Commando (1985)

John Matrix, oltre ad avere un nome a dir poco sconvolgente, è anche un baby pensionato che, dopo aver servito l’esercito degli Stati Uniti d’America compiendo le più empie nefandezze in giro per il mondo, passa le sue soleggiate giornate di quarantenne spaccando la legna o dando da mangiare ai cerbiatti assieme a sua figlia Jenny.

Purtroppo per lui il dittatore Arius, spodestato dal trono dell’isola di Val Verde anche grazie all’intervento del gruppo armato di John, è sulle tracce dei suoi commilitoni; un po’ per fargliela pagare e un po’ per usarlo come killer per caso del neo dittatore messo al suo posto dagli USA.

Per fare questo lo scorbutico Arius gli rapisce la figlia e lo manda via aerea per direttissima a Val Verde con il ricatto di spedirgli a pezzi la cara Jenny nel caso lui disertasse; John invece ci mette cazzo a svignarsela e si prefigge il compito di uccidere Arius e un altro centinaio di persone in 11 ore, cioè prima che il suo aereo atterri e scatti quindi l’allarme.

Sangue a seguire.

Commando (1985)

Classico film d’azione anni ’80 che prende tutti gli stereotipi del genere (machismo, umorismo beffardo, violenza gratuita, omosessualità latente) mischiandoli in un grande calderone dal quale sbuca fuori una massa informe di dimensioni colossali che, nonostante l’inesistenza di una trama articolata e l’evidente scelleratezza di ogni gesto compiuto dal protagonista, riesce comunque ad intrattenere per quell’oretta e mezza facendo succedere una simpatica serie di scenette tra il serio e il faceto che si concludono inevitabilmente con uno o più morti.

Purtroppo parte meglio di come finisce, come la carriera di Arnold Schwarzenegger.

VOTO:
3 calderoni e mezzo

Commando (1985) voto

Titolo brasiliano: Comando para Matar
Regia: Mark L. Lester
Anno: 1985
Durata: 90 minuti

Avengers: Infinity War (2018)

Un energumeno viola alto 4 metri di nome Thanos ha la soluzione a tutti i mali del mondo: eliminare metà della popolazione dell’universo.

Il film non spiega se questo genocidio generalizzato deve rimanere confinato ai bipedi o si deve estendere anche ad altri esseri tipo volatili, pesci, batteri, funghi e qualunque altra possibile forma di vita che lord Xenu abbia concepito nella sua infinita saggezza, ma al pubblico importa poco perché quello che conta qui sono le botte bum bum.

Per portare a termine il suo brillante piano, Thanos vuole (e deve) recuperare le 6 Infinity Stones sparse in giro per le galassie, infilarle sul suo bel guanto di ferro e semplicemente schioccare le dita per salutare miliardi di miliardi di creature che si volatilizzeranno immediatamente in polvere.
Fatto questo, l’energumeno viola potrà finalmente sedersi in cima ad una collina per godersi un po’ di meritato riposo.

A fare da argine a questo piano talmente diabolico che Repubblica.it lo ha subito attribuito alla Casaleggio Associati, ci sono ovviamente i nostri beneamati super teste di minchia eroi i quali non vedono l’ora di girare un altro film per intascare fior fior di quattrini mentre io, tra uno sbadiglio e l’altro, non posso non concentrarmi sulle dimensioni del mio caos.

Avengers - Infinity War (2018)

Che dire…

Dopo una caterva di pellicole tutte più o meno simili l’una all’altra mi trovo nell’imbarazzante paradosso di poter promuovere un film con buoni voti e allo stesso tempo poter tranquillamente non raccomandarne la visione.

Perché direte voi?

Perché quante volte puoi sentire e risentire la stessa canzone prima che ti salga a noia?
Semplice: sempre e solo una volta più di quelle necessarie, e io oramai credo d’aver raggiunto quella specifica posizione critica secondo la quale rigetto un film a priori perché tanto lo so dove va a parare, lo so cosa diranno i personaggi, ho già visto effetti speciali fatti così bene, so già più o meno tutto e quindi non me ne frega più una beneamata mazza.

