Alta fedeltà (2000)

Tratto dal libro omonimo di Nick Hornby, Alta fedeltà è la storia dell’amore difficile tra un nichilista egocentrico maniaco della musica sull’orlo degli ‘anta e la sua fidanzata apparentemente perfetta, il tutto scandito da una sequela incredibile di canzoni, dagli anni sessanta al 2000 (anno di produzione del film), con un mix di attori perfettamente inseriti in una trama semplice, collaudata, eppure fresca.

Alta fedeltà (2000)
e c’è pure Jack Black

La cosa che salta subito all’occhio è la scorrevolezza della storia: qui non ci si annoia; sarà per via della simpatia da cazzotto in faccia di Jack Black, sarà per il sempre stupefacente Tim Robbins, sarà per la bella Iben Hjejle (qui è la ragazza di John Cusack; nel film di Lars Von Trier The boss of it all è quella che si fa scopare sulla scrivania a pompa idraulica), sarà quello che ti pare, ma una volta iniziato è difficile stoppare il film.

Rob (il nichilista egocentrico di cui sopra) è il padrone di un negozio di vinili, non ha particolari ambizioni nella vita e sembra non voler crescere e prendere una strada (sintomatico il suo rifiuto di sposare la sua perfetta ragazza); quest’ultima decide di mollarlo e Rob decide di fare i conti col passato, incontrando tutte le altre ex che l’hanno lasciato col cuore infranto.
Alla fine il nichilista protagonista scoprirà che la fonte dei suoi problemi è sempre stato lui e l’unico ostacolo alla sua felicità è la voglia di farcela.

Non aspettatevi un capolavoro, non aspettatevi un dramma della gelosia in quattro parti, non aspettatevi un’introspezione sul rapporto uomo-donna; Alta fedeltà è un ottimo film se si vuole passare un due ore di sano intrattenimento mentre si ripensa a tutte le proprie storie d’amore passate e a come sono tragicamente finite.

Titolo originale: High Fidelity
Regia: Stephen Frears
Anno: 2000
Durata: 113 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti