Lei (2013)

Lei è una storia di solitudine, la solitudine di Theodore che non riesce a dimenticare l’ex moglie e i tanti momenti passati insieme; Lei è una storia d’amore, l’amore infinito di Theodore per questa donna che l’ha lasciato pieno di splendidi ricordi e dolorosi rimorsi; Lei è la storia della morte delle emozioni, le emozioni di lui che non riesce più a sorprendersi felice della vita, che pensa che abbia già avuto e visto e vissuto tutto e che non ci sia più niente per lui per cui valga la pena di continuare; Lei è la storia di una speranza ritrovata, la speranza di Theodore quando si ritrova a parlare col suo nuovo sistema operativo, chiamato Samantha, dotato di intelligenza artificiale adattabile all’utente ed in continua evoluzione psico-emotiva; Lei è la storia della rinascita, la rinascita di tutto quello che sembrava perso tra le lacrime secche sul pavimento di un appartamento anonimo di un grattacielo anonimo piantato in una città anonima e tecnocratica; Lei è la storia d’amore tra Theodore e Samantha, una storia d’amore impossibile eppure densa e bella come niente prima; Lei è la storia della fine delle cose, la fine dell’amore che lascia il posto agli addii ed ai baci sulle guance per far posto a quello che verrà, nuove impreviste ed oscure esperienze di vita che troppo spesso vengono bloccate e soffocate dall’incapacità di lasciar andare.

Lei (2013)

Spike Jonze è uno dei registi più in forma che Hollywood abbia sfornato da 20 anni a questa parte e Lei, ultima splendida opera di questo poliedrico autore americano, ne è la definitiva conferma.

Una storia d’amore ad orologeria, perfetta nell’arco emozionale e recitata da dio, che spesso ti fa emozionare nonostante sia, una volta ridotta all’osso, la storia di un uomo solo che parla ad un cellulare.
Ed è proprio questa la potenza di questa pellicola: essere capace di portarci su un altro livello di comprensione dove possiamo lasciarci amare da tutto il nostro doloroso passato, senza per questo essere sommersi in un mare di lacrime.

Titolo originale: Her
Regia: Spike Jones
Anno: 2013
Durata: 126 minuti

La mia vita a Garden State (2004)

Zach Braff è conosciuto ai più come J.D. della serie televisiva Scrubs, un ruolo che lo ha lanciato al grande pubblico e che gli ha regalato notorietà e successo; Zach Braff però ha sempre voluto fare il regista ed intorno ai 20 anni scrisse una sceneggiatura parzialmente ispirata alla sua vita, alla depressione di cui soffriva e alla profonda solitudine che provava.
La mia vita a Garden State è il coronamento di quel sogno fanciullesco e giusta catarsi per i demoni che l’hanno afflitto per parecchi anni.

La mia vita a Garden State (2004)
e anche l’occasione per pomiciare con Natalie Portman

Andrew Largeman è un attore di piccole parti in serie televisive che arrotonda il mensile servendo ai tavoli di un ristorante vietnamita; vive una vita isolata e priva di emozioni anche e soprattutto perché da quando aveva 10 anni è sotto psicofarmaci, nello specifico i sali di litio che aiutano i disturbi bipolari riducendo la sensitività e l’esplosione emotiva del soggetto in cura.
Un giorno arriva una telefonata dal padre che gli annuncia la morte della madre paralitica per affogamento nella vasca da bagno, ma Andrew è incapace di qualsiasi emozione, anche di fronte alla bara della genitrice.
Tornato alla sua città natale nel New Jersey, da cui il titolo, incontra gli amici di una volta e fa la conoscenza di Sam, una bugiarda cronica che soffre di epilessia.
Sarà proprio il contatto con questa ragazza fuori dall’ordinario a ridargli quella vitalità che pensava perduta per sempre in un mare di pillole.

La mia vita a Garden State è stato un debutto alla regia di grande rilievo, una vera perla tra le commedie dolce-amare post-adolescenziali; finanziato da un misero budget di 2,5 milioni di dollari, donati da un ricco fan di Scrubs, questo film si è guadagnato numerosi premi e riconoscimenti ed addirittura si è portato a casa un Grammy come miglior compilation per colonna sonora (con canzoni selezionate direttamente da Zach).

