Frozen (2013)

In Norvegia fa freddo, ma di un freddo che tu che sei cresciuto con le infradito ai piedi e Fabrizio Frizzi alla televisione non potrai mai capire a fondo.

Si dà il caso che in questa desolata landa dimenticata da dio viva una regina con lo strano potere di comandare questo freddo facendo il bello e il cattivo tempo a seconda del suo stato emotivo e ultimamente, tra genitori morti e paura d’abbracciare il suo vero IO (ovvero la sua omosessualità latente), il fiordo dove sorge il suo regno basato su una rigida dieta di salmone e acciughe si è completamente congelato.

Sarà compito di sua sorella zitella alla disperata ricerca di un cazzo d’amare e qualche figura maschile di contorno, messa lì per par condicio, cercare di mettere un freno alla discesa verso lo zero assoluto che invece il cadavere di Fabrizio Frizzi è riuscito oramai ad abbracciare appieno.

Frozen (2013)

Ma io mi domando e dico: come cazzo è possibile che questo film sia il cartone animato con l’incasso più grande della storia?
Come è possibile che questa insipida storiella puntellata di banalissime canzoni dai testi elementari abbia riscosso un tale successo globale?

Perché va bene andare incontro al pubblico più giovane abbassando il livello narrativo, va bene mantenere un tono comico superficiale per non disturbare i neonati piazzati davanti lo schermo da genitori troppo indaffarati ad arrivare a fine mese strangolati come sono da un sistema economico disegnato attorno al concetto che chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero… ma mannaggia cristo paladino delle renne norvegesi: è mai possibile che ‘sta cacata sia stata premiata con l’Oscar come miglior film d’animazione quando lo stesso anno c’era Si alza il vento che non sarà un capolavoro, certo, ma è infinitamente meglio de ‘sta porcata fredda come il cadavere di Fabrizio Frizzi?

VOTO:
2 Fabrizio

Frozen (2013) voto

Titolo esteso: Frozen – Il regno di ghiaccio
Regia: Chris Buck e Jennifer Lee
Anno: 2013
Durata: 102 minuti

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)

La ribelle Imogene “Idgie” Threadgoode è una ragazza un po’ molto maschiaccio che proprio non ce la fa a conformarsi ai modi di vivere degli americani di una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti degli anni ’30 del secolo scorso e passa quindi il tempo a pescare, disertare la chiesa, bere, giocare a poker e a fare amicizia con i neri.

Il fatto invece che vesta come un uomo e non dia segno di apprezzamento verso i maschi non insospettisce nessuno sulle sue inclinazioni sessuali; neppure quando finisce a gestire un bar con la sua “amica” Ruth Jamison, scappata col figlioletto dal violento marito ku klux klanista col mento sfuggente che tu non gli daresti 2 euro e invece va giù duro con chi pesa la metà di lui.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)
la pesto perché ha il mento più maschio del mio, hai qualcosa in contrario?

Lunghissima e ben realizzata storia, sia come durata cinematografica che narrativa, tutta incentrata sulla figura femminile; dall’infanzia alla vecchiaia passando per i grandi amori, i matrimoni a tavolino e la famigerata menopausa.

Anche se molti hanno criticato il film per aver diluito la storia lesbica tra due delle quattro protagoniste al punto che molti spettatori neanche se ne rendono conto (tipo me quando lo vidi da ragazzino), bisogna dire che il messaggio di affermazione personale contro un sistema bigotto e razzista funziona bene, anche per il suo essere semplice (senza essere semplicistico).

Nota: questo film passa il test Bechdel.

VOTO:
4 Alison Bechdel e mezza

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991) voto

Titolo originale: Fried Green Tomatoes
Regia: Jon Avnet
Anno: 1991
Durata: 130 minuti

A spasso con Daisy (1989)

Daisy Werthan è una ricca ebrea americana con interessi economici nell’industria del tessile (come da tradizione religiosa) che sta diventando anziana e quindi impossibilitata ad andarsene in giro con la sua Chrysler Windsor 1946 per le desolate strade di Atlanta.

