sia in possesso di un paio d’occhi.

Piccola nota personale: quando lo vidi al cinema, vigeva ancora la regola che se pagavi un biglietto potevi rimanere nella sala ad libitum e rivederti la pellicola due o tre volte; una fenomenale usanza che mi permise di vedere l’inizio del film che mi ero perso visto che ero entrato con una ventina di minuti di ritardo.

Ahhh, i bei tempi quando c’era lui.

VOTO:
4 lui e mezzo

Mister Hula Hoop (1994) voto

Titolo originale: The Hudsucker Proxy
Regia: Joel Coen
Anno: 1994
Durata: 111 minuti

A Ghost Story (2017)

L’apparente serenità di una giovane coppia americana viene improvvisamente distrutta con la morte dell’uomo in un incidente stradale davanti casa.

Una casa che diventerà, per il fantasma del deceduto, il luogo di perpetua presenza fino a che non verrà risolto il motivo della sua non-dipartita.

A Ghost Story (2017)

Pescando a piene mani dallo stile del cinema minimalista indipendente e all’immaginario classico degli spiriti con questioni terrene irrisolte, questa piccola e piacevolissima opera è stata per me una bella riflessione sull’insensatezza ultima dell’immanente nell’ottica di un universo infinito.

Partendo da una personale esperienza di morboso attaccamento domiciliare e da una paura per una possibile catastrofe mondiale che porti all’estinzione il genere umano, il regista del remake di Elliot, il drago invisibile porta avanti il discorso sull’intangibile elevandolo ad una sfera emotiva rarefatta ma non per questo meno emozionante di un rettile sputafuoco.

Tutto quello che facciamo per cercare di lasciare un segno del nostro passaggio su questa particella di polvere alla deriva nello spazio, dalla nona di Beethoven alle stronzate che postiamo su Facebook, è destinato a perdersi in saecula saeculorum, con tutto quello che ne consegue.
Il film non dà, e non cerca, una risposta a questo notorio dramma umano, ma piuttosto lo diluisce in eterne e apparentemente frivole inquadrature che in realtà ben veicolano il falso perdurare di un istante qual è la nostra breve esistenza.

Se non temete una scena con una donna che mangia una torta di mele per 5 minuti e 13 secondi, allora ve lo consiglio caldamente.

VOTO:
4 mele e mezza

A Ghost Story (2017) voto

Titolo originale: A Ghost Story
Regia: David Lowery
Anno: 2017
Durata: 92 minuti

Love, Sex Aur Dhokha (2010)

Amore, Sesso e Tradimento è il titolo di questo interessante film che, sotto un velo di spensierata scopiazzatura di tutto ciò che è venuto dopo The Blair Witch Project, tratta 3 temi molto importanti (e molto sottaciuti ) della nuova India turbo-fascio-capitalista.

Il film si apre con un finto promo della finta casa di distribuzione del film stesso che, tra roboanti effetti video stile MTV anni ’80 ed errori grammaticali, prepara il pubblico alla visione di 3 storie vere catturate da telecamere digitali all’insaputa, e non, delle persone riprese.

Il voyerismo, si sa, è vecchio come il mondo ed esempi di tale genere si trovano ovunque, in occidente come in oriente (basti pensare alle miniature Mogul che ritraggono principi e principesse nei loro giardini privati mentre si intrattengono con concubine, poeti, cantori e quant’altro).
La cosa interessante di Love Sex aur Dhokha è invece il suo dito puntato contro il sistema dei media indiani, sempre più propensi a sbattere in prima pagina scandali o presupposti scandali, meglio ancora se dietro ci sono storie di amore, sesso e tradimento (a cui il titolo fa riferimento).

Il film quindi da una parte intrattiene il suo pubblico dandogli (nonostante i tanti problemi con la censura e i tagli) ciò che promette fin dal titolo e dall’altro lo colpevolizza proprio per questo.

Nel frammentre le storie parlano di un’India che (come al solito) non finisce in prima pagina, o se ci finisce lo fa alla “Novella 2000”; un’India fatta di matrimoni inter-caste, violenza, ignoranza, sopraffazione delle donne, sistema patriarcale, televisioni corrotte, giornalisti venduti, prostituzione sui set di Bollywood e chi più ne ha più ne metta.

Il regista Dibakar Banerjee invece cerca, per quanto possibile in un’India ancora molto arretrata culturalmente, di fermarsi a riflettere un minuto su quello che ci accade attorno senza che le luci dei riflettori si accendano a dargli la giusta risonanza.
Come se non bastasse poi c’è il risvolto tecnico-narrativo per cui le tre storie si svolgono (quasi) contemporaneamente e quindi i personaggi di una confluiscono nelle altre dando vita ad un tarantiano (per i più giovani) Kubrickiano (per i più vecchi) ripetersi di eventi sotto un nuovo punto di vista (quello dei nuovi personaggi che assistono alle vicende di quelli del precedente episodio).

