DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti

Ready Player One (2018)

Nel 2045 la vita sulla Terra è una merda e la maggioranza della gente vive in orribili baraccopoli multilivello; per sfuggire a questa triste realtà i terrestri si rifugiano quotidianamente nella fantastica realtà virtuale creata da un videogioco chiamato Oasis dentro il quale possono essere ciò che vogliono, fare ciò che desiderano e vivere avventure mozzafiato immergendosi in una galassia di riferimenti della pop culture anni ’70 ’80 e ’90.

Quando James Halliday, il creatore di Oasis, tira le cuoia lasciando di stucco mezzo mondo, viene rivelata l’esistenza di un easter egg all’interno del gioco che permetterebbe l’acquisizione di 3 biliardi di dollari nonché il controllo totale di Oasis.
E ovviamente scoppia una ressa clamorosa per la caccia al tesoro più redditizia della storia; da una parte una malefica compagnia privata che impiega semi-schiavi per l’acquisizione del misterioso segreto e dall’altra i 5 giovini protagonisti di questo film per ragazzini.

Ready Player One (2018)

E’ una stupidaggine, punto.

Nonostante alla guida ci sia un testone come Steven Spielberg, il film soffre inevitabilmente l’effetto videogioco, e cioè bella grafica e storia di merda.
Perché, e questa è una cosa che solo un appassionato giocatore con un’altrettanto buona cultura cinematografica potrebbe indicare, la storia più interessante mai creata per un videogioco non riesce ancora a competere con un normale film, figuriamoci con i migliori.

La sensazione che si ha quindi, guardando volteggiare quest’infinita serie di citazioni riversate come una pioggia battente sulle teste dei poveri spettatori, è quella di trovarsi di fronte ad una mediocre trasposizione cinematografica di un videogioco famoso, tipo Final Fantasy: The Spirits Within che infatti oggi chi se lo incula, con la speranza al botteghino di contare sull’effetto nostalgia del pubblico 40enne il quale però resta inevitabilmente bruciato da una semplicistica narrazione molto più adatta ai pubescenti.
Insomma, una dicotomia più che apparente ad uno che non approcci la questione con fare menzoniero.

Un peccato, perché la sfida era dura da battere ma si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’imponente massa di marchi e franchise che i produttori sono riusciti a mettere assieme (spendendo sicuramente una consistente parte del budget).

VOTO:
2 menzonieri e mezzo

Ready Player One (2018) voto

Titolo uruguaiano: Ready Player One: Comienza el juego
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Durata: 130 minuti

King Kong (1976)

La Petrox Oil Company crede che ci sia un giacimento di greggio sotto un’isola misteriosa perennemente circondata da una fitta nebbia che l’ha separata dal resto del mondo per non si sa quanto tempo.

Arrivati con una spedizione punitiva degna dei migliori anni della nostra vita fascista sulla quale si sono imbarcati un paleontologo barbuto che vuole studiare le sconosciute specie dell’isola e un’attricetta svampita che vuole studiare gli sconosciuti modi di sucare i cazzi dei produttori hollywodiani, i nostri eroi fassisti fanno la scoperta delle scoperte degli scopritori: sull’isola vive una tribù di negri con l’anello al naso.

…ah, dimenticavo: c’è anche un gorilla alto 12 metri che non vede una femmina da illo tempore e che verrà trasportato di forza a New York per essere esposto al pubblico ludibrio fuggendo poi un agile scatto occhi di gatto un altro colpo è stato fatto.

King Kong (1976)

Operazione commerciale per Dino De Laurentiis che, dopo gli esordi come venditore di pasta dell’azienda familiare a Torre Annunziata, ha trovato il lavoro della sua vita: farsi le donne belle con la scusa di produrre i film.

Il film è molto disomogeneo: lungi dall’essere una metafora sullo sfruttamento di Madre Natura, la pellicola procede in declino con un’atmosfera molto interessante e suggestiva dall’inizio fino alla scoperta del rito tribale e una scivolata tenue verso lidi più commerciali mano a mano che Kong viene portato verso gli USA.

Effetti speciali notevoli (ma non indimenticabili) che in alcuni frangenti ricordano i film kaiju giapponesi, infinitamente più divertenti di questo.

VOTO:
3 kaiju

King Kong (1976) voto

Titolo di lavorazione: King Kong: The Legend Reborn
Regia: John Guillermin
Anno: 1976
Durata: 134 minuti

Piramide di paura (1985)

Nonostante il titolo fuorviante, questa è l’ennesima incarnazione del più famoso detective privato al mondo, l’emblema dell’imprenditoria individualista e anti-sociale anglo-sassone che tra una sviolinata e una tirata d’oppio risolve casi misteriosi come fosse la Settimana Enigmistica.

In questo episodio, completamente inventato e reimmaginativo del primo incontro tra Watson e il suo datore di lavoro a cottimo senza ferie e contributi, vediamo due bricconcelli adolescenti combattere una setta egiziana devota ai sacrifici umani grazie al potere della logica, dell’immaginazione e dei soldi dei genitori borghesi.

Naturalmente lo straniero dovrà cedere il passo all’uomo bianco.

Piramide di paura (1985)

Simpatica e coinvolgente pellicola per ragazzi dal temperamento mite e dall’intelligenza briosa che però non risparmia reali (piccoli) spaventi per i puri di cuore.

Non è stato certo ricordato come uno dei miglior film su Sherlock Holmes né tantomeno come uno dei miglior film d’avventura, ma quest’improbabile misto tra Harry Potter e uno sceneggiato anni ’70 con Sandra Mondaini nei panni di Sbirulino vale comunque una visione.

VOTO:
3 Sandra Mondaini nei panni di una testa mozzata e mezza

Piramide di paura (1985) voto

Titolo originale: Young Sherlock Holmes
Regia: Barry Levison
Anno: 1985
Durata: 109 minuti

The River Wild – Il fiume della paura (1994)

Ti senti sola e trascurata?
Tuo marito torna sempre tardi dal lavoro e non vuole più fare all’ammore con tigo?
Ti mancano i bei tempi in cui avevi tutta la vita davanti (proprio come in quel filmetto di quel mediocre piddino di Paolo Virzì che è andato ad accoppiarsi con una sciampista di 15 anni più giovane e 20 punti in meno di quoziente intellettivo non perché è una coatta abbastanza fregna da far colare copiosamente la saliva di un orribile livornese come Virzì ma perché ci s’intrattiene amabilmente in appassionate discussioni filosofiche?)?

Allora la soluzione giusta è farsi un rafting in Montana con tuo marito, tuo figlio e la cagna di casa che non sei tu ma un quadrupede privo di parola, e in questo sì che è facile confondervi, sperando che lungo la strada il fiume non incappiate in un misterioso duo d’infantili personaggi con l’aria più losca che hai mai visto, escludendo tuo marito quando torna tardi dal lavoro.

The River Wild - Il fiume della paura (1994)

Decente film di spaventi e tensione che dalla manica sudicia di sugo che si ritrova tira fuori due assi:
1 – Le buone recitazioni, sia da una parte della barricata morale che dall’altra, su cui spiccano chiaramente i capi leader delle opposte fazioni, Streep e Bacon in buona forma (soprattuto Meryl che si fa un culo tremendo a remare con le sue bracciotte flaccide post-menopausa).
2 – Le buone scene d’azione girate con professionalità d’altri tempi che trovano il loro habitat naturale a metà strada tra adrenalina spaccadenti e panoramiche tipo Alle falde del Kilimangiaro con Licia Colò che qualche tempo fa ha rischiato di aprirsi la testa scivolando sullo skateboard della figlia e invece si è solo ritrovata un occhio talmente tumefatto da far invidia ai manifestanti massacrati dai poliziotti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova oppure al grande Giancarlo Giannini in Quantum of Solace che qui vorrei ricordare con le parole che scrissi nella recensione di quel film:

Giancarlo Giannini viene gettato violentemente in un cassonetto dell’immondizia dopo essere stato pestato a sangue.

Fior di sangue per Giancarlo.
Fior di sangue !!

VOTO:
3 Licia Colò fior di sangue!!!

The River Wild - Il fiume della paura (1994) voto

Titolo originale: The River Wild
Regia: Curtis Hanson
Anno: 1994
Durata: 111 minuti

Salto nel buio (1987)

Tuck Pendleton è un aviatore della marina statunitense dedito all’alcool e al sesso con la bionda Meg Ryan, ossequiosamente in quest’ordine, che viene miniaturizzato a livello cellulare per essere poi iniettato dentro un coniglio da laboratorio durante un esperimento scientifico segreto.
Jack Putter è un cassiere di un supermercato ipocondriaco e con parecchi problemi relazionali che riceve l’iniezione nel culo al posto del coniglio di laboratorio per via di un parapiglia internazionale nel quale sono implicati in ordine sparso: un pinguino, due suore, un afro americano alto 2 metri e 10, un tedesco col braccio meccanico, Alice nel paese delle meraviglie e un cowboy arabo.

Salto nel buio (1987)

Deliziosa commedia adrenalinica che avrò visto almeno una decina di volte e che, nonostante ciò, riesce sempre ad intrattenermi per quelle sue due ore di durata, Innerspace è un chiaro rifacimento del classico Fantastic Voyage aggiornato però ai moderni anni ’80, specialmente per gli effetti speciali e il tono irriverente che pervade tutto e tutti.

Non si tratta di un capolavoro né di un film imperdibile, ma sicuramente non mancherà di trascinare molte risate giù per le scale.

VOTO:
4 scale

Salto nel buio (1987) voto

Titolo originale: Innerspace
Regia: Joe Dante
Anno: 1987
Durata: 120 minuti

La ricompensa del gatto (2002)

La giovane liceale Haru ha una cotta per un ragazzo alto e moro al quale, nella più classica tradizione giapponese, non ha mai rivolto una parola.

A sconvolgere la sua triste vita di zitella suddita dell’imperatore sole arriva però una serie di eventi assurdi scatenati dall’incontro con un principe gatto che lei aveva salvato da morte certa mentre questi attraversava distrattamente la strada.
Il principe quindi non sa leggere il semaforo, ma sa parlare e le promette gioie e ricompense nei giorni a venire.

Tra topi nell’armadio ed erba gatta nel giardino di casa, Haru riceve una tale serie di stronzate gattesche che quando infine giunge la proposta di matrimonio col principe da parte del re del Regno dei gatti, la cosa non la sconvolge più di tanto e comincia pure a farci un mezzo pensierino…

Quando però viene rapita nella notte da un treno di gatti per essere catapultata nel regno felino, Haru chiederà l’aiuto del Barone Humbert von Gikkingen, una statua di un gatto antropomorfo vestito come un lord inglese che prende vita coi primi raggi dell’alba, di Toto, un corvo di pietra che si trasforma alla maniera del barone, e di Muta, un gatto obeso e lamentoso con qualche scheletro nell’armadio.

Riusciranno i nostri eroi ad evitare il reato di zooerastia?

La ricompensa del gatto (2002)

Questa è una storia fantasticosa molto incongruente nel ricreare un mondo immaginario nel quale realtà e magia si fondono in maniera inaspettata e folle, ma non vuol dire che sia un demerito, anzi.

L’insuperabile dedalo immaginativo dei giapponesi trova qui ampio respiro nella messa in scena di situazioni e personaggi che non ti verrebbero in mente a meno che tu non abbia fumato un paio di canne o abbia passato una vita segregato in casa di un orco a fantasticare del mondo esterno e l’unica cosa quindi che gli si può rimproverare in completa sincerità è l’averti trasportato in un mondo al di là dello specchio che poco ha a che fare con le regole convenzionali a cui un pubblico generalista occidentale è abituato.

VOTO:
4 specchi

La ricompensa del gatto (2002) voto

Titolo originale: Neko no ongaeshi
Regia: Hiroyuki Morita
Anno: 2002
Durata: 75 minuti

Road to Bali (1952) [Full Movie]

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Two unemployed show-biz pals accept treasure-diving work in Bali for a local princess and they find treasure, love and trouble.

Director: Hal Walker
Writers: Frank Butler (screenplay), Hal Kanter (screenplay)
Stars: Bing Crosby, Bob Hope, Dorothy Lamour

Titolo italiano: La principessa di Bali
Regia: Hal Walker
Anno: 1952
Durata: 91 minuti

Stranger Things: 2° stagione (2017)

Alla fiera dell’est, per due soldi, una cacata di telefilm il pubblico idiota guardò.
E venne il mostro che s’impossessò del ragazzino che è amico del gruppetto di mocciosi che vogliono fermare il male che esce dal portale che è sito dentro il laboratorio dove è cresciuta Eleven che c’ha le turbe emotive da menarca che la rende appetibile per Mike che c’ha una sorella grissino che non sa a chi darla che al mercato guardò.

Stranger Things: 2° stagione (2017)
esco dal mio corpo e ho molta paura

Bella cacata.
No, dico: bella cacata e complimenti a quei beoti che hanno avuto pure il coraggio di elogiare ‘sta minchiata di stagione (assolutamente evitabile) a metà strada tra una telenovelas sudamericana e un clistere d’olio caldo.

Tralasciando la recitazione caricata (e conseguentemente caricaturale) e la naturale scomparsa dell’effetto nostalgia, la vicenda in questione è largamente influenzata (copiata) dalla prima stagione che a mio avviso poteva più che degnamente concludere con quegli ottimi 8 episodi l’intera storia e invece si è finito per sbrodolare tutto sulle federe nuove, come una puttana con lo scolo, per una pura questione monetaria.

VOTO:
2 personcine con lo scolo e mezza

Stranger Things: 2° stagione (2017) voto

Titolo originale: Stranger Things
Creatori: The Duff Brothers
Stagione: seconda
Anno: 2016
Durata: 9 episodi da 50 minuti
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Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017)

Torna il drappello di guardiani galattici alla disperata quanto perpetua ricerca d’un senso alla loro esistenza di merda.

In questo caso ci troviamo alle prese con una minaccia che veramente non te la raccomando signora mia: un’entità celestiale d’infinita potenza che, stanca di vagare isolata nello spazio profondo senza una precisa meta, si è messa alla ricerca della dolce metà per concedersi una sana copulazione interspecie.
Frutto di questa folle unione è il nostro beneamato Peter Quill, unico (mezzo) umano della compagine strampalata dell’universo Marvel.

Se pensate che questo film parli di precauzioni sessuali attraverso l’arguta metafora di una serie interminabile di mostruosità intellettive combinaguai, siete sulla buona strada.

Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017)

In questo tripudio trippone d’umorismo superficiale e sperma celestiale, c’è abbastanza sostanza per non scontentare nessuno; ovviamente questo vuole anche dire appiattirsi sul minimo comun denominatore d’un pubblico tanto vasto quanto disomogeneo.

Se sorvoliamo sui banali riferimenti alla cultura pop e all’assoluzione in forma di comico tributo ad un maschilista ubriacone come David Hasselhoff, non si può certo dire che il film sia orrendo, tutt’altro.
Resta però un bel sapore amaro una volta inghiottita la zuccherosa e coloratissima pillola d’un franchise che era partito come mezza presa per il culo del genere ed è finito per rappresentarlo appieno.

VOTO:
3 David ubriachi a merda e mezzo

Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017) voto

Titolo originale: Guardians of the Galaxy Vol. 2
Regia: James Gunn
Anno: 2017
Durata: 136 minuti
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