Il figlio, uomo maturo e sposato ma per sempre succube della madre (come da tradizione religiosa), decide di assumere un autista per scorrazzarla in giro senza il timore che lei un giorno o l’altro finisca in un burrone.

Hoke Colburn, questo il nome dell’anziano autista nero che Boolie Werthan, questo il nome dell’uomo maturo eterno succube, dovrà riuscire, grazie al suo buon spirito e alla faccia di bronzo che si ritrova, a vincere la ritrosia dell’anziana ebrea ad aprirsi al confronto e a mettersi in gioco (come da tradizione religiosa).

A spasso con Daisy (1989)

Commedia a sfondo sociale o ricostruzione storica sociale con spruzzatina di commedia, questo film è indubbiamente godibile solo ed unicamente ad un pubblico maturo; sia per l’esclusiva presenza di personaggi sopra i 50 e sia per un gusto molto leggero e lento di raccontare le vicende di un’America che cambia, da paese latifondista intrinsecamente razzista e profondamente segregato a potenza economico-militare globale inconsciamente razzista e mediamente segregata.

Driving with Daisy è anche e soprattuto un film che è stato in parte sopravvalutato in patria dalla critica e dall’Academy, nonostante resti un’ottima pellicola con delle apprezzabili interpretazioni ed una buona piccola storia da raccontare, perché è uno dei pochissimi film che rende protagonista l’archetipo per eccellenza nella mentalità dell’ebreo americano (figura sovrapponibile ai membri dell’Academy), ovvero la madre ebrea; essere geloso, vendicativo e dispotico al quale comunque si obbedisce (come al geloso, vendicativo e dispotico dio ebraico Yahweh).
Indicativa di questa chiave di lettura è stata la vittoria dell’Oscar come miglior film mentre al regista non è andata neanche una nomination, a ribadire quindi come sia stato il contenuto ad aver impressionato l’Academy e non la maestria.

In ultimo mi piace ricordare altri nomi con cui il geloso, vendicativo e dispotico dio ebraico è conosciuto:
YHWH, El Eloah, Elohim, Elohai, El Shaddai, Tzevaot, Jah, Adonai, Adoshem, Baal, Ehyeh asher ehyeh, Elah, YMCA, El Roi, Elyon, Hashem Kel Olam, HaShem, Shalom e Shekhinah.

VOTO:
3 YMCA e mezzo

A spasso con Daisy (1989) voto

Titolo originale: Driving Miss Daisy
Regia: Bruce Beresford
Anno: 1989
Durata: 99 minuti

Il prestanome (1976)

Durante i favolosi anni ’50 americani c’era un clima politico abbastanza spiacevole per cui chiunque lavorasse nel mondo dell’intrattenimento e fosse anche lontanamente in odore di comunismo/socialismo/progressismo/femminismo/anti-capitalismo eccetera eccetera veniva prima messo su una lista nera e poi messo alla porta da tutte le produzioni.

Il protagonista di questo film, Howard Prince, è un furbacchione newyorkese che lavora un po’ come cassiere di un ristorante e un po’ come allibratore clandestino durante i favolosi anni ’50 di cui sopra; un giorno viene avvicinato da Alfred Miller, un suo vecchio amico d’infanzia ora sceneggiatore televisivo bollato come anti-americano e messo prima sulla lista nera e quindi alla porta, il quale gli propone uno scambio equo e solidale: Howard presenterà le sue sceneggiature facendole passare come proprie così d’aggirare il divieto e lui in cambio gli darà il 10% del ricavo monetario.

Il gioco funziona per un po’, arricchendo entrambe le parti, fino a che la commissione per le attività anti-americane comincia a gettare un occhio anche su Howard Prince, da sempre completamente avulso dalla scena politica, rivelando quindi a chiare note il clima da caccia alla strega che si respirava durante i favolosi anni ’50 americani di cui sopra, sopra.

Il prestanome (1976)

Piacevole commedia molto Yiddish, col povero ma scaltro protagonista alle prese col Golia sistemico, dai risvolti morali parecchio drammatici che elevano l’opera un paio di gradini sopra quelli dove sembra sedersi.

La figura più coinvolgente rimane chiaramente quella di Hecky Brown, interpretato da un isterico Zero Mostel (lui stesso vittima del maccartismo, assieme al regista e allo sceneggiatore di questo film) il quale riesce a mettere in scena il rassegnato sbigottimento di un’intera classe di lavoratori durante i favolosi anni ’50 americani di cui sopra, sopra, sopra.

VOTO
4 bigotti

http://www.unfilmunarecensione.com/wp-content/uploads/2018/03/Il-prestanome-1976-voto.jpg

Titolo originale: The Front
Regia: Martin Ritt
Anno: 1976
Durata: 95 minuti

Chiamami col tuo nome (2017)

Elio Perlman, un inquieto rampollo di una benestante famiglia ebrea italo-americana, trascorre le estati in una villona in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre e alla servitù… perché la vita non è vita senza un paio di servi a renderti le giornate un interminabile sequenza di noie da cui trarre ispirazione per brutte poesie o passeggiate riflessive piene di dubbi.

Ma l’estate del 1983 sarà particolare per Elio perché la trascorrerà in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre, alla servitù e ad un fascinoso studente del padre, professore di archeologia, che sconvolgerà le sue giornate fatte di brutte poesie e passeggiate riflessive aggiungendoci il pallino dell’amore per le figure maschili in ridicole pose plastiche che accomunerà padre, figlio e studente fascinoso.

A seguire, storia d’amore un po’ combattuta e parecchie panoramiche su un’Italia oramai scomparsa nel tempo saeculorum travolta dal rampantismo di soggetti che amavano la musica straniera, le Converse, le scopate in soffitta e le pesche mature, tipo i socialisti craxiani.

Chiamami col tuo nome (2017)

Pennellata d’innamoramento su tela alla modica cifra di 4 milioni di euro che va elogiata per molte cose meno che per la semi-classica storia d’amore omosessuale che invece lo ha posto all’attenzione del pubblico non troppo avvezzo ai baci gay.

Perché il fatto che il protagonista nutra o meno sentimenti per questo biondo di Riace cambia poco o nulla sulla resa narrativa e sull’impatto emotivo che riesce a suscitare (spoiler: altalenante, come le giornate estive in quel del Cremasco).
Il film infatti poteva benissimo vedere modificato il personaggio dello studentE in studentessA e tutto sarebbe rimasto più o meno com’era.
E questo è un bene perché, a mio modesto avviso, l’ossessione per la sottolineatura omoerotica non fa altro che distanziarlo dalla comune storia d’amore estivo (che poi altro non è) e che più o meno tutti hanno vissuto.
Per carità: girata bene, con pause e gusto estetico raffinato e con delle interpretazioni eccellenti, specialmente per l’attore che interpreta magistralmente l’adolescente con i dubbi sessuali, ma come impiantistica non siamo troppo distanti da Mignon è partita, pellicola gradevolissima ma che mi pare non abbia vinto l’Oscar.

Unica nota veramente eccellente è l’abbandono dell’immondo conflitto narrativo dualistico tipico della narrazione occidentale secondo cui le cose sono bianche o nere, buone o cattive; qui invece si può essere etero e gay o vittime e carnefici allo stesso tempo senza che il cervello dello spettatore scoppi in un clamoroso BUM.

