The Irishman (2019)

Frank Sheeran non era un parente di She-Ra, la sorella gemella di He-Man, ma fu un bonario figlio di puttana a sangue freddo che fece da tramite tra la mafia americana e il famoso sindacato degli autotrasportatori presieduto dal potente Jimmy Hoffa durante i favolosi anni ’60 e ’70.

Dopo aver combattuto per gli Stati Uniti nell’invasione d’Italia durante la seconda guerra mondiale ed essersi quindi fatto le ossa in quanto ad ultraviolenza, Frank dedicò una vita intera al crimine “dipingendo case” (questo l’eufemismo usato per gli omicidi)… ma questa sua dedizione al lavoro non gli valse né una vita e né una vecchiaia felice tanto che la povera lucertola morì solo come un cane in una casa di riposo circondato dal vuoto pneumatico, nonostante avesse messo al mondo 4 figlie e tanti si fossero dichiarati suoi amici.

The Irishman (2019)
dai, vuoi essere mio amico?!

Queste 3 ore e mezza di film non mi verranno più date indietro e, quando sarò un vecchio decrepito come il nostro Frank Sheeran, piangerò lacrime amare sognando di poterle rivivere per andare a farmi una passeggiata, dipingere un mazzo di fiori o farmi una bella limonata con una donna.

Ma io dico: ma l’anima de li mortacci tua Scorsese, ti stai rincoglionendo anche tu?
No perché tutto bello, tutto giusto, bella la fotografia, bei costumi, grandi attori nella canna del fucile… ma io quel fucile vorrei ficcartelo in bocca e premere il grilletto per punirti dell’insulto alla tua carriera, oltre che al genere gangster, che questa roba rappresenta.

A parte che il film è di una noia mortale, specialmente per chi non è americano sopra i 60 anni e quindi se ne strafrega il cazzo di Jimmy Hoffa (e su questo difatti centri appieno il problema con la scena dell’infermiera che non lo riconosce in fotografia… ma allora se volevi fare un film per te e i tuoi amici del circolo di bocce di Los Angeles te lo giravi col cellulare e te lo proiettavi nel cinema di casa), ma poi mannaggia i pappagalli del Perù: ma come cazzo ti viene in testa di prendere un vecchio e ringiovanirlo col computer sperando che possa interpretare la parte di un giovane uomo?

Ma l’hai visto come cammina Robert De Niro che sembra si sia cacato sotto e stia correndo dalla mamma per farsi cambiare il pannolino?
Ma quella scena col pestaggio fuori dall’alimentari con Bob fucking De Niro che n’artro po’ cascava mentre tentava goffamente di schiacciare la mano al droghiere non ti è saltata all’occhio come un tantino fatta male?

Dio cristo come sono incazzato.

L’unica cosa interessante in tutto questo pandemonio furente d’emozioni negative è l’aver scoperto che Robert De Niro ha un debole per le nere essendosi sposato per ben due volte con afro-americane…  e ora capisco meglio il film da lui diretto A Bronx Tale.

VOTO:
2 pannolini

The Irishman (2019) voto

Titolo quell’altro più bello: I Heard You Paint Houses
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2019
Durata: 209 FOTTUTI minuti

C’era una volta a… Hollywood (2019)

E’ il 1969 ed è la fine dell’epoca d’oro del cinema Hollywoodiano: quando gli Studios comandavano il mercato e la libertà artistica era fortemente ristretta.

Nuovi autori si stanno affacciando, molti europei che portano strambe ed innovative idee dentro un mercato un po’ raffermo, la rivoluzione giovanile batte i pugni sulle porte di mezzo mondo e in un tutto questo turbine d’eventi grandi come una casa, il nostro protagonista Rick Dalton, una volta famoso per una serie tv western ed ora ridotto a particine episodiche che lo stanno facendo scivolare sempre più dentro un vortice di mediocrità ed oblio, si ritrova al bivio della vita: lasciare con dignità un campo di battaglia troppo cruento per le sue misere doti artistiche oppure ostinarsi e finire ubriaco sui set di film di serie z diventando materiale di derisione per gli Youtubers che verranno decenni dopo a farsi grosse risate ignorando completamente il profondo dolore di uomini fatti credere d’esser speciali dalla più grande macchina propagandistica mai esistita ed invece miseri esempi dell’insensatezza della ricerca dell’immortalità.

Rick Dalton e il suo fidato stuntman di fiducia che gli fa da tuttofare, visti anche i tempi di magra cinematografica, si troveranno loro malgrado nel mezzo del famosissimo casino sanguinolento della famiglia Manson ai danni della moglie di Roman Polanski, Sharon Tate… aggiungendo farsa a tragedia.

