La morte corre sul fiume (1955)

La grande depressione fu un periodo terribile per l’economia mondiale e in special modo per i cittadini della giovane democrazia americana: industrie ferme, disoccupazione alle stelle e morale ai minimi storici.
Furono 10 anni (dal 1929 al 1939) di sofferenze per la classe media che, per la prima volta, si scoprì misera e impotente, da un giorno all’altro.
Alcuni morirono, molti sopravvissero di stenti e altri si diedero alla malavita pur di non veder morire di fame i propri cari.

1936, Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna
Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna (1936)

La scintilla da cui questo film prende piede è proprio un episodio così: un padre di famiglia, Ben Harper, decide di rubare del denaro per ridare alla famiglia quello stile di vita a cui erano abituati; purtroppo durante la rapina due uomini vengono uccisi e così lui viene braccato, catturato e mandato a morte per impiccagione.
Prima di venire arrestato però, nasconde i soldi in un posto segreto a casa sua e fa promettere ai figli piccoli di non rivelarne mai l’ubicazione, mai.
In carcere, mentre aspetta di essere giustiziato, si fa scappare la cosa ad un compagno di cella, un reverendo pluriomicida (interpretato da un Robert Mitchum da antologia) che porta tatuate sulle dita delle mani le parole ‘amore’ e ‘odio’, particolare questo che verrà copiato e omaggiato innumerevoli volte nella storia del cinema e non.
Questo pazzo killer fanatico religioso, una volta uscito di galera, andrà alla ricerca della vedova e dei due orfani per mettere le mani sul denaro nascosto.

Mi fermo qui perché è un film che va assolutamente visto e non vorrei rivelare troppo.
Quello che si può dire è che il regista Laughton ha messo insieme una storia intrigante, una velata critica al modello americano e un’opera che non ha paragoni nel decennio del ’50.
Per il comparto visivo, ha tratto ispirazione dall’espressionismo tedesco degli anni ’20, lo stesso che descrisse appieno i fantasmi di intolleranza e barbarie che aleggiavano in Germania durante la repubblica di Weimar, e non è certo un caso: anche qui le ansie, i rancori, il finto perbenismo dei bravi cittadini americani si riversano su capri espiatori più o meno colpevoli, polli sacrificali che possono scongiurare la distruzione della società per un’altra settimana, fino alla prossima esecuzione pubblica o al prossimo linciaggio in piazza.

la morte corre sul fiume (1955) - 2
non ti preoccupare che nonna lo scotenna quello straniero di merda

L’America (e il resto del mondo) non sono poi cambiati molto: ancora oggi, quando le cose vanno male, ce la prendiamo con gli stranieri, con gli zingari, con il borseggiatore, con il poveraccio, con questo e con quello… ma mai con noi stessi.
Perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma il vicino è uno stronzo.

VOTO:
4 vicini e mezzo

La-morte-corre-sul-fiume-(1955)-Voto

Titolo originale: The night of the hunter
Regia: Charles Laughton
Anno: 1955
Durata: 93 minuti

Mimic (1997)

Quand’è l’ultima volta che avete visto morire un bambino in un film?
E due bambini?
E due bambini morti ammazzati?
E due bambini morti ammazzati violentemente?
Io appena mezz’ora fa, guardando Mimic, pellicola del 1997 di Guillermo del Toro successiva al bel Cronos del 1993.

Qui il budget è salito, da 2 milioni di dollari a 30, grazie alla Miramax.
Purtroppo però gli studios e l’America hanno inevitabilmente tolto molto di quel sapore artigianale di cui respirava bene Cronos: alcune sviolinate si potevano evitare e la classica storia d’amore, incastonata in una gincana colma di pericoli, è un mix trito e ritrito.
Fortunatamente ci sono dei guizzi da regista intelligente, come il succitato bambinicidio plurimo e un certo bel gusto per il corporeo e il viscidume, simile a Cronenberg, senza però tentarne la poetica, ma rimanendo molto più a terra, vicino al sangue e alla merda di cui siamo fatti.

Un film decente, non eccezionale, ma sempre meglio di molto vomito hollywoodiano ad alto budget che gira sulle nostre capocce.

Titolo originale: Mimic
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 1997
Durata: 105 minuti

Fire in the Blood (2013)

La sindrome da immuno deficienza acquisita, o AIDS, miete quasi 3 milioni di vittime ogni anno, in gran parte nei paesi in via di sviluppo.

Si calcola che circa 37 milioni di persone siano morte a causa del virus dell’HIV e, dopo 30 anni di ricerca, non abbiamo ancora un vaccino o un medicinale capace di sconfiggere questo essere microscopico.
Quello che abbiamo sono farmaci anti retrovirali che possono rallentare, se non fermare, l’avanzare della malattia; sfortunatamente però questi medicinali vengono venduti a carissimo prezzo dalle industrie farmaceutiche americane ed europee condannando di fatto la stragrande maggioranza delle persone a non poterne fare uso, e quindi morire.