VOTO:
3 craxiani e mezzo

Chiamami col tuo nome (2017) voto

Titolo originale: Call Me by Your Name
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2017
Durata: 132 minuti

I tre amigos! (1986)

Tre pessimi attori del cinema muto hollywoodiano vengono licenziati in tronco e si ritrovano per strada (in mutande) mentre in Messico un piccolo villaggio chiamato Santo Poco viene continuamente razziato dalla banda di malviventi facenti capo al temuto El Guapo.

I destini di queste due realtà così diverse si incroceranno quando una giovane del villaggio, vedendo un loro film e credendoli eroi reali, invierà loro un telegramma per invitarli a risolvere il problema dei malviventi di cui sopra, un telegramma che i tre dementi interpreteranno (male) come un invito a fare una delle loro penose performance.

Guai dei qui pro quo a seguire.

I tre amigos! (1986)

Se vi siete chiesti come sia possibile ricavare un buon film da una tale premessa da teatrino ambulante, siete sulla buona strada.

Tralasciando tutte le angoscianti scenette semi-razziste stracolme di stereotipi, la cosa che più salta all’occhio è la quasi totale mancanza di comicità; un’evidentemente fiacca seria di battute e situazioni a volte ridicole a volte noiose non possono e non dovrebbero mai costituire l’ossatura principale di una qualsiasi narrazione.

“Dulcis in fundo”, le cose più divertenti sono anche quelle che forse più passano inosservate ad un pubblico generalista: la loro inspiegabile invisibilità da fermi quando entrano alla base de El Guapo e l’assurdità del cespuglio canterino che farnetica allegramente in sottofondo mentre i tre discutono il da farsi fanno parte di un gusto dell’assurdo che ha pochi estimatori, purtroppo.

VOTO:
2 dulcis in fundo

I tre amigos! (1986) voto

Titolo originale: ¡Three Amigos!
Regia: John Landis
Anno: 1986
Durata: 104 minuti

La forma dell’acqua (2017)

I ruggenti anni ’60 erano anni durante i quali valeva la pena essere un uomo bianco americano.

Donne, handicappati, negri, froci e creature anfibie erano relegate agli angoli della società civile in posizioni di subalternità completa e se provavano a ribellarsi era giù di bastonate sui denti rotti e spezzati maledetti parassiti della società quant’è vero iddio vi faccio il culo e state zitti mentre l’uomo bianco parla.

Natura dei sentimenti, ordine costituito ed accettazione dell’altro sono importanti quesiti che la pellicola pone al suo pubblico; ma la domanda principale resta una e una sola: quanto in basso sei capace di spingerti pur di trovare qualcuno con cui scopare?

La forma dell'acqua (2017)

Splendida favola per bambini e adolescenti (che non dispiacerà ad un pubblico adulto) tutta incentrata sul diverso e sulla sua inclusione, sia da parte della maggioranza e sia (soprattutto) da parte della minoranza stessa, con evidenti ricadute sull’accettazione di sé stessi.
Il tutto raccontato non attraverso i soliti occhi dell’elite di comando tipo scienziati e militari, ma prendendo il punto di vista di quella maggioranza silenziosa che con sudore e con dolore manda avanti le nostre civiltà post-industriali, i proletari senza famiglia e senza figli.

La messa in scena di un mondo in parte scomparso fatto di casette a schiera con la macchina parcheggiata sul vialetto, mogli logorroiche ed ossessive compulsive, ristoranti per soli bianchi eterosessuali, basi militari segrete sotterranee e spie russe coi capelli a spazzola è assolutamente impeccabile.
E sbaglia chi evidenzia l’evidente stereotipia di una donna delle pulizie nera grassa e chiaccherona o di un vecchio frocio col toupet in testa e 28 gatti per casa perché non sono altro che l’esplicitazione della natura favolistica del progetto.

In ultimo, due parole sui sottotesti narrativi: qualcuno ha ipotizzato che la muta protagonista sia in realtà (almeno parzialmente) anfibia essa stessa, e questo giustificherebbe il finale; io invece propongo una teoria un po’ più scomoda.

Come il mostro si è cibato del gatto del vecchio frocione, anche i genitori della muta sono stati uccisi/fagocitati dallo stesso mentre la piccola si è salvata riportando solo superficiali ferite al collo (similarmente al colonnello cattivone Richard Strickland).
Questo andrebbe a delineare una morale molto più adulta (e un pizzico socialmente pericolosa) ovvero che nessuno è totalmente buono o cattivo e la lezione della vita è imparare ad abbbracciare tutto il creato per quello che è, anche quello che consideri tua antitesi; perché, come lucidamente esprime il vecchio dopo essere stato fugacemente attaccato dalla creatura, il loro mostruoso amico è una bestia selvatica, non sa far altro, non si può cambiare la sua natura… dichiarando implicitamente che o la si accetta o la si rigetta totalmente, non ci sono mezze misure.

VOTO:
5 mostri

La forma dell'acqua (2017)

Titolo originale: The Shape of Water
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2017
Durata: 123 minuti

Si alza il vento (2013)

Storia più o meno fantasticata, più o meno realistica, più o meno agiografica di Jiro Horikoshi (grande ingegnere aeronautico giapponese) il quale, con una personale parziale ritrosia verso l’establishment militare e trovandosi in una situazione industriale e sociale giapponese ancora profondamente rurale e provinciale, produsse il miglior aereo da combattimento della seconda guerra mondiale, il Mistubishi A6M Zero.

Di mezzo una storia d’amore inventata per ragione narrative e francamente evitabile, anche se funzionale al sentimento pacifista del progetto, e delle simpatiche e a tratti molto ispirate sequenze oniriche che riportano in luce almeno parzialmente lo spirito fantastico dello Studio Ghibli.

Si alza il vento (2013)

Detto che il film è buono, ma non un capolavoro.
Detto che la storia rimane interessante, anche se basata su fatti poco conosciuti al pubblico occidentale (ma questo non può essere un demerito).
Detto che il cioccolato è chiaramente meglio della vaniglia.

Quello che però mi preme dire è la grande soddisfazione personale per la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della tesi secondo cui il Giappone pre-bellico (e in gran parte durante tutto il conflitto mondiale) fosse una nazione ancora rurale e assolutamente indietro economicamente, socialmente ed industrialmente rispetto alle altre forze occidentali, in particolare gli Stati Uniti d’America i quali, con la scusa della pericolosità nipponica, gli sganciarono come nulla fosse due bombe atomiche uccidendo centinaia di migliaia di civili contravvenendo ad ogni trattato internazionale sui conportamenti bellici e macchiandosi per sempre con il più grande crimine  di guerra mai realizzato dalla razza umana.

Un crimine per cui sono andati impuniti, perché purtroppo la storia la scrivono i vincitori.
Ma il tempo è galantuomo ed è con grande piacere che posso dare dell’incompetente e dell’ignorante alla mia professoressa di storia e filosofia del liceo (persona più o meno velatamente fascista) la quale ho perculato per un anno intero facendole credere fossi fascista anch’io per poi confessarle tra enormi risate la triste verità, ovvero che io ho sempre preferito smascherare l’ipocrisia della classe dominante e dell’ideologia dello status quo piuttosto che vedermi identificato con questo o quell’altra maggioranza per un misero ritorno personale.

VOTO:
3 ritorni e mezzo

Si alza il vento (2013) voto

Titolo originale: 風立ちぬ Kaze tachinu
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 2013
Durata: 126 minuti

Sherlock Holmes (2009)

Chi non conosce l’investigatore privato più famoso della storia?

Sherlock Holmes, ovvero il personaggio letterario che contribuisce ad ogni sua apparizione alla celebrazione dell’individualismo e dell’iniziativa privata a discapito del supposto inefficente apparato pubblico statale, si trova questa volta alle prese con riti magici ed espansionismo coloniale.
Suo compito sarà sventare i piani machiavellici di un ricco bastardo (nel senso di figlio illegittimo) che tenta di rilanciare l’impero inglese a colpi di polverine magiche ed effetti speciali da baraccone circense.