C'era una volta a... Hollywood (2019)

Giro di valzer per una serie di personaggi che vengono nutriti evidentemente di profondo affetto dal regista feticista dei piedi più famoso della storia e lettera d’addio d’arrivederci ad un’epoca statunitense molto naive e molto infantile finita per molti versi tragicamente.

Tragicamente, nel caso specifico, per l’assurda carneficina perpetrata da quei folli della famiglia Manson, un gruppo di ragazzi sbandati capeggiati da un assurdo psicopatico chiamato per l’appunto Charles Manson.

Si dà il caso infatti che Charles Manson fosse convinto dell’esistenza di messaggi segreti nel White Album dei Beatles; messaggi diretti a lui e al suo gruppo di fulminati che preannunciavano un’imminente apocalisse razziale che avrebbe scombussolato le maggiori città americane (soprannominata Helter Skelter) e il nostro beneamato Charles voleva facilitarla con una serie di assassini di famosi ed importanti bianchi convinto che poi la comunità nera sarebbe stata accusata degli stessi. Successivamente la divisione all’interno della comunità bianca tra razzisti e non razzisti avrebbe dato la vittoria agli afro-americani mussulmani (!?!) che, in quanto inferiori, sarebbero poi stati facile preda della famiglia Manson la quale avrebbe quindi preso il potere degli Stati Uniti guidando la fine della rivolta nella città del Pozzo senza fondo, una città nascosta sotto la Valle della Morte.

“Coddio” direte voi.
“Coddio” dico io. Certa gente è matta per davvero!

Il film è ovviamente girato da (cod)dio e tutto risulta piacevole (meno alcuni inutili inserti posticci di Leonardo DiCaprio che sembrano usciti dritti dritti da una puntata de I Griffin), ma il tutto lascia in bocca meno di quello che ci si aspetterebbe da una tale operazione artistica.

Certo, bello Bruce Lee che racconta stronzate ad un gruppetto di lavoratori come Carlo Verdone raccontava ai barellieri del San Camillo di quando un cinese s’era buttato da Ponte Milvio che quando l’avevano ripescato 20 giorni dopo e poggiato sulla banchina aveva fatto “Plof” come quando te pijano ‘na medusa e ta ‘a tirano dietro ‘a schiena pe’ fatte no scherzo, ma forse questa volta la sua solita operazione meta-cinematografica non ha sortito il solito effetto dirompente.

VOTO:
3 Tarantino succhia dita dei piedi e mezzo

C'era una volta a... Hollywood (2019) voto

Titolo originale: Once Upon a Time in Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Durata: 161 minuti

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)

Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (se non sapete il nome, andate su Wikipedia), oltre ad aver condotto gli stati del nord alla vittoria contro quelli del sud nella sanguinosa guerra civile americana (guerra che, tra il 1861 e il 1865, fece più di 2 milioni di morti), fu anche un avido cacciatore di vampiri.

Ma come? Non lo sapevate?!

Beh, ovviamente la colpa è della cospirazione pluto-pippo-giudaica e di quei rettiliani che non vogliono far sapere quanto le nostre società civili siano infettate dal morbo giudio nel senso di Giuda che vendette nostro signore Gesù Cristo per 30 denari sonanti dirin din din e quanto il valoroso presidente passato alla storia come il liberatore degli schiavi neri americani abbia anche salvato l’Unione da una marea di non morti.

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)
prendi questo, mutato figlio di puttana

Interessantissimo revisionismo storico cinematografico (da far invidia a Renzo De Felice) che, in puro stile americano, se ne fotte della realtà dei fatti e della tradizione per andare invece a riscrivere una pagina più che dibattuta all’interno della società statunitense, quella che vide contrapporsi le giovani colonie americane a suon di baionette e cannonate.

La veste grafica è ottima, come pure le scene d’azione; quello che manca però è un vero filo narrativo visto che in più di un’occasione si avvertono salti spazio-temporali, forse dovuti a grossolani tagli in fase di montaggio, che lasciano parecchio amaro in bocca allo spettatore che abbia la saporita voglia d’assopirsi pigramente di fronte allo schermo.

Ma in verità io vi dico:
pensate se da noi venisse fuori uno con l’idea di mettere in scena un Camillo Paolo Filippo Giulio Benso conte di Cavour assetato di vendetta per la morte di un familiare e che, armato d’ascia lunga un metro, faccia man bassa di satanassi fracassandogli la capoccia e sbudellandone gli addomi.
Ma v’immaginate gli interminabili dibattiti intellettualoidi?

VOTO:
3 Cavour

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012) voto

Titolo originale: Abraham Lincoln: Vampire Hunter
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2012
Durata: 105 minuti

Il prete bello (1989)

Giovinezza e passaggio alla fase adulta per Sergio, ragazzino della provincia vicentina durante i folgoranti anni “fassisti”.

