Kung Fury (2015)

Il super poliziotto Kung Fury ha acquisto una forza straordinaria e delle capacità acrobatiche fuori dal comune dopo essere stato prima colpito da un fulmine ed poi morso da un cobra.

Da quel momento sconfigge i cattivi di una stravagante Miami anni ’80 a suon di calci volanti e pugni sui coglioni fino a quando si trova a fronteggiare Hitler e il suo esercito di nazisti.

Viaggerà quindi indietro nel tempo fino agli anni ’40 per eradicare all’origine il problema e si farà aiutare da un collega mezzo triceratopo, due vichinghe palestrate, un tirannosauro e il dio Thor.

Kung Fury (2015)

Cortometraggio finanziato con ben 600 mila dollari tramite la piattaforma Kickstarter che prende a piene mani dal decennio americano più infame dal punto di vista politico; tutto ciò senza ovviamente farne una critica o una satira, ma piuttosto finendo per celebrare incondizionatamente una serie infinita di condotte amorali e manichee.

Il pubblico generalista l’ha apprezzato parecchio ed ha avuto il suo quarto d’ora di gloria su internet tornando poi velocemente nella pattumiera dalla quale era saltato trionfalmente fuori.

VOTO:
2 pattumiere e mezzo

Kung Fury (2015) voto

Titolo serbo: Kung Furija
Regia: David Sandberg
Anno: 2015
Durata: 31 minuti

I buchi neri (1995)

In un paesino campano ci sono un frocio e 5 mignotte.

5 donne con i loro sogni, i loro problemi, i loro amori non corrisposti e tutta una serie di cose che non verremo mai a sapere perché il regista è troppo impegnato a fare il fuoriclasse con incomprensibili quanto banali collegamenti simbolici tra cazzi, banane, uova e uccelli.
Tra chi li cerca e chi li teme, chi li prende e chi la dà.

I buchi neri (1995)

Piccola pellicola divenuta celebre per la mia generazione grazie al trailer nel quale una delle 5 puttane cantava “Caccialo fuori, mettilo dentro” mentre Duccio di Boris se la ciulava in macchina.

Il film in realtà non sarebbe neanche tanto male e le interpretazioni sono sì caricaturali ma tutto sommato adatte al clima un po’ goliardico e un po’ arruffato della pellicola.
Il problema però è che dura neanche un’ora e mezza, ci sono tette, culi e fregne e nonostante ciò riesce comunque ad annoiarti.

VOTO:
2 banane e mezzo

I buchi neri (1995) voto

Titolo inglese: Black Holes
Regia: Pappi Corsicato
Anno: 1995
Durata: 92 minuti

Johnny English – La rinascita (2011)

L’agente segreto di sua maestà la regina d’Inghilterra chiamato Johnny English deve ricordarsi che cazzo è successo qualche anno prima in Mozambico quando, a causa della sua inefficienza, il presidente fu sparato alle spalle come a un infame figlio di zoccola al quale non si deve il minimo rispetto.

Lo aiuterà la psicologa interpretata da Rosamund Pike con l’ipnosi regressiva grazie alla quale Johnny si ricorderà di Vortex, un trio di loschi figuri, mandanti materiali dell’assassinio, che Johnny deve portare alla luce prima che vengano silenziati per sempre così che il segreto rimanga tale.

Il resto è salti, zompi e situazioni poco comiche.

Johnny English - La rinascita (2011)

Non ho visto altri episodi di questa filiera di satire del genere spionaggio inglese, e non me ne pento.

A parte il target ottuagenario a cui si rivolge, con le smorfie e gli scivoloni e l’andamento soporifero, quello che non riesco proprio a comprendere è come possano aver fatto successo con questa roba che non è né carne né pesce né l’anima de li mortacci loro.

VOTO:
1 pesce gay

Johnny English - La rinascita (2011) voto

Titolo originale: Johnny English Reborn
Regia: Oliver Parker
Anno: 2011
Durata: 101 minuti

Gli Incredibili 2 (2018)

Saranno passati almeno 10 anni da quando il primo capitolo mi fece passare un sereno pomeriggio d’estate e francamente avevo perso quasi memoria di quello che v’era raccontato.
Un uomo talpa, qualcosa su un aereo che esplode, la donna elastica madre coi figli che rompono i coglioni.
Boh, era tutto molto piacevolmente fumoso e avvolto in quella coperta nostalgica di tempi che furono fino a quando non mi sono imbattuto in questo sequel non voluto e poco amato, da me come probabilmente anche dai creatori.

Perché alla fine diciamocelo chiaramente: chi se ne frega della storia di un misterioso ipnotizzatore televisivo che fa il doppio e triplo gioco con gl’Incredibili per fare carne morta di un nutrito gruppo d’ambasciatori riunitisi su un aliscafo battente bandiera liberiana.

Gli Incredibili 2 (2018)

Simpatica quanto inutile riedizione di quanto già visto un po’ dappertutto ad uso e consumo di un pubblico banale come la trama del film stesso.

E’ un prodotto innocuo, certo, e si lascia guardare senza patemi, certo, ma non è forse questo il vero totalitarismo?
Quello che viene accettato come status quo nel silenzio delle strade lastricate di “buongiorno” e “buonasera”?
Quello che ti entra in casa sotto ogni forma e ogni tinta che non ti aspetti, con ogni pseudo intellettuale che si fa balcone della propaganda contro i balconi mentre cerca di calmare o calmierare e allo stesso tempo aizzare il popolo verso questo o quell’altro spauracchio monco di sostanza?

Perché la fine del libero arbitrio non viene con le baionette e i vaffanculo, ma con Lilli Gruber che presenta il suo ennesimo libro non richiesto mentre un sorriso, falso e sornione come sua madre mentre riceveva lo sperma che la concepì, parte da quell’orrendo canotto di bocca che si ritrova in faccia facendola ascendere al titolo di donna elastica della televisione italiana.

VOTO:
2 canotti

Gli Incredibili 2 (2018) voto

Titolo originale: Incredibles 2
Regia: Brad Bird
Anno: 2018
Durata: 118 minuti

La stangata (1973)

Nell’Illinois del 1936, se sei un vecchio nero o un giovane bianco spiantato, non hai molte strade per uscire dal vortice della Grande Depressione se non quelle illegali della truffa e del furto con destrezza.

Ed è proprio quello che fanno il vecchio nero Luther Coleman e il giovane bianco Johnny Hooker raggirando questo o quell’altro stolto da spennare che capita loro sottomano; sfortuna vuole però che il loro ultimo raggiro avvenga ai danni di un corriere della mafia locale che si fa sfilare 11 mila dollaroni dal pantalone facendo chiaramente andare su tutte le furie il boss Doyle Lonnegan, il quale fa precipitare il nero Luther giù dalla finestra di casa prima di mettersi sulle tracce del bianco Johnny il quale, non volendo finire come Giuseppe Pinelli che fu buttato dal quarto piano della questura della polizia di Milano gridando “E’ la fine dell’anarchia!”, muove il culo a Chicago per:
1 – imparare dal veterano della truffa Henry Gondorff
2 – mettere su un piano ai danni del mafioso Lonnegan
e 3 – vendicare così l’amico Luther.

La stangata (1973)

Vincitore di 6 premi oscar e campione d’incassi stratosferico al botteghino, questo famosissimo film mi era passato sotto il naso per decenni; ora, avendolo visto e apprezzato, devo ammettere che mi compiaccio di aver rimediato alla lacuna.

Zeppo di loschi figuri intrallazzoni e però giocato tutto in punta di commedia, la pellicola riesce con questo giusto mix a rompere il velo che divide “pubblico maschio single” e “pubblico famiglia” presentandoci una storia non eccezionalmente complicata nei suoi twist narrativi, forse un po’ telefonati per un pubblico moderno, ma che lasciano comunque quel gusto dolce in bocca che ti spinge a volerne ancora.

Puntellato di scene divertenti ed altre persino artistiche, come la bellissima cavalcata delle mignotte sul carosello, si procede verso un finale telefonato ma comunque godibile e l’atmosfera di grande fratellanza che regna tra questi simpatici farabutti che sembrano non badare al colore della pelle, in anni in cui i neri venivano ancora impiccati agli alberi della provincia americana, rende il film persino attuale.

VOTO:
4 neri impiccati e mezzo

La stangata (1973) voto

Titolo originale: The Sting
Regia: George Roy Hill
Anno: 1973
Durata: 129 minuti

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)

Isla Nublar, la cara isola al largo delle coste costaricane (senti che allitterazione) dove i dinosauri la fanno da padrone è in pericolo perché il vulcano locale è in ebollizione e si rischia di fare un bollito misto senza mostarda di questi stravaganti animali preistorici.

Ecco che allora si parte per la terza volta alla volta (senti che ripetizione) di un preannunciato incasso al botteghino miliardario, secondo solo al preannunciato mezzo pisolino che inevitabilmente interviene allo scoccare dei primi 40 minuti quando, dopo rocambolesche e tutto sommato divertenti scene di ruzzoloni giù per la montagna alla ricerca della salvezza dai lapilli, dal fumo rovente e dalla lava in un qualcosa che ricorda molto la pericolosissima gara inglese giù per la collina di Cooper contro la forma di formaggio, si assiste alla straziante e alquanto poetica scena della morte per incenerimento di un brachiosauro entrando giocoforza nella visualizzazione cinematografica di come uno sceneggiatore cerca di portare a casa il risultato citando a destra e manca il primo capitolo al quale chiaramente non riesce a giungere per mancanza di stoffa.

Ovviamente da qui in poi le cose andranno di male in peggio fino ad aprire letteralmente le porte ad un mondo antropocentrico messo sotto minaccia dal ritorno dei dinosauri i quali finiranno per arrivare a Las Vegas dove, grazie al solito teaser post-credits, verrà probabilmente ambientato il prossimo (inevitabile) capitolo.

Perché, come recitano la tag line del film e i ferventi cattolici davanti le cliniche dell’aborto, “La vita vince sempre”.

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)
tranne quando perde

Filmetto strappa risatine con dei rarissimi momenti oggettivamente ben fatti che probabilmente intratterrà un pubblico adolescenziale senza troppe pretese, ma che certamente non ha le carte per giocare al tavolo dei grandi.

Se siete in cerca di un qualcosa senza pretese e vi capita tra le mani questo coso chiamato Jurassic World: Fallen Kingdom, dategli un’occhiata, ma state bene attenti a non alzare il mento dal petto nel quale sarete sprofondati a più riprese durante la proiezione.

Fun fact: l’Italia detiene, assieme alla semi-dittatura islamica chiamata Turchia, alla capitalista colonia americana Corea del sud e allo stato terrorista fascio-integralista chiamato Israele, il simpatico premio come paese del cazzo nel quale la pellicola è stata distribuita in versione censurata per evitare possibili divieti ai minori di 13 anni; dovessero spaventarsi nel vedere un cazzo mozzato di colpo da un raptor.

Scherzo: mica son pazzi, non ci sono cazzi (senti che rima).

VOTO:
2 cazzi e mezzo

Jurassic World: Il regno distrutto (2018) voto

Titolo originale: Jurassic World: Fallen Kingdom
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Ready Player One (2018)

Nel 2045 la vita sulla Terra è una merda e la maggioranza della gente vive in orribili baraccopoli multilivello; per sfuggire a questa triste realtà i terrestri si rifugiano quotidianamente nella fantastica realtà virtuale creata da un videogioco chiamato Oasis dentro il quale possono essere ciò che vogliono, fare ciò che desiderano e vivere avventure mozzafiato immergendosi in una galassia di riferimenti della pop culture anni ’70 ’80 e ’90.

Quando James Halliday, il creatore di Oasis, tira le cuoia lasciando di stucco mezzo mondo, viene rivelata l’esistenza di un easter egg all’interno del gioco che permetterebbe l’acquisizione di 3 biliardi di dollari nonché il controllo totale di Oasis.
E ovviamente scoppia una ressa clamorosa per la caccia al tesoro più redditizia della storia; da una parte una malefica compagnia privata che impiega semi-schiavi per l’acquisizione del misterioso segreto e dall’altra i 5 giovini protagonisti di questo film per ragazzini.

Ready Player One (2018)

E’ una stupidaggine, punto.

Nonostante alla guida ci sia un testone come Steven Spielberg, il film soffre inevitabilmente l’effetto videogioco, e cioè bella grafica e storia di merda.
Perché, e questa è una cosa che solo un appassionato giocatore con un’altrettanto buona cultura cinematografica potrebbe indicare, la storia più interessante mai creata per un videogioco non riesce ancora a competere con un normale film, figuriamoci con i migliori.

La sensazione che si ha quindi, guardando volteggiare quest’infinita serie di citazioni riversate come una pioggia battente sulle teste dei poveri spettatori, è quella di trovarsi di fronte ad una mediocre trasposizione cinematografica di un videogioco famoso, tipo Final Fantasy: The Spirits Within che infatti oggi chi se lo incula, con la speranza al botteghino di contare sull’effetto nostalgia del pubblico 40enne il quale però resta inevitabilmente bruciato da una semplicistica narrazione molto più adatta ai pubescenti.
Insomma, una dicotomia più che apparente ad uno che non approcci la questione con fare menzoniero.

Un peccato, perché la sfida era dura da battere ma si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’imponente massa di marchi e franchise che i produttori sono riusciti a mettere assieme (spendendo sicuramente una consistente parte del budget).

VOTO:
2 menzonieri e mezzo

Ready Player One (2018) voto

Titolo uruguaiano: Ready Player One: Comienza el juego
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Durata: 130 minuti

Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus:
il primo episodio (infame) di Star Wars!

Dai, quello bruttarello e noioso che anche se l’hai visto 3 o 4 volte non riesci ancora a capire che cazzo si è bevuto George Lucas per mettere in scena quel casino della Federazione del Commercio che fa l’embargo al pianeta Naboo; roba che farebbe invidia al Governo Prodi quando fece il blocco navale con l’Albania nel 1997, un evento che culminò poi col famoso speronamento della barca Katër i Radës da parte di una corvetta della marina italiana a seguito del quale morirono 81 poveracci.

Purtroppo per noi invece questa pellicola è quasi priva di morti, gravissimo per un film western quale poi Star Wars è (era?), e quelli che capitano non riescono ad avere alcuna rilevanza emotiva; tipo che quando muore Qui-Gon Jinn non me n’è fregato niente di nulla e piuttosto già pensavo a quale bestemmia scrivere in questa recensione.

Il resto della storia include roba poco interessante e coesa male: corse con bighe stellari, bambini rompicoglioni, diavoli ninja, razzismo latente, politica, il famigerato Jar Jar Binks (che secondo alcuni complottisti era destinato ad essere il mega cattivone di questa seconda trilogia prima d’essere prontamente ridimensionato dopo l’immediata ed unanime stroncatura da parte del pubblico) e poi tanta ma tanta ma tanta computer grafica.

Così tanta infatti che  forse il film è finto all’80%, e si vede.

Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999)

Non ci sono molte parole per definire uno dei più grandi mal di coglioni della storia del cinema: atteso per 16 anni, questo film non è riuscito minimamente a sgonfiare l’eccitamento di milioni di fan sfegatati (che io sfegaterei per davvero) i quali hanno fatto file chilometriche e dormito all’addiaccio per essere poi ripagati con sudicia moneta.

Molto è stato detto e forse anche troppo, vedi la famosissima video recensione di Mike Stoklasa per Red Letter Media e la sconosciuta risposta di 108 pagine che nessuno ha letto; da leggere con gusto invece è la simpatica recensione di questo Phantom Menace che a suo tempo scrisse un 27enne Eli Roth, successivamente regista di Hostel e Cabin Fever e magnifico interprete del Bear Jew in Inglourious Basterds, il quale riversò sulla tastiera una serie infinita di lamentele e insulti al film e chi l’aveva realizzato per concludere poi con una magnifica e condivisibile chiosa:

Still, Natalie Portman’s like totally hot. I kept lookin’ at my date, thinking “Man, if she was Natalie Portman that’d be so awesome. Gettin’ a B.J. from her would rule.”

VOTO:
2 Natalie Portman e mezza

Star Wars- Episodio I - La minaccia fantasma (1999) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti

Il cannibale metropolitano (1992)

Il ragioniere Graham Krakowski vive una vita da mediano americano ed è felice così: la sue più grandi preoccupazioni sono trovare una villetta con giardino che non costi più di 80mila dollari, farsi promuovere per pagare la villetta che non costi più di 80mila dollari e ciularsi la smorfiosa fidanzata a distanza dentro la villetta che non costi più di 80mila dollari.

Purtroppo però, appena preso possesso della benedetta villetta sotto gli 80mila dollari, un immondo vagabondo (da cui il titolo inglese) comincia a ronzargli attorno facendolo uscire di senno e conseguentemente facendogli perdere uno ad uno tutti i capisaldi della vita di un mediano americano.

Un crescendo di misteri, rumori, messaggi minatori, roba fuori posto, merda e omicidi conducono Krakowski sull’orlo del baratro convincendolo che solo una spinta di reni mussoliniane possa portarlo di nuovo a galla.

Il cannibale metropolitano (1992)

Prodotto dalla Brooksfilm di Mel Brooks (con lo stesso regista di The Fly 2, anch’esso prodotto da Brooks), The Vagrant vive in quel triste limbo dei film che non funzionano perché troppo strani e originali per accontentare il pubblico mediano americano che poi è al centro della stramba satira di questa pellicola antiperbenista.

La storia di un cittadino mediocre che, grazie a questa sua sottomissione volontaria, vorrebbe passare dal via per incassare il suo premio di una vita senza troppe preoccupazioni è messa in scena con un’indubbia dose di umorismo dissacrante e situazioni al limite del decente; purtroppo però vedere la madre di questo miserabile impiegato stirare zampe all’aria mentre un poliziotto la prende a pugni sullo sterno per rianimarla oppure assistere ad una vogliosa cicciona vestita di rosa che insiste nel ciucciargli il cazzo dopo avergli portato una torta decorata in stile hawaiano sono elementi che non bastano a rendere una storia coesa e fruibile secondo i classici canoni narrativi occidentali e il film purtroppo si perde continuamente alla fine di ogni assurda scena senza assurgere al titolo di vera perla comica come forse avrebbe voluto.

Un peccato, perché di materiale ce n’era.

VOTO:
3 torte e mezza

Il cannibale metropolitano (1992) voto

Titolo inglese: The Vagrant
Regia: Chris Walas
Anno: 1992
Durata: 91 minuti

Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Al porto di Livorno arriva la barca di un omone grande e grosso ma dal cuore tenero come un soffritto di burro e calamari; il suo nome è Bulldozer.
Perché questo nome?
Semplice: perché lui ero uno che di fronte agli ostacoli non si fermava mai.

E di che ostacoli stiamo parlando?
Di una serie di sfortunati giocatori di football americano che hanno avuto la sfiga di trovarsi contro quest’energumeno senza fine sul campo da gioco.
Perché Bulldozer, prima di finire a pescare pesci e conchiglie rare, era un giocatore coi controfiocchi, uno che calciava la palla a un chilometro di distanza, uno che se ti dava una spallata ti sfondava la cassa toracica.

Poi però un giorno ha smesso, così di colpo, perché a lui le partite truccate gli facevano schifo, ed è scomparso dai radar.

Siccome però ora si trova in necessità di un polverizzatore Thompson e gli unici che possono fornirgli questo pezzo di ricambio per la sua barca sono i militari americani della base di Camp Darby a Livorno, Bulldozer tornerà a calcare il campo da gioco per un’ultima volta prima di tornare a vendere telline e triglie ai mercati rionali del Mediterraneo.

Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Questo è uno dei tanti filmetti con Bud Spencer dove per il 70% del tempo la gente si prende a pizze in faccia in un’interminabile sfilza di situazioni pseudo-comiche che da sole non riescono a reggere sulle spalle una scena che sia una, figuriamoci un intero film.

Visto e rivisto infinite volte su tutte le possibili reti televisive, locali e nazionali, Lo chiamavano Bulldozer lascia chiaramente il tempo che trova e non vale neanche un euro di spesa.
Se però non avete mai visto un film con Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, (un uomo che nella vita, oltre l’attore, ha fatto il nuotatore olimpico, il pallanuotista, il lottatore di lotta greco-romana, il pilota di macchine, di aerei e di elicotteri, il paroliere e il compositore musicale, il pugile e l’imprenditore) e vi trovate tra le mani questa pellicola in forma gratuita, allora potete anche andare… con cautela ed aspettative basse.

PS: Carlo, quasi sempre doppiato, canta qui una canzone con la sua voce reale.

VOTO:
2 buds

Lo chiamavano Bulldozer (1978) voto

Titolo argentino: Lo llaman el demoledor
Regia: Michele Lupo
Anno: 1978
Durata: 110 minuti

Commando (1985)

John Matrix, oltre ad avere un nome a dir poco sconvolgente, è anche un baby pensionato che, dopo aver servito l’esercito degli Stati Uniti d’America compiendo le più empie nefandezze in giro per il mondo, passa le sue soleggiate giornate di quarantenne spaccando la legna o dando da mangiare ai cerbiatti assieme a sua figlia Jenny.

Purtroppo per lui il dittatore Arius, spodestato dal trono dell’isola di Val Verde anche grazie all’intervento del gruppo armato di John, è sulle tracce dei suoi commilitoni; un po’ per fargliela pagare e un po’ per usarlo come killer per caso del neo dittatore messo al suo posto dagli USA.

Per fare questo lo scorbutico Arius gli rapisce la figlia e lo manda via aerea per direttissima a Val Verde con il ricatto di spedirgli a pezzi la cara Jenny nel caso lui disertasse; John invece ci mette cazzo a svignarsela e si prefigge il compito di uccidere Arius e un altro centinaio di persone in 11 ore, cioè prima che il suo aereo atterri e scatti quindi l’allarme.

Sangue a seguire.

Commando (1985)

Classico film d’azione anni ’80 che prende tutti gli stereotipi del genere (machismo, umorismo beffardo, violenza gratuita, omosessualità latente) mischiandoli in un grande calderone dal quale sbuca fuori una massa informe di dimensioni colossali che, nonostante l’inesistenza di una trama articolata e l’evidente scelleratezza di ogni gesto compiuto dal protagonista, riesce comunque ad intrattenere per quell’oretta e mezza facendo succedere una simpatica serie di scenette tra il serio e il faceto che si concludono inevitabilmente con uno o più morti.

Purtroppo parte meglio di come finisce, come la carriera di Arnold Schwarzenegger.

VOTO:
3 calderoni e mezzo

Commando (1985) voto

Titolo brasiliano: Comando para Matar
Regia: Mark L. Lester
Anno: 1985
Durata: 90 minuti