Arizona Junior (1987)

Herbert I. McDunnough rapina i convenience store americani armato di una pistola scarica.
Perché lo fa?
Semplice: perché è una testa di cazzo.

E tanto basta a far innamorare la poliziotta Edwina con la quale convola a (in)giuste nozze per poi trasferirsi in mezzo al deserto nel tentativo d’isolarsi dal resto del mondo e così procreare una progenie con la quale insozzare la genetica umana.
Ma i due profanatori di acido desossiribonucleico hanno fatto i conti senza l’oste: Edwina è sterile come una sala operatoria ed Herbert ha una fedina penale talmente lunga che gli è impedito adottare persino un cinese col cuore cresciuto fuori dal petto.

La soluzione?
Semplice: rubare un bambino a chi ne ha già 5.

Arizona Junior (1987)

Commedia molto folle e un po’ ostica da digerire per chi ama la compiutezza narrativa.

C’è indubbiamente della buona carne al fuoco: gli attori recitano bene le loro parti caricaturali, le gag si susseguono a piè sospinto e il ritmo è frenetico… eppure un pochino alla fine ci si annoia in questo turbine di situazioni grottesche e surreali che sembrano costruite più per stupire un pubblico da fiera che per intrattenere un pubblico d’essai.

VOTO:
3 fuochi

Arizona Junior (1987) voto

Titolo originale: Raising Arizona
Regia: Joel Coen
Anno: 1987
Durata: 94 minuti

West Side Story (1961)

Nell’upper west side di Manhattan ci sono tanti giovani poveracci americani che si fanno la guerra al campo di pallacanestro per il dominio di quelle loro strade di merda sporche e malfamate.

I Jets e gli Sharks, due gang rivali d’immigrati, si contendono il campetto a suon di ceffoni e piroette piroclastiche alzando ogni giorno il tiro dell’ammissibile: schiaffi, calci, pietre, cinghie, coltelli, pistole… la corsa agli armamenti sembra non fermarsi mai e solo l’AMMORE duro e puro di due ragazzi con i genitali in fiamme potrà (forse) stoppare l’escalation di morte.

West Side Story (1961)
che belle mani bell’uomo

West Side Story è un celebre musical, prima teatrale e poi cinematografico, vecchio e stravecchio… eppure bello e strabello.

Pieno zeppo di ballerini che danzano in maniera così leggiadra da farti dimenticare per un attimo che esistono le carestie e gli stupri di guerra e tutto incentrato sulla guerra civile che le minoranze etniche (polacchi e portoricani nella fattispecie) si facevano all’ombra dell’ultimo sole del capitalismo yankee, questa celebre opera cinematografica vale certamente almeno una visione, sia dei fan del genere che di chi come me vuole semplicemente provare il brivido di farsi venire la voglia di un plié.

VOTO:
4 plié e mezzo

West Side Story (1961) voto

Titolo brasiliano: Amor, Sublime Amor
Regia: Jerome Robbins, Robert Wise
Anno: 1961
Durata: 153 minuti

Virus letale (1995)

Nel 1967 un virus letale viene trovato in un villaggio in Zaire e gli americani pensano bene di gettarci una bomba prima che Motaba, questo il nome affibbiatogli, si diffonda e soprattutto prima che questo venga isolato e studiato e quindi usato dai suoi due maggiori nemici mondiali: i Comunisti e i Trigliceridi.

30 anni dopo il virus, portato dalle scimmie cappuccine (un cui membro fu brutalmente decapitato in Cannibal Holocaust), fa capolino in una tranquilla cittadina americana chiamata Cedar Creek, famosa per aver dato i natali alla zia di Mino Reitano, e siccome nel frattempo il figlio di puttana è mutato diventando aerobico non rimane altro da fare se non piombare un’altra bella bombetta ad alto potenziale vaporizzando circa 2300 persone, assieme a qualche miliardo di virus letali.

…ma forse, e dico forse… un’altra via potrebbe esserci: il naso di Dustin Hoffman e la vocina di Cuba Gooding Junior potrebbero spaventare a morte Motaba e ricacciarlo in serie B.

Virus letale (1995)
una somiglianza strabiliante!

Dal regista de La storia infinita e Il mio nemico, ecco uno di quei film che Roberto Fiore direbbe <<Ma come ha fatto Dustin Hoffman a diventare famoso con quel naso da giudio?>> ma poi si renderebbe subito conto che i media sono controllati dagli ebrei che ti avvelenano i pozzi per sacrificare i tuoi figli al loro dio vendicativo e così facendo si risponderebbe in maniera agile ed ariana per poi tornare al film in sé, che è uno di quei film con gli scienziati e le mascherine e gli ammalati che tossiscono nei corridoi per poi svenire tirandosi addosso i popcorn che fa più scena da distruzione del quieto vivere americano.

Una pellicola non imperdibile, ma passabile quando imperversa l’apocalisse fuori dalla porta di casa e sei costretto a sublimare le tue paure con l’arte.

Da segnalare la presenza di un algido Kevin Spacey, balzato recentemente alle cronache per i ripetuti assalti ai giovinetti che bazzicano Hollywood, nel ruolo probabilmente più frocio che gli abbiano mai fatto recitare, risultando quindi assolutamente perfetto.

VOTO:
2 giovinetti e mezzo

Virus letale (1995) voto

Titolo originale: Outbreak
Regia: Wolfgang Petersen
Anno: 1995
Durata: 127 minuti

Irrational Man (2015)

Abe Lucas è un professore universitario di filosofia che non trova più la voglia di farselo alzare la mattina presto da quando un amico si è fatto saltare in aria calpestando una mina antiuomo in Iraq o Afghanistan o Centocelle, non ricordo bene.

Fatto sta che Abe, appena arrivato alla sua nuova università nel Rhode Island, riesce in men che non si dica a tirarsi appresso sia una collega di mezz’età insoddisfatta dal marito che una studentessa sbarbatella fica secca che non vede l’ora di fare la tacca “professore” sul tabellone dei maschi da trombare.

Dal canto suo il signor Lucas, tormentato da una depressione cosmica e un generale cinismo verso tutto e tutti, trova inaspettatamente linfa vitale quando scopre di voler interpretare il giustiziere del sabato mattina facendo bere del cianuro ad un giudice stronzone che lui reputa indegno di popolare la società civile mettendo così in pratica un personale esistenzialismo.

Irrational Man (2015)

Woody Allen non fa mai un film brutto, anche quando ci mette il minimo impegno scrivendo la sceneggiatura nelle pause caffè o seduto al cesso, e questa pellicola non è da meno.

Interpretato da un buon cast, su cui spicca Joaquin Phoenix per la sua bella panza d’alcolista, e girato bene che non gli si può dire nulla di male, Irrational Man riesce nel difficile intento di farti rimanere muto per mancanza d’appigli a cui aggrapparti mentre cerchi di fare il tuo misero lavoro di critico.

VOTO:
2 appigli e mezzo

Irrational Man (2015) voto

Titolo colombiano: Hombre irracional
Regia: Woody Allen
Anno: 2015
Durata: 95 minuti

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)

Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (se non sapete il nome, andate su Wikipedia), oltre ad aver condotto gli stati del nord alla vittoria contro quelli del sud nella sanguinosa guerra civile americana (guerra che, tra il 1861 e il 1865, fece più di 2 milioni di morti), fu anche un avido cacciatore di vampiri.

Ma come? Non lo sapevate?!

Beh, ovviamente la colpa è della cospirazione pluto-pippo-giudaica e di quei rettiliani che non vogliono far sapere quanto le nostre società civili siano infettate dal morbo giudio nel senso di Giuda che vendette nostro signore Gesù Cristo per 30 denari sonanti dirin din din e quanto il valoroso presidente passato alla storia come il liberatore degli schiavi neri americani abbia anche salvato l’Unione da una marea di non morti.

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)
prendi questo, mutato figlio di puttana

Interessantissimo revisionismo storico cinematografico (da far invidia a Renzo De Felice) che, in puro stile americano, se ne fotte della realtà dei fatti e della tradizione per andare invece a riscrivere una pagina più che dibattuta all’interno della società statunitense, quella che vide contrapporsi le giovani colonie americane a suon di baionette e cannonate.

La veste grafica è ottima, come pure le scene d’azione; quello che manca però è un vero filo narrativo visto che in più di un’occasione si avvertono salti spazio-temporali, forse dovuti a grossolani tagli in fase di montaggio, che lasciano parecchio amaro in bocca allo spettatore che abbia la saporita voglia d’assopirsi pigramente di fronte allo schermo.

