Grand Budapest Hotel (2014)

Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco vissuto a cavallo del secolo breve; specializzato in novelle dal sapore sempre più cupo e introspettivo (da non dimenticare che fu amico di Freud e di Schnitzler, quello dell’onirica novella Doppio Sogno da cui poi Kubrick ha tratto Eyes Wide Shut), dicevo, Zweig, con l’avvento del fottutissimo nazismo, fu costretto ad emigrare con la sua seconda moglie, prima in Inghilterra e poi in Brasile.
Il 23 febbraio 1942 poi, sentendo sempre il più il peso di un’intolleranza nera e ignorante che si espandeva nella sua amata Europa, lui che fu internazionalista e pacifista, decise di togliersi la vita assieme alla sua compagna con un’overdose di barbiturici.

Ora, cosa c’entra la storia di un intellettuale di cento anni fa morto per il peso sul cuore di un mondo che cambiava troppo in fretta e troppo male?
Semplice, Wes Anderson dice che si è ispirato alle sue novelle e al suo straordinario nobile e quieto carattere per scrivere il suo ultimo bellissimo film, The Grand Budapest Hotel.

Grand Budapest Hotel (2014)

Il film è una deliziosa matrioska narrativa: si parte con una giovane ragazza che va a visitare il monumento cittadino ad un defunto scrittore “Tesoro della nazione”; all’ombra del busto commemorativo, comincia a leggere uno dei suoi libri di memorie aprendo il primo flashback: un balzo temporale al 1968 quando il “Tesoro nazionale” (il nome non viene mai rivelato) si trovò ospite di un fatiscente (ma un tempo grandioso) hotel nella fantomatica repubblica alpina di Zubrowka.

Durante un bagno termale vediamo il Tesoro fare la conoscenza del direttore e padrone dell’albergo, tale Zero Moustafa, il quale, presolo in simpatia, lo invita a cena per raccontargli il celeberrimo passato dell’ormai decadente struttura alberghiera ed in particolare di come strinse un’amicizia fraterna con il precedente concierge nel lontano 1932.
Altro flashback e ci troviamo nella parte centrale della storia: M. Gustave, il concierge di cui sopra, amante di molteplici ricche vecchie nobili ospiti dell’albergo, riceve in eredità da una di esse un preziosissimo quadro, una patacca chiamata “Ragazzo con la mela”, il quale viene poi ironicamente sostituito in parete da Gustav con un bellissimo Schiele, genio incompreso dai personaggi del film, nel momento in cui si trova costretto a rubare la suddetta patacca per l’opposizione dei parenti della deceduta alla cessione della stessa (cristo, l’ipotassi).
Avvenuto il furto, si scatena una pazza rincorsa tra Gustave e il suo assistente Zero (poi padrone del Grand Budapest nel 1968) e gli avidi parenti, capeggiati dal figlio baffuto e allampanato Dmitri (interpretato da Adrien Brody) e da un silenzioso spietato assassino assoldato dalla famiglia (Willem Dafoe).
Tra corse in macchina, sciate per montagne innevate, evasioni dal carcere ed incontri con personaggi folli, i due alla fine riusciranno a salvare la pelle, stroncare i piani diabolici dei parenti serpenti e assicurarsi infine in eredità il Grand Budapest Hotel, segretamente posseduto dalla vedova amante di Gustave.

Grand Budapest Hotel (2014) - 2

Wes Anderson ha ormai raggiunto una purezza stilistica senza pari: dai movimenti di macchina ai colori, dalla messa in scena al montaggio, dalle caratterizzazioni dei personaggi alle situazioni assurde, tutto è praticamente perfetto.

Alcuni storcono il naso e dicono che Anderson si ripete, e forse è vero, ma se la qualità è questa, chi cazzo se ne frega.

E poi non sento mai nessuno dire che Picasso faceva troppi quadri cubisti…

VOTO:
5 ragazzi con la mela

Grand Budapest Hotel (2014) Voto

Titolo originale: The Grand Budapest Hotel
Regia: Wes Anderson
Anno: 2014
Durata: 100 minuti

Full Metal Jacket (1987)

Stanley Kubrick non ha bisogno di presentazioni, ma noi ne facciamo comunque una, piccola piccola.
Regista di fama mondiale e intellettuale di raro spessore, newyorkese espatriato in Inghilterra per la bigotteria e l’ignoranza del pubblico e l’ingerenza degli studios, Stanley Kubrick è stato un regista eccezionale che ha diretto 13 film nell’arco di 46 anni, 10 dei quali sono dei capolavori assoluti.Oggi parliamo della sua penultima pellicola, Full Metal Jacket, uno dei film più belli mai prodotti e (quasi) un trattato psicanalitico sulla natura umana più che sulla guerra in sé (e men che meno sulla guerra in Vietnam).

full metal jacket (1987) - 1
un trattato psicanalitico scritto col cazzo in mano

Il film si divide in due parti di egual durata.

La prima vede il giovane cittadino americano James T. Davis, soprannominato Joker per la sua vena istrionica, passare sotto il duro addestramento/indottrinamento del sergente istruttore Hartman a Perris Island (South Carolina) per fare poi la guerra ai vietnamiti comunisti.
Tra i commilitoni del suo reparto ci sono la recluta “Cowboy”, con cui stringerà una profonda amicizia, e la recluta Leonard Lawrence, soprannominato “Palla di lardo” dal crudele sergente, uno stupido ragazzone della provincia americana chiamato dal suo governo a far la guerra all’altra parte del mondo.

La durissima sciovinista macista disciplina inflitta alle reclute dal sergente Hartman si rivela essere oltre ogni possibile livello di sopportazione per Leonard il quale ben presto sviluppa comportamenti sociopatici e quasi schizofrenici, tipo parlare col proprio fucile sussurrandogli dolci parole.
L’intento del sergente (e di tutto l’apparato militare) è chiaramente quello di annichilire lo spirito umano con continui insulti e punizioni, il tutto condito da un generale approccio paternalistico e dispotico tale da far regredire i soldati in bambini, cioè individui senza una morale e fortemente condizionabili verso azioni riprovevoli.

I nodi vengono al pettine quando, la notte della promozione da reclute a marines (ironicamente proprio quando diventano adulti), Lawrence esce matto e nel bagno della baracca uccide il sergente Hartman per poi spararsi una fucilata in bocca.

Fade to Black.

Il film si riapre l’anno successivo con Joker in Vietnam mentre cerca di farsi fare uno sconto di 5 dollari da una puttana vietnamita.
Questa seconda parte del film percorre gli accadimenti di Joker alle prese prima col giornale militare Stelle e Strisce e poi sul duro campo di battaglia.
Dopo imboscate, giocattoli bomba e scontri a fuoco, James raggiunge il punto di non ritorno nella sua trasformazione psicologica da essere umano a killer e il momento cruciale di tale metamorfosi è quando decide di sparare in testa alla cecchina morente nel finale di film.
L’interessante quesito morale posto da Kubrick è se questo proiettile Joker l’ha esploso per pietà umana o la pietà è servita a mascherare la sua profonda repressa voglia di fare del male, di essere il primo ragazzino del vicinato a fare fuori un vietnamita, come lui stesso tra l’altro confessa ad una troupe televisiva.

Il film si conclude con un reparto di marines, tra cui si presume ci sia anche Joker, che marcia nella notte illuminata dai fuochi di guerra mentre tutti i soldati cantano la Marcia di Topolino della Disney.

Full metal jacket (1987) - 2

Full Metal Jacket non è un film sulla guerra in Vietnam, ma molto di più.

Kubrick aveva già fatto un film pacifista e più tradizionale nel 1957, Orizzonti di gloria con Kirk Douglas; lì si esplorava la prima guerra mondiale e l’insensatezza del sacrificio di tanti giovani per una pura egoistica voglia di supremazia dei pochi appartenenti alle élite europee.
Qui invece il Vietnam e la sua guerra decennale fanno da sfondo ad una disamina dell’animo umano: quello che Kubrick voleva approfondire non era tanto la giustezza o meno della guerra, domanda a cui aveva già ampiamente risposto con Orizzonti di gloria e Dottor Stranamore; no, qui ci si domanda quale natura si celi in ognuno di noi.
La guerra in Vietnam ha trasformato effettivamente giovani americani in macchine sanguinarie oppure ha semplicemente dato loro una patente di legalità alle loro insite voglie di crudeltà, violenza e sessualità atipica?

Non a caso il film è diviso esattamente in due parti e non a caso Joker porta in testa un elmetto su cui ha scritto “Nato per uccidere” mentre sfoggia sul petto una spilla col simbolo della pace.
Lui stesso esplicita il concetto con un suo superiore parlando di Jung e della dualità umana.
Si sa che Kubrick ha da sempre avuto una fissazione geometrica per la simmetria e il doppio: dal romanzo Doppio sogno (il cui titolo originale è Traumnovelle, ma il cui autore voleva inizialmente chiamare Doppia Novella) da cui ha tratto Eyes Wide Shut al doppio David Bowman nel finale di 2001: Odissea nello spazio, dalla doppia personalità (intellettuale e barbara) di Alex in Arancia meccanica agli specchi riflettenti i fantasmi interiori in Shining.

Stanley Kubrick è stato un intellettuale di portata eccezionale, spesso così avanti che pochi hanno colto per tempo la sua profondità e la sua acutezza analitica.
E’ stato chiamato violento, misogino, strambo, eccentrico, dispotico, pazzo, genio, lupo solitario e via dicendo; per me invece non è stato altro che un ottimo esemplare di homo sapiens sapiens il quale ha saputo riflettere sulla propria condizione di umano cercando poi di comunicare al resto della specie il suo punto di vista.
In tempi remoti sarebbe stato chiamato “profeta”, oggi lo ricordiamo come un grande “regista cinematografico”.

VOTO:
5 cervella di Palla di lardo

Full metal jacket (1987) voto

Titolo originale: Full Metal Jacket
Regia: Stanley Kubrick
Anno: 1987
Durata: 116 minuti

300 – L’alba di un impero (2014)

Spatatran bum bim.
Cataprap sbum swish.
Zing ta trang

La storia è che c’è la comandante della marina persiana che ha manie di vendetta coi greci e allora batatang giù di spade, zing petti tagliati e mandibole spalancate.
Ma c’è il capo dei greci che smuoiiiing sono democratici, zazang budella fuori.
E poi si fanno le battaglie, tipo 4 nei primi 40 minuti e cabum si fanno scoppiare fetetenghete dinamite e petrolio e missioni suicida.
Buuuuum schioppi nazionalistici di qua e di là.
Poi scopano senza motivo, du dum du dum du dum. Ma no lui è fedele ai greci e allora ancora battaglie.
haaaaaaaaa tuuum
E’ tutto un casino qui e un casino lì, e gli Spartani scudi neri, fascisti littorini genuini arrivano.
BRaccio armato dello stato.
Musulmani che crepano. Morte Morte dal cielo.
alleluia.
Vittoria.
Sangue sulla telecamera
Fine

300 l’alba di un impero?
Ma VAFFANCULO.

Titolo originale: 300: Rise of an Empire
Regia: Noam Murro
Anno: 2014
Durata: 102 minuti

Carlito’s way (1993)

Al Pacino e Brian De Palma avevano collaborato nel 1983 per dare vita al film culto Scarface.
Dopo 10 anni eccoli ancora insieme in una storia simile e allo stesso tempo completamente diversa.

Carlito Brigante esce di prigione, per un cavillo legale sfruttato ad arte dal suo amico e avvocato Dave Kleinfeld, dopo aver scontato una pena di 5 anni, 5 anni durante i quali sembra essere cambiato totalmente: da trafficante di droga e assassino plurimo, Carlito è rinato, trasformato; vuole smetterla con la strada e sogna un lavoro normale su un’isola caraibica.
Putroppo però la strada non ti lascia andare facilmente e, nonostante i buoni propositi, il portoricano protagonista di questa storia si ritrova sempre più invischiato nel solito giro vizioso di violenza e morte fino ad un tragico epilogo/incipit.

Carlito's way (1993)

Carlito’s Way è un film girato magnificamente: nonostante alcune facilonerie nella caratterizzazione di alcuni personaggi e certi dialoghi un po’ strambi, questa storia di redenzione negata e di un amore che dovrebbe vincere su tutto resta una storia perfetta, come un’orologio pronto a scoppiare in faccia allo spettatore medio.

E Sean Penn, diabolico avvocato ebreo cocainomane roscio coi capelli ricci, è uno spettacolo.

Titolo originale: Carlito’s way
Regia: Brian De Palma
Anno: 1993
Durata: 144 minuti

Lords of Dogtown (2005)

Nel 1975 Los Angeles viveva una siccità senza paragoni, l’acqua venne razionata e le piscine dei ricchi restarono vuote tutta l’estate.
Nel 1975 un gruppo di giovanissimi sbandati della zona povera chiamata “Dogtown” cominciarono ad entrare di straforo in queste ville e a surfare nelle piscine deserte.
Nasceva così lo skateboarding moderno, fatto di evoluzioni, tricks e tanta scelleratezza.

Lords of Dogtown è la storia di Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams e altri ragazzi che trovarono un punto di riferimento nello sport; una vera e propria valvola di sfogo ai loro problemi di americani semi-poveri e un mezzo facile per sfuggire al circolo vizioso di miseria a cui sembravano destinati.

Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams sono entrati nella leggenda: considerati quasi dei padri fondatori di un nuovo modo di concepire questa tavola a quattro ruote, sono cresciuti e ne hanno fatta di strada, nel bene e nel male.
Alva e Peralta hanno fondato compagnie di successo con brand legati al mondo dello skate, quest’ultimo ha scoperto Tony Hawk, tanto per dire. Jay invece non ce l’ha fatta a sottomettersi al nuovo stile di vita ed è finito in prigione diverse volte per droga, spaccio e assassinio di un omosessuale.

Lords of Dogtown è un film piacevole per il pubblico medio e un must per gli appassionati di skating.
Resta comunque inferiore al bel documentario Dogtown and Z-Boys del 2001, girato dallo stesso Peralta.

Titolo originale: Lords of Dogtown
Regia: Chaterine Hardwicke
Anno: 2005
Durata: 107 minuti

Il grande Lebowski (1998)

“Prendevamo morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale”.

Mark “Rent-boy” Renton in Trainspotting

Il grande Lebowski è stato spesso interpretato come un semplice film comico sulle droghe, una storia di un simpatico disadattato disoccupato che fuma l’erba e cerca di risolvere una trama più grande di lui, con effetti devastanti.
Il grande Lebowski invece è molto di più: è un ottimo concentrato di dialoghi freschi e tagliati al millimetro, un cast affiatato che sembra lavorare bene senza aiuto alcuno, ma soprattutto è una parabola sul declino dell’impegno politico americano dopo gli entusiasmanti anni 60/70. Non a caso il film è artificiosamente ambientato durante la prima amministrazione Bush: dopo la contro-rivoluzione reazionaria di Reagan degli anni ’80, Bush ha dato il colpo di grazia e ha spolverato le macerie intellettuali lasciate dal decennio precedente.
Bombe e capitalismo hanno preso il controllo durante gli anni ’80 e nei successivi ’90 non c’era molto da fare per un’anima ribelle e molto ingenua come quella del Drugo; ex studente pacifista politicizzato, il Drugo è ormai ridotto ad ombra di se stesso, spettro in ciabatte che appare nei drugstores in piena notte per un litro di latte.

Lebowski è uno dei tanti che non ce l’hanno fatta a superare la difficile fase che porta dall’adolescenza alla fase adulta: troppi conflitti, paure e violenze aspettano i tanti Drughi che vogliono proseguire ad occupare gli edifici pubblici anche dopo l’università, e molti (troppi) decidono che non ne vale la pena, si rifugiano in un confortevole nichilismo individualista ed egoista e si sfragnano di canne per dimenticare.
Ogni tanto vanno al bowling per tirare giù qualche birillo e sentirsi realizzati, anche se solo per quei pochi secondi dopo lo strike.

VOTO:
5 birilli

Il grande Lebowski (1998) voto

Titolo originale: The Big Lebowski
Regia: Ethan Coen e Joel Coen
Anno: (1998)
Durata: 117 minuti

La collina dei papaveri (2013)

E’ il 1963 e il Giappone si sta preparando per ospitare i giochi olimpici del ’64; una nazione decimata dalla seconda guerra mondiale si è rialzata e si appresta ad affrontare la scena internazionale con spirito rinnovato e con un grande slancio verso il futuro, la modernità e la rimozione del passato.
Umi e Shun sono due ragazzi giapponesi di Yokohama: lei, orfana di padre e brava studentessa; lui, adottato e studente attivo e politicizzato.
Presto le loro vite si trovano sentimentalmente intrecciate, ma un’improvvisa rivelazione mette un freno alle loro aspettative future.

La collina dei papaveri (2013)

Lo Studio Ghibli ha sfornato un altro film di grande spessore: una semplice storia di amore e passione ambientata in un particolare periodo storico del Giappone, quando le paure del passato recente sembravano ormai scomparse ed un futuro radioso ma imprevedibile era alle porte.

La grande domanda che questo film si pone è: “Quanto valore ha il passato nella costruzione del nostro futuro?”.
Il parallelismo tra la storia tra Umi e Shun e il loro Giappone che vuole dimenticare a tutti costi distruggendo edifici e tradizioni nel nome del progresso non passa inosservata.
Non è un capolavoro di film, ma è sicuramente un importante tassello nel panorama sentimental-storico del cinema d’animazione giapponese.

VOTO:
3 tasselli e mezzo

La collina dei papaveri (2013) voto

Titolo originale: Kokuriko-zaka kara
Regia: Goro Miyazaki

Anno: 2013
Durata: 91 minuti

La morte corre sul fiume (1955)

La grande depressione fu un periodo terribile per l’economia mondiale e in special modo per i cittadini della giovane democrazia americana: industrie ferme, disoccupazione alle stelle e morale ai minimi storici.
Furono 10 anni (dal 1929 al 1939) di sofferenze per la classe media che, per la prima volta, si scoprì misera e impotente, da un giorno all’altro.
Alcuni morirono, molti sopravvissero di stenti e altri si diedero alla malavita pur di non veder morire di fame i propri cari.

1936, Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna
Florence Owens Thompson, americana, 32 anni, madre di 7 figli, povera in canna (1936)

La scintilla da cui questo film prende piede è proprio un episodio così: un padre di famiglia, Ben Harper, decide di rubare del denaro per ridare alla famiglia quello stile di vita a cui erano abituati; purtroppo durante la rapina due uomini vengono uccisi e così lui viene braccato, catturato e mandato a morte per impiccagione.
Prima di venire arrestato però, nasconde i soldi in un posto segreto a casa sua e fa promettere ai figli piccoli di non rivelarne mai l’ubicazione, mai.
In carcere, mentre aspetta di essere giustiziato, si fa scappare la cosa ad un compagno di cella, un reverendo pluriomicida (interpretato da un Robert Mitchum da antologia) che porta tatuate sulle dita delle mani le parole ‘amore’ e ‘odio’, particolare questo che verrà copiato e omaggiato innumerevoli volte nella storia del cinema e non.
Questo pazzo killer fanatico religioso, una volta uscito di galera, andrà alla ricerca della vedova e dei due orfani per mettere le mani sul denaro nascosto.

Mi fermo qui perché è un film che va assolutamente visto e non vorrei rivelare troppo.
Quello che si può dire è che il regista Laughton ha messo insieme una storia intrigante, una velata critica al modello americano e un’opera che non ha paragoni nel decennio del ’50.
Per il comparto visivo, ha tratto ispirazione dall’espressionismo tedesco degli anni ’20, lo stesso che descrisse appieno i fantasmi di intolleranza e barbarie che aleggiavano in Germania durante la repubblica di Weimar, e non è certo un caso: anche qui le ansie, i rancori, il finto perbenismo dei bravi cittadini americani si riversano su capri espiatori più o meno colpevoli, polli sacrificali che possono scongiurare la distruzione della società per un’altra settimana, fino alla prossima esecuzione pubblica o al prossimo linciaggio in piazza.

la morte corre sul fiume (1955) - 2
non ti preoccupare che nonna lo scotenna quello straniero di merda

L’America (e il resto del mondo) non sono poi cambiati molto: ancora oggi, quando le cose vanno male, ce la prendiamo con gli stranieri, con gli zingari, con il borseggiatore, con il poveraccio, con questo e con quello… ma mai con noi stessi.
Perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma il vicino è uno stronzo.

VOTO:
4 vicini e mezzo

La-morte-corre-sul-fiume-(1955)-Voto

Titolo originale: The night of the hunter
Regia: Charles Laughton
Anno: 1955
Durata: 93 minuti

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro è un film straordinario diretto da Robert Zemeckis e prodotto da Steven Spielberg, due pallottole di grosso calibro che negli anni hanno sfornato grandi classici (Used cars, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e appunto la trilogia di Ritorno al futuro).

Ma di cosa parla questo film?
Parla di un ragazzo sedicenne americano di una cittadina anonima chiamata Hill Valley (vallata collinare?), alle prese con i soliti problemi che affliggevano i giovani degli anni ottanta: bullismo a scuola, difficoltà nell’apprendimento, ragazze precoci, un talento musicale inespresso e tanta voglia di una macchina 4×4 per andare a scopare in collina il sabato sera.
Il suo unico vero amico è uno scienziato pazzo, Doc Brown, il quale riesce ad inventare una macchina del tempo adattando una DeLorean DMC-12, una macchina fallimentare degli anni ’80 resa celebre anche (e sopratutto) da questa pellicola.

Marty, questo il nome del ragazzo, assiste al riuscito collaudo della macchina in un parcheggio di un centro commerciale; sfortunatamente a rompere le uova nel paniere arrivano dei terroristi libici, alla guida di un furgoncino volkswagen, armati di bazooka e incazzati neri per non essere stati pagati dal dottore in cambio del plutonio da loro procurato, un plutonio che permette il viaggio nel tempo.
Confrontatisi coi libici, Doc muore con un mitragliata in petto e Marty decide bene di scappare usando la DeLorean la quale fa il suo sporco lavoro trasportandolo nel 1955, anno in cui i suoi genitori liceali si incontrarono per la prima volta.

A questo punto Marty deve fare due cose:
1- tornare indietro nel futuro (da cui il titolo).
2- fare sì che niente disturbi l’innamoramento dei suoi genitori, pena la sua scomparsa dalla storia.

Ritorno al futuro (1985)

Ritorno al futuro fu un tale successo che la Universal, studio produttore, decise immediatamente di cominciare la produzione per due altri titoli e completare così una trilogia mai pianificata in prima istanza (il finale col dottore che convince Marty a viaggiare nel futuro era solo uno scherzo, non un “cliffhanger” come poi è diventato).

Questa bomba commerciale inaspettata portò alla fama Robert Zemeckis, regista fino ad allora non di primo livello, e rese immortale una storia di fantascienza e amicizia intergenerazionale.
Purtroppo Hollywood ha da lungo tempo abbandonato il prolifico filone dei film scientifici e vagamente ribelli per abbracciare un populismo becero, sessista e nazional-socialista con solide punte capitaliste (Transformers, come al solito, su tutti).
Film come Ritorno al futuro, Gremlins, Navigator, Miracolo sull’8 strada (titolo originale *Batteries non included, tanto per dire che la religione non c’entrava un cazzo in inglese) rimangono esempi alti di come si può fare intrattenimento semplice per un pubblico vasto senza però sacrificare il messaggio e soprattutto glorificando lo sfigato, il deriso schiaffeggiato dalla vita per via dei soliti teppistelli che dopo il liceo si arruolano e vanno a sparare ai bambini Afgani mentre ascoltano Chris Brown.

Titolo originale: Back to the Future
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1985
Durata: 116 minuti

I love radio rock (2009)

Questo è un film pieno zeppo di canzoni degli anni 60.
Jeff Beck, The Who, David Bowie, The beach boys, Jimi Hendrix, The Supremes, Cat Stevens, The Kinks, The turtles, The moody blues sono solo alcuni dei gruppi le cui canzoni fanno da roboante colonna sonora ad un film altrimenti fiacco che si regge quindi tutto sull’ottima musica e su un buon gruppo di attori che passano la maggior parte del tempo a rendere interessante (nel 2013) vizi quali alcool, droga e sesso prematrimoniale.

I love radio rock (2009)
i protagonisti mentre vanno al pub in segno di ribellione al sistema

Ecco allora che le due ore e passa di film si sentono molto sulla groppa del povero pubblico pagante, specialmente quando i dialoghi prendono il posto delle canzoni, ed il film stenta ad affermarsi come ottima pellicola perché putroppo si scorda qual è il vero punto di attrazione di una storia quale quella di una radio pirata su una nave al largo delle coste nord delle isole britanniche nel 1966: fare controcultura, e non invece fumarsi l’anima coi soldi della pubblicità.

Peccato, perché pezzi come Let’s dance, The wind cries Mary, Friday on my mind, Eleonore, Dancing in the streets e Father and son potrebbero (e dovrebbero) avere miglior destino.

Titolo originale: The Boat That Rocked / Pirate Radio
Regia: Richard Curtis
Anno: 2009
Durata: 135 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Il pozzo e il pendolo (1961)

Un classico dell’orrore firmato Roger Corman.
Vincent Price interpreta Nicholas Medina, un nobile spagnolo la cui moglie è morta recentemente in circostanze misteriose; il di lei fratello arriva al castello per indagare sulla faccenda e troverà molti più misteri di quanti pensava di trovare.

Il pozzo e il pendolo, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, è una chicca del passato diretta dal re dei B-movie.
Questa è una delle sue opere più riuscite (forse la più) e nonostante l’esiguo numero di locations, praticamente poche stanze del castello e qualche esterno sulla spiaggia, qui si respira del grandioso.
Sarà Vincent Price, sarà la storia, sarà l’artificiosità teatrale degli attori che ben si addice ad un racconto ottocentesco, sarà l’anima de li mortacci vostra, Il pozzo e il pendolo rimane un ottimo film a distanza di più di 50 anni.

VOTO:
4 ultimi uomini sulla Terra

Il pozzo e il pendolo (1961) voto

Titolo originale: The Pit and the Pendulum
Regia: Roger Corman
Anno: 1961
Durata: 80 minuti