Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccola vera tragicomica storia pugliese di un ignorantello che poco dopo il mezzo del cammin di sua vita ancora non è riuscito a realizzare il sogno più grande: fare il becchino.

Tra distorte interviste ad amici e conoscenti, (letterali) carrellate per le strade del cimitero di Mariotto e un’interminabile serie di parole arrangiate alla rinfusa dal protagonista Pinuccio, si scopre a poco a poco quell’innegabile legame umano che unisce tutti quanti: stupidi furbi ricchi poveri maschi femmine e cantanti, su un tappeto di contanti nel cielo blu.

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccolo documentario per piccola grande storia di uno di noi, anche lui nato per caso in Italia; un paese dove ti mandano a lavorare da minorenne, ti ficcano in testa stupide e dolorose idee religiose, ti fanno attaccare i manifesti elettorali per un posto di lavoro e poi ti buttano via quando hanno finito con te… e devi sperare che qualche anima buona si ricordi di te quando verrà la Signora a prendersi la tua.

Di materiale umano ce n’è, ma bisogna ringraziare soprattutto il cinematografo (Michele D’Attanasio che ha firmato Lo chiamavano Jeeg Robot) e il montatore che ha fatto i miracoli dando un bel ritmo al tutto.

VOTO:
4 Signore

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008) voto

Titolo originale:
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2008
Durata: 56 minuti

I Go Back Home: Jimmy Scott (2016)

Abbiamo visto il film col cantante jazz vecchio bavoso.

Si parla di:
Jimmy Scott, Aspettative, Prime impressioni, Prestazioni sessuali a Villa Borghese, Inseguitori, una Cosa Brutta, una Cosa che colpisce, Buonismi, meccanismi di Difesa, Quadri e belle Donne, Virginia Raggi, Blues melanconico, Elton John strunzo, Joe Pesci cantante, Madonna bIIIp, il Sottobosco romano, Nepotismo, Luca Lionello e Pubblico di riferimento.

Titolo originale: I Go Back Home: Jimmy Scott
Regia: Yoon-Ha Chang
Anno: 2016
Durata: 96 minuti

The Weather Underground (2002)

Breve percorso ricapitolativo sulla breve ma intensa storia del gruppo rivoluzionario marxista-leninista anni ’60/’70 conosciuto come “The Weathermen”, fazione (o sarebbe meglio chiamare “setta” per la sua natura segreta ed esclusiva) parecchio violenta e certamente bombarola distaccatasi senza poche contestazioni dal movimento studentesco americano SDS (Student for a Democratic Society) dell’università del Michigan.
Questi scalmanati con poca o punta cultura in testa e parecchia droga nelle vene (come si evince chiaramente dai discorsi pressapochisti e dalle interviste tra il circense e le sbattute di piedi adolescenziali rilasciate ai vari giornalisti durante quegli anni caldi) pensavano molto male che, siccome il loro governo usava violenza e morte verso popolazioni tipo quella vietnamita del nord o quella laotiana e opprimeva sistematicamente la minoranza nera statunitense, allora loro erano giustificati a portare la violenza in casa sotto forma di dinamite, non a caso il loro slogan era “Bring the War Home”.

Dopo qualche anno di clandestinità, una prolifica attività di detonaggio verso questo o quel luogo simbolo del potere (banche, statue, edifici governativi) ed il loro avvicinamento alla fase adulta (avere 30 anni e i figli a carico), i Metereologi alla macchia si sono infine consegnati uno ad uno alle autorità e, scampata la galera per i metodi illegali con cui l’FBI aveva raccolto molte prove a loro carico, sono poi tutti rientrati perfettamente nel sistema dal quale in realtà non si erano mai veramente distaccati, chi insegnando all’università e chi aprendosi un bar a New York.

Perché solo i veri coglioni proletari (che questi parolai dal grilletto facile pensavano di difendere) si fanno il culo una vita intera e alla fine rimangono a servire panini al fast food con la paga minima.

Se va bene.

The Weather Underground (2002)

Grossa delusione per un documentario che volevo vedere da oramai 5 anni; da quando cioè, molto distrattamente, mi era stato consigliato dal professore di film documentario alla scuola cinematografica indiana dove ho studiato, da vero privilegiato quale sono rispetto al carico di dolore e miseria che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale porta in groppa silenziosamente ogni giorno.

A differenza però di questi sedicenti rivoluzionari con le famiglie ricche io ho imparato ben presto che l’unica cosa di cui si può esser certi (e solo nell’esatto momento in cui la si pronuncia) è la propria opinione; tanto meno è lecito professarsi leader della classe operaia perché si è letto una decina di libri scritti da altrettanti privilegiati bianchi europei (tanto per usare la stessa medicina di pretesa diversità culturale di cui si riempiono la bocca senza averne ben chiaro il vero motivo).

L’unico di questi adolescenti cresciuti tardi ad essersi reso conto della ridicola situazione pericolosa nella quale hanno allegramente sguazzato per una decina d’anni è quello che alla fine si è aperto un bar a New York, dimostrando anche nella pratica la sua pragmaticità e il suo materialismo, il quale ha perfettamente colto la fondamentale fallacia di tutti quelli che giungono per una via e per l’altra all’infantile convinzione di essere in missione speciale per la salvezza del genere umano, siano essi terroristi islamici o ridicoli bombaroli di De Andreiana memoria: il fine non giustifica mai i mezzi e per liberare gli oppressi non si può opprimere gli oppressori… perché il cambiamento sociale non è come sturare un lavandino, ma è un processo tortuoso, lungo e che deve coinvolgere tutti.

Il documentario resta molto interessante e ben fatto e, per chi come me riesce a distinguere tra opera ed autore, può essere anche una valido viadotto verso un’importante discussione sulla logica, unica ancora di salvezza per la specie umana, così saldamente ancorata a sentimenti primitivi ed evoluzionisticamente parlando ampiamente inutili quali la fede (sia religiosa che politica) che altri non è se non un credere ciecamente in una direzione senza basarsi su fatti reali e senza essere passati attraverso un processo induttivo.

E se anche voi siete fan dell’Induzione non perdetevi il mio blog Palomar nel mondo, nel quale (esattamente come Palomar di Calvino) cerco di dedurre conclusioni universali partendo da piccole realtà oggettive intorno a me.

VOTO:
3 piccole realtà oggettive e mezza

The Weather Underground (2002) voto

Titolo originale: The Weather Underground
Regia: Sam Green, Bill Siegel
Anno: 2002
Durata: 92 minuti

Zeitgeist: the Movie (2007)

Gesù cristo, figlio di Maria e Giuseppe, nato a Betlemme, bambino prodigio che conversava con gli intellettuali e i sacerdoti del Tempio quando aveva 6 anni, cresciuto da e come un umile falegname, dispensatore di miracoli quali resuscitazione dei morti e cura dei lebbrosi, moltiplicatore di cibarie per i matrimoni, camminatore sulle acque, fustigatore di banchieri e mercanti che avevano preso possesso del Tempio, accusato di eresia e crocifisso dai Romani sul Golgota assieme a due ladri con i quali 3 giorni dopo è asceso al cielo con tutto il corpo dopo una breve ma intensa apparizione di fronte ai suoi discepoli…

ecco, questa figura al limite del racconto fantastico non è mai esistita.

E stupisce che oggi, con tutto il bagaglio culturale che l’umanità possiede, le innovazioni scientifiche che hanno sbriciolato gran parte delle fandonie religiose e superstiziose ai piedi delle quali l’umanità si è chinata per millenni non riuscendo a comprendere meccanismi complessi celati ad una ricognizione superficiale come quella che poteva dare il tipico fedele del passato di una delle religioni monoteiste, ovvero uno sdentato pastore incula-capre violento coi più deboli e servo maledetto dei potenti, siamo ancora parte di un sistema così illogico e arcaico.

Zeitgeist: the Movie (2007)
dio vuole che scopi queste capre, lo sento

Questo documentario cerca di spiegare, con moltissime licenze poetiche e (cosa un po’ grave) manipolazioni audio-visive atte a veicolare un messaggio, il semplice concetto di come l’umanità sia da sempre governata da un ristretto gruppo di potenti i quali pensano di avere tutto il diritto di amministrare vita e morte della maggioranza della popolazione stupida e mediocre in virtù di questa o quella presunta superiorità fisico-intellettiva, con l’inconsapevole complicità delle stesse vittime.
E’ così infatti che è possibile spiegare la persistenza di assurdità quali la religione, ovvero il credere ciecamente in storie straordinarie di divinità infantili e vendicative senza avere la benché minima prova a riguardo.

Diviso in 3 parti che percorrono e disassemblano per il grande pubblico 3 punti principali (la religione, l’attacco alle torri gemelle e il sistema finanziario mondiale), il documentario (o sarebbe meglio definirlo opera audio-visiva visto che la sua prima incarnazione era proprio un’installazione artistica a New York secondo la quale tra l’altro diventa eticamente possibile quella manipolazione dei contenuti a cui si accennava sopra atta a raggiungere uno scopo ultimo e cioè la veicolazione di un messaggio importante a discapito di una chiarezza fattuale) procede la sua corsa iconoclasta trascinando un pubblico ipnotizzato da una narrazione incandescente e fluida allo stesso tempo.

Certo, bisogna ammettere che usando l’arma della metafora artistica nelle sue più varie accezioni, l’autore commette il medesimo peccato dell’elite che cerca di smascherare: entrambi infatti sono convinti della necessità della loro missione rivelatrice ed entrambi sono pronti a sacrificare sull’altare la verità oggettiva se questo significa la realizzazione di uno status quo a loro congeniale.

Superate però queste innegabili implicazioni logiche sicuramente merite di considerazione, Zeitgeist rimane nella sostanza assolutamente inattaccabile e fa ancora più impressione, a distanza di 10 anni, vedere come molte delle questioni sollevate dal film non hanno ancora trovato una spiegazione altra che non sia quella data in questa sede.

Gesù infatti non ha ancora trovato una sola prova storica della sua esistenza al di fuori dei testi sacri (quindi ovviamente di parte) e a proposito fa particolarmente impressione che un popolo quale quello romano, ossessionato con la storiografia e l’archiviazione degli eventi importanti, non abbia avuto interesse nel registrare l’esistenza di un essere umano assolutamente magico il quale poteva compiere miracoli straordinari e inspiegabili come e quando voleva; l’attacco alle torri gemelle resta in gran parte un mistero (di Pulcinella) con troppe lacune logiche e molte ombre nere su come si siano effettivamente svolti i fatti; la demolizione controllata dell’edificio 7 non è stata ancora stata spiegata da nessuna delle fonti ufficiali; ed infine, il sistema bancario si è rivelato essere, se mai ce ne fosse stato bisogno ulteriore, il gioco a Monopoli di una ristrettissima cerchia di magnati della finanza tecno-bancaria le cui pedine sono in realtà popoli e nazioni.

Nonostante il livello ansia venga sollecitato in più frangenti dal ritmo serrato di una storia fin troppo drammatica nella sua semplicità, la cosa che fa più paura è invece l’assoluta cecità di una larghissima fetta di popolazione umana, troppo indaffarata a far quadrare i conti per pensare alla devastazione sociale che piano piano sta stringendo i cordoni attorno ai loro cervelli assopiti.
D’altra parte è anche vero che bisogna stare attenti a dare totale ascolto a questo tipo di contro-propaganda perché si rischia, se non si è muniti di appropiati anticorpi logico-culturali, di prendere il primo forcone che capita a tiro e marciare su Roma.

Il che è chiaramente un male, specialmente se ti chiami Benito.

VOTO:
4 forconi e mezzo

Zeitgeist: the Movie (2007) voto

Titolo originale: Zeitgeist
Regia: Peter Joseph
Anno: 2007
Durata: 118 minuti

Bigger Stronger Faster* (2008)

Chris Bell è un palestrato che fa il regista la cui vita privata si è rivelata essere grande fonte d’ispirazione. Chris infatti è andato a intervistare parecchia gente sull’uso degli steroidi nel mondo del wrestling (e non solo) giocando in casa visto che i suoi due fratelli hanno fatto largo uso di questi supplementi proibiti dalla legge americana.
Una sorta di disamina del sogno americano aggiornato però agli anni di merda reaganiani.

Bigger Stronger Faster* (2008)

Interessante documentario molto schietto e però basato su carte, studi e fatti piuttosto che su dicerie, credulenze e ignoranza come sembrano a conti fatti fare le organizzazioni che mettono al bando certe sostanze tipo gli steroidi contro il parere di esperti del settore col solo scopo di cavalcare la particolare onda di sdegno popolare che stia al momento smerdando i possibili elettori.

Bello e assolutamente unico il personalissimo punto di vista da (quasi) addetto al settore del giovane e talentuoso regista il quale riesce, con una calma e una serenità d’animo rare, a scavare affondo uno dei tanti finti problemi con i quali ci tengono tutti al guinzaglio di regime.

VOTO:
4 guinzagli e mezzo

Bigger Stronger Faster* (2008) voto

Titolo originale: Bigger, Stronger, Faster*
Regia: Chris Bell
Anno: 2006
Durata: 105 minuti

Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley’s Island of Dr. Moreau (2014)

The Island of Dr. Moreau è ricordato come uno dei peggiori film della storia del cinema: Marlon Brando nei panni di Moreau con la faccia pitturata di bianco accompagnato da un nano deforme alto 70 centimetri su un’isola tropicale popolata da bestie antropomorfe create da Moreau stesso è una storia che solo nelle mani di un regista tanto geniale quanto stralunato avrebbe potuto materializzarsi come capolavoro.
Ed era quella la strada che la New Line aveva imboccato affidando a Richard Stanley il timone di un galeone alla deriva nei mari tempestosi australiani alla ricerca di un tesoro artistico leggendario e maledetto; purtroppo un cast composto da teste di cazzo presuntuose e l’inesperienza di un giovane regista troppo candido per la dura realtà hollywoodiana da coltellate sulla schiena hanno presto fatto naufragare un progetto forse troppo ambizioso per i modesti e perbenisti anni ’90.

Lost Soul (2014)
perbenisti sì, ma sempre pronti a sfruttare i fenomeni da baraccone

Strambo documentario su un progetto cinematografico ancor più strambo: disseminato di interessantissimi aneddoti quali la folle idea (fortunatamente rigettata) di Brando d’indossare un alto copricapo per tutta la durata del film per rivelare poi nel finale una celata testa di delfino e di triste compassione verso un modo di fare cinema purtroppo incompatibile con i regimi hollywoodiani da moschetto napoleonico, questo Lost Soul è anche e soprattutto un testamento su quanto sia sottile la linea di separazione tra genio artistico osannato dalla critica alla Alejandro Jodorowsky e poveraccio squinternato interessato alla stregoneria e all’esoterismo come vie di fuga ad un’infanzia disastrata e una vita priva di punti di riferimento solidi alla Richard Stanley.

VOTO:
4 pazzi con infanzie disastrate

Lost Soul (2014) voto

Titolo originale: Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley’s Island of Dr. Moreau
Regia: David Gregory
Anno: 2014
Durata: 97 minuti

Call Me Lucky (2015)

Non ero assolutamente a conoscenza del commediante Barry Crimmins, un omone che negli anni ’80 divenne il più famoso stand up comedian nella area di Boston nonostante trattasse temi politici (e perciò scottanti) con un tono irriverente al limite dell’insulto.
Il suo stile al vetriolo era però accompagnato da un’umanità profonda che lo faceva sempre parteggiare calorosamente con i più sfortunati e gli inascoltati della società cosiddetta civile.
Tutto questo suo fantastico umanesimo misantropo lo ha portato negli anni a supportare le più disparate battaglie sociali: dalle madri dei soldati americani morti, alle vittime dei Contras in Nicaragua, dalla lotta ai fascio-capitalisti, agli scandali della pedofilia online.
Sempre con una mano sul cuore, come i bambini mutilati di un’ospedale in Nicaragua i quali, alla fine di un suo sincero discorso di amicizia ed umanesimo internazionale, hanno cominciato a battersi il petto con la sola mano rimasta loro contravvenendo al famoso detto secondo il quale una mano sola non può applaudire.

Call Me Lucky (2015)
curiosità: è possibile battere il ciak con una sola mano

Sorprendente documentario diretto dallo Zed di Scuola di polizia il quale mi aveva già regalato una perla come World’s Greatest Dad.
Al di là dei colpi di scena e le calorose testimonianze di chi conosce questo moderno Don Chisciotte sano di mente in un mondo di matti, quello che colpisce è proprio la sincerità con la quale Barry crede nell’amicizia e la cooperazione tra umani e la sua conseguente indignazione profonda di fronte al menefreghismo individualista dei potenti.
Questo sputa-insulti dal passato ferito ha la straordinaria capacità di andare oltre il velo di superficialità attraverso il quale molti tendono a giudicare il resto del mondo, per andare invece a scovare la straordinaria genialità di ogni essere umano che si sia costruito una sovrastruttura protettiva ridicola ai più e che però l’ha tenuto in vita, spiritualmente e fisicamente, fino a quel momento.
L’insegnamento di Barry è questo: quando vedi uno zoppo, non fermarti all’andatura goffa, ma elogia tutti gli spasmi muscolari che quel corpo si sforza di fare per mantenere un’andatura eretta; quando senti un balbuziente non spazientirti se ci mette troppo a finire una frase, ma prova ad apprezzare la grande volontà di comunicazione dimostrata.
E non vergognarti di mandare affanculo chi invece distugge e calpesta tutto ciò per cui vale la pena vivere solo per un tornaconto personale.

Il signor Crimmins ha avuto una vita travagliata e questo ha sicuramente influenzato il suo modo di rapportarsi al mondo, ma segui il suo esempio e cerca di andare oltre il suo capello scompigliato e il baffo da lottatore messicano, perché sotto quei chili di birra e grasso alberga un essere umano che cerca con tutte le sue forze di rimanere in sintonia col resto del mondo.

Sento che ci sono nazioni intere che si sentono come mi sento io.
Capisci? Intere nazioni.
Ed è per questo che non me ne frega un cazzo del “sogno americano”, perché…
io sono così. Questo è il paese che sono io.

Sono il paese dei bambini stuprati, sono il paese dei poveracci col cuore spezzato, e degli inculati dalla vita, e dei disperati senza speranza d’essere ascoltati.
Questo è il paese da cui provengo.

– Barry Crimmins-

VOTO:
4 Zed e mezzo

Call Me Lucky (2015) voto

Titolo originale: Call Me Lucky
Regia: Bobcat Goldthwait
Anno: 2015
Durata: 106 minuti

Con gli occhi dei bambini – De Sica e Sciuscià

Through Children’s Eyes – De Sica and Shoeshine.
Documentary with Manuel De Sica, Carlo Lizzani, Orio Caldiron, Italo Moscati, Franco Interlenghi.

Con gli occhi dei bambini
Documentario di Paolo Toccafondi e Tommaso Santi con Manuel De Sica, Carlo Lizzani, Orio Caldiron, Italo Moscati e Franco Interlenghi.

Riso in bianco – Nanni Moretti atleta di se stesso (1984)

Interessante documentario televisivo su Nanni Moretti realizzato durante l’uscita del suo film Bianca.
Qui non si parla di:
astrofisica, biologia, neuropsichiatria, botanica, algebra, epigrafia greca, elettronica, dighe, ponti, autostrade, cardiologia e radiologia.

Intervista a Vittorio De Seta

Si parla di:
immigrazione, documentari, pescatori, memoria, Stati Uniti, realtà subalterne, media, Parigi, cinema, Il cammino della speranza, Rocco e i suoi fratelli, Pane e cioccolata, droga, Brigate Rosse, Bud Spencer, Terence Hill, politica, pubblicità, votazioni, scuola, omologazione, emigrazione, Edmondo De Amicis, Sull’Oceano, Fondo Unico dello Spettacolo, MedFilm Festival, Arti composite, Leni Riefenstahl, Norimberga, televisione, ideologia, Michael Moore, Sabina Guzzanti, Viva Zapatero, informazione e verità.