Italy: Love it, or Leave it (2011)

Cosa dovrebbero fare quegli italiani che si sentono stretti nella morsa della crisi economico-culturale del bel paese?

Partire e lasciare la nazione nelle mani di inetti bigotti vecchi paternalisti e patriarcali stronzi? Oppure rimanere e resistere all’assalto della stupidità, dell’oggettificazione della donna, della mentalità mafiosa di larga parte del ceto politico?
E’ quello che si chiedono Luca Ragazzi e Gustav Hofer in questo documentario on the road.

Italy: Love it, or Leave it (2011)
Gustav piscia, Luca scruta l’orizzonte

Gustav e Luca sono una coppia gay di Roma, lavorano nell’industria dell’intrattenimento e hanno già prodotto un documentario nel 2008 con uno stile simile, Improvvisamente l’inverno scorso.

Quello era sul rapporto degli italiani con l’omosessualità e ne veniva fuori un quadro un po’ deprimente, ma non sorprendente: l’Italia è un paese restio al cambiamento, attaccato alle sue tradizioni spesso superate e controproducenti, e attanagliato da una religiosità che permea ogni ambito della vita civile.

Questo invece indaga sulla disgregazione della società italica degli ultimi 20 anni: da paese capace di produrre premi nobel, innovazione, ricchezza e cultura, si è arrivati oggi ad avere una manodopera pagata come gli operai in Polonia.
Dalle fabriche della FIAT che chiudono a quelle della Bialetti che ora produce in Romania, dalla Campania invasa dai rifiuti alla Sicilia in preda alla Mafia, il quadro che ne esce fuori è una caricatura deprimente di un paese allo sbando, senza speranze e con alla guida un manipolo di cialtroni criminali e arroganti.

Italy: love it, or leave it è uscito nel 2011, in piena era berlusconiana; si pensava che con la caduta del regime di Arcore le cose sarebbero cambiate, ma la realtà è che in Italia, come nella Sicilia di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia per non cambiare nulla.

VOTO:
3 Gattopardi e mezzo

Italy: Love it, or Leave it (2011) - Voto

Titolo originale: Italy: Love it, or Leave it
Regia: Gustav Hofer, Luca Ragazzi

Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Guida perversa all’ideologia (2012)

Slavoj Žižek è un accademico, un filosofo e uno psicanalista sloveno salito alla ribalta delle cronache negli ultimi 15 anni: da intrepido studioso e teorico comunista è rapidamente diventato una rock star intellettuale, protagonista di numerosi video, documentari e film.

Qui il Nostro si lascia andare per due ore parlando animatamente di ideologia, delle sue motivazioni, di come individuarla, stanarla e di come interpretarla sotto una prospettiva marxista, tutto questo attraverso la visione e l’analisi di spezzoni presi da 25 film diversi: da Lo squalo a Zabriskie point, da Sentieri selvaggi ad Essi vivono.

Žižek è un personaggio affascinante che riesce a trascinare anche un pubblico non avvezzo a discorsi quali quelli da lui trattati e con questo film, quasi un ammasso omogeneo di idee sparse, si riesce bene ad apprezzare la logica non-lineare di uno dei più famosi filosofi viventi.

Titolo originale: The Pervert’s Guide to Ideology
Regia: Sophie Fiennes
Anno: 2012
Durata: 136 minuti

This is Not a Film (2011)

Piccolo Recap:

Jafar Panahi è un regista ed intellettuale iraniano; ha diretto interessantissimi film quali Il palloncino bianco, Lo specchio, Oro rosso e Il cerchio.
Nel marzo 2010 è stato arrestato con l’accusa di attività sovversiva; i suoi film sarebbero offensivi e fondamentalmente contro la rivoluzione islamica iraniana.
In seguito a questa accusa è stato condannato a 6 anni di galera e 20 anni di divieto di lasciare il paese, fare interviste e dirigere altri film.
Nel marzo 2011 il povero Jafar si rompe il cazzo di stare seduto sul divano agli arresti domiciliari e decide di filmarsi: con l’aiuto di un amico documentarista realizza un piccolo NON-Film su una sua giornata tipo.

Fine Recap.

This is not a film, come il quadro di Magritte della Non-pipa, dice tutto quello che c’è da dire con la sola negazione dell’esistenza.
Negazione nel dirigere, negazione nel vivere una vita normale, negazione nell’esprimere il proprio pensiero liberamente.

Un piccolo film, ma un grande messaggio.

Titolo originale: In film nist
Regia: Jafar Panahi
Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Fire in the Blood (2013)

La sindrome da immuno deficienza acquisita, o AIDS, miete quasi 3 milioni di vittime ogni anno, in gran parte nei paesi in via di sviluppo.

Si calcola che circa 37 milioni di persone siano morte a causa del virus dell’HIV e, dopo 30 anni di ricerca, non abbiamo ancora un vaccino o un medicinale capace di sconfiggere questo essere microscopico.
Quello che abbiamo sono farmaci anti retrovirali che possono rallentare, se non fermare, l’avanzare della malattia; sfortunatamente però questi medicinali vengono venduti a carissimo prezzo dalle industrie farmaceutiche americane ed europee condannando di fatto la stragrande maggioranza delle persone a non poterne fare uso, e quindi morire.

Questo documentario prodotto dalla Sparkwater India (giovane compagnia di produzione indiana) parla proprio di questo, ovvero di come i soldi siano più importanti delle persone quando si vive in un sistema capitalistico e di come non ci sarà mai giustizia sociale fintanto che settori di vitale importanza quali sanità ed educazione saranno in mano ad enti privati il cui unico e dichiarato scopo è e sarà sempre solo quello di “fare soldi”.

Titolo originale: Fire in the Blood
Regia: Dylan Mohan Gray
Anno: 2013

Durata: 87 minuti

The Central Park Five (2012)

La sera del 19 aprile 1989 una giovane bancaria di 29 anni stava facendo jogging a Central Park, New York; quella stessa sera fu assalita, trascinata in un fosso vicino, derubata, stuprata, sodomizzata, accoltellata, le fu fratturata la testa con una pietra e fu lasciata in condizioni disperate fino a quando, la mattina dopo, due persone notarono qualcosa in quel fosso, ed il resto è conosciuto come il “Central Park Jogger Case”.

The Central Park Five (2012) - 1
Central Park dall’alto

Ora, mettete sul piatto questi elementi: la donna era una giovane bianca rispettabile con un lavoro nella finanza; mentre lei veniva assalita un gruppo di giovanissimi newyorkesi neri e ispanici stava disturbando ed assalendo passanti nel parco; la polizia deve trovare il colpevole sotto pressione di una stampa ringalluzzita dagli elementi di estrema violenza e sessualità.

Indovinate un po’ chi accusarono?

è stato il negro!
è stato il negro!

The Central Park Five narra la vicenda di Antron McCray, Kevin Richardson, Raymond Santana, Yusef Salaam and Kharey Wise; 5 ragazzi marginalizzati di un New York razzista, violenta e devastata da un capitalismo sfrenato (ricordate che sono gli anni di Ronald Reagan, di Rambo e di Wall Street cocainomane), cinque ragazzi accusati ingiustamente e costretti a confessare sotto pressione psicologica, con la polizia che li ha torchiati dalle 16 alle 30 ore consecutive, ragazzi tra i 14 e i 16 anni la cui unica colpa era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La stampa, l’opinione pubblica e i media tutti si schierarono contro questi cinque poveracci arrivando addirittura a chiedere la pena di morte, vi ricordo, ragazzi tra i 14 e 16 anni.
Donald Trump (quello stronzo magnate americano che ha fatto i miliardi con il business delle case, un palazzinaro insomma) comprò una pagina intera del New York Times per invocare il ripristino della pena capitale nello stato di New York.

pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo
pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo

Dopo un lungo processo farsa furono condannati a pene detentive tra i 7 e i 16 anni.
Un’esperienza che lì segnò per sempre, togliendo loro la voglia di farcela, di avere stima in se stessi, nel dare fiducia alle persone, 5 ragazzini innocenti sbattuti in galera con criminali dalla pella spessa; tutto questo non deve essere stato facile.

Solo nel 2002 il vero colpevole, Matias Reyes, incontrando uno di loro in galera, sentì il bisogno di fare outing, di confessare tutto e cercare così di ridare un po’ di dignità alle vite spezzate di questi giovani americani.
Non la stampa, non la televisione, non il governo, non le brave persone hanno corretto questo mostro giudiziario; no, a salvare i Central Park Five fu un rapinatore omicida ispanico disturbato dalla strana e violenta sessualità.

Brava America, sempre in pole position nella classifica dei posti del cazzo.

VOTO:
4 rapinatori omicidi ispanici disturbati dalla strana e violenta sessualità e mezzo

The Central Park Five (2012) voto

Titolo: The Central Park Five
Regia: Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

24 hour party people (2002)

Ian Curtis, leader e cantante dei leggendari Joy Division cantava “Love will tear us apart again”.Una delle più toccanti e strazianti canzoni di tutti i tempi è una canzone che funziona perché parla dritta al cuore di tutti, di tutti quelli che hanno provato quella sensazione di insofferenza sciatta verso tutto e tutti, quell’impotenza che nasce dalla rabbia, quella voglia di amore disperso e perduto e la nostalgia che ci accompagna, sempre. E fa tutto questo su una melodia apparentemente gioiosa e sbarazzina.

Joy Division era un’ala di un campo di concentramento nazista adibita alla prostituzione di giovani ebree per il piacere dei loro aguzzini ariani; ecco qui riassunta tutta la poetica di amore e sofferenza di un gruppo anni ’80 solo apparentemente superficiale.

24 hour party people (2002) - 1

24 hour party people, pellicola del 2002 diretta da Michael Winterbottom, cerca di ripercorrere un periodo storico che va dal 4 giugno del 1976, notte in cui i Sex Pistols suonarono per un pubblico di 42 persone al Lesser free trade hall in Manchester fino all’estate del 1997, quando il più famoso locale di Manchester, l’Hacienda, chiuse i battenti per perdite finanziarie vicino ai 18 milioni di sterline.
Vi chiederete, come si connette tutto questo?
Ebbene, in quel famoso concerto del ’76 era presente un uomo profeta: tale Tony Wilson, Mr Manchester, presentatore televisivo e radiofonico, produttore musicale, giornalista, fondatore di un’etichetta discografica che produsse roba tipo Joy Division, New Order e Happy mondays, e proprietario del club Hacienda di cui prima.

Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper
Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper

Ma sbaglia chi pensa che questo film parli di Mr Manchester; come lo stesso Tony Wilson dice nel film, lui ha solo una piccola parte nella storia da lui vissuta; questo è un film sulla musica e su quelli che l’hanno fatta.

Girato con uno stile confusionario, sgranato, e scombussolato, dai colori acidi e sballati come i personaggi ritratti, geni musicali drogati e fuori controllo, 24 hour party people è un omaggio anarchico ad un’epoca ormai tramontata, quando la gente ballava sulla musica di band aggressive e anti-sistema, un periodo d’oro dal punto di vista musicale, distrutto in gran parte dalla spirale di violenza e droga che ha travolto Manchester negli anni ’90.

Il film congiunge due punti di svolta nel panorama musicale inglese: alla fine di un’era quale quella dell’Anarchismo Punk britannico nacque la New wave i cui maggiori esponenti furono proprio i Joy Divison, con la morte della New Wave nacque il famoso Britpop e la moderna industria discografica, e niente fu più come prima.

VOTO:
4 britpop

24-hour-party-people-(2002)-voto

Titolo: 24 Hour Party People
Regia: Michael Winterbottom
Anno: 2002
Durata: 117 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)

The Thin Blue Line (1988)

Nominato in numerose liste come il secondo miglior documentario della storia, La sottile linea blu narra la vicenda di Randall Adams, accusato di omicidio di poliziotto e per questo condannato alla pena capitale (poi commutata in ergastolo) nel “fantastico” stato del Texas, e tutto l’incredibile processo farsa che lo ha spedito nel braccio della morte.

Il regista Errol Morris (un passato da investigatore privato) ha regalato ai posteri un’opera meritevole di attenzione e che ha segnato profondamente il genere documentario e la settima arte: ha introdotto le interviste con sguardo nella telecamera e le ricostruzioni filmate con uso di attori delle vicende narrate dai reali protagonisti, ma soprattutto ha mostrato la potenza del documentario.

Si dà il caso infatti che, dopo l’uscita nelle sale di questo film, Randall Adams ha potuto godere di un nuovo processo in seguito al quale è stato liberato e scagionato da ogni accusa.
Questo documentario quindi è soprattutto la risposta a quanti si domandano a cosa serva fare un film.

VOTO:
5 Defender dei carabinieri che proteggono Carlo Giuliani passandogli sopra in retromarcia

The Thin Blue Line (1988) voto

Titolo originale: The Thin Blue Line
Regia: Errol Morris
Anno: 1988
Durata: 103 minuti
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Sicko (2007)

Un documentario di Michael Moore, reduce dal clamoroso successo di Fahrenheit 9/11, sulla sanità americana: malata, crudele ed in mano a corporazioni senza cuore.

L’approccio scelto dal regista americano è come sempre insolito: non ha concentrato la sua attenzione su quei 50 milioni di statunitensi senza assicurazione medica, classico esempio di come una sanità privata tagli fuori ampie fette di popolazione, ma piuttosto sui 200 milioni che invece ce l’hanno e che in cambio ricevono cure spesso inferiori a quelle offerte da paesi che hanno una sanità pubblica.

Questo film, con tutte le generalizzazioni populiste volte a mandare un messaggio politico, mostra bene come le compagnie assicurative abbiano come unico scopo il profitto, non la salute dei clienti, e che farebbero di tutto pur di negare rimborsi e spese mediche, anche se questo vuol dire condannare a morte certa padri di famiglia e bambini di 4 anni.

Il punto più alto emotivamente si raggiunge quando Moore porta a Cuba tre volontari che hanno lavorato per mesi tra le macerie di “Ground Zero” e che poi sono stati scaricati dal governo menefreghista quando hanno sviluppato malattie croniche respiratorie; nell’isola caraibica gli stupiti americani ricevono buone cure a costo zero e si commuovono quando scoprono che i medicinali che loro pagano diverse centinaia di dollari sono invece venduti nelle farmacie cubane a pochi centesimi.

Sicko è un ottimo documentario, in equilibro tra dramma e sarcasmo, che porta alla luce una semplice ma spesso taciuta verità: la sanità pubblica gratuita ed universale è una grande conquista delle nazioni moderne ed è infinitamente meglio di un sistema privatizzato come quello americano.

VOTO:
4 Duilio Poggiolini

Sicko (2007) Voto

Titolo originale: Sicko
Regia: Michael Moore
Anno: 2007
Durata: 123 minuti
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Father, Son and Holy War (1994)

Padre, figlio e guerra santa è il titolo di questo interessantissimo documentario di Anand Patwardhan, uno dei più famosi documentaristi del sub-continente indiano.

Nelle sue due ore, Anand ci guida per mano attraverso diversi episodi di violenza occorsi recentemente (rispetto al 1994, anno di produzione del film) che hanno tutti un tratto comune al cuore: il maschilismo belligerante e ottuso degli “attori in gioco”.
Assistiamo a discorsi infuocati del nostro “caro” Bal Tackeray, leader dello Shiv Sena, un partito nazifascista opportunista e xenofobo che ha governato per 17 anni (e l’incubo continua) la capitale del cinema indiano; poi vediamo i leader musulmani incitare all’odio i fedeli dell’Islam, usare le stesse parole d’odio e mascolinità per spingere alto il loro orgoglio; e poi le testimonianze di tanti (induisti e musulmani) che hanno subito gli effetti di questi comportamenti scellerati e incivili.

Il film cerca di spiegare come le società violente e patriarcali sono tutto sommato un’invenzione recente: per secoli, millenni le comunità umane sono vissute in relativa armonia, spesso sotto un matriarcato che ha permesso loro di prosperare in pace con i vicini. Poi però certe comunità hanno pensato bene di fare guerre e instaurare il terrore per la conquista di territori, questo a discapito di chi già viveva su quelle terre.
Le conseguenze di questo nuovo pensiero dominate le vediamo ancora oggi, ogni volta che un gruppo pensa bene di definirsi migliore di altri sulla base di una religione o del colore di una pelle o di una presunta superiorità moral-intellettiva.

Da non perdere una delle apparizioni del “caro” Bal Thackeray il quale (tra una cazzata populista e l’altra) dichiara solennemente di sapere come risolvere gli annosi problemi di Pakistan e Kashmir in un solo giorno; sfortunatamente però il “caro” leader ha tirato le cuoia senza lasciare traccia del suo grande e brillante piano strategico.

Titolo originale: Pitra, Putra Aur Dharamyuddha
Regia: Anand Patwardhan
Anno: 1994
Durata: 120 minuti

Into Eternity (2010)

Questo documentario conduce per mano lo spettatore dentro le immense cave scavate nella roccia finlandese le quali ospiteranno il primo deposito sotterraneo per scorie radioattive nella storia umana.
Secondo chi l’ha progettata, questa cassaforte della morte dovrebbe durare 100.000 anni, cioè quando le radiazioni al suo interno saranno finalmente innocue per l’uomo… sempre che ce ne sia ancora qualcuno in giro.

Il film tocca elementi chiave del “dramma scorie” e cioè come evitare che i nostri discendenti aprano il sarcofago spinti dalla curiosità o la brama di tesori nascosti e come lasciare quindi indicazioni di pericolo senza usare linguaggi odierni che potrebbero essere morti nell’arco di qualche millennio.

Into Eternity è un film tipicamente nord europeo che punta ad immagini semplificate, musiche evocative e voce narrante poetica, ma lascia comunque il segno e riesce a scalfire quell’immenso iceberg chiamato “energia nucleare” contro il quale l’umanità sta sbattendo come il Titanic.

VOTO:
4 Blinky e mezzo

Into Eternity (2010) voto

Titolo originale: Into Eternity
Regia: Michael Madsen
Anno: 2010
Durata: 75 minuti
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