Ma in verità io vi dico:
pensate se da noi venisse fuori uno con l’idea di mettere in scena un Camillo Paolo Filippo Giulio Benso conte di Cavour assetato di vendetta per la morte di un familiare e che, armato d’ascia lunga un metro, faccia man bassa di satanassi fracassandogli la capoccia e sbudellandone gli addomi.
Ma v’immaginate gli interminabili dibattiti intellettualoidi?

VOTO:
3 Cavour

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012) voto

Titolo originale: Abraham Lincoln: Vampire Hunter
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2012
Durata: 105 minuti

Spider-Man: Far from Home (2019)

La Terra rischia di essere distrutta dai 4 mostri elementali (acqua, terra, vento e fuoco) mentre Peter Parker tenta con bonaria goffaggine di sperimentare la penetrazione vaginale assieme alla sua compagna di classe MJ, che non sta per Michael Jackson ma bensì per Miseri Jinocchi.

Il canonico viaggio europeo durante il quale ogni buon adolescente americano deve assolutamente ubriacarsi a Campo de’ fiori e scalare la statua di Giordano Bruno così da permettergli d’entrare a buon diritto nel ristretto clan delle teste di cazzo sfondate mannaggia cristo vi mastico i coglioni se vi prendo quant’è vero iddio, sarà per l’Uomo Ragno il perfetto viatico alla penetrazione di cui sopra e, per la gioia di grandi e piccini, ne vedremo delle belle delle brutte delle bellemmeglio.

Spider-Man: Far from Home (2019)
uomo evirato, mezzo dominato

Continua l’ipnotismo mediatico delle classi dominanti verso le masse proletarie tanto temuto da Diego Fusaro; un bombardamento cinematografico popolato da, come li definirebbe con olimpica compostezza il nostro amato filosofo da salotto buono, uomini demascolinizzati e privati del loro ruolo di padri di famiglia, succubi di donne più alte di loro così da sottolineare il ribaltamento dell’ordine naturale delle cose che vede un uomo e una donna unirsi in sacro vincolo matrimoniale per procreare nuova vita.

Qui invece si assiste ad un’abominevole glorificazione della teoria gender mentre il turbo capitalismo dilagante della finanza globale giudaica turbo giudecca rende il comune cittadino una pedina sullo scacchiere turbo mondialista.

Un film poco divertente e che non aggiunge molto al panorama turbo hollywoodiano.

VOTO:
2 fiat panda turbo

Spider-Man: Far from Home (2019) voto

Titolo giapponese: Supaidâman: Fâ Furomu Hômu
Regia: Jon Watts
Anno: 2019
Durata: 129 minuti

The Boys: 1° stagione (2019)

In un presente parallelo alternativo distopico, la gente con i poteri sovrannaturali esiste davvero e la macchina capitalista della Vought Corporation picchia forte la gran cassa mediatica per pompare a bestia questi suoi “prodotti” che poi rivende al miglior offerente sul mercato.
Una città col tasso di criminalità alto ha bisogno di una ripulita?
Non c’è problema, la Vought Corporation può cedere in prestito per 3 anni l’uomo balena alla modica cifra di 300 milioni di dollari.

Sembra tutto facile, tutto perfetto, tutto come in un film… e invece la realtà delle cose è ben diversa da come sembri: i supereroi sono persone come tutte noi, con i difetti e le manie di grandezza tipiche dell’essere umano (ma con la preoccupante particolarità di avere a disposizione poteri difficilmente soggiogabili) e i soldi comandano tutto e tutti, da chi ti masturba a chi ti scazzotta la faccia fino a ridurla un colabrodo.

The Boys: 1° stagione (2019)

Interessanti idee, ma svolgimento meno di quello che ci si aspetterebbe da una satira graffiante dell’empia commistione tra corporativismo, fervore religioso e civiltà dei mass media.

Se da una parte infatti il mettere in mostra l’indegno comportamento dei supereroi che si drogano, stuprano, rubano, ignorano, uccidono e vai col tango è certamente la direzione giusta, fa male poi vedere come si cerchi di raddrizzare la torre ficcandoci la supereroina pura d’animo e progressista così che non si possa poi criticare tout court il concetto della cessione della sicurezza ad una corporazione privata o, in maniera ancora più generale, opporsi all’innalzamento di taluni esseri umani sopra altri per presunti meriti psico-fisici.

Sarebbe come voler innalzare piedistalli sotto i piedi di Giovanni Floris solo perché ha il quoziente intellettivo più alto in Italia… o almeno, questo è quello che va dicendo nei bagni della stazione di Novara quando, dopo la mezzanotte, va a vendere il proprio orifizio anale per poche decine d’euro ai ferventi camionisti polacchi fra i quali il suo deretano è leggenda.

VOTO:
3 polacchi

The Boys: 1° stagione (2019) voto

Titolo: The Boys
Creatore: Eric Kripke
Stagione: prima
Anno: 2019
Durata: 8 episodi da 1 ora

Avengers: Endgame (2019)

Dopo aver eliminato metà degli esseri viventi dell’universo, Thanos va in pensione e si mette a coltivare frutti belli spinosi che, se spinti a forza nel proprio deretano, potranno dargli quella pace che ha sempre sognato.

Nel frattempo quel che resta degli Avengers, coadiuvati da Captain Marvel, decidono di andare a riprendere le Infinity Stones con cui Thanos ha evaporato miliardi di esseri viventi e far così rivivere tutti i loro cari (assieme a milioni di assassini, stupratori e impiegati di banca), ma arrivano troppo tardi… Thanos ha distrutto le pietre magiche, sigillando così per sempre il suo malvagio piano di contenimento demografico.

Ora l’unica maniera per riportare indietro le lancette, oltre ad un bel lifting facciale col chirurgo plastico di Cher, è usare la fisica quantistica per viaggiare indietro nel tempo ed andare a scommettere alle corse di cavalli con il grande almanacco sportivo.

Avengers: Endgame (2019)

Niente, me li guardo tutti ma non riesco mai a divertirmi appieno con questi cazzo di film coi supereroi.

Sarà per la mole sempre più pesante di sfraceli che si susseguono sullo schermo lungo le oramai canoniche 3 ore di film, manco fossimo a Bollywood.
Sarà perché non je la faccio a digerire i facili sentimenti del topolino popolino che si piscia sotto con roba tipo forza bruta, machismo (di uomini e di donne) e orgoglio identitario (di minoranze etniche, di portatrici d’utero e/o di supremazia bianca).
O sarà per l’incredibile velocità con cui il potere cambia pelle per farsi amare da un genere umano miope come Mr Magoo; un ammasso di esseri umani che ieri gioioso sborrava guardando Rambo trucidare i fottuti musi gialli e oggi felice spurga le gonadi sbavando sopra neri e donne che compiono gli stessi eccidi di cui si sono macchiati i loro illustri predecessori maschili bianchi.

Il pubblico purtroppo, come da programma, premia questo tipo di produzioni elevando EndGame a film col maggior incasso del 2019, maggior incasso in Nord America del 2019, secondo maggior incasso di sempre in Nord America, film di supereroi con i maggiori incassi di sempre e maggior incasso nella storia del cinema… ma i soldi non laveranno mai e poi mai la vostra immonda morale empia d’ogni possibile peccato veniale e mortale.

“Lo sai che farò un bel po’ di cambiamenti?”, dice Valchirie quando viene nominata nuovo re degli Asgardiani da Thor.
Beh, cara regina, potresti cominciare nel trasformare Asgarg da monarchia assoluta a democrazia popolare; così, tanto per far vedere che la scelta di spingere sull’acceleratore femminista non è una semplice ed avida strategia di marketing ma si inserisci in un più ampio contesto socio-culturale che vede nella redistribuzione dei poteri tra tutti (e ripeto, tutti) i cittadini, indipendentemente dal loro sesso, il loro pensiero e soprattutto dal ceto sociale in cui sono nati, la vera molla del progresso umano.

Ma che ve lo dico a fare?
Tanto basta un #meToo e passa la paura.

