I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)

Chicco Lazzaretti, Bruno Sacchi, Massimo Conti, Sharon Zampetti, Daniele Rutelli, Rossella Schnell, Benedetta Valentini, Elias e Tisini.

Se questi nomi non vi dicono nulla vuol dire che siete all’oscuro di uno dei progetti di controllo mentale più riusciti che la storia conosca, un telefilm anni ’80 talmente rivoluzionario nel suo approccio psicologico al telespettatore che dovrebbe essere studiato per decenni in tutte le università italiane, un eccezionale unicum nel panorama televisivo dell’epoca che, visto con gli occhi di oggi, permette uno studio approfondito di una cultura sul crinale di una montagna, una comunità di persone che si apprestava ad abbandonare un solido e tronfio provincialismo fatto di sorridenti camerieri negri e bar dello sport; un gretto provincialismo che l’aveva resa una potenza mondiale e che venne abbandonato per abbracciare invece il treno della globalizzazione… prendendolo in piena fronte e finendo con lo sgretolarsi in piccolissimi frammenti atomici dispersi al vento dell’anima de li mortacci vostra.

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)
quando le cabine telefoniche arrivavano in orario!

Questo e molto altro è I ragazzi della 3ª C; un divertente telefilm intriso fino all’osso del più puro berlusconismo, nel bene e nel male, che narra le vicende di un gruppo di studenti dell’immaginario liceo Leopardi di Roma, un drappello di moderni eroi molto eterogeneo nel quale regna il macchiettismo come unico dio, la caricatura come ragione di vita e la pernacchia come spirito santo.

Effervescente, recitato da dio, scritto per un pubblico di massa ma pieno di humour, girato come fosse un film piuttosto che un piatto prodotto televisivo e con delle storie certamente semplici ma mai inutili, questo “coso” a basso costo compete (e vince) qualsiasi confronto con mostri sacri tipo Friends o The Big Bang Theory.

Molti, nati prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’avranno visto in TV a salti e bocconi e ne conserveranno un ricordo maldestro e inopportuno; rivisto invece con gli occhi di oggi si rivela nella sua forma più pura, ovvero quella di stele di Rosetta grazie alla quale diventa magicamente possibile decifrare la nostra realtà contemporanea, empia figlia pregna del pus di ciò che l’ha preceduta.

Un must.

VOTO:
3 camerieri e mezzo

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987) voto

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: prima
Anno
: 1987

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

Una poltrona per due (1983)

Randolph e Mortimet Duke sono due vecchi magnati della finanza creativa americana e fanno parte di quella invisibile famiglia di bianchi e ricchi affaristi della peggior specie che affamano interi popoli con una speculazione in Borsa o il pigiare di un tasto in banca.

Con la spocchia che contraddistingue loro e la gente come loro, decidono di fare una scommessa degna di Scienze Sociali all’università di Tor Vergata; una scommessa crudele che sconvolgerà per sempre la vita di due persone: Louis Winthorpe III, un giovane broker bianco al servizio dei Duke con la puzza sotto il naso che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e Billy Ray Valentine, un poveraccio nero che dalla vita ha sempre ricevuto solo schiaffi perché è nato e cresciuto in una società profondamente classista e razzista, avranno le loro vite scambiate da un giorno all’altro.
Si vedrà poi se i due diventeranno l’opposto di quello che sono confermando perciò quello che il social/comunismo va dicendo da 2 secoli e cioè che, date le circostanze sociali favorevoli, ogni essere umano tende al bene, e viceversa.

Spetterà poi a Louis, Billy Ray, Alessandro Di Battista e una puttana di nome Ophelia spuntarla sul capitalismo finanziario in questa fantastica commedia americana anni ’80 più cruda del solito.

Una poltrona per due (1983)
ma quale altra commedia si apre con un barbone letteralmente morto di freddo?

