The Jinx (2015)

Come fare fuori 3 persone e farla franca?
Semplice: basta essere ricchi, potenti e senza manie di protagonismo.
Questo è l’insegnamento che si estrapola dalla stupefacente vicenda di Robert Durst, membro reietto della potente famiglia immobiliarista dei Durst; un gruppo che da quasi un secolo risulta tra i primi 5 a Manhattan.

Kathleen McCormack Durst era la prima moglie di Robert; scomparve la notte del 31 gennaio 1982 senza lasciare traccia quando il marito dichiarò di averla lasciata alla stazione dei treni in partenza per Manhattan.
Susan Berman era una delle migliori amiche di Robert; fu uccisa nella sua casa di Los Angeles con un colpo di pistola alla nuca il 24 dicembre 2000. Robert era volato in California pochi giorni prima per poi tornare a New York il giorno stesso dell’omicidio.
Morris Black era il burbero e schivo vicino di casa di Robert durante la sua latitanza in Texas quando si travestiva da donna per sfuggire alle indagini della polizia; il suo corpo fu trovato a pezzi in buste di plastica nella baia di Galveston.

Ora, per molto ma molto ma molto meno c’è gente che viene messa in galera per anni; Robert Durst invece l’ha fatta franca fino a quando non ha voluto forzare all’inverosimile la fortuna contattando il regista Andrew Jarecki perché costui aveva appena realizzato un film sulla scomparsa della sua prima moglie, All Good Things, e chiedendogli se fosse possibile fare un’intervista in cui potesse raccontare la sua versione dei fatti.
E da questo iniziale slancio di protagonismo ne è nato un progetto documentaristico dalla portata incredibile che ha permesso l’arresto di Robert Durst per omicidio di primo grado.

The Jinx (2015)

Straordinario documentario televisivo che parte in maniera quasi tradizionale per calare poi l’asso piglia tutto alla puntata finale.

Se dal punto di vista narrativo non ci sono in realtà particolari innovazioni e su quello tecnico siamo su livelli più che accettabili, la grande forza di questo lavoro sta piuttosto nella capacità dimostrata che il cinema può modificare, in meglio, la realtà.

Se quindi il Cinema ne esce vittorioso, è la società civile a mostrare il nervo debole di un sistema piramidale che premia i potenti e bastona i subordinati: Robert Durst è infatti l’emblema di come un violento psicopatico privo delle più elementari funzioni empatiche possa farla franca quando sguinzaglia i suoi dollaroni per comprarsi la salvezza, basta che poi non insista nel farsi intervistare per un documentario.
Per la serie: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

VOTO:
3 Freedom Tower e mezzo

The Jinx (2015) voto

Titolo originale: The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst
Titolo esteso: The Jinx – La vita e le morti di Robert Durst
Regia: Andrew Jarecki
Anno: 2015
Durata: 6 episodi da 45 minuti circa

Wild Wild Country (2018)

Chandra Mohan Jain, conosciuto anche come Acharya Rajneesh, Bhagwan Shree Rajneesh e con il più recente e più famoso pseudonimo di Osho, nacque in India l’11 dicembre 1931 e mancando di pochi giorni la nascita di Gesù Cristo decise, passo dopo passo, convegno dopo convegno, meditazione dopo meditazione, esperienza traumatica dopo esperienza traumatica, elogio del capitalismo dopo elogio del capitalismo, di fondare una nuova religione chiamata tra gli intimi Sannyasanismo.
Una religione che non fosse però una religione, ma più una commistione di svariati filoni di pensiero ripiegati su loro stessi in un ignorante potpourri culturale secondo il classico stile indiano di fare un masala di ogni cosa col risultato di addormentare i sensi.

