The Warrior: The Iron Claw (2023)

La famiglia Von Erich è stata probabilmente la più famosa ed importante famiglia di lottatori da wrestling americano mai partoriti su madre terra.

Ma una maledizione affligge questa stirpe di nerboruti trogloditi dal cuore d’oro, la maledizione che ti piglia quando prendi come cognome artistico quello di tua madre, Von Erich, e allora i figli tuoi vengono seccati uno dietro l’altro come rami d’ulivo tranciati alla base.

Certo, il capofamiglia padre padrone dalla disciplina militare Fritz Von Erich ha impugnato i suoi 5 pargoli in una morsa fatale costringendoli a dedicare la loro intera esistenza al wrestling per inseguire un titolo mondiale che lui aveva mancato quando era in attività e questo potrebbe aver contribuito alle premature morti, i drammi esistenziali e la distruzione d’ogni speranza per il futuro per Kevin, Kerry, David e Mike…
ma è meglio pensare sia stata l’invisibile maledizione dei Von Erich.

The Warrior: The Iron Claw (2023)

Fantastica messa in scena della discesa negli inferi e parziale risalita di una famiglia all-american, nei pregi e difetti che questo comporta, ed inaspettata performance artistica e direi pure atletica per Zac Efron, reduce dall’incidente che lo ha irrimediabilmente sfigurato quando è scivolato facendo jogging finendo per spaccarsi la faccia contro lo spigolo di una fontana.

Munito di un mascellone cagnesco ed una parrucca paglia e fieno che lo rendono molto simile ad Hulk di Lou Ferrigno, Zac si fonde completamente dentro le forme del personaggio e le curve della narrazione per dare vita ad una dolce quanto patetica rappresentazione di un uomo guidato unicamente da 3 dogmi: l’amore, la disciplina e la paura.

Tutto il resto del cast non è meno e la storia, anche se leggermente affaticata dal continuo dramma (totalmente reale ed anzi sforbiciato rispetto alla realtà), tiene lo spettatore in sospeso tra l’interesse e la compassione fornendogli poche possibilità di fuga, come per i giovani Von Erich.

Non è un capolavoro, ma è girato benissimo, interpretato altrettanto e le due ore filano via lisce.
Che cazzo volete di più?

VOTO:
4 paglie

The Warrior: The Iron Claw (2023) voto

Titolo giapponese: アイアンクロー
Regia: Sean Durkin
Durata: 2 ore e 12 minuti
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Top 3 – X-Files 3° stagione (1996-1997)

Siamo giunti alla terza stagione, forse quella più bella perché oramai totalmente consapevole di sé stessa e del suo potenziale.
Abbiamo quindi episodi spassosamente autoreferenziali e molte cartucce da sparare dal fucile dei misteri.

Tuffiamoci quindi in questo mare cristallino per esplorarne i migliori 3 episodi.

Episodio 4 – “Clyde Bruckman’s Final Repose”

Top 3 – X-Files 3° stagione (1996-1997) 1

Un vecchio assicuratore porta a porta tiene il potere di vedere la morte delle persone prima che questa accada e ovviamente finisce nelle grinfie truffaldine e sporche di Mulder e Scully che vogliono utilizzarlo come strumento di ricerca per il serial killer a piede libero della settimana.
Scully instaura un rapporto amoroso col vecchio, tanto da tenergli teneramente la mano nel lettone, mentre Mulder resta alla finestra a godersi lo spettacolo masturbandosi freneticamente.

Tra buone interpretazioni ed un’ottima narrazione sempre tra il serio e il faceto, l’episodio è da ricordare soprattutto perché viene rivelato come Fox Mulder morirà, ovvero per asfissiofilia.

Episodio 6 – “2Shy”

Top 3 – X-Files 3° stagione (1996-1997) 2

Mulder e Scully devono investigare le misteriosi morti di donne ciccione che vengono ritrovare praticamente scheletri in una pozza di sangue e merda.
Cosa può essere successo loro?
Un attacco con acido molto corrosivo, la madonna del Lourdes, un voto di fiducia al senato presieduto da un fascista di merda?
Nessuno può saperlo, tranne l’uomo dalle mille risorse genitali, Fox Mulder che resta alla finestra a godersi lo spettacolo masturbandosi freneticamente.

Episodio 20 – “Jose Chung’s ‘From Outer Space’”

Top 3 – X-Files 3° stagione (1996-1997) 3

Jose Chung è un famoso autore che vuole scrivere un libro sui rapimenti alieni e quale fonte migliore se non Dana Scully che è stata rapita e fottuta vaginalmente dagli alieni?
Probabilmente l’episodio più bello di tutti perché non solo è scritto da dio, ma riesce a fondere perfettamente mistero, commedia e sorpresa, che se ci pensi alla fine dei conti sono gli ingredienti essenziali per un buon episodio di X-Files.

Mulder resta alla finestra a godersi lo spettacolo masturbandosi freneticamente.

Menzione Speciale:
Episodio 21 – “Avatar”

Top 3 – X-Files 3° stagione (1996-1997) 4

L’assistente direttore Walter Skinner, oltre ad essere il capo diretto di Mulder e Scully, è anche un uomo che trascura la moglie perché il lavoro è l’unica ragione della sua vita.
Scocciata d’essere messa sempre da parte, la moglie chiede il divorzio e Skinner, la prende così bene che va in un bar, si ubriaca, rimorchia la prima bionda al bancone, se la fotte nell’albergo e la mattina dopo si risveglia accanto alla bionda che tiene un problemino nuovo, il collo rotto.

Sarà stato lui, sarà stata Virgina Raggi?
Nessuno lo sa, ma solo un uomo può tirare fuori d’impaccio Skinner dall’accusa di ammazzamento di puttana biondo cenere; Mulder, che resta alla finestra a godersi lo spettacolo masturbandosi freneticamente.

Titolo originale: The X-Files
Creatore: Chris Carter
Stagione: terza
Durata: 24 episodi da 45 minuti
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Doomsday – Il giorno del giudizio (2008)

Su quella cacatina di merda nell’oceano del nord chiamata Grand Bretagna, viene fuori un virus cattivissimo mortale e bubbonico che allora il governo di sua maestà figlia di troia in calore tira su un muro tanto velocemente quanto Gianni Agnelli tirava su la cocaina dalle sue malridotte froce del naso.

Uno spettacolo pietoso ed indegno per un uomo dalle dimensioni genitali del suo ordine di grandezza ed infatti dopo 30 anni d’isolamento totale viene fuori che al nord ci sono gli immuni puri e a Londra ci risono gli infetti bastardi.

E allora mandiamo una squadra stronza e stolta a farla da padrone al di là del muro, e bim bum bam: nulla sarà come prima.

Doomsday - Il giorno del giudizio (2008)

Dallo stesso regista degli interessanti The Descent e Dog Soldiers, questa cacata bullizzata dalla fica di tua nonna non vale invece il tempo perso nel vederlo, senti a me.

Scopiazzato od ispirato da tanti altri film del genere e sottogenere zombie tipo 28 giorni dopo, Mad Max o i filmacci italiani con i titoli inglesi degli anni ’80 girati senza permesso per le strade di Philadelphia, qui alla fine non rimane molto da commentare se non l’assoluta mancanza di ragione d’esistere.

Certo, simpatico il succo purulento gore che viene regalato al pubblico con budella in fior fiore, carni buiciate e cannibalizzate e conigli esplosi in bocca a te, ma non è abbastanza per farmi passare la voglia di genocidio in stile sionista.

Yahweh uber alles.

VOTO:
2 Agnelli

Doomsday - Il giorno del giudizio (2008) voto

Titolo originale: Doomsday
Regia: Neil Marshall
Durata: 1 ora e 48 minuti
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Seoul Station (2016)

Alla stazione centrale di Seul, capitale di un paese colonizzato dagli Stati Uniti d’America e totalmente prono alle politiche liberiste da quattro soldi della crema sburrata capitalista, avviene un fatto totalmente normale per un paese di merda come la Corea del sud: un povero anziano viene lasciato morire senza che nessuno lo porti all’ospedale o gli presti il minimo soccorso… e questo segna l’inizio dell’invasione zombie comunista.

Perché succede che quel vecchio si trasforma in morto vivente ed innesca la tipica reazione a catena che porta nel giro di 24 ore ad avere i soldati per strada coi fucili puntati sui civili che zompano sulle camionette in cerca di una via di fuga dagli assatanati zombie comunisti.

E in questo parapiglia furioso di bava e sangue, una giovane scappata di casa è intenzionata a candidarsi con il partito più gonfio di buffoni scappati casa: Azione di Carlo Calenda.
Riuscirà nel suo intento?

Seoul Station (2016)

Ecco il prequel di quel film coreano sugli zombie con papà succhia bocchini liberisti e figlia stronza stuprata cieca.

Allora: la storia non ha nulla di eccezionale e ricalca più o meno le solite dinamiche del genere, ma questo viene controbilanciato da un’ottima animazione ed una narrazione abbastanza minimalista che sceglie di concentrarsi sui personaggi che costellano la storia piuttosto che sulla gran caciara, riuscendo nell’impresa di dare ad ognuno di loro un ben definito spessore con poche pennellate.

Esemplare a questo proposito la lunga introduzione prima dell’invasione, con tutta l’agonia del paziente zero assistito da un altro senzatetto che, nonostante venga respinto da tutti e tutti, cerca disperatamente di salvare il suo amico da morte certa.

VOTO:
3 senzatetto e mezzo

Seoul Station (2016) voto

 

Titolo giapponese: ソウル・ステーション パンデミック
Regia: Yeon Sang-ho
Durata: 1 ora e 32 minuti
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Il mistero delle pagine perdute (2007)

Reduce dal massaggio ai coglioni migliore della sua vita, Benjamin Gates ora è ossessionato dal libro segreto dei segreti dei presidenti americani che se lo passano come una puttana di bocca in culo ad ogni tornata elettorale dalla notte dei tempi.

Ma Benjamin in realtà ha ben altro in mente, lui vuole solo provare la fedina penale pulita del nonno di suo nonno lurido che non è vero che ha partecipato assieme a John Wayne all’assassinio di quel frocio di Lincoln.
No, è tutta una macchinazione giudaica per ridurci a servi dei servi.

Il mistero delle pagine perdute (2007)

Un film come tanti, tipo un cesto di cazzi dal quale siete costretti a pescare il vostro e quindi finite col mettervi l’uccello di Gianni Morandi; un film dimenticabile quindi perché stupido e noiosetto, oltre che irrealistico e colonialista.

E perciò forse la cosa migliore è citare la mia recensione del primo della trilogia mancata del cacciatore di tesori stempiato:

…mannaggia la madonna che ha partorito nostro signore gesuccristo morto in croce per i nostri peccati sempre sia lodato nell’alto dei cieli l’agnello di dio squartato massacrato bevuto sangue mangiata carne da noi peccatori infami maledetti bastardi senza dignità solo tu mio signore sei puro come un cristallo d’alta montagna e noi lo sozziamo con le nostre lorde parole sputate vomitate pisciate in testa ai santi santissimi in colonna del papato di piazza san pietro stracolmo di bestie immonde che vendono le loro voragini vaginali per due soldi di latta alle guardie cosacche che si abbeverano alla fontana quando il papa nero si affaccia dal balcone e annuncia il giorno del giudizio…

Ohhh, lo vedi che ci si sente sempre meglio dopo una bella cacata?

VOTO:
2 Morandi e mezzo

Il mistero delle pagine perdute (2007) voto

Titolo originale: National Treasure: Book of Secrets
Regia: Jon Turteltaub
Durata: 2 ore e 4 minuti
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A 007, dalla Russia con amore (1963)

James Bond deve recuperare una macchina per la decifrazioni di messaggi denigratori nei confronti Sergio Mattarella e per fare questo lercio lavoro viene mandato a fare incetta di fregna nella benemerita Turchia.

Girando a zonzo, assistendo a lotte gitane e fottendo più donne possibile, l’agente 007 con licenza di stuprare alla fine soverchia la coperchia di una vecchia alta un metro e 58 nell’albergo veneziano dove immediatamente poi conficca il suo paletto d’argento nella vagina di una spia russa.

A 007, dalla Russia con amore (1963)

Secondo capitolo, considerato da molti tra i migliori dell’intera serie.

Ovviamente non lo è: non solo per l’infinita rabbia che provoca nell’individuo libero dalle costrizioni borghesi la visione del viaggio dell’agente di un impero colonialista e sciovinista, ma soprattutto per la carica a pallettoni di puro e rigoglioso maschilismo da secolo scorso.

Perché quello che se ne trae guardando questo film è che le donne sono buone per una e una cosa sola, fottere, e per raggiungere tale scopo inondano di attenzioni e sorrisini e pedalini poveri cristi maschi intenti a portare avanti lavoro ed intelletto.
Ma loro no, vogliono il cazzo, lo vogliono come non mai e le loro bocche, per quanto piccole, sono sufficientemente grandi per il micropene scozzese di James Bond.

Un film da bruciare in piazza.

VOTO:
2 pedalini

A 007, dalla Russia con amore (1963) voto

Titolo originale: From Russia with Love
Regia: Terence Young
Durata: 1 ora e 55 minuti
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Agente 007 – Licenza di uccidere (1962)

L’Inghilterra non riesce a farsi i cazzi suoi dopo essere stata declassata da potenza coloniale imperialista a cacatina di mosca nell’oceano del nord e impiega importanti risorse pubbliche per finanziare stronzate come i servizi segreti MI6 al cui interno navigano gloriosi pezzi di merda come James Bond, un torso idrocefalo con il cazzo piccolo come un canguro neonato e duro come una noce giamaicana.

A contrapporsi a tale figuro di merda abbiamo un cinese di Berlino chiamato bonariamente Dottor No, per quel suo irresistibile fascino ascellare da puttana belga, che sembra avere le carte in regola per regalare un radioattivo futuro nucleare alle potenze imperialiste.

Purtroppo l’agente 007, il James Bond de noantri, la pensa diversamente.

Agente 007 - Licenza di uccidere (1962)

Immacolata concezione?
NO!

Il capitolo d’esordio per l’agente segreto più famoso del mondo non è un granché e risulta invecchiato certamente male ma meno peggio di come uno potrebbe pensare.

Fa sonnecchiare bonariamente fino alla fine dei suoi minuti senza tirare giù il colonnato di San Pietro, ma il pezzo forte è sicuramente Sean Connery che, nonostante il vizietto di prendere a schiaffoni in bocca le donne, da questo film in poi è diventato un sex symbol planetario tale da fargli guadagnare sorbetti al limone in tutti i bar delle Bahamas dove decise di ritirarsi a miglior vita giocando a golf, nuotando nel mar dei Caraibi e bofonchiando rutti apologetici nei confronti del membro maschile.

Film mediocre insomma, ma che ha generato una sfilza di seguiti come la fica di una coniglia ebbra.

VOTO:
2 ebbre e mezza

Agente 007 - Licenza di uccidere (1962) voto

Titolo originale: Dr. No
Regia: Terence Young
Durata: 1 ora e 50 minutibv
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Nimona (2023)

In un regno tecnologicamente futuristico e politicamente medievale, governato da una regina nera e difeso da cavalieri omosessuali, avviene un fatto incredibile: per la prima volta nella storia un normale villico sta per essere nominato cavaliere de sto cazzo e molti sudditi borbottano per questo cambio di passo.

E ovviamente avevano ragione, visto che il villico cavaliere Ballista CuoreStrafottente tira una schioppettata laser in bocca alla regina nera per poi essere inghiottito dalle viscere della terra e darsi alla macchia.

Incidente, cospirazione, tradimento?
Ballista grida la sua innocenza di fronte al popolo e al suo frocissimo fidanzato Ambrogio Cazzodorato, ma il fatto che cominci a girare accompagnato da un transessuale millenario che può trasformarsi in qualsiasi cosa gli venga in mente non aiuta la sua causa.

Nimona (2023)

Allora, tralasciando che questo cazzo di film è chiaramente indirizzato a chi soffre di disturbo dell’attenzione per questo suo irritante ritmo da video sincopato di youtube dal 2015, con l’eliminazione sistematica delle fisiologiche pause che danno sapore ad un altrimenti serie infinita di suoni che provengono dalle vostre fottute bocche mannaggia la madonna.
E Tralasciando anche l’evidente attacco alla famiglia tradizionale, composta da padre ottantenne, madre minorenne e figlio concepito con un fantasma divino.

La cosa che maggiormente affossa un film che parte già deficitato, perché concepito per deficienti, è l’insopportabile teoria liberal-capitalista secondo cui un sistema politico piramidale va bene fintantoché permette i matrimoni omosessuali; perché sì Ambrogio Cazzodorato può essere un cavaliere reale, nessuno lo discrimina, ma l’importante è che giuri cieca obbedienza alla monarca che regna sulle spalle e col sudore della fronte di milioni di persone.

Una roba talmente ridicola, già all’epoca della democrazia ateniese, figuriamoci oggi, che solamente i nostri sistemi, liberali coi diritti civili e repressivi coi diritti dei lavoratori, possono mettere in scena senza sentire l’urgenza di tirarsi una scatarrata dritta in bocca a picchiare l’ugola mentre espettano un do di petto.

Perché tu devi capire che Israele è l’unica democrazia del medioriente perché un frocio può passeggiare sul lungomare senza essere gambizzato; anche se quel lungomare è stato strappato ai denti di bambini palestinesi maciullati e bruciati vivi dalla bombe al fosforo sganciate da un regime coloniale e razzista quale è quella perla di putridume che molti si ostinano a chiamare Israele quando invece il nome più adatto sarebbe terra dei figli di puttana da sventrare e appendere per i piedi in piazza mentre noi gli pisciamo in bocca.
Luridi pezzi di merda sionisti che ammorbano il nostro pianeta.

E Nimona è esattamente questo: un film dove viene abbastanza esplicitamente detto ai poveri bambini sottoposti a tale scempio che un matrimonio omosessuale o la finale accettazione di un transessuale in società è più importante della messa in discussione del sistema politico reggente.
Quando un uomo bacia un uomo va bene, perché non rovescia la monarchia; tirare una schioppettata in bocca alla regina ovviamente no.

E allora dovete morire all’inferno maledetti propugnatori non della teoria-gender, come alcuni stoltamente affermano voi siate, ma fottuti spacciatori dozzinali di messaggi conformisti e d’obbedienza.

Ricordatevi: con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re.

VOTO:
2 budella e mezzo

Nimona (2023) voto

Titolo giapponese: ニモーナ
Regia: Nick Bruno, Troy Quane
Durata: 1 ora e 41 minuti
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Battle Royale (2000)

Ma dove andremo a finire signora mia?

I giovani d’oggi non hanno più rispetto per chi ha costruito questo paese con il sudore della fronte e l’egoismo del proprio orticello; non hanno rispetto e per questo non sucano più gli alluci a chi ha corrotto il sistema, bruciato rifiuti tossici, inondato il paese di asfalto e carrozzerie; insomma, non c’è nelle loro fibre un solo filamento di quello che noi amiamo definire “amor proprio e della propria madre cagna”.

E allora noi grandi gli facciamo il BR-ACT, una legge per cui diventa legale sorteggiare una volta l’anno una classe di liceali per farli poi competere su un’isola deserta in un gioco di sopravvivenza grazie al quale ne rimarrà soltanto uno, un solo figlio o figlia di puttana che poi noi sodomizzeremo a sangue citando poemetti del Vate mentre gli cachiamo in bocca.

Battle Royale (2000)

Molto famoso per il suo contenuto un po’ violento, specialmente perché riguarda liceali minorenni, ma in realtà anche molto soap opera per adolescenti, con i personaggi che, tra un ammazzamento e l’altro, hanno il tempo d’innamorarsi e ripensare alle cotte per i corridoi della scuola, questa pellicola rende meglio nel 2000 quando sei adolescente anche tu e molto meno quando stai lì che pensi non ai dolori del giovane Werther ma ai dolori della vecchia sciatica.

La versione che vidi tanti anni fa era quella “normale”, mentre quella vista per questa recensione è la “special” che aggiunge col computer un po’ di sangue (non necessario) e tante scene e inquadrature (assolutamente non necessarie); il consiglio ovviamente è quello di vedere la prima piuttosto che la seconda.

E con quest’uso finalmente corretto dell’avverbio “piuttosto che”, vi lascio ai vostri miseri mondi fatti di sogni e polluzioni notturne.

VOTO:
3 figli di puttana

Battle Royale (2000) voto

Titolo originale: バトル・ロワイアル
Regia: Kinji Fukasaku
Durata: 1 ora e 54 minuti
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Escape Room (2019)

Un drappello di emorroidali personaggi vengono selezionati alla buona per partecipare ad un ricco concorso a premi dove 10mila dollaroni verranno offerti a chi sopravviverà ad una serie di stanze enigma da cui fuggire prima che dei trappoloni delle dimensioni delle loro emorroidi li fagocitino facendoli sprofondare negli inferi degli scorticati a testa in giù.

Voi, stronzi de ‘sto cazzo, sarete i prossimi concorrenti quando vi avrò trovato rannicchiati tra il bidone dell’umido e quello degli aborti.

Escape Room (2019)

Tipico film scoppiettante per adolescenti che gioca tutte le sue carte sull’intrattenimento facilone; e fa bene.

Sì, perché la trama, per quanto risicata, sorregge quel poco di credibilità che serve per una spippettata del genere, gli attori sono caricati al punto giusto, senza protagonismi e faccette assurde, e il finale ha quel tipico twist del twist che ti aspetteresti come la sborrata sui maccheroni e che se non venisse espresso ti verrebbero i coriandoli in testa per la rabbia.

E invece questa volta niente coriandoli per te.

VOTO
3 coriandoli

Escape Room (2019) voto

Titolo giapponese: エスケープ・ルーム
Regia: Adam Robitel
Durata: 1 ora e 39 minuti
Compralo: https://amzn.to/3PBrOdE

Sesso e fuga con l’ostaggio (1994)

Un ragazzo innocente viene condannato a 25 anni per rapina a mano armata, ma lui non ci sta e decide di fuggire rubando una macchina e prendendo in ostaggio la prima stronza che passa a tiro di schioppo.

Sfortuna per lui la prima stronza che passa a tiro di schioppo è la figlia unica di uno degli uomini più ricchi d’America e, siccome la polizia è il cane da guardia della borghesia capitalista, si scatena immediatamente una frenetica caccia all’uomo per le affollate autostrade californiane, con tutto il circo mediatico che ti puoi immaginare.

La meta di questo fuggi-fuggi è il celeberrimo Messico dove, secondo la vulgata ‘mericana, basta passare il confine e diventi invisibile agli occhi della legge e nessuno ti può toccare e ti apri un baretto sulla spiaggia con le donnine e i quattrini e la droga del Cartello che ti suda dalla fronte.

Sesso e fuga con l'ostaggio (1994)

Eccezionale film d’inseguimenti che, nonostante prenda tutto e tutti da questo genere tanto abusato, riesce a ribaltarlo con il suo fine sarcasmo contro i fagocitanti mass media e la cagna polizia e grazie ad una brillante verve spensierata che ovviamente viene sottolineata in più punti con una dimensione quasi fiabesca del racconto visivo.

Sconosciuto, ma molto valido.

VOTO:
3 e mezzi

Sesso e fuga con l'ostaggio (1994) voto

Titolo originale: The Chase
Regia: Adam Rifkin
Durata: 1 ora e 29 minuti
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2013 – La fortezza (1992)

Tempo futuro per gli anni ’90, tempo passato per chi vive dopo la terrificante morte di Maurizio Costanzo.

Un tempo durante il quale avere un figlio è il massimo che ti è consentito, anche se poi ti muore, anche se ti è nato morto, anche se hai dato un pugno in pancia a tua moglie per farle un simpatico scherzo e lei, la stronza, ha cacato quel dannato frugoletto sanguinante senza neanche la decenza di offrirti un campari soda o un tramezzino salame ed arancia.

E quindi la fecondi di nuovo col tuo sperma amaro, ma non si può; non è possibile fecondare la tua donna una seconda volta senza che vi mettano in prigione a te e a quella cagna maledetta che si ostina a difendere Israele e la sua politica di apartheid.
E quindi finisci nella Fortezza, una prigione sotterranea governata da un computer sofisticato ed inutile; inutile e sofisticato come il tuo senso dell’umorismo.

2013 - La fortezza (1992)

Celeberrimo film di fantascienza per chi viveva a Via Natale Krekich, un fascista irredentista zarino che è morto senza patire le giuste pene dell’inferno, ma pellicola del fuggi fuggi per chi invece non ha preso casa nel quartiere più fascio-popolare di Roma.

Popolato da Christopher Lambert, il suo grugno mono espressivo ed un paio di tettine poco viaggiate per le colline Hollywood, Fortress fa sfoggio di pochi ma riuscitissimo effetti speciali ed una trama, seppure sempliciona e stereotipata, comunque funzionale all’intento d’intrattenere un pubblico pigrone e tenerone.

E’ una di quelle perle minori senza troppi pregi se non quello di esistere.

VOTO:
3 perle

2013 - La fortezza (1992) voto

Titolo originale: Fortress
Regia: Stuart Gordon
Durata: 1 ora e 35 minuti
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