Da menzionare la scena più bella per semplicità costruttiva e risonanza simbolica e cioè l’incontro con Albert; marito, padre di famiglia e guardiano di una voragine di cui nessuno conosce il fondo, quasi un abisso infinito a cui Albert guarda con enorme curiosità perché è la prima volta nella sua vita che si trova di fronte a qualcosa di così simile a lui.
Albert ed Andrew sono ovviamente uno lo specchio dell’altro, ottime persone che si trovano ad un momento della loro vita in cui decidono di esplorare l’abisso, l’ignoto, invece di fuggire via.

Titolo originale: Garden State
Regia: Zach Braff
Anno: 2004
Durata: 102 minuti

Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971)

Woody Allen ha sempre avuto un certo pallino per il sesso.
Molte sue pellicole trattano direttamente o indirettamente questo argomento, con ironia e sarcasmo; altre volte con punte alquanto scure.

E’ il caso di questo film durante il quale in più di un’occasione il nostro Woody fa riferimenti al sesso con bambine.
Ora, visti i recenti (e meno recenti) fatti di cronaca che l’hanno coinvolto, la cosa fa un po’ da campanello d’allarme, e l’effetto è che si ride un po’ meno.

chi l’avrebbe detto all’epoca, eh?

Passata questa parentesi, Il dittatore dello stato libero di Bananas (e passato il solito titolo del cazzo dei distributori italiani) è un ottimo film con numerosi momenti esilaranti, scene ben congeniate e dei tempi comici quasi sempre perfetti.

La vicenda è quella del solito sfigato intelligente e frustrato, personaggio tipico dei film del regista newyorkese, che si ritrova suo malgrado a combattere coi ribelli dello stato dittatoriale di San Marcos in sud America.
Anche la politica è toccata, con alcuni brevi affondi al terribile comportamento degli Stati Uniti di quegli anni: aiutare sempre i dittatori dei paesi in via di sviluppo per avere un controllo indiretto delle loro risorse naturali. La guerra dei ribelli al regime è poi ovviamente ispirata alla rivoluzione cubana e qui Allen dirige una parodia di Fidel Castro che, una volta andato al potere, comincia ad emanare leggi assurde come l’obbligo di portare le mutande sopra i pantaloni.

Il dittatore dello stato libero di Bananas è un bel film che, a distanza di una quarantina d’anni, riesce ancora a far ridere bene lo spettatore che vuole dargli un po’ di fiducia.

Titolo originale: Bananas
Regia: Woody Allen
Anno: 1971
Durata: 82 minuti

La grande bellezza (2013)

E’ l’estate del ’66, una notte al faro, Jep Gambardella vede La Grande bellezza, ovvero due tette meravigliose di una sua coetanea.
Cercherà invano per il resto della sua vita di ripetere quell’esperienza estatica, giusto mezzo tra sacro e profano, in una Roma fatta della summa sbilenca di feste, sballo, chiese, papponi, droghe, vino, puttane, figli, statue, matti, cazzi, nane, abbacchi, sante, giraffe, teatri, amici, funerali, libri, nichilismo, chiavi, spiritualità, amori, latitanti, quadri, polacche, segreti, strade, notti, bambine, nobili e immense tristezze.

quella notte...quelle tette...
…quella notte…quelle tette…

La grande bellezza è stato giustamente paragonato alla Dolce vita; come in questo film, il protagonista è un giornalista disilluso da una Roma simbolo di una decadenza culturale e morale, ma mentre nel capolavoro di Fellini, Marcello Rubini non si riprende più dal coma intellettuale a cui si è condannato, qui Geppino Gambardella trova nuova vena creativa dopo un incontro con una santa sdentata e centenaria che parla agli animali ma non ai giornalisti.

Magritte con tette di profilo
Magritte con tette di profilo

L’ultimo di Paolo Sorrentino è un solido film; si capisce bene come molti critici si siano spazientiti di fronte a questa roboante e un po’ lunga favola/incubo sulla nostalgia dei tempi andati e dei luoghi passati, ma francamente in giro si produce molta merda spacciandola per arte somma, quindi facciamo meno gli schizzignosi e applaudiamo se qualcuno in Italia cerca ancora di fare un film che non sia una commedia o un film sui Kompagni.
Qui l’estetica nuda e pura la fa da padrone e la storia di conseguenza (come chiede il tessuto narrativo stesso) deve fare un passo indietro per lasciare il passo a una serie infinita di carrellate e dolly su una città che decade dal 476 dopo cristo.

