La morte può attendere (2002)

James Bond è alle prese con la Corea del nord alla quale cerca di vendere diamanti africani in cambio di armi.
Scoperto il giochetto e ucciso il corrotto colonnello Moon con il quale stava contrattando, la spia inglese mutaforma viene imprigionata nelle spaventose segrete coreane dove viene sottoposto a ogni tipo di tortura nella speranza canti il nome del contatto occidentale col quale il colonnello Moon aveva intrapreso questa malefica joint-venture alle spalle del governo centrale.

Rilasciato dopo 14 mesi con uno scambio di prigionieri e scappato dalla base americana nella quale è stato rinchiuso per accertamenti, Bond parte alla ricerca della fottutissima talpa che lo ha venduto al colonnello per calmare questa sua sete di vendetta senza fine.

Di mezzo le solite due o tre scopate a caso senza preservativo.

La morte può attendere (2002)

Boicottato sia dalla Corea del nord (per comprensibili ragioni di diffamazione globale) e dalla Corea del sud (per incomprensibili ragioni di natura sessuale e cioè un bacio on screen condotto nelle vicinanze di una statua del Buddha… dio cristo), questo budello di vacca sporca è riuscito nell’imprevedibile impresa di farmi addormentare 2 o 3 volte di seguito.

Com’è il film?
Coreani cattivi in divisa militare, cubani corrotti col sigaro in bocca, donne inglesi frigide, camerieri neri con i rasta e chi più ne ha, più ne metta; questa è la fiera madre degli stereotipi, all’anima de li mortacci vostra.

Di tutta la vicenda, l’unica nota di colore in un’altrimenti buia giornata è la notizia che nel gennaio del 2006 il regista di questo film, Lee Tamahori, è stato arrestato a Los Angeles per adescamento e prostituzione visto che, vestito da donna, ha cercato di proporre un rapporto sessuale ad un poliziotto in borghese.

VOTO:
2 poliziotti in borghese

La morte può attendere (2002) voto

Titolo originale: Die Another Day
Regia: Lee Tamahori
Anno: 2002
Durata: 133 minuti

Grimsby – Attenti a quell’altro (2016)

Sebastian e Nobby non potrebbero essere più differenti: il primo è un fichissimo agente segreto di sua maestà la porcona d’Inghilterra mentre il secondo è un patetico porcone inglese con la passione per l’alcool e le femmine grasse.

Ad unirli c’è il sangue che scorre nelle loro vene di fratelli orfani separati in tenera età nel più classico degli stili da favola (ovvero uno adottato da una ricca famiglia londinese e l’altro lasciato a marcire nella fetida cittadina di pescatori nota come Grimsby) e dopo 28 anni avranno la maniera di riappacificare gli antichi dissapori assaporando generose quantità di sperma di elefante elefanti.

Grimsby - Attenti a quell'altro (2016)

Nonostante le premesse da commedia degli eccessi in un mondo oramai eccessivo per definizione e quindi francamente passabile, questo filmetto strappa numerose risate in un groviglio di situazioni parossistiche che giocano a parodiare sia i film con le spie inglesi alla 007 che i film d’azione americani alla Jason Bourne.

Ahimè il problema è che questo filmetto è costato 35 milioni di dollari mentre ne ha incassati una ventina, un disastro insomma.

VOTO:
4 disastri

Grimsby – Attenti a quell’altro (2016) voto

Titolo originale: Grimsby
Regia: Louis Leterrier
Anno: 2016
Durata: 83 minuti

Raw – una cruda verità (2016)

Justine si è iscritta all’università di veterinaria e la prima notte nella camera del dormitorio (che inspiegabilmente divide con un maschio perché tanto è frocio, come se l’università chiedesse l’orientamento sessuale nel modulo d’ammissione) scopre subito quanto il mondo sia popolato da ottusangoli coi soldi che, imboccando nelle stanze delle matricole per affermare il loro diritto di anzianità (perché essere vecchi è fico quando hai 22 anni, ma fa schifo quando ne hai 35 e il primo figlio t’ha ammorbidito l’immondo grembo che porti addosso con peccato e con dolore), fanno degli atti di nonnismo tanto spregiudicati quanto patetici nel loro voler essere sempre al top dei top topper che se ci provassero in Italia riceverebbero una tale raffica di sberle in pieno volto da farli girare come trottole da qui al prossimo giubileo mentre spargono i loro fottutissimi denti raddrizzati con i soldi dei genitori evasi al fisco perché sono 300 con fattura e 250 senza.

E allora ecco le punizioni, le coercizioni, le derisioni…
e il sangue, a fiotti, a rotoli, a sbrodolanti crogiolanti e inspiegabilmente invisibili macchie per i (quasi) invisibili adulti che invece dovrebbero popolare un’università con centinaia di studenti esagitati.

E allora ecco mi sorge spontaneo un coro storico degli ultras della Reggiana

sangue nei popolari, sangue nei distinti
le abbiam prese, ma non siamo vinti
è ora di rifarsi, è ora di sparare
il sangue dei compagni dobbiamo vendicare

Raw - una cruda verità (2016)
adulti dottori che fumano perché hai capito la metafora della scelleratezza del mondo verticista al quale i subalterni devono necessariamente adeguare i loro individualismi nel nome della produttività magnificamente esemplificata dall’industria della carne… e vai col tango?

Il problema principale del film non è tanto l’oggettiva rabbia che inspira nello spettatore dal primo maledetto minuto, ma è il fatto d’essere costruito e girato come fosse un classico metaforone all’europea sul decadimento umano e comunitario con le persone che si cannibalizzano l’un l’altra confondendo l’altra guancia per l’altro guanciale, oppure come una critica alla società maschilista che fa desiderare alle donne di pisciare all’impiedi e ai maschi di succhiare i cazzi sopprimendo il loro naturale istinto eterosessuale, o addirittura come una traslazione della critica alla società consumista verso la critica alla società piramidale…

…no no e ancora no, Raw non è niente di tutto questo.
Perché Raw è solo l’ennesimo filmetto splatterone girato con uno stile molto hipster con un po’ di culi pubescenti in primo piano (perché i malati sessuali sono sempre quelli in prima pagina, mai noi che diamo i 9 i 10 a film del cazzo tipo questo) mentre in sottofondo gira Ma che freddo fa di Nada (perché una canzone italiana del 1969 fa molto figo senza darlo troppo a vedere, come quando al bar prendo un negroni e i miei amici coi baffetti fini da pedofilo belga mi guardano invidiosi con la coda dell’occhio affumicato dalle loro sigarettine di merda rollate col tabacco Pueblo).

L’unica maniera per cui questo Raw avrebbero potuto tirarmi dentro la trama sarebbe stato ambientare il film in un presente alternativo distopico; sarebbe bastato anche solo qualche piccolo accenno qua e là tipo una macchina strana mezza futuristica o un posto di blocco in lontananza coi poliziotti vestiti con colori smorti alla fascista come da tradizione fantascientifica francese a far capire che non si tratta del Belgio europeo del 2016 che inspiegabilente sembra popolato da una masnada di decerebrati capitalisti impotenti che si agitano in patetici turbini di lascivia adolescenziale, ma invece ci troviamo dentro una ricostruzione fantastica all’interno della quale è ovvio e permesso e auspicato un generale rovesciamento dei ruoli e delle convenzioni societarie come pure un’esagerazione delle stesse così da ottenere addirittura il rafforzamento del messaggio che si vuole veicolare.

E invece il messaggio non c’è e tutto il set design viene lasciato così com’è, perché tanto è un film low budget europeo che il pubblico hipster beota si beve felice come Eleonora Brigliadori si beve il piscio pensando le faccia tanto bene.

Io getto la spugna.

VOTO:
2 nada de nada

Raw - una cruda verità (2016) voto

Titolo originale: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Durata: 69 minuti

Prisoners (2013)

Due bambine vengono rapite senza lasciare traccia e le rispettive famiglie entrano in un vortice depressivo dal quale solo il padre di una delle due se ne tira fuori riversando tutta la rabbia e la frustrazione, accumulate da anni di teste chinate ai rettiliani che governano il mondo e dai quali ci si può e deve difendere con una cantina piena di viveri in caso di guerra atomica, verso un povero ritardato originariamente sospettato ma poi rilasciato dalla polizia per mancanza di prove.