Niente male insomma.

Titolo originale: LSD: Love, Sex Aur Dhokha
Regia: Dibakar Banerjee
Anno: 2010
Durata: 155 minuti

La famiglia Addams (1991)

La famiglia Addams è composta da padre Gomez, madre Morticia, figlia Mercoledì, figlio Pugsley, nonna strega, maggiordomo Lurch e mano Mano; all’appello manca lo zio Fester, amatissimo fratello di Gomez che fece perdere le tracce circa 25 anni prima per una questione di donne (siamesi).

Siccome gli Addams sono imbottiti di dindini manco fossero una banca svizzera coi soldi degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, vengono presi di mira da un trio di sporchi truffatori i quali vogliono far passare per il parente scomparso uno di loro, un energumeno dalla pelle color latte di nome Gordon il quale coltiva una passione sinistra con la madre, stronza.

La famiglia Addams (1991)
il mio sangue per un cavallo

Nati sulle pagine del New Yorker nel 1938, passati per una fortunata serie televisiva degli anni ’60 e finiti con il coronamento cinematografico anni ’90, i mostruosi Addams se la cavano molto meglio della loro caricaturale apparenza prendendo giustamente per il culo il mito della perfetta famigliola americana.

Certo, il film non brilla di luce divina, questo è poco ma sicuro; d’altra parte si ride in più punti grazie ad uno humour nero e pungente che ha nella sua faretra un paio di frecce avvelenate niente male come la gigantesca perla comica di Mercoledì che al fratello incaprettato su una sedia elettrica proferisce le seguenti parole: giochiamo a un gioco, si chiama “Esiste un dio?”.

VOTO:
4 dee

La famiglia Addams (1991) voto

Titolo originale: The Addams Family
Regia: Barry Sonnenfeld
Anno: 1991
Durata: 99 minuti

Basta che funzioni (2009)

Un vecchio ebreo ipocondriaco newyorkese si ritrova tra le mani una gnocchetta poco più che maggiorenne miracolosamente portata al tenero ascolto delle sue lamentele di merda e riesce a farsela scappare per aver prestato meno della minima dose di empatia verso il genere umano.

Basta che funzioni (2009)
la futura moglie di Woody Allen sul set del film

Claustrofobica e verbosa, come richiede la paternità registica, tragedia sull’insensatezza dell’esistenza umana imbalsamata con le mostruose fattezza di commedia amorosa con inaspettato lieto fine.

Nonostante qualcuno potrebbe lamentare l’effetto saturazione filmica, questo 127esimo film di Woody Allen gioca molto bene le sue carte, che a prima vista risulterebbero particolamente influenzate dal percorso personale del regista più ipocondriaco del mondo quando eppure Woody giura e spergiura che il film l’ha scritto 30 anni fa pensando come attore protagonista Zero Mostel, ma la pasta è meglio ripassata.

Non sequitur.

VOTO:
3 non sequitur e mezzo

Basta che funzioni (2009) voto

Titolo originale: Whatever Works
Regia: Woody Allen
Anno: 2009
Durata: 93 minuti
Compralo: http://amzn.to/2Cdc0GD

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014)

Due poliziotti (uno tarchiato e studioso, l’altro muscoloso e ritardato) così diversi, ma così diversi che lo farebbero venire duro alla commissione per la diversità cinematografica, si ritrovano in missioni segrete per scovare impicci vari con la droga.

Nel primo capitolo si travestono da liceali per beccare lo spacciatore capo della droga HFS (Holy Fucking Shit) che ha fatto fuori un ragazzetto bianco, mentre nel secondo devono scovare lo spacciatore capo della droga WHY-PHY (Work Hard? Yes, Play Hard? Yes) che ha fatto fuori una ragazzetta nera… chiarendo quindi fin dall’innesco delle trame l’intento satirico alle spalle dell’intera macchina perbenista bipartisan hollywoodiana.

In entrambi i casi la coppia di piedipiatti troverà più di quello che cercava mentre tenterà di appianare insicurezze personali e gelosie da tradimento, con il secondo capitolo che spinge sull’acceleratore della presa per il culo mettendo in evidenza sia tutti i micro-dogmi che fanno da stella polare al genere e sia più nello specifico tutta la carica omoerotica di questo tipo di film tanto amati dagli omofobi.

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014)

Trasposizione cinematografica dell’omonima serie televisiva americana che ha lanciato Johnny Depp al grande pubblico (con un suo comprensibile cameo nel primo capitolo) e riuscitissima presa per il culo dell’intero genere action-buddy-cop-comedy.
Devo dire che questa dose doppia di testosterone per supposta mi ha lasciato con la stranissima sensazione d’essere allo stesso tempo schifato dagli stereotipi del genere che coscientemente la pellicola abbraccia in pieno e divertito dagli stereotipi del genere che coscientemente la pellicola abbraccia in pieno; un dilemma Amletico che solo una forte dose di ketamina potrà sopire.

VOTO:
3 stereotipi e mezzo

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014) voto

Titoli: 21 Jump Street, 22 Jump Street
Registi: Phil Lord, Christopher Miller
Anni: 2012, 2014
Durate: 109 minuti, 112 minuti
Comprali: http://amzn.to/2z7KIlK

The Room (2003)

Johnny, un oscuro figuro dall’aria vampiresca e dall’indescrivibile accento, vive una vita apparentemente felice: un lavoro in banca, una ragazza bionda in leggero sovrappeso con la quale sta per convolare a nozze e un amico del cuore che non gli sorride mai e gli fotte la donna di nascosto.

Un turbine di scene al limite del patetico culmineranno in tragedia scespiriana quando Johnny darà l’ultimo chiaro indizio sulla sua omosessualità repressa mettendosi una pistola in bocca.

The Room (2003)

Un film sconvolgente che ho avuto la fortuna di vedere e apprezzare numerose volte prima che salisse alla ribalta con l’uscita del film di James Franco The Disaster Artist.

Tratto più o meno liberamente dall’omonimo libro che ho letto appena uscito per saziare la mia ingordigia di Tommy Wiseau, quest’oggetto alieno alla razza umana sia per concezione che per esecuzione è da molti considerato il peggior film della storia del cinema e, anche se non si tratta assolutamente del peggiore, possiamo dire tranquillamente che ha dalla sua uno dei migliori indici di rivedibilità all’interno della cerchia Filmerda.

Indi per cui, meritando allo stesso tempo sia il massimo che il minimo dei voti, non si può fare altro che un gesto salomonico.

VOTO
2 Doggie e mezzo

The Room (2003) voto

Titolo serbo: Soba
Regia: Tommy Wiseau
Anno: 2003
Durata: 99 minuti
Compralo: http://amzn.to/2AvJ7Zn

I Muppet (2011)

Un ricco e spietato capitalista vuole estrarre il petrolio che si trova sotto i Muppet Studios; per fare ciò, dovrà radere al suolo un luogo simbolo dell’infanzia di molti americani.

Nel solco della tradizione alla Blues Brothers, i Muppets potranno impedire questo delitto culturale solo se riusciranno a racimolare 10 milioni di cucuzze entro la mezzanotte di pinco pallino data.

Numeri comici a seguire.

I Muppet (2011)

Un film per ragazzi che non annoia gli adulti grazie al suo humour semplice (ma non per questo stupido) travestito da simpatica commedia rivitalizzatrice di un fenomeno mediatico da qualche anno andato in letargo, ovvero quello dei pupazzi televisivi comandati con una mano su per il culo, il cui più esimio esponente in terra italica è senza dubbio Fabio Fazio.

VOTO
4 spietati capitalisti

I Muppet (2011) voto

Titolo originale: The Muppets
Regia: James Bobin
Anno: 2011
Durata: 103 minuti
Compralohttp://amzn.to/2jmTjf3

Stress da vampiro (1989)

Un tipico manager newyorkese poco incline all’arte della comprensione si ritrova sempre più vittima di un vortice psicologico che lo fa piombare dentro una spirale di follia sregolata fatta di passioni ataviche per belle donne nere e assistenti d’ufficio molto incompetenti: tutto ciò mentre il nostro si convince d’essere un novello vampiro, con tutto quello che ne consegue.

Stress da vampiro (1989)

Dramma psicologico con punte horror declinato suo malgrado in commedia dell’assurdo con punte di genialità incompresa, questo film è una vera chicca per tutti quelli che aspirano ad una vita cinematografica che vada al di là della semplice contrapposizione film d’autore <—> film demmerda.

Tralasciando le varie scene erotiche con una Jennifer Beals e una Kasi Lemmons dei bei tempi seminude e il pipistrello impagliato attaccato al filo di nylon che manco nei film con Bela Lugosi, la parte del leone ce l’ha l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Nicolas Cage: un misto di recita parrocchiale sotto anfetamine e disperazione da disidratazione.

VOTO:
4 Bela

Stress da vampiro (1989) voto

Titolo originale: Vampire’s Kiss
Regia: Robert Bierman
Anno: 1989
Durata: 104 minuti
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