La passione di Giovanna d’Arco (1928)

Giovanna d’Arco fu una contadina francese analfabeta del quindicesimo secolo completamente invasata e con una fissa patologica col cristianesimo la quale condusse, dopo una serie di incredibili coincidenze ed eventi fortuiti, le armate francesi a vincere più e più volte contro gli inglesi invasori durante la guerra dei cento anni.
Beccata infine dai mangia patate e processata per eresia (e altri undici capi d’imputazione alquanto ridicoli) da un manipolo di teologi francesi venduti al nemico, Jeanne fu condannata e arsa viva il 30 maggio 1431.

La passione di Giovanna d'Arco (1928)
Straccia cazzi, fatti chiavare da Gesù

Composto quasi interamente di soffocanti primi piani ed inquietanti dutch angles, La passion de Jeanne d’Arc è da molti considerato uno dei capisaldi del cinema mondiale.

Se da un lato non si può certo passare sopra l’imponente lavoro di decostruzione e ricostruzione compiuto sulla promettente attrice teatrale Marie Falconetti la quale, ironia della sorte, soffriva di disturbi psichici che la condussero ad un suicidio all’età di 54 anni, da un altro non si può fare a meno di sbadigliare copiosamente lungo le estenuanti due ore di stillicidio emotivo dozzinale a cui lo spettatore viene suo malgrado sottoposto.

E diciamolo pure: La passione di Giovanna d’Arco è materia da parrocchia e anime belle che non hanno il polso della realtà e la benché minima idea di come cazzo giri questo mondo; me ne frega cazzi a me se una giovane vergine del 1400 si era messa in testa di riconquistare la Francia dopo che un misto di turbe ormonali e sermoni da domenica sportiva le avevano fatto perdere definitivamente la brocca.

Se il film fosse stato lungo 37 minuti, sarei pure riuscito ad apprezzare la teatralità tutta sperimentale del regista danese il quale voleva portare la disperata passione umana ad un livello metafisico tramite l’uso del vuoto, del grottesco e dell’irrisoluto…
ma se io ci ho messo 27 parole a spiegare ‘sto cazzo di film, è mai possibile che ci vogliano 114 minuti per metterlo in scena?

VOTO:
3 roghi

La passione di Giovanna d'Arco (1928) voto

Titolo originale: La passion de Jeanne d’Arc
Regia: Carl Theodore Dreyer
Anno: 1928
Durata: 114 minuti

Sorvegliato speciale (1989)

Frank Leone, detenuto modello nel carcere di minima sicurezza di Norwood, viene trasferito nella merdosa e durissima prigione di Gateway quando mancano ormai solo 6 mesi alla fine della sentenza. A dirigere la baracca c’è il direttore Drumgoole, ovvero un sadico somministratore di vendetta becera para-statale a cui brucia ancora il culo per una cattiva campagna stampa sul suo operato al limite del legale quando era direttore a Norwood, una campagna stampa che ha stroncato la sua carriera e che è stata scatenata dall’avvocato di Frank.
Messosi in testa di rovinare la vita anche a Leone, il direttore cerca in tutti i modi di provocare una reazione nel detenuto, prima aizzandogli contro altri carcerati e poi ammazzandogli un amico.
Quando però Drumgoole fa credere Leone che la sua ragazza sia in imminente pericolo di stupro, ecco che trabocca il vaso e Frank gliela fa pagare cara.

Sorvegliato speciale (1989)

Girato secondo tutti i santi crismi delle storie carcerarie, Lock Up è un classico del genere anni ’80 e forse uno dei più criticati.
Afflitta da un generale scolorimento dei sentimenti, una sceneggiatura scritta in fretta e furia, interpretazioni buone ma forse troppo semplicistiche e un marcatissimo senso di déjà vu che permane durante tutta la visione, questa storia di vessazioni ingiustificate, docce fredde e manganellate statali fa però ancora il suo piccolo porco dovere.
Senza contare poi il non troppo trascurabile elemento di critica sociale verso un sistema statale che punisce ingiustificatamente e sadisticamente i suoi cittadini; un miraggio in questi tempi di blockbuster reazionari e militaristi.

VOTO:
3 cittadini puniti ingiustificatamente

Sorvegliato-speciale-1989-voto

Titolo originale: Lock Up
Regia: John Flynn
Anno: 1989
Durata: 109 minuti

Animal Factory (2000)

Nella gloriosa America, se ti pizzicano con la droga in tasca (non importa se per uso personale o no), ti mandano dritto dritto in prigione a fare la sposina frocina di immensi armadi dallo sguardo torvo e minaccioso.

E lì dentro spesso e volentieri non vieni riabilitato (cioè rieducato, perché i “campi di rieducazione” non sono appannaggio esclusivo delle dittature), ma bensì vieni rinchiuso con altre povere “bestie” inferocite e impaurite dentro quattro mura e se vuoi sopravvivere devi tirare fuori i denti e farti avanti finché vieni rispettato e vieni lasciato in pace e puoi vegetare in quelle quattro mura di merda e oppressione statale.

E tutto questo accade al ragazzetto Ron Decker, sbarbatello finito in carcere per spaccio di marijuana e diventato presto un pericoloso elemento carcerario con la protezione del rispettato prigioniero veterano Earl Copen.

Animal Factory (2000)
un veterano con una vipera passione per i ragazzetti sbarbatelli

Tutto questo viene ampiamente illustrato da Animal Factory, un bel film con interpretazioni molto realistiche di veri ex galeotti (tipo Danny Trejo) e pervaso da una spaventosa normalità osmotica tra autorità statali e autorità criminali, tanto normale che ci si comincia a chiedere quale sia il reale scopo del sistema carcerario e dove si ponga la linea tra “legalità” e “illegalità”.

Tratto dal romanzo omonimo di Edward Bunker, sorta di icona hollywoodiana di sofferta redenzione per il suo passato di criminale e la successiva carriera di scrittore di libri noir e sceneggiature cinematografiche (tra cui anche quella per questo film), Animal Factory segna il meritato ritorno alla regia per Steve Buscemi dopo lo splendido esordio con Trees Lounge.
Ambientato nel luogo simbolo della repressione statale e della perpetuazione della piramide sociale, la pellicola prende le distanze dai più classici film progressisti per abbracciare invece un più materiale e verificabile umanesimo; dentro la prigione ci sono gli amici e i nemici, non esistono gli individualisti, non c’è posto per le teste calde che fanno tutto da sole e si collabora come all’interno di un enorme organismo: ognuno ha un ruolo, un posto, un compito, una nicchia, un inizio e una fine.

La prigione è un crudo modello della società cosiddetta civile, con le sue regole e i suoi premi per chi non esce dal seminato… e forse c’è più umanità dentro il carcere che fuori.

VOTO:
4 teste calde individualiste

Animal Factory (2000) voto

Titolo originale: Animal Factory
Regia: Steve Buscemi
Anno: 2000
Durata: 94 minuti
Compralo: https://amzn.to/3gNWlkn