Oltre i confini del male – Insidious 2 (2013)

La famiglia Lambert, oltre ad avere il cognome di un immortale, ha la tremenda sfiga di avere i maschi sensitivi.

Ho detto sensitivi e non sensibili, come potrebbero essere i loro testicoli ad un’energica palpazione, e quindi padre e figlio attraggono come magneti per gitani le presenze fantasmatiche che circondano gli esseri viventi.
In particolare il padre Josh ha trasmesso al figlio, per colpa di un sesso anale non protetto, la capacità di spiccare il volo verso la dimensione ultraterrena dove la sua anima, priva della protezione del corpo, può rimanere imprigionata, come poi effettivamente succede alla fine del precedente film.

E allora la moglie deve salvare padre Josh disperso nell’aldilà col corpo abitato dallo spirito di un malefico travestito e figlio Dalton svolazzatore notturno infame e pestifero.

Oltre i confini del male - Insidious 2 (2013)

Interessante sequel, con parentesi prequel sulla giovinezza paranormale di Josh Lambert, per il famosissimo primo capitolo di una prolifica serie di film di spaventi cattivoni.

Qui si continua a puntare sul thrill piuttosto che su sangue e zompi in faccia e la cosa non può che fare piacere; ma purtroppo siccome che l’ho visto tipo 2 mesi fa con i piedi dietro la nuca mentre tentavo un glorioso e disperatissimo solchino alla maniera che piace tanto fare a quel figlio di puttana di tuo padre allora non ti posso dire molto di più avendolo quasi totalmente rimosso dalla mia memoria.

Un po’ come tu hai fatto con la pederastia.

VOTO:
3 pederasti

Oltre i confini del male - Insidious 2 (2013) voto

Titolo originale: Insidious: Chapter 2
Regia: James Wan
Durata: 1 ora e 46 minuti
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Fed Up (2014)

E se la causa del tuo essere un ciccione stronzone non fosse nel sedentarismo ma nella quantità di zuccheri presenti nei cibi preconfezionati che compri al supermercato american style?

Questo è quello che vuole provare questo documentario che, nonostante una visione un po’ manichea del problema perché secondo me e il Papa non si può deresponsabilizzare completamente le persone dal loro problema, pone però l’accento sulla questione principale dell’obesità americana e conseguentemente mondiale, ovvero la mancanza di un regime alimentare sano costituito principalmente da frutta e verdura ed invece l’uso sconsiderato di cibi precotti e preconfezionati ricchi in zucchero, una sostanza che dà una dipendenza simile alle droghe più famose e che viene pubblicizzata in televisione, prendendo di mira specialmente minorenni e classi meno abbienti.

VOTO:
3 droghe

Fed Up (2014) voto

Titolo russo: Сыт по горло
Regia: Stephanie Soechtig
Durata: 1 ora e 32 minuti
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The Orphanage (2007)

Laura fu povera orfanella cresciuta in un orfanotrofio gotico circondato da misteri ed ingiustizie e quando Laura fu cresciuta decise di tornare all’orfanotrofio gotico misterioso per rimetterlo in sesto e passarci il resto della sua vita come tenutaria di una fabbrica di palloni di calcio cuciti da bambini orfani.

Ma il suo sogno liberale di padrona di fabbrichetta viene infranto da quel piccolo figlio di puttana di Simòn, figlio adottivo con l’aiz zozzo, che dice di vedere la gente morta; ma lo sappiamo tutti che non è vero, perché Simòn è solo una piccola puttana cerc’attenzioni.

E avrà modo di espiare questa colpa.

The Orphanage (2007)

Piccolo film di spaventi quieti molto bello e ben congegnato.

La trama sembra semplice, anche alla luce della rivelazione finale, ma è proprio questa sua capacità nel giocare su un fazzoletto di campo 2 metri per 3 e riuscire comunque a produrre un ottimo intrattenimento ad aver dato a me la voglia di puntargli al petto una bella medaglia al valor militare mentre canto una marcia militare dal sapore vagamente fascista.

Uber alles.

VOTO:
4 fazzoletti

The Orphanage (2007) voto

Titolo: El orfanato
Regia: J.A. Bayona
Durata: 1 ora e 45 minuti
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Wild Bill (2011)

Bill esce di galera dopo 8 anni e trova una situazione disastrata: figli cresciuti senza di lui, compagna scappata in Spagna col nuovo fidanzato ed un cesso sporco come Bombay.

