Star Wars: l’ascesa di Skywalker (2019)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus onnipotente papagno rotto cazzo pazzo balordo barzotto. Che botte da orbi ragazzi.
Che colori matti sullo schermo che cade in testa alle vecchie storpie.
Che multinazionali del tabacco fogne a cielo aperto ci sono in questo film fantastico senza arte né parte che consiglio caldamente a chi non esiste, cioè dio.

Cosa?
Siete ancora interessati a sapere di cosa parla questo film?!
E ‘sti cazzi non ce li mettete!?!

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Io non ho parole oltre a quelle sconclusionate che ho scritto sopra.

Una pellicola piena zeppa di scene e storie che si susseguono a rotta di collo per la paura di annoiare un pubblico irrequieto di pizzichi alle gengive sanguinanti, una sequela senza capo né coda di effetti speciali e salti piroette capitomboli spade in petto ti curo io serpe di merda sono gesuccristo risorto donna mani venose perché donne uguali uomini progresso civiltà repressione e civiltà.

Niente, scusate; non ce la faccio proprio.

Porco dio i capelli down.
Trik trak e bombe a mano.

VOTO:
2 preti e mezzo

Star Wars: l'ascesa di Skywalker (2019) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker
Regia: J. J. Abrams
Anno: 2019
Durata: 142 minuti

L’ultimo terrestre (2011)

Gli alieni stanno per arrivare sulla Terra ma gli esseri umani non sembrano troppo sconvolti.
Perché?

Perché devono pensare a come arrivare a fine mese e secondo lo sceneggiatore tipico italiano questo è un buono spunto per parlare della crisi contemporanea italiana nella voragine politica in assenza di valori ed ideologie che dirigano il gregge di dio illuso dal logorio della vita moderna… o qualcosa di simile.

Ad ogni modo: il nostro protagonista si chiama Luca, è un povero asociale misogino con il volto da Picasso, il suo unico amico è un transessuale col naso da Shylock e la faccia di Luca Marinelli, lavora in una squallida sala bingo frequentata da gente squallida e non sa come dichiararsi alla vicina di casa bona.
In aiuto arriva la morte del gatto di lei e bla bla bla

L'ultimo terrestre (2011)

Primo film del fumettista Gipi di cui lessi un paio di libri nel 2008 e poi me ne dimenticai, come farò con questo film.

Non è brutto, anzi: ci sono alcune trovate interessanti, lo stile (anche se forse una punta pretenzioso) ci sta e la storia non è malvagia… ma è che proprio non me ne frega una mazza.
Cioè, io ci provo a volergli bene ma finisco col fregarmene il cazzo e passare oltre perché la vita è una sola, anche se in realtà siamo parte di un unico magma cosmico imperscrutabile e di cui non capiremo mai l’essenza dal nostro ridicolo punto di vista percettivamente ristretto come il culo di gallina…
…ma vuoi mettere la crisi contemporanea della disoccupazione in Italia?

Il finale mi ha ricordato un film che non smetto mai di consigliare, che si chiama Take Shelter e che è infinitamente meglio di questo.

VOTO:
2 magma e mezzo

L'ultimo terrestre (2011) voto

Titolo internazionale (ma chi l’ha visto?): The Last Man on Earth
Regia: Gian Alfonso Pacinotti
Anno: 2011
Durata: 100 minuti

West Side Story (1961)

Nell’upper west side di Manhattan ci sono tanti giovani poveracci americani che si fanno la guerra al campo di pallacanestro per il dominio di quelle loro strade di merda sporche e malfamate.

I Jets e gli Sharks, due gang rivali d’immigrati, si contendono il campetto a suon di ceffoni e piroette piroclastiche alzando ogni giorno il tiro dell’ammissibile: schiaffi, calci, pietre, cinghie, coltelli, pistole… la corsa agli armamenti sembra non fermarsi mai e solo l’AMMORE duro e puro di due ragazzi con i genitali in fiamme potrà (forse) stoppare l’escalation di morte.

West Side Story (1961)
che belle mani bell’uomo

West Side Story è un celebre musical, prima teatrale e poi cinematografico, vecchio e stravecchio… eppure bello e strabello.

Pieno zeppo di ballerini che danzano in maniera così leggiadra da farti dimenticare per un attimo che esistono le carestie e gli stupri di guerra e tutto incentrato sulla guerra civile che le minoranze etniche (polacchi e portoricani nella fattispecie) si facevano all’ombra dell’ultimo sole del capitalismo yankee, questa celebre opera cinematografica vale certamente almeno una visione, sia dei fan del genere che di chi come me vuole semplicemente provare il brivido di farsi venire la voglia di un plié.

VOTO:
4 plié e mezzo

West Side Story (1961) voto

Titolo brasiliano: Amor, Sublime Amor
Regia: Jerome Robbins, Robert Wise
Anno: 1961
Durata: 153 minuti

The Irishman (2019)

Frank Sheeran non era un parente di She-Ra, la sorella gemella di He-Man, ma fu un bonario figlio di puttana a sangue freddo che fece da tramite tra la mafia americana e il famoso sindacato degli autotrasportatori presieduto dal potente Jimmy Hoffa durante i favolosi anni ’60 e ’70.

Dopo aver combattuto per gli Stati Uniti nell’invasione d’Italia durante la seconda guerra mondiale ed essersi quindi fatto le ossa in quanto ad ultraviolenza, Frank dedicò una vita intera al crimine “dipingendo case” (questo l’eufemismo usato per gli omicidi)… ma questa sua dedizione al lavoro non gli valse né una vita e né una vecchiaia felice tanto che la povera lucertola morì solo come un cane in una casa di riposo circondato dal vuoto pneumatico, nonostante avesse messo al mondo 4 figlie e tanti si fossero dichiarati suoi amici.

The Irishman (2019)
dai, vuoi essere mio amico?!

Queste 3 ore e mezza di film non mi verranno più date indietro e, quando sarò un vecchio decrepito come il nostro Frank Sheeran, piangerò lacrime amare sognando di poterle rivivere per andare a farmi una passeggiata, dipingere un mazzo di fiori o farmi una bella limonata con una donna.

Ma io dico: ma l’anima de li mortacci tua Scorsese, ti stai rincoglionendo anche tu?
No perché tutto bello, tutto giusto, bella la fotografia, bei costumi, grandi attori nella canna del fucile… ma io quel fucile vorrei ficcartelo in bocca e premere il grilletto per punirti dell’insulto alla tua carriera, oltre che al genere gangster, che questa roba rappresenta.

A parte che il film è di una noia mortale, specialmente per chi non è americano sopra i 60 anni e quindi se ne strafrega il cazzo di Jimmy Hoffa (e su questo difatti centri appieno il problema con la scena dell’infermiera che non lo riconosce in fotografia… ma allora se volevi fare un film per te e i tuoi amici del circolo di bocce di Los Angeles te lo giravi col cellulare e te lo proiettavi nel cinema di casa), ma poi mannaggia i pappagalli del Perù: ma come cazzo ti viene in testa di prendere un vecchio e ringiovanirlo col computer sperando che possa interpretare la parte di un giovane uomo?

Ma l’hai visto come cammina Robert De Niro che sembra si sia cacato sotto e stia correndo dalla mamma per farsi cambiare il pannolino?
Ma quella scena col pestaggio fuori dall’alimentari con Bob fucking De Niro che n’artro po’ cascava mentre tentava goffamente di schiacciare la mano al droghiere non ti è saltata all’occhio come un tantino fatta male?

Dio cristo come sono incazzato.

L’unica cosa interessante in tutto questo pandemonio furente d’emozioni negative è l’aver scoperto che Robert De Niro ha un debole per le nere essendosi sposato per ben due volte con afro-americane…  e ora capisco meglio il film da lui diretto A Bronx Tale.

VOTO:
2 pannolini

The Irishman (2019) voto

Titolo quell’altro più bello: I Heard You Paint Houses
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2019
Durata: 209 FOTTUTI minuti

Virus letale (1995)

Nel 1967 un virus letale viene trovato in un villaggio in Zaire e gli americani pensano bene di gettarci una bomba prima che Motaba, questo il nome affibbiatogli, si diffonda e soprattutto prima che questo venga isolato e studiato e quindi usato dai suoi due maggiori nemici mondiali: i Comunisti e i Trigliceridi.

30 anni dopo il virus, portato dalle scimmie cappuccine (un cui membro fu brutalmente decapitato in Cannibal Holocaust), fa capolino in una tranquilla cittadina americana chiamata Cedar Creek, famosa per aver dato i natali alla zia di Mino Reitano, e siccome nel frattempo il figlio di puttana è mutato diventando aerobico non rimane altro da fare se non piombare un’altra bella bombetta ad alto potenziale vaporizzando circa 2300 persone, assieme a qualche miliardo di virus letali.

…ma forse, e dico forse… un’altra via potrebbe esserci: il naso di Dustin Hoffman e la vocina di Cuba Gooding Junior potrebbero spaventare a morte Motaba e ricacciarlo in serie B.

Virus letale (1995)
una somiglianza strabiliante!

Dal regista de La storia infinita e Il mio nemico, ecco uno di quei film che Roberto Fiore direbbe <<Ma come ha fatto Dustin Hoffman a diventare famoso con quel naso da giudio?>> ma poi si renderebbe subito conto che i media sono controllati dagli ebrei che ti avvelenano i pozzi per sacrificare i tuoi figli al loro dio vendicativo e così facendo si risponderebbe in maniera agile ed ariana per poi tornare al film in sé, che è uno di quei film con gli scienziati e le mascherine e gli ammalati che tossiscono nei corridoi per poi svenire tirandosi addosso i popcorn che fa più scena da distruzione del quieto vivere americano.

Una pellicola non imperdibile, ma passabile quando imperversa l’apocalisse fuori dalla porta di casa e sei costretto a sublimare le tue paure con l’arte.

Da segnalare la presenza di un algido Kevin Spacey, balzato recentemente alle cronache per i ripetuti assalti ai giovinetti che bazzicano Hollywood, nel ruolo probabilmente più frocio che gli abbiano mai fatto recitare, risultando quindi assolutamente perfetto.

VOTO:
2 giovinetti e mezzo

Virus letale (1995) voto

Titolo originale: Outbreak
Regia: Wolfgang Petersen
Anno: 1995
Durata: 127 minuti

Irrational Man (2015)

Abe Lucas è un professore universitario di filosofia che non trova più la voglia di farselo alzare la mattina presto da quando un amico si è fatto saltare in aria calpestando una mina antiuomo in Iraq o Afghanistan o Centocelle, non ricordo bene.

Fatto sta che Abe, appena arrivato alla sua nuova università nel Rhode Island, riesce in men che non si dica a tirarsi appresso sia una collega di mezz’età insoddisfatta dal marito che una studentessa sbarbatella fica secca che non vede l’ora di fare la tacca “professore” sul tabellone dei maschi da trombare.

Dal canto suo il signor Lucas, tormentato da una depressione cosmica e un generale cinismo verso tutto e tutti, trova inaspettatamente linfa vitale quando scopre di voler interpretare il giustiziere del sabato mattina facendo bere del cianuro ad un giudice stronzone che lui reputa indegno di popolare la società civile mettendo così in pratica un personale esistenzialismo.

Irrational Man (2015)

Woody Allen non fa mai un film brutto, anche quando ci mette il minimo impegno scrivendo la sceneggiatura nelle pause caffè o seduto al cesso, e questa pellicola non è da meno.

Interpretato da un buon cast, su cui spicca Joaquin Phoenix per la sua bella panza d’alcolista, e girato bene che non gli si può dire nulla di male, Irrational Man riesce nel difficile intento di farti rimanere muto per mancanza d’appigli a cui aggrapparti mentre cerchi di fare il tuo misero lavoro di critico.

VOTO:
2 appigli e mezzo

Irrational Man (2015) voto

Titolo colombiano: Hombre irracional
Regia: Woody Allen
Anno: 2015
Durata: 95 minuti

Shazam! (2019)

Billy Batson, un adolescente molto ribelle che non riesci a tenerlo in una casa famiglia per più di una settimana perché lui vuole uscire per andare a cercare la madre biologica che tanti anni or sono l’ha “perso” ad una fiera di paese e che magicamente non è stata mai trovata/contattata dalle autorità (in)competenti, si troverà magicamente a che fare con un vecchio mago rasta che sta disperatamente “cercando la sua Amy” ovvero lo spirito puro al quale passare i suoi formidabili poteri prima che la morte non gli permetta più di contenere le mostruose bestie rappresentanti i sette peccati capitali che hanno recentemente preso dimora dentro l’occhio di un ricco figlio di papà ossessionato dal cazzo altrui, reale e metaforico.

Shazam! (2019)

Tutto chiaro fino a qui?

Bene, perché io invece mi sono stufato presto a seguire questa trama sottesa di stronzataggine bambinesca molto buona a vendere un prodotto oggettivamente confezionato coi fiocchi, ma che inspiegabilmente non ha sortito gli effetti desiderati al botteghino.

Difatti è incredibile che il miglior film dell’universo DC (che fa cacare e quindi ci voleva poco ad essere il migliore) sia anche il film dell’universo DC che ha incassato di meno…

…e questo mi ha fatto incazzare molto.

VOTO:
3 casso e mezzo

Shazam! (2019) voto

Titolo di sceneggiatura: Billy Batson and the Legend of Shazam!
Regia: David F. Sandberg
Anno: 2019
Durata: 132 minuti

Predator (1987)

Il maggiore Alan “Dutch” Schaefer e il suo drappello di fottuti agenti speciali americani vengono ingaggiati per una missione di salvataggio in territorio nemico (un innominato paese sudamericano… probabilmente uno dei tanti che gli USA vogliono sottomettere a colpi di colpi di stato).

Quello che i nostri prodi proci ignorano però è che il loro talento per la carneficina verrà usato per una mera questione di documentazione mancante (neanche lavorassero all’INPS) dispersa nel mezzo della stessa giungla che funge da perimetro da caccia per una razza aliena bastarda platealmente ispirata allo stereotipo dell’uomo nero con i dreadlocks.

Predator (1987)

Bel filmino d’azione con uomini molto muscolosi e molto frocinconsapevoli che vidi in fase pre-adolescenziale e che poi ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo.

La pellicola potrebbe essere riassunta con: molto sangue, molto onore ed un fantastico Arnold Schwarzenegger che lancia un notturno grido di guerra illuminato solo da una fiaccola.
Ma la cosa più sconvolgente invece è stato apprendere come il regista John McTiernan, alla guida di capisaldi come Die Hard e Last Action Hero, sia finito in disgrazia quando si fece un anno di prigione nel 2013 per aver assunto un investigatore privato al fine di registrare conversazioni compromettenti sia della sua ex moglie che del produttore del suo remake di Rollerball.
Un pasticciaccio degno di Via Merulana che l’ha portato a dichiarare bancarotta e vendersi il ranch in Wyoming.

E’ un attimo che si finisce con le pezze al culo.

VOTO:
4 personaggi scorrelati

Predator (1987) voto

Titolo di lavorazione: Alien Hunter
Regia: John McTiernan
Anno: 1987
Durata: 107 minuti

C’era una volta a… Hollywood (2019)

E’ il 1969 ed è la fine dell’epoca d’oro del cinema Hollywoodiano: quando gli Studios comandavano il mercato e la libertà artistica era fortemente ristretta.

Nuovi autori si stanno affacciando, molti europei che portano strambe ed innovative idee dentro un mercato un po’ raffermo, la rivoluzione giovanile batte i pugni sulle porte di mezzo mondo e in un tutto questo turbine d’eventi grandi come una casa, il nostro protagonista Rick Dalton, una volta famoso per una serie tv western ed ora ridotto a particine episodiche che lo stanno facendo scivolare sempre più dentro un vortice di mediocrità ed oblio, si ritrova al bivio della vita: lasciare con dignità un campo di battaglia troppo cruento per le sue misere doti artistiche oppure ostinarsi e finire ubriaco sui set di film di serie z diventando materiale di derisione per gli Youtubers che verranno decenni dopo a farsi grosse risate ignorando completamente il profondo dolore di uomini fatti credere d’esser speciali dalla più grande macchina propagandistica mai esistita ed invece miseri esempi dell’insensatezza della ricerca dell’immortalità.

Rick Dalton e il suo fidato stuntman di fiducia che gli fa da tuttofare, visti anche i tempi di magra cinematografica, si troveranno loro malgrado nel mezzo del famosissimo casino sanguinolento della famiglia Manson ai danni della moglie di Roman Polanski, Sharon Tate… aggiungendo farsa a tragedia.

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Giro di valzer per una serie di personaggi che vengono nutriti evidentemente di profondo affetto dal regista feticista dei piedi più famoso della storia e lettera d’addio d’arrivederci ad un’epoca statunitense molto naive e molto infantile finita per molti versi tragicamente.

Tragicamente, nel caso specifico, per l’assurda carneficina perpetrata da quei folli della famiglia Manson, un gruppo di ragazzi sbandati capeggiati da un assurdo psicopatico chiamato per l’appunto Charles Manson.

Si dà il caso infatti che Charles Manson fosse convinto dell’esistenza di messaggi segreti nel White Album dei Beatles; messaggi diretti a lui e al suo gruppo di fulminati che preannunciavano un’imminente apocalisse razziale che avrebbe scombussolato le maggiori città americane (soprannominata Helter Skelter) e il nostro beneamato Charles voleva facilitarla con una serie di assassini di famosi ed importanti bianchi convinto che poi la comunità nera sarebbe stata accusata degli stessi. Successivamente la divisione all’interno della comunità bianca tra razzisti e non razzisti avrebbe dato la vittoria agli afro-americani mussulmani (!?!) che, in quanto inferiori, sarebbero poi stati facile preda della famiglia Manson la quale avrebbe quindi preso il potere degli Stati Uniti guidando la fine della rivolta nella città del Pozzo senza fondo, una città nascosta sotto la Valle della Morte.

“Coddio” direte voi.
“Coddio” dico io. Certa gente è matta per davvero!

Il film è ovviamente girato da (cod)dio e tutto risulta piacevole (meno alcuni inutili inserti posticci di Leonardo DiCaprio che sembrano usciti dritti dritti da una puntata de I Griffin), ma il tutto lascia in bocca meno di quello che ci si aspetterebbe da una tale operazione artistica.

Certo, bello Bruce Lee che racconta stronzate ad un gruppetto di lavoratori come Carlo Verdone raccontava ai barellieri del San Camillo di quando un cinese s’era buttato da Ponte Milvio che quando l’avevano ripescato 20 giorni dopo e poggiato sulla banchina aveva fatto “Plof” come quando te pijano ‘na medusa e ta ‘a tirano dietro ‘a schiena pe’ fatte no scherzo, ma forse questa volta la sua solita operazione meta-cinematografica non ha sortito il solito effetto dirompente.

VOTO:
3 Tarantino succhia dita dei piedi e mezzo

C'era una volta a... Hollywood (2019) voto

Titolo originale: Once Upon a Time in Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Durata: 161 minuti

Jack Reacher: La prova decisiva (2012)

Pittsburgh è famosa sia per gli zombie di George Romero che per i cecchini infami che sparacchiano come cani randagi 5 sconosciuti in riva al fiume dall’alto del ventesimo piano di un palazzo sulla riva opposta.

James Barr, reduce della guerra del Golfo dall’istinto omicida, è accusato di questi 5 omicidi perché tutte, TUTTE, dico TUTTE le prove sono contro di lui… ma Jack Reacher, un ex maggiore della polizia militare, la pensa altrimenti: sembra tutto troppo perfetto, tutte le prove al loro posto, tutti che votano Salvini.

Qua sotto c’è la mano dei bolscevichi, o dei gatti lunari, o dell’ex ministro del MIT Pietro Lunardi.

Jack Reacher (2012)

Un sufficiente per questo filmetto d’azione tratto da una famosa serie di libretti buoni a far viaggiare con la mente gli impiegati ministeriali e una manata in bocca a me che mi ostino a perseguire la facile strada della perdizione satanica con questa cinematografia di quart’ordine che ti trastulla i genitali con le trame semplici, le battute semplici e le persone semplici.

In tutto questo, trovo però insolitamente piacevole la presenza nel ruolo di antagonista del placido Werner Herzog, famoso regista tra i protagonisti del Nuovo Cinema Tedesco, che io dico ma come cazzo ti viene in mente ti servono forse i soldi per bucarti tra le dita dei piedi werner no perché se è così parliamone?!

VOTO:
3 Lunardi

Jack Reacher (2012) voto

Titolo cileno: Jack Reacher: Bajo la mira
Regia: Christopher McQuarrie
Anno: 2012
Durata: 130 minuti

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)

Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (se non sapete il nome, andate su Wikipedia), oltre ad aver condotto gli stati del nord alla vittoria contro quelli del sud nella sanguinosa guerra civile americana (guerra che, tra il 1861 e il 1865, fece più di 2 milioni di morti), fu anche un avido cacciatore di vampiri.

Ma come? Non lo sapevate?!

Beh, ovviamente la colpa è della cospirazione pluto-pippo-giudaica e di quei rettiliani che non vogliono far sapere quanto le nostre società civili siano infettate dal morbo giudio nel senso di Giuda che vendette nostro signore Gesù Cristo per 30 denari sonanti dirin din din e quanto il valoroso presidente passato alla storia come il liberatore degli schiavi neri americani abbia anche salvato l’Unione da una marea di non morti.

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)
prendi questo, mutato figlio di puttana

Interessantissimo revisionismo storico cinematografico (da far invidia a Renzo De Felice) che, in puro stile americano, se ne fotte della realtà dei fatti e della tradizione per andare invece a riscrivere una pagina più che dibattuta all’interno della società statunitense, quella che vide contrapporsi le giovani colonie americane a suon di baionette e cannonate.

La veste grafica è ottima, come pure le scene d’azione; quello che manca però è un vero filo narrativo visto che in più di un’occasione si avvertono salti spazio-temporali, forse dovuti a grossolani tagli in fase di montaggio, che lasciano parecchio amaro in bocca allo spettatore che abbia la saporita voglia d’assopirsi pigramente di fronte allo schermo.

Ma in verità io vi dico:
pensate se da noi venisse fuori uno con l’idea di mettere in scena un Camillo Paolo Filippo Giulio Benso conte di Cavour assetato di vendetta per la morte di un familiare e che, armato d’ascia lunga un metro, faccia man bassa di satanassi fracassandogli la capoccia e sbudellandone gli addomi.
Ma v’immaginate gli interminabili dibattiti intellettualoidi?

VOTO:
3 Cavour

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012) voto

Titolo originale: Abraham Lincoln: Vampire Hunter
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2012
Durata: 105 minuti

Hereditary: Le radici del male (2018)

Una famiglia borghese buona solo per sacrifici populisti incontra il suo (in)fausto destino per mano di Paimon, mitologico spirito diabolico al servizio di Lucifero, il quale non vede l’ora di poter prendere carne tramite il classico sacrificio rituale con donne di mezz’età sfatte e uomini col cazzo piccolo (ma che dico piccolo, piccolissimo), tutti bellamente nudi in mezzo a un mare di candele manco fosse la stanza di un adolescente la fatidica sera che deve perdere la verginità.

Soffi di vento gelido, minacciose ombre in angoli bui e scontri familiari al desco del desinare precederanno quello che è un finale un po’ scontato, ma comunque godibile.

Hereditary: Le radici del male (2018)

Riuscito esordio per un giovane autore di spaventi americani che, con le dovute aperture mentali, riesce a funzionare perfettamente anche in un contesto culturale che non sia quello a stelle e strisce e che quindi non abbia l’atavica fobia puritana per le streghe e i micro cazzi.

Spendendo due lire e utilizzando al meglio una bella casa vittoriana, si è riusciti a dare ampio spazio ai silenzi e all’immaginazione dello spettatore che si ritrova a completare il puzzle narrativo esattamente come è richiamato a completare il puzzle visivo d’inquadrature scure dentro le quali serpeggiano mostruose diafane apparizioni.

Un horror che spezza le convenzioni contemporanee degli spaventi crassi e rumorosi tanto amati da chi, frustrato da una vita d’obbediente servo del sistema, cerca disperatamente d’animare la sua misera giornata con film rumorosi e una sessualità fintamente biricchina rivelatrice solo di una profonda inadeguatezza verso sé stessi prima ancora che verso il prossimo.

Consigliato, anche se meno bello del capolavoro che alcuni dicono sia.

VOTO:
4 biricchine

Hereditary: Le radici del male (2018) voto

Titolo originale: Hereditary
Regia: Ari Aster
Anno: 2018
Durata: 127 minuti