VOTO:
4 cristi

La-grande-bellezza-(2013)-voto

Titolo originale: La grande bellezza
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2013
Durata: 142 minuti

La collina dei papaveri (2013)

E’ il 1963 e il Giappone si sta preparando per ospitare i giochi olimpici del ’64; una nazione decimata dalla seconda guerra mondiale si è rialzata e si appresta ad affrontare la scena internazionale con spirito rinnovato e con un grande slancio verso il futuro, la modernità e la rimozione del passato.
Umi e Shun sono due ragazzi giapponesi di Yokohama: lei, orfana di padre e brava studentessa; lui, adottato e studente attivo e politicizzato.
Presto le loro vite si trovano sentimentalmente intrecciate, ma un’improvvisa rivelazione mette un freno alle loro aspettative future.

La collina dei papaveri (2013)

Lo Studio Ghibli ha sfornato un altro film di grande spessore: una semplice storia di amore e passione ambientata in un particolare periodo storico del Giappone, quando le paure del passato recente sembravano ormai scomparse ed un futuro radioso ma imprevedibile era alle porte.

La grande domanda che questo film si pone è: “Quanto valore ha il passato nella costruzione del nostro futuro?”.
Il parallelismo tra la storia tra Umi e Shun e il loro Giappone che vuole dimenticare a tutti costi distruggendo edifici e tradizioni nel nome del progresso non passa inosservata.
Non è un capolavoro di film, ma è sicuramente un importante tassello nel panorama sentimental-storico del cinema d’animazione giapponese.

VOTO:
3 tasselli e mezzo

La collina dei papaveri (2013) voto

Titolo originale: Kokuriko-zaka kara
Regia: Goro Miyazaki

Anno: 2013
Durata: 91 minuti

Dhobi Ghat (2010)

A volte ci si ritrova in quelle situazioni nelle quali si è indecisi su quale strada prendere.
Come giudicare un qualcosa che ci ha allo stesso tempo interessati e scocciati?

Dhobi Ghat è un film che rientra in questa categoria; uno di quei film che apparentemente ha molte carte in regola per essere giudicato positivamente, ma che ci lascia con uno strano sapore in bocca.
Come se qualcuno avesse pisciato nel bicchiere di vino; non tutta una pisciata, solo qualche goccia.

E allora com’è questo film?
Per risolvere l’arcano mistero si potrebbe ricorrere ad un parallelo con l’India.

Ci sono tante persone che quando vengono in India ne rimangono affascinate: si lasciano catturare dai colori, dal caos e dalle tante stranezze, stanno tra le 2 e le 4 settimane, per lo più in quelle 10 località turistiche famose (e attrezzate per il turista occidentale) e poi tornano a casa con tante foto di gente vestita di stracci colorati e vecchie decrepite di 47 anni con un meraviglioso sorriso sdentato.
Poi ci sono quelli che invece l’India la vedono sotto una lente scientifica e sociologica, ne guardano gli aspetti antropologici e, pur comprendendo l’origine dei tanti mali che affligono questo posto, non possono fare a meno di giudicarla criticamente, di sottolinearne certi aspetti incomprensibili e raccapriccianti e di puntare il dito sui denti mancanti piuttosto che sull’apparente sorriso.

Ecco, io sono uno di questi ultimi e Dhobi Ghat è una vecchia sdentata che sorride per farsi dare 1 euro.
E io ci sputo sopra l’elemosina, come ci sputava sopra Gandhi.

In questo film, prodotto da Aamir Khan (star bollywoodiana considerata socialmente impegnata) e scritto e diretto dalla moglie Kiran Rao (di nobile famiglia), troviamo l’intreccio di 4 storie: un lavandaio che lavora appunto a Dhobi Ghat (la lavanderia a cielo aperto di Mumbai), un pittore contrito che cerca ispirazione in 3 videocassette trovate per caso in casa nuova, la donna che si è filmata in queste videocassette, e infine una giovane ricca alto borghese indiana che ha fatto le scuole in USA e ora è tornata a casa per fare un cazzo tutto il giorno e cincischiare con la fotografia.

Ecco, tutto ciò non è altro che una scopiazzatura dei vari film di Alejandro González Iñárritu, quello che ha fatto Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutful.
E’ tanto una scopiazzatura che, non solo ricalca la struttura a storie intrecciate, ma si fischia e intasca pure il compositore Gustavo Santaolalla, chitarrista minimalista che fa musiche minimaliste per storie minimaliste.

Il problema qui è che Kiran Rao è una riccastra che non ha mai lavorato veramente in vita sua e quindi tutto il suo castello di carte sulla povertà, sulle ingiustizie e sulla separazione tra ricchi e poveri risulta artificiosa e pretenziosa.

Certo, se non conoscete Iñárritu e guardate il cinema con fare superficiale, Dhobi Ghat va più che bene, ma se ve ne intendete… quelle 5 goccia di piscia calda le sentite eccome.

Titolo originale: Dhobi Ghat (Mumbai Diaries)
Regia: Kiran Rao
Anno2010
Durata: 100 minuti

Scott Pilgrim vs. the World (2010)

Finito di vedere questo film sarete completamente fuori di testa, totalmente invasati, scombussolati, e avrete un sorriso felice per aver appena assistito ad un piccolo capolavoro, un gioiello di film che dovrebbe essere insegnato nelle scuole di cinema e che invece è passato un po’ in sordina quando è uscito.Se non l’avete ancora fatto, andate immediatamente a vedere Scott Pilgrim vs. the World, non ve ne pentirete.

Edward Wright, il regista di Hot Fuzz, Shaun of the Dead e The World’s End, ha fatto centro quando ha deciso di adattare l’omonimo fumetto canadese di Bryan Lee O’Malley, un misto tra Ranma 1/2 e il fumetto americano.
E la forza di Scott infatti è proprio questa: trarre linfa vitale da due mondi, due realtà tanto diverse quanto vicine; ecco quindi come durante un concerto di Scott e la sua band musicale, ci si ritrova inaspettatamente ad assistere ad un combattimento all’ultimo sangue alla Tekken con infiltrazioni di Tap Tap Dance.
Sì, perché Scott Pilgrim prende moltissimo anche dal mondo dei videogiochi: un momento ci si ritrova ad assistere ad un picchiaduro a scorrimento anni ’90 e il momento dopo si fischietta il motivetto di Zelda.

Questo film può degnamente essere considerato il film nostalgia per quelli che ora hanno 30 anni, cresciuti a tra un’era senza internet e una con la comunicazione digitale e tutto l’ambaradan che ne consegue.
Ancora a cavallo tra due mondi quindi, e il film non fa altro che passare da un piano all’altro, a giocare con gli opposti, oltre che con i nostri sentimenti dimenticati nel secondo cassetto della scrivania, tra il cuore e le budella, e tutto questo lo fa tramite Scott, personaggio amabile e irritante, tenera vittima e menefreghista nato, orribile nerd eppure corteggiato da ragazze incredibilmente interessanti.

Ultimo ma in realtà elemento fondante: il film ha una colonna sonora che spacca i muri e i soffitti delle vostre miserie. Più di una volta vi ritroverete infatti a muovere piedi e mani al ritmo martellante dei motivetti scuoti budella suonati e cantati dai personaggi stessi del filmfumetto in questione.

Risulta perciò incredibile che un film così abbia fatto flop al botteghino: costato quasi 90 milioni dollari, uno svarione, ne ha incassati solo 47 alla sua uscita (recuperando fortunatamente con l’home video e acquisendo il titolo di film cult).
Probabilmente questo è un tipico caso di opera d’arte avanti coi tempi: il montaggio frenetico, le canzoni smozzate in petto, una serie di amori strambi e inconcludenti, personaggi irriverenti e nichilisti sono cose che un pubblico medio non ha ancora le capacità di comprendere, né tantomeno apprezzare.

Io spero con tutto il cuore che, letta questa recensione, vi precipitiate a vedere Scott Pilgrim vs. the World perché è un bellissimo film e vi giuro che dopo mi ringrazierete.

Titolo originale: Scott Pilgrim vs. the World
Regia: Edward Wright
Anno: 2010
Durata: 112 minuti

Dirty Dancing (1987)

E’ l’estate del 1963: John Kennedy non è stato ancora ucciso, i Beatles non hanno ancora fatto il botto e Frances “Baby” Houseman non ha ancora conosciuto il vero amore, quello passionale e sensuale nato con un ballo proibito su una musica rock-caraibica, un ballo che scioglie il sangue nelle vene e fa esplodere le inibizioni di giovini e giovinette.

Ci penserà Johnny Castle, interpretato dal compianto Patrick Swayze, a farle vedere le stelle e a rompere le barriere che dividono i poveracci come lui dalle signorine benestanti come lei.

Dirty Dancing (1987) -1
Patrick mentre osserva le stelle sotto le gonne delle minorenni

Per chi avesse dormito sotto un sasso negli ultimi 30 anni, questa è la storia di Baby, una diciassettenne di buona famiglia, la quale va a trascorrere le vacanze estive al Kellerman’s Hotel tra le montagne del Catskill nello stato di New York; insieme a lei c’è il padre, la madre e la sorella, i quali ignorano cosa sta per accadere alla piccola Baby.

Quello che accade è che Johnny (Patrick Swayze) lavora allo stesso hotel come intrattenitore ed istruttore di danza… e Johnny balla come un dio. Lei quindi si innamora al primo colpo e fa di tutto per entrare nella sua vita; lui, dopo alcune naturali resistenze iniziali dovute alla legge sulla pedofilia, cede alla tentazione e si ritrova ovviamente nei guai fino al collo.

L’amore trionferà sul male?

Dirty Dancing (1987) -2
…un aiutino

Dirty Dancing era nato come film a basso costo: gli attori non erano famosi, la regia era nuova, e la colonna sonora era poco più di un semplice accompagnamento un po’ melenso ad una storia che non usciva dai binari classici dell’amore proibito inter-classe.
Eppure in brevissimo tempo questa piccola pellicola sull’amore e sulla danza diventò uno dei film più famosi della storia; la colonna sonora vendette 32 milioni di copie, un record della madonna se considerate che Thriller di Michael Jackson (l’album più venduto della storia) arriva a circa 58 milioni di dischi; e la coppia Johnny&Baby è diventata un’icona di amore tardo adolescenziale.

E’ l’estate del 1963: Kennedy è ancora vivo, i Beatles l’anno seguente faranno il botto, e Johnny e Baby dimostrano che le classi sociali, con le loro arcaiche divisioni, stanno finendo e anche un poveraccio con il talento della danza può sognare di scoparsi una diciassettenne bella e ricca.

Titolo: Dirty Dancing
Regia: Emile Ardolino
Anno: 1987
Durata: 100 minuti

La febbre del sabato sera (1977)

Nel 2000 i ’99 posse’ cantavano:

“Quando il vecchio compagno Marx
si portava ancora non male
il nemico del popolo era 
il padrone ed il capitale,
ma adesso che non va più
e lo stato sociale è finito
il nemico del povero è 
il più povero e così all’infinito”

E La febbre del sabato sera parla proprio di questo: nella New York razzista, sporca e ingiusta della fine anni ’70, dove il povero, l’emarginato, il sopraffatto si sfoga sul più povero, sul più emarginato, sul più sopraffatto, in questa città irrespirabile e ingiusta, un giovane italo-americano di belle speranze cerca una via di fuga dalla quotidiana rozza violenza del suo quartiere natale, Brooklyn.
La troverà (forse) nella danza, una passione che coltiva a tal punto da trarne insegnamenti di vita ed ispirazione per un futuro migliore.

La febbre del sabato sera (1977)
eccolo lì il futuro migliore, in fondo a destra

Tony Manero, il giovane newyorkese di cui sopra, ha 19 anni e tanta voglia di fare il salto, quel salto di 1600 metri che dividono Brooklyn e Staten Island; sono 1600 metri di ponte, un ponte di cui lui sa tutto e che osserva seduto ad una panchina, sognando ad occhi aperti.
Tony lavora in un negozio di vernici, i clienti lo amano, il padrone è contento, ma è un vicolo cieco e Tony sente che non vuole invecchiare tra una vernice ocra e una raffica di pennelli col pelo di cinghiale.
A casa invece è un inferno: si litiga e si urla continuamente e i coppini volano che è una bellezza.
Tony è considerato la pecora nera della famiglia mentre l’amato fratello ha preso i voti ed è un rispettabile prete cattolico.

L’unica valvola di sfogo per il giovane Manero è il sabato sera, con il locale 2001 Odissey e la sua musica disco e le luci psichedeliche e stroboscopiche; lì tutto lo conoscono, tutti lo rispettano e quando scende in pista per uno dei suoi ipnotici balli è finalmente ammirato e rispettato…anche se solo per il tempo di una canzone.

Saturday Night Fever fu un grande successo al botteghino: la toccante storia di un giovane newyorkese marginalizzato con la passione per il ballo commosse ed inspirò migliaia di persone in tutto il mondo e rese immortale la performance di John Travolta nei panni di Tony.
Sfortunatamente provocò anche un infelicissimo seguito con più musica e meno storia sociale, Staying Alive; un film diretto da Sylvester Stallone che ancora una volta dimostrò di non capirci un cazzo, ma tanto è come sparare sulla croce rossa.

