Carlito’s way (1993)

Al Pacino e Brian De Palma avevano collaborato nel 1983 per dare vita al film culto Scarface.
Dopo 10 anni eccoli ancora insieme in una storia simile e allo stesso tempo completamente diversa.

Carlito Brigante esce di prigione, per un cavillo legale sfruttato ad arte dal suo amico e avvocato Dave Kleinfeld, dopo aver scontato una pena di 5 anni, 5 anni durante i quali sembra essere cambiato totalmente: da trafficante di droga e assassino plurimo, Carlito è rinato, trasformato; vuole smetterla con la strada e sogna un lavoro normale su un’isola caraibica.
Putroppo però la strada non ti lascia andare facilmente e, nonostante i buoni propositi, il portoricano protagonista di questa storia si ritrova sempre più invischiato nel solito giro vizioso di violenza e morte fino ad un tragico epilogo/incipit.

Carlito's way (1993)

Carlito’s Way è un film girato magnificamente: nonostante alcune facilonerie nella caratterizzazione di alcuni personaggi e certi dialoghi un po’ strambi, questa storia di redenzione negata e di un amore che dovrebbe vincere su tutto resta una storia perfetta, come un’orologio pronto a scoppiare in faccia allo spettatore medio.

E Sean Penn, diabolico avvocato ebreo cocainomane roscio coi capelli ricci, è uno spettacolo.

Titolo originale: Carlito’s way
Regia: Brian De Palma
Anno: 1993
Durata: 144 minuti

Lords of Dogtown (2005)

Nel 1975 Los Angeles viveva una siccità senza paragoni, l’acqua venne razionata e le piscine dei ricchi restarono vuote tutta l’estate.
Nel 1975 un gruppo di giovanissimi sbandati della zona povera chiamata “Dogtown” cominciarono ad entrare di straforo in queste ville e a surfare nelle piscine deserte.
Nasceva così lo skateboarding moderno, fatto di evoluzioni, tricks e tanta scelleratezza.

Lords of Dogtown è la storia di Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams e altri ragazzi che trovarono un punto di riferimento nello sport; una vera e propria valvola di sfogo ai loro problemi di americani semi-poveri e un mezzo facile per sfuggire al circolo vizioso di miseria a cui sembravano destinati.

Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams sono entrati nella leggenda: considerati quasi dei padri fondatori di un nuovo modo di concepire questa tavola a quattro ruote, sono cresciuti e ne hanno fatta di strada, nel bene e nel male.
Alva e Peralta hanno fondato compagnie di successo con brand legati al mondo dello skate, quest’ultimo ha scoperto Tony Hawk, tanto per dire. Jay invece non ce l’ha fatta a sottomettersi al nuovo stile di vita ed è finito in prigione diverse volte per droga, spaccio e assassinio di un omosessuale.

Lords of Dogtown è un film piacevole per il pubblico medio e un must per gli appassionati di skating.
Resta comunque inferiore al bel documentario Dogtown and Z-Boys del 2001, girato dallo stesso Peralta.

Titolo originale: Lords of Dogtown
Regia: Chaterine Hardwicke
Anno: 2005
Durata: 107 minuti

Il grande Lebowski (1998)

“Prendevamo morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale”.

Mark “Rent-boy” Renton in Trainspotting

Il grande Lebowski è stato spesso interpretato come un semplice film comico sulle droghe, una storia di un simpatico disadattato disoccupato che fuma l’erba e cerca di risolvere una trama più grande di lui, con effetti devastanti.
Il grande Lebowski invece è molto di più: è un ottimo concentrato di dialoghi freschi e tagliati al millimetro, un cast affiatato che sembra lavorare bene senza aiuto alcuno, ma soprattutto è una parabola sul declino dell’impegno politico americano dopo gli entusiasmanti anni 60/70. Non a caso il film è artificiosamente ambientato durante la prima amministrazione Bush: dopo la contro-rivoluzione reazionaria di Reagan degli anni ’80, Bush ha dato il colpo di grazia e ha spolverato le macerie intellettuali lasciate dal decennio precedente.
Bombe e capitalismo hanno preso il controllo durante gli anni ’80 e nei successivi ’90 non c’era molto da fare per un’anima ribelle e molto ingenua come quella del Drugo; ex studente pacifista politicizzato, il Drugo è ormai ridotto ad ombra di se stesso, spettro in ciabatte che appare nei drugstores in piena notte per un litro di latte.

Lebowski è uno dei tanti che non ce l’hanno fatta a superare la difficile fase che porta dall’adolescenza alla fase adulta: troppi conflitti, paure e violenze aspettano i tanti Drughi che vogliono proseguire ad occupare gli edifici pubblici anche dopo l’università, e molti (troppi) decidono che non ne vale la pena, si rifugiano in un confortevole nichilismo individualista ed egoista e si sfragnano di canne per dimenticare.
Ogni tanto vanno al bowling per tirare giù qualche birillo e sentirsi realizzati, anche se solo per quei pochi secondi dopo lo strike.

VOTO:
5 birilli

Il grande Lebowski (1998) voto

Titolo originale: The Big Lebowski
Regia: Ethan Coen e Joel Coen
Anno: (1998)
Durata: 117 minuti

La collina dei papaveri (2013)

E’ il 1963 e il Giappone si sta preparando per ospitare i giochi olimpici del ’64; una nazione decimata dalla seconda guerra mondiale si è rialzata e si appresta ad affrontare la scena internazionale con spirito rinnovato e con un grande slancio verso il futuro, la modernità e la rimozione del passato.
Umi e Shun sono due ragazzi giapponesi di Yokohama: lei, orfana di padre e brava studentessa; lui, adottato e studente attivo e politicizzato.
Presto le loro vite si trovano sentimentalmente intrecciate, ma un’improvvisa rivelazione mette un freno alle loro aspettative future.

La collina dei papaveri (2013)

Lo Studio Ghibli ha sfornato un altro film di grande spessore: una semplice storia di amore e passione ambientata in un particolare periodo storico del Giappone, quando le paure del passato recente sembravano ormai scomparse ed un futuro radioso ma imprevedibile era alle porte.

La grande domanda che questo film si pone è: “Quanto valore ha il passato nella costruzione del nostro futuro?”.
Il parallelismo tra la storia tra Umi e Shun e il loro Giappone che vuole dimenticare a tutti costi distruggendo edifici e tradizioni nel nome del progresso non passa inosservata.
Non è un capolavoro di film, ma è sicuramente un importante tassello nel panorama sentimental-storico del cinema d’animazione giapponese.

VOTO:
3 tasselli e mezzo

La collina dei papaveri (2013) voto

Titolo originale: Kokuriko-zaka kara
Regia: Goro Miyazaki

Anno: 2013
Durata: 91 minuti

La morte corre sul fiume (1955)

La grande depressione fu un periodo terribile per l’economia mondiale e in special modo per i cittadini della giovane democrazia americana: industrie ferme, disoccupazione alle stelle e morale ai minimi storici.
Furono 10 anni (dal 1929 al 1939) di sofferenze per la classe media che, per la prima volta, si scoprì misera e impotente, da un giorno all’altro.
Alcuni morirono, molti sopravvissero di stenti e altri si diedero alla malavita pur di non veder morire di fame i propri cari.

1936, Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna
Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna (1936)

La scintilla da cui questo film prende piede è proprio un episodio così: un padre di famiglia, Ben Harper, decide di rubare del denaro per ridare alla famiglia quello stile di vita a cui erano abituati; purtroppo durante la rapina due uomini vengono uccisi e così lui viene braccato, catturato e mandato a morte per impiccagione.
Prima di venire arrestato però, nasconde i soldi in un posto segreto a casa sua e fa promettere ai figli piccoli di non rivelarne mai l’ubicazione, mai.
In carcere, mentre aspetta di essere giustiziato, si fa scappare la cosa ad un compagno di cella, un reverendo pluriomicida (interpretato da un Robert Mitchum da antologia) che porta tatuate sulle dita delle mani le parole ‘amore’ e ‘odio’, particolare questo che verrà copiato e omaggiato innumerevoli volte nella storia del cinema e non.
Questo pazzo killer fanatico religioso, una volta uscito di galera, andrà alla ricerca della vedova e dei due orfani per mettere le mani sul denaro nascosto.

Mi fermo qui perché è un film che va assolutamente visto e non vorrei rivelare troppo.
Quello che si può dire è che il regista Laughton ha messo insieme una storia intrigante, una velata critica al modello americano e un’opera che non ha paragoni nel decennio del ’50.
Per il comparto visivo, ha tratto ispirazione dall’espressionismo tedesco degli anni ’20, lo stesso che descrisse appieno i fantasmi di intolleranza e barbarie che aleggiavano in Germania durante la repubblica di Weimar, e non è certo un caso: anche qui le ansie, i rancori, il finto perbenismo dei bravi cittadini americani si riversano su capri espiatori più o meno colpevoli, polli sacrificali che possono scongiurare la distruzione della società per un’altra settimana, fino alla prossima esecuzione pubblica o al prossimo linciaggio in piazza.

la morte corre sul fiume (1955) - 2
non ti preoccupare che nonna lo scotenna quello straniero di merda

L’America (e il resto del mondo) non sono poi cambiati molto: ancora oggi, quando le cose vanno male, ce la prendiamo con gli stranieri, con gli zingari, con il borseggiatore, con il poveraccio, con questo e con quello… ma mai con noi stessi.
Perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma il vicino è uno stronzo.

VOTO:
4 vicini e mezzo

La-morte-corre-sul-fiume-(1955)-Voto

Titolo originale: The night of the hunter
Regia: Charles Laughton
Anno: 1955
Durata: 93 minuti

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro è un film straordinario diretto da Robert Zemeckis e prodotto da Steven Spielberg, due pallottole di grosso calibro che negli anni hanno sfornato grandi classici (Used cars, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e appunto la trilogia di Ritorno al futuro).

Ma di cosa parla questo film?
Parla di un ragazzo sedicenne americano di una cittadina anonima chiamata Hill Valley (vallata collinare?), alle prese con i soliti problemi che affliggevano i giovani degli anni ottanta: bullismo a scuola, difficoltà nell’apprendimento, ragazze precoci, un talento musicale inespresso e tanta voglia di una macchina 4×4 per andare a scopare in collina il sabato sera.
Il suo unico vero amico è uno scienziato pazzo, Doc Brown, il quale riesce ad inventare una macchina del tempo adattando una DeLorean DMC-12, una macchina fallimentare degli anni ’80 resa celebre anche (e sopratutto) da questa pellicola.

Marty, questo il nome del ragazzo, assiste al riuscito collaudo della macchina in un parcheggio di un centro commerciale; sfortunatamente a rompere le uova nel paniere arrivano dei terroristi libici, alla guida di un furgoncino volkswagen, armati di bazooka e incazzati neri per non essere stati pagati dal dottore in cambio del plutonio da loro procurato, un plutonio che permette il viaggio nel tempo.
Confrontatisi coi libici, Doc muore con un mitragliata in petto e Marty decide bene di scappare usando la DeLorean la quale fa il suo sporco lavoro trasportandolo nel 1955, anno in cui i suoi genitori liceali si incontrarono per la prima volta.

A questo punto Marty deve fare due cose:
1- tornare indietro nel futuro (da cui il titolo).
2- fare sì che niente disturbi l’innamoramento dei suoi genitori, pena la sua scomparsa dalla storia.

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro fu un tale successo che la Universal, studio produttore, decise immediatamente di cominciare la produzione per due altri titoli e completare così una trilogia mai pianificata in prima istanza (il finale col dottore che convince Marty a viaggiare nel futuro era solo uno scherzo, non un “cliffhanger” come poi è diventato).

Questa bomba commerciale inaspettata portò alla fama Robert Zemeckis, regista fino ad allora non di primo livello, e rese immortale una storia di fantascienza e amicizia intergenerazionale.
Purtroppo Hollywood ha da lungo tempo abbandonato il prolifico filone dei film scientifici e vagamente ribelli per abbracciare un populismo becero, sessista e nazional-socialista con solide punte capitaliste (Transformers, come al solito, su tutti).
Film come Ritorno al futuro, Gremlins, Navigator, Miracolo sull’8 strada (titolo originale *Batteries non included, tanto per dire che la religione non c’entrava un cazzo in inglese) rimangono esempi alti di come si può fare intrattenimento semplice per un pubblico vasto senza però sacrificare il messaggio e soprattutto glorificando lo sfigato, il deriso schiaffeggiato dalla vita per via dei soliti teppistelli che dopo il liceo si arruolano e vanno a sparare ai bambini Afgani mentre ascoltano Chris Brown.

Titolo originale: Back to the Future
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1985
Durata: 116 minuti

I love radio rock (2009)

Questo è un film pieno zeppo di canzoni degli anni 60.
Jeff Beck, The Who, David Bowie, The beach boys, Jimi Hendrix, The Supremes, Cat Stevens, The Kinks, The turtles, The moody blues sono solo alcuni dei gruppi le cui canzoni fanno da roboante colonna sonora ad un film altrimenti fiacco che si regge quindi tutto sull’ottima musica e su un buon gruppo di attori che passano la maggior parte del tempo a rendere interessante (nel 2013) vizi quali alcool, droga e sesso prematrimoniale.

I love radio rock (2009)
i protagonisti mentre vanno al pub in segno di ribellione al sistema

Ecco allora che le due ore e passa di film si sentono molto sulla groppa del povero pubblico pagante, specialmente quando i dialoghi prendono il posto delle canzoni, ed il film stenta ad affermarsi come ottima pellicola perché putroppo si scorda qual è il vero punto di attrazione di una storia quale quella di una radio pirata su una nave al largo delle coste nord delle isole britanniche nel 1966: fare controcultura, e non invece fumarsi l’anima coi soldi della pubblicità.

Peccato, perché pezzi come Let’s dance, The wind cries Mary, Friday on my mind, Eleonore, Dancing in the streets e Father and son potrebbero (e dovrebbero) avere miglior destino.

Titolo originale: The Boat That Rocked / Pirate Radio
Regia: Richard Curtis
Anno: 2009
Durata: 135 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Il pozzo e il pendolo (1961)

Un classico dell’orrore firmato Roger Corman.
Vincent Price interpreta Nicholas Medina, un nobile spagnolo la cui moglie è morta recentemente in circostanze misteriose; il di lei fratello arriva al castello per indagare sulla faccenda e troverà molti più misteri di quanti pensava di trovare.

Il pozzo e il pendolo, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, è una chicca del passato diretta dal re dei B-movie.
Questa è una delle sue opere più riuscite (forse la più) e nonostante l’esiguo numero di locations, praticamente poche stanze del castello e qualche esterno sulla spiaggia, qui si respira del grandioso.
Sarà Vincent Price, sarà la storia, sarà l’artificiosità teatrale degli attori che ben si addice ad un racconto ottocentesco, sarà l’anima de li mortacci vostra, Il pozzo e il pendolo rimane un ottimo film a distanza di più di 50 anni.

VOTO:
4 ultimi uomini sulla Terra

Il pozzo e il pendolo (1961) voto

Titolo originale: The Pit and the Pendulum
Regia: Roger Corman
Anno: 1961
Durata: 80 minuti

Good Night, and Good Luck. (2005)

Seconda regia per George Clooney dopo Confessioni di una mente pericolosa.

Da vedere per l’ottima tecnica (fotografia, musiche e movimenti di macchina); un po’ meno per la struttura narrativa e per la tendenza statunitense a risolvere tutto con un duello, in questo caso tra il senatore Joseph McCarthy ed Edward R. Murrow (interpretato da uno splendido e impassibile David Strathairn).

Un buon film comunque che, parlando del passato, fa palesemente riferimento al presente: non dare troppo spazio all’intrattenimento a discapito dell’informazione.

Una cosa però dovrebbe far riflettere George: alla fine del film la cosa che rimane più impressa è che negli anni ’50 fumavano come addannati.

Titolo originale: Good Night, and Good Luck.
Regia: George Clooney
Anno: 2005
Durata: 3 minuti
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