A portarlo per mano in questa delicata fase della vita umana ci saranno i più variopinti personaggi possibili: dalla banda fraterna di piccoli scappati di casa coi quali passa i pomeriggi, al ladro soprannominato Ragioniere che fa loro da padre putativo, fino a Don Gastone, il prete del titolo che finirà in rovina per la voglia matta di riporre il proprio uccello dentro la passera della ventenne Fedora, una bella ragazza che (a dispetto del nome) non è un’amante dei cappelli, ma delle cappelle… visto che di lavoro fa la bottana.

Il prete bello (1989)

Interessante film d’epoca, tratto dall’omonimo libro bestseller per via delle pruriginose scene di sesso tra un prete e una puttana, che tenta (con plateali difficoltà) di ricreare gl’innocenti anni del ventennio fascista attraverso gl’innocenti anni dell’undicenne Sergio.

Il regista (veneto come l’ambientazione) è uno dei miei favoriti tra i minori del cinema italiano, ma questo non è sicuramente il suo miglior film; nonostante sia pervaso da un generale quanto azzeccato senso di nostalgia triste per un tempo che forse non è mai stato e non ci sia una cosa che possa dirsi oggettivamente fuori posto, la visione stanca presto e si rimane col cerino in mano fino all’ultimo nella speranza (vana) che qualcosa desti lo sguardo dello spettatore che mano a mano si ritrova sempre più rivolto verso il basso.

Notevole l’alluce valgo dell’attrice Jessica Forde che interpreta l’amante delle cappelle.

VOTO:
3 alluci valghi

Il prete bello (1989) voto

Titolo francese: Les p’tits vélos
Regia: Carlo Mazzacurati
Anno: 1989
Durata: 87 minuti

Captain Marvel (2019)

Nel 1989 gli USA invadono illegalmente Panama, uno stato indipendente dell’America centrale strategicamente posto attorno l’omonimo stretto, guidato da Noriega, un dittatore finanziato per decenni dal governo statunitense in contrapposizione alle spinte socialiste del resto del centro e Sudamerica.

Nello stesso anno Carol Danvers, una pilota dell’aeronautica militare americana, fa un chioppo della Madonna durante un test di volo del nuovo “motore velocità della luce” che, come “ordigno fine di mondo” nel Dottor Stranamore, voleva mettere un punto e a capo ad una lunga guerra tra due civiltà.

Le cose ovviamente sono più complicate di come sembrano a primo acchito e Carol, sopravvissuta all’incidente mostrando chiari segni di supereroismo fumettistico, dovrà venire a capo di un mistero di non facile soluzione per una nazionalista indottrinata come lei, ovvero: è mai possibile che i miei superiori mi abbiano mentito e che stia combattendo una guerra ingiusta contro un gruppo di poveracci?

Captain Marvel (2019)
è mai possibile che le razze inferiori abbiano sempre un cazzo superiore?

Inaspettato buon film che, ponendo una protagonista donna per chiare esigenze di marketing e non certo per ravvedute posizioni di eguaglianza sociale, riesce a mescolare la solita brodaglia superomistica abbastanza stantia ficcandoci dentro un twist narrativo che forse porrà un piccolo dubbio ai militari americani che vedranno il film convinti d’assistere ad un’epica mentre in realtà qui siamo più dalle parti dell’elegia.

I registi sono gli stessi dell’ottimo Mississippi Grind e del buon Half Nelson, due film fortemente incentrati sullo studio del personaggio, e questa scelta non sembra aver avuto i medesimi esiti in questa pellicola; se da un lato abbiamo infatti dei personaggi in qualche modo simpatetici e con più di una sfaccettatura, dall’altro ritroviamo i soliti siparietti con lui, lei e la simpatia smargiassa tipica di chi non porta sulle spalle le colpe degli antenati perché le ha gettate nel cesso assieme all’ultima cacata nera di catrame nero.

Completamente fuori luogo, nonostante il film si svolga per la maggior parte nel 1995, le canzoni di TLC, Hole , No Doubt, Nirvana… che partono così, come se uno avesse acceso lo stereo ad alto volume mentre tu stavi parlando con un amico fottendosene di chi o cosa gli sta attorno.

Simpatico Samuel L. Jackson, svecchiato digitalmente di 25 anni, che arranca zompettando con molta prudenza nelle scene di corsa mostrando così la paura di cadere e rompersi il femore/anca, prima causa di morte per i 70enni come lui.

VOTO:
4 femori

Captain Marvel (2019) voto

Titolo di lavorazione: Open World
Regia: Anna Boden, Ryan Fleck
Anno: 2019
Durata: 123 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Maghi, draghi, incantesimi, spade di fuoco, genuflessioni, albini, bacchette, carrozze, mostri, bestie, serpi, eterocromie, castelli, specchi, lenzuoli, mare mare mare quanta voglia d’arrivare da te da te tette te.

Visto che non ho seguito la trama, tra un mezzo pisolino e un “me ne frego” da ventennio fascista, potrei andare a rileggere qualcosa su wikipedia o magari sbirciare un paio di opinioni su internet prima di scrivere questa recensione, e invece no: non me ne fotte una mazza di cosa parli questo filmerda, non me ne fotte una mazza di cosa ne pensa la gente e non me ne fotte una mazza di spiegarlo a chicchessia.

In compenso vi elencherò alcune cose che potreste fare invece di sorbirvi questa strunzata lunga più di 2 ore:

giocare a squash, lavare la macchina, preparare la cena, prendere parte a una banda funky, viaggiare in un paese straniero, diventare Presidente della Repubblica, parlare ad un membro del sesso opposto, lubrificare la macchina, preparare un wurstel fritto, cercare un tesoro sepolto, mungere una mucca, fare una gara di abbaiate con il cane del vicino, effettuare un’operazione al cervello, dipingere una linea gialla in mezzo alla strada, scrivere il vostro nome nella neve, insegnare pallacanestro acquatico alle vongole, cantare le canzoni di Lucio Dalla in banca, piantare alberi sul suolo pubblico, confondere la persona accanto, costruire un tavolo triangolare, trottare, balzellare e saltare, cavalcare un treno, organizzare il cassetto delle calze in ordine alfabetico, giocare a bowling con la mamma, addestrare gli insetti a fare scherzi, fare una trapunta, pubblicare una rivista sui trucioli delle matite, mangiare gelatina al limone con ananas, asfaltare un’autostrada, imparare a disegnare, iscriversi a fotografia, imparare a parlare greco antico, fotocopiare denaro, uscire a mangiare la pasta, cucire un vestito, lavare l’iguana, andare a pesca, dipingere la casa di uno sconosciuto di notte, iscriversi a windsurf, cambiare lo stile dei capelli, affilare i gessetti, dare da mangiare ad un tucano, godersi il sole, fare delle parole incrociate, comprare dei bei vestiti, andare alla spiaggia, giocare a cricket con vostro padre, innaffiare le piante, costruire una casa per le bambole, organizzare una cena con salmone e vino bianco.

VOTO:
2 vongole e mezza

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018) voto

Titolo originale: Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald
Regia: David Yates
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

1922 (2017)

Wilfred James è un umile contadino del profondo midwest americano.

Moglie, figlio e due vacche gli fanno da compari di vita e tutto sembra procedere alla solita maniera (di merda) fino a quando la prima non si mette in testa di mollare quella triste vita bucolica, vendere il terreno che il padre le aveva lasciato in dote e aprire un negozietto di vestiti nella città di Omaha, Nebraska, un posto del cazzo che però sembra il paradiso quando vivi in mezzo al nulla circondato da campi di pannocchie a perdita d’occhio.

Wilfred non la prende molto bene e, falliti i tentativi di far desistere la donna dalla sua fuga per la libertà, escogita un bel piano per tagliare il problema alla radice coinvolgendo il figlio in un casino che non te lo sto neanche a raccontare.

1922 (2017)

Interessante film televisivo (Netflix) che si propone allo spettatore in un’ottima veste fotografica che nulla ha da invidiare a prodotti cinematografici più blasonati.

Certo, la sua origine di novella stephenkinghiana influisce molto sulla possibilità di una sua positiva durata da lungometraggio ed infatti si potrebbe avvertire in più punti, durante la visione, la necessità di una sforbiciata di qualche secondo che invece viene devoluto a silenzi e immagini suggestive (che comunque non fa mai male e anzi aiutano il film a spiccare nel reparto tecnico); d’altro canto stiamo proprio cercando il pelo nell’uovo in qualcosa che è lì pronta per regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento.

VOTO:
3 qualcosa pronta a regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento

Titolo per dislessici: millenovecentonovantadue
Regia: Zak Hilditch
Anno: 2017
Durata: 102 minuti

Star Wars: Episode I – London Premiere

Enjoy these scans of some original negatives taken at the London premiere of Star Wars: the Phantom Menace.

The venue was the Odeon cinema in Leicester square and the attendants were Stephen Hawking, George Lucas, Ewan McGregor, Natalie Portman, Samuel L. Jackson, Peter Mayhew, Warwick Davis, Rick McCallum, Jonathan Ross, Kenny Baker, Melanie Brown (Spice Girls), Ronan Keating (Boyzone), Brian May (Queen) and lots of other strange people.

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti