Il gigante di ferro (1999)

Nel 1957 gli Stati Uniti d’America erano un po’ paranoici.

Investiti giornalmente dalla propaganda di regime che vedeva nell’elogio della paura del diverso una preziosa arma di controllo per una giovane nazione che si apprestava ad essere la padrona del mondo, i cittadini americani vivevano con la costante paura di trovarsi invasi da forze ostili e misteriose il cui unico scopo era la distruzione del loro stile di vita.

Un bel guaio per un robot gigante venuto dallo spazio con un’amnesia misteriosa, un gusto irrefrenabile per il metallo e un cannone termonucleare nel petto.

Il gigante di ferro (1999)

Favola per bambini e meno bambini, tratto dal quasi omonimo libro di Ted Hughes, che tenta d’insegnare poche semplici cose: non avere paura del diverso, non risolvere le situazioni di difficoltà con la violenza ed essere felici, tutti.

Partito in sordina e con un piccolo flop al botteghino, The Iron Giant ha guadagnato nel tempo un giro di cultori che lo ha elevato dall’anonimato alle stelle da cui proviene il gigante di ferro protagonista.

Non è un capolavoro e ha un po’ di buchi e leggerezze, ma rimane un’ottimo viatico per chi vuole suscitare nei bambini l’esperienza dell’amore scoperta.

VOTO:
3 buchi

Il gigante di ferro (1999) voto

Titolo originale: The Iron Giant
Regia: Brad Bird
Anno: 1999
Durata: 86 minuti
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Planet Dinosaur (2011)

I dinosauri sono un gruppo di sauropsidi che ha dominato la Terra per 170 milioni di anni fino a quando un asteroide delle dimensioni dell’ego di Lilli Gruber li ha retrocessi in serie C fornendo la possibilità di dominazione termonucleare globale ad un’altra classe, i mammoni.

Nel corso del tempo questo famosissimo clade è andato a colonizzare praticamente ogni ecosistema e quello che ne è derivato è stato un’enorme diversificazione: Ouranosaurus, Spinosaurus, Onchopristis, Rugops, Carcharodontosaurus, Pterosaur, Epidexipteryx, Sinraptor, Saurornithoides, Oviraptor, Microraptor, Sinornithosaurus, Jeholosaurus, Daspletosaurus, Chasmosaurus, Alaskan Troodon, Edmontosaurus, Majungasaurus, Rahonavis, Rapetosaurus, Centrosaurus, Kimmerosaurus, Pliosaurus, Stegosaurus, Camptosaurus, Kepodactylus, Allosaurus, Saurophaganax, Argentinosaurus, Lacusovagus, Skorpiovenator, Gasparinisaura, Mapusaurus, Ouranosaurus, Paralititan, Carcharodontosaurus, Bradycneme, Magyarosaurus, Eurazhdarcho, Hatzegopteryx, Suskityrannus, Nothronychus, Alectrosaurus e Gigantoraptor sono solo alcune delle specie di dinosauro che hanno vissuto su questo pianeta, ma sono tutte quelle che questo documentario vi farà vedere.

Planet Dinosaur (2011)

Interessante e dettagliato prodotto televisivo BBC che fornisce ricostruzioni fedeli (per le conoscenze del 2011) di come doveva essere la vita quando Piero Angela cominciò a lavorare per la RAI; un mondo fatto di prevaricazioni inaudite e super femministe con cappelli deliranti che fornisce spunti di riflessione a chi vorrà concedere 3 ore della sua insignificante vita all’altare della patria conoscenza.

Francamente spiacevole e fuori luogo la scena d’incesto tra due oviraptor.

VOTO
3 incesti e mezzo (Tutankhamon)

Planet Dinosaur (2011) voto

Titolo tedesco: Der Dino Planet
Creatori: Nigel Paterson e Phil Dobree
Anno: 2011
Durata: 6 episodi da 29 minuti
Compralo: https://amzn.to/3lDwm1V

Sing (2016)

Un koala truffaldino che meriterebbe d’essere preso per le grande orecchie e messo tra le fiamme in Australia a piangere lacrime amare per il resto della sua breve vita è il protagonista di una storia “educativa” per i più piccini e per gli sventurati adulti costretti loro malgrado a fare da statuine accompagnatorie ai piccoli pargoli piantagrane.

La storia è semplice: ‘sto koala decide di mettere su un concorso musicale con ricco premio finale (che non possiede) per tentare un ultimo estremo salvataggio del teatro che per due soldi al mercato suo padre comprò.
In questa sua impresa degna di Canale 5, sarà aiutato da un drappello di aspiranti famosi che staranno a rappresentare ogni possibile segmento demografico del pubblico pagante.
E credetemi, di pubblico pagante ce n’è stato ce n’è e ce ne sarà.

Sing (2016)

Ma che ve lo dico a fare?

Lo sapete già:

fa cacare.

VOTO:
2 koala

Sing (2016) voto

Titolo rumeno: Hai sa cantam!
Regia: Garth Jennings
Anno: 2016
Durata: 108 minuti

Kujira (1952)

Un’imbarcazione a vela si ritrova in mezzo alla tempesta e naufraga miseramente.
Si salvano solo una ragazza e tre uomini che immediatamente tentano di accaparrarsi i pertugi vaginali della povera sventurata, ma a risolvere la diatriba ci penserà una balena che manderà in fondo al mare gli allupati persi lasciando sul suo dorso la donna in stato comatoso.

Piacevole remake a colori dell’omonimo film del 1927, sempre dello stesso autore giapponese che, senza che io l’avessi mai sentito nominare, pare sia uno tra i più rispettati autori dell’animazione giapponese e uno dei padri del genere anime.

Me cojons.

Titolo italiano: Balena
Regia: Noburô Ôfuji
Anno: 1952
Durata: 8 minuti

ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Gli Incredibili 2 (2018)

Saranno passati almeno 10 anni da quando il primo capitolo mi fece passare un sereno pomeriggio d’estate e francamente avevo perso quasi memoria di quello che v’era raccontato.
Un uomo talpa, qualcosa su un aereo che esplode, la donna elastica madre coi figli che rompono i coglioni.
Boh, era tutto molto piacevolmente fumoso e avvolto in quella coperta nostalgica di tempi che furono fino a quando non mi sono imbattuto in questo sequel non voluto e poco amato, da me come probabilmente anche dai creatori.

Perché alla fine diciamocelo chiaramente: chi se ne frega della storia di un misterioso ipnotizzatore televisivo che fa il doppio e triplo gioco con gl’Incredibili per fare carne morta di un nutrito gruppo d’ambasciatori riunitisi su un aliscafo battente bandiera liberiana.

Gli Incredibili 2 (2018)

Simpatica quanto inutile riedizione di quanto già visto un po’ dappertutto ad uso e consumo di un pubblico banale come la trama del film stesso.

E’ un prodotto innocuo, certo, e si lascia guardare senza patemi, certo, ma non è forse questo il vero totalitarismo?
Quello che viene accettato come status quo nel silenzio delle strade lastricate di “buongiorno” e “buonasera”?
Quello che ti entra in casa sotto ogni forma e ogni tinta che non ti aspetti, con ogni pseudo intellettuale che si fa balcone della propaganda contro i balconi mentre cerca di calmare o calmierare e allo stesso tempo aizzare il popolo verso questo o quell’altro spauracchio monco di sostanza?

Perché la fine del libero arbitrio non viene con le baionette e i vaffanculo, ma con Lilli Gruber che presenta il suo ennesimo libro non richiesto mentre un sorriso, falso e sornione come sua madre mentre riceveva lo sperma che la concepì, parte da quell’orrendo canotto di bocca che si ritrova in faccia facendola ascendere al titolo di donna elastica della televisione italiana.

VOTO:
2 canotti

Gli Incredibili 2 (2018) voto

Titolo originale: Incredibles 2
Regia: Brad Bird
Anno: 2018
Durata: 118 minuti

Perfect Blue (1997)

Il Giappone del 1997 è una terra apparentemente colma di pietosi maschi infantili che salivano copiosamente per ragazzine perinealmente imberbi che parlano e si atteggiano da minorenni cerca guai mentre sfoggiano dei seni degni di Moira Orfei.

3 di queste giovani incarnazioni di una società profondamente patriarcale e piramidale con un chiaro problema di apertura sessuale formano un gruppetto musicale j-pop chiamato CHAM! e riscuotono un successo compreso tra il 3 e il 5, su una scala da 1 a 10.
Sarà perché l’era dei gruppetti pop costruiti a tavolino è un po’ in declino, sarà perché dio le vuole punire per il fatto d’essere femmine, le CHAM! rischiano l’estinzione e quindi, prima che la nave affondi, una delle componenti si allontana con l’ultima scialuppa per seguire le orme di chiunque abbia frequentato “Il Grande Fratello”, diventare un’attrice.

Mima Kirigoe, questo il nome della giovane traditrice, entra nel cast di una serie tv investigativa dal contenuto un po’ violento e un po’ zozzone che, grazie a delle scene sempre più spinte, dovrebbe farla trasformare da ragazzina perinealmente imberbe a donna perinealmente imberbe.
Purtroppo questa sua metamorfosi a luci rosse non viene presa molto bene da qualcuno che prima apre una pagina web dove, fingendosi lei, descrive minuziosamente la giornata di Mima lamentandosi delle pressioni che riceve da chi la circonda, poi le manda delle simpatiche lettere esplosive ed infine comincia a fare fuori in maniera parecchio sanguinolenta quelli che coadiuvano l’aspirante attrice nella sua trasformazione dal gusto retro amaro.

Questo turbine di eventi, emozioni e spaventi faranno precipitare la povera Mima dentro un turbine di follia incontrollabile che non le farà più distinguere la realtà dalla fantasia mentre il pubblico comincerà a domandarsi se si è ricordato di cancellare la cronologia del browser web.

Perfect Blue (1997)
search: naked girl +blood -dress

Esordio alla regia per un autore nipponico che conoscevo solo di sfuggita, del quale non avevo ancora visto nulla e che, dopo questa fulminante visione, posso promuovere a pieni voti.

L’animazione è a livelli molto alti e lascia anche un po’ di nostalgia nel cuore per quel sapore analogico pre-computer di sfondi dipinti a mano che si va un po’ perdendo in questi tempi di dominazione digitale.
L’onirica storia, anche se molto intrigante ed adatta ad un pubblico esclusivamente maturo, lascia un filino giù per via della cultura giapponese che a me sta un po’ sui coglioni per come suddivide le persone in categorie fisse e fortemente gerarchizzate.
D’altra parte però questo è un difetto che non è imputabile ai realizzatori, ma che al più rafforza la narrazione di una realtà artefatta e falsa come Daniela Santanchè.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Daniela Santanchè e mezza

Perfect Blue (1997) voto

Titolo originale: パーフェクトブル – Pâfekuto burû
Regia: Satoshi Kon
Anno: 1997
Durata: 81 minuti

Frozen (2013)

In Norvegia fa freddo, ma di un freddo che tu che sei cresciuto con le infradito ai piedi e Fabrizio Frizzi alla televisione non potrai mai capire a fondo.

Si dà il caso che in questa desolata landa dimenticata da dio viva una regina con lo strano potere di comandare questo freddo facendo il bello e il cattivo tempo a seconda del suo stato emotivo e ultimamente, tra genitori morti e paura d’abbracciare il suo vero IO (ovvero la sua omosessualità latente), il fiordo dove sorge il suo regno basato su una rigida dieta di salmone e acciughe si è completamente congelato.

Sarà compito di sua sorella zitella alla disperata ricerca di un cazzo d’amare e qualche figura maschile di contorno, messa lì per par condicio, cercare di mettere un freno alla discesa verso lo zero assoluto che invece il cadavere di Fabrizio Frizzi è riuscito oramai ad abbracciare appieno.

Frozen (2013)

Ma io mi domando e dico: come cazzo è possibile che questo film sia il cartone animato con l’incasso più grande della storia?
Come è possibile che questa insipida storiella puntellata di banalissime canzoni dai testi elementari abbia riscosso un tale successo globale?

Perché va bene andare incontro al pubblico più giovane abbassando il livello narrativo, va bene mantenere un tono comico superficiale per non disturbare i neonati piazzati davanti lo schermo da genitori troppo indaffarati ad arrivare a fine mese strangolati come sono da un sistema economico disegnato attorno al concetto che chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero… ma mannaggia cristo paladino delle renne norvegesi: è mai possibile che ‘sta cacata sia stata premiata con l’Oscar come miglior film d’animazione quando lo stesso anno c’era Si alza il vento che non sarà un capolavoro, certo, ma è infinitamente meglio de ‘sta porcata fredda come il cadavere di Fabrizio Frizzi?

VOTO:
2 Fabrizio

Frozen (2013) voto

Titolo esteso: Frozen – Il regno di ghiaccio
Regia: Chris Buck e Jennifer Lee
Anno: 2013
Durata: 102 minuti

Si alza il vento (2013)

Storia più o meno fantasticata, più o meno realistica, più o meno agiografica di Jiro Horikoshi (grande ingegnere aeronautico giapponese) il quale, con una personale parziale ritrosia verso l’establishment militare e trovandosi in una situazione industriale e sociale giapponese ancora profondamente rurale e provinciale, produsse il miglior aereo da combattimento della seconda guerra mondiale, il Mistubishi A6M Zero.

Di mezzo una storia d’amore inventata per ragione narrative e francamente evitabile, anche se funzionale al sentimento pacifista del progetto, e delle simpatiche e a tratti molto ispirate sequenze oniriche che riportano in luce almeno parzialmente lo spirito fantastico dello Studio Ghibli.

Si alza il vento (2013)

Detto che il film è buono, ma non un capolavoro.
Detto che la storia rimane interessante, anche se basata su fatti poco conosciuti al pubblico occidentale (ma questo non può essere un demerito).
Detto che il cioccolato è chiaramente meglio della vaniglia.

Quello che però mi preme dire è la grande soddisfazione personale per la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della tesi secondo cui il Giappone pre-bellico (e in gran parte durante tutto il conflitto mondiale) fosse una nazione ancora rurale e assolutamente indietro economicamente, socialmente ed industrialmente rispetto alle altre forze occidentali, in particolare gli Stati Uniti d’America i quali, con la scusa della pericolosità nipponica, gli sganciarono come nulla fosse due bombe atomiche uccidendo centinaia di migliaia di civili contravvenendo ad ogni trattato internazionale sui conportamenti bellici e macchiandosi per sempre con il più grande crimine  di guerra mai realizzato dalla razza umana.

Un crimine per cui sono andati impuniti, perché purtroppo la storia la scrivono i vincitori.
Ma il tempo è galantuomo ed è con grande piacere che posso dare dell’incompetente e dell’ignorante alla mia professoressa di storia e filosofia del liceo (persona più o meno velatamente fascista) la quale ho perculato per un anno intero facendole credere fossi fascista anch’io per poi confessarle tra enormi risate la triste verità, ovvero che io ho sempre preferito smascherare l’ipocrisia della classe dominante e dell’ideologia dello status quo piuttosto che vedermi identificato con questo o quell’altra maggioranza per un misero ritorno personale.

VOTO:
3 ritorni e mezzo

Si alza il vento (2013) voto

Titolo originale: 風立ちぬ Kaze tachinu
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 2013
Durata: 126 minuti

Porco Rosso (1992)

Marco Pagot è un uomo con la testa di porco che guida un idrovolante dipinto di rosso nel periodo che sta tra la prima e la seconda guerra mondiale.

La spiegazione di come sia diventato una creatura quasi mitologica la lascio alla poetica rievocazione presente nel film; quello che invece conta spiegare è la professione di cacciatore di pirati dell’aria che Marco/Porco si è ritagliato dopo aver lasciato la Regia Aeronautica una volta che il fascismo è entrato nella sala di comando.

Una professione ed un’attitudine politica che lo hanno messo storto sia agli occhi dei pirati che a quelli del governo, ma che gli ha dato 10 punti di figaggine con tutte le donne.

Porco Rosso (1992)

Per una volta lo Studio Ghibli si mantiene il più possibile vicino alla realtà (tolto il protagonista con la testa di maiale) ambientando il loro sesto film d’animazione in un’epoca lontana nel tempo ma vicina nei risvolti politici di un’Europa comatosa alla disperata ricerca di una scossa defibrillatrice che la faccia uscire dal limbo politico-sociale-economico nel quale immancabilmente sguazzano fanatismi e sindromi dal cazzo piccolo.

Una situazione che purtroppo stiamo vivendo anche oggi e dalla quale se ne potrà uscire solo in due modi: con una sollevazione popolare verso i governi fantoccio che governano questo continente o con un inasprimento delle politiche dittatoriali già in atto.