Il Sannyasa, per chi non lo sapesse, è l’ultima fase del percorso verso l’illuminazione nella filosofia indiana; la fase della rinuncia alle tentazioni terrene per cercare l’essenza spirituale delle cose e fa abbastanza ridere come questo fosse esattamente l’opposto di quello che avveniva (e avviene) tra i discepoli di questo movimento religioso il cui leader si comprò una quarantina di Rolls-Royce, un orologio da un milione di dollari, un paio di aerei privati e un guardaroba da far invidia a Platinette.
Tutto ovviamente comprato con i soldi ricavati dai beni terreni di quelli che entravano (ed entrano) nel suo Ashram e i golosi ricavati dal merchandising (libri, tazze, magliette, ciabatte) e dai corsi che a tutt’oggi la Osho International Foundation tiene in India e in giro per il mondo.

Ma in questo documentario tutto ‘sto schifo conta fino a un certo punto perché si vuole invece raccontare un periodo specifico di questa follia collettiva chiamata Osho e cioè i 4 anni di permanenza su suolo statunitense dentro un immenso e sperduto ranch nello stato dell’Oregon dove migliaia di devoti crearono una cittadina (quasi) autosufficiente, Rajneeshpuram, secondo i principi professati da questo ciarlatano dal gusto estetico di un macellaio che ha ricevuto una botta in testa, ovvero: tutti lavorano gratis (tranne il leader), nessuno possiede un cazzo (tranne il leader), tutti vivono una sessualità aperta e scevra di ogni costrutto sociale, tutti possiedono e si allenano con fucili d’assalto in caso qualcuno voglia attaccare la comunità e ogni tanto si contaminano con il virus della salmonella svariati ristoranti della contea per virare i prossimi risultati elettorali.

Un paradiso in terra insomma.

Wild Wild Country (2018)

Documentario da montagna russa che conduce abilmente lo spettatore lungo un sali scendi d’emozioni contrastanti probabilmente simili a quelle provate dagl’infantili discepoli di Osho.

Oltre al chiaro appeal dei dettagli più contrastanti come il sesso libero fiondato in mezzo ad una piccola comunità rurale americana di cristiani benpensanti o il clima da paranoia su entrambi i fronti della disputa, quello che più convince è la chiara volontà di non condannare in maniera netta la comunità di Rajneeshpuram e lasciare allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione propria su quello che poi è stato un fenomeno naturale.
Certamente infinitesimo e forse insignificante rispetto ai movimenti celesti, ma non per questo dissimile nella meccanica d’azione, di causa ed effetto.

Perché diciamocelo chiaramente: tutto questo affaccendarsi nella ricerca della verità, della giustizia, dell’illuminazione, della retta via e via dicendo non ha poi alcun senso al di fuori dell’antropocentrica percezione umana delle cose.
La spiegazione più semplice se il mondo sia giusto o sbagliato è che “giusto” o “sbagliato” sono solo costrutti umani.

Nessuno si sognerebbe mai di dire se un onda del mare sia giusta o sbagliata; un onda come un soffio di vento o un’eruzione vulcanica sono fenomeni naturali risultanti da una miriade di fattori scatenanti che hanno condotto, ciascuno con il suo piccolo contributo, alla condizione presente.
Ogni gesto o fenomeno o pensiero di ogni momento è perfetto in quanto esistente; è perfetto perché è la risultanza del percorso di minor attrito lungo la discesa spazio-temporale chiamata gravitazione e quindi non ha alcun senso parlare di giusto o sbagliato esattamente come non avrebbe senso domandarsi se il colore arancione sia giusto o sbagliato.

L’estinzione dei dinosauri?
Un meteorite.
L’estinzione dei dodo?
Il contatto con una specie predatrice superiore come gli esseri umani.
Il capitalismo americano del 20esimo secolo?
Evidentemente era il sistema vincitore date le circostanze.
Le proteste in piazza contro questo o quello?
Un’ovvia risultante delle tensioni sociali.
La violenza della guerra?
Se non lo fosse, si chiamerebbe pace.
Il WWF?
Una virata ambientalista della specie umana era telefonata.
Il cannibalismo delle tribù sudamericane?
Come poteva essere altrimenti vista l’inesistenza di bestiame d’allevamento?
Il successo planetario di Osho?
Era scontato che una serie incoerente di cialtronate in salsa new age infarcite di sesso libero e la promessa della liberazione dai dogmatismi dell’era odierna facesse presa nei cuori e nelle menti di migliaia di persone private dalle società umane contemporanee del più fondamentale dei sentimenti umani, il sentirsi amati.

VOTO:
4 dodo

Wild Wild Country (2018) voto

Titolo polacco: Bardzo dziki kraj
Regia: Maclain Way, Chapman Way
Anno: 2018
Durata: 6 episodi da 1 ora

Star Wars: Episode I – London Premiere

Enjoy these scans of some original negatives taken at the London premiere of Star Wars: the Phantom Menace.

The venue was the Odeon cinema in Leicester square and the attendants were Stephen Hawking, George Lucas, Ewan McGregor, Natalie Portman, Samuel L. Jackson, Peter Mayhew, Warwick Davis, Rick McCallum, Jonathan Ross, Kenny Baker, Melanie Brown (Spice Girls), Ronan Keating (Boyzone), Brian May (Queen) and lots of other strange people.

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti

Bone Tomahawk (2015)

Alla fine del 19esimo secolo gli Stati Uniti d’America erano ancora un paese in fieri colmo di mistero e timore; un paese molto difficile da vivere e per questo popolato per buona parte dai due estremi dell’essere umano: i poveri determinati cristi che tentavano, contro ogni pronostico, di costruire qualcosa dai sassi e la polvere a disposizione e chi invece no.

Qui, a differenza dei classici film manichei coi buoni e i cattivi, vengono tralasciati gli uomini qualunque a ruoli marginali e macchiettistici (come il pianista del saloon) e sono invece narrate vicende che mettono in contrapposizione persone prese solo dal gruppo dei poveri determinati cristi: briganti nomadi che vanno avanti sgozzando viandanti appisolati sotto il Sole rovente della steppa centro americana, baffuti sceriffi ligi al dovere che cenano con una misera zuppa bollita sopra la stufa dell’ufficio, cowboy dall’egocentrismo romantico che rischiano la vita per pure formalità, infermiere stracolme di un femminismo applicato e non professato da immaginari scranni, miserabili vecchi vedovi che in mancanza di una pensione di cittadinanza sono costretti a lavorare e rischiare la pelle per due soldi e primordiali clan di bestiali nativi americani pronti a tutto pur di sopravvivere tra sterpaglia e canyons.

Ognuno di questi personaggi si ritroverà sullo stesso immaginario sentiero e dovrà adattare andamento e postura per continuare la propria camminata nella valle della morte che chiamiamo vita.

Bone Tomahawk (2015)

Meraviglioso western che riesce a mischiare orrore, dramma e commedia in un cocktail dal forte sapore artistico senza però risultare stucchevole.

Questa piccola e appassionante storia del rapimento di una donzella da parte di un gruppo di misteriosi trogloditi e dell’immediato tentativo di salvataggio da parte di quattro uomini della frontiera americana assume le connotazioni dell’epica grazie ad estenuanti trottate per le sterminate praterie americane, splendidamente sottolineate dalle classiche panoramiche in cinemascope (qui giustificatissimo, non come in Perfetti sconosciuti) e da una colonna musicale che spazia dallo sperimentalismo alla The Shining fino alla simpatica canzone sui titoli di coda.

Tra interpretazioni ai massimi livelli e una tensione narrativa spessa come l’Appennino Abruzzese, la cosa migliore del film risulta essere però l’encomiabile perseveranza nel dipingere personaggi realistici e pieni di difetti, come tutti noi, che si trovano loro malgrado alle prese con avvenimenti più grandi di loro e, di riffa e di raffa, navigando tra oscure acque rigate di sangue, tentano l’impossibile facendolo apparire semplicemente come logico.

In tre parole: capolavoro parzialmente incompreso.

