Hana-bi – Fiori di fuoco (1997)

Takeshi Kitano è un personaggio dalle mille sfaccettature: commediante, attore, pittore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, opinionista e regista, è sempre riuscito a passare da un campo all’altro senza risentirne artisticamente.
Dopo 6 film dal buono spessore, nel ’97 se ne uscì con questo gioiello cinematografico a metà strada tra il calcio nello stomaco e la fantasia fanciullesca.

Hana-Bi è la storia di Nishi, ex poliziotto che vive nel rimorso per la morte di un collega durante un’azione da lui diretta e con una moglie malata terminale di leucemia con cui non parla più dalla morte della loro figlia piccola.
Insomma, una storia tragica parzialmente ispirata all’incidente/tentato suicidio in motocicletta subito da Kitano nel 1994, incidente dal quale è sopravvissuto con metà volto sfigurato e paralizzato.

Hana-bi - Fiori di fuoco (1997)
uno dei tanti dipinti di Kitano utilizzati nel film

Hana-Bi vuol dire Fuochi d’artificio, ma separate le due parole significano fiori e fuoco, e proprio su questa dicotomia gioca tutta la pellicola (e un po’ tutta la filmografia di Kitano); sempre con un piede nella pozzanghera di sangue ed uno in un campo di margherite immacolate.

Questa scelta inconsueta e apparentemente stridente non è dovuta ad una indecisione stilistica, ma proprio all’opposto: ad una ricerca della sottile linea rossa che corre veloce tra la nascita e la morte, quella linea che percorriamo in punta di piedi, come equilibristi, sperando di arrivare fino in fondo e prenderci il meritato applauso.

Titolo originale: HANA-BI
Regia: Takeshi Kitano
Anno: 1997
Durata: 103 minuti

Strange Days (1995)

“Vorresti essere quel tizio là, quello con la filippina superdotata per 20 minuti, i 20 minuti giusti? Io posso farlo accadere senza neanche farti macchiare la fede nuziale.”

Lenny Nero – Strange Days

Strange-days-(1995)
Lenny Nero, ex poliziotto, spacciatore di ricordi, arcinemico di Nanni Moretti

Lenny Nero vende sottobanco ricordi, veri e propri pezzi di vita registrati digitalmente su un disco della TDK (beati anni ’90), la ragazza l’ha lasciato e lui passa le serate a spararsi i loro ricordi dal supporto ottico senza una vera prospettiva sul futuro.
Ecco però che a rompere le uova nel paniere di questa miserabile decadente vita arriva una prostituta braccata da dei killer la quale ha assistito ad un omicidio a sangue freddo, un omicidio che lei ha registrato su uno di questi speciali dischi.

Seguono scazzottate, inseguimenti, rapper neri, colpi di scena, feste di fine millennio e le modeste tette di Juliette Lewis.

Strange Days è un bel film del ’95 che è caduto nel dimenticatoio, quello delle pellicole anni ’90 fiche ma che nessuno ha più trasmesso in tv per ignoti motivi.
Eppure la storia acchiappa sia un pubblico colto, con i suoi rimandi al noir e al cyberpunk, quasi un’evoluzione sporca di Blade Runner con le lancette portate indietro, e sia un pubblico più vasto, con le incredibili sequenze in soggettiva, per l’epoca un vero traguardo tecnico (e che pure oggi spaccano il culo alle stronzatelle con la GoPro).

Insomma, tutto questo ben di dio e invece niente: Ralph Fiennes è passato alla storia come colui il cui nome non va mai pronunciato, la regista Bigelow ha sbancato con The Hurt Locker, e Tom Sizemore è molto famoso tra gli spacciatori di crack di Hollywood Boulevard.