Il 9 giugno del 1980 il celebre comico americano Richard Pryor, strafatto di cocaina come non ci fosse un domani, prese una bottiglia di rum, se la versò addosso e si diede fuoco.
Col corpo ricoperto di fiamme, il nostro caro Richard uscì di casa e si fece di corsa Parthenia street in Los Angeles fino a quando non fu fermato da una pattuglia della polizia e condotto quindi in ospedale per curare ustioni di secondo e terzo grado su più della metà del corpo.

Ma a noi, che ce ne frega?
Eh beh, il fatto è che prima di quest’incredibile incidente Richard Pryor era candidato a interpretare la presente pellicola assieme al compare storico Gene Wilder e quindi, se non fosse stato per la cocaina e l’alcool, oggi non avremmo questo piccolo gioiello di film, ma ne avremmo un’altra versione.
E poi dicono che le droghe fanno male.

Ad ogni modo: questa è una storia simpaticissima, con critiche sociali non scontate ed interpretata da un bel duo affiatato composto da Eddie Murphy e Dan Aykroyd (i quali aveva già lavorato assieme durante gli anni al Saturday Night Live) e un cast di coprimari di tutto rispetto tra i quali spiccano chiaramente le tette di Jamie Lee Curtis i perfidi fratelli Duke, vera e propria reincarnazione moderna di Ebenezer Scrooge, che poi andremo a ritrovare in Il principe cerca moglie in un piccolo ma gustoso cameo.

Diventato in Italia un classicone natalizio che viene trasmesso ad ogni santa vigilia da almeno 20 anni (e del quale fino ad oggi avevo sempre perso il fantastico inizio che ritrae scene di vita quotidiana proletaria a Philadelphia), questa pellicola ha purtroppo un solo grande difetto: non va oltre il semplice ribaltamento di ruoli tra ricco e povero, evitando perciò d’approdare verso i lidi del ribaltamento societario, e si accontenta di mettere sul piedistallo del potere un nuovo re (nella fattispecie 2), meno ottuso del precedente decaduto, quando invece lo sanno tutti che i re stanno bene solo sul piedistallo della ghigliottina.

VOTO:
4 Scrooge e mezzo

Una poltrona per due (1983) voto

Titolo originale: Trading Places
Regia: John Landis
Anno: 1983
Durata: 116 minuti

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

Wild Wild Country (2018)

Chandra Mohan Jain, conosciuto anche come Acharya Rajneesh, Bhagwan Shree Rajneesh e con il più recente e più famoso pseudonimo di Osho, nacque in India l’11 dicembre 1931 e mancando di pochi giorni la nascita di Gesù Cristo decise, passo dopo passo, convegno dopo convegno, meditazione dopo meditazione, esperienza traumatica dopo esperienza traumatica, elogio del capitalismo dopo elogio del capitalismo, di fondare una nuova religione chiamata tra gli intimi Sannyasanismo.
Una religione che non fosse però una religione, ma più una commistione di svariati filoni di pensiero ripiegati su loro stessi in un ignorante potpourri culturale secondo il classico stile indiano di fare un masala di ogni cosa col risultato di addormentare i sensi.

Il Sannyasa, per chi non lo sapesse, è l’ultima fase del percorso verso l’illuminazione nella filosofia indiana; la fase della rinuncia alle tentazioni terrene per cercare l’essenza spirituale delle cose e fa abbastanza ridere come questo fosse esattamente l’opposto di quello che avveniva (e avviene) tra i discepoli di questo movimento religioso il cui leader si comprò una quarantina di Rolls-Royce, un orologio da un milione di dollari, un paio di aerei privati e un guardaroba da far invidia a Platinette.
Tutto ovviamente comprato con i soldi ricavati dai beni terreni di quelli che entravano (ed entrano) nel suo Ashram e i golosi ricavati dal merchandising (libri, tazze, magliette, ciabatte) e dai corsi che a tutt’oggi la Osho International Foundation tiene in India e in giro per il mondo.

