The Gatekeepers – I guardiani di Israele (2012)

Israele fu creato (perché è una nazione che si declina al maschile essendo l’Ebraismo una religione profondamente maschilista) da un giorno all’altro nel 1948; fu creato in mezzo a degli arabi in un territorio arabo sotto mandato britannico chiamato Palestina con la scusa del risarcimento morale per i milioni di morti e feriti che gli ebrei avevano avuto durante la seconda guerra mondiale.
Ben presto però Israele è diventato il più solido alleato delle politiche americane in medio oriente e serve in realtà come pedina strategicamente importantissima negli equilibri di una regione ricchissima di petrolio e instabile politicamente.

Nel 1967 ci fu la guerra dei 6 giorni, quando Israele ruppe il culo a parecchi stati arabi che l’avevano attaccato perché ritenevano (giustamente) che fosse una nazione assurdamente imposta dall’occidente in un territorio a maggioranza arabo-musulmana e a seguito di questa vittoria fulminea Israele ha occupato parecchi territori palestinesi imponendo di fatto un protettorato israeliano e sostituendosi quindi ai cari vecchi coloni inglesi.

A proteggere gli israeliani dagli inevitabili attacchi interni (palestinesi e non) c’è da sempre stata un’organizzazione chiamata Shin Bet (un po’ l’equivalente dell’FBI), e questo film è la narrazione del conflitto israelo-palestinese dal 1967 a oggi attraverso le interviste a sei degli ex dirigenti di questo maledetto Shin Bet.

The Gatekeepers - I guardiani di Israele (2012)

The Gatekeepers è un documentario molto interessante per lo sguardo che svela sui dietro le quinte del conflitto contemporaneo più famoso.

Deve essere stato indubbiamente difficile convincere questi sei vegliardi a raccontare le loro attività, spesso al limite del legale, di fronte ad una telecamera, e per questo il film va premiato.
D’altra parte però non si toccano mai troppo approfonditamente le ragioni esterne al conflitto in sé e il nodo gordiano di tutta la cosa: cioè che Israele non doveva essere creata in un territorio totalmente avulso a un tale progetto e che in Israele c’è una bella fetta di popolazione ebraica ortodossa/estremista (con una buona influenza politica) che crede che l’Armageddon stia per arrivare e che solo la distruzione totale di tutto e tutti (specialmente degli infedeli) possa permettere la venuta del Messia in terra santa.

Per la serie: ricoverateli!

VOTO:
3 messia impiegati al catasto e mezzo

The Gatekeepers - I guardiani di Israele (2012) voto

Titolo originale: The Gatekeepers
Regia: Dror Moreh
Anno: 2012
Durata: 103 minuti

Il sorriso del capo (2011)

dio, patria, famiglia, vincere, combattere, morire, boia chi molla, duce duce dacci la luce, fuoco, fuoco purificatore, fuoco eterno, fiamme pure, in alto i cuori, faccette nere, se avanzo seguitemi, padre, madre, figli della lupa, autarchia, spezzare le reni alla grecia, perfida albione, scoparsi claretta petacci sulla scrivania di quercia a palazzo venezia, dichiarare guerra al mondo, scoreggiare in bocca a churchill, sbofonchiare il tedesco, perdere i capelli, nasone, ciccione di merda, fascio, fasci littori, fascismo, fasci combattenti, la marcia su roma, l’impero, i negri, le colonie estive, le colonie africane, le bombe sui cammelli, morire in russia, ebrei, ida dalser in manicomio, bastonato a testa in giù, crocche e papagni sul naso rotto in culo del capo del fascismo ignorante e privo di umorismo.

Coddio cane.

Marco Bechis, artista poliedrico nato in Chile da padre italiano nel lontano 1957, si fece notare nel mondo cinematografico nel 1999 con il suo capolavoro Garage Olimpo, un film sulle camere della tortura utilizzate dalla polizia segreta fascista argentina per estorcere informazioni dai famosi desaparecidos, cioè quei cittadini che sparivano dal giorno alla notte perché accusati di socialismo.
Sulla scia politica che lo ha sempre contraddistinto dal resto dei registi italiani buoni a chiacchere e fregne di merda nei fatti, nel 2011 Marco ci ha tirato fuori quest’opera strana, fatta esclusivamente di immagini d’epoca fascista dell’Istituto Luce e sporadiche dichiarazioni fuori campo di suo padre Riccardo.
Tramite le parole di lui e le immagini di repertorio, ci viene mostrata un’Italia totalmente soggiogata dalla propaganda di regime, un elemento essenziale per ogni dittatura.
E’ ormai infatti di dominio pubblico l’enorme mole di studi e dati scientifici sulla diretta connessione tra comando e infantilismo, e forse giusto un verme sotto i sassi di Matera può ignorare ciò che segue.
Per controllare una persona e fargli fare quello che si vuole, bisogna prima ridurre la sua personalità, schiacciarla con la propria e far sì che si instauri un rapporto da padre padrone: né troppo crudele ma neanche troppo tenero; l’ignoranza del soggetto passivo è virtù e la progressiva totale devozione il logico risultato. Una volta imparata la tecnica poi la si può semplicemente riprodurre su larga scala e prendere il potere di un’intera nazione.

E Il sorriso del capo parla di questo: di come il Fascismo abbia preso il potere usando il bastone e la carota, con la demagogia e il totale oscuramento dei mezzi di informazione, crescendo intere generazioni di ragazzi totalmente devoti al regime e senza un briciolo di personalità o capacità decisionale propria.
L’opera in sé è disomogenea e non eccessivamente accattivante, ma rimane un interessante esperimento andato in onda a notte fonda su un canale secondario della RAI.
Quindi, come al solito, complimenti ai fascio-capitalisti nella televisione pubblica.

VOTO:
3 Berlusconi

Il sorriso del capo (2011) voto

Titolo originale: Il sorriso del capo
Regia: Marco Bechis
Anno: 2011
Durata: 75 minuti

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Gli Stati Uniti d’America sono il più importante e più grande impero mai venutosi a realizzare sulla faccia della Terra: nessuna nazione ha mai avuto in passato un tale controllo, ramificato e pervasivo, del territorio globale, spesso in barba alle singole libertà nazionali degli altri paesi; nessuna nazione ha mai avuto una potenza militare capace di mettere fine alla stessa esistenza umana su questo pianeta; nessuna nazione ha mai riscritto tanto la storia mondiale per accomodare le proprie esigenze politiche.
Oliver Stone, un americano vecchio stampo celebre per il lavoro come regista hollywoodiano, ha deciso di fare una sua riscrittura della storia americana degli ultimi 70 anni seguendo una logica più aperta e polemica rispetto a quella ufficiale.

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Con l’enorme distruzione della seconda guerra mondiale, gli USA emersero dalle ceneri della civiltà occidentale come un elemento di discontinuità all’interno dello stesso contesto culturale: questo vuol dire che, nonostante condividessero culturalmente molto con la vecchia Europa, se ne distinguevano per la loro personale storia di ribellione verso il colonialismo, l’interventismo e la disuguaglianza.

Molti sapranno infatti che la rivoluzione americana fu in gran parte ideologicamente derivata dall’illuminismo francese, una corrente filosofico/politica che voleva rompere con i vecchi regimi monarchico-dispotici che avevano contrassegnato la storia dell’Europa dalla caduta dell’impero romano fino al 1700.
Seguendo saggi principi come la logica e la pragmaticità, gli illuministi rivoluzionarono non solo la Francia e gli Stati Uniti, ma un po’ tutta la cultura occidentale che infatti passò dall’assolutismo monarchico alla democrazia popolare, con tutti i pro e i contro del caso.
Dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776 fino all’inizio del 20° secolo, gli USA si sono sempre reputati un faro di speranza per i popoli mondiali, tutti quei popoli che si sentivano oppressi, affamati e sfruttati dal potente di turno; non molti sanno infatti che la famosa Statua della Libertà di New York ha una targa che recita “Dateci le vostre povere e stanche masse che sognano la libertà”, e questo fu per molti versi l’idea che guidò milioni di persone ad emigrare in quelle terre lontane al di là del mare.
La realtà dei fatti ovviamente era ben diversa: con ignoranza diffusa, razzismo spregiudicato e soppressione di molte libertà civili, la vita nel nuovo mondo non è mai stata tutta rose e fiori; ciò non toglie che la barbarie che ha mosso le grandi nazioni europee negli ultimi 300 anni non era neanche minimamente comparabile allo stile di vita delle popolazioni americane, spesso mosse dal comunitarismo, dal reciproco soccorso e dal generale pacifismo.
Fino alla prima guerra mondiale infatti gli Stati Uniti avevano una politica non-interventista sulle controversie internazionali, una politica per certi versi rivoluzionaria che i cittadini americani avevano difeso a spada tratta fino a quel momento seguendo una semplice logica: il resto del mondo li aveva trattati a calci in culo quindi loro non avevano alcun debito da saldare nei loro confronti; “che si ammazzassero tra loro” era il pensiero comune in USA.
Putroppo con il 20° secolo e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che lasciò uno spazio vuoto da colmare e cioè quello di potenza egemonica mondiale fino ad allora occupato dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti si tramutarono presto da simpatici lontani cugini a polizia mondiale col manganello facile.
Da quel momento in poi è stata solo una grande avanzata a stelle strisce a discapito del resto del mondo, una realtà tanto innegabile quanto soppressa.

Ecco, questa serie realizzata da Oliver Stone con la collaborazione dello storico Peter Kuznick, si concentra sul periodo che va dalla nascita di questo nuovo impero mondiale fino ai giorni nostri: dall’uso della bomba atomica sui civili giapponesi (crimine di guerra unico nella storia umana), all’avvento della guerra fredda; dal continuo interventismo americano in governi democraticamente eletti in paesi strategicamente importanti come Korea o Vietnam, all’uso indiscriminato di violenza e spionaggio per rovesciare gli stessi governi reputati scomodi al grande piano di stabilità americano; dal sovvenzionamento segreto dei più brutali dittatori mondiali in paesi come l’Indonesia o il Nicaragua, all’odio totalmente immotivato verso rivoluzionari socialisti in piccoli paesi come Cuba o El Salvador; dalle guerre stellari di Reagan alla caduta del blocco sovietico; fino a giungere all’era Bush con la sua guerra al terrore che ha seminato più morti di quanti intendesse evitare, e all’amministrazione Obama, ultimo recente tassello di un asservimento totale della Legge verso la Finanza.

Questi 10 episodi di documentarismo storico-politico, nonostante alcune interpretazioni un po’ tirate per i capelli, restano una grandissima opportunità per rivisitare con occhio critico la recente storia dell’Impero che ci governa tutti, anche se non lo sappiamo.

VOTO:
4 bambine vietnamite bruciate col napalm

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012) votoTitolo originale: Oliver Stone’s The Untold History of the United States
Regia: Oliver Stone
Anno: 2012
Durata: 10 episodi da 58 minuti

What we do in the shadows (2014)

Viago, Vladislav, Deacon e Petyr sono 4 vampiri che dividono una villa nella periferia di Wellington, Nuova Zelanda.
Venuti tutti dalla vecchia Europa, questi esseri immortali cercano di vivere le loro vite sanguinarie senza dare troppo nell’occhio.
Purtroppo un novello vampiro, Nick, porterà scompiglio e morte nello loro immortali vite.

Il “fenomeno vampiri” può essere ricondotto a leggende est europee del 15° e 16° secolo passate poi di bocca in bocca nel resto del vecchio continente; un po’ come nel gioco del telefono il messaggio viene distorto ad ogni passaggio, anche queste leggende sono state via via cambiate e adattate dalle culture riceventi.
E’ così ad esempio che è nata tutta la parte riguardante i crocifissi: queste storie di non morti, essendo fondamentalmente pagane, non includevano affatto croci, preti, chiese e cimiteri; quando poi però il cristianesimo si è propagato alle masse ignoranti dell’est, molte delle quali erano pagane o musulmane o chissaccosa, la nuova religione ha imposto loro tutto il suo carico di simbolismi e leggende.
Questo fenomeno di stratificazione lo si capisce anche dai mille modi con cui è possibile fottere un vampiro; in ordine sparso: croci, aglio, luce solare, acqua santa, chiese, suolo consacrato, decapitazione con posizionamento della testa tra i piedi o tra le gambe o sul culo o in un altro luogo, impalamento, mattoni in bocca, aghi nel cuore, pezzi di ferro sugli occhi e tra le dita, argento, falci e falcetti nella bara, acqua corrente, acqua bollente, fuoco, esorcismi, affogamento, pallottole, messe funebri…
Insomma, è più facile uccidere un vampiro che un essere umano.

La verità è che fino a 150/200 anni fa, l’ignoranza regnava ancora sovrana tra la gente; pochissimi sapevano leggere e scrivere, figuriamoci quanti potevano saperne di medicina. Succedeva allora che fenomeni assolutamente normali come il decadimento corporeo dei cadaveri con la conseguente maggiore esposizione di denti e unghie, il rigonfiamento di petto e faccia per via dei gas della decomposizione, e anche alcuni erronei seppellimenti di viventi, dessero poi origine a stupide storie popolari, spiegazioni buone per fenomeni incomprensibili con i pochi strumenti scientifico-intellettuali dei contadini e popolani dell’epoca.

Fortunatamente oggi il sapere umano è molto più diffuso e accessibile rispetto alla Macedonia del 1600 e quindi possiamo ridere delle stupide superstizioni di quei poveri imbecilli.
Discorso diverso è per tutti quelli che ancora oggi (con le enciclopedie, con i documentari, i film, internet e le scuole pubbliche) ancora credono a vampiri, lupi mannari, babbi natale e uomini invisibili nel cielo che ci giudicano se scopiamo prima del matrimonio.
Per tutti questi idioti moderni non c’è giustificazione che tenga: costoro meritano di essere impalati, bruciati, sparati, annegati, decapitati, crocifissi, smembrati e seppelliti a testa in giù.
Così forse la loro bigotta ignoranza morirà con loro, finalmente.

PS: il film è un mockumentary (cioè un finto documentario) molto divertente e interpretato da bravissimi attori comici neozelandesi. I due registi, Clement e Waititi, recitano nei ruoli di Vladislav e Viago.
Un film da non perdere, ma che molto probabilmente non uscirà mai nelle sale cinematografiche italiane.

VOTO:
4 Nosferatu

What we do in the shadows (2014) voto

Titolo originale: What We Do In The Shadows
Regia: Jemain Clement, Taika Waititi
Anno: 2014
Durata: 86 minuti

Italy: Love it, or Leave it (2011)

Cosa dovrebbero fare quegli italiani che si sentono stretti nella morsa della crisi economico-culturale del bel paese?

Partire e lasciare la nazione nelle mani di inetti bigotti vecchi paternalisti e patriarcali stronzi? Oppure rimanere e resistere all’assalto della stupidità, dell’oggettificazione della donna, della mentalità mafiosa di larga parte del ceto politico?
E’ quello che si chiedono Luca Ragazzi e Gustav Hofer in questo documentario on the road.

Italy: Love it, or Leave it (2011)
Gustav piscia, Luca scruta l’orizzonte

Gustav e Luca sono una coppia gay di Roma, lavorano nell’industria dell’intrattenimento e hanno già prodotto un documentario nel 2008 con uno stile simile, Improvvisamente l’inverno scorso.

Quello era sul rapporto degli italiani con l’omosessualità e ne veniva fuori un quadro un po’ deprimente, ma non sorprendente: l’Italia è un paese restio al cambiamento, attaccato alle sue tradizioni spesso superate e controproducenti, e attanagliato da una religiosità che permea ogni ambito della vita civile.

Questo invece indaga sulla disgregazione della società italica degli ultimi 20 anni: da paese capace di produrre premi nobel, innovazione, ricchezza e cultura, si è arrivati oggi ad avere una manodopera pagata come gli operai in Polonia.
Dalle fabriche della FIAT che chiudono a quelle della Bialetti che ora produce in Romania, dalla Campania invasa dai rifiuti alla Sicilia in preda alla Mafia, il quadro che ne esce fuori è una caricatura deprimente di un paese allo sbando, senza speranze e con alla guida un manipolo di cialtroni criminali e arroganti.

Italy: love it, or leave it è uscito nel 2011, in piena era berlusconiana; si pensava che con la caduta del regime di Arcore le cose sarebbero cambiate, ma la realtà è che in Italia, come nella Sicilia di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia per non cambiare nulla.

VOTO:
3 Gattopardi e mezzo

Italy: Love it, or Leave it (2011) - Voto

Titolo originale: Italy: Love it, or Leave it
Regia: Gustav Hofer, Luca Ragazzi

Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Guida perversa all’ideologia (2012)

Slavoj Žižek è un accademico, un filosofo e uno psicanalista sloveno salito alla ribalta delle cronache negli ultimi 15 anni: da intrepido studioso e teorico comunista è rapidamente diventato una rock star intellettuale, protagonista di numerosi video, documentari e film.

Qui il Nostro si lascia andare per due ore parlando animatamente di ideologia, delle sue motivazioni, di come individuarla, stanarla e di come interpretarla sotto una prospettiva marxista, tutto questo attraverso la visione e l’analisi di spezzoni presi da 25 film diversi: da Lo squalo a Zabriskie point, da Sentieri selvaggi ad Essi vivono.

Žižek è un personaggio affascinante che riesce a trascinare anche un pubblico non avvezzo a discorsi quali quelli da lui trattati e con questo film, quasi un ammasso omogeneo di idee sparse, si riesce bene ad apprezzare la logica non-lineare di uno dei più famosi filosofi viventi.

Titolo originale: The Pervert’s Guide to Ideology
Regia: Sophie Fiennes
Anno: 2012
Durata: 136 minuti

This is Not a Film (2011)

Piccolo Recap:

Jafar Panahi è un regista ed intellettuale iraniano; ha diretto interessantissimi film quali Il palloncino bianco, Lo specchio, Oro rosso e Il cerchio.
Nel marzo 2010 è stato arrestato con l’accusa di attività sovversiva; i suoi film sarebbero offensivi e fondamentalmente contro la rivoluzione islamica iraniana.
In seguito a questa accusa è stato condannato a 6 anni di galera e 20 anni di divieto di lasciare il paese, fare interviste e dirigere altri film.
Nel marzo 2011 il povero Jafar si rompe il cazzo di stare seduto sul divano agli arresti domiciliari e decide di filmarsi: con l’aiuto di un amico documentarista realizza un piccolo NON-Film su una sua giornata tipo.

Fine Recap.

This is not a film, come il quadro di Magritte della Non-pipa, dice tutto quello che c’è da dire con la sola negazione dell’esistenza.
Negazione nel dirigere, negazione nel vivere una vita normale, negazione nell’esprimere il proprio pensiero liberamente.

Un piccolo film, ma un grande messaggio.

Titolo originale: In film nist
Regia: Jafar Panahi
Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Fire in the Blood (2013)

La sindrome da immuno deficienza acquisita, o AIDS, miete quasi 3 milioni di vittime ogni anno, in gran parte nei paesi in via di sviluppo.

Si calcola che circa 37 milioni di persone siano morte a causa del virus dell’HIV e, dopo 30 anni di ricerca, non abbiamo ancora un vaccino o un medicinale capace di sconfiggere questo essere microscopico.
Quello che abbiamo sono farmaci anti retrovirali che possono rallentare, se non fermare, l’avanzare della malattia; sfortunatamente però questi medicinali vengono venduti a carissimo prezzo dalle industrie farmaceutiche americane ed europee condannando di fatto la stragrande maggioranza delle persone a non poterne fare uso, e quindi morire.

Questo documentario prodotto dalla Sparkwater India (giovane compagnia di produzione indiana) parla proprio di questo, ovvero di come i soldi siano più importanti delle persone quando si vive in un sistema capitalistico e di come non ci sarà mai giustizia sociale fintanto che settori di vitale importanza quali sanità ed educazione saranno in mano ad enti privati il cui unico e dichiarato scopo è e sarà sempre solo quello di “fare soldi”.

Titolo originale: Fire in the Blood
Regia: Dylan Mohan Gray
Anno: 2013

Durata: 87 minuti

The Central Park Five (2012)

La sera del 19 aprile 1989 una giovane bancaria di 29 anni stava facendo jogging a Central Park, New York; quella stessa sera fu assalita, trascinata in un fosso vicino, derubata, stuprata, sodomizzata, accoltellata, le fu fratturata la testa con una pietra e fu lasciata in condizioni disperate fino a quando, la mattina dopo, due persone notarono qualcosa in quel fosso, ed il resto è conosciuto come il “Central Park Jogger Case”.

The Central Park Five (2012) - 1
Central Park dall’alto

Ora, mettete sul piatto questi elementi: la donna era una giovane bianca rispettabile con un lavoro nella finanza; mentre lei veniva assalita un gruppo di giovanissimi newyorkesi neri e ispanici stava disturbando ed assalendo passanti nel parco; la polizia deve trovare il colpevole sotto pressione di una stampa ringalluzzita dagli elementi di estrema violenza e sessualità.

Indovinate un po’ chi accusarono?

è stato il negro!
è stato il negro!

The Central Park Five narra la vicenda di Antron McCray, Kevin Richardson, Raymond Santana, Yusef Salaam and Kharey Wise; 5 ragazzi marginalizzati di un New York razzista, violenta e devastata da un capitalismo sfrenato (ricordate che sono gli anni di Ronald Reagan, di Rambo e di Wall Street cocainomane), cinque ragazzi accusati ingiustamente e costretti a confessare sotto pressione psicologica, con la polizia che li ha torchiati dalle 16 alle 30 ore consecutive, ragazzi tra i 14 e i 16 anni la cui unica colpa era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La stampa, l’opinione pubblica e i media tutti si schierarono contro questi cinque poveracci arrivando addirittura a chiedere la pena di morte, vi ricordo, ragazzi tra i 14 e 16 anni.
Donald Trump (quello stronzo magnate americano che ha fatto i miliardi con il business delle case, un palazzinaro insomma) comprò una pagina intera del New York Times per invocare il ripristino della pena capitale nello stato di New York.

pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo
pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo

Dopo un lungo processo farsa furono condannati a pene detentive tra i 7 e i 16 anni.
Un’esperienza che lì segnò per sempre, togliendo loro la voglia di farcela, di avere stima in se stessi, nel dare fiducia alle persone, 5 ragazzini innocenti sbattuti in galera con criminali dalla pella spessa; tutto questo non deve essere stato facile.

Solo nel 2002 il vero colpevole, Matias Reyes, incontrando uno di loro in galera, sentì il bisogno di fare outing, di confessare tutto e cercare così di ridare un po’ di dignità alle vite spezzate di questi giovani americani.
Non la stampa, non la televisione, non il governo, non le brave persone hanno corretto questo mostro giudiziario; no, a salvare i Central Park Five fu un rapinatore omicida ispanico disturbato dalla strana e violenta sessualità.

Brava America, sempre in pole position nella classifica dei posti del cazzo.

VOTO:
4 rapinatori omicidi ispanici disturbati dalla strana e violenta sessualità e mezzo

The Central Park Five (2012) voto

Titolo: The Central Park Five
Regia: Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

24 hour party people (2002)

Ian Curtis, leader e cantante dei leggendari Joy Division cantava “Love will tear us apart again”.Una delle più toccanti e strazianti canzoni di tutti i tempi è una canzone che funziona perché parla dritta al cuore di tutti, di tutti quelli che hanno provato quella sensazione di insofferenza sciatta verso tutto e tutti, quell’impotenza che nasce dalla rabbia, quella voglia di amore disperso e perduto e la nostalgia che ci accompagna, sempre. E fa tutto questo su una melodia apparentemente gioiosa e sbarazzina.

Joy Division era un’ala di un campo di concentramento nazista adibita alla prostituzione di giovani ebree per il piacere dei loro aguzzini ariani; ecco qui riassunta tutta la poetica di amore e sofferenza di un gruppo anni ’80 solo apparentemente superficiale.

24 hour party people (2002) - 1

24 hour party people, pellicola del 2002 diretta da Michael Winterbottom, cerca di ripercorrere un periodo storico che va dal 4 giugno del 1976, notte in cui i Sex Pistols suonarono per un pubblico di 42 persone al Lesser free trade hall in Manchester fino all’estate del 1997, quando il più famoso locale di Manchester, l’Hacienda, chiuse i battenti per perdite finanziarie vicino ai 18 milioni di sterline.
Vi chiederete, come si connette tutto questo?
Ebbene, in quel famoso concerto del ’76 era presente un uomo profeta: tale Tony Wilson, Mr Manchester, presentatore televisivo e radiofonico, produttore musicale, giornalista, fondatore di un’etichetta discografica che produsse roba tipo Joy Division, New Order e Happy mondays, e proprietario del club Hacienda di cui prima.

Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper
Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper

Ma sbaglia chi pensa che questo film parli di Mr Manchester; come lo stesso Tony Wilson dice nel film, lui ha solo una piccola parte nella storia da lui vissuta; questo è un film sulla musica e su quelli che l’hanno fatta.

Girato con uno stile confusionario, sgranato, e scombussolato, dai colori acidi e sballati come i personaggi ritratti, geni musicali drogati e fuori controllo, 24 hour party people è un omaggio anarchico ad un’epoca ormai tramontata, quando la gente ballava sulla musica di band aggressive e anti-sistema, un periodo d’oro dal punto di vista musicale, distrutto in gran parte dalla spirale di violenza e droga che ha travolto Manchester negli anni ’90.

Il film congiunge due punti di svolta nel panorama musicale inglese: alla fine di un’era quale quella dell’Anarchismo Punk britannico nacque la New wave i cui maggiori esponenti furono proprio i Joy Divison, con la morte della New Wave nacque il famoso Britpop e la moderna industria discografica, e niente fu più come prima.

VOTO:
4 britpop

24-hour-party-people-(2002)-voto

Titolo: 24 Hour Party People
Regia: Michael Winterbottom
Anno: 2002
Durata: 117 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)