Maun (2018)

Nella Delhi contemporanea una famiglia piccolo borghese è alle prese con uno di quei segreti indicibili che, se rivelati, possono portare più rogne che vantaggi; la loro figlia di 10 anni sembra sia stata toccata in modo inappropriato da un vicino di casa che tra l’altro è in procinto di prender moglie ed ha invitato tutti alla celebrazione.

I genitori sono dilaniati su cosa sia meglio fare: la madre vorrebbe affrontare di petto la faccenda mentre il padre è scoraggiato da come reagirebbe la società circostante; non sa se qualcuno prenderebbe per buona la parola di una bambina contro quella di un maschio adulto ed ha paura che la voce si sparga a macchia d’olio facendo ricadere un velo di (s)vergogna su tutta la famiglia.

Nel mezzo di questo trambusto emotivo rimane schiacciata e ammutolita una bambina indiana che, suo malgrado, è in procinto di apparire travestita come la dea Durga al matrimonio del vicino.

Maun (2018)

Splendido piccolo cortometraggio scritto e diretto da una mia amica e compagna di studi filmici sul cui giudizio positivo non ha però pesato minimamente il nostro grado di amicizia.

Strutturato secondo uno schema quasi dantesco di discesa agli inferi, il film si apre sul terrazzo del palazzo nel quale vivono e interagiscono i nostri personaggi, passando poi nell’appartamento entro le cui mura è avvenuto il fattaccio, fino a scendere in strada dove è stato allestito palco e ricevimento per il matrimonio dell’innominato accusato.
E questa discesa fisica corrisponde ad una discesa sia emotiva per i personaggi che conoscitiva per il pubblico grazie alla quale si viene sempre più trasportati dentro ad una torbida storia di normale indecenza urbana.

Purtroppo, nonostante la solidità dimostrata, il corto ha vinto meno di quello che meritava; probabilmente perché racconta un’India priva dei soliti stereotipi da cartolina… tipo gli elefanti, i colori, le spezie, i balletti di gruppo e il tanfo di urina dei canali di scolo intasati.

VOTO:
4 canali di scolo

Maun (2018) voto

Titolo tradotto: il Silenzio
Regia: Priyanka Singh
Anno: 2018
Durata: 11 minuti

Starship Troopers (1997)

Nel 23esimo secolo la Terra è unita sotto un unico regime para-fascista che glorifica il sacrificio personale verso la Patria, specialmente quello fisico, e detesta i pappamolle pacifisti.

John Rico, Dizzy Flores, Carmen Ibanez e Carl Jenkins sono 4 giovani appena diplomati che decidono di arruolarsi nell’Esercito della Federazione; chi per fare carriera, chi perché appassionata di navi spaziali falliche e chi per seguire l’amore che chiaramente gli darà in culo al primo giro dell’angolo.
Questi giovani figli della patria troveranno pane per i loro denti nella guerra interplanetaria contro Klendathu, un corpo celeste all’altro capo della nostra galassia popolato da una specie aliena di aracnidi che non vedono di buon occhio l’invasione del loro pianeta per mano dei nazi-fascisti della Terra.

Starship Troopers (1997)

Magnifica satira del militarismo e dell’imperialismo americano tutta giocata sull’eccesso e sul ribaltamento di significato.

Difatti solo un imbecille potrebbe prendere sul serio la spregiudicata propaganda fascista che trasuda da ogni costume da gerarca, ogni dialogo sulla decadenza morale della democrazia e ogni inquadratura d’ogni perfetto metro di città sulla quale camminano bellissime persone sorridenti in un pauroso clima di pace romana mondiale.

Alla sua uscita fu un bel flop al quale contribuì molto probabilmente la stupidità di chi andò a vederlo e lo considerò nella migliore delle ipotesi uno strano film d’azione con personaggi e intrecci da serial televisivo per adolescenti quando invece la genialità dell’opera risiedeva proprio in questo suo sfacciato e orrendo travestimento da storia d’amore nello spazio.

Consigliato a chiunque abbia un briciolo di cervello e un assoluto must per i fan delle affabili distopie alla RoboCop.

VOTO:
5 briciole

Starship Troopers (1997) voto

Titolo completo: StarShip Troopers – Fanteria dello spazio
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Durata: 129 minuti

I buchi neri (1995)

In un paesino campano ci sono un frocio e 5 mignotte.

5 donne con i loro sogni, i loro problemi, i loro amori non corrisposti e tutta una serie di cose che non verremo mai a sapere perché il regista è troppo impegnato a fare il fuoriclasse con incomprensibili quanto banali collegamenti simbolici tra cazzi, banane, uova e uccelli.
Tra chi li cerca e chi li teme, chi li prende e chi la dà.

I buchi neri (1995)

Piccola pellicola divenuta celebre per la mia generazione grazie al trailer nel quale una delle 5 puttane cantava “Caccialo fuori, mettilo dentro” mentre Duccio di Boris se la ciulava in macchina.

Il film in realtà non sarebbe neanche tanto male e le interpretazioni sono sì caricaturali ma tutto sommato adatte al clima un po’ goliardico e un po’ arruffato della pellicola.
Il problema però è che dura neanche un’ora e mezza, ci sono tette, culi e fregne e nonostante ciò riesce comunque ad annoiarti.

VOTO:
2 banane e mezzo

I buchi neri (1995) voto

Titolo inglese: Black Holes
Regia: Pappi Corsicato
Anno: 1995
Durata: 92 minuti

Shunyata (2017)

L’attempato e depresso killer Madhur ha un momento di pentimento quando vede Tinu, un ragazzino senza tetto che gli vende il the quando torna “da lavoro”, percorrere la sua stessa strada criminale e quindi tenta in extremis un capovolgimento totale pensando di andare ad aprire un ristorante in un’altra città portandosi appresso il giovine da redimere così che possa frequentare la scuola.

Gli andrà male.

Cortometraggio di un ex studente della stessa scuola indiana dove ho studiato cinema che batte le solite strade tanto care ai ggiooovani indiani: gangsters, pistolettate, luci colorate, forte contrasto, slow motions inutili e molti (troppi) maschi sullo schermo che ti fanno sempre sperare che almeno comincino di punto in bianco a slinguazzarsi così da esternare questa palese quanto latente omosessualità che si portano sulle spalle.

Titolo tradotto: Il vuoto
Regia: Chintan Sarda
Anno: 2017
Durata: 23 minuti

Final Destination (2000)

Una scolaresca di liceali americani sta partendo per il classico viaggio “culturale” a Parigi e tutti non vedono l’ora di fare il celeberrimo “pan de dumon”, ovvero ficcarsi una baguette naturelle in culo sotto la torre Eiffel mentre si canta la marsigliese al contrario invocando l’avvento dell’Anticristo in Vaticano.

E però Alex Browning, uno dei suddetti liceali pronti ad immolare il deretano in nome di Satana, ha la spaventosa premonizione che il loro aereo finirà in una palla di fuoco mentre tutti i passeggeri moriranno invocando gesù, la madonna e tutti gli angeli in colonna e comincia quindi a dare di matto invitando tutti a scendere, se hanno cara la pelle.
Per il casino che si viene ovviamente a creare e la successiva scazzottata tra Alex e un suo compagno, 6 studenti (tra cui chiaramente il nostro protagonista) e una professoressa vengono banditi dal volo per ragioni di sicurezza ed assisteranno dalle vetrate dell’aeroporto all’esplosione in cielo del velivolo.

I 7 sopravvissuti non sono però scampati alla morte; l’hanno solo fregata per un turno e questa verrà presto a chiedere pegno nelle maniere più atroci.

Final Destination (2000)
Tod Waggner (1982-2000)

Esordio alla regia per James Wong (da non confondere col James Wan di Saw, The Conjuring and Insidious) ed importante punto di passaggio per gli horror rivolti ad un pubblico adolescenziale, da quelli sarcastici e auto ironici tipo Scream a quelli celebrativi della morte alla Hostel.

Qui infatti ci vengono proposti in maniera netta e limpida vari modi di morire (male) che vanno bel al di là del classico coltello in pancia e questa lugubre fantasia si è giocoforza dichiarata sempre più protagonista della serie mano a mano che i vari capitoli si sono succeduti negli anni, con gli sceneggiatori che hanno cercato ogni volta di calcare sempre di più la mano mettendo in scena le morti più strambe possibili.

Essendo il primo capitolo di una serie non preventivata (e voluta),  non ci troviamo ancora tra le mani niente di sconvolgente e anzi, le morti appaiono plausibili e addirittura funzionali alla storia visto che, dopo l’incidente aereo, molto ruota in gran parte sul sospetto che Alex sia in qualche modo l’artefice dei delitti commessi essendo lui sempre al corrente o addirittura presente ai variopinti ammazzamenti.

Il film non è niente di eccezionale, ma fila liscio, i protagonisti 30enni che si fingono 16enni non risultano totalmente sgradevoli e l’atmosfera di tensione regge per una buona parte della durata per andare poi a scemare verso una roboante risoluzione che non mi ha mai convinto e un (divertente) finale quasi posticcio che serve più a far saltare sulla sedia i ragazzi piuttosto che rafforzare il messaggio di totale ineluttabilità della “dolce Signora”.

VOTO:
3 coltelli e mezzo

Final Destination (2000) voto

Titolo originale: Final Destination
Regia: James Wong
Anno: 2000
Durata: 98 minuti

La stangata (1973)

Nell’Illinois del 1936, se sei un vecchio nero o un giovane bianco spiantato, non hai molte strade per uscire dal vortice della Grande Depressione se non quelle illegali della truffa e del furto con destrezza.

Ed è proprio quello che fanno il vecchio nero Luther Coleman e il giovane bianco Johnny Hooker raggirando questo o quell’altro stolto da spennare che capita loro sottomano; sfortuna vuole però che il loro ultimo raggiro avvenga ai danni di un corriere della mafia locale che si fa sfilare 11 mila dollaroni dal pantalone facendo chiaramente andare su tutte le furie il boss Doyle Lonnegan, il quale fa precipitare il nero Luther giù dalla finestra di casa prima di mettersi sulle tracce del bianco Johnny il quale, non volendo finire come Giuseppe Pinelli che fu buttato dal quarto piano della questura della polizia di Milano gridando “E’ la fine dell’anarchia!”, muove il culo a Chicago per:
1 – imparare dal veterano della truffa Henry Gondorff
2 – mettere su un piano ai danni del mafioso Lonnegan
e 3 – vendicare così l’amico Luther.

La stangata (1973)

Vincitore di 6 premi oscar e campione d’incassi stratosferico al botteghino, questo famosissimo film mi era passato sotto il naso per decenni; ora, avendolo visto e apprezzato, devo ammettere che mi compiaccio di aver rimediato alla lacuna.

Zeppo di loschi figuri intrallazzoni e però giocato tutto in punta di commedia, la pellicola riesce con questo giusto mix a rompere il velo che divide “pubblico maschio single” e “pubblico famiglia” presentandoci una storia non eccezionalmente complicata nei suoi twist narrativi, forse un po’ telefonati per un pubblico moderno, ma che lasciano comunque quel gusto dolce in bocca che ti spinge a volerne ancora.

Puntellato di scene divertenti ed altre persino artistiche, come la bellissima cavalcata delle mignotte sul carosello, si procede verso un finale telefonato ma comunque godibile e l’atmosfera di grande fratellanza che regna tra questi simpatici farabutti che sembrano non badare al colore della pelle, in anni in cui i neri venivano ancora impiccati agli alberi della provincia americana, rende il film persino attuale.

VOTO:
4 neri impiccati e mezzo

La stangata (1973) voto

Titolo originale: The Sting
Regia: George Roy Hill
Anno: 1973
Durata: 129 minuti

Sbatti il mostro in prima pagina (1972)

E’ il 1972 e manca poco alle elezioni nazionali.

La sinistra cresce, cresce a dismisura e i conservatori hanno paura; gli scontri tra sinistra, specialmente extra parlamentare, e lo Stato si fanno sempre più forti e in tutto questo casino una ragazza ancora minorenne viene trovata cadavere a Milano; secondo le ricostruzioni è stata violentata e uccisa.

Chiaramente i giornali vanno a nozze con la cronaca nera (specialmente quando sesso e morte si mischiano in un turbine melmoso che viaggia dritto al cuore dei lettori) e Giancarlo Bizanti, redattore capo de “Il Giornale” (da non confondere con l’omonima testata fondata due anni dopo l’uscita di questo film dal pedofilo fascista Indro Montanelli), decide di condurre per mano la vicenda servendo all’affamata e rancorosa opinione pubblica un mostro, un giovane comunista capellone incastrato dalla dubbia testimonianza della sua disturbata amante, gelosa fracica dei compagni di partito che lo avrebbero allontanato da lei.

Chiaramente le cose stanno diversamente e la verità è molto più semplice.

Sbatti il mostro in prima pagina (1972)
Indovina chi: ha la barba? è fascista?

Buono l’intento di evidenziare il losco legame tra politica e giornali che vengono usati troppo spesso per virare l’opinione pubblica verso questa o quell’altra sponda a seconda di come soffia il vento del potere, a tal proposito interessantissima la conversazione finale tra Bizanti e il padrone del quotidiano che sottolinea l’importanza del prossimo risultato elettorale per decidere le future mosse editoriali.

Purtroppo però il film, in parte ispirato al vero caso dell’omicidio di Milena Sutter da parte del “biondino della spider rossa”, risulta abbastanza confusionario, lascia molto a desiderare nell’intreccio investigativo (che risulta poco appassionante) e viene facilmente dimenticato poco dopo la visione.

Non tutti sanno che:
un giovane e capellone Ignazio La Russa compare in apertura mentre arringa la folla del movimento politico anti-comunista “Maggioranza silenziosa”.

VOTO:
2 Montanelli e mezzo

Sbatti il mostro in prima pagina (1972) voto

Titolo originale
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 1972
Durata: 86 minuti

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)

Isla Nublar, la cara isola al largo delle coste costaricane (senti che allitterazione) dove i dinosauri la fanno da padrone è in pericolo perché il vulcano locale è in ebollizione e si rischia di fare un bollito misto senza mostarda di questi stravaganti animali preistorici.

Ecco che allora si parte per la terza volta alla volta (senti che ripetizione) di un preannunciato incasso al botteghino miliardario, secondo solo al preannunciato mezzo pisolino che inevitabilmente interviene allo scoccare dei primi 40 minuti quando, dopo rocambolesche e tutto sommato divertenti scene di ruzzoloni giù per la montagna alla ricerca della salvezza dai lapilli, dal fumo rovente e dalla lava in un qualcosa che ricorda molto la pericolosissima gara inglese giù per la collina di Cooper contro la forma di formaggio, si assiste alla straziante e alquanto poetica scena della morte per incenerimento di un brachiosauro entrando giocoforza nella visualizzazione cinematografica di come uno sceneggiatore cerca di portare a casa il risultato citando a destra e manca il primo capitolo al quale chiaramente non riesce a giungere per mancanza di stoffa.

Ovviamente da qui in poi le cose andranno di male in peggio fino ad aprire letteralmente le porte ad un mondo antropocentrico messo sotto minaccia dal ritorno dei dinosauri i quali finiranno per arrivare a Las Vegas dove, grazie al solito teaser post-credits, verrà probabilmente ambientato il prossimo (inevitabile) capitolo.

Perché, come recitano la tag line del film e i ferventi cattolici davanti le cliniche dell’aborto, “La vita vince sempre”.

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)
tranne quando perde

Filmetto strappa risatine con dei rarissimi momenti oggettivamente ben fatti che probabilmente intratterrà un pubblico adolescenziale senza troppe pretese, ma che certamente non ha le carte per giocare al tavolo dei grandi.

Se siete in cerca di un qualcosa senza pretese e vi capita tra le mani questo coso chiamato Jurassic World: Fallen Kingdom, dategli un’occhiata, ma state bene attenti a non alzare il mento dal petto nel quale sarete sprofondati a più riprese durante la proiezione.

Fun fact: l’Italia detiene, assieme alla semi-dittatura islamica chiamata Turchia, alla capitalista colonia americana Corea del sud e allo stato terrorista fascio-integralista chiamato Israele, il simpatico premio come paese del cazzo nel quale la pellicola è stata distribuita in versione censurata per evitare possibili divieti ai minori di 13 anni; dovessero spaventarsi nel vedere un cazzo mozzato di colpo da un raptor.

Scherzo: mica son pazzi, non ci sono cazzi (senti che rima).

VOTO:
2 cazzi e mezzo

Jurassic World: Il regno distrutto (2018) voto

Titolo originale: Jurassic World: Fallen Kingdom
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Cimitero vivente (1989)

Louis Creed fa il dottore coi soldini e la casetta bella a due piani e sta bene con la famiglia moglie figlia e figlioletto e il gatto pure sta bene.

Tutti stanno bene ma vivono a 10 metri da una strada che ci passano camion e tir a velocità mortacci loro notte e giorno giorno e notte che uno dice Verrà il giorno che succede il fattaccio.
Infatti succede il fatto che prima mettono sotto il gatto e però il vicino di casa gli suggerisce Perché non lo seppelliamo la cimitero degli animali domestici anzi no al cimitero dietro, quello degli indiani che poi torna in vita però attenzione che la magia e il mistero e insomma ci siamo capiti?

Che il gatto poi torna in vita ma puzza come Marco Pannella e soffia e graffia quindi attenzione.

Poi muore il figlioletto messo a terra da un tir che lo stende bim bim come un birillo al bowling e al funerale Louis ci prende anche un cazzotto dal suocero.
Idea: seppelliamo il bambino al cimitero indiano magari torna in vita.

Lui torna in vita ma la magia e il mistero e il male che c’è lì fanno un casino che il bambino è una belva di Satana e allora Louis lo fa secco con una siringa nel collo.
E poi cerca di portare in vita anche la moglie che mi ero scordato di dire che era morta anche lei perché il bambino l’aveva impiccata.

Alla moglie manca una scarpa.

Com’è il film?

Basta dire che la mia recensione è scritta meglio.

VOTO:
2 scarpe

Cimitero vivente (1989) voto

Titolo originale: Pet Sematary
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Durata: 103 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Ready Player One (2018)

Nel 2045 la vita sulla Terra è una merda e la maggioranza della gente vive in orribili baraccopoli multilivello; per sfuggire a questa triste realtà i terrestri si rifugiano quotidianamente nella fantastica realtà virtuale creata da un videogioco chiamato Oasis dentro il quale possono essere ciò che vogliono, fare ciò che desiderano e vivere avventure mozzafiato immergendosi in una galassia di riferimenti della pop culture anni ’70 ’80 e ’90.

Quando James Halliday, il creatore di Oasis, tira le cuoia lasciando di stucco mezzo mondo, viene rivelata l’esistenza di un easter egg all’interno del gioco che permetterebbe l’acquisizione di 3 biliardi di dollari nonché il controllo totale di Oasis.
E ovviamente scoppia una ressa clamorosa per la caccia al tesoro più redditizia della storia; da una parte una malefica compagnia privata che impiega semi-schiavi per l’acquisizione del misterioso segreto e dall’altra i 5 giovini protagonisti di questo film per ragazzini.

Ready Player One (2018)

E’ una stupidaggine, punto.

Nonostante alla guida ci sia un testone come Steven Spielberg, il film soffre inevitabilmente l’effetto videogioco, e cioè bella grafica e storia di merda.
Perché, e questa è una cosa che solo un appassionato giocatore con un’altrettanto buona cultura cinematografica potrebbe indicare, la storia più interessante mai creata per un videogioco non riesce ancora a competere con un normale film, figuriamoci con i migliori.

La sensazione che si ha quindi, guardando volteggiare quest’infinita serie di citazioni riversate come una pioggia battente sulle teste dei poveri spettatori, è quella di trovarsi di fronte ad una mediocre trasposizione cinematografica di un videogioco famoso, tipo Final Fantasy: The Spirits Within che infatti oggi chi se lo incula, con la speranza al botteghino di contare sull’effetto nostalgia del pubblico 40enne il quale però resta inevitabilmente bruciato da una semplicistica narrazione molto più adatta ai pubescenti.
Insomma, una dicotomia più che apparente ad uno che non approcci la questione con fare menzoniero.

Un peccato, perché la sfida era dura da battere ma si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’imponente massa di marchi e franchise che i produttori sono riusciti a mettere assieme (spendendo sicuramente una consistente parte del budget).

VOTO:
2 menzonieri e mezzo

Ready Player One (2018) voto

Titolo uruguaiano: Ready Player One: Comienza el juego
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Durata: 130 minuti

Il cannibale metropolitano (1992)

Il ragioniere Graham Krakowski vive una vita da mediano americano ed è felice così: la sue più grandi preoccupazioni sono trovare una villetta con giardino che non costi più di 80mila dollari, farsi promuovere per pagare la villetta che non costi più di 80mila dollari e ciularsi la smorfiosa fidanzata a distanza dentro la villetta che non costi più di 80mila dollari.

Purtroppo però, appena preso possesso della benedetta villetta sotto gli 80mila dollari, un immondo vagabondo (da cui il titolo inglese) comincia a ronzargli attorno facendolo uscire di senno e conseguentemente facendogli perdere uno ad uno tutti i capisaldi della vita di un mediano americano.

Un crescendo di misteri, rumori, messaggi minatori, roba fuori posto, merda e omicidi conducono Krakowski sull’orlo del baratro convincendolo che solo una spinta di reni mussoliniane possa portarlo di nuovo a galla.

Il cannibale metropolitano (1992)

Prodotto dalla Brooksfilm di Mel Brooks (con lo stesso regista di The Fly 2, anch’esso prodotto da Brooks), The Vagrant vive in quel triste limbo dei film che non funzionano perché troppo strani e originali per accontentare il pubblico mediano americano che poi è al centro della stramba satira di questa pellicola antiperbenista.

La storia di un cittadino mediocre che, grazie a questa sua sottomissione volontaria, vorrebbe passare dal via per incassare il suo premio di una vita senza troppe preoccupazioni è messa in scena con un’indubbia dose di umorismo dissacrante e situazioni al limite del decente; purtroppo però vedere la madre di questo miserabile impiegato stirare zampe all’aria mentre un poliziotto la prende a pugni sullo sterno per rianimarla oppure assistere ad una vogliosa cicciona vestita di rosa che insiste nel ciucciargli il cazzo dopo avergli portato una torta decorata in stile hawaiano sono elementi che non bastano a rendere una storia coesa e fruibile secondo i classici canoni narrativi occidentali e il film purtroppo si perde continuamente alla fine di ogni assurda scena senza assurgere al titolo di vera perla comica come forse avrebbe voluto.

Un peccato, perché di materiale ce n’era.

VOTO:
3 torte e mezza

Il cannibale metropolitano (1992) voto

Titolo inglese: The Vagrant
Regia: Chris Walas
Anno: 1992
Durata: 91 minuti