Ma in questo documentario tutto ‘sto schifo conta fino a un certo punto perché si vuole invece raccontare un periodo specifico di questa follia collettiva chiamata Osho e cioè i 4 anni di permanenza su suolo statunitense dentro un immenso e sperduto ranch nello stato dell’Oregon dove migliaia di devoti crearono una cittadina (quasi) autosufficiente, Rajneeshpuram, secondo i principi professati da questo ciarlatano dal gusto estetico di un macellaio che ha ricevuto una botta in testa, ovvero: tutti lavorano gratis (tranne il leader), nessuno possiede un cazzo (tranne il leader), tutti vivono una sessualità aperta e scevra di ogni costrutto sociale, tutti possiedono e si allenano con fucili d’assalto in caso qualcuno voglia attaccare la comunità e ogni tanto si contaminano con il virus della salmonella svariati ristoranti della contea per virare i prossimi risultati elettorali.

Un paradiso in terra insomma.

Wild Wild Country (2018)

Documentario da montagna russa che conduce abilmente lo spettatore lungo un sali scendi d’emozioni contrastanti probabilmente simili a quelle provate dagl’infantili discepoli di Osho.

Oltre al chiaro appeal dei dettagli più contrastanti come il sesso libero fiondato in mezzo ad una piccola comunità rurale americana di cristiani benpensanti o il clima da paranoia su entrambi i fronti della disputa, quello che più convince è la chiara volontà di non condannare in maniera netta la comunità di Rajneeshpuram e lasciare allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione propria su quello che poi è stato un fenomeno naturale.
Certamente infinitesimo e forse insignificante rispetto ai movimenti celesti, ma non per questo dissimile nella meccanica d’azione, di causa ed effetto.

Perché diciamocelo chiaramente: tutto questo affaccendarsi nella ricerca della verità, della giustizia, dell’illuminazione, della retta via e via dicendo non ha poi alcun senso al di fuori dell’antropocentrica percezione umana delle cose.
La spiegazione più semplice se il mondo sia giusto o sbagliato è che “giusto” o “sbagliato” sono solo costrutti umani.

Nessuno si sognerebbe mai di dire se un onda del mare sia giusta o sbagliata; un onda come un soffio di vento o un’eruzione vulcanica sono fenomeni naturali risultanti da una miriade di fattori scatenanti che hanno condotto, ciascuno con il suo piccolo contributo, alla condizione presente.
Ogni gesto o fenomeno o pensiero di ogni momento è perfetto in quanto esistente; è perfetto perché è la risultanza del percorso di minor attrito lungo la discesa spazio-temporale chiamata gravitazione e quindi non ha alcun senso parlare di giusto o sbagliato esattamente come non avrebbe senso domandarsi se il colore arancione sia giusto o sbagliato.

L’estinzione dei dinosauri?
Un meteorite.
L’estinzione dei dodo?
Il contatto con una specie predatrice superiore come gli esseri umani.
Il capitalismo americano del 20esimo secolo?
Evidentemente era il sistema vincitore date le circostanze.
Le proteste in piazza contro questo o quello?
Un’ovvia risultante delle tensioni sociali.
La violenza della guerra?
Se non lo fosse, si chiamerebbe pace.
Il WWF?
Una virata ambientalista della specie umana era telefonata.
Il cannibalismo delle tribù sudamericane?
Come poteva essere altrimenti vista l’inesistenza di bestiame d’allevamento?
Il successo planetario di Osho?
Era scontato che una serie incoerente di cialtronate in salsa new age infarcite di sesso libero e la promessa della liberazione dai dogmatismi dell’era odierna facesse presa nei cuori e nelle menti di migliaia di persone private dalle società umane contemporanee del più fondamentale dei sentimenti umani, il sentirsi amati.

VOTO:
4 dodo

Wild Wild Country (2018) voto

Titolo polacco: Bardzo dziki kraj
Regia: Maclain Way, Chapman Way
Anno: 2018
Durata: 6 episodi da 1 ora

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti

Bone Tomahawk (2015)

Alla fine del 19esimo secolo gli Stati Uniti d’America erano ancora un paese in fieri colmo di mistero e timore; un paese molto difficile da vivere e per questo popolato per buona parte dai due estremi dell’essere umano: i poveri determinati cristi che tentavano, contro ogni pronostico, di costruire qualcosa dai sassi e la polvere a disposizione e chi invece no.