Checché se ne dica, questo film non è un capolavoro, ma ci va veramente vicino.

VOTO:
4 defibrillatori

Porco Rosso (1992) voto

Titolo originale: Kurenai No Buta 紅の豚
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1992
Durata: 94 minuti

Princess Mononoke (1997)

E’ la fine del 1500 in Giappone e la magia e gli spiriti che pervadono tutta la natura non sono ancora scomparsi per far posto al mondo degli uomini, qui rappresentato da una città stato specializzata in metallurgia e armi da fuoco governata da una donna risoluta e ambiziosa che ha intenzione di radere al suolo mezza foresta per far posto alle sue manie di grandezza.

In questo scontro epocale che ha poi dato immaginativamente vita al Giappone moderno, si muovono una serie di personaggi ambivalenti che perfettamente rispecchiano l’impossibilità di una riduzione manichea della realtà come invece troppe cucuzze contemporanee si ostinano a fare e pensare: Ashitaka è un giovane guerriero della tribù Emishi, uno degli ultimi prima che questo gruppo etnico fosse spazzato via dagl’imperatori giapponesi, il quale si trova esule dal suo villaggio e ramingo per via di una maledizione che gli ha penetrato il braccio dopo una battaglia furibonda con un dio cinghiale posseduto dal demone della collera visto che era stato scacciato dalle sue terre (dalla città stato di cui sopra) a suon di fucilate a pallettoni nello stomaco; a fargli da speculare contraltare c’è la giovane San, sanguigna ragazza cresciuta dai demoni lupi la quale ha giurato vendetta contro la razza umana per essersi sbarazzata di lei in tenera età; ed infine una platea di spettatori semi-impotenti composta da spiriti ancestrali che sentono vicina la fine dell’epoca magica e cercano di reagire nei modi più disparati, dalla furia cieca di un branco di cinghiali parlanti alla calma serafica di un enorme dio della foresta che dispensa bacini curativi a chiunque si appresti con cuore alla sua fonte.

Come spesso nei film giapponesi, la fine non sarà risolutiva.

Princess Mononoke (1997)

Straordinario film d’animazione che, a dispetto di quello che dice Mereghetti (noto critico cinematografico dai gusti retrogradi ed opportunisti come il suo partito di riferimento), rappresenta senza ombra di dubbio uno degli esempi massimi dello Studio Ghibli e quindi di tutta l’animazione giapponese di stampo artistico con aspirazioni poetiche.

La qualità del tratto e dell’animazione è ai massimi livelli, pare infatti che Miyazachi in persona abbia revisionato uno ad uno tutti i 144mila fotogrammi del film, e la storia, sebbene a tratti confusionaria e contraddittoria per un pubblico occidentale troppo abituato a veder rappresentati i drammi umani con personaggi che incarnano questa o quell’altra virtù come questo o quell’altro male, sempre in contrapposizione (tipico delle società monoteiste) e mai in compenetrazione (come è più proprio per una società animista), la storia dicevo riesce a catturarti dal primo all’ultimo istante.

E quello che più caratterizza positivamente la pellicola è proprio questa riluttanza nel dividere le cose in bianco e nero per abbracciare invece una più logica scala di grigi entro la quale tutti ci posizioniamo e riposizioniamo a seconda dell’argomento in questione: la città metallurgica è infatti sì capace di distruzione e disperazione, ma è anche un faro di progressismo con la buona accoglienza che dà ai reietti e gli ultimi della società (vedi le donne che nella società medievale giapponese valgono poco più dei sassi e i lebbrosi che addirittura custodiscono il segreto della forgiatura delle armi da fuoco); il giovane protagonista Ashitaka divide continuamente, sinceramente e non ambiguamente, le sue premurose attenzioni tra i due fronti della contesa, gli umani con i fucili e gli spiriti della natura con la loro magia; e lo stesso dio della foresta si rivela essere portatore sia di vita che di morte.

Ma in questo marasma di complimenti ed elogi, quello che più mi preme dirvi è il personale risultato linguistico di 9 mesi di convivenza con due spagnole: dios pelícano rey del bosque.

VOTO:
5 re del bosco

Princess Mononoke (1997) voto

Titolo italiano: Principessa Mononoke
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997
Durata: 134 minuti