Elysium (2013)

Nel 2154 la Terra è sovrappopolata, colma di malattie e crimine, mentre i ricchi se ne sono andati a vivere su una nave spaziale (Elysium) in orbita attorno al nostro pianeta e si guardano bene dall’accogliere il resto del genere umano.

Viaggi della speranza, colmi di storpi e bambini malati, provano periodicamente ad atterrare su Elysium per farsi curare in uno dei tanti lettini medici automatizzati, lettini in grado di curare ogni malattia possibile rendendo di fatto gli esseri umani immortali, e periodicamente vengono fatti saltare in aria prima di raggiungere la meta.
Sulla Terra la gente viene sfruttata, sottopagata e presa a calci in faccia dalla polizia che agisce per ordine dei cittadini di Elysium; la parola d’ordine è “produttività”, e niente è più importante, neanche la vita umana dei tanti disgraziati rimasti giù.

Insomma, uno scenario da Italia terzo millennio.

Solo un uomo può cambiare lo status quo: uno nato tra i poveri, uno che ha sempre sognato di andare lassù, uno a cui non va giù la divisione arbitraria tra chi vive per sempre e chi si fa un culo da mattina a sera.

E quest’uomo è MATT DAMON!

Neill Blomkamp, dopo il graditissimo District 9, ci regala un’altra perla di cinema pop-politico.

Restano alcune incertezze sul ritmo e sulla storia, specialmente l’abbozzata storia d’amore e sacrificio, un po’ forzata direi, ma il messaggio critico alla società contemporanea divisa in classi (due: ricchi e poveri) e all’ingiustizia quotidiana ingiustificata va dentro e alla fine ci si ritrova a guardare il cielo e ad immaginare Matt Damon che salva il mondo con il suo fare bonario che piace tanto alle mamme.

Titolo originale: Elysium
Regia: Neill Blomkamp
Anno: 2013
Durata: 109 minuti

La notte del giudizio (2013)

Questo film a basso costo (3 milioni di dollari, un’inezia in Hollywood) ci presenta un futuro prossimo distopico nel quale gli Stati Uniti d’America hanno adottato un nuovo e più cruento metodo di controllo sociale: “La Purga”.
Ogni anno, ad un prefissato giorno, per 12 ore, dalle 7 di sera alle 7 di mattina, ogni crimine è permesso, anche e soprattutto l’omicidio.
Gli Americani quindi escono di casa e vanno a caccia grossa; armati di pistole, fucili, spade, coltelli, macheti e chi più ne ha più ne metta, fanno piazza pulita di neri, poveri e rompicazzi.
La notte da incubo ha l’effetto psicologico di calmare la popolazione e far abbassare il livello di criminalità praticamente a zero, oltre che far togliere di mezzo i neri, i poveri e i rompicazzi.
Questa notte però una famiglia benestante di sani individui bianchi e patrioti si ritrova sotto assedio per aver dato rifugi ad un “porco negro senzatetto”; loro faranno di tutto pur di salvarsi dalla furia controllata di un gruppo di giovani perbene il cui unico scopo è ripulire la nazione dalla feccia umana, ma sarà abbastanza?

La notte del giudizio (2013)
ma Ethan Hawke è feccia?

Se aveste la possibilità di sfondare la faccia a qualcuno, se aveste la possibilità di prendere questa persona e staccargli le unghie con le tenaglie, se poteste prendere un coltello da cucina e tagliare la gola a chiunque vi stia sul cazzo, lo fareste?
Questo è un po’ l’interrogativo posto da questo interessante film un po’ politico e un po’ caciara.
Attenzione però, lo dico chiaro e tondo: questo film è bello, proprio bello. E’ un chiaro metaforone della società americana, bella pulita ricca e bianca che sotto sotto nutre rancori e violenze abominevoli che aspettano solo di essere lasciati andare.
Ovviamente la cosa non deve essere andata giù a molti ed infatti è stato strapazzato dalla critica: è stato definito prevedibile, immotivatamente violento e povero di idee.
La realtà è che ‘la verità ti fa male lo so’ e non c’è film in tempi recenti che abbia centrato meglio uno dei nodi gordiani della cultura americana: professare la pace nel mondo e l’armonia dello stile di vita americano, facendolo con le bombe, le sedie elettriche e la guerra ai poveri, cose di cui gli USA sembrano non potere fare a meno da un bel po’ di tempo a questa parte.

VOTO:
4 purghe

La notte del giudizio (2013) voto

Titolo originale: The purge
Regia: James DeMonaco
Anno: 2013
Durata: 85 minuti

Scott Pilgrim vs. the World (2010)

Finito di vedere questo film sarete completamente fuori di testa, totalmente invasati, scombussolati, e avrete un sorriso felice per aver appena assistito ad un piccolo capolavoro, un gioiello di film che dovrebbe essere insegnato nelle scuole di cinema e che invece è passato un po’ in sordina quando è uscito.Se non l’avete ancora fatto, andate immediatamente a vedere Scott Pilgrim vs. the World, non ve ne pentirete.

Edward Wright, il regista di Hot Fuzz, Shaun of the Dead e The World’s End, ha fatto centro quando ha deciso di adattare l’omonimo fumetto canadese di Bryan Lee O’Malley, un misto tra Ranma 1/2 e il fumetto americano.
E la forza di Scott infatti è proprio questa: trarre linfa vitale da due mondi, due realtà tanto diverse quanto vicine; ecco quindi come durante un concerto di Scott e la sua band musicale, ci si ritrova inaspettatamente ad assistere ad un combattimento all’ultimo sangue alla Tekken con infiltrazioni di Tap Tap Dance.
Sì, perché Scott Pilgrim prende moltissimo anche dal mondo dei videogiochi: un momento ci si ritrova ad assistere ad un picchiaduro a scorrimento anni ’90 e il momento dopo si fischietta il motivetto di Zelda.

Questo film può degnamente essere considerato il film nostalgia per quelli che ora hanno 30 anni, cresciuti a tra un’era senza internet e una con la comunicazione digitale e tutto l’ambaradan che ne consegue.
Ancora a cavallo tra due mondi quindi, e il film non fa altro che passare da un piano all’altro, a giocare con gli opposti, oltre che con i nostri sentimenti dimenticati nel secondo cassetto della scrivania, tra il cuore e le budella, e tutto questo lo fa tramite Scott, personaggio amabile e irritante, tenera vittima e menefreghista nato, orribile nerd eppure corteggiato da ragazze incredibilmente interessanti.

Ultimo ma in realtà elemento fondante: il film ha una colonna sonora che spacca i muri e i soffitti delle vostre miserie. Più di una volta vi ritroverete infatti a muovere piedi e mani al ritmo martellante dei motivetti scuoti budella suonati e cantati dai personaggi stessi del filmfumetto in questione.

Risulta perciò incredibile che un film così abbia fatto flop al botteghino: costato quasi 90 milioni dollari, uno svarione, ne ha incassati solo 47 alla sua uscita (recuperando fortunatamente con l’home video e acquisendo il titolo di film cult).
Probabilmente questo è un tipico caso di opera d’arte avanti coi tempi: il montaggio frenetico, le canzoni smozzate in petto, una serie di amori strambi e inconcludenti, personaggi irriverenti e nichilisti sono cose che un pubblico medio non ha ancora le capacità di comprendere, né tantomeno apprezzare.

Io spero con tutto il cuore che, letta questa recensione, vi precipitiate a vedere Scott Pilgrim vs. the World perché è un bellissimo film e vi giuro che dopo mi ringrazierete.

Titolo originale: Scott Pilgrim vs. the World
Regia: Edward Wright
Anno: 2010
Durata: 112 minuti

1997: Fuga da New York (1981)

John Carpenter è uno dei pochi registi che ha avuto il privilegio di poter mettere il proprio nome sulla locandina dei suoi film, ogni santa volta, prima del titolo.
E John Carpenter’s Escape from New York non fa eccezione.

Dopo Halloween e The Fog, finalmente entra in scena Kurt Russel, attore feticcio di Carpenter (con lui ha girato The Thing, Elvis e Fuga da Los Angeles) che con la sua imitazione di Clint Eastwood, orbo e palestrato, ha regalato ai posteri uno dei protagonisti più iconici del cinema americano.

1997: Fuga da New York (1981)
Snake Plissken

Snake è un anti-eroe, ex militare pluridecorato datosi alla criminalità ed al nichilismo postmoderno; un personaggio spocchioso, sicuro di sè, lupo solitario, roccioso, che decide di recuperare il presidente degli Stati Uniti d’America dalla prigione a cielo aperto instaurata a New York solo perché vuole salvarsi la pelle.
La politica lui la rivomita quando gli viene servita e l’unica legge che segue è la propria, non per egoismo, ma per profonda delusione politico-emotiva.

Ed è questa la grandezza di questo film, di questo Snake e del cinema di Carpenter in generale: prendere i generi americani classici, gli stereotipi, i personaggi dati per scontati e ribaltarne completamente i paradigmi, dare loro nuova linfa vitale spostandoli dall’asse del male capitalista-reazionario alla John Wayne, per metterli invece nel recinto dei poeti morti di dolore con un coltello nel petto e dei musicisti affogati nel loro vomito mentre sognavano la fine dei nazionalismi.

PS: pare che la battuta “Ti credevo morto”, pronunciata spesso nel film alla vista di Snake e diventata uno degli elementi più caratterizzanti del film, fosse un omaggio ad un amico di Carpenter di nome Plissken che una volta era stato proprio creduto morto.

VOTO:
4 morti

1997: Fuga da New York (1981) voto

Titolo originale: Escape from New York
Regia: John Carpenter
Anno: 1981
Durata: 99 minuti

Distretto 13 – Le brigate della morte (1976)

Se non avete mai visto questo film, andate al più vicino telefono, abbonatevi ad una compagnia telefonica con un pacchetto comprensivo di internet illimitato, aspettate 3 settimane, chiamate ripetutamente la compagnia telefonica lamentandovi dei soliti ritardi all’italiana, alla quarta settimana minacciate vie legali e poi aspettate alla finestra, dopo una mezz’ora vedrete il tecnico arrivare con la sua borsa e il modem, apritegli il portone e aspettate che esca dall’ascensore con la porta di casa aperta, quando arriva salutatelo e ricordategli quanto l’Italia sia un paese del cazzo, mostrategli la linea telefonica, offritegli il caffè mentre connette il modem e verifica la linea, una volta finito chiedetegli se ha finito, prima di congedarlo chiedetegli se ha veramente finito perché in Italia si chiede sempre conferma della conferma, sulla porta di casa tirate fuori quei 10 euro che avete preparato mentre il caffè bolliva e dateglieli con un sorriso, chiudete la porta, aspettate 2 settimane per l’attivazione, chiamate ripetutamente la compagnia telefonica per i soliti ritardi all’italiana, uscite di casa e fatevi una passeggiata, quando tornate posate le chiavi sul tavolino all’ingresso e alzate la cornetta per vedere se forse forse hanno attivato la linea, verificato che l’Italia è sempre un paese del cazzo come due settimane fa andate al cesso a cacare, mentre siete lì che spingete sentite il telefono che squilla e allora precipitatevi a rispondere con lo stronzo che vi esce quasi dal culo, rispondete alla signorina della compagnia telefonica che vi comunica l’attivazione della linea e incazzatevi con lei, attaccate e tornate in bagno per finire, una volta cacato e pulito accendete il computer e aprite il browser per verificare la velocità di connessione, col sorriso sulle labbra per i vostri miseri 5 Mb al sec scaricate immediatamente il programma per i torrents, mentre scarica coi vostri miseri 5 Mb al sec aprite un’altra tab e andate su Piratebay.se, cercate “Assault on Precinct 13” (titolo originale inglese dell’idiota “Distretto 13 – Le Brigate della morte”), cliccate sulla calamita e vedrete partire il download, mentre aspettate che finisca andate in balcone a fumarvi una sigaretta, guardate il panorama e pensate quanto siete intelligenti e sprecati in Italia paese del cazzo, tornate dentro e controllate il download, visto che mancano ancora 35 minuti coricatevi sul letto e chiudete gli occhi mentre pensate all’ora e mezza di sana e pura violenza anni 70 intrignata nella prima vera opera di debutto di John Carpenter, svegliatevi dopo 7 ore in piena notte e dirigetevi verso il computer, aprite la cartella download e cliccate due volte sul file scaricato, verificato che non sia un file porno con un altro nome, aprite un’altra pagina e andate su Opensubtitles.org, cercate Assault on Precinct 13 e selezionate italiano come lingua perché non capite un cazzo d’inglese senza i sottotitoli, mettete il file nella stessa cartella e dategli lo stesso nome altrimenti non lo prende, mettetevi comodi, bicchiere d’acqua a portata di mano, staccate il telefono che avete aspettato per 5 settimane e godetevi Assault on Precinct 13, che siccome è un film della madonna ed il più bel thriller degli anni 70, vi gasa ancora nonostante tutta questa serie di rotture di cazzo che avete dovuto passare perché non avete voluto sborsare 9 euro per comprarvi il dvd.

treccine+gelatino+sorrisino+fucilata in petto con annesso spruzzo di sangue = cinema
treccine+gelatino+sorrisino+fucilata in petto con annesso spruzzo di sangue = cinema

Carpenter ha scritto, diretto, montato e composto le musiche di questo piccolo gioiellino a basso costo che in USA all’uscita non ha incassato un cazzo, ma che è diventato un cult a posteriori quando in Europa ha spopolato per i suoi chiari riferimenti al western classico (“Un dollaro d’onore” su tutti) e per quel sorriso beffardo verso la morte che caratterizzerà tutti i successivi anti-eroi carpenteriani (Snake Plissken su tutti).

Il nostro John è un regista politico (non politicizzato), nonostante la patina di superficialità che può dare a vedere ad un pubblico stolto, e questo film ne è un classico esempio: mette insieme un manipolo di anti-eroi, gente reietta e che si scanna l’un l’altro nei classici film reazionari che vogliono educare all’odio sociale per distrarre dall’ingiusto sistema piramidale contemporaneo, e li fa invece combattere contro una gang di assassini i cui volti non vengono quasi mai svelati e che sembrano piuttosto fantasmi immortali, furie cavalcanti pronti a morire per il sangue e per la vendetta.

Oh, mica pizza e fichi.

perché un negro detenuto, un negro poliziotto e un assassino detenuto non si ammazzano l'un l'altro?
perché un negro detenuto, un negro poliziotto e un assassino detenuto non si ammazzano l’un l’altro?

Assalto al distretto 13 (che in realtà è il 9 nel film, mortacci dei distributori ignoranti) è un bellissimo film; da vedere se si vuol capire perché Carpenter e Sorrentino No.

VOTO:
4 Sorrentino e mezzo

Distretto-13-–-Le-brigate-della-morte-(1976)-voto

Titolo originale: Assault on precinct 13
Regia: John Carpenter
Anno: 1976
Durata: 91 minuti

Hellboy (2004)

Grigori Rasputin fu un contadino, un mago, un esoterista, un ciarlatano, un politico, un pazzo, un mistico, finito a fare da consigliere personale della famiglia Romanov, zar di Russia.

Ah, e pare avesse anche il cazzo più grande del mondo.

il cazzo di Rasputin al museo erotico di Pietroburgo
il cazzo di Rasputin al museo erotico di Pietroburgo

Non scherzo, si dice fosse di 30 centimetri, e le solite voci dicono che fu anche e soprattutto questa qualità a farlo amare così tanto a corte… speciamente dalla signora zarina Alexandra Feodorovna.

Ad ogni modo, cazzo o non cazzo, Rasputin era talmente odiato e temuto che alla fin fine fu fatto fuori; per la precisione fu avvelenato, sparato, strangolato e affogato… come Vigo di Carpazia.

Ora, passate 3 generazioni, Guillermo del Toro ha deciso bene di riportare in vita Rasputin e metterlo contro il protagonista di una fortunata serie e fumetti chiamata Hellboy (dal nome del suddetto protagonista) e quello che ne è venuto fuori è un film interessante, con buoni effetti speciali ed un pessimismo niciano come non se ne vede spesso ad Hollywood.

La storia vede il nostro antieroe combattere mostri e mostruosità per un’agenzia governativa americana, nel tempo libero è innamorato di una donna incendiaria in totale fase depressiva, è fissato con i gatti (ne possiede più di una dozzina) ed è destinato a portare l’Apocalisse sulla terra.
Il mercoledì invece va al cinema a vedere i film a metà prezzo.

Hellboy non raggiunge la pienezza del secondo capitolo, sempre diretto da del Toro, ma riesce comunque ad elevarsi due spanne sopra i tanti film di supereroi minori che sguazzano nella loro mediocrità imaginativa popolati da attori cani messi lì unicamente per la loro bellezza da rivista patinata del cesso.

VOTO:
3 cessi mezzo

Hellboy-(2004)-Voto

Titolo originale: Hellboy
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2004
Durata: 122 minuti

L’uomo d’acciaio (2013)

Superman senza il colore rosso. Senza le sue mutande.
Superman desaturato e virato in blu. Instagrammato, con la telecamera traballante.
Superman che non si chiama Superman.
“S” su Krypton significa “Speranza” dice Kal-E.
Sulla Terra “S” significa “S” dice Lois Lane.

L'uomo d'acciaio (2013)
S come Stronzo

Superman fascista il cui unico potere è la forza. Superman spacca tutto, salva tutti.
Superman represso dal padre Kevin Costner. Kevin Costner che si fa risucchiare da un tornado senza alcun motivo.
Superman con i cattivi che citano a cazzo l’evoluzionismo, per la gioia degli ignoranti beoti religiosi.
Superman Cristo. Gesù 33enne post moderno. 33 anni di soprusi degli umani ignoranti. Cristo alieno e Salvatore Spaziale.
Superman coi militari che glorificano una morte buona.
Bello il sacrificio.
I militari che sono un po’ rudi ma in fondo di buon cuore. Militari con la madre mignotta.

Insomma: la solita cazzata americana ad alto costo che sfonda i botteghini ma non (putroppo) le teste di cazzo senza cervello che pagano il biglietto per andare a sorbirsi questa colossale riga da 60 centimetri nel culo dell’intelligenza.

VOTO:
2 righe da 60 cm

L'uomo d'acciaio (2013) voto

Titolo originale: Man of Steel
Regia: Zack Snyder
Anno: 2013
Durata: 143 minuti

The Blues Brothers (1980)

Cosa fanno assieme Aretha Franklin, Cab Calloway, John Lee Hooker, Ray Charles, James Brown e i nazisti dell’Illinois?

The blues brothers, uno dei più memorabili film musicali della storia.

Elwood Blues (Aykroyd) e Jolie Jake Blues (Belushi) sono due musicisti ladri e fanfaroni che decidono di salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti racimolando 5000$ da versare nelle casse dello stato dell’Illinois; lo faranno riunendo la loro band, i Blues Brothers, per un’epico ultimo concerto al Palace Hotel ballroom di Chicago.

Nel mezzo si ritroveranno a fare duetti canori, danze collettive per le strade dei quartieri neri ed inseguimenti con la polizia dentro un centro commerciale.

The Blues Brothers (1980) - 1

Il film fu un vero e proprio incubo per la produzione: la sceneggiatura di Dan Aykroyd era un tale disastro che John Landis, il regista, dovette praticamente riscriverla prima di cominciare le riprese; la droga poi scorreva a fiumi sul set, specialmente John Belushi ne faceva un tale uso spropositato che spesso saltava le riprese o si faceva trovare in stato comatoso sul divano di amici in giro per Chicago. Un giorno Landis lo beccò addirittura con una “montagna di cocaina” sul tavolo della roulotte.

L’iniziale preventivo di 17 milioni di dollari fu ampiamente superato soprattutto a causa delle numerose sequenze di inseguimenti in macchina (13 diverse auto furono utilizzate per la Bluesmobile, la macchina dei fratelli Blues, e una settantina di macchine della polizia furono praticamente distrutte nei vari inseguimenti ed incidenti); a chiudere i conti poi c’ha pensato la droga per gli attori: una voce del budget era proprio riservata all’acquisto di stupefacenti, distribuiti al Blues Club, un bar costruito sul set dove i camerieri erano anche i pusher ufficiali.

Insomma un vero delirio.

The Blues Brothers (1980) - 2

Il film fu un fiasco durante la prima settimana, incassando circa 5 milioni dollari e provocando infarti tra i boss della Universal, studio produttore; lentamente però, e soprattutto con l’uscita in homevideo, The Blues Brothers è diventato un film cult acchiappando 115 milioni di dollari in tutto il mondo e rendendo leggendari i due protagonisti, con il loro completo nero, camicia bianca e occhiali da sole.

un MUST

Titolo: The Blues Brothers
Regia: John Landis
Anno: 1980
Durata: 133 minuti

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro è un film straordinario diretto da Robert Zemeckis e prodotto da Steven Spielberg, due pallottole di grosso calibro che negli anni hanno sfornato grandi classici (Used cars, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e appunto la trilogia di Ritorno al futuro).

Ma di cosa parla questo film?
Parla di un ragazzo sedicenne americano di una cittadina anonima chiamata Hill Valley (vallata collinare?), alle prese con i soliti problemi che affliggevano i giovani degli anni ottanta: bullismo a scuola, difficoltà nell’apprendimento, ragazze precoci, un talento musicale inespresso e tanta voglia di una macchina 4×4 per andare a scopare in collina il sabato sera.
Il suo unico vero amico è uno scienziato pazzo, Doc Brown, il quale riesce ad inventare una macchina del tempo adattando una DeLorean DMC-12, una macchina fallimentare degli anni ’80 resa celebre anche (e sopratutto) da questa pellicola.

Marty, questo il nome del ragazzo, assiste al riuscito collaudo della macchina in un parcheggio di un centro commerciale; sfortunatamente a rompere le uova nel paniere arrivano dei terroristi libici, alla guida di un furgoncino volkswagen, armati di bazooka e incazzati neri per non essere stati pagati dal dottore in cambio del plutonio da loro procurato, un plutonio che permette il viaggio nel tempo.
Confrontatisi coi libici, Doc muore con un mitragliata in petto e Marty decide bene di scappare usando la DeLorean la quale fa il suo sporco lavoro trasportandolo nel 1955, anno in cui i suoi genitori liceali si incontrarono per la prima volta.

A questo punto Marty deve fare due cose:
1- tornare indietro nel futuro (da cui il titolo).
2- fare sì che niente disturbi l’innamoramento dei suoi genitori, pena la sua scomparsa dalla storia.

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro fu un tale successo che la Universal, studio produttore, decise immediatamente di cominciare la produzione per due altri titoli e completare così una trilogia mai pianificata in prima istanza (il finale col dottore che convince Marty a viaggiare nel futuro era solo uno scherzo, non un “cliffhanger” come poi è diventato).

Questa bomba commerciale inaspettata portò alla fama Robert Zemeckis, regista fino ad allora non di primo livello, e rese immortale una storia di fantascienza e amicizia intergenerazionale.
Purtroppo Hollywood ha da lungo tempo abbandonato il prolifico filone dei film scientifici e vagamente ribelli per abbracciare un populismo becero, sessista e nazional-socialista con solide punte capitaliste (Transformers, come al solito, su tutti).
Film come Ritorno al futuro, Gremlins, Navigator, Miracolo sull’8 strada (titolo originale *Batteries non included, tanto per dire che la religione non c’entrava un cazzo in inglese) rimangono esempi alti di come si può fare intrattenimento semplice per un pubblico vasto senza però sacrificare il messaggio e soprattutto glorificando lo sfigato, il deriso schiaffeggiato dalla vita per via dei soliti teppistelli che dopo il liceo si arruolano e vanno a sparare ai bambini Afgani mentre ascoltano Chris Brown.

Titolo originale: Back to the Future
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1985
Durata: 116 minuti

Pacific Rim (2013)

Questo film è una meraviglia.
Punto.

Guillermo del Toro ha fatto bene i compiti a casa e ci regala il primo vero film americano ad alto budget la cui principale fonte di ispirazione sono i cosiddetti Kaiju films, ovvero i film giapponesi con i mostri (vi ricordate Godzilla?).
Ovviamente l’immaginario non si ferma qui, ma va oltre con innesti fantasiosi e coloratissimi tipici della filmografia del regista messicano più ciccione che c’è e qualche sporadica caduta di stile tipo il penoso discorso del comandante militare nero prima della battaglia finale; un vero calcio sui coglioni, e per retorica e per fiacchezza (non pensavo potessi rimpiangere quello di Independence day).

Fortunatamente a salvare baracca e burattini ci sono i “robottoni”, nel loro splendore computergrafico da 190 milioni di dollari, che fanno a cazzotti con i mostri e li quartano e spezzano i due, quattro, cinque, per poi prenderle a destra e manca per 3 quarti di film.

Pacific Rim (2013)

Pacific Rim è due ore di intrattenimento come non se ne vedeva da tempi; dopo ben 3 film fascisti (Transformers), Hollywood ha prodotto un film con i mostri e i robot come cristo comanda.

L’unica tristezza è che Pacific Rim è costato 40 milioni di dollari in più di Transformers 1 ed ha incassato la metà (recuperando comunque costi di produzione e facendo il 100% di incasso netto).

Mortacci vostra.

Titolo originale: Pacific Rim
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2013
Durata: 132 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Robot Jox (1989)

Tra poco esce Pacific Rim; il film di Guillermo Del Toro sui combattimenti tra robottoni.
Stuart Gordon ci aveva già pensato nel 1989.

Dopo la terza guerra mondiale (atomica), i conflitti tra eserciti sono stati sostituiti da combattimenti tra robot di dimensioni da cartone animato giapponese; pilotati dall’interno come da miglior tradizione, questi lenti pezzi di latta se ne danno di santa ragione fino a che uno dei due crolla e/o muore.
Nel film in questione, l’Alaska è la posta in gioco e il pilota americano (del blocco chiamato “Market”) e il russo (della “Confederazione”) si picchiano, si insultano, si tirano pugni volanti e soprattutto danno un nuovo significato al polinomio “Guerra fredda”.

Anche se un po’ datato e poco politically correct, Robot Jox funziona ancora perché non parla solo di una guerra tra macchine, ma parla di una umanità privata dei valori fondamentali e guidata da corporazioni tecnocratiche.
Inaspettatamente, la parte migliore è proprio la battaglia tra pupazzi filmati in stop motion, mentre le ricostruzioni futuristiche distopiche fanno quel che possono col budget a disposizione.

PS: credo che abbiano girato gli esterni della città misera, grigia e cementificata a Spinaceto (Roma sud) e la cosa fa troppo ridere.

Titolo italiano: Robojox
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1989
Durata: 85 minuti