Diviso tra la necessità di reintegrarsi nel tessuto sociale senza però ricadere nei vecchi brutti giri e l’impossibilità di fuggire dai fantasmi del proprio passato, Bill tenterà con le migliori intenzioni di barcamenarsi tra amici criminali, figli alla deriva e le sfighe cosmiche che si concentrano su di lui.

Wild Bill (2011)

Bel film molto inglese e molto simpatico (da sottolineare perché non sempre le due cose vanno di pari passo), Wild Bill affronta senza pesantezza, ma senza rinunciare ad una vena di cruda realtà, le disavventure del sottoproletariato urbano inglese, parzialmente comuni a tanti altri paesi.

Ma soprattutto, la storia di un uomo senza particolari qualità che cerca di prendere la strada migliore date le avverse circostanze è un bel monito per quelle teste di cazzo liberali che si sentono sempre in dovere di fare la ramanzina alle classi svantaggiate dal sistema corrotto che permette loro di comprarsi la casetta ad Ansedonia.

Papagni sul grugno ci vorrebbero, altro che spiaggette e apericene.

VOTO:
4 apericene

Wild Bill (2011) voto

Titolo giapponese: ワイルド・ビル
Regia: Dexter Fletcher
Durata: 1 ora e 38 minuti
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Top 3 – Storie incredibili 1° stagione (1985)

Serie antologica di episodi scollegati con la caratteristica di rivoluzionare la loro narrazione tossica attorno al perno fallico del fantastico e dell’incredibile.

Ora, cosa uno intenda per fantastico e incredibile è il vero mistero della serie; perché le storie dalla loro hanno poca ciccia sotto il cofano e quando c’è poca ciccia le fiche umettate delle spettatrici non verranno saziate dai salsicciotti degli spettatori.
Quindi, una serie per famiglie con bambini.

Episodio 2 – “Un’incontrollabile erezione attrazione”

Top 3 - Storie incredibili 1 stagione (1985) - 1

Un ragazzo viene visitato nella notte da un meteorite che sconquassa camera sua e lo lascia con un piccolo problemino magnetico, ovvero comincia ad attirare oggetti metallici con forza sempre maggiore fino a quando non tirerà a sé la cosa che meno desiderava al mondo, la vagina.

Forse uno degli più riusciti perché riesce a fondere perfettamente l’elemento fantastico con la narrazione allegra di una storia per ragazzini.

Episodio 12 – “Vanessa”

Top 3 - Storie incredibili 1 stagione (1985) - 2

Byron Sullivan è un pittore ottocentesco felicemente sposato con la bellissima Vanessa del titolo fino a quando la loro carrozza si cappotta e la giovane musa ispiratrice muore come una cagna di periferia gettando nella depressione più cupa l’artista, interpretato da Harvey Keitel non nudo.

Byron pensa che oramai la sua carriera artistica sia finita, ma invece scopre che la moglie può rivivere come fantasma corporeo nei luoghi dove lui l’ha dipinta… e ovviamente si affretta a dipingerla nel lettone matrimoniale.

Diretto da Clint Eastwood, questo è uno degli episodi più maturi e toccanti, nel quale il fantastico ha il sapore dei romanzi romantici ottocenteschi più che del popcorn da cinema americano.

Episodio 19 – “Lo specchio”

Top 3 - Storie incredibili 1 stagione (1985) - 3

Uno scrittore di racconti de paura non ha paura di un cazzo, ma si trova spavaldo col suo uccello da 40enne flaccidone di fronte la terrificante consapevolezza che c’è un triste figuro incappottato alle sue spalle ogni volta che vede la sua immagine riflessa.

Diretto da Martin Scorsese, l’episodio è molto accattivante e riesce a tenerti sulle terga per la gran tensione di vedere Tim Robbins, che interpreta l’oscuro figuro incappottato, prendere il deretano del protagonista senza il suo consenso.

Menzione Speciale:
Episodio 21 – “Il toupet assassino”

Top 3 - Storie incredibili 1 stagione (1985) - 4

Murray Bernstein sembra inoffensivo, ma è accusato d’omicidio e il giovane avvocatucolo assegnato al caso, piuttosto che dormire sugli allori, comincia a sospettare che a compiere il delitto sia stato un parrucchino malvagio.