VOTO:
3 #meToo

Avengers: Endgame (2019) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Ultimato
Regia: Anthony e Joe Russo
Anno: 2019
Durata: 181 minuti

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano un sacco di cose a Sagliena, piccolissimo comune burino dell’Italia centrale: gira la levatrice analfabeta che fa su e giù per i paeselli aiutando a nascere gli ultimi abitanti di comunità sull’orlo dello spopolamento post bellico; girano i carabinieri italiani col moschetto a tracolla per tenere sotto controllo un popolo, quello italico, così diverso e caotico che c’è voluta la grande omologazione televisiva per unirlo tutto sotto l’orribile ombrello del canone Rai; gira scalza la poverissima e bella Maria De Ritis (detta la Bersagliera), orfana di padre e perciò oggetto di continui e inopportuni apprezzamenti dei compaesani maschi; girano i pettegolezzi della gente che sparlotta dalla mattina alla sera di qualsiasi cosa pur di dimenticare per un solo istante la propria esistenza miserrima; e gira che ti rigira il nuovo maresciallo Antonio Carotenuto, appena trasferito nella sperduta Sagliena, uno scapolo allupatissimo con un gravissimo caso di palle gonfie che guarda, manco il marito di Alba Rohrwacher (Saverio Costanzo, figlio di Maurizio).

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano anche un po’ le palle mie per essermi perso così a lungo questo intramontabile capolavoro popolare frutto della più pura e semplice commedia all’italiana: pieno di drammi quotidiani, di povera gente, di buoni sentimenti e di patriarcato un po’ rincoglionito.

Non mancano pure alcuni brevi e timidi commenti sociali sulla situazione italiana, al culmine di un rivolgimento epocale che l’avrebbe traghettata da terra contadina retrograda a potenza industriale retrograda.
Frasi pungenti e non scontate come quella della Bersagliera che dice “La povera gente ce sta già all’inferno… e ce resta a furia de bestemmie, de ladrocini e disperazioni de Dio.” aprono il cuore di chi dai film si aspetta un passo oltre la banale rappresentazione dell’essere, per giungere al sogno, all’ideale, all’utopia che spinge ad andare avanti proprio quelli che non hanno nulla.

E vogliamo parlare invece di quando il maresciallo piomba in casa della levatrice per pretendere spiegazioni circa il suo rifiuto (come se un uomo non potesse essere rifiutato… ‘ci tua) e si lascia poi scappare un clamoroso “Io e lei pari siamo, io voto e pure voi adesso”?

Roba da sturbo!

VOTO:
4 sturbi

Pane, amore e fantasia (1953) voto

Titolo inglese: Bread, Love and Dreams
Regia: Luigi Comencini
Anno: 1953
Durata: 93 minuti

Luci della città (1931)

Un barbone americano, scanzato da tutto e tutti manco portasse il colera, fa la conoscenza di una giovane cieca venditrice ambulante di fiori che lo scambia per un ricco signore borghese dal soldo facile.

Scoccata la scintilla nel cuore del derelitto, si pone quindi un grosso problema: come conciliare quest’idea sballata con la triste realtà dei fatti, ovvero che tra lui e la borghesia ci starebbero tanti cazzi e barattoli quanti ce ne stanno tra la Terra e la Luna?

Beh, ci pensa il destino cinico e beffardo a portargli in grembo l’occasione di una vita e cioè un miliardario depresso che affoga i suoi dispiaceri nell’alcool fino a perdere la ragione; un riccastro che si fa talmente male al cervello ingurgitando litri e litri di etanolo che arriva a prendere sotto la propria ala il barbone americano durante le sue nottate inebriate e il barbone americano a sua volta lo sfrutta sfacciatamente per girare soldi e regalie alla cieca venditrice di fiori che dal canto suo comincia a credere di poter scappare da una vita miserabile facendosi portare all’altare dal misterioso benefattore.

In questo triangolo psichiatricamente sessuale, le cose si complicheranno un po’… ma il piano machiavellico giungerà ad un piacevole epilogo.

Luci della città (1931)
solo tori e checche siedono sulle rive dei fiumi e voi non ce l’avete l’aria dei tori

Primo film muto dopo l’avvento del sonoro per Charlie Chaplin e grande scommessa vinta, visto l’enorme successo di pubblico e il grande favore della critica.

Scandito alla solita maniera, ovvero per stanze comiche autoconclusive che pagano chiaramente pegno all’imprinting sketchistico del primo Chaplin, il film possiede comunque una solida struttura in 3 atti al cui interno vivono e muoiono più di una trama popolata di vari e riusciti personaggi interpretati da grandi caratteristi che non sfigurano accanto alla leggenda del cinema muto, ma anzi potenziano la portata dell’opera.