Con un po’ di sale in zucca e la sua dose giornaliera di cocaina, Sherlock riporterà l’ordine costituito nel paese delle ingiustizie sociali.

Sherlock Holmes (2009)

Simpatica e altamente dinamica reinterpretazione del classicone inglese con protagonista un eccentrico testa di cazzo col berretto da cacciatore, questa moderna breccia di porta pia tenta con buoni risultati di attualizzare una figura storica che, nel bene o nel male, non è mai caduta completamente nel dimeticatoio.

Da antologia?
No.
Da bigotteria?
Sì.
Da cinefilia?
Forse.

VOTO:
4 bigotti

Sherlock Holmes (2009) voto

Titolo giapponese: Shârokku Hômuzu
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2009
Durata: 128 minuti

Assassinio sull’Orient Express (1974)

Su un treno per privilegiati colonialisti del cazzo viene misteriosamente ucciso un privilegiato colonialista del cazzo e un investigatore privilegiato colonialista del cazzo deve trovare l’assassino tra i 12 privilegiati colonialisti del cazzo che occupano le cuccette da privilegiati colonialisti del cazzo nel vagone di privilegiati colonialisti del cazzo.

La risoluzione del caso sarà ovviamente una risoluzione del cazzo.

Assassinio sull'Orient Express (1974)

Fa male.
Fa veramente male vedere un film di stupidi forcaioli per stupidi forcaioli diretto dallo stesso regista di quel capolavoro anti-forcaiolo chiamato 12 Angry Men.

Mentre lì si evidenziava giustamente la bontà di un approccio logico e privo di pregiudizi per fare luce su un reato da giudicare esclusivamente nell’abito delle istituzioni sociali che ci siamo dati per evitare la barbarie dei linciaggi in piazza tipici delle menti meno sviluppate, qui pare d’essere tornati 500 anni indietro e la morale sembra essere quella del fine che giustifica i mezzi.

Ma uno potrebbe dire: vabbè dai, il resto non sarà male e con un tale cast stellare il film sarà comunque godibile, se si spenge il cervello.

Ebbene: la recitazione è da scolaretta iper-imbottita di stupefacenti con attori catapultati sulla scena senza molta alchimia e un Poirot a metà strada tra l’essere dignitosamente ubriaco e sull’orlo dell’urlo munchiano.
Giuro, ad ogni momento aspettavo che il belga coi baffi da stronzetto erompesse nel mezzo dell’interrogazione con un profondo e ancestrale suono della foresta che mettesse infine in evidenza l’insopportabile incongruenza tra la parvenza raffinata e i modi da cavernicoli e facesse elevare il film ad opera d’arte incompresa.

Peccato, perché il primo minuto introduttivo lasciava presagire belle cose: una regia maestra che ci guidava con un tecnicismo interessante dentro le vicende in questione… ma poi il nulla, anzi peggio: lo sconcerto.

VOTO:
3 ubriachi

Assassinio sull'Orient Express (1974) voto

Titolo originale: Muder on the Orient Express
Regia: Sidney Lumet
Anno: 1974
Durata: 128 minuti

Assassinio sull’Orient Express (2017)

I favolosi anni ’30:
il nazismo, il fascismo, il colonialismo, la segregazione raziale, l’eurocentrismo, la divisione in classi.

Peccato che l’omicidio di un contrabbandiere d’opere d’arte sull’Orient Express venga a rompere la piacevole calma che si è venuta a creare tra le classi abbienti che popolano questo treno dei desideri; per fortuna c’è l’investigatore autistico Hercule Poirot che troverà il misterioso killer per riportare la pace dei sensi nella classe dominante.

Assassinio sull'Orient Express (2017)
l’ultima cena?

E’ difficile giudicare questo film.

Sicuramente la bravura tecnica c’è: trucco, costumi, luci, recitazione, effetti speciali e chi più ne ha più ne metta fanno il loro doveroso dovere senza batter ciglio e mi riesce oggettivamente difficile trovare manchevolezze in questo o quell’altro dipartimento.

Eppure mi sono rotto le palle.
Ma proprio che non me ne fregava un cazzo di chi era l’assassino e quando i titoli di coda si sono alzati sul nero schermo nel quale la mia faccia disillusa si era specchiata più volte in completo abbandono, ho tirato un bel sospiro di sollievo e la mia vita da proletario è proseguita come nulla fosse.

Il prossimo appuntamento con Poirot è sul Nilo con un altro “entusiasmante caso” da cronaca nera; per me, la prossima tappa è un’altra “entusiasmante recensione” con il prossimo filmerda.

VOTO:
2 Nilo e mezzo

Assassinio sull'Orient Express (2017) voto

Titolo originale: Murder on the Orient Express
Regia: Kenneth Branagh
Anno: 2017
Durata: 114 minuti

Il prezzo della libertà (1999)

Sono gli anni ’30 americani, l’economia cerca di riprendere moto dopo la grande depressione e uno dei progetti federali di stampo socialista per risanare il mercato del lavoro è il Federal Theatre Project, un fondo di finanziamento per i lavoratori dell’industria dell’intrattenimento tradizionale che intende da un lato dare opportunità di impiego a quei cittadini che sono stati colpiti più duramente dalla recessione e dall’altro portare la gente comune a teatro, per la prima volta in vita loro.

Una delle opere teatrali finanziate dal progetto federale che più si distinguono per il loro sottotesto sedizioso è The Cradle Will Rock; una storia con dentro lavoratori, capitalisti, preti, sindacalisti, sfruttamento e ideali che verrà censurata dalla commissione parlamentare contro le attività anti-americane assieme a Revolt of the Beavers, la storia fanciullesca di una cittadina di castori lavoratori sfruttati che si rivoltano all’opulento castoro capitalista Chief.

In questo clima di forte tensione sociale e rivendicazioni lavorative, le idee socialiste e comuniste si fanno strada tra intellettuali e non caricando la società americana di una spinta rivoluzionaria che alla fine ha riportato più sconfitte che vittorie.

Il prezzo della libertà (1999)

Grande rivisitazione di un’epoca lontana nel tempo ma vicina nel contenuto, La culla dondolerà (lungi dall’essere un richiamo a La culla cadrà di Sloth) vuole ricordarci, con tutto il trambusto possibile ed immaginabile che mette in scena e che purtroppo allontana il pubblico medio troppo abituato ad un intrattenimento lineare e digeribile, la più grande verità possibile della storia umana: non si può fermare il cambiamento perché, come diceva il dottor Ian Malcolm, la vita trova sempre una strada.

Tra le innumerevoli storie di miseria e nobiltà che vengono proposte in un grande calderone volto a suscitare un sentimento più che una riflessione storiografica (ed è proprio qui che molti critici falliscono nell’interpretare correttamente un’opera come questa), vale la pena menzionare quella del ventriloquo Tommy Crickshaw, un intrattenitore che oramai vive una scissione completa dei suoi ideali tra sé e il pupazzo pel di carota che si porta sempre dietro e al quale mette in bocca le idee più scomode giocando ad una contrapposizione fittizia che trova il suo più alto indice di pietas nel canto dell’Internazionale di fronte ad uno sparuto pubblico disattento.

Molto bello, ma non per tutti, purtroppo.

VOTO:
4 Ian Malcolm

Il prezzo della libertà (1999) voto

Titolo originale: Cradle Will Rock
Regia: Tim Robbins
Anno: 1999
Durata: 132 minuti