The Jinx (2015)

Come fare fuori 3 persone e farla franca?
Semplice: basta essere ricchi, potenti e senza manie di protagonismo.
Questo è l’insegnamento che si estrapola dalla stupefacente vicenda di Robert Durst, membro reietto della potente famiglia immobiliarista dei Durst; un gruppo che da quasi un secolo risulta tra i primi 5 a Manhattan.

Kathleen McCormack Durst era la prima moglie di Robert; scomparve la notte del 31 gennaio 1982 senza lasciare traccia quando il marito dichiarò di averla lasciata alla stazione dei treni in partenza per Manhattan.
Susan Berman era una delle migliori amiche di Robert; fu uccisa nella sua casa di Los Angeles con un colpo di pistola alla nuca il 24 dicembre 2000. Robert era volato in California pochi giorni prima per poi tornare a New York il giorno stesso dell’omicidio.
Morris Black era il burbero e schivo vicino di casa di Robert durante la sua latitanza in Texas quando si travestiva da donna per sfuggire alle indagini della polizia; il suo corpo fu trovato a pezzi in buste di plastica nella baia di Galveston.

Ora, per molto ma molto ma molto meno c’è gente che viene messa in galera per anni; Robert Durst invece l’ha fatta franca fino a quando non ha voluto forzare all’inverosimile la fortuna contattando il regista Andrew Jarecki perché costui aveva appena realizzato un film sulla scomparsa della sua prima moglie, All Good Things, e chiedendogli se fosse possibile fare un’intervista in cui potesse raccontare la sua versione dei fatti.
E da questo iniziale slancio di protagonismo ne è nato un progetto documentaristico dalla portata incredibile che ha permesso l’arresto di Robert Durst per omicidio di primo grado.

The Jinx (2015)

Straordinario documentario televisivo che parte in maniera quasi tradizionale per calare poi l’asso piglia tutto alla puntata finale.

Se dal punto di vista narrativo non ci sono in realtà particolari innovazioni e su quello tecnico siamo su livelli più che accettabili, la grande forza di questo lavoro sta piuttosto nella capacità dimostrata che il cinema può modificare, in meglio, la realtà.

Se quindi il Cinema ne esce vittorioso, è la società civile a mostrare il nervo debole di un sistema piramidale che premia i potenti e bastona i subordinati: Robert Durst è infatti l’emblema di come un violento psicopatico privo delle più elementari funzioni empatiche possa farla franca quando sguinzaglia i suoi dollaroni per comprarsi la salvezza, basta che poi non insista nel farsi intervistare per un documentario.
Per la serie: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

VOTO:
3 Freedom Tower e mezzo

The Jinx (2015) voto

Titolo originale: The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst
Titolo esteso: The Jinx – La vita e le morti di Robert Durst
Regia: Andrew Jarecki
Anno: 2015
Durata: 6 episodi da 45 minuti circa

Wild Wild Country (2018)

Chandra Mohan Jain, conosciuto anche come Acharya Rajneesh, Bhagwan Shree Rajneesh e con il più recente e più famoso pseudonimo di Osho, nacque in India l’11 dicembre 1931 e mancando di pochi giorni la nascita di Gesù Cristo decise, passo dopo passo, convegno dopo convegno, meditazione dopo meditazione, esperienza traumatica dopo esperienza traumatica, elogio del capitalismo dopo elogio del capitalismo, di fondare una nuova religione chiamata tra gli intimi Sannyasanismo.
Una religione che non fosse però una religione, ma più una commistione di svariati filoni di pensiero ripiegati su loro stessi in un ignorante potpourri culturale secondo il classico stile indiano di fare un masala di ogni cosa col risultato di addormentare i sensi.

Il Sannyasa, per chi non lo sapesse, è l’ultima fase del percorso verso l’illuminazione nella filosofia indiana; la fase della rinuncia alle tentazioni terrene per cercare l’essenza spirituale delle cose e fa abbastanza ridere come questo fosse esattamente l’opposto di quello che avveniva (e avviene) tra i discepoli di questo movimento religioso il cui leader si comprò una quarantina di Rolls-Royce, un orologio da un milione di dollari, un paio di aerei privati e un guardaroba da far invidia a Platinette.
Tutto ovviamente comprato con i soldi ricavati dai beni terreni di quelli che entravano (ed entrano) nel suo Ashram e i golosi ricavati dal merchandising (libri, tazze, magliette, ciabatte) e dai corsi che a tutt’oggi la Osho International Foundation tiene in India e in giro per il mondo.

Ma in questo documentario tutto ‘sto schifo conta fino a un certo punto perché si vuole invece raccontare un periodo specifico di questa follia collettiva chiamata Osho e cioè i 4 anni di permanenza su suolo statunitense dentro un immenso e sperduto ranch nello stato dell’Oregon dove migliaia di devoti crearono una cittadina (quasi) autosufficiente, Rajneeshpuram, secondo i principi professati da questo ciarlatano dal gusto estetico di un macellaio che ha ricevuto una botta in testa, ovvero: tutti lavorano gratis (tranne il leader), nessuno possiede un cazzo (tranne il leader), tutti vivono una sessualità aperta e scevra di ogni costrutto sociale, tutti possiedono e si allenano con fucili d’assalto in caso qualcuno voglia attaccare la comunità e ogni tanto si contaminano con il virus della salmonella svariati ristoranti della contea per virare i prossimi risultati elettorali.

Un paradiso in terra insomma.

Wild Wild Country (2018)

Documentario da montagna russa che conduce abilmente lo spettatore lungo un sali scendi d’emozioni contrastanti probabilmente simili a quelle provate dagl’infantili discepoli di Osho.

Oltre al chiaro appeal dei dettagli più contrastanti come il sesso libero fiondato in mezzo ad una piccola comunità rurale americana di cristiani benpensanti o il clima da paranoia su entrambi i fronti della disputa, quello che più convince è la chiara volontà di non condannare in maniera netta la comunità di Rajneeshpuram e lasciare allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione propria su quello che poi è stato un fenomeno naturale.
Certamente infinitesimo e forse insignificante rispetto ai movimenti celesti, ma non per questo dissimile nella meccanica d’azione, di causa ed effetto.

Perché diciamocelo chiaramente: tutto questo affaccendarsi nella ricerca della verità, della giustizia, dell’illuminazione, della retta via e via dicendo non ha poi alcun senso al di fuori dell’antropocentrica percezione umana delle cose.
La spiegazione più semplice se il mondo sia giusto o sbagliato è che “giusto” o “sbagliato” sono solo costrutti umani.

Nessuno si sognerebbe mai di dire se un onda del mare sia giusta o sbagliata; un onda come un soffio di vento o un’eruzione vulcanica sono fenomeni naturali risultanti da una miriade di fattori scatenanti che hanno condotto, ciascuno con il suo piccolo contributo, alla condizione presente.
Ogni gesto o fenomeno o pensiero di ogni momento è perfetto in quanto esistente; è perfetto perché è la risultanza del percorso di minor attrito lungo la discesa spazio-temporale chiamata gravitazione e quindi non ha alcun senso parlare di giusto o sbagliato esattamente come non avrebbe senso domandarsi se il colore arancione sia giusto o sbagliato.

L’estinzione dei dinosauri?
Un meteorite.
L’estinzione dei dodo?
Il contatto con una specie predatrice superiore come gli esseri umani.
Il capitalismo americano del 20esimo secolo?
Evidentemente era il sistema vincitore date le circostanze.
Le proteste in piazza contro questo o quello?
Un’ovvia risultante delle tensioni sociali.
La violenza della guerra?
Se non lo fosse, si chiamerebbe pace.
Il WWF?
Una virata ambientalista della specie umana era telefonata.
Il cannibalismo delle tribù sudamericane?
Come poteva essere altrimenti vista l’inesistenza di bestiame d’allevamento?
Il successo planetario di Osho?
Era scontato che una serie incoerente di cialtronate in salsa new age infarcite di sesso libero e la promessa della liberazione dai dogmatismi dell’era odierna facesse presa nei cuori e nelle menti di migliaia di persone private dalle società umane contemporanee del più fondamentale dei sentimenti umani, il sentirsi amati.

VOTO:
4 dodo

Wild Wild Country (2018) voto

Titolo polacco: Bardzo dziki kraj
Regia: Maclain Way, Chapman Way
Anno: 2018
Durata: 6 episodi da 1 ora

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

I padroni del mondo (2009)

C’è vita nell’universo?

La risposta è ovviamente sì: siamo noi e tutte le altre specie viventi che abitano il pianeta Terra.

C’è vita nell’universo al di fuori del nostro pianeta?
Non lo so e probabilmente non si saprà mai se si vuole seguire ragionamenti logico-filosofici tipo il paradosso di Fermi secondo il quale, siccome ci sono infiniti mondi nell’universo e questi infiniti mondi hanno un’infinita possibilità di avere le condizione adatte allo sviluppo della vita, il fatto che non abbiamo ancora incontrato nessuna forma di vita aliena vuol dire che o non esistono o siamo gli ultimi sopravvissuti di queste infinite forme di vita o queste sono impossibilitate a raggiungerci per questioni fisiche tipo l’insuperabilità della velocità della luce.

Ma tutto questo a Massimo Mazzucco, documentarista low budget e creatore di parecchie opere “cospirazioniste”, frega cazzi; lui va dritto per la sua strada e propone un potpourri di immagini traballanti e interviste che io non ho né la voglia né il tempo di andare a verificare perché alla fine dei giochi quello che conta con questo tipo di film è crederci giusto il tempo della loro durata.

Perché io mi diverto molto a guardare questo tipo di ricostruzioni con le musiche misteriose e le foto sgranate, sia per l’aspetto puramente ludico che per gli spiragli di verità che possono celare dietro l’angolo tipo il fatto che la segretezza dei vertici militari riguardo attività volanti sospette è cosa conclamata.

Che queste siano poi probabilmente il frutto di esperimenti bellici terrestri tenuti nascosti per ragioni di semplice spionaggio, frega cazzi a me.

VOTO:
2 angoli e mezzo

I padroni del mondo (2009) voto

Titolo inglese: The Lords of the World
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2009
Durata: 84 minuti

American Moon (2017)

Il 20 luglio 1969 la missione americana Apollo 11 sbarcava sulla Luna permettendo ad un essere umano (Neil Armstrong) di mettere piede, per la prima volta nella storia, su un corpo celeste che non fosse la Terra.
Successivamente, tra il 1969 e il 1972, altre 5 missioni Apollo sono andate e tornate dal nostro satellite artificiale facendo salire a 12 il numero di uomini che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia, oltre che sulla Luna.

Ma le cose stanno veramente così?

Secondo Massimo Mazzucco non è tutto oro quello che luccica: sarebbero infatti numerosi gli indizi che puntano in un’altra inquietante direzione, ovvero che la NASA e il governo americano si siano inventati questi allunaggi a puro scopo propagandistico anti-sovietico vista l’impossibilità di portare realmente un uomo sulla Luna con i mezzi dell’epoca.

American Moon (2017)

Lungo ed esaustivo documentario “complottista” che, dopo una breve infarinatura storica per mettere in chiaro le motivazioni politiche delle missioni lunari, va a passare al vaglio tutte le principali stranezze e incongruenze che hanno fatto gridare alla messa in scena più d’una persona lungo il corso degli ultimi  50 anni.

Se da un lato non posso dirmi pienamente convinto sia della realizzazione tecnica un po’ datata e sia dei tentativi di smontaggio della tesi ufficiale secondo la quale abbiamo mandato degli esseri umani sulla Luna con dei computer poco più potenti di una calcolatrice Casio, dall’altra non posso non ammettere la fascinazione per alcuni misteri che aleggiano attorno a quella che è forse la tesi complottista più famosa del mondo.

Sono tantissimi gli argomenti trattati (tipo i problemi tecnici generali per mandare un equipaggio sulla Luna e farlo tornare indietro, l’atmosfera da set cinematografico, lo specchio riflettente, le fasce di Van Halen, la polvere lunare, i campioni di roccia, il modulo lunare LM, la documentazione originale del LM scomparsa, le registrazioni e le rilevazioni dell’Apollo 11 andate perdute, la Rover TV, le impronte degli scarponi, i cavi, la bandiera, i raggi cosmici sulle pellicole fotografiche, gli apparenti punti luce artificiali, le ombre non parallele e sfumate), e tutti sono trattati con molta logica ed onestà intellettuale, spesso e volentieri tenendo conto delle tesi dei cosiddetti debunkers, ovvero quelli che le teorie complottiste si divertono a smontarle confermando la versione ufficiale.

Ora, io non lo so quanto Mazzucco abbia ragione e se sorvoli sugli argomenti a sfavore della sua tesi alternativa, ma posso dire con buona certezza (visto che è un argomento che conosco molto bene per averlo studiato ed averci lavorato) che tutta la parte relativa alle incongruenze fotografiche è obiettivamente sconcertante e presenta moltissimi dubbi sulla veridicità di alcune delle foto presumibilmente scattate sulla Luna.

Insomma, dopo 3 ore e mezza di bombardamento verbale complottista rimango ancora abbastanza convinto che ci siamo andati sulla Luna, ma lascio la porta aperta perché le persone come Massimo Mazzucco usano molto umilmente una delle cose a me più care: la logica.

VOTO:
3 LM e mezzo

American Moon (2017) voto

Titolo originale: American Moon
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2017
Durata: 200 minuti

L’altra Dallas – Chi ha ucciso RFK? (2007)

Robert Francis Kennedy è uno degli 8 fratelli di John Fitzgerald Kennedy, quel presidente americano a cui il 22 novembre 1963 fecero platealmente scuppiare la capocchia mentre sfilava in parata a Dallas; un omicidio molto famoso che ha generato infinite teorie complottiste di persone per nulla convinte che fosse stato un pazzo solitario a centrare il giovane presidente con un vecchio fucile.

E simile fine fece suo fratello Robert visto che il 6 giugno 1968 un immigrato giordano, il quale a tutt’oggi nega di ricordare cosa abbia fatto quel giorno, gli sparò in testa con una pistola mentre il senatore passava per le cucine dell’hotel Ambassador di Los Angeles.
Però, a differenza del più famoso fratello, Bobby non ha ricevuto la stessa attenzione dei complottisti mondiali perché la dinamica dell’omicidio fu molto diretta e poco interpretabile: colpo in testa da 1 metro di distanza con numerosi testimoni presenti.
Ciononostante Massimo Mazzucco, “famoso” documentarista italiano che ha vissuto molti anni in USA lavorando come sceneggiatore per Dino De Laurentiis e che poi ha deciso di rivolgere la sua attenzione al mondo dell’informazione alternativa, ha voluto esplorare meglio la vicenda producendo un’oretta di materiale molto interessante.

Ora, io non ho alcuna idea se quello che Massimo dice corrisponda a verità, ma devo ammettere che il film è accattivante e ne consiglio quindi la visione (gratuita, sul web).

VOTO:
3 web e mezzo

L'altra Dallas - Chi ha ucciso RFK? (2007) voto

Titolo originale: The Second Dallas – Who Killed RFK?
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2007
Durata: 52 minuti

Making a Murderer: 1° stagione (2015)

Il cittadino statunitense Steven Avery fu condannato nel 1985 per un crimine che non aveva commesso: l’assalto, lo stupro e il tentato omicidio di Penny Beerntsen, una rispettabile donna residente nella stessa contea; uscito di galera nel 2003 grazie a nuovi test del DNA, Steven fece ovviamente causa allo Sceriffato locale e alla Contea per la bella sommetta di 36 milioni di dollari.

Altrettanto ovviamente lo sceriffato e la contea non la presero molto bene e quando due anni dopo si presentò loro l’occasione d’incastrarlo per un altro delitto, questa volta ancora più grave (ovvero lo stupro, la tortura, l’omicidio e l’occultamento del cadavere della giovane Teresa Halbach), non poterono resistere dal virare le investigazioni a loro favore per metterlo definitivamente in culo al povero Steven il quale, dal canto suo, voleva solo passare il resto della sua vita circondato dagli affetti che ingiustamente gli erano stati tolti per 18 anni.

Making a Murderer (2015)

Quando Netflix incontra Un giorno in pretura ecco che ti sorprendi nell’assistere all’interminabile epopea di un povero e ignorante cittadino semplice contro il gigante statale che lo accusa di crimini verso i quali il cittadino semplice si dichiara innocente.

Le vicende che hanno avviluppato l’esistenza di Steven Avery, le accuse, le condanne, le prove, i fatti, i test, gli avvocati, i giudici, i testimoni, le fotografie, le ossa, il sangue, le pallottole, le confessioni, i ritrattamenti, i pianti confluiscono in fiume in piena che è difficile da digerire in 10 episodi; nonostante la bravura dei realizzatori nel rendere avvincente una roba noiosa come i processi, non si riesce a soddisfare appieno né la sete di conoscenza su quello che è accaduto alla povera Teresa e né quella di giustizia per un processo imparziale e privo di pregiudizi, col risultato di trovarsi ogni tanto con qualche sbadiglio di troppo.

Making a Murderer cerca di raccontare come sia facile per una comunità d’individui omogenea piantare il dito accusatorio contro il diverso, contro la tara genetica (come sono stati definiti gli Avery), contro una famiglia di veri americani, di quelli che si sposavano tra parenti e andavano a caccia di cervi col fucile; l’America vera, quella che ha colonizzato il continente mentre l’elite bianca e puritana restava 10 passi indietro aspettando che questi esploratori pulissero il terreno per l’arrivo dei ricchi per poi sloggiare velocemente più avanti mentre i nuovi venuti godevano del frutto di questo sporco lavoro.

Sfortuna volle che a un certo punto l’ovest finì quando questi brutti sporchi e cattivi americani veri raggiunsero l’Oceano Pacifico e non ci fu quindi più una meta verso cui spingere questa massa di poveracci contro i quali quindi cominciò lentamente a sollevarsi un polverone accusatorio che voleva addossare loro ogni colpa, come fossero una sorta di capri espiatori collettivi.

La verità invece è che:
1 – l’ignoranza e la grettezza sono solo i sintomi di un male chiamato “sistema piramidale” che scarica sul più debole i problemi del più forte.
e 2 – quando c’è un omicidio, i primi sospettati sono sempre i familiari stretti, perché nel 90% dei casi si viene uccisi da chi si conosce ed ama, non da un poveraccio semi sconosciuto appena uscito di galera per un crimine mai commesso.

VOTO:
3 semi sconosciuti e mezzo

Making a Murderer (2015) voto

Titolo turco: Bir Katil Yaratmak
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Stagione: prima
Anno
: 2015

Durata: 10 episodi da 45 minuti circa

LA 92 (2017)

Il 3 marzo del 1991 il cittadino afro-americano Rodney King è stato fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità, è stato fatto scendere con forza dalla macchina che stava guidando sotto effetto di alcolici ed è stato pestato fino a fargli perdere la ragione riducendolo ad un’enorme massa umana strisciante il terreno.

Per questo spudorato crimine, 4 poliziotti sono stati portati in tribunale ma nessuno di loro è stato condannato perché il loro comportamento è stato ritenuto nei limiti della legge; come dichiarato da uno di loro, a volte la polizia ci va giù duro, dispiace ma è così che funziona.

Schifati dal verdetto finale e da centinaia d’anni di vessazioni, migliaia di afro-americani si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco la città; chi prendendosela con le autorità, chi prendendo a sassate qualunque bianco passasse al tiro e chi (molti) assaltando negozi e attività, prima svuotandoli di qualunque cosa capitasse sotto mano e finendo poi per dare fuoco al tutto.

Un casino che è durato qualche giorno e che ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto la società americana sia divisa e sull’orlo di una crisi di nervi e come l’essere umano sia capace di qualunque cosa se spinto oltre i suoi limiti di sopportazione.

LA 92 (2017)

Avvincente documentario che ripercorre le vicende storico-sociali che hanno portato alle famose rivolte di Los Angeles del 1992 facendo al contempo un parallelo con un’altra rivolta avvenuta sempre a Los Angeles nel 1965 a seguito di un episodio molto simile a quello di Rodney King.
E lo fa privando lo spettatore del classico commento, ma lasciando lavorare le stupefacenti immagini provenienti da centinaia di fonti, dal telegiornale al cittadino comune armato di telecamera, riuscendo in molti casi a dare addirittura campi e controcampi di quelle scene di violenza diffusa.

Passato il chiaro commento sulla mano pesante della polizia, quello che emerge è anche e soprattutto un monito sul pericolo di future rivolte tra le minoranze americane e tra queste e l’elite dominante se la società americana (come anche il resto del mondo) non la smette di affamare e sottomettere una sezione demografica per arricchirne un’altra.

VOTO:
4 elite

LA 92 (2017) voto

Titolo originale: LA 92
Regia: Dan Lindsay e TJ Martin
Anno: 2017
Durata: 116 minuti

The Endurance (2000)

Il 5 dicembre del 1914 la nave inglese Endurance, comandata da Sir Ernest Henry Shackleton e veleggiata da 28 sfigatissimi marinai, partì alla volta del continente Antartico; l’obiettivo era passarlo a piedi da parte a parte, sbarcando sulle coste fronteggianti il sud America e salpando su quelle opposte, per dirigersi poi verso l’Oceania e da lì fare ritorno a casa.

I 29 avventurieri però non fecero neanche in tempo a toccare il polo sud perché si ritrovarono imprigionati dai ghiacci perenni che piano piano ma inesorabilmente finirono per schiacciare la loro nave facendola affondare di fronte ai loro occhi di uomini spiaggiati su una vasta lastra di ghiaccio spessa neanche 2 metri.

Solo il 30 agosto 1916 (dopo 634 giorni) questi disperati furono tratti in salvo; nel frattempo avevano attraversato ghiacci, solcato un oceano gelido su 3 scialuppe di salvataggio ed avevano cacciato foche e pinguini per sopravvivere a condizioni climatiche così avverse da far morire chiunque nel giro di poche ore.

The Endurance (2000)

Emozionante e avvincente storia vera illustrata grazie alle splendide foto e ai filmati originali che Frank Hurley, il fotografo dell’equipaggio, riuscì a portare indietro da quell’assurdo viaggio; il tutto narrato dalla calda e rilassante voce di Liam Neeson.

Il documentario non è niente di trascendentale e rivela la sua origine televisiva; d’altra parte dalla sua ha una solidissima storia da raccontare e uno stile che in più frangenti rimanda all’alto e all’eterno.

VOTO:
4 Liam Neeson

The Endurance (2000) voto

Titolo completo: The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition
Regia: George Butler
Anno: 2000
Durata: 97 minuti

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

The God Who Wasn’t There (2005)

Il Gesù di Galilea, nato da una minorenne vergine impregnata dallo Spirito Santo, fautore di molteplici miracoli acclamati a furor di popolo, morto per i peccati degli esseri umani e risorto dopo 3 giorni non è mai esistito; si tratta altresì di una collezione molto disomogenea e contraddittoria di molteplici leggende e culti di diversa origine spaziale e temporale venutisi a mischiare nel corso dei secoli attorno ad una figura unica chiamata Cristo o Figlio dell’uomo o Messia o Buon pastore o Redentore o Salvatore del mondo o Liberatore o Gigi Sabani o Verità o Luce.

The God Who Wasn't There (2005)
o Nottambulo

Questo buon documentario, tutto imperniato sulla famosa figura mitologica del Cristo, nasce chiaramente da una rivalsa personale dell’autore/regista, ateo convinto dopo essere cresciuto a pane e cristianesimo, il quale ha dovuto lottare non poco con i sensi di colpa e le angosce che quest’educazione primitiva gli ha lasciato nel cuore e nella mente.

Solo abbozzata, nonostante a mio modesto avviso sia poi la parte più interessante, è l’ipotesi bistrattata dalla comunità scientifica (ma quasi certamente vera) che il culto di Cristo sia in realtà uno dei tanti Culti Misterici; religioni segrete i cui discepoli giuravano di non rivelare le credenze e le ritualità al mondo esterno (come in Scientology), quasi tutte fondate attorno al tema della “Morte e Resurrezione” e probabilmente nate nel mondo agricolo col suo ciclo naturale di vita morte e rinascita.
Culti di dei come Mitra, Iside, Dioniso, Persefone, Orfeo, Demetra (con cui difatti Gesù condivide parecchie caratteristiche) i quali, nonostante la loro segretezza, hanno influenzato profondamente la cultura greco-romana come ad esempio è facile desumere dal romanzo sulla “trasformazione, purificazione e rinascita” per eccellenza, ovvero Le Metamorfosi di Apuleio; storia di un uomo divenuto asino e poi tornato umano grazie ad Iside, tipo Pinocchio con la Fata Turchina (Collodi il Misterico).
L’unica differenza tra il Cristianesimo e queste religioni oramai scomparse starebbe nella rottura del punto centrale, ovvero la segretezza, ad opera di San Paolo, il primo e anche il più importante dei divulgatori della neo religione; una rottura che ne ha comportato la sua fortuna e cioè l’ampia diffusione tra le classi più numerose, quelle povere.

D’altra parte bisogna dire che la fede in Cristo Redentore Nottambulo è un concetto talmente alto che pecchiamo di presunzione quando cerchiamo di comprenderlo con gli strumenti di noi poveri mortali; proprio come quando leggiamo in ossequioso stupore il magnifico passaggio di Apocalisse 3.20:
“Ecco, sto alla porta e busso.”

VOTO:
3 porta a porta e mezza

The God Who Wasn't There (2005) voto

Titolo russo: Бог, которого не было
Regia: Brian Flemmings
Anno: 2005
Durata: 62 minuti

Doc of the Dead (2014)

Vi siete mai chiesti da dove deriva la parola zombie?
Come quando e perché nasce il fenomeno?
Chi sono i padri fondatori del genere e che opinione hanno della sua (d)evoluzione da prodotto di nicchia a prodotto di sistema?

Questo e (poco) altro vi aspetta in questo piccolo documentario che, attraverso numerose interviste a tantissimi personaggi che hanno animato questa particolare scena horror nel corso dei decenni, cerca di riassumere (sia ad un pubblico profano che ad uno più avvezzo al genere) vita morte e miracoli del personaggio horror cinematografico più recente.

VOTO:
3 fenomeni e mezzo

Doc of the Dead (2014) voto

Titolo russo: Зомби в массовой культуре
Regia: Alexandre O. Philippe
Anno: 2014
Durata: 81 minuti