Persino la co-protagonista Virginia Cherrill, all’epoca solo ventiduenne, porta a casa il risultato dando vita ad una realistica interpretazione di una non vedente; dolce e fragile, ma mai patetica.

Numerose le perle comiche disseminate come tulipani lungo il corso del film che tornano a sbocciare come splendidi fiori anche dopo quasi 90 anni e pellicola da consigliare a chiunque non sia un nano col buco del culo troppo vicino al cuore.

VOTO:
4 fiori e mezzo

Luci della città (1931) voto

Titolo originale: City Lights
Regia: Charles Chaplin
Anno: 1931
Durata: 87 minuti

Il prete bello (1989)

Giovinezza e passaggio alla fase adulta per Sergio, ragazzino della provincia vicentina durante i folgoranti anni “fassisti”.

A portarlo per mano in questa delicata fase della vita umana ci saranno i più variopinti personaggi possibili: dalla banda fraterna di piccoli scappati di casa coi quali passa i pomeriggi, al ladro soprannominato Ragioniere che fa loro da padre putativo, fino a Don Gastone, il prete del titolo che finirà in rovina per la voglia matta di riporre il proprio uccello dentro la passera della ventenne Fedora, una bella ragazza che (a dispetto del nome) non è un’amante dei cappelli, ma delle cappelle… visto che di lavoro fa la bottana.

Il prete bello (1989)

Interessante film d’epoca, tratto dall’omonimo libro bestseller per via delle pruriginose scene di sesso tra un prete e una puttana, che tenta (con plateali difficoltà) di ricreare gl’innocenti anni del ventennio fascista attraverso gl’innocenti anni dell’undicenne Sergio.

Il regista (veneto come l’ambientazione) è uno dei miei favoriti tra i minori del cinema italiano, ma questo non è sicuramente il suo miglior film; nonostante sia pervaso da un generale quanto azzeccato senso di nostalgia triste per un tempo che forse non è mai stato e non ci sia una cosa che possa dirsi oggettivamente fuori posto, la visione stanca presto e si rimane col cerino in mano fino all’ultimo nella speranza (vana) che qualcosa desti lo sguardo dello spettatore che mano a mano si ritrova sempre più rivolto verso il basso.

Notevole l’alluce valgo dell’attrice Jessica Forde che interpreta l’amante delle cappelle.

VOTO:
3 alluci valghi

Il prete bello (1989) voto

Titolo francese: Les p’tits vélos
Regia: Carlo Mazzacurati
Anno: 1989
Durata: 87 minuti

Kick-Ass (2010)

Dave Lizewski è un normalissimo teenager americano con l’inspiegabile e piuttosto sospetta fissa per le tette.

Per arrivare a macinarne un paio, Dave si travestirà da supereroe mascherato andando a manganellare i delinquenti nottambuli e prendendo parecchie crocche sul muso, ma riuscendo nella magica impresa d’impressionare la ragazza dei suoi sogni e poter così toccarle le piccole e delicate tette pubescenziali.

Purtroppo con la conoscenza carnale verrà, come da tradizione cristiana, la punizione divina ed il giovane Lizewski dovrà fare i conti con un mafioso locale intenzionato a farlo fuori assieme ai più temibili supereroi Big Daddy e Hit Girl i quali, lungi dall’essere una coppia DDlg, sono un padre e una figlia assetati di vendetta nei confronti del mafioso locale intenzionato a farli fuori assieme al giovane Lizewski.

Kick-Ass (2010)

Bel film comico coi supereroi che, a differenza dei film seri coi supereroi, si dimostra crudo e violento nella rappresentazione dell’insana cultura dei vigilantes che si sostituiscono allo Stato e così facendo aggiunge quello strato di realismo utile a rendere la vena satirica ancora più efficace.

Nicolas Cage (sempre più matto) spara, zompa e urla frasi sconnesse mentre brucia come un maiale sardo rendendo la sua interpretazione indimenticabile mentre il resto del cast porta un buon risultato a casa nonostante l’impossibilità di compararsi al mito di Long Beach.

Se siete alla ricerca di qualcosa che dia la carica e non volete spendere una fortuna in cocaina, questo è il film per voi.

VOTO:
4 Long Beach e mezzo

Kick-Ass (2010) voto

Titolo rumeno: Rupe-tot
Regia: Matthew Vaughn
Anno: 2010
Durata: 117 minuti