A dimostrazione di tutto questo, basta prendere due righe che scrissi nel 2015 a proposito di Avengers: Age of Ultron:

Purtroppo i produttori hollywoodiani sembrano non aver capito che mangiare gelati per 10 anni può sembrare interessante su carta, ma non può condurre altrove non se non sulla tazza del cesso a cacare diarrea a fischio come non ci fosse domani.

Io ho solo voglia di qualcosa di buono nuovo.

VOTO:
3 Ambrogio e mezzo

Avengers - Infinity War (2018) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Guerra Infinita
Regia: Anthony & Joe Russo
Anno: 2018
Durata: 149 minuti

JCVD – Nessuna giustizia (2008)

Jean-Claude Van Damme torna nella sua città natale, Brussels, e si ritrova invischiato in una stroppia rapina ad un ufficio postale compiuta da 3 menteccati, uno più assurdo dell’altro.

Tra toccanti confessioni e una dura serie d’insulti sulla sua carriera d’attore da quattro soldi per film da quattro soldi, JCVD cercherà d’uscire dall’impasse senza che nessuno ci rimetta le penne.

JCVD - Nessuna giustizia (2008)

Sorprendente film a bassissimo costo che punta tutte le fiche (inteso come gettoni di plastica e non come passatempo preferito di Berlusconi) sul fattore spiazzamento nel vedere una grande star dei film d’azione mettersi a nudo emotivamente di fronte ad una lunga esemplificazione delle critiche ricevute nei tanti anni di carriera artistica… uscendone (chiaramente) a testa alta.

Non è un capolavoro, ma è probabilmente il miglior film con Jean-Claude Van Damme.

VOTO:
3 cyborg

JCVD - Nessuna giustizia (2008) voto

Titolo originale: JCVD
Regia: Mabrouk El Mechri
Anno: 2008
Durata: 97 minuti

Black Panther (2018)

Secondo la tesi di questo film reazionario mascherato da pellicola progressista, l’Africa è un continente povero, ignorante e violento dove la gente con l’anello al naso non può fare a meno di farsi la guerra.
Nel suo entroterra sorge un misterioso regno iper-tecnologizzato composto da 5 rissose tribù le quali, alla morte del regnante di turno, si possono (e devono) sfidare per la successione tramite una lotta preistorica a mani nude ai piedi di una scenografica cascata mentre un folto pubblico di gente vestita come spaventapasseri sotto allucinogeni incita la barbarie con suini suoni gutturali e movimenti corporei scomposti.

Ma Wakanda, questo il nome del paese in questione, sta per essere acchiappata da un giovane reietto con sangue blu che è cresciuto a pane e propaganda americana e toccherà a Black Panther insegnargli cosa significa big-bambu.

Black Panther (2018)

Non ho parole, davvero.
L’unica descrizione possibile per un film del genere è vomito controvoglia.

A parte la noia totale e la totale trasparenza del protagonista principale che già così uno dovrebbe tirare i remi in barca e via, quello che veramente fa più impressione è questo strano e ingiustificato miscuglio di avanzamento tecnologico ed usanze barbare e preistoriche che non fanno un buon servigio alla causa perorata dagli autori di questo film per un’Africa differente, un’Africa povera che non aspetta l’aiuto dei bianchi ma che si aiuta da sola, anzi, un’Africa che aiuta il resto del mondo.

E però poi, di ritorno a casa dopo aver parlato in giacca e cravatta alle Nazioni Unite, si fermano un attimo alla cascata locale per una veloce lotta greco-romana per stabilire chi regnerà per i prossimi 50 anni.
Ma te lo immagini se facessimo lo stesso ogni volta che dobbiamo eleggere la presidenza del parlamento europeo?
Ma te lo immagini Antonio Tajani che rotola nel fango a petto nudo urlando come un forsennato mentre stringe tra le cosce Jean-Claude Juncker?

Delle due l’una, come amava dire il mio professore universitario di Letteratura Italiana 1 che per l’esame faceva comprare 4 dei suoi (scarsi) libri a tutti gli studenti portandosi in tasca vari piccioli e arrotondare così il suo già corposo stipendio mensile: o una società evolve omogeneamente portando avanti sia la tecnologia e sia l’organizzazione sociale, oppure questo è solamente un film del cazzo per succhiare i soldi sul quale è stata spruzzata una tiepida diarrea radical-chic senza accorgersi dell’evidente contrasto antropologico che si andava creando.

Io dico boh.
Sono esterrefatto dal livello di razzismo (involontario? volontario? oramai ho perso il conto) che questo film raggiunge.
E la cosa che fa svenire è che invece è stato osannato da pubblico e critica anche e soprattutto per aver portato sullo schermo un supereroe nero.

Beh, guarda: meglio le storte democrazie moderne che feudalesimo e libertà.

VOTO:
2 Tajani

Black Panther (2018) voto

Titolo ispanico: Pantera Negra
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

La casa di carta: 2° stagione (2017)

Proseguono e finiscono le avventure di 8 o 9 o 13 (a seconda dell’episodio in questione) fancazzisti patentati i quali non hanno più voglia di lavorare e quindi pensano di prendere una valanga di banconote dalla zecca di Spagna e vivere di rendita per il resto della vita loro e quella dei loro figli su un’isola sperduta nel mar dei Caraibi mentre la gente normale rimane incatenata al palo di un’esistenza fatta di 8 ore al giorno per 6 giorni a settimana per 40 anni e lo chiamano mondo libero.

La casa di carta- 2° stagione (2017)
e non fa’ il ragazzino, sono solo 10 ore che lavori!

Leggera impennata emotiva per quello che io ho già ribattezzato l’hype cinematografico più ingiustificato dell’anno e fragorosa conclusione zuppa di proiettili pim pum pam ci attaccano sbiribim catapum non ci avrete mai.

Sono spiacente per i feticisti degli sproloqui, ma non c’è molto da dire quando vieni letteralmente prosciugato delle tue energie appresso a 22 episodi di un telefilm che, partendo da un’idea interessante, ovvero quella di seguire un gruppo di rapinatori lungo la sosta forzata dentro la zecca spagnola, si declina poi in una serie di situazioni da soap opera sud coreana.

VOTO:
2 lacrime coreane e mezza

La casa di carta- 2° stagione (2017) voto

Titolo originale: La casa del papel
Creatore: Álex Pina
Stagione: seconda
Anno: 2017
Durata: 9 episodi da 45 minuti

The Guest (2014)

L’Afghanistan, che George W. Bush non riusciva neanche a pronunciare facendo fuoriuscire dalla sua sudicia bocca una simpatica storpiatura di una famosa marca di pellicole fotografiche, ha visto dal 2001 ad oggi la totale invasione dei propri territori da parte di forze straniere predatrici che, con la scusa della ricerca di Osama Bin Laden (che invece pare fosse nascosto in Pakistan, grande alleato degli USA) e il ricatto morale della morte di 3000 persone per quello che molti oramai concordano col chiamare il più grande “Inside Job” della storia mondiale e che è volgarmente conosciuto come “September 11”, hanno bombardato e distrutto un paese grande due volte l’Italia.

Una guerra predatoria che purtroppo ha lasciato sul campo circa 50mila morti, in gran parte civili Afgani che non vedevano l’ora di essere liberati (dalla loro misera esistenza terrena con un colpo in testa da uno dei tanti soldatini americani andati al fronte perché disoccupati), e che non ha risolto praticamente un cazzo nella lotta al terrorismo, anzi ne ha ampliato la portata.

Insomma, complimenti.

Ebbene, in questo film facciamo la conoscenza di David Collins, un giovane reduce americano di suddetta guerra il quale si presenta alla porta della famiglia Peterson per portare gli omaggi e gli ultimi saluti di Caleb, suo commilitone e loro figlio, morto sul campo durante una missione.

Tra la commozione della madre e i sospetti della sorella di Caleb, lo straniero diventa ospite e nel giro di pochi giorni questa scelta si ritorcerà contro la famiglia Peterson in una maniera tale che neanche lo spettatore più smaliziato potrebbe immaginare.

The Guest (2014)

Pressoché perfetto omaggio agli anni ’80 uscito poco prima che gli anni ’80 diventassero quel fenomeno di massa che quindi me li ha fatti tornare ad odiare come ai bei tempi di giovinezza dei giorni lieti degli studi e degli amori, questo film riesce ad essere zeppo di riferimenti a film e tematiche principe degli anni del regresso politico senza però essere né stupido e né noioso, ma anzi riuscendo ad elevare il materiale chiaramente popolare ad un livello quasi artistico grazie ad una colona sonora synthwave piacevolissima che accompagna con grazia una carrellata d’immagini coloratissime (che però rifuggono il pop) e quel giusto pizzico di tensione che non fa mai male.

Nel suo genere di nicchia è un capolavoro che sicuramente vale una visione per tutti quelli che sono cresciuti con Carpenter (citato sin dal font usato per il titolo) e i film di fantascienza con elementi action-horror.

VOTO:
5 elementi

The Guest (2014) voto

Titolo originale: The Guest
Regia: Adam Wingard
Anno: 2014
Durata: 100 minuti

La casa di carta: 1° stagione (2017)

Nove malandrini di diversa estrazione culturale, ma comune estrazione sociale (proletaria), mettono in piedi il colpo del secolo: armarsi di tutto punto, travestirsi da budello di Salvador Dalì travestito da pirata, entrare alla zecca di Spagna, prendere in ostaggio 66 persone e stampare 2400 milioni di euro da dividersi poi equamente una volta elusa la polizia e fatto marameo ai reali spagnoli travestiti da budello di tua madre.

Semplice, no?

La casa di carta- 1° stagione (2017)
mi si nota di più se sto seduto ad un angolo oppure al centro con una luce sparata in faccia e un gruppo di persone attorno che si atteggiano da bulli?

TremEnda con la E maiuscola serie televisiva spagnola che per motivi a cui non voglio neanche pensare ha spopolato in Italia facendo saltare sulla sedia chi evidentemente non ha visto neanche un film sul crimine organizzato negli ultimi 85 anni.

Tralasciando le numerose e irritanti parentesi da Occhi del cuore con i personaggi che parlano e straparlano di minchiate sentimentali o ricordi d’infanzia banali che io dico “mortacci vostra sceneggiatori da terzo millennio” e che però in parte possono essere un minimo giustificate dalla provenienza televisiva spagnola che non starà ai livelli di Distretto di polizia ma poco ci manca, quello che invece è veramente imperdonabile è la TOTALE incompetenza di tutte le parti in campo: criminali, ostaggi e poliziotti.

I primi mandano all’aria in più d’un occasione un piano che avevano studiato nei minimi particolari per 5 mesi (a cominciare da quando, in quello che doveva essere un lavoro pulito, aprono il fuoco sulla polizia ferendo un paio di agenti dopo neanche mezz’ora essere entrati alla Zecca); non riescono a sentire due persone complottare alle loro spalle quando sono a circa un metro di distanza nel silenzio tombale di un bagno; lasciano il fucile per terra accanto ad una ragazza ostaggio e vanno a controllare il corridoio; litigano su questioni amorose mentre la stessa ragazza prende il telefono e fa una videochiamata; si intascano 1000 euro invece di darli allo sfascia carrozze per distruggere una macchina che scotta e via così, gaffe dopo gaffe, episodio dopo episodio, facendomi salire la bile a livelli stratosferici.
Gli ostaggi invece non riescono a stare fermi: tra chi si scopa gli assalitori mentre è incinta, chi si fa scopare dagli assalitori per ingraziarseli, chi si fa mettere una lingua in bocca dalle assalitrici non si sa perché e chi fa un casino dopo l’altro mettendo a repentaglio la vita di tutti quanti, questo è probabilmente il gruppo di ostaggi meno impauriti e più casinisti della storia mondiale.
E infine i poliziotti: la capo ispettrice va continuamente al bar a bere e non è presente 24 ore su 24 in loco mentre esplode roba alla Zecca perché deve scopare uno (s)conosciuto nel bar di cui sopra mentre il vice ispettore guida in stato d’ebbrezza con la bottiglietta in mano sterzando bruscamente mentre sbrodola frasi con la voce roca manco fosse una commedia con Ben Stiller… devo aggiungere altro?

E vogliamo parlare del supposto sottotesto politico di una serie televisiva su un gruppo di fancazzisti patentati che inserisce senza alcun serio motivo la canzone sulla Resistenza italiana contro il nazi-fascismo Bella Ciao?
Ma resistenza de che, dio cristo!?!
Marx non ha mai detto ” ‘sti gran cazzi del lavoro, annamo alla Zecca travestiti da budello de Dalì, pijamose tutto e daje Roma”!