Questo documentario prodotto dalla Sparkwater India (giovane compagnia di produzione indiana) parla proprio di questo, ovvero di come i soldi siano più importanti delle persone quando si vive in un sistema capitalistico e di come non ci sarà mai giustizia sociale fintanto che settori di vitale importanza quali sanità ed educazione saranno in mano ad enti privati il cui unico e dichiarato scopo è e sarà sempre solo quello di “fare soldi”.

Titolo originale: Fire in the Blood
Regia: Dylan Mohan Gray
Anno: 2013

Durata: 87 minuti

L’uomo d’acciaio (2013)

Superman senza il colore rosso. Senza le sue mutande.
Superman desaturato e virato in blu. Instagrammato, con la telecamera traballante.
Superman che non si chiama Superman.
“S” su Krypton significa “Speranza” dice Kal-E.
Sulla Terra “S” significa “S” dice Lois Lane.

L'uomo d'acciaio (2013)
S come Stronzo

Superman fascista il cui unico potere è la forza. Superman spacca tutto, salva tutti.
Superman represso dal padre Kevin Costner. Kevin Costner che si fa risucchiare da un tornado senza alcun motivo.
Superman con i cattivi che citano a cazzo l’evoluzionismo, per la gioia degli ignoranti beoti religiosi.
Superman Cristo. Gesù 33enne post moderno. 33 anni di soprusi degli umani ignoranti. Cristo alieno e Salvatore Spaziale.
Superman coi militari che glorificano una morte buona.
Bello il sacrificio.
I militari che sono un po’ rudi ma in fondo di buon cuore. Militari con la madre mignotta.

Insomma: la solita cazzata americana ad alto costo che sfonda i botteghini ma non (putroppo) le teste di cazzo senza cervello che pagano il biglietto per andare a sorbirsi questa colossale riga da 60 centimetri nel culo dell’intelligenza.

VOTO:
2 righe da 60 cm

L'uomo d'acciaio (2013) voto

Titolo originale: Man of Steel
Regia: Zack Snyder
Anno: 2013
Durata: 143 minuti

The Central Park Five (2012)

La sera del 19 aprile 1989 una giovane bancaria di 29 anni stava facendo jogging a Central Park, New York; quella stessa sera fu assalita, trascinata in un fosso vicino, derubata, stuprata, sodomizzata, accoltellata, le fu fratturata la testa con una pietra e fu lasciata in condizioni disperate fino a quando, la mattina dopo, due persone notarono qualcosa in quel fosso, ed il resto è conosciuto come il “Central Park Jogger Case”.

The Central Park Five (2012) - 1
Central Park dall’alto

Ora, mettete sul piatto questi elementi: la donna era una giovane bianca rispettabile con un lavoro nella finanza; mentre lei veniva assalita un gruppo di giovanissimi newyorkesi neri e ispanici stava disturbando ed assalendo passanti nel parco; la polizia deve trovare il colpevole sotto pressione di una stampa ringalluzzita dagli elementi di estrema violenza e sessualità.

Indovinate un po’ chi accusarono?

è stato il negro!
è stato il negro!

The Central Park Five narra la vicenda di Antron McCray, Kevin Richardson, Raymond Santana, Yusef Salaam and Kharey Wise; 5 ragazzi marginalizzati di un New York razzista, violenta e devastata da un capitalismo sfrenato (ricordate che sono gli anni di Ronald Reagan, di Rambo e di Wall Street cocainomane), cinque ragazzi accusati ingiustamente e costretti a confessare sotto pressione psicologica, con la polizia che li ha torchiati dalle 16 alle 30 ore consecutive, ragazzi tra i 14 e i 16 anni la cui unica colpa era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La stampa, l’opinione pubblica e i media tutti si schierarono contro questi cinque poveracci arrivando addirittura a chiedere la pena di morte, vi ricordo, ragazzi tra i 14 e 16 anni.
Donald Trump (quello stronzo magnate americano che ha fatto i miliardi con il business delle case, un palazzinaro insomma) comprò una pagina intera del New York Times per invocare il ripristino della pena capitale nello stato di New York.

pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo
pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo

Dopo un lungo processo farsa furono condannati a pene detentive tra i 7 e i 16 anni.
Un’esperienza che lì segnò per sempre, togliendo loro la voglia di farcela, di avere stima in se stessi, nel dare fiducia alle persone, 5 ragazzini innocenti sbattuti in galera con criminali dalla pella spessa; tutto questo non deve essere stato facile.

Solo nel 2002 il vero colpevole, Matias Reyes, incontrando uno di loro in galera, sentì il bisogno di fare outing, di confessare tutto e cercare così di ridare un po’ di dignità alle vite spezzate di questi giovani americani.
Non la stampa, non la televisione, non il governo, non le brave persone hanno corretto questo mostro giudiziario; no, a salvare i Central Park Five fu un rapinatore omicida ispanico disturbato dalla strana e violenta sessualità.

Brava America, sempre in pole position nella classifica dei posti del cazzo.

VOTO:
4 rapinatori omicidi ispanici disturbati dalla strana e violenta sessualità e mezzo

The Central Park Five (2012) voto

Titolo: The Central Park Five
Regia: Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

La febbre del sabato sera (1977)

Nel 2000 i ’99 posse’ cantavano:

“Quando il vecchio compagno Marx
si portava ancora non male
il nemico del popolo era 
il padrone ed il capitale,
ma adesso che non va più
e lo stato sociale è finito
il nemico del povero è 
il più povero e così all’infinito”

E La febbre del sabato sera parla proprio di questo: nella New York razzista, sporca e ingiusta della fine anni ’70, dove il povero, l’emarginato, il sopraffatto si sfoga sul più povero, sul più emarginato, sul più sopraffatto, in questa città irrespirabile e ingiusta, un giovane italo-americano di belle speranze cerca una via di fuga dalla quotidiana rozza violenza del suo quartiere natale, Brooklyn.
La troverà (forse) nella danza, una passione che coltiva a tal punto da trarne insegnamenti di vita ed ispirazione per un futuro migliore.

La febbre del sabato sera (1977)
eccolo lì il futuro migliore, in fondo a destra

Tony Manero, il giovane newyorkese di cui sopra, ha 19 anni e tanta voglia di fare il salto, quel salto di 1600 metri che dividono Brooklyn e Staten Island; sono 1600 metri di ponte, un ponte di cui lui sa tutto e che osserva seduto ad una panchina, sognando ad occhi aperti.
Tony lavora in un negozio di vernici, i clienti lo amano, il padrone è contento, ma è un vicolo cieco e Tony sente che non vuole invecchiare tra una vernice ocra e una raffica di pennelli col pelo di cinghiale.
A casa invece è un inferno: si litiga e si urla continuamente e i coppini volano che è una bellezza.
Tony è considerato la pecora nera della famiglia mentre l’amato fratello ha preso i voti ed è un rispettabile prete cattolico.

L’unica valvola di sfogo per il giovane Manero è il sabato sera, con il locale 2001 Odissey e la sua musica disco e le luci psichedeliche e stroboscopiche; lì tutto lo conoscono, tutti lo rispettano e quando scende in pista per uno dei suoi ipnotici balli è finalmente ammirato e rispettato…anche se solo per il tempo di una canzone.

Saturday Night Fever fu un grande successo al botteghino: la toccante storia di un giovane newyorkese marginalizzato con la passione per il ballo commosse ed inspirò migliaia di persone in tutto il mondo e rese immortale la performance di John Travolta nei panni di Tony.
Sfortunatamente provocò anche un infelicissimo seguito con più musica e meno storia sociale, Staying Alive; un film diretto da Sylvester Stallone che ancora una volta dimostrò di non capirci un cazzo, ma tanto è come sparare sulla croce rossa.

VOTO:
4 croci rosse

La febbre del sabato sera (1977) voto

Titolo: Saturday Night Fever
Regia: John Badham
Anno: 1977
Durata: 118 minuti

Mare dentro (2004)

Questa è la storia vera di Ramòn Sampedro, un pescatore spagnolo della Galizia che, a seguito di un tuffo sbagliato in mare, è rimasto tetraplegico; per 28 anni è rimasto inchiodato a letto contro la sua volontà, la volontà di morire.
Ivi ne ripercorriamo gli ultimi anni di vita e la sua battaglia per il diritto all’eutanasia.

Mare dentro (2004)

Questo film del 2004 fu un discreto successo globale, tanto da vincere quello stesso anno l’Oscar e il Golden Globe come miglior film straniero.
Le motivazioni di tale risposta di pubblico e critica sono facili da individuare: il tema trattato, l’eutanasia o suicidio assistito che dir si voglia, è un tema che sempre più si fa largo nell’opinione pubblica e nel dibattito politico (almeno nei paesi avanzati, non certo in Italia); la regia di Alejandro Amenàbar è ottima, con una tecnica cinematografica impeccabile e una storia construita a tavolino per emozionare ma soprattutto far pensare criticamente al problema; e poi l’interpretazione di Javier Bardem, nei panni di un uomo costretto a vivere una vita che per lui non aveva più senso, è fenomenale e molto toccante.

La pellicola ha ovviamente accesso le teste calde che non riescono a concepire come altre persone possano avere un altro punto di vista sulla questione dell’eutanasia; persone come il Papa, i preti, i benpensanti e tutti quelli che costantemente impongono la loro visione del mondo ristretta, bigotta e alquanto superata al resto della popolazione umana, contro la loro volontà.

Titolo: Mar adentro
Regia: Alejandro Amenàbar
Anno: 2004
Durata: 125 minuti

Juno (2007)

Juno è un film diretto da Jason Reitman, figlio del regista Ivan Reitman, quello di Ghostbusters.
Jason, a differenza del padre, è un regista che predilige la caratterizzazione dei personaggi ed un certo spessore emotivo degli stessi.
Juno segue questa regola ed è quindi possibile inquadrarlo come un film fatto di persone, persone con sentimenti e passioni e desideri e frustrazioni e tristezze.

Juno parla di una ragazza sedicenne americana che si ritrova incinta e confusa dopo una notte di sesso con il ragazzo più nerd della scuola.
Juno parla di una donna sterile il cui più grande desiderio è quello di avere un figlio da accudire e che spera quindi di riceverne uno in adozione.
Juno parla di un musicista deluso e i cui sogni da rockstar si sono infranti sulla parete color mostarda di una moglie precisina e androgina.
Juno è la storia di un genitore la cui figlia adolescente si ritrova in una situazione più grande di lei ed il cui unico desiderio è starle accanto, senza paternalismi o ammonimenti da vecchio testamento.
Juno è la storia di un ragazzo sfigato la cui trombamica incinta di lui fa di tutto per complicargli la situazione di padre a sorpresa.

Juno (2007)

Juno è un buon film con una colonna sonora dolce e non pretenziosa, molto acustica e poco pop.
Juno è un film che parla di un problema serio (gli USA guidano la classifica di gravidanze adolescenziali nel mondo sviluppato), ma lo fa senza perdersi in moralismi o dogmatismi.
Juno è un film rivolto ad un pubblico giovane, la cui protagonista eccentrica può fungere da specchio esplicatorio in una fase di vita che spesso fa incazzare senza saperne il motivo.

Juno potrebbe essere definito un film hipster, ma non lo è, perché non ha la puzza sotto il naso come quegli stronzi radical chic di merda.

VOTO:
4 radical chic di merda

Juno (2007) voto

Titolo: Juno
Regia: Jason Reitman
Anno: 2007
Durata: 96 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Il pozzo e il pendolo (1961)

Un classico dell’orrore firmato Roger Corman.
Vincent Price interpreta Nicholas Medina, un nobile spagnolo la cui moglie è morta recentemente in circostanze misteriose; il di lei fratello arriva al castello per indagare sulla faccenda e troverà molti più misteri di quanti pensava di trovare.

Il pozzo e il pendolo, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, è una chicca del passato diretta dal re dei B-movie.
Questa è una delle sue opere più riuscite (forse la più) e nonostante l’esiguo numero di locations, praticamente poche stanze del castello e qualche esterno sulla spiaggia, qui si respira del grandioso.
Sarà Vincent Price, sarà la storia, sarà l’artificiosità teatrale degli attori che ben si addice ad un racconto ottocentesco, sarà l’anima de li mortacci vostra, Il pozzo e il pendolo rimane un ottimo film a distanza di più di 50 anni.

VOTO:
4 ultimi uomini sulla Terra

Il pozzo e il pendolo (1961) voto

Titolo originale: The Pit and the Pendulum
Regia: Roger Corman
Anno: 1961
Durata: 80 minuti

Magic (1978)

Un film (sconosciuto ai più) con un giovane Anthony Hopkins che recita, ventriloqua e scopa.

Alla morte del padre, Corky, un mago timido e represso, sostituisce la figura paterna con un pupazzo, Farts, al quale dà la voce e la personalità che lui vorrebbe ma che non è capace di abbracciare nella vita reale.
In una spirale di follia, il matto in questione ammazza, occulta, si spaventa, spaventa e si ficca sempre più in un vicolo cieco.

L’interpretazione di Sir Anthony è eccezionale considerando che, oltre a recitare il suo personaggio, fa altrettanto con il pupazzo, dandogli voce e movimenti.
La cosa meglio riuscita infatti è proprio Farts, il bastardo di legno con la bocca sudicia e l’umorismo nero che si muove solo quando il padrone lo indossa, ma che lascia comunque il dubbio sulla sua vitalità fino al finalone con annessa sorpresa.

Titolo originale: Magic
Regia: Richard Attenborough
Anno: 1978
Durata: 107 minuti
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