VOTO:
5 bone tomahawk

Bone Tomahawk (2015) voto

Titolo giapponese: Tomahawk: Gunmen vs. Cannibal Tribe
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2015
Durata: 132 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare noi stessi” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2 e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve lo darei in testa la Apple (e sto scrivendo ciò da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Che aria tira lassù? (1994)

Jimmy Dolan fa l’assistente allenatore per una squadra di basket universitaria, una di quelle che permettono a tanti ragazzi dotati di potenti braccia rubate all’agricoltura di prendersi una borsa di studio universitaria in cambio del loro talento cestistico.

Jimmy Dolan vede per puro caso un ragazzo dall’altezza watussiana giocare da dio in un filmato di un missionario in Africa e pensa bene di andare, zaino in spalla, alla ricerca della giovane promessa del basket.

Jimmy Dolan arriva in Africa, riesce a non farsi fottere il culo e strappare il cuore dal petto nonostante giri come un idiota col cappello da baseball e la telecamera a tracolla e finisce nel villaggio dei Winabi dove fa la beneamata conoscenza:
1 – di Saleh, il ragazzo alto 27 cazzi e 52 barattoli di cui sopra.
2 – delle problematiche socio-economiche che affliggono la sua tribù.

Jimmy Dolan aiuterà i Winabi a salvare il villaggio da un brutale mafiosetto locale che vuole estrarre rame dalle loro terre, ma non farà in tempo a spargere il suo seme bianco nel continente nero.

Che aria tira lassù? (1994)

Questo è un film che già dalla copertina sembra gridare vendetta per il grado di colonialismo e razzismo che sembra propagandare… e invece no.

Perché, anche se indubbiamente dipinge la solita Africa afflitta da povertà e banditismo in attesa che l’uomo bianco la tragga in salvo, fornisce comunque lo spettatore con uno spettro morale inusitatamente ampio, considerando il genere cinematografico e il pubblico di riferimento, mostrando gli strambi usi e costumi di questi africani maschilisti e piuttosto violenti senza per far cadere un giudizio dall’alto e mettendo di traverso nella narrazione il concetto non banale che l’Africa ha i suoi cazzo di problemi anche e soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali in mano ai signorotti della guerra capitalista.

Se quindi il film non delude troppo chi ha il coraggio di dargli un paio d’ore scarse, la cosa più triste di tutta la vicenda è invece la storia di Charles Gitonga Maina, il ragazzo che ha superbamente interpretato Saleh: proveniente da una modesta famiglia piccolo borghese keniota e finito a militare, in un superbo gioco di specchi con la storia del film, in un paio di college americani grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, Saleh tentò l’azzardo passando ad una squadra greca finendo però per essere velocemente rigettato e ritrovandosi nell’impossibilità di fare ritorno in USA in mancanza di un visto.
Tornato in Africa a casa dei genitori, Charles si è ritrovato povero e senza un futuro beccandosi la tubercolosi mentre era già avviato ad un alcolismo da depressione.

Quando un giornalista di Sports Illustrated lo andò a cercare nel 2016, Charles bighellonava i bar della zona attorno casa in una periferia di Nairobi con lo stesso sorriso docile di 22 anni prima, ma con lo sguardo di chi ne ha avuto troppo dalla vita.

“Ho imparato una lezione da tutto questo?” ha detto Charles durante l’intervista.
“Trovo difficile fidarmi delle persone. Dai tutto te stesso, e loro ti spremono come un limone”.

VOTO:
3 limoni

Che aria tira lassù? (1994) voto

Titolo originale: The Air Up There
Regia: Max Apple
Anno: 1994
Durata: 107 minuti

Lo spaccone (1961)

Eddie Felson è bravo con la stecca, ma non riesce a capire che vincere al tavolo verde richiede molto di più che un talento eccezionale: ci vogliono pazienza, strategia, lungimiranza e quel pizzico di morte dentro al cuore che ti fa prendere tutto con molta più filosofia.

Eddie dovrà imparare tutto questo per riuscire a stendere il leggendario Minnesota Fats, un giocatore di biliardo scaltro e navigato che rappresenta solo uno degli ingranaggi nel complesso sistema mafioso delle scommesse, ma perderà quello che ha più caro, ovvero un infantile quanto indispensabile paraocchi che gli ha permesso di vivere una vita miserabile senza lamentarsene troppo.

Lo spaccone (1961)

Interpretato da attori bravissimi e d’uno spessore artistico d’altri tempi, questo film nichilista o ti fa venire voglia di crepare o di rilanciare la puntata sul piatto dell’esistenza fino a quando uno dei due, tra te e la società, alza le mani e si cala braghe mettendosi a 90.

La storia di “Fast” Eddie e della sua incapacità d’accontentarsi dell’amore di Sarah Packard, una zoppa dalla modesta bellezza che affoga il suo scontento genio intellettivo nell’alcool, per seguire invece una fama che non gli darà mai una vera soddisfazione è quasi una metafora dell’esistenza umana e anche solo per questo ci sarebbe da consigliare il film a chiunque.

Se poi ci aggiungiamo la perfetta orchestrazione, dalla sceneggiatura, tanto teatrale quanto neorealista, ai colpi di biliardo magistralmente eseguiti dagli attori stessi che uno rimane con la bocca aperta e la lingua penzoloni per l’eleganza dimostrata, allora non si può che definirlo un capolavoro.

VOTO:
4 zoppi e mezzo

Lo spaccone (1961) voto

Titolo originale: The Hustler
Regia: Robert Rossen
Anno: 1961
Durata: 134 minuti

A Quiet Place (2018)

Una simpatica famigliola di americani vive nel silenzio più assoluto in una sperduta fattoria facendo rare quanto ponderate scappatelle in città per rifornimenti.

Tutto sembrerebbe supporre una semplice scelta salutista, di ritorno alla natura, se non fosse per il piccolo dettaglio che la famiglia in questione vive in un mondo post-apocalittico distrutto, probabilmente in maniera irreversibile, da un misterioso drappello di mostri alieni iper-sensibili ai rumori.
Difatti, se questi mostri ti sentono parlare sottovoce o se ti cade un libro a terra, ecco che si dirigono a tutta birra verso la fonte sonora e ti sfrugugnano di mazzate riducendoti velocemente in brandelli.

E quindi:
se una creatura è iper-sensibile ai suoni, quale sarà il suo punto debole?
Come sarà possible farla fuori?

La famiglia di decerebrati ci arriverà dopo 473 giorni di ponderata riflessione.

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Film molto anticipato da molti e molto odiato da me.

Non che sia un abominio, assolutamente; il problema risiede però in quel suo sfacciato desiderio di sedere tra i film dei grandi, i film fighetti che mascherano una tematica profonda dentro un film di genere.
Qui invece appare chiaro che siamo agli antipodi e cioè un banale film di genere che si maschera da filmetto profondo per fotterti le banconote riposte profondamente dentro le tasche.

Il problema fondamentale della pellicola, al di là di alcune sviolinate vomitevoli tra cui la turbolenta e piena d’incomprensioni relazione padre-figlia (sorda), vero e proprio fulcro della storia, oppure l’incredibile gravidanza annuale della madre che io non so che sperma ritardato abbia il padre (ne ho vedute tante da raccontar giammai una gravidanza di 384 giorni), a rovinare veramente l’opera è soprattutto la serie di regole secondo le quali il film decide di giocare e che poi infrange come nulla fosse quando la spendibilità di una scena verso il pubblico generalista lo richiede.

Roba che ad esempio i personaggi ripetono mille volte (col linguaggio dei segni) quanto sia importante mantenere un religioso silenzio per non finire sterminati nel battito d’ali d’un colibrì e dopo 10 minuti li vedi sgambettare nei campi di mais facendo un casino della Madonna perché c’è una scena di tensione e allora chi se ne frega delle regole.

VOTO
2 mais e mezzo

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018) voto

Titolo esteso: A Quiet Place – Un posto tranquillo
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Durata: 90 minuti

Maun (2018)

Nella Delhi contemporanea una famiglia piccolo borghese è alle prese con uno di quei segreti indicibili che, se rivelati, possono portare più rogne che vantaggi; la loro figlia di 10 anni sembra sia stata toccata in modo inappropriato da un vicino di casa che tra l’altro è in procinto di prender moglie ed ha invitato tutti alla celebrazione.

I genitori sono dilaniati su cosa sia meglio fare: la madre vorrebbe affrontare di petto la faccenda mentre il padre è scoraggiato da come reagirebbe la società circostante; non sa se qualcuno prenderebbe per buona la parola di una bambina contro quella di un maschio adulto ed ha paura che la voce si sparga a macchia d’olio facendo ricadere un velo di (s)vergogna su tutta la famiglia.

Nel mezzo di questo trambusto emotivo rimane schiacciata e ammutolita una bambina indiana che, suo malgrado, è in procinto di apparire travestita come la dea Durga al matrimonio del vicino.

Maun (2018)

Splendido piccolo cortometraggio scritto e diretto da una mia amica e compagna di studi filmici sul cui giudizio positivo non ha però pesato minimamente il nostro grado di amicizia.

Strutturato secondo uno schema quasi dantesco di discesa agli inferi, il film si apre sul terrazzo del palazzo nel quale vivono e interagiscono i nostri personaggi, passando poi nell’appartamento entro le cui mura è avvenuto il fattaccio, fino a scendere in strada dove è stato allestito palco e ricevimento per il matrimonio dell’innominato accusato.
E questa discesa fisica corrisponde ad una discesa sia emotiva per i personaggi che conoscitiva per il pubblico grazie alla quale si viene sempre più trasportati dentro ad una torbida storia di normale indecenza urbana.

Purtroppo, nonostante la solidità dimostrata, il corto ha vinto meno di quello che meritava; probabilmente perché racconta un’India priva dei soliti stereotipi da cartolina… tipo gli elefanti, i colori, le spezie, i balletti di gruppo e il tanfo di urina dei canali di scolo intasati.

VOTO:
4 canali di scolo

Maun (2018) voto

Titolo tradotto: il Silenzio
Regia: Priyanka Singh
Anno: 2018
Durata: 11 minuti

Starship Troopers (1997)

Nel 23esimo secolo la Terra è unita sotto un unico regime para-fascista che glorifica il sacrificio personale verso la Patria, specialmente quello fisico, e detesta i pappamolle pacifisti.

John Rico, Dizzy Flores, Carmen Ibanez e Carl Jenkins sono 4 giovani appena diplomati che decidono di arruolarsi nell’Esercito della Federazione; chi per fare carriera, chi perché appassionata di navi spaziali falliche e chi per seguire l’amore che chiaramente gli darà in culo al primo giro dell’angolo.
Questi giovani figli della patria troveranno pane per i loro denti nella guerra interplanetaria contro Klendathu, un corpo celeste all’altro capo della nostra galassia popolato da una specie aliena di aracnidi che non vedono di buon occhio l’invasione del loro pianeta per mano dei nazi-fascisti della Terra.

Starship Troopers (1997)

Magnifica satira del militarismo e dell’imperialismo americano tutta giocata sull’eccesso e sul ribaltamento di significato.

Difatti solo un imbecille potrebbe prendere sul serio la spregiudicata propaganda fascista che trasuda da ogni costume da gerarca, ogni dialogo sulla decadenza morale della democrazia e ogni inquadratura d’ogni perfetto metro di città sulla quale camminano bellissime persone sorridenti in un pauroso clima di pace romana mondiale.

Alla sua uscita fu un bel flop al quale contribuì molto probabilmente la stupidità di chi andò a vederlo e lo considerò nella migliore delle ipotesi uno strano film d’azione con personaggi e intrecci da serial televisivo per adolescenti quando invece la genialità dell’opera risiedeva proprio in questo suo sfacciato e orrendo travestimento da storia d’amore nello spazio.

Consigliato a chiunque abbia un briciolo di cervello e un assoluto must per i fan delle affabili distopie alla RoboCop.

VOTO:
5 briciole

Starship Troopers (1997) voto

Titolo completo: StarShip Troopers – Fanteria dello spazio
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Durata: 129 minuti