Ma al padre rabbioso anti-rettiliano frega cazzi e quindi lo rapisce e lo pista di botte e lo tortura attuando un perfetto ribaltamento di ruoli che alla fin fine sta poi alla base dell’intero film.

Nel frammentre s’intrecciano le vicende di talmente tanti personaggi che non vi sentirete soli per i prossimi 3 mesi.

Prisoners (2013)

Non male, non male affatto questa pellicola che, sfruttando la solita manfrina delle figliolette vergini rapite dall’uomo nero, se ne libera abbastanza agilmente con una regia contenuta (forse pure troppo) e delle ottime interpretazioni, da Hugh Jackman pronto per Guantanamo a Jake Gyllenhaal col tic oculare e il capello più impomatato degli ultimi decenni.

Peccato per i (più o meno) inconsapevoli soliti affondi misogini con le donne emotivamente fragili e rancorose perché si sentono tradite dai loro mariti i quali dovevano farle sentire al sicuro manco fosse un romanzo irlandese del 19° secolo.
D’altra parte la gramigna è tosta da estirpare, anche e soprattutto dai cuori di chi si crede un progressista.

VOTO:
4 “progressisti” con la gramigna nel cuore

Prisoners (2013) voto

Titolo originale: Prisoners
Regia: Dennis Villeneave
Anno: 2013
Durata: 153 minuti

A Ghost Story (2017)

L’apparente serenità di una giovane coppia americana viene improvvisamente distrutta con la morte dell’uomo in un incidente stradale davanti casa.

Una casa che diventerà, per il fantasma del deceduto, il luogo di perpetua presenza fino a che non verrà risolto il motivo della sua non-dipartita.

A Ghost Story (2017)

Pescando a piene mani dallo stile del cinema minimalista indipendente e all’immaginario classico degli spiriti con questioni terrene irrisolte, questa piccola e piacevolissima opera è stata per me una bella riflessione sull’insensatezza ultima dell’immanente nell’ottica di un universo infinito.

Partendo da una personale esperienza di morboso attaccamento domiciliare e da una paura per una possibile catastrofe mondiale che porti all’estinzione il genere umano, il regista del remake di Elliot, il drago invisibile porta avanti il discorso sull’intangibile elevandolo ad una sfera emotiva rarefatta ma non per questo meno emozionante di un rettile sputafuoco.

Tutto quello che facciamo per cercare di lasciare un segno del nostro passaggio su questa particella di polvere alla deriva nello spazio, dalla nona di Beethoven alle stronzate che postiamo su Facebook, è destinato a perdersi in saecula saeculorum, con tutto quello che ne consegue.
Il film non dà, e non cerca, una risposta a questo notorio dramma umano, ma piuttosto lo diluisce in eterne e apparentemente frivole inquadrature che in realtà ben veicolano il falso perdurare di un istante qual è la nostra breve esistenza.

Se non temete una scena con una donna che mangia una torta di mele per 5 minuti e 13 secondi, allora ve lo consiglio caldamente.

VOTO:
4 mele e mezza

A Ghost Story (2017) voto

Titolo originale: A Ghost Story
Regia: David Lowery
Anno: 2017
Durata: 92 minuti

Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

Quando andavo alle scuole medie studiai (come tutti voi) il medioevo e il sistema feudale, quei tempi cosiddetti “bui”.
Una delle cose che mi rimase impressa fu la figura del contadino: trattato con disprezzo e vilipeso dal potente di turno, veniva spesso venduto coi terreni da lui coltivati, neanche fosse un bue da traino, un oggetto.
Il “mezzadro” era un contadino che, sebbene libero giuridicamente, viveva in una sorta di schiavitù economica e sociale; non avendo terreni da coltivare e non potendosi permettere l’acquisto degli stessi, ripiegava nel coltivare i terreni dei latifondisti, ricchi proprietari terrieri che avevano l’esigenza di non mandare in malora i loro campi e allo stesso tempo non si sognavano di prendere in mano la zappa.
Succedeva allora che i poveri contadini coltivassero la terra del ricco godendone dei frutti solo in parte dovendo dividere a metà con esso il raccolto (da cui “mezzadria”).
Quest’orrenda forma di schiavitù fu definitivamente abolita in Italia nel 1974; in India succede ancora oggi.

Oggi in Italia si parla molto del rapimento di due italiani (Claudio Colangelo e Paolo Bosusco) da parte dei Naxaliti, ribelli Maoisti dell’India.
Il movimento Naxalita deve il suo nome al villaggio Naxalbari nel Bengala occidentale (stato indiano del nord est la cui capitale è Calcutta), un villaggio dove nel 1967 ci fu una rivolta di poveri contadini che lavoravano a mezzadria i terreni dei ricchi latifondisti.
La rivolta fu repressa nel sangue, la polizia uccise 9 adulti e due bambini, e quest’episodio fu la scintilla che diede vita a tanti altri movimenti spontanei di povera gente che chiedeva solamente condizioni di vita dignitose.
Nell’arco di 10 anni le rivolte arrivarono ai cuori dei giovani studenti di Calcutta (la capitale intellettuale dell’India) e molti, già fascinati dalle idee di Lenin e Marx, presero le armi e iniziarono la lotta armata a fianco dei più deboli; una sorta di Brigate Rosse in salsa bucolica.
Tra varie scissioni, violente repressioni della polizia, tradimenti e ricongiunzioni, il movimento Naxalita è arrivato fino ai giorni nostri e un suo gruppo armato ha sequestrato in Orissa (altro stato indiano del nord est) i due italiani di cui sopra sperando in una contropartita, la liberazione di alcuni loro compagni da parte del governo indiano.

Ora, il film che voglio recensire è stato girato nel 1998 da Govin Nihalani (un regista indiano ormai settantenne e non più in attività) e narra la presa di coscienza politica di Dibyanath Chatterji, madre di Brati Chatterji, uno studente di vent’anni che abbraccia l’ideologia naxalita e si dà alla lotta armata all’insaputa della famiglia.
Una triste notte la donna è chiamata a riconoscere il cadavere numero 1084; è suo figlio, ucciso violentemente insieme ad altri 3 compagni.
La madre è una ricca moglie che vive agiatamente in una casa di Calcutta, maltrattata da un marito fedifrago e con dei figli troppo impegnati nel loro personale successo lavorativo e sociale per ascoltarla; la donna trova quindi in Brati un amico oltre che un figlio. Il ragazzo, mosso da ideologie socialiste e comuniste, crede nell’importanza dei rapporti umani e si trattiene spesso in conversazioni con la madre, a volte cercando di spiegare lei le ingiustizie della società indiana, con poco successo.

L’improvvisa morte del ragazzo lascia perciò un vuoto enorme in lei e così Dibyanath decide di informarsi sul perché della sua fine, chi fossero le persone che frequentava e cosa aveva spinto lui e altri giovani figli di buone famiglia a lasciare tutto per mettersi al fianco dei servi.

Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

La madre del numero 1084 è un bel film.

Classico nell’esecuzione e senza sperimentalismi di sorta, questa è una storia importante con un fardello non da poco: in India è infatti molto difficile parlare in un film di temi politici così apertamente, specialmente se si simpatizza per un gruppo ritenuto terrorista dal governo e i cui membri possono essere uccisi senza troppi convenevoli da una polizia coperta anche da buona parte dell’opinione pubblica.

Il regista ha adattato per lo schermo un romanzo di Mahasweta Devi e ne ha tratto un’opera lunga (2 ore e passa), ma mai noiosa.
Le interpretazioni delle donne (la madre e la ragazza naxalita di Brati) sono eccezionali e la gentilezza data al giovane rivoluzionario, anche se funzionale ad una celebrazione di certi ideali, non risulta forzata, ma anzi perfettamente in linea con quegli stessi ideali di giustizia, fratellanza e amore del prossimo che hanno mosso una generazione di studenti (e non) spazzati via dalla gretta ignoranza di un’India non ancora pronta alla fine del medioevo.

Titolo tradotto: La madre del 1084
Titolo inglese: The Mother of 1084
Regia: Govind Nihalani
Anno: 1998
Durata: 186 minuti

Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Love, Sex Aur Dhokha (2010)

Amore, Sesso e Tradimento è il titolo di questo interessante film che, sotto un velo di spensierata scopiazzatura di tutto ciò che è venuto dopo The Blair Witch Project, tratta 3 temi molto importanti (e molto sottaciuti ) della nuova India turbo-fascio-capitalista.

Il film si apre con un finto promo della finta casa di distribuzione del film stesso che, tra roboanti effetti video stile MTV anni ’80 ed errori grammaticali, prepara il pubblico alla visione di 3 storie vere catturate da telecamere digitali all’insaputa, e non, delle persone riprese.

Il voyerismo, si sa, è vecchio come il mondo ed esempi di tale genere si trovano ovunque, in occidente come in oriente (basti pensare alle miniature Mogul che ritraggono principi e principesse nei loro giardini privati mentre si intrattengono con concubine, poeti, cantori e quant’altro).
La cosa interessante di Love Sex aur Dhokha è invece il suo dito puntato contro il sistema dei media indiani, sempre più propensi a sbattere in prima pagina scandali o presupposti scandali, meglio ancora se dietro ci sono storie di amore, sesso e tradimento (a cui il titolo fa riferimento).

Il film quindi da una parte intrattiene il suo pubblico dandogli (nonostante i tanti problemi con la censura e i tagli) ciò che promette fin dal titolo e dall’altro lo colpevolizza proprio per questo.

Nel frammentre le storie parlano di un’India che (come al solito) non finisce in prima pagina, o se ci finisce lo fa alla “Novella 2000”; un’India fatta di matrimoni inter-caste, violenza, ignoranza, sopraffazione delle donne, sistema patriarcale, televisioni corrotte, giornalisti venduti, prostituzione sui set di Bollywood e chi più ne ha più ne metta.

Il regista Dibakar Banerjee invece cerca, per quanto possibile in un’India ancora molto arretrata culturalmente, di fermarsi a riflettere un minuto su quello che ci accade attorno senza che le luci dei riflettori si accendano a dargli la giusta risonanza.
Come se non bastasse poi c’è il risvolto tecnico-narrativo per cui le tre storie si svolgono (quasi) contemporaneamente e quindi i personaggi di una confluiscono nelle altre dando vita ad un tarantiano (per i più giovani) Kubrickiano (per i più vecchi) ripetersi di eventi sotto un nuovo punto di vista (quello dei nuovi personaggi che assistono alle vicende di quelli del precedente episodio).

Niente male insomma.

Titolo originale: LSD: Love, Sex Aur Dhokha
Regia: Dibakar Banerjee
Anno: 2010
Durata: 155 minuti

Kaminey (2009)

“Kaminey” in Hindi vuol dire più o meno “bastardi” e guardando questo film si rimane interdetti su quali personaggi siano effettivamenti questi fantomatici bastardi.

Sono forse i due protagonisti (fratelli gemelli, uno buono e uno cattivo)?
O forse i loschi criminali facenti capo a Sunil Bhope, un corrotto criminale estremista di destra nazionalista e xenofobo che fonda la sua carriera politica sull’odio verso gli immigrati (un evidente ritratto di Bal Thackeray, odioso politico a capo dello Shiv Sena, partito al potere in Mumbai da molti anni)?
Oppure sono tutti gli abitanti di questa sporca, corrotta e sovrappopolata città indiana?

Kaminey (2009)Il film non è male, se si considera il triste panorama cinematografico indiano.

Il coraggioso affondo allo Shiv Sena non è cosa da poco viste le maniere mafiose di questi politici.
La recitazione è accettabile (con l’attore protagonista che interpreta magistralmente i due fratelli) e i vari criminali-politici i quali appaiono sì come caricature ad un pubblico internazionale, ma che nel contesto indiano risultano normali.
Ed infine vanno elogiati alcuni bei momenti visionar-onirici (tipo la sequenza nella quale il fratello cattivo sogna di correre all’ippodromo munito di paraocchi, evidente simbolismo della sua scellerata vita che lo porterà a sbattere contro un muro)  che aggiungono un tocco sofisticato ad un film altrimenti sufficiente.

Titolo originale: Kaminey
Regia: Vishal Bhardwaj
Anno: 2009
Durata: 130 minuti

Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)

Dopo un primo tentivo di scalata al potere poco riuscita, il Führer si è reincarnato in un appetitoso animaletto alieno dalla faccina appesa e dagli occhioni da cerbiatto che fa molta presa sulla platea infantile.
Quello che però i pargoli non sospettano è che il fur-führer ne ha le palle piene del buonismo da due spicci e ha tutta l’intenzione di riprendere quel vecchio discorso sulla purezza della razza senti che mazza.

Sarà compito del Lo La Gli Le ultimo/a/i/e Jedi fermare il Quarto Reich
aeiou.

Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)

Dopo l’apertura della nuova trilogia con un episodio rispettoso della tradizione filmica della saga stellare più famosa del pianeta Terra e cautelativamente prudente nell’introdurre elementi nuovi alla vicenda (un’opera che aveva provocato in me una scomposta sequenza di bestemmie a cani sciolti), ecco che col secondo episodio si preme ferocemente sull’acceleratore della risata nel tentativo non riuscito di svincolare il franchise da un pubblico di riferimento nello spettro autistico e consegnarlo nel più redditizio gran mercato della media aritmetica.

Joseph Goebbels l’ha definito una stupenda favola sul ciclo della vita.
Per me l’unica nota positiva è che non ho pagato per vederlo.

VOTO:
1 ciclo e mezzo

Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017) voto

Titolo originale: Star Wars: The Last Jedi
Regia: Johnson
Anno: 2017
Durata: 152 minuti

Basta che funzioni (2009)

Un vecchio ebreo ipocondriaco newyorkese si ritrova tra le mani una gnocchetta poco più che maggiorenne miracolosamente portata al tenero ascolto delle sue lamentele di merda e riesce a farsela scappare per aver prestato meno della minima dose di empatia verso il genere umano.

Basta che funzioni (2009)
la futura moglie di Woody Allen sul set del film

Claustrofobica e verbosa, come richiede la paternità registica, tragedia sull’insensatezza dell’esistenza umana imbalsamata con le mostruose fattezza di commedia amorosa con inaspettato lieto fine.

Nonostante qualcuno potrebbe lamentare l’effetto saturazione filmica, questo 127esimo film di Woody Allen gioca molto bene le sue carte, che a prima vista risulterebbero particolamente influenzate dal percorso personale del regista più ipocondriaco del mondo quando eppure Woody giura e spergiura che il film l’ha scritto 30 anni fa pensando come attore protagonista Zero Mostel, ma la pasta è meglio ripassata.

Non sequitur.

VOTO:
3 non sequitur e mezzo

Basta che funzioni (2009) voto

Titolo originale: Whatever Works
Regia: Woody Allen
Anno: 2009
Durata: 93 minuti
Compralo: http://amzn.to/2Cdc0GD

The Room (2003)

Johnny, un oscuro figuro dall’aria vampiresca e dall’indescrivibile accento, vive una vita apparentemente felice: un lavoro in banca, una ragazza bionda in leggero sovrappeso con la quale sta per convolare a nozze e un amico del cuore che non gli sorride mai e gli fotte la donna di nascosto.

Un turbine di scene al limite del patetico culmineranno in tragedia scespiriana quando Johnny darà l’ultimo chiaro indizio sulla sua omosessualità repressa mettendosi una pistola in bocca.

The Room (2003)

Un film sconvolgente che ho avuto la fortuna di vedere e apprezzare numerose volte prima che salisse alla ribalta con l’uscita del film di James Franco The Disaster Artist.

Tratto più o meno liberamente dall’omonimo libro che ho letto appena uscito per saziare la mia ingordigia di Tommy Wiseau, quest’oggetto alieno alla razza umana sia per concezione che per esecuzione è da molti considerato il peggior film della storia del cinema e, anche se non si tratta assolutamente del peggiore, possiamo dire tranquillamente che ha dalla sua uno dei migliori indici di rivedibilità all’interno della cerchia Filmerda.

Indi per cui, meritando allo stesso tempo sia il massimo che il minimo dei voti, non si può fare altro che un gesto salomonico.

VOTO
2 Doggie e mezzo

The Room (2003) voto

Titolo serbo: Soba
Regia: Tommy Wiseau
Anno: 2003
Durata: 99 minuti
Compralo: http://amzn.to/2AvJ7Zn