Il piccolo particolare che infatti sfugge al “Professore”, il geniale (si fa per dire) ideatore di questo piano machiavellico, è che se per risolvere il problema della povertà bastasse stampare carta moneta, i governi non avrebbero alcun problema di liquidità; si dà il caso invece che ogni volta che viene immesso nuovo denaro in circolazione, il mercato si riaggiusta al nuovo flusso facendo aumentare l’inflazione e la Spagna questo dovrebbe saperlo bene quando, importando l’oro delle Americhe nel sedicesimo secolo provocò un grande deprezzamento di quel metallo in tutta Europa.

Certo, non saranno i 2 miliardi e mezzo d’euro di questi irritanti scansafatiche a far saltare i conti spagnoli, ma di certo non sono soldi presi dal nulla come insiste testardamente a dire il Professore dei miei stivali.

Mortacci tua.

VOTO: 3 stivali

La casa di carta- 1° stagione (2017) voto

Titolo originale: La casa del papel
Creatore: Álex Pina
Stagione: prima
Anno: 2017
Durata: 13 episodi da 45 minuti

Source Code (2011)

Il capitano Colter Stevens si risveglia su un treno diretto a Chicago con la faccia di un certo Sean Fentress, un insegnante di storia mai visto e conosciuto, e ovviamente va un po’ nel panico.

Dopo 8 minuti di battibecchi e pellegrinaggi verso lo specchio del bagno, il treno su cui viaggia esplode in un’enorme palla di fuoco catapultandolo dentro una misteriosa capsula dove fa la conoscenza, tramite uno schermo, del capitano Colleen Goodwin la quale gli spiega molto frettolosamente che la sua missione è scoprire, a botte di 8 minuti ripetuti a nastro, chi è il misterioso bombarolo del treno.

Riuscirà Colter ad acchiappare l’attentatore prima che faccia detonare una bomba nucleare nel centro di Chicago?

Source Code (2011)

Piacevole storia fantascientifica che riesce in larga misura ad appassionare anche lo spettatore più distratto grazie al meccanismo della ripetizione, ma che purtroppo accelera progressivamente i tempi della narrazione (comprensibilmente per evitare la noia) per poi risolversi in un finale un po’ fuori luogo.

Buone (non eccezionali) interpretazioni e gioco fantascientifico senza una morale da interrogare che quindi relega il film al livello di semplice intrattenimento di massa invece di passatempo per cultori del genere.

VOTO:
3 culturisti e mezzo

Source Code (2011) voto

Titolo uruguaiano: 8 minutos antes de morir 
Regia: Duncan Jones
Anno: 2011
Durata: 93 minuti

Io, robot (2004)

Siamo nel 2035 a Chicago e il dottor Alfred Lannig, lo scienziato a capo del progetto robotico Nestor, è morto cadendo per un centinaio di piani all’interno del quartier generale della U.S. Robotics in quello che sembra essere un caso di suicidio.
Ad indagare arriva il detective Del Spooner, chiamato in causa da Lanning stesso attraverso un ologramma senziente programmato per entrare in funzione al momento del suo decesso, e immediatamente la faccenda appare fumosa, inconsistente e losca..

Perché un suicidio?
Come ha fatto il dottore ad infrangere il vetro anti-proiettile per gettarsi?
Chi cazzo è Nicki Minaj?

Tra rocambolesche corse in macchina e una serie spudorata di pubblicità subliminali da far invidia a Nino Manfredi, Del Spooner cercherà di gettare luce sul futuro dell’umanità all’alba dell’era dei robot.

Io, robot (2004)

Liberamente, ma molto liberamente, tratto dai racconti di Isaac Asimov contenuti nelle sue famose raccolte (da cui il titolo) e con alla base un’intrigante (anche se telefonata) vicenda misteriosa su cui indagare seguendo il classico modus logico asimoviano, questo rumoroso e sbrodolone film giallo riesce ad essere un blockbuster all’americana senza essere completamente idiota.

Non si tratta chiaramente di un capolavoro né di un film imprescindibile per i fan della robotica, ma vale la pena una visione senza alte aspettative.

VOTO:
3 Nicki Minaj e mezza

Io, robot (2004) voto

Titolo originale: I, Robot
Regia: Alex Proyas
Anno: 2004
Durata: 115 minuti

The River Wild – Il fiume della paura (1994)

Ti senti sola e trascurata?
Tuo marito torna sempre tardi dal lavoro e non vuole più fare all’ammore con tigo?
Ti mancano i bei tempi in cui avevi tutta la vita davanti (proprio come in quel filmetto di quel mediocre piddino di Paolo Virzì che è andato ad accoppiarsi con una sciampista di 15 anni più giovane e 20 punti in meno di quoziente intellettivo non perché è una coatta abbastanza fregna da far colare copiosamente la saliva di un orribile livornese come Virzì ma perché ci s’intrattiene amabilmente in appassionate discussioni filosofiche?)?

Allora la soluzione giusta è farsi un rafting in Montana con tuo marito, tuo figlio e la cagna di casa che non sei tu ma un quadrupede privo di parola, e in questo sì che è facile confondervi, sperando che lungo la strada il fiume non incappiate in un misterioso duo d’infantili personaggi con l’aria più losca che hai mai visto, escludendo tuo marito quando torna tardi dal lavoro.

The River Wild - Il fiume della paura (1994)

Decente film di spaventi e tensione che dalla manica sudicia di sugo che si ritrova tira fuori due assi:
1 – Le buone recitazioni, sia da una parte della barricata morale che dall’altra, su cui spiccano chiaramente i capi leader delle opposte fazioni, Streep e Bacon in buona forma (soprattuto Meryl che si fa un culo tremendo a remare con le sue bracciotte flaccide post-menopausa).
2 – Le buone scene d’azione girate con professionalità d’altri tempi che trovano il loro habitat naturale a metà strada tra adrenalina spaccadenti e panoramiche tipo Alle falde del Kilimangiaro con Licia Colò che qualche tempo fa ha rischiato di aprirsi la testa scivolando sullo skateboard della figlia e invece si è solo ritrovata un occhio talmente tumefatto da far invidia ai manifestanti massacrati dai poliziotti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova oppure al grande Giancarlo Giannini in Quantum of Solace che qui vorrei ricordare con le parole che scrissi nella recensione di quel film:

Giancarlo Giannini viene gettato violentemente in un cassonetto dell’immondizia dopo essere stato pestato a sangue.

Fior di sangue per Giancarlo.
Fior di sangue !!

VOTO:
3 Licia Colò fior di sangue!!!

The River Wild - Il fiume della paura (1994) voto

Titolo originale: The River Wild
Regia: Curtis Hanson
Anno: 1994
Durata: 111 minuti

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

Justice League (2017)

Tanti anni fa ci fu una battaglia immane che vide contrapporsi una belva cornuta chiamata Steppenwolf (contornato dalla sua armata di insettoidi volanti fiuta-fifa) e un esercito di uomini, amazzoni, atlantidei e varia altra roba volante non meglio specificata.
Il risultato fu una clamorosa vittoria in casa che mandò in puzza Steppenwolf e la sua arroganza infantile.

Oggi, a distanza di 5000 anni, il puzzone infantoide (contornato dall’armata d’insettoidi) non ha ancora digerito la sconfitta e intende ricominciare da dove aveva abbandonato, ovvero il ricongiungimento di 3 cubi magici che dovrebbe trasformare la Terra in una palla infuocata.
E siccome questo scenario farebbe scendere clamorosamente il prezzo a metro quadro delle proprietà di Bruce Wayne, il miliardario in questione assembla una società a nome collettivo con regime fiscale agevolato per contrastare la scalata immobiliare di Steppenwolf.

Riusciranno i nostri eroi ad aprire un mutuo trentennale a tasso fisso?

Justice League (2017)

Pietoso film apripista cinematografico alla cooperativa più boriosa della storia, conosciuta i più come Justice League, e scandose due ore che hanno aggiunto un altro chiodo alla bara della mia coscienza.

L’unica cosa guardabile è l’irritante ma tutto sommato interessante personaggio Flash; qui interpretato dal bravissimo attore Ezra Miller che qualche anno fa se la spadroneggiava nel bellissimo We Need to Talk about Kevin, un film che è 100 volte meglio di questa pernacchia soffiata forte nel culo dello spettatore.

VOTO:
2 pernacchie e mezzo

Justice League (2017) voto

Titolo cileno: Liga de la justicia
Regia: Zack Snyder
Anno: 2017
Durata: 120 minuti