Qui, a differenza dei classici film manichei coi buoni e i cattivi, vengono tralasciati gli uomini qualunque a ruoli marginali e macchiettistici (come il pianista del saloon) e sono invece narrate vicende che mettono in contrapposizione persone prese solo dal gruppo dei poveri determinati cristi: briganti nomadi che vanno avanti sgozzando viandanti appisolati sotto il Sole rovente della steppa centro americana, baffuti sceriffi ligi al dovere che cenano con una misera zuppa bollita sopra la stufa dell’ufficio, cowboy dall’egocentrismo romantico che rischiano la vita per pure formalità, infermiere stracolme di un femminismo applicato e non professato da immaginari scranni, miserabili vecchi vedovi che in mancanza di una pensione di cittadinanza sono costretti a lavorare e rischiare la pelle per due soldi e primordiali clan di bestiali nativi americani pronti a tutto pur di sopravvivere tra sterpaglia e canyons.

Ognuno di questi personaggi si ritroverà sullo stesso immaginario sentiero e dovrà adattare andamento e postura per continuare la propria camminata nella valle della morte che chiamiamo vita.

Bone Tomahawk (2015)

Meraviglioso western che riesce a mischiare orrore, dramma e commedia in un cocktail dal forte sapore artistico senza però risultare stucchevole.

Questa piccola e appassionante storia del rapimento di una donzella da parte di un gruppo di misteriosi trogloditi e dell’immediato tentativo di salvataggio da parte di quattro uomini della frontiera americana assume le connotazioni dell’epica grazie ad estenuanti trottate per le sterminate praterie americane, splendidamente sottolineate dalle classiche panoramiche in cinemascope (qui giustificatissimo, non come in Perfetti sconosciuti) e da una colonna musicale che spazia dallo sperimentalismo alla The Shining fino alla simpatica canzone sui titoli di coda.

Tra interpretazioni ai massimi livelli e una tensione narrativa spessa come l’Appennino Abruzzese, la cosa migliore del film risulta essere però l’encomiabile perseveranza nel dipingere personaggi realistici e pieni di difetti, come tutti noi, che si trovano loro malgrado alle prese con avvenimenti più grandi di loro e, di riffa e di raffa, navigando tra oscure acque rigate di sangue, tentano l’impossibile facendolo apparire semplicemente come logico.

In tre parole: capolavoro parzialmente incompreso.

VOTO:
5 bone tomahawk

Bone Tomahawk (2015) voto

Titolo giapponese: Tomahawk: Gunmen vs. Cannibal Tribe
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2015
Durata: 132 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare loro stesse” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2… e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve la darei in testa la Apple (e sto scrivendo da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Lo spaccone (1961)

Eddie Felson è bravo con la stecca, ma non riesce a capire che vincere al tavolo verde richiede molto di più che un talento eccezionale: ci vogliono pazienza, strategia, lungimiranza e quel pizzico di morte dentro al cuore che ti fa prendere tutto con molta più filosofia.

Eddie dovrà imparare tutto questo per riuscire a stendere il leggendario Minnesota Fats, un giocatore di biliardo scaltro e navigato che rappresenta solo uno degli ingranaggi nel complesso sistema mafioso delle scommesse, ma perderà quello che ha più caro, ovvero un infantile quanto indispensabile paraocchi che gli ha permesso di vivere una vita miserabile senza lamentarsene troppo.

Lo spaccone (1961)

Interpretato da attori bravissimi e d’uno spessore artistico d’altri tempi, questo film nichilista o ti fa venire voglia di crepare o di rilanciare la puntata sul piatto dell’esistenza fino a quando uno dei due, tra te e la società, alza le mani e si cala braghe mettendosi a 90.

La storia di “Fast” Eddie e della sua incapacità d’accontentarsi dell’amore di Sarah Packard, una zoppa dalla modesta bellezza che affoga il suo scontento genio intellettivo nell’alcool, per seguire invece una fama che non gli darà mai una vera soddisfazione è quasi una metafora dell’esistenza umana e anche solo per questo ci sarebbe da consigliare il film a chiunque.

Se poi ci aggiungiamo la perfetta orchestrazione, dalla sceneggiatura, tanto teatrale quanto neorealista, ai colpi di biliardo magistralmente eseguiti dagli attori stessi che uno rimane con la bocca aperta e la lingua penzoloni per l’eleganza dimostrata, allora non si può che definirlo un capolavoro.

VOTO:
4 zoppi e mezzo

Lo spaccone (1961) voto

Titolo originale: The Hustler
Regia: Robert Rossen
Anno: 1961
Durata: 134 minuti

Starship Troopers (1997)

Nel 23esimo secolo la Terra è unita sotto un unico regime para-fascista che glorifica il sacrificio personale verso la Patria, specialmente quello fisico, e detesta i pappamolle pacifisti.

John Rico, Dizzy Flores, Carmen Ibanez e Carl Jenkins sono 4 giovani appena diplomati che decidono di arruolarsi nell’Esercito della Federazione; chi per fare carriera, chi perché appassionata di navi spaziali falliche e chi per seguire l’amore che chiaramente gli darà in culo al primo giro dell’angolo.
Questi giovani figli della patria troveranno pane per i loro denti nella guerra interplanetaria contro Klendathu, un corpo celeste all’altro capo della nostra galassia popolato da una specie aliena di aracnidi che non vedono di buon occhio l’invasione del loro pianeta per mano dei nazi-fascisti della Terra.

Starship Troopers (1997)

Magnifica satira del militarismo e dell’imperialismo americano tutta giocata sull’eccesso e sul ribaltamento di significato.

Difatti solo un imbecille potrebbe prendere sul serio la spregiudicata propaganda fascista che trasuda da ogni costume da gerarca, ogni dialogo sulla decadenza morale della democrazia e ogni inquadratura d’ogni perfetto metro di città sulla quale camminano bellissime persone sorridenti in un pauroso clima di pace romana mondiale.

Alla sua uscita fu un bel flop al quale contribuì molto probabilmente la stupidità di chi andò a vederlo e lo considerò nella migliore delle ipotesi uno strano film d’azione con personaggi e intrecci da serial televisivo per adolescenti quando invece la genialità dell’opera risiedeva proprio in questo suo sfacciato e orrendo travestimento da storia d’amore nello spazio.

Consigliato a chiunque abbia un briciolo di cervello e un assoluto must per i fan delle affabili distopie alla RoboCop.

VOTO:
5 briciole

Starship Troopers (1997) voto

Titolo completo: StarShip Troopers – Fanteria dello spazio
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Durata: 129 minuti

I buchi neri (1995)

In un paesino campano ci sono un frocio e 5 mignotte.

5 donne con i loro sogni, i loro problemi, i loro amori non corrisposti e tutta una serie di cose che non verremo mai a sapere perché il regista è troppo impegnato a fare il fuoriclasse con incomprensibili quanto banali collegamenti simbolici tra cazzi, banane, uova e uccelli.
Tra chi li cerca e chi li teme, chi li prende e chi la dà.

I buchi neri (1995)

Piccola pellicola divenuta celebre per la mia generazione grazie al trailer nel quale una delle 5 puttane cantava “Caccialo fuori, mettilo dentro” mentre Duccio di Boris se la ciulava in macchina.

Il film in realtà non sarebbe neanche tanto male e le interpretazioni sono sì caricaturali ma tutto sommato adatte al clima un po’ goliardico e un po’ arruffato della pellicola.
Il problema però è che dura neanche un’ora e mezza, ci sono tette, culi e fregne e nonostante ciò riesce comunque ad annoiarti.

VOTO:
2 banane e mezzo

I buchi neri (1995) voto

Titolo inglese: Black Holes
Regia: Pappi Corsicato
Anno: 1995
Durata: 92 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti