Black Panther (2018)

Secondo la tesi di questo film reazionario mascherato da pellicola progressista, l’Africa è un continente povero, ignorante e violento dove la gente con l’anello al naso non può fare a meno di farsi la guerra.
Nel suo entroterra sorge un misterioso regno iper-tecnologizzato composto da 5 rissose tribù le quali, alla morte del regnante di turno, si possono (e devono) sfidare per la successione tramite una lotta preistorica a mani nude ai piedi di una scenografica cascata mentre un folto pubblico di gente vestita come spaventapasseri sotto allucinogeni incita la barbarie con suini suoni gutturali e movimenti corporei scomposti.

Ma Wakanda, questo il nome del paese in questione, sta per essere acchiappata da un giovane reietto con sangue blu che è cresciuto a pane e propaganda americana e toccherà a Black Panther insegnargli cosa significa big-bambu.

Black Panther (2018)

Non ho parole, davvero.
L’unica descrizione possibile per un film del genere è vomito controvoglia.

A parte la noia totale e la totale trasparenza del protagonista principale che già così uno dovrebbe tirare i remi in barca e via, quello che veramente fa più impressione è questo strano e ingiustificato miscuglio di avanzamento tecnologico ed usanze barbare e preistoriche che non fanno un buon servigio alla causa perorata dagli autori di questo film per un’Africa differente, un’Africa povera che non aspetta l’aiuto dei bianchi ma che si aiuta da sola, anzi, un’Africa che aiuta il resto del mondo.

E però poi, di ritorno a casa dopo aver parlato in giacca e cravatta alle Nazioni Unite, si fermano un attimo alla cascata locale per una veloce lotta greco-romana per stabilire chi regnerà per i prossimi 50 anni.
Ma te lo immagini se facessimo lo stesso ogni volta che dobbiamo eleggere la presidenza del parlamento europeo?
Ma te lo immagini Antonio Tajani che rotola nel fango a petto nudo urlando come un forsennato mentre stringe tra le cosce Jean-Claude Juncker?

Delle due l’una, come amava dire il mio professore universitario di Letteratura Italiana 1 che per l’esame faceva comprare 4 dei suoi (scarsi) libri a tutti gli studenti portandosi in tasca vari piccioli e arrotondare così il suo già corposo stipendio mensile: o una società evolve omogeneamente portando avanti sia la tecnologia e sia l’organizzazione sociale, oppure questo è solamente un film del cazzo per succhiare i soldi sul quale è stata spruzzata una tiepida diarrea radical-chic senza accorgersi dell’evidente contrasto antropologico che si andava creando.

Io dico boh.
Sono esterrefatto dal livello di razzismo (involontario? volontario? oramai ho perso il conto) che questo film raggiunge.
E la cosa che fa svenire è che invece è stato osannato da pubblico e critica anche e soprattutto per aver portato sullo schermo un supereroe nero.

Beh, guarda: meglio le storte democrazie moderne che feudalesimo e libertà.

VOTO:
2 Tajani

Black Panther (2018) voto

Titolo ispanico: Pantera Negra
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

Zohan – Tutte le donne vengono al pettine (2008)

Cosa puoi fare nella vita dopo che per anni e anni hai sbracato di mazzate il popolo palestinese umiliando il diritto internazionale protetto dall’ombrello militare americano?

Semplice: il parrucchiere in America.
Avrai così l’occasione di fare i capelli lisci alle signore anziane prima di strapazzartele nel retrobottega facendo però al contempo molta attenzione alla possibile comparsata del tuo acerrimo nemico, il terrorista Fatoush “Phantom” Hakbarah.

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine (2008)

Sviolinata sionista da far rizzare i capelli in testa per la carica di stereotipi che porta avanti tronfio e fiero come un maiale col cappello di paglia la domenica e imperdonabile affastellamento di situazioni a volte assurde fino all’inverosimile, molte altre semplicemente stupide.

Per concludere, un paio di riflessioni:
1 – Per una volta, il titolo italiano non toglie nulla a quello inglese.
2 – Se mai nella vita verrete decapitati, questo è probabilmente il film che vi verrà in mente mentre la vostra testa starà cadendo nel cestino di vimini.

VOTO:
2 cestini di vimini

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine (2008) voto

Titolo originale: You Don’t Mess with the Zohan
Regia: Dennis Dugan
Anno: 2008
Durata: 113 minuti

La casa di carta: 2° stagione (2017)

Proseguono e finiscono le avventure di 8 o 9 o 13 (a seconda dell’episodio in questione) fancazzisti patentati i quali non hanno più voglia di lavorare e quindi pensano di prendere una valanga di banconote dalla zecca di Spagna e vivere di rendita per il resto della vita loro e quella dei loro figli su un’isola sperduta nel mar dei Caraibi mentre la gente normale rimane incatenata al palo di un’esistenza fatta di 8 ore al giorno per 6 giorni a settimana per 40 anni e lo chiamano mondo libero.

La casa di carta- 2° stagione (2017)
e non fa’ il ragazzino, sono solo 10 ore che lavori!

Leggera impennata emotiva per quello che io ho già ribattezzato l’hype cinematografico più ingiustificato dell’anno e fragorosa conclusione zuppa di proiettili pim pum pam ci attaccano sbiribim catapum non ci avrete mai.

Sono spiacente per i feticisti degli sproloqui, ma non c’è molto da dire quando vieni letteralmente prosciugato delle tue energie appresso a 22 episodi di un telefilm che, partendo da un’idea interessante, ovvero quella di seguire un gruppo di rapinatori lungo la sosta forzata dentro la zecca spagnola, si declina poi in una serie di situazioni da soap opera sud coreana.

VOTO:
2 lacrime coreane e mezza

La casa di carta- 2° stagione (2017) voto

Titolo originale: La casa del papel
Creatore: Álex Pina
Stagione: seconda
Anno: 2017
Durata: 9 episodi da 45 minuti

The Guest (2014)

L’Afghanistan, che George W. Bush non riusciva neanche a pronunciare facendo fuoriuscire dalla sua sudicia bocca una simpatica storpiatura di una famosa marca di pellicole fotografiche, ha visto dal 2001 ad oggi la totale invasione dei propri territori da parte di forze straniere predatrici che, con la scusa della ricerca di Osama Bin Laden (che invece pare fosse nascosto in Pakistan, grande alleato degli USA) e il ricatto morale della morte di 3000 persone per quello che molti oramai concordano col chiamare il più grande “Inside Job” della storia mondiale e che è volgarmente conosciuto come “September 11”, hanno bombardato e distrutto un paese grande due volte l’Italia.

Una guerra predatoria che purtroppo ha lasciato sul campo circa 50mila morti, in gran parte civili Afgani che non vedevano l’ora di essere liberati (dalla loro misera esistenza terrena con un colpo in testa da uno dei tanti soldatini americani andati al fronte perché disoccupati), e che non ha risolto praticamente un cazzo nella lotta al terrorismo, anzi ne ha ampliato la portata.

Insomma, complimenti.

Ebbene, in questo film facciamo la conoscenza di David Collins, un giovane reduce americano di suddetta guerra il quale si presenta alla porta della famiglia Peterson per portare gli omaggi e gli ultimi saluti di Caleb, suo commilitone e loro figlio, morto sul campo durante una missione.

Tra la commozione della madre e i sospetti della sorella di Caleb, lo straniero diventa ospite e nel giro di pochi giorni questa scelta si ritorcerà contro la famiglia Peterson in una maniera tale che neanche lo spettatore più smaliziato potrebbe immaginare.

The Guest (2014)

Pressoché perfetto omaggio agli anni ’80 uscito poco prima che gli anni ’80 diventassero quel fenomeno di massa che quindi me li ha fatti tornare ad odiare come ai bei tempi di giovinezza dei giorni lieti degli studi e degli amori, questo film riesce ad essere zeppo di riferimenti a film e tematiche principe degli anni del regresso politico senza però essere né stupido e né noioso, ma anzi riuscendo ad elevare il materiale chiaramente popolare ad un livello quasi artistico grazie ad una colona sonora synthwave piacevolissima che accompagna con grazia una carrellata d’immagini coloratissime (che però rifuggono il pop) e quel giusto pizzico di tensione che non fa mai male.

Nel suo genere di nicchia è un capolavoro che sicuramente vale una visione per tutti quelli che sono cresciuti con Carpenter (citato sin dal font usato per il titolo) e i film di fantascienza con elementi action-horror.

VOTO:
5 elementi

The Guest (2014) voto

Titolo originale: The Guest
Regia: Adam Wingard
Anno: 2014
Durata: 100 minuti

Un tipo imprevedibile (1996)

Happy Gilmore vuole fare il giocatore professionista di hockey, da sempre, ma da sempre gioca di merda e non c’è santo che tenga: non farà mai parte di una squadra professionista.

Si da il caso invece che tiri certe mazzate a golf niente male, tipo che riesce a fare oltre 360 metri con un colpo solo, e questo potrebbe essere il biglietto da visita per i tornei professionisti grazie ai quali riuscirebbe a racimolare abbastanza soldi da ricomprare la casa della nonna, messa all’asta perché la vecia non ha pagato le tasse per 10 anni.

Amori e coccodrilli a far da contorno.

Un tipo imprevedibile (1996)

Una commedia gradevole che non aggiunge un pelo al panorama esistente.

Vale la pena una visione distratta un pomeriggio qualunque di un giorno da cani estivi anche perché è uno dei pochi film in cui Adam Sandler non risulta pesante mentre fa le sue smorfie del cazzo; se aggiungiamo quel bizzarro pizzico di nonsense che purtroppo poi sfocerà sempre più nei film targati Sandler in una presa di posizione denigratoria d’ogni tipo di minoranza ad uso e consumo del pubblico idiota, allora si riesce a portare il risultato a casa.

VOTO:
3 smorfie

Un tipo imprevedibile (1996) voto

Titolo originale: Happy Gilmore
Regia: Dennis Dugan
Anno: 1996
Durata: 92 minuti

La casa di carta: 1° stagione (2017)

Nove malandrini di diversa estrazione culturale, ma comune estrazione sociale (proletaria), mettono in piedi il colpo del secolo: armarsi di tutto punto, travestirsi da budello di Salvador Dalì travestito da pirata, entrare alla zecca di Spagna, prendere in ostaggio 66 persone e stampare 2400 milioni di euro da dividersi poi equamente una volta elusa la polizia e fatto marameo ai reali spagnoli travestiti da budello di tua madre.

Semplice, no?

La casa di carta- 1° stagione (2017)
mi si nota di più se sto seduto ad un angolo oppure al centro con una luce sparata in faccia e un gruppo di persone attorno che si atteggiano da bulli?

TremEnda con la E maiuscola serie televisiva spagnola che per motivi a cui non voglio neanche pensare ha spopolato in Italia facendo saltare sulla sedia chi evidentemente non ha visto neanche un film sul crimine organizzato negli ultimi 85 anni.

Tralasciando le numerose e irritanti parentesi da Occhi del cuore con i personaggi che parlano e straparlano di minchiate sentimentali o ricordi d’infanzia banali che io dico “mortacci vostra sceneggiatori da terzo millennio” e che però in parte possono essere un minimo giustificate dalla provenienza televisiva spagnola che non starà ai livelli di Distretto di polizia ma poco ci manca, quello che invece è veramente imperdonabile è la TOTALE incompetenza di tutte le parti in campo: criminali, ostaggi e poliziotti.

I primi mandano all’aria in più d’un occasione un piano che avevano studiato nei minimi particolari per 5 mesi (a cominciare da quando, in quello che doveva essere un lavoro pulito, aprono il fuoco sulla polizia ferendo un paio di agenti dopo neanche mezz’ora essere entrati alla Zecca); non riescono a sentire due persone complottare alle loro spalle quando sono a circa un metro di distanza nel silenzio tombale di un bagno; lasciano il fucile per terra accanto ad una ragazza ostaggio e vanno a controllare il corridoio; litigano su questioni amorose mentre la stessa ragazza prende il telefono e fa una videochiamata; si intascano 1000 euro invece di darli allo sfascia carrozze per distruggere una macchina che scotta e via così, gaffe dopo gaffe, episodio dopo episodio, facendomi salire la bile a livelli stratosferici.
Gli ostaggi invece non riescono a stare fermi: tra chi si scopa gli assalitori mentre è incinta, chi si fa scopare dagli assalitori per ingraziarseli, chi si fa mettere una lingua in bocca dalle assalitrici non si sa perché e chi fa un casino dopo l’altro mettendo a repentaglio la vita di tutti quanti, questo è probabilmente il gruppo di ostaggi meno impauriti e più casinisti della storia mondiale.
E infine i poliziotti: la capo ispettrice va continuamente al bar a bere e non è presente 24 ore su 24 in loco mentre esplode roba alla Zecca perché deve scopare uno (s)conosciuto nel bar di cui sopra mentre il vice ispettore guida in stato d’ebbrezza con la bottiglietta in mano sterzando bruscamente mentre sbrodola frasi con la voce roca manco fosse una commedia con Ben Stiller… devo aggiungere altro?

E vogliamo parlare del supposto sottotesto politico di una serie televisiva su un gruppo di fancazzisti patentati che inserisce senza alcun serio motivo la canzone sulla Resistenza italiana contro il nazi-fascismo Bella Ciao?
Ma resistenza de che, dio cristo!?!
Marx non ha mai detto ” ‘sti gran cazzi del lavoro, annamo alla Zecca travestiti da budello de Dalì, pijamose tutto e daje Roma”!

Il piccolo particolare che infatti sfugge al “Professore”, il geniale (si fa per dire) ideatore di questo piano machiavellico, è che se per risolvere il problema della povertà bastasse stampare carta moneta, i governi non avrebbero alcun problema di liquidità; si dà il caso invece che ogni volta che viene immesso nuovo denaro in circolazione, il mercato si riaggiusta al nuovo flusso facendo aumentare l’inflazione e la Spagna questo dovrebbe saperlo bene quando, importando l’oro delle Americhe nel sedicesimo secolo provocò un grande deprezzamento di quel metallo in tutta Europa.

Certo, non saranno i 2 miliardi e mezzo d’euro di questi irritanti scansafatiche a far saltare i conti spagnoli, ma di certo non sono soldi presi dal nulla come insiste testardamente a dire il Professore dei miei stivali.

Mortacci tua.

VOTO: 3 stivali

La casa di carta- 1° stagione (2017) voto

Titolo originale: La casa del papel
Creatore: Álex Pina
Stagione: prima
Anno: 2017
Durata: 13 episodi da 45 minuti

Morte a 33 giri (1986)

Eddie Weinbauer è un liceale patito della musica metal che un giorno viene preso PER il culo e l’altro viene preso A calci in culo dai soliti ragazzi sportivi viziatelli con la macchina carina e la felpa legata al collo sopra le camicia stirata dalla domestica filippina.

L’unico suo sfogo, abbastanza infantile, è ascoltare i mortificanti testi di Sammi Curr, una pseudo-rock-metal-star, suo concittadino dal gusto macabro, il quale, dopo aver offeso tutti i borghesi dal Mississippi al Nevada, è morto bruciato in un incendio lasciando però il suo ultimo misterioso disco al DJ della radio locale per essere suonato la notte di Halloween.

Il DJ però, sapendo la sua passione smodata per Sammi, regala il disco ad Eddie facendogli uno di quei pacchi che manco alla stazione centrale di Bari. Perché questo vinile, quando viene suonato al contrario, rivela messaggi e poteri progressivamente inquietanti che metteranno a repentaglio la vita di tutti i borghesi con la felpa legata al collo sopra la camicia stirata dalla domestica filippina.

Morte a 33 giri (1986)

Il bellissimo titolo italiano è sicuramente la cosa migliore del film e quella che, a distanza di decadi, ancora mi fa ricordare (con assoluta vaghezza) un filmetto di serie B che, lungi dall’essere brutto, non appassiona poi molto nonostante abbia in teoria tutti gli ingredienti del caso: giovani, musica, sesso, amore, orrore e felpe legate al collo sopra camicie stirate dalle domestiche filippine.

Un paio di scene molto simpatiche (quella con Ozzy Osbourne, nei panni di un reverendo puritano, e l’amico di Eddie che frettolosamente aspira le ceneri di una vecchia dal tappeto di casa prima che arrivi la madre), ma poi nulla più.

VOTO:
2 domestiche filippine e mezza

Morte a 33 giri (1986) voto

Titolo originale: Trick or Treat
Regia: Charles Martin Smith
Anno: 1986
Durata: 98 minuti

Black Mirror: 2° stagione (2013)

Ti è morta una persona cara, ma la tecnologia può riportare in vita una (pallida e distorta) copia di lei.
Che fai, la resusciti?

Una donna ha compiuto un crimine orribile, ma la tecnologia può punirla facendogli vivere in loop 24 di angoscia.
Che fai, la condanni?

I politici sono degli stupidi fantocci, ma la tecnologia può mettergli contro un fantoccio virtuale sboccacciato con potenzialità dittatoriali.
Che fai, lo voti?

Un uomo non vuole aprire bocca sul suo coinvolgimento in un fatto di sangue, ma la tecnologia può costringerlo a farlo con l’inganno di una vita eterna passata dentro una cabina in mezzo ai ghiacci.
Che fai, lo freghi?

Questi i temi della seconda stagione del telefilm sulle distopie più interessante di sempre.
Che fai, lo guardi ora o subito?

Black Mirror: 2° stagione (2013)
il computer ti permette di disegnare cippe di cazzo; le fai viste frontali o di profilo?

Continua la corsa inarrestabile delle buone idee messe al servizio del buon cinema con questa piccola collezione di perle audio-visive che non mancheranno d’intrattenere con intelligenza e questioni morali tutt’altro che superficiali un pubblico più attento della desolante consueta media.

I picchi qualitativi si trovano indubbiamente negli episodi estremi (il primo e l’ultimo) con lo speciale natalizio a fare da re incontrastato del gruppo grazie ad una storia originale e intrigante ed una piccola serie d’invenzioni tecnologiche assolutamente terrificanti (il cookie cerebrale è una cosa da urlo), mentre quello su Waldo è un po’ fiacchetto anche perché rispolvera la solita cantilena contro i vuoti populismi che francamente ha rotto i coglioni.

Se siete stufi del marasma di boiate che vengono trasmesse in televisione (come al cinema) e se passate sopra le banalità quando si parla di politica che evidentemente in Gran Bretagna sono proprio incapaci di discuterne visto che stanno ancora con la regina vestita d’Arlecchino e la famiglia reale che chi se la incula, questa è sicuramente una validissima scelta.

VOTO:
4 Arlecchini e mezzo

Black Mirror 2° stagione (2013) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: seconda
Anno: 2013
Durata: 3 episodi da 1 ora

Source Code (2011)

Il capitano Colter Stevens si risveglia su un treno diretto a Chicago con la faccia di un certo Sean Fentress, un insegnante di storia mai visto e conosciuto, e ovviamente va un po’ nel panico.

Dopo 8 minuti di battibecchi e pellegrinaggi verso lo specchio del bagno, il treno su cui viaggia esplode in un’enorme palla di fuoco catapultandolo dentro una misteriosa capsula dove fa la conoscenza, tramite uno schermo, del capitano Colleen Goodwin la quale gli spiega molto frettolosamente che la sua missione è scoprire, a botte di 8 minuti ripetuti a nastro, chi è il misterioso bombarolo del treno.

Riuscirà Colter ad acchiappare l’attentatore prima che faccia detonare una bomba nucleare nel centro di Chicago?

Source Code (2011)

Piacevole storia fantascientifica che riesce in larga misura ad appassionare anche lo spettatore più distratto grazie al meccanismo della ripetizione, ma che purtroppo accelera progressivamente i tempi della narrazione (comprensibilmente per evitare la noia) per poi risolversi in un finale un po’ fuori luogo.

Buone (non eccezionali) interpretazioni e gioco fantascientifico senza una morale da interrogare che quindi relega il film al livello di semplice intrattenimento di massa invece di passatempo per cultori del genere.

VOTO:
3 culturisti e mezzo

Source Code (2011) voto

Titolo uruguaiano: 8 minutos antes de morir 
Regia: Duncan Jones
Anno: 2011
Durata: 93 minuti

Bagdad Cafe (1987)

Jasmin Münchgstettner, un otre di carne bavarese vestita come lo stereotipo di un otre di carne bavarese, litiga col marito mentre sono in vacanza in USA e si ritrova sola nel mezzo del deserto del Mojave.
Raggiunta una bettola gestita da una nera che sbraita come lo stereotipo di una negra e frequentata da camionisti senza dignità pronti a tutto pur di farsi una bevuta di acqua sporca, Jasmin si farà amare da tutti coi sui discorsi sul superuomo di fronte ad una folla di teste calde ignoranti e getterà quindi le fondamenta, in quella bettola di merda, per il partito della gente super-assurda e la definitiva eliminazione della razza ariana.

Bagdad Cafe (1987)

Sperimentale come un videoclip di Peter Gabriel e scritto come fosse antani, questo film tedesco ambientato oltreoceano vorrebbe da una parte rompere con lo schematismo narrativo classico e dall’altro fare breccia nei cuori delle casalinghe deluse dai mariti.
E quindi appare chiara l’impossibilità dell’operazione.

Resta comunque un film interessante, se lo si prende sottogamba.

VOTO:
3 otri

Bagdad Cafe (1987) voto

Titolo originale: Out of Rosenheim
Regia: Percy Adlon
Anno: 1987
Durata: 95 minuti

Io, robot (2004)

Siamo nel 2035 a Chicago e il dottor Alfred Lannig, lo scienziato a capo del progetto robotico Nestor, è morto cadendo per un centinaio di piani all’interno del quartier generale della U.S. Robotics in quello che sembra essere un caso di suicidio.
Ad indagare arriva il detective Del Spooner, chiamato in causa da Lanning stesso attraverso un ologramma senziente programmato per entrare in funzione al momento del suo decesso, e immediatamente la faccenda appare fumosa, inconsistente e losca..

Perché un suicidio?
Come ha fatto il dottore ad infrangere il vetro anti-proiettile per gettarsi?
Chi cazzo è Nicki Minaj?

Tra rocambolesche corse in macchina e una serie spudorata di pubblicità subliminali da far invidia a Nino Manfredi, Del Spooner cercherà di gettare luce sul futuro dell’umanità all’alba dell’era dei robot.

Io, robot (2004)

Liberamente, ma molto liberamente, tratto dai racconti di Isaac Asimov contenuti nelle sue famose raccolte (da cui il titolo) e con alla base un’intrigante (anche se telefonata) vicenda misteriosa su cui indagare seguendo il classico modus logico asimoviano, questo rumoroso e sbrodolone film giallo riesce ad essere un blockbuster all’americana senza essere completamente idiota.

Non si tratta chiaramente di un capolavoro né di un film imprescindibile per i fan della robotica, ma vale la pena una visione senza alte aspettative.

VOTO:
3 Nicki Minaj e mezza

Io, robot (2004) voto

Titolo originale: I, Robot
Regia: Alex Proyas
Anno: 2004
Durata: 115 minuti

Quei bravi ragazzi (1990)

Vera storia del mafioso italo-irlandese Henry Hill che dagli anni ’50 al 1980 ha “lavorato” per il boss locale Paulie commettendo ogni possibile reato fino a quando non è finito a fare l’informatore per l’FBI pur di salvare la pellaccia da una carcerazione pluridecennale o, peggio ancora, un colpo in testa senza preavviso dai suoi amici mafiosi timorosi che Henry potesse cantare mandandoli bevuti, come poi effettivamente ha fatto.

Quei bravi ragazzi (1990)

Chiaramente macchiettistico e sopra le righe come esige un film che narra le vicende di un pericoloso gruppo di clown dell’esistenza e considerato da molti come uno dei migliori film della storia del cinema, Goodfellas può essere tranquillamente considerato uno dei miglior film sulla mafia italo-americana perché riesce a rappresentarla per quello che era realmente, ovvero la coalizione più o meno spontanea di una sezione demografica statunitense tagliata fuori dall’american dream che ha quindi deciso di appropriarsene con i violenti mezzi a disposizione ed una buona dose d’ignoranza.

Dimenticati quindi gli orpelli lirici ed involontariamente celebrativi di film come The Godfather, la pellicola segue da vicino le vicende di un gruppo di manovalanza criminale che alterna senza soluzione di continuità assassinii, grigliate di salsicce, droga, pasta al sugo e mignotte in un caleidoscopico susseguirsi di musiche e colori nauseanti come i vestiti di questi orribili mafiosi e il pesante trucco delle loro mogli cornute.

VOTO:
5 spicchi d’aglio tagliati finissimi per farli sciogliere nel sugo

Quei bravi ragazzi (1990) voto

Titolo originale: Goodfellas
Regia: Martin Scorsese
Anno: 1990
Durata: 146 minuti