VOTO:
4 croci rosse

La febbre del sabato sera (1977) voto

Titolo: Saturday Night Fever
Regia: John Badham
Anno: 1977
Durata: 118 minuti

Juno (2007)

Juno è un film diretto da Jason Reitman, figlio del regista Ivan Reitman, quello di Ghostbusters.
Jason, a differenza del padre, è un regista che predilige la caratterizzazione dei personaggi ed un certo spessore emotivo degli stessi.
Juno segue questa regola ed è quindi possibile inquadrarlo come un film fatto di persone, persone con sentimenti e passioni e desideri e frustrazioni e tristezze.

Juno parla di una ragazza sedicenne americana che si ritrova incinta e confusa dopo una notte di sesso con il ragazzo più nerd della scuola.
Juno parla di una donna sterile il cui più grande desiderio è quello di avere un figlio da accudire e che spera quindi di riceverne uno in adozione.
Juno parla di un musicista deluso e i cui sogni da rockstar si sono infranti sulla parete color mostarda di una moglie precisina e androgina.
Juno è la storia di un genitore la cui figlia adolescente si ritrova in una situazione più grande di lei ed il cui unico desiderio è starle accanto, senza paternalismi o ammonimenti da vecchio testamento.
Juno è la storia di un ragazzo sfigato la cui trombamica incinta di lui fa di tutto per complicargli la situazione di padre a sorpresa.

Juno (2007)

Juno è un buon film con una colonna sonora dolce e non pretenziosa, molto acustica e poco pop.
Juno è un film che parla di un problema serio (gli USA guidano la classifica di gravidanze adolescenziali nel mondo sviluppato), ma lo fa senza perdersi in moralismi o dogmatismi.
Juno è un film rivolto ad un pubblico giovane, la cui protagonista eccentrica può fungere da specchio esplicatorio in una fase di vita che spesso fa incazzare senza saperne il motivo.

Juno potrebbe essere definito un film hipster, ma non lo è, perché non ha la puzza sotto il naso come quegli stronzi radical chic di merda.

VOTO:
4 radical chic di merda

Juno (2007) voto

Titolo: Juno
Regia: Jason Reitman
Anno: 2007
Durata: 96 minuti

Alta fedeltà (2000)

Tratto dal libro omonimo di Nick Hornby, Alta fedeltà è la storia dell’amore difficile tra un nichilista egocentrico maniaco della musica sull’orlo degli ‘anta e la sua fidanzata apparentemente perfetta, il tutto scandito da una sequela incredibile di canzoni, dagli anni sessanta al 2000 (anno di produzione del film), con un mix di attori perfettamente inseriti in una trama semplice, collaudata, eppure fresca.

Alta fedeltà (2000)
e c’è pure Jack Black

La cosa che salta subito all’occhio è la scorrevolezza della storia: qui non ci si annoia; sarà per via della simpatia da cazzotto in faccia di Jack Black, sarà per il sempre stupefacente Tim Robbins, sarà per la bella Iben Hjejle (qui è la ragazza di John Cusack; nel film di Lars Von Trier The boss of it all è quella che si fa scopare sulla scrivania a pompa idraulica), sarà quello che ti pare, ma una volta iniziato è difficile stoppare il film.

Rob (il nichilista egocentrico di cui sopra) è il padrone di un negozio di vinili, non ha particolari ambizioni nella vita e sembra non voler crescere e prendere una strada (sintomatico il suo rifiuto di sposare la sua perfetta ragazza); quest’ultima decide di mollarlo e Rob decide di fare i conti col passato, incontrando tutte le altre ex che l’hanno lasciato col cuore infranto.
Alla fine il nichilista protagonista scoprirà che la fonte dei suoi problemi è sempre stato lui e l’unico ostacolo alla sua felicità è la voglia di farcela.

Non aspettatevi un capolavoro, non aspettatevi un dramma della gelosia in quattro parti, non aspettatevi un’introspezione sul rapporto uomo-donna; Alta fedeltà è un ottimo film se si vuole passare un due ore di sano intrattenimento mentre si ripensa a tutte le proprie storie d’amore passate e a come sono tragicamente finite.

Titolo originale: High Fidelity
Regia: Stephen Frears
Anno: 2000
Durata: 113 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti