Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective (1979)

Riccardo Finzi ha preso la licenza di detective privato per corrispondenza e decide di cominciare la sua folgorante carriera nella città più ricca e vivace che l’Italia conosca, Pescara Milano.

Affittato un fatiscente appartamentino senza neanche il mobilio, Riccardo chiede subito in giro dove siano i localetti con le donnine sisette sinclair perché non riesce proprio a tenere il cazzo nei pantaloni e, pagate 4mila lire per il biglietto d’entrata, si lascia rimorchiare letteralmente dalla prima che passa che, fortuna sua, è Lory Del Santo con almeno un paio di taglie in meno di reggiseno.
Invitato a casa di lei per una chiavatina veloce e buttato fuori in meno di 5 minuti dopo una misteriosa telefonata, Riccardo dimentica il folle evento fino a che non rivede la ragazza sul giornale in una foto che la ritrae stirata per strada, messa sotto da una macchina.

Sembra un incidente, ma Riccardo non ci casca e sospetta l’inghippo zozzone di un assassino misterioso che ha ucciso per misteriosi motivi che lui dovrà scoprire nell’arco dell’ora e mezza di film.

Agenzia Riccardo Finzi... praticamente detective (1979)

Modesta commedia del crimine diretta da quel mezzo fascio di Corbucci che già aveva dato il meglio di sé, si fa per dire, con Squadra antiscippo, ed ennesima conferma di quanto mischiare nero, rosa e giallo sia un compito arduo che ben pochi sanno fare.

La macchietta Renato Pozzetto, con il quale il regista collaborerà ancora nel successivo La casa stregata, fa quel che può con il canovaccio che gli è stato servito arrotolato e battuto sul muso da pitbull che si ritrova, ma non riesce a strappare neanche una risata, specchiando in questo modo l’astinenza sessuale vissuta dal personaggio che interpreta.

L’intreccio giallo è poca roba e la risoluzione finale anche abbastanza patetica.

Insomma, evitabile.

VOTO:
2 pitbull e mezzo

Agenzia Riccardo Finzi... praticamente detective (1979) voto

Titolo inglese: The Finzi Detective Agency
Regia: Bruno Corbucci
Anno: 1979
Durata: 92minuti

Bugiardo bugiardo (1997)

L’avvocato Fletcher Reede aveva una bella moglie ed un figlio devoto.

Dico “aveva” perché, siccome è un’inguaribile testa di cazzo bugiarda che venderebbe l’anima della madre a satanasso non è pago io lo pungo con l’ago, la moglie l’ha divorziato portandogli via il figlio e ha intrecciato una nuova relazione con un uomo sì molto scemo ma anche molto sincero.

Come se non bastasse, suo figlio Max, stufo di subire passivamente le bugie a valanga del padre, decide di passare al contrattacco dopo l’ennesima buca ricevuta dal genitore alla  sua festa di compleanno ed esprime il desiderio che Fletcher possa dire solo e soltanto la verità, per 24 ore.

Questo desiderio, avveratosi magicamente, porterà grande sventura al padre, abituato a mentire continuamente, sia a lavoro che nella vita privata.

Bugiardo bugiardo (1997)

Simpatica commediola familiare nella quale è calata, non senza un certo successo, la faccia gommosa di Jim Carrey che si distorce e contorce, come un cazzo ficcato dentro una bottiglia di Klein, per la gioia di grandi e piccini.

Il film gira bene, gli interpreti ci credono (per quel che serve) e sicuramente non fa del male al genere umano, ma la parte più bella della pellicola sono soprattutto alcune piccole cose come il cigno di carta che Jim Carrey produce in una gag sui titoli di coda oppure la battuta che Fletcher rivolge, sotto influsso benefico (?) del magico desiderio del figlio, ad un barbone fuori dal tribunale che chiede l’elemosina:

Non ti do gli spiccioli perché mentre vado a lavoro non voglio essere confrontato dalla decadenza del mondo occidentale.

Sublime.

VOTO:
3 cigni di carta

Bugiardo bugiardo (1997) voto

Titolo originale: Liar Liar
Regia: Tom Shadyac
Anno: 1996
Durata: 86 minuti

Il bambino d’oro (1986)

Nella ridente Los Angeles degli anni ’80, i bambini scompaiono come i calzini nei cassetti e spesso, come i calzini nei cassetti, vengono ritrovati dopo settimane brutalmente divisi, buttati ad un angolo e appallottolati come carta straccia con cui ti ci sei soffiato il naso.

In questo miasma urbano, Chandler Jarrell cerca di metterci una pezza col suo lavoro d’investigatore privato specializzato in giovani scomparsi e, girando la città armato di manifesti di carta (materiale scelto non a caso) con impressa l’immagine dei desaparesidos della società dei consumi, porta avanti la sua personale croce di figlio di mignotta.

A sconvolgere questa sua “bella” vita arriverà una ragazza asiatica con delle puppe non indifferenti che lo convincerà a mettere le sue doti investigative al servizio del Tibet libero e del buddismo maschilista tentando di salvare un dio-bambino rapito da un demonio con l’accento inglese.

Il bambino d'oro (1986)

Filmetto tipicamente anni ’80 con un Eddie Murphy poco incline a fare il buffone e più intento a distanziarsi dal ruolo d’attore comico per abbracciare un più mainstream e redditizio “blockbuster’s main hero”; decisione che gli costerà cara visto che questo segna forse anche l’inizio della fase discendente della macchina stampa soldi chiamata Eddie Murphy…

…d’altra parte come biasimarlo quando ti offrono così tanti dindini da rotolartici dentro mille e una notte assieme ad un esercito di prostitute vietnamite rivestite d’oro che neanche l’Islam ti offre come ricompensa?

Anche se è stato in parte stroncato dalla critica per delle evidenti lacune logico narrative, il film svolge bene il suo compitino e non annoia.
L’unica cosa che lascia l’amaro in bocca però è che lo stesso anno usciva quel capolavoro assoluto chiamato Big Trouble in Little China, ironia della sorte con due attori dalle fattezze asiatiche presenti sia qui che lì (James Hong – David Lo Pan e Victor Wong – Egg Shen); un bellissimo film per certi versi simile, per tematiche ed influenze orientali, che fu clamorosamente stracciato al botteghino da questa pellicola evidentemente modesta.

VOTO:
3 calzini

Il bambino d'oro (1986) voto

Titolo originale: The Golden Child
Regia: Michael Ritchie
Anno: 1986
Durata: 94 minuti

Ritorno al futuro – Parte II (1989)

Marty è appena tornato dal 1955, la famiglia è diventata ricca, gli hanno comprato la jeep 4×4 per andare a scopare in camporella e tutto sembra volgere al meglio… quando d’improvviso sbuca nel vialetto di casa Doc Brown alla guida della DeLorean, gli fracassa il secchio dell’immondizia e comincia a farneticare del futuro, dei suoi figli e dio solo sa cosa diavolo s’è pippato.

Questo strambo incipit è l’inizio di un’avventura che trasporterà Marty, Jennifer, Doc Emmett ed il fortunato spettatore che avrà la sagacia di sintonizzare le antenna verso questo piccolo capolavoro anni ’80 che avrò visto un milione di volte e che non mi stancherò mai di apprezzare, prima nel “futuristico” 2015 e poi nel nostalgico 1955 mettendo in scena quasi un unicum nel panorama cinematografico mondiale, ovvero rivisitare un precedente film secondo un’altra prospettiva, quella di un personaggio estraneo che osserva e interagisce (con estrema cautela) con quelle vicende e quei personaggi che abbiamo visto e rivisto, donando loro nuova vita.

Ritorno al futuro - Parte II (1989)
il mangia-polvere!

In quest’epoca zeppa di cazzi e cazzotti non si vedono più film così ed è un peccato, perché Back to the Future Parte II, con questa sua verve ironica e mai stupida, è il perfetto veicolo cinematografico per far sognare un mucchio di adolescenti senza friggere loro il cervello.

Per chi ha già visto questo secondo capitolo di quella che è la migliore trilogia sui viaggi temporali mai girata, c’è poco da aggiungere; per chi invece si appresta a vederlo per la prima volta, per via della propria giovinezza, per semplice noncuranza o perché si è risvegliato ora da un coma, mi sento in dovere di non spoilerare nulla di quello che è un bellissimo intreccio narrativo, molto carico di humour e di frenesia.

PS: chiaramente va visto solo ed esclusivamente dopo il primo capitolo.

VOTO:
5 mangiapolvere

Ritorno al futuro - Parte II (1989) voto

Titolo originale: Back to the Future Part II
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1989
Durata: 108 minuti

TOP 3 – Star Trek: 2° stagione (1967-1968)

La seconda stagione del telefilm fantascientifico per eccellenza vira la barra verso il pop semplicione senza però abbandonare realmente quel velo di sobrietà e serietà proprie delle società pre-sessantottine che si credevano capaci d’interpretare un futuro molto poco prossimo mettendo in scena un futuro molto pieno di stivaletti in pelle e tutine di flanella.

Considerando che questa seconda stagione conta ben 26 episodi, di decrescente bellezza, è stato alquanto difficile giungere ad un trittico che potesse rappresentare degnamente la squadra, ma stringendomi forte i testicoli tra 2 mattoni ho potuto esprimere al meglio il dono della sintesi.

Episodio 1 – “Amok Time”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 1

Mr Spock viene improvvisamente colto dalla fregola della schiacciata, della fregata, della smorzata, della ficcata, del bunga bunga, del fiki fiki, del mondo di mezzo le cosce… sì insomma non riesce a tenere il pitone nei pantaloni tanta è la voglia di farsi una scopata.

In suo soccorso arrivano il capitano Kirk e il dottor McCoy i quali accompagneranno Spock sul pianeta Vulcano per farlo partecipare alla cerimonia Kunat-Kafili alla fine della quale potrà reclamare la giovane Depring, manco fosse al mercato del pesce, la quale però ha in serbo una clamorosa sorpresa che metterà seriamente a repentaglio le copiose erezioni di Kirk.

La frase:

T’Pau: Live long and prosper, Spock.
Spock: I shall do neither: I’ve killed my captain and my friend.

Episodio 4 – “Mirror, Mirror”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 2

Mentre il capitano Kirk, il dottor McCoy, il tenete Uhura e l’ingegnere tenente Scotty stanno trattando l’acquisizione di dilithium crystals dagli Halkaniani, una civiltà profondamente pacifica e per nulla convinta degli usi non-bellici dei loro potenti cristalli da parte della Federazione, una strana tempesta magnetica manda in tilt il sistema di teletrasporto dell’Enterprise dirottando i nostri quattro sventurati verso un malefico universo parallelo nel quale la Federazione è un Impero sanguinario e tutto sembra girare attorno la regola del “cane mangia cane”.

Alle prese con un crudele e barbuto Mr Spock e un equipaggio votato a fottere il prossimo, i nostri poveri amici tenteranno di far ritorno al loro “pacifico” universo senza causare l’estinzione dell’intera razza Halkan.

La frase:

Kirk: In every revolution there’s one man with a vision.
Mirror Spock: Captain Kirk, I shall consider it.

Episodio 6 – “The Doomsday Machine”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 3

L’Enterprise incontra uno spaziale sigaro meccanico lungo qualche chilometro il cui unico scopo è distruggere tutto quello che gli capita a tiro per poi ingerirne i resti e rimpinguare così la sua riserva energetica; tipo Giuliano Ferrara… ma meno spaziale.

Il capitano Kirk lo ribattezza subito “ordigno fine di mondo” mentre il commodoro Matt Decker, unico sopravvissuto della nave Constellation che aveva provato senza successo a fermare questo sigaro infernale, si fa prendere dalle paranoie suicide e tenta in tutti i modi di ficcarsi con tutta l’Enterprise dentro quest’enorme distruttore cosmico nella convinzione di poter fermare un simbolo fallico con una penetrazione, invertendo chiaramente gli addendi.

Mr Spock, dal canto suo, passa l’intero episodio a trattenere con olimpica calma una pericolosissima scarica di peti dovuta alla magnifica fagiolata della sera prima.

La frase:

Matt Decker: You’re bluffing.
Spock: Vulcans never bluff.

Special Mention:
Episodio 15 – “The Trouble with Tribbles”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 4

L’Enterprise viene chiamata di gran corsa a sorvegliare un carico di grano transgenico, temporaneamente stoccato nella stazione spaziale K7, che sarà a breve trasportato sul pianeta Sherman nell’ambito di accordi interplanetari  volti all’espansione della Federazione.

Ma a noi che ce ne frega?
Qua la cosa interessante è l’avanzata dei Tribbles, una specie aliena batuffolosa completamente innocua ma altamente prolifica che sta rapidamente invadendo ogni pertugio, sia della stazione spaziale che della nave Enterprise.

Uno degli episodi più amati in assoluto dai fan della serie e sicuramente uno dei più comici: vedere il capitano Kirk che cerca di mantenere il suo solito piglio serio e fascinoso mentre da fuori inquadratura gli vengono tirate in testa queste palline di pelo è impagabile.

La frase:

Chekhov: Scotch?
Scott: Aye.
Chekhov: It was invented by a little old lady from Leningrad.

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: seconda
Anno: 1966
Durata: 26 episodi da 50 minuti circa

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 2° stagione (1988)

Inauguro, con questa seconda stagione dell’esperimento di controllo mentale targato Fininvest, la TOP 3 di un Film una Recensione; una sezione nella quale elenco brevemente i 3 migliori o peggiori episodi tv… o qualsiasi altra stramba cosa mi venga in mente per fottervi il cervello.

Episodio 6 – Corso di sopravvivenza

Siccome le ragazze della 3ª C si fanno venire i conati di godimento vaginale guardando i bei fusti delle riviste per sole donne, i compagni di classe decidono di partecipare ad un corso di sopravvivenza stile campo di concentramento nazista nel quale ci sarà ovviamente anche il prigioniero ossobuco che tenterà con ogni mezzo di farsi inculare dal rosso proletario, e quindi comunista, Bruno Sacchi.
Alla fine, grazie all’aiuto di un gruppo di giovani scout capitanati da Elias e Tisini in versione pornostar, i nostri liceali faranno una fuga per la vittoria.

La frase:

Ci penso io ad aggiustarti, mio ricciolone cicciolone.

Episodio 10 – Scuola guida

Bruno si stufa di svegliarsi all’alba per prendere il treno in tempo per l’entrata a scuola e si fa convincere dai superficiali compagni di classe a prendere la patente per venire in macchina, proprio come il più perfetto delle teste di cazzo.
Passato però l’esame per il rotto della cuffia, si ritroverà con una vecchissima Fiat 500 che nel 1988, a differenza dei contemporanei tempi hipster, è considerata una vecchia macchina di merda.
Dopo aver capito l’insensatezza di spostare un ammasso di ferro per traslare la propria posizione nello spazio, il giovani Sacchi inforcherà infine una bici con l’idea di perdere 20 chili, fallendo miseramente.

La frase:

Ci faremo quattro risate quando le loro auto ci porteranno al disastro ecologico, mentre noi con le nostre biciclette sfideremo il vento, il sole, la fatica, i gas, il traffico, i pericoli, la morte.

Episodio 11 – Gli esami di maturità

Dopo aver frequentato per due volte l’ultimo anno di liceo per pure ragioni d’auditel, i ragazzi della 3ª C affrontano il temutissimo esame di maturità; quella tragica e spaventosa soglia da superare per passare d’un sol colpo dalla fase anale a quella adulta.
Verranno tutti clamorosamente promossi tranne Tisini, l’unica che se lo meritava; probabilmente per sottolineare quanto in una società votata al consumismo e all’arroganza individualista non sia tanto importante essere, ma apparire.

La frase:

E’ quasi come il David di culatello.
Eh eh, culatello mi esalta. La parola culatello mi esalta!

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: seconda
Anno
: 1988

Durata: 11 episodi da 45 minuti

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)

Chicco Lazzaretti, Bruno Sacchi, Massimo Conti, Sharon Zampetti, Daniele Rutelli, Rossella Schnell, Benedetta Valentini, Elias e Tisini.

Se questi nomi non vi dicono nulla vuol dire che siete all’oscuro di uno dei progetti di controllo mentale più riusciti che la storia conosca, un telefilm anni ’80 talmente rivoluzionario nel suo approccio psicologico al telespettatore che dovrebbe essere studiato per decenni in tutte le università italiane, un eccezionale unicum nel panorama televisivo dell’epoca che, visto con gli occhi di oggi, permette uno studio approfondito di una cultura sul crinale di una montagna, una comunità di persone che si apprestava ad abbandonare un solido e tronfio provincialismo fatto di sorridenti camerieri negri e bar dello sport; un gretto provincialismo che l’aveva resa una potenza mondiale e che venne abbandonato per abbracciare invece il treno della globalizzazione… prendendolo in piena fronte e finendo con lo sgretolarsi in piccolissimi frammenti atomici dispersi al vento dell’anima de li mortacci vostra.

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)
quando le cabine telefoniche arrivavano in orario!

Questo e molto altro è I ragazzi della 3ª C; un divertente telefilm intriso fino all’osso del più puro berlusconismo, nel bene e nel male, che narra le vicende di un gruppo di studenti dell’immaginario liceo Leopardi di Roma, un drappello di moderni eroi molto eterogeneo nel quale regna il macchiettismo come unico dio, la caricatura come ragione di vita e la pernacchia come spirito santo.

Effervescente, recitato da dio, scritto per un pubblico di massa ma pieno di humour, girato come fosse un film piuttosto che un piatto prodotto televisivo e con delle storie certamente semplici ma mai inutili, questo “coso” a basso costo compete (e vince) qualsiasi confronto con mostri sacri tipo Friends o The Big Bang Theory.

Molti, nati prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’avranno visto in TV a salti e bocconi e ne conserveranno un ricordo maldestro e inopportuno; rivisto invece con gli occhi di oggi si rivela nella sua forma più pura, ovvero quella di stele di Rosetta grazie alla quale diventa magicamente possibile decifrare la nostra realtà contemporanea, empia figlia pregna del pus di ciò che l’ha preceduta.

Un must.

VOTO:
3 camerieri e mezzo

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987) voto

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: prima
Anno
: 1987

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Venom (2018)

Una nave spaziale alla ricerca di forme di vita aliena porta a compimento la sua missione fracassandosi sulla Terra nell’inaspettato tentativo di un ritorno a casa con ospite sgradito.

E con ospite sgradito non mi riferisco al negro di Guess Who’s Coming to Dinner, ma a 4 informi melme aliene alla disperata ricerca di organismi nei quali annidarsi grazie ad un’assimilazione simbiotica che permetta loro di sopravvivere a contatto con l’atmosfera terrestre.

…tagliamo corto che tanto non vale la pena: uno degli alieni finisce dentro un giornalista molto perdente chiamato Eddie Brock mentre un altro trova il suo nido dentro il presidente della Life Foundation, la compagnia che aveva mandato nello spazio la navicella di cui sopra.
I due si scontreranno a suon di burbere menate per evitare un’invasione aliena volta alla totale assimilazione del genere umano.

Venom (2018)

Pellicola molto vecchia nelle premesse e nello stile visto che come trama richiama le storie semplicione dei supereroi primi anni 2000 e come sequenze d’azione mette il pubblico nella strana condizione d’aspettarsi l’improvvisa apparizione di Vin Diesel a bordo di una Dodge Charger del 1970.

Se siete alla ricerca di un paio d’ore divertenti senza troppe pretese, cascate male; se invece avete un leggero gusto sadomasochista e godete nel veder soffrire il prossimo, chiamate un vostro caro amico e offritegli una serata a base di Venom.

VOTO:
2 Masoch

Venom (2018) voto

Titolo originale: Venom
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2018
Durata: 112 minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

L’allenatore nel pallone (1984)

Oronzo Canà è un mediocre allenatore di calcio pugliese che viene inaspettatamente ingaggiato dalla Longobarda, una neo promossa in serie A con un presidente cornuto dalla moglie che si ciula il centravanti Speroni.

Da questo pregevole spunto intellettuale il film procede a calci in culo lungo una serie infinita di doppi sensi, tipo la moglie di Oronzo Canà che si chiama Mara Canà, passando per i pietosi siparietti di Gigi e Andrea (no dico, Gigi & Andrea™) fino al gran finale con il nostro beneamino portato in festa dagli ultras della Longobarda mentre urla “Mi avete preso per un coglione”, intendendo le sue gonadi.

L'allenatore nel pallone (1984)

Film culto per gran parte degli italiani, tra cui il ministro Luigi Di Maio, ed ennesima pellicola che non avevo mai visto e potevo risparmiarmi di vedere perché tanto è esattamente come me l’aspettavo, se non peggio.

Tolto l’indubbio e caparbio impegno del protagonista Lino Banfi a cui va dato l’onore delle armi per quanto ci crede ogni volta è messo davanti la macchina da presa, il resto è un tipico prodotto anni ’80 che punta tutto sulla voglia matta degli italiani per il calcio, la fregna e i comici deformi.

Contenti voi, contenti tutti.

VOTO:
2 deformi e mezzo

L'allenatore nel pallone (1984) voto

Titolo portoghese: O Chanfrado da Bola
Regia: Sergio Martino
Anno: 1984
Durata: 98 minuti

DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Pupazzi senza gloria (2018)

In una Los Angeles situata in un universo alternativo nel quale umani e pupazzi convivono (non) pacificamente stanno avvenendo strani omicidi.

Uno ad uno, tutti gli attori componenti il cast di un famoso vecchio show televisivo, The Happytime Gang, vengono fatti fuori proprio nel momento in cui un gruzzolo di 10 milioni di dollari di diritti televisivi sta per essere equamente diviso tra gli attori ancora in vita.
L’investigatore privato Phil Phillips, radiato dal corpo di polizia con l’accusa di aver mancato di perforare con un proiettile la testa di un rapinatore armato solo perché era un pupazzo come lui, è convinto che questi reati siano collegati da un unico semplice motivo: uno dei membri del cast sta aumentando la ghiotta fetta del dividendo restringendo il numero del divisore grazie all’uso di fucili a pompa, bombe e mannaie.

Districandosi in un mare di violenza e volgarità, Phillips e la sua ex partner al commissariato, il detective Connie Edwards, faranno finalmente luce dentro il cotonato intestino buio dell’infanzia perduta.

Pupazzi senza gloria (2018)

Eccezionale revival del genere pupazzi che non poteva non prendere l’impervia strada della satira adulta e dissacrante, visti anche i tempi contemporanei fatti di pervasiva consapevolezza popolare e (benvenuta) caduta dei simulacri classici quali religione, politica rappresentativa ed istituzioni statali che per troppo tempo hanno coccolato gli orfani di padri putativi autoritari di freudiana memoria.

Ovviamente questo miscuglio calcolato a tavolino secondo tutti i crismi del genere poliziesco (oggettivamente ben riuscito) che fa del grottesco e della fase anale freudiana il suo vessillo ha scontentato un po’ tutti: sia quella parte di pubblico più stupida che non riesce a ridere dei propri difetti morali  e sia quelli più svegli e progressisti i quali però ancora non riescono a lasciarsi andare ad una sonora scorreggia tonante in ufficio per rallegrare i colleghi depressi per paura d’apparire vivi e che quindi hanno bollato il film come eccessivo ed in cerca d’attenzione.
Beh, vi sbagliate cari intellettuali da solottino; quella è vostra madre.

Se invece, come me, fate parte della crema sfavillante dell’umanità contro la quale la massa di mediocri ripudia di specchiarsi con grandissima vergogna e furiosissimo sdegno per ammorbare e infine distruggere i miei fratelli, allora troverete pane per i vostri denti.

OVVIAMENTE il film va visto in originale e non nella pietosa quanto scandalosa versione doppiata da Maccio Capatonda che snatura il senso dell’opera facendola passare da buona satira a triste macchietta, nella speranza di depotenziarne la natura destabilizzante.

VOTO:
4 Anna Pannocchia

Pupazzi senza gloria (2018) voto

Titolo originale: The Happytime Murders
Regia: Brian Henson
Anno: 2018
Durata: 91 minuti