LA 92 (2017)

Il 3 marzo del 1991 il cittadino afro-americano Rodney King è stato fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità, è stato fatto scendere con forza dalla macchina che stava guidando sotto effetto di alcolici ed è stato pestato fino a fargli perdere la ragione riducendolo ad un’enorme massa umana strisciante il terreno.

Per questo spudorato crimine, 4 poliziotti sono stati portati in tribunale ma nessuno di loro è stato condannato perché il loro comportamento è stato ritenuto nei limiti della legge; come dichiarato da uno di loro, a volte la polizia ci va giù duro, dispiace ma è così che funziona.

Schifati dal verdetto finale e da centinaia d’anni di vessazioni, migliaia di afro-americani si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco la città; chi prendendosela con le autorità, chi prendendo a sassate qualunque bianco passasse al tiro e chi (molti) assaltando negozi e attività, prima svuotandoli di qualunque cosa capitasse sotto mano e finendo poi per dare fuoco al tutto.

Un casino che è durato qualche giorno e che ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto la società americana sia divisa e sull’orlo di una crisi di nervi e come l’essere umano sia capace di qualunque cosa se spinto oltre i suoi limiti di sopportazione.

LA 92 (2017)

Avvincente documentario che ripercorre le vicende storico-sociali che hanno portato alle famose rivolte di Los Angeles del 1992 facendo al contempo un parallelo con un’altra rivolta avvenuta sempre a Los Angeles nel 1965 a seguito di un episodio molto simile a quello di Rodney King.
E lo fa privando lo spettatore del classico commento, ma lasciando lavorare le stupefacenti immagini provenienti da centinaia di fonti, dal telegiornale al cittadino comune armato di telecamera, riuscendo in molti casi a dare addirittura campi e controcampi di quelle scene di violenza diffusa.

Passato il chiaro commento sulla mano pesante della polizia, quello che emerge è anche e soprattutto un monito sul pericolo di future rivolte tra le minoranze americane e tra queste e l’elite dominante se la società americana (come anche il resto del mondo) non la smette di affamare e sottomettere una sezione demografica per arricchirne un’altra.

VOTO:
4 elite

LA 92 (2017) voto

Titolo originale: LA 92
Regia: Dan Lindsay e TJ Martin
Anno: 2017
Durata: 116 minuti

The Endurance (2000)

Il 5 dicembre del 1914 la nave inglese Endurance, comandata da Sir Ernest Henry Shackleton e veleggiata da 28 sfigatissimi marinai, partì alla volta del continente Antartico; l’obiettivo era passarlo a piedi da parte a parte, sbarcando sulle coste fronteggianti il sud America e salpando su quelle opposte, per dirigersi poi verso l’Oceania e da lì fare ritorno a casa.

I 29 avventurieri però non fecero neanche in tempo a toccare il polo sud perché si ritrovarono imprigionati dai ghiacci perenni che piano piano ma inesorabilmente finirono per schiacciare la loro nave facendola affondare di fronte ai loro occhi di uomini spiaggiati su una vasta lastra di ghiaccio spessa neanche 2 metri.

Solo il 30 agosto 1916 (dopo 634 giorni) questi disperati furono tratti in salvo; nel frattempo avevano attraversato ghiacci, solcato un oceano gelido su 3 scialuppe di salvataggio ed avevano cacciato foche e pinguini per sopravvivere a condizioni climatiche così avverse da far morire chiunque nel giro di poche ore.

The Endurance (2000)

Emozionante e avvincente storia vera illustrata grazie alle splendide foto e ai filmati originali che Frank Hurley, il fotografo dell’equipaggio, riuscì a portare indietro da quell’assurdo viaggio; il tutto narrato dalla calda e rilassante voce di Liam Neeson.

Il documentario non è niente di trascendentale e rivela la sua origine televisiva; d’altra parte dalla sua ha una solidissima storia da raccontare e uno stile che in più frangenti rimanda all’alto e all’eterno.

VOTO:
4 Liam Neeson

The Endurance (2000) voto

Titolo completo: The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition
Regia: George Butler
Anno: 2000
Durata: 97 minuti

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

The God Who Wasn’t There (2005)

Il Gesù di Galilea, nato da una minorenne vergine impregnata dallo Spirito Santo, fautore di molteplici miracoli acclamati a furor di popolo, morto per i peccati degli esseri umani e risorto dopo 3 giorni non è mai esistito; si tratta altresì di una collezione molto disomogenea e contraddittoria di molteplici leggende e culti di diversa origine spaziale e temporale venutisi a mischiare nel corso dei secoli attorno ad una figura unica chiamata Cristo o Figlio dell’uomo o Messia o Buon pastore o Redentore o Salvatore del mondo o Liberatore o Gigi Sabani o Verità o Luce.

The God Who Wasn't There (2005)
o Nottambulo

Questo buon documentario, tutto imperniato sulla famosa figura mitologica del Cristo, nasce chiaramente da una rivalsa personale dell’autore/regista, ateo convinto dopo essere cresciuto a pane e cristianesimo, il quale ha dovuto lottare non poco con i sensi di colpa e le angosce che quest’educazione primitiva gli ha lasciato nel cuore e nella mente.

Solo abbozzata, nonostante a mio modesto avviso sia poi la parte più interessante, è l’ipotesi bistrattata dalla comunità scientifica (ma quasi certamente vera) che il culto di Cristo sia in realtà uno dei tanti Culti Misterici; religioni segrete i cui discepoli giuravano di non rivelare le credenze e le ritualità al mondo esterno (come in Scientology), quasi tutte fondate attorno al tema della “Morte e Resurrezione” e probabilmente nate nel mondo agricolo col suo ciclo naturale di vita morte e rinascita.
Culti di dei come Mitra, Iside, Dioniso, Persefone, Orfeo, Demetra (con cui difatti Gesù condivide parecchie caratteristiche) i quali, nonostante la loro segretezza, hanno influenzato profondamente la cultura greco-romana come ad esempio è facile desumere dal romanzo sulla “trasformazione, purificazione e rinascita” per eccellenza, ovvero Le Metamorfosi di Apuleio; storia di un uomo divenuto asino e poi tornato umano grazie ad Iside, tipo Pinocchio con la Fata Turchina (Collodi il Misterico).
L’unica differenza tra il Cristianesimo e queste religioni oramai scomparse starebbe nella rottura del punto centrale, ovvero la segretezza, ad opera di San Paolo, il primo e anche il più importante dei divulgatori della neo religione; una rottura che ne ha comportato la sua fortuna e cioè l’ampia diffusione tra le classi più numerose, quelle povere.

D’altra parte bisogna dire che la fede in Cristo Redentore Nottambulo è un concetto talmente alto che pecchiamo di presunzione quando cerchiamo di comprenderlo con gli strumenti di noi poveri mortali; proprio come quando leggiamo in ossequioso stupore il magnifico passaggio di Apocalisse 3.20:
“Ecco, sto alla porta e busso.”

VOTO:
3 porta a porta e mezza

The God Who Wasn't There (2005) voto

Titolo russo: Бог, которого не было
Regia: Brian Flemmings
Anno: 2005
Durata: 62 minuti

Doc of the Dead (2014)

Vi siete mai chiesti da dove deriva la parola zombie?
Come quando e perché nasce il fenomeno?
Chi sono i padri fondatori del genere e che opinione hanno della sua (d)evoluzione da prodotto di nicchia a prodotto di sistema?

Questo e (poco) altro vi aspetta in questo piccolo documentario che, attraverso numerose interviste a tantissimi personaggi che hanno animato questa particolare scena horror nel corso dei decenni, cerca di riassumere (sia ad un pubblico profano che ad uno più avvezzo al genere) vita morte e miracoli del personaggio horror cinematografico più recente.

VOTO:
3 fenomeni e mezzo

Doc of the Dead (2014) voto

Titolo russo: Зомби в массовой культуре
Regia: Alexandre O. Philippe
Anno: 2014
Durata: 81 minuti

Citizenfour (2014)

Edward Snowden, dopo aver lavorato come informatico per i servizi segreti americani ed essere rimasto un po’ scioccato dall’invasione nella privacy dei cittadini di mezzo mondo, ha deciso di vuotare il sacco in presenza di un paio di giornalisti e una documentarista; questo è il resoconto visivo del loro incontro ad Hong Kong durato 4 giorni.

Era giugno 2013 e la stampa rivelava il più grande intrufolamento governativo nei nostri fatti personali mai visto al mondo; ovviamente questo non ha minimamente smosso l’opinione pubblica che, presa com’è dalle miserie quotidiane, non ha né la voglia né le competenze per immergersi in questo tipo di rivelazioni.

Le apparizioni mariane invece, data la familiarità con la materia e la minima massa cerebrale necessaria per abbracciare la fede, vanno alla grande su quasi tutti i maggiori canali televisivi italiani.

Citizenfour (2014)

Se nella recensione del film di Oliver Stone basato su questo documentario, che prendeva e rielaborava per scopi narrativi sia l’incontro con i giornalisti che il dietro le quinte della vita personale di Edward, concludevo con quest’avventato urlo di terrore verso le cospirazioni governative:

Attenti ai rettiliani ! Ci controllano la testa con le onde radio !! Copritevi con la carta stagnola !!! Elvis è vivo !!!! Fiorello è un fascista !!!!! Tua madre pure !!!!!!

Oggi che ho constatato con i miei occhi l’inevitabilità della fede in Cristo nostro redentore, non posso far altro che gettarmi in ginocchio ai piedi dei Santi chiamati a raccolta per ascoltare i lamenti dei fedeli imprigionati in questo mondo terreno fatto di poveracci che non possono alzare un dito contro l’ingiusto status quo e di governi fantoccio retti da oligarchie intellettuali dal vago sentore autistico.

Un buon film, comunque.

VOTO:
4 fantocci

Citizenfour (2014) voto

Titolo russo: Гражданин четыре
Regia: Laura Poitras
Anno: 2014
Durata: 114 minuti

Caro diario (1993)

Trittico di vicissitudini Morettiane in forma diaristica che rappresenta probabilmente la summa e l’apice della filmografia “prima maniera” del regista romano, ovvero quella più autobiografica e comico-infantile.

Il primo episodio vede Nanni andare in giro per una Roma deserta d’agosto (un ricordo oramai lontano in questi tempi di 24/7) compiacendo i suoi due grandi feticismi: le scarpe e le case.
Il secondo, l’eterno girovagare di due anime in pena tra le isole Eolie, è una rivisitazione in chiave sociologica dell’Odissea, intesa anche e soprattutto come ricerca di se stessi.
Ed infine il terzo è la rievocazione stile Blu Notte dell’agognata ricerca dell’origine di un misterioso prurito che ha afflitto realmente Moretti qualche tempo prima.

Caro diario (1993)

Grande ricordo adolescenziale e grande risultato assicurato anche all’ennesima visione di un film che, costato probabilmente molto poco, è riuscito a portare a casa il premio come miglior regia al Festival di Cannes.
Mica cazzi.

Strutturato in 3 episodi a loro volta organizzati in stanze composte di una o due scene, Caro diario riesce bene ad esprimere una miriade di emozioni, spesso anche contrastanti, mediante l’uso sapiente di dialogo (parco) e un montaggio asciutto (e per questo esilarante).
Non mancano i momenti forti e carichi di poetica; principe tra tutti ovviamente il lungo piano sequenza ad omaggiare Pier Paolo Pasolini che probabilmente rimane il punto più alto mai raggiunto da Nanni: uno srotolarsi di note per le desolate vie di una periferia romana piegata accanto al mare che sembra non essere cambiata molto nei 20 anni trascorsi tra realizzazione del film e l’assassinio del regista delle borgate.

VOTO:
5 Pasolini in vacanza con la Callas

Caro diario (1993) voto

Titolo inglese: Dear Diary
Regia: Nanni Moretti
Anno: 1993
Durata: 100 minuti
Compralo: http://amzn.to/2fWBlP7

Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccola vera tragicomica storia pugliese di un ignorantello che poco dopo il mezzo del cammin di sua vita ancora non è riuscito a realizzare il sogno più grande: fare il becchino.

Tra distorte interviste ad amici e conoscenti, (letterali) carrellate per le strade del cimitero di Mariotto e un’interminabile serie di parole arrangiate alla rinfusa dal protagonista Pinuccio, si scopre a poco a poco quell’innegabile legame umano che unisce tutti quanti: stupidi furbi ricchi poveri maschi femmine e cantanti, su un tappeto di contanti nel cielo blu.

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccolo documentario per piccola grande storia di uno di noi, anche lui nato per caso in Italia; un paese dove ti mandano a lavorare da minorenne, ti ficcano in testa stupide e dolorose idee religiose, ti fanno attaccare i manifesti elettorali per un posto di lavoro e poi ti buttano via quando hanno finito con te… e devi sperare che qualche anima buona si ricordi di te quando verrà la Signora a prendersi la tua.

Di materiale umano ce n’è, ma bisogna ringraziare soprattutto il cinematografo (Michele D’Attanasio che ha firmato Lo chiamavano Jeeg Robot) e il montatore che ha fatto i miracoli dando un bel ritmo al tutto.

VOTO:
4 Signore

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008) voto

Titolo originale:
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2008
Durata: 56 minuti

I Go Back Home: Jimmy Scott (2016)

Abbiamo visto il film col cantante jazz vecchio bavoso.

Si parla di:
Jimmy Scott, Aspettative, Prime impressioni, Prestazioni sessuali a Villa Borghese, Inseguitori, una Cosa Brutta, una Cosa che colpisce, Buonismi, meccanismi di Difesa, Quadri e belle Donne, Virginia Raggi, Blues melanconico, Elton John strunzo, Joe Pesci cantante, Madonna bIIIp, il Sottobosco romano, Nepotismo, Luca Lionello e Pubblico di riferimento.

Titolo originale: I Go Back Home: Jimmy Scott
Regia: Yoon-Ha Chang
Anno: 2016
Durata: 96 minuti

The Weather Underground (2002)

Breve percorso ricapitolativo sulla breve ma intensa storia del gruppo rivoluzionario marxista-leninista anni ’60/’70 conosciuto come “The Weathermen”, fazione (o sarebbe meglio chiamare “setta” per la sua natura segreta ed esclusiva) parecchio violenta e certamente bombarola distaccatasi senza poche contestazioni dal movimento studentesco americano SDS (Student for a Democratic Society) dell’università del Michigan.
Questi scalmanati con poca o punta cultura in testa e parecchia droga nelle vene (come si evince chiaramente dai discorsi pressapochisti e dalle interviste tra il circense e le sbattute di piedi adolescenziali rilasciate ai vari giornalisti durante quegli anni caldi) pensavano molto male che, siccome il loro governo usava violenza e morte verso popolazioni tipo quella vietnamita del nord o quella laotiana e opprimeva sistematicamente la minoranza nera statunitense, allora loro erano giustificati a portare la violenza in casa sotto forma di dinamite, non a caso il loro slogan era “Bring the War Home”.

Dopo qualche anno di clandestinità, una prolifica attività di detonaggio verso questo o quel luogo simbolo del potere (banche, statue, edifici governativi) ed il loro avvicinamento alla fase adulta (avere 30 anni e i figli a carico), i Metereologi alla macchia si sono infine consegnati uno ad uno alle autorità e, scampata la galera per i metodi illegali con cui l’FBI aveva raccolto molte prove a loro carico, sono poi tutti rientrati perfettamente nel sistema dal quale in realtà non si erano mai veramente distaccati, chi insegnando all’università e chi aprendosi un bar a New York.

Perché solo i veri coglioni proletari (che questi parolai dal grilletto facile pensavano di difendere) si fanno il culo una vita intera e alla fine rimangono a servire panini al fast food con la paga minima.

Se va bene.

The Weather Underground (2002)

Grossa delusione per un documentario che volevo vedere da oramai 5 anni; da quando cioè, molto distrattamente, mi era stato consigliato dal professore di film documentario alla scuola cinematografica indiana dove ho studiato, da vero privilegiato quale sono rispetto al carico di dolore e miseria che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale porta in groppa silenziosamente ogni giorno.

A differenza però di questi sedicenti rivoluzionari con le famiglie ricche io ho imparato ben presto che l’unica cosa di cui si può esser certi (e solo nell’esatto momento in cui la si pronuncia) è la propria opinione; tanto meno è lecito professarsi leader della classe operaia perché si è letto una decina di libri scritti da altrettanti privilegiati bianchi europei (tanto per usare la stessa medicina di pretesa diversità culturale di cui si riempiono la bocca senza averne ben chiaro il vero motivo).

L’unico di questi adolescenti cresciuti tardi ad essersi reso conto della ridicola situazione pericolosa nella quale hanno allegramente sguazzato per una decina d’anni è quello che alla fine si è aperto un bar a New York, dimostrando anche nella pratica la sua pragmaticità e il suo materialismo, il quale ha perfettamente colto la fondamentale fallacia di tutti quelli che giungono per una via e per l’altra all’infantile convinzione di essere in missione speciale per la salvezza del genere umano, siano essi terroristi islamici o ridicoli bombaroli di De Andreiana memoria: il fine non giustifica mai i mezzi e per liberare gli oppressi non si può opprimere gli oppressori… perché il cambiamento sociale non è come sturare un lavandino, ma è un processo tortuoso, lungo e che deve coinvolgere tutti.

Il documentario resta molto interessante e ben fatto e, per chi come me riesce a distinguere tra opera ed autore, può essere anche una valido viadotto verso un’importante discussione sulla logica, unica ancora di salvezza per la specie umana, così saldamente ancorata a sentimenti primitivi ed evoluzionisticamente parlando ampiamente inutili quali la fede (sia religiosa che politica) che altri non è se non un credere ciecamente in una direzione senza basarsi su fatti reali e senza essere passati attraverso un processo induttivo.

E se anche voi siete fan dell’Induzione non perdetevi il mio blog Palomar nel mondo, nel quale (esattamente come Palomar di Calvino) cerco di dedurre conclusioni universali partendo da piccole realtà oggettive intorno a me.

VOTO:
3 piccole realtà oggettive e mezza

The Weather Underground (2002) voto

Titolo originale: The Weather Underground
Regia: Sam Green, Bill Siegel
Anno: 2002
Durata: 92 minuti

Zeitgeist: the Movie (2007)

Gesù cristo, figlio di Maria e Giuseppe, nato a Betlemme, bambino prodigio che conversava con gli intellettuali e i sacerdoti del Tempio quando aveva 6 anni, cresciuto da e come un umile falegname, dispensatore di miracoli quali resuscitazione dei morti e cura dei lebbrosi, moltiplicatore di cibarie per i matrimoni, camminatore sulle acque, fustigatore di banchieri e mercanti che avevano preso possesso del Tempio, accusato di eresia e crocifisso dai Romani sul Golgota assieme a due ladri con i quali 3 giorni dopo è asceso al cielo con tutto il corpo dopo una breve ma intensa apparizione di fronte ai suoi discepoli…

ecco, questa figura al limite del racconto fantastico non è mai esistita.

E stupisce che oggi, con tutto il bagaglio culturale che l’umanità possiede, le innovazioni scientifiche che hanno sbriciolato gran parte delle fandonie religiose e superstiziose ai piedi delle quali l’umanità si è chinata per millenni non riuscendo a comprendere meccanismi complessi celati ad una ricognizione superficiale come quella che poteva dare il tipico fedele del passato di una delle religioni monoteiste, ovvero uno sdentato pastore incula-capre violento coi più deboli e servo maledetto dei potenti, siamo ancora parte di un sistema così illogico e arcaico.

Zeitgeist: the Movie (2007)
dio vuole che scopi queste capre, lo sento

Questo documentario cerca di spiegare, con moltissime licenze poetiche e (cosa un po’ grave) manipolazioni audio-visive atte a veicolare un messaggio, il semplice concetto di come l’umanità sia da sempre governata da un ristretto gruppo di potenti i quali pensano di avere tutto il diritto di amministrare vita e morte della maggioranza della popolazione stupida e mediocre in virtù di questa o quella presunta superiorità fisico-intellettiva, con l’inconsapevole complicità delle stesse vittime.
E’ così infatti che è possibile spiegare la persistenza di assurdità quali la religione, ovvero il credere ciecamente in storie straordinarie di divinità infantili e vendicative senza avere la benché minima prova a riguardo.

Diviso in 3 parti che percorrono e disassemblano per il grande pubblico 3 punti principali (la religione, l’attacco alle torri gemelle e il sistema finanziario mondiale), il documentario (o sarebbe meglio definirlo opera audio-visiva visto che la sua prima incarnazione era proprio un’installazione artistica a New York secondo la quale tra l’altro diventa eticamente possibile quella manipolazione dei contenuti a cui si accennava sopra atta a raggiungere uno scopo ultimo e cioè la veicolazione di un messaggio importante a discapito di una chiarezza fattuale) procede la sua corsa iconoclasta trascinando un pubblico ipnotizzato da una narrazione incandescente e fluida allo stesso tempo.

Certo, bisogna ammettere che usando l’arma della metafora artistica nelle sue più varie accezioni, l’autore commette il medesimo peccato dell’elite che cerca di smascherare: entrambi infatti sono convinti della necessità della loro missione rivelatrice ed entrambi sono pronti a sacrificare sull’altare la verità oggettiva se questo significa la realizzazione di uno status quo a loro congeniale.

Superate però queste innegabili implicazioni logiche sicuramente merite di considerazione, Zeitgeist rimane nella sostanza assolutamente inattaccabile e fa ancora più impressione, a distanza di 10 anni, vedere come molte delle questioni sollevate dal film non hanno ancora trovato una spiegazione altra che non sia quella data in questa sede.

Gesù infatti non ha ancora trovato una sola prova storica della sua esistenza al di fuori dei testi sacri (quindi ovviamente di parte) e a proposito fa particolarmente impressione che un popolo quale quello romano, ossessionato con la storiografia e l’archiviazione degli eventi importanti, non abbia avuto interesse nel registrare l’esistenza di un essere umano assolutamente magico il quale poteva compiere miracoli straordinari e inspiegabili come e quando voleva; l’attacco alle torri gemelle resta in gran parte un mistero (di Pulcinella) con troppe lacune logiche e molte ombre nere su come si siano effettivamente svolti i fatti; la demolizione controllata dell’edificio 7 non è ancora stata spiegata da nessuna delle fonti ufficiali; ed infine, il sistema bancario si è rivelato essere, se mai ce ne fosse stato bisogno ulteriore, il gioco a Monopoli di una ristrettissima cerchia di magnati della finanza tecno-bancaria le cui pedine sono in realtà popoli e nazioni.

Nonostante il livello ansia venga sollecitato in più frangenti dal ritmo serrato di una storia fin troppo drammatica nella sua semplicità, la cosa che fa più paura è invece l’assoluta cecità di una larghissima fetta di popolazione umana, troppo indaffarata a far quadrare i conti per pensare alla devastazione sociale che piano piano sta stringendo i cordoni attorno ai loro cervelli assopiti.
D’altra parte è anche vero che bisogna stare attenti a dare totale ascolto a questo tipo di contro-propaganda perché si rischia, se non si è muniti di appropiati anticorpi logico-culturali, di prendere il primo forcone che capita a tiro e marciare su Roma.

Il che è chiaramente un male, specialmente se ti chiami Benito.

VOTO:
4 forconi e mezzo

Zeitgeist: the Movie (2007) voto

Titolo originale: Zeitgeist
Regia: Peter Joseph
Anno: 2007
Durata: 118 minuti

Bigger Stronger Faster* (2008)

Chris Bell è un palestrato che fa il regista la cui vita privata si è rivelata essere grande fonte d’ispirazione. Chris infatti è andato a intervistare parecchia gente sull’uso degli steroidi nel mondo del wrestling (e non solo) giocando in casa visto che i suoi due fratelli hanno fatto largo uso di questi supplementi proibiti dalla legge americana.
Una sorta di disamina del sogno americano aggiornato però agli anni di merda reaganiani.

Bigger Stronger Faster* (2008)

Interessante documentario molto schietto e però basato su carte, studi e fatti piuttosto che su dicerie, credulenze e ignoranza come sembrano a conti fatti fare le organizzazioni che mettono al bando certe sostanze tipo gli steroidi contro il parere di esperti del settore col solo scopo di cavalcare la particolare onda di sdegno popolare che stia al momento smerdando i possibili elettori.

Bello e assolutamente unico il personalissimo punto di vista da (quasi) addetto al settore del giovane e talentuoso regista il quale riesce, con una calma e una serenità d’animo rare, a scavare affondo uno dei tanti finti problemi con i quali ci tengono tutti al guinzaglio di regime.

VOTO:
4 guinzagli e mezzo

Bigger Stronger Faster* (2008) voto

Titolo originale: Bigger, Stronger, Faster*
Regia: Chris Bell
Anno: 2006
Durata: 105 minuti