Strepitoso episodio da vedere assolutamente con un fantastico crescendo dell’assurdo da far invidia a tuo padre mentre cerca di chiavare tua madre.
Ha probabilmente ispirato un episodio dei Simpsons molto molto simile.

Titolo originale: Amazing Stories
Creatore: Steven Spielberg
Stagione: prima
Anno
: 1985

Durata: 24 episodi da 25 minuti

Jack Reacher: Punto di non ritorno (2016)

Jack The Reacher non ha pietà per le sue palle e per questo se le stramazza di mazzate ogni volta che si ritrova solo per le vie del centro di qualche città mittle-americana.

Sfortunatamente Jack The Reacher arriva in un posto dove lo stramazzamento di mazzate di palle è vietato dalla decenza cittadina e quindi scopre di essere padre tramite un pizzino lasciato in bocca al sorvegliante di un parcheggio notturno nel quale sovente Jack The Reacher ama soverchiare le forze del male col suo peto al profumo di coglioni d’asino.

La figlia, o presunta tale, diventa a questo punto un punto debole in quanto ricattabile di morte ad ogni festa comandata e Jack The Reacher non lo può permettere.
Perché lui è forte, Perché lui è astuto, perché lui è bello, perché lui è agile, perché lui vola, perché lui è geniale, perché lui conosce le arti marziali e la via della calma, perché lui è sterile, perché lui ha mandato a memoria gran parte di Ossi di seppia in edizione Neri-Pozza, perché lui è Jack The Reacher.

Bum bim bam, colpo in fronte e vaffanculo.

Jack Reacher: Punto di non ritorno (2016)

Secondo capitolo di quel primo capitolo che tutto sommato non era così male mentre questo è un po’ brutto e noiosetto.

Non ci siamo proprio direbbe il Duce guardandosi il cazzetto sotto quel pancione da puzzone e non ci siamo proprio neanche con questo film: combattimenti banali, storia tirata su col naso e triangolo familiare infranto dalla realtà che vorrebbe essere originale perché finisce male e invece finisce male e basta.

Da evitare.

VOTO:
2 duce

Jack Reacher: Punto di non ritorno (2016) voto

Titolo: Jack Reacher: Never Go Back
Regia: Edward Zwick
Durata: 1 ora e 58 minuti
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Little sister (2015)

Tre sorelle vivono in una grande casa di legno nella città balneare di Kamakura quando vengono a sapere della morte di loro padre, un uomo che le abbandonò 15 anni prima per farsi una nuova vita con un’altra moglie.

Al funerale che si svolge a Sendai le tre giovani donne fanno la conoscenza di Suzu, giovanissima figlia di loro padre e della seconda moglie, e decidono, forse sull’onda dell’emotività del momento, di farla venire ad abitare con loro a Kamakura per non lasciarla con la terza anaffettiva moglie.

Scene di vita quotidiana a seguire.

Little sister (2015)

Tratto dal manga Umimachi Diary di Akimi Yoshida, ecco un altro bel film sui piccoli drammi familiari dal regista giapponese contemporaneo che preferisco, già autore di quel particolarissimo film che ho cercato disperatamente per 15 anni dopo averlo visto casualmente una notte su Fuoriorario.

Le vicissitudini di 4 sorelle, diverse nel carattere ma unite dal medesimo padre, che riescono a riconoscere nel pessimo genitore un’umanità ed una sincera bontà nei rapporti intimi, possono sembrare vicissitudini inutili e senza pathos ed invece, procedendo per accumulazione, granello emotivo dopo granello emotivo, come in effetti succede nei rapporti umani, regalano un’affresco semplice ma non per questo lineare di una famiglia per scelta.

“Nostro padre sarà pur stato uno smidollato, ma una cosa buona l’ha fatta… ci ha data questa sorellina” dice la maggiore delle tre prima di passeggiare lungo la ventosa spiaggia di Kamakura, ed un giorno anch’io affonderò i miei fottuti piedi in quella fottuta sabbia giapponese.

VOTO:
4 fottuti piedi

Little sister (2015) voto

Titolo originale: 海街diary – Umimachi Diary
Regia: Koreeda Hirokazu
Durata: 2 ore e 7 minuti
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Un affare di famiglia (2018)

Una bambina maltrattata dai suoi genitori naturali viene presa in casa (rubata) da una famiglia atipica composta da individui un po’ malandrini uniti non dal sangue, ma dal senso di solitudine che pervade i loro cuori.