VOTO:
4 Sizemore pazzi

Strange days (1995) voto

Titolo originale: Strange Days
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 1995
Durata: 145 minuti

La grande bellezza (2013)

E’ l’estate del ’66, una notte al faro, Jep Gambardella vede La Grande bellezza, ovvero due tette meravigliose di una sua coetanea.
Cercherà invano per il resto della sua vita di ripetere quell’esperienza estatica, giusto mezzo tra sacro e profano, in una Roma fatta della summa sbilenca di feste, sballo, chiese, papponi, droghe, vino, puttane, figli, statue, matti, cazzi, nane, abbacchi, sante, giraffe, teatri, amici, funerali, libri, nichilismo, chiavi, spiritualità, amori, latitanti, quadri, polacche, segreti, strade, notti, bambine, nobili e immense tristezze.

quella notte...quelle tette...
…quella notte…quelle tette…

La grande bellezza è stato giustamente paragonato alla Dolce vita; come in questo film, il protagonista è un giornalista disilluso da una Roma simbolo di una decadenza culturale e morale, ma mentre nel capolavoro di Fellini, Marcello Rubini non si riprende più dal coma intellettuale a cui si è condannato, qui Geppino Gambardella trova nuova vena creativa dopo un incontro con una santa sdentata e centenaria che parla agli animali ma non ai giornalisti.

Magritte con tette di profilo
Magritte con tette di profilo

L’ultimo di Paolo Sorrentino è un solido film; si capisce bene come molti critici si siano spazientiti di fronte a questa roboante e un po’ lunga favola/incubo sulla nostalgia dei tempi andati e dei luoghi passati, ma francamente in giro si produce molta merda spacciandola per arte somma, quindi facciamo meno gli schizzignosi e applaudiamo se qualcuno in Italia cerca ancora di fare un film che non sia una commedia o un film sui Kompagni.
Qui l’estetica nuda e pura la fa da padrone e la storia di conseguenza (come chiede il tessuto narrativo stesso) deve fare un passo indietro per lasciare il passo a una serie infinita di carrellate e dolly su una città che decade dal 476 dopo cristo.

VOTO:
4 cristi

La-grande-bellezza-(2013)-voto

Titolo originale: La grande bellezza
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2013
Durata: 142 minuti

Il grande Lebowski (1998)

“Prendevamo morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale”.

Mark “Rent-boy” Renton in Trainspotting

Il grande Lebowski è stato spesso interpretato come un semplice film comico sulle droghe, una storia di un simpatico disadattato disoccupato che fuma l’erba e cerca di risolvere una trama più grande di lui, con effetti devastanti.
Il grande Lebowski invece è molto di più: è un ottimo concentrato di dialoghi freschi e tagliati al millimetro, un cast affiatato che sembra lavorare bene senza aiuto alcuno, ma soprattutto è una parabola sul declino dell’impegno politico americano dopo gli entusiasmanti anni 60/70. Non a caso il film è artificiosamente ambientato durante la prima amministrazione Bush: dopo la contro-rivoluzione reazionaria di Reagan degli anni ’80, Bush ha dato il colpo di grazia e ha spolverato le macerie intellettuali lasciate dal decennio precedente.
Bombe e capitalismo hanno preso il controllo durante gli anni ’80 e nei successivi ’90 non c’era molto da fare per un’anima ribelle e molto ingenua come quella del Drugo; ex studente pacifista politicizzato, il Drugo è ormai ridotto ad ombra di se stesso, spettro in ciabatte che appare nei drugstores in piena notte per un litro di latte.

Lebowski è uno dei tanti che non ce l’hanno fatta a superare la difficile fase che porta dall’adolescenza alla fase adulta: troppi conflitti, paure e violenze aspettano i tanti Drughi che vogliono proseguire ad occupare gli edifici pubblici anche dopo l’università, e molti (troppi) decidono che non ne vale la pena, si rifugiano in un confortevole nichilismo individualista ed egoista e si sfragnano di canne per dimenticare.
Ogni tanto vanno al bowling per tirare giù qualche birillo e sentirsi realizzati, anche se solo per quei pochi secondi dopo lo strike.

VOTO:
5 birilli

Il grande Lebowski (1998) voto

Titolo originale: The Big Lebowski
Regia: Ethan Coen e Joel Coen
Anno: (1998)
Durata: 117 minuti

Sinister (2012)

Uno scrittore di romanzi basati su fatti di sangue realmente accaduti è in crisi creativa da 10 anni; per cercare nuova linfa vitale, decide bene di andare a vivere nella casa in cui una intera famiglia è stata uccisa in maniera orribile (vedi foto sopra) e cominciare ad indagare sulla scomparsa della di loro piccola figlia, possibile unica superstite al massacro.

La stessa sera in cui arrivano nella nuova casa, Ethan Hawke trova in soffitta un baule contenente filmini super8 amatoriali ed un proiettore; queste pellicole si scopre contengono immagini dell’omicidio in questione, come anche di altri quattro omicidi avvenuti nei passati 30 anni.
Lo scrittore, in cerca di fama, fiuta al volo l’affarone e non dice un cazzo alla polizia e alla famiglia perché vuole trovare da solo il bandolo della matassa e scriverci sopra il libro della vita sua.
Ovviamente è un coglione che non ha capito bene con chi ha a che fare: è nientepopodimenoche Bughuul, demone pagano che mangia i bambini e spaventa a morte la gente con la sua faccia da chitarrista metal finlandese.
E quando Bughuul viene evocato, sono cazzi amari.

Sinister (2012)

Ethan Hawke, dopo essere stato colto in flagrante dalla ex-moglie Uma Thurman col cazzo nella loro baby sitter, ha passato brutti momenti: un periodo durante il quale è dimagrito molto, ha lavorato in meno pellicole ed è caduto in fase semi-depressiva.
Per risollevarsi da ciò, ha infine sposato nel 2008 la baby sitter di cui sopra e si è rimesso a fare film, alcuni con una tinta molto dark.
Tipo questo.

Sinister non è un capolavoro, ma fa paura. Addirittura pare sia stato vietato a chi soffre di patologie cardiache (per evitare infarti e conseguenti cause legali).
La tensione c’è ed è costruita bene, gli attori stanno in bolla e anche i bambini non risultano dita nei culi (come in genere accade).
Se volete mangiarvi le unghie mentre guardate un film a luci spente da soli a casa, prendetevi questo Sinister, altrimenti accendete la luce, invitate un paio di amici e sparatevi il solito film con Adam Sandler.

VOTO:
4 cazzi amari

Sinister (2012) Voto

Titolo originale: Sinister
Regia: Scott Derrikson
Anno: 2012
Durata: 110 minuti

La collina dei papaveri (2013)

E’ il 1963 e il Giappone si sta preparando per ospitare i giochi olimpici del ’64; una nazione decimata dalla seconda guerra mondiale si è rialzata e si appresta ad affrontare la scena internazionale con spirito rinnovato e con un grande slancio verso il futuro, la modernità e la rimozione del passato.
Umi e Shun sono due ragazzi giapponesi di Yokohama: lei, orfana di padre e brava studentessa; lui, adottato e studente attivo e politicizzato.
Presto le loro vite si trovano sentimentalmente intrecciate, ma un’improvvisa rivelazione mette un freno alle loro aspettative future.

La collina dei papaveri (2013)

Lo Studio Ghibli ha sfornato un altro film di grande spessore: una semplice storia di amore e passione ambientata in un particolare periodo storico del Giappone, quando le paure del passato recente sembravano ormai scomparse ed un futuro radioso ma imprevedibile era alle porte.

La grande domanda che questo film si pone è: “Quanto valore ha il passato nella costruzione del nostro futuro?”.
Il parallelismo tra la storia tra Umi e Shun e il loro Giappone che vuole dimenticare a tutti costi distruggendo edifici e tradizioni nel nome del progresso non passa inosservata.
Non è un capolavoro di film, ma è sicuramente un importante tassello nel panorama sentimental-storico del cinema d’animazione giapponese.

VOTO:
3 tasselli e mezzo

La collina dei papaveri (2013) voto

Titolo originale: Kokuriko-zaka kara
Regia: Goro Miyazaki

Anno: 2013
Durata: 91 minuti

Dhobi Ghat (2010)

A volte ci si ritrova in quelle situazioni nelle quali si è indecisi su quale strada prendere.
Come giudicare un qualcosa che ci ha allo stesso tempo interessati e scocciati?

Dhobi Ghat è un film che rientra in questa categoria; uno di quei film che apparentemente ha molte carte in regola per essere giudicato positivamente, ma che ci lascia con uno strano sapore in bocca.
Come se qualcuno avesse pisciato nel bicchiere di vino; non tutta una pisciata, solo qualche goccia.

E allora com’è questo film?
Per risolvere l’arcano mistero si potrebbe ricorrere ad un parallelo con l’India.

Ci sono tante persone che quando vengono in India ne rimangono affascinate: si lasciano catturare dai colori, dal caos e dalle tante stranezze, stanno tra le 2 e le 4 settimane, per lo più in quelle 10 località turistiche famose (e attrezzate per il turista occidentale) e poi tornano a casa con tante foto di gente vestita di stracci colorati e vecchie decrepite di 47 anni con un meraviglioso sorriso sdentato.
Poi ci sono quelli che invece l’India la vedono sotto una lente scientifica e sociologica, ne guardano gli aspetti antropologici e, pur comprendendo l’origine dei tanti mali che affligono questo posto, non possono fare a meno di giudicarla criticamente, di sottolinearne certi aspetti incomprensibili e raccapriccianti e di puntare il dito sui denti mancanti piuttosto che sull’apparente sorriso.

Ecco, io sono uno di questi ultimi e Dhobi Ghat è una vecchia sdentata che sorride per farsi dare 1 euro.
E io ci sputo sopra l’elemosina, come ci sputava sopra Gandhi.

In questo film, prodotto da Aamir Khan (star bollywoodiana considerata socialmente impegnata) e scritto e diretto dalla moglie Kiran Rao (di nobile famiglia), troviamo l’intreccio di 4 storie: un lavandaio che lavora appunto a Dhobi Ghat (la lavanderia a cielo aperto di Mumbai), un pittore contrito che cerca ispirazione in 3 videocassette trovate per caso in casa nuova, la donna che si è filmata in queste videocassette, e infine una giovane ricca alto borghese indiana che ha fatto le scuole in USA e ora è tornata a casa per fare un cazzo tutto il giorno e cincischiare con la fotografia.

Ecco, tutto ciò non è altro che una scopiazzatura dei vari film di Alejandro González Iñárritu, quello che ha fatto Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutful.
E’ tanto una scopiazzatura che, non solo ricalca la struttura a storie intrecciate, ma si fischia e intasca pure il compositore Gustavo Santaolalla, chitarrista minimalista che fa musiche minimaliste per storie minimaliste.

Il problema qui è che Kiran Rao è una riccastra che non ha mai lavorato veramente in vita sua e quindi tutto il suo castello di carte sulla povertà, sulle ingiustizie e sulla separazione tra ricchi e poveri risulta artificiosa e pretenziosa.

Certo, se non conoscete Iñárritu e guardate il cinema con fare superficiale, Dhobi Ghat va più che bene, ma se ve ne intendete… quelle 5 goccia di piscia calda le sentite eccome.

Titolo originale: Dhobi Ghat (Mumbai Diaries)
Regia: Kiran Rao
Anno2010
Durata: 100 minuti

This is Not a Film (2011)

Piccolo Recap:

Jafar Panahi è un regista ed intellettuale iraniano; ha diretto interessantissimi film quali Il palloncino bianco, Lo specchio, Oro rosso e Il cerchio.
Nel marzo 2010 è stato arrestato con l’accusa di attività sovversiva; i suoi film sarebbero offensivi e fondamentalmente contro la rivoluzione islamica iraniana.
In seguito a questa accusa è stato condannato a 6 anni di galera e 20 anni di divieto di lasciare il paese, fare interviste e dirigere altri film.
Nel marzo 2011 il povero Jafar si rompe il cazzo di stare seduto sul divano agli arresti domiciliari e decide di filmarsi: con l’aiuto di un amico documentarista realizza un piccolo NON-Film su una sua giornata tipo.

Fine Recap.

This is not a film, come il quadro di Magritte della Non-pipa, dice tutto quello che c’è da dire con la sola negazione dell’esistenza.
Negazione nel dirigere, negazione nel vivere una vita normale, negazione nell’esprimere il proprio pensiero liberamente.

Un piccolo film, ma un grande messaggio.

Titolo originale: In film nist
Regia: Jafar Panahi
Anno: 2011
Durata: 75 minuti

The Grey (2011)

Liam Neeson è un cacciatore di lupi grigi in Alaska; assunto da una compagnia di estrazione petrolifera, deve tenere alla larga gli animali feroci ed assicurare così il funzionamento della stazione.
Durante un viaggio di ritorno, l’aereo su cui viaggiano lui e molti componenti della compagnia decide bene di schiantarsi in mezzo alla neve e al freddo cane; ora Liam Neeson deve, assieme ad altri 6 superstiti, cercare di raggiungere un centro abitato prima che un branco di lupi incazzati neri li faccia fuori, uno a uno.

The Grey (2011)

The Grey, diretto inaspettatamente dallo stesso regista di A-Team, prende un po’ le distanze dal classico film Hollywoodiano di superstiti contro madre natura e cerca invece uno strano quanto gradito mix di spiritualità atea ed elogio della natura umana.

Alcuni gruppi animalisti si sono lamentati per il modo in cui sono stati dipinti i lupi grigi (in via di estinzione tra l’altro), ma qui il punto non è l’animale, bensì l’uomo.
Questa strana creatura a metà tra la bestia e dio, che guarda una montagna di ghiaccio e la trova meravigliosa, che è capace di sognare ad occhi aperti e, cosa ancor più importante, che vuole raccontare tutto questo, nonostante a volte faccia male.

Titolo originale: The Grey
Regia: Joe Carnahan
Anno: 2011)
Durata: 117 minuti

Elysium (2013)

Nel 2154 la Terra è sovrappopolata, colma di malattie e crimine, mentre i ricchi se ne sono andati a vivere su una nave spaziale (Elysium) in orbita attorno al nostro pianeta e si guardano bene dall’accogliere il resto del genere umano.

Viaggi della speranza, colmi di storpi e bambini malati, provano periodicamente ad atterrare su Elysium per farsi curare in uno dei tanti lettini medici automatizzati, lettini in grado di curare ogni malattia possibile rendendo di fatto gli esseri umani immortali, e periodicamente vengono fatti saltare in aria prima di raggiungere la meta.
Sulla Terra la gente viene sfruttata, sottopagata e presa a calci in faccia dalla polizia che agisce per ordine dei cittadini di Elysium; la parola d’ordine è “produttività”, e niente è più importante, neanche la vita umana dei tanti disgraziati rimasti giù.

Insomma, uno scenario da Italia terzo millennio.

Solo un uomo può cambiare lo status quo: uno nato tra i poveri, uno che ha sempre sognato di andare lassù, uno a cui non va giù la divisione arbitraria tra chi vive per sempre e chi si fa un culo da mattina a sera.

E quest’uomo è MATT DAMON!

Neill Blomkamp, dopo il graditissimo District 9, ci regala un’altra perla di cinema pop-politico.

Restano alcune incertezze sul ritmo e sulla storia, specialmente l’abbozzata storia d’amore e sacrificio, un po’ forzata direi, ma il messaggio critico alla società contemporanea divisa in classi (due: ricchi e poveri) e all’ingiustizia quotidiana ingiustificata va dentro e alla fine ci si ritrova a guardare il cielo e ad immaginare Matt Damon che salva il mondo con il suo fare bonario che piace tanto alle mamme.

Titolo originale: Elysium
Regia: Neill Blomkamp
Anno: 2013
Durata: 109 minuti

La notte del giudizio (2013)

Questo film a basso costo (3 milioni di dollari, un’inezia in Hollywood) ci presenta un futuro prossimo distopico nel quale gli Stati Uniti d’America hanno adottato un nuovo e più cruento metodo di controllo sociale: “La Purga”.
Ogni anno, ad un prefissato giorno, per 12 ore, dalle 7 di sera alle 7 di mattina, ogni crimine è permesso, anche e soprattutto l’omicidio.
Gli Americani quindi escono di casa e vanno a caccia grossa; armati di pistole, fucili, spade, coltelli, macheti e chi più ne ha più ne metta, fanno piazza pulita di neri, poveri e rompicazzi.
La notte da incubo ha l’effetto psicologico di calmare la popolazione e far abbassare il livello di criminalità praticamente a zero, oltre che far togliere di mezzo i neri, i poveri e i rompicazzi.
Questa notte però una famiglia benestante di sani individui bianchi e patrioti si ritrova sotto assedio per aver dato rifugi ad un “porco negro senzatetto”; loro faranno di tutto pur di salvarsi dalla furia controllata di un gruppo di giovani perbene il cui unico scopo è ripulire la nazione dalla feccia umana, ma sarà abbastanza?

La notte del giudizio (2013)
ma Ethan Hawke è feccia?

Se aveste la possibilità di sfondare la faccia a qualcuno, se aveste la possibilità di prendere questa persona e staccargli le unghie con le tenaglie, se poteste prendere un coltello da cucina e tagliare la gola a chiunque vi stia sul cazzo, lo fareste?
Questo è un po’ l’interrogativo posto da questo interessante film un po’ politico e un po’ caciara.
Attenzione però, lo dico chiaro e tondo: questo film è bello, proprio bello. E’ un chiaro metaforone della società americana, bella pulita ricca e bianca che sotto sotto nutre rancori e violenze abominevoli che aspettano solo di essere lasciati andare.
Ovviamente la cosa non deve essere andata giù a molti ed infatti è stato strapazzato dalla critica: è stato definito prevedibile, immotivatamente violento e povero di idee.
La realtà è che ‘la verità ti fa male lo so’ e non c’è film in tempi recenti che abbia centrato meglio uno dei nodi gordiani della cultura americana: professare la pace nel mondo e l’armonia dello stile di vita americano, facendolo con le bombe, le sedie elettriche e la guerra ai poveri, cose di cui gli USA sembrano non potere fare a meno da un bel po’ di tempo a questa parte.

VOTO:
4 purghe

La notte del giudizio (2013) voto

Titolo originale: The purge
Regia: James DeMonaco
Anno: 2013
Durata: 85 minuti

Reality (2012)

Il Grande Fratello, quel programma del cazzo in cui diverse persone dal quoziente intellettivo medio-basso vengono chiuse per settimane in una villa costruita a Cinecittà a Roma per essere spiati 24 ore su 24 da decine di telecamere per la gioia di un pubblico becero e voyeurista, è giunto ormai alla tredicesima edizione.

Matteo Garrone, dopo l’esperienza di Gomorra, film post-neorealista sulla camorra di Napoli e dintorni, partendo da questo spunto socio-culturale, ha deciso di narrare una storia come tante, una di quelle storie di silenti che s’infrangono sul muro patinato della celebrità effimera da show dopo essere cresciuti una vita a pane e televisione.

Reality (2012)

Come protagonista di questa storia di sogni nel cassetto del 2000 ha scelto Aniello Arena, un ex camorrista condannato per strage e attualmente ospite del carcere di Volterra con una condanna all’ergastolo, un camorrista che però ha trovato una nuova luce tra le mura carcerarie, la luce del palcoscenico che gli ha dato speranza e dignità, due cose sempre negate alle persone come lui in un paese come l’Italia.

Matteo Garrone ci regala un film pregevole e meritevole di visione, una storia di sogno e follia come non se ne vedevano da un po’, una rivisitazione in chiave cupa e sintetica di ‘Bellissima’ di Visconti.

Accattateville!

Titolo originale: Reality
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2012
Durata: 116 minuti