Ovviamente questa vita ai margini fatta di sotterfugi e furtarelli per tirare a campare un altro giorno ed uno ancora non potrà durare a lungo, specialmente quando la polizia cercherà la bambina scomparsa.

Un affare di famiglia (film 2018)

E’ una Tokyo diversa dalla solita metropoli illuminata e futuristica quella che fa da sfondo a questa storia familiare di una famiglia che famiglia non è: 6 diverse persone condividono una casa con spazi angusti e sporchi perché quello è anche l’unico posto dove si sentono voluti bene e dove sanno che almeno non moriranno soli, come dice l’anziana padrona di casa osservando l’allegra combriccola bagnarsi i piedi al mare.

Il regista è lo stesso di Ritratto di famiglia con tempesta e di quel particolarissimo film che ho cercato disperatamente per 15 anni dopo averlo visto casualmente una notte su Fuoriorario, ed ancora una volta decide di portare sullo schermo il tema dei legami affettivi, familiari, amorosi non corrisposti, temi probabilmente molto cari ad un uomo del paese del sol levante.

Ha vinto la Palma d’oro a Cannes, ma secondo me è una reazione un po’ esagerata.

VOTO:
3 Ghezzi e mezzo

Un affare di famiglia (film 2018) voto

Titolo originale: 万引き家族 (famiglia di taccheggiatori)
Regia: Hirokazu Koreeda
Durata: 2 ore e 1 minuto
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Una tomba per le lucciole (1988)

Sulla città di Kobe si abbatte la violenta furia dell’aviazione americana che, violando parecchie leggi sul diritto internazionale, lancia bombe incendiarie sulle case di inermi cittadini nipponici con l’unico intento di provocare morte e distruzione e costringere con la paura e la sofferenza la resa del Giappone.

In questo scenario apocalittico il giovane Seita e sua sorella minore Setsuko rimangono presto orfani (dopo che la madre muore bruciata viva e il padre affonda con la portaerei sulla quale prestava servizio) e si ritrovano quindi a dover fronteggiare fame e solitudine senza una figura genitoriale a fare loro da scudo.

Seita tenterà di provvedere alla piccola Setsuko spendendo gli ultimi soldi lasciati dalla madre e finendo per rubare la verdura nei campi circostanti, ma la durezza della guerra sarà ben più forte del rinomato spirito giapponese.

Una tomba per le lucciole (1988)

Molto toccante e molto duro racconto autobiografico di Akiyuki Nosaka che vide morire di fame sua sorella minore durante la guerra ed ennesimo monito pacifista prodotto nella nazione che ha subito lo scoppio di ben due bombe nucleari.

Bello, indubbiamente, anche per il modo mai banale con cui racconta le piccole quotidianità di due bambini che tentano di sopravvivere in una società che già stava cominciando a dimenticare in nome del nuovo capitolo storico che si apprestava a subire dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale.

Ovviamente consigliatissimo.

VOTO:
4 bambini

Una tomba per le lucciole (1988) voto

Titolo originale: ほたるのはか Hotaru no haka
Regia: Isao Takahata
Durata: 1 ora e 29 minuti
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Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (1989)

Wayne Zelensky vuole una cosa molto semplice: rimpicciolire l’ego smisurato dei nazionalisti ucraini, eredi diretti di nazisti tipo quel figlio di puttana di Stepan Bandera, morto avvelenato da un agente del glorioso KGB mentre se la godeva a Monaco di Baviera al riparo coi suoi amici fasci tedeschi, ma la macchina che ha costruito allo scopo precipuo continua a farsi i cazzi suoi facendo saltare in aria poveri ucraini russofoni la cui unica colpa è voler mantenere la loro identità culturale nel crescente sentimento fascista della moderna ucraina post-sovietica sui cui fuochi estremisti soffia prepotente una pioggia di petroldollari razziati dalle scheletriche mani di milioni di proletari del blocco occidentale.

Come sempre non tutto vien per nuocere ed una provvidenziale palla di cannone sparata dal fronte est metterà in sesto il giocarello e tutto comincerà a funzionare alla perfezione: cazzi piccoli = cuori neri.

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (1989)

Famosissima pellicola fantacomica anni ’80 che per anni mi ha perseguitato con la battuta sul bacio alla francesce che da piccolo non riuscii a cogliere e che mi lasciò con l’amaro in bocca visto che su questa ci si chiude addirittura il film.

Comunque, a parte i miei traumi infantili, ci si diverte molto, gli effetti speciali sono veramente belli e a tutt’oggi rimangono per la maggior parte godibilissimi; ovviamente straconsigliato alle famiglia numerose come quella di nostro signore Silvio Berlusconi.

Santo subito!

VOTO:
3 baci alla francese e mezzo

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (1989) voto

Titolo originale: Honey, I Shrunk the Kids
Regia: Joe Johnston
Durata: 1 ora e 33 minuti
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L’estate di Kikujiro (1999)

Masao è un ragazzino che vive con la nonna perché il padre non risulta reperibile e la madre lavora in un’altra città per mantenere il figlio.

All’inizio dell’estate, tra noia e solitudine, Masao scopre per caso una foto della genitrice e decide quindi di andare a trovarla, accompagnato da Kikujiro, il marito poco di buono di una vicina di casa, che lo porterà al centro scommesse, ad ubriacarsi e a tutta una serie di robe che il telefono azzurro levati.

E però, nonostante la profonda differenza caratteriale (o forse la differente fase di crescita) tra i due protagonisti, l’uno irascibile e violento e l’altro silenzioso e triste, il duo troverà una quadra, e nel loro rapporto e nei confronti del mondo ostile che difficilmente accetta i tipi che escono fuori dai canoni convenzionali.

L'estate di Kikujiro (1999) voto

Pellicola molto dura nei temi ma spensierata nei modi che rappresenta quasi un’eccezione nella filmografia di Takeshi Kitano, in genere molto più cupo e pessimista, anche se sempre incline al tema dell’assurdo.

Sviluppato nel più classico dei modi, ovvero il road movie episodico, Kikujiro no natsu è indubbiamente accattivante per il cuor leggero con cui affronta l’abbandono, la crudeltà, l’incomunicabilità, il tradimento e tante altre belle cose, ma proprio per questo, per questa digeribilità ad un pubblico meno avezzo all’asciuttezza giapponese, forse si colloca un pelo sotto altre opere dello stesso Kitano.

Ad ogni modo è sicuramente molto bello, non c’è dubbio; va solo preso per il verso giusto da chi si aspetta un film criminale.

VOTO:
3 piovre e mezza

L'estate di Kikujiro (1999) voto

Titolo originale: 菊次郎の夏 – Kikujirô no natsu
Regia: Takeshi Kitano
Durata: 2 ore e 2 minuti
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Train to Busan (2016)

Un padre tutto prono a succhiare il cazzo del liberismo capitalista non si rende conto che sua figlia comincerà ben presto ad odiarlo talmente tanto da desiderare più di ogni altra cosa al mondo che essere pisciata in faccia da un gruppo di figli di papà prima d’essere brutalmente stuprata a ripetizione senza il minimo briciolo d’amore.
Quell’amore che lei tanto desiderava dal padre prono a succhiare il cazzo del liberismo capitalista.

E no, non stiamo parlando di casa Calenda, ma dell’invasione zombie in Corea del sud che coglie di sorpresa i nostri protagonisti mentre sono in treno da Seul a Busan, senza scalo ad Orte e senza noccioline.

Sangue, spaventi, urla, tradimenti, pentimenti, sacrifici, dentifrici e molto, ma molto rimpianto di queste due ore della vita mia.

Train to Busan (2016)

NCS ragazzi. Non Ci Siamo.

Nonostante una buona realizzazione tecnica ed alcune simpatiche trovate, tipo il plotone di soldati zombie alla stazione Daejeon che sburrano panna montata quando odono qualcuno pronunciare “carmelitane scalze”, la sensazione è di aver già visto tutto e tutti, perlomeno per chi ha effettivamente già visto qualsiasi altro film zombie.

Chi invece è appena sceso sul pianeta Terra e non ha idea di cosa sia un morto vivente, allora forse questo film riassumerà bene qualche decennio di narrativa al riguardo.

VOTO
2 figlie di Calenda e mezza

Train to Busan (2016) voto

Titolo originale: Busanhaeng
Regia: Yeon Sang-ho.
Durata: 118 minuti
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