1981: Indagine a New York (2014)

Questo è un film complicato: complicato e per la trama, apparentemente semplice e invece piena di intrecci narrativi e (più o meno) importanti colpi di scena, e per il senso generale, diretto e sincero nell’esposizione da parte dello stesso protagonista e al contempo insoddisfacente e quindi sicuramente stratificato sotto livelli di emotività intellettuali che farebbero invida anche a Cronenberg.

Perché la storia di Abel Morales, un immigrato sud americano che ha fatto fortuna a New York nell’industria del trasporto carburanti da riscaldamento e che si trova a dover racimolare 1 milione mezzo di dollari in 30 giorni per chiudere un contratto per l’acquisto di un molo d’attracco sull’East River (Brooklyn and Queens) che gli permetterà di espandere enormemente il suo giro d’affari e di conseguenza il suo patrimonio, non è una storia come se ne vedono spesso.

1981: Indagine a New York (2014)
come vedere sul grande schermo una donna che sa far di conto

A Most Violent Year è un bellissimo film su un immigrato che crede nell’ ‘American dream’, cioè la possibilità di farcela da soli in un sistema molto competitivo ma giusto, un sistema che premia chi si impegna di più.
E Abel sono anni che si fa il culo per raggiungere il suo status sociale: da umile guidatore di camion, è riuscito ad acquisire la sua compagnia di carburanti da un gangster newyorkese che gli ha anche donato sua figlia, un’intelligente e pericolosa donna che si fa carico dei registri contabili della compagnia e che presto metterà nei guai il marito con la sua gestione dei soldi non proprio ortodossa.

Oscar Isaac, già apprezzato in Ex Machina, interpreta Abel e lo fa in maniera magistrale: partendo dal semplice nocciolo caratteriale di un uomo con un sogno più grande di lui ed una volontà di ferro è riuscito a creare un personaggio di una statura morale altissima, un industriale che si preoccupa dei suoi guidatori come si preoccuperebbe delle sue figlie, una sorta di padrone tardo romantico che crede nella giustizia interiore e che quindi dedica tutta la sua esistenza a non cadere nel facile tranello della malavita.
Jessica Chastain invece continua a macinare ottime interpretazioni eseguite con tutta la grazia e la modestia di una grande attrice; già apprezzata in Take Shelter e in Zero Dark Thirty (film pessimo sotto certi punti di vista), Jessica è una di quelle che sanno recitare ma che non vengono osannate come Julia Roberts o Scarlett Johansson solo perché portano la prima di reggiseno e probabilmente non si scopano i produttori hollywoodiani.

Ma a noi ce ne frega poco, ci basta sapere che il mondo continuerà a creare belle pellicole come questa e che il regno di terrore del Vaticano giungerà presto alla sua naturale fine.

VOTO:
4 olio Cuore e mezzo

1981: Indagine a New York (2014) voto

Titolo originale: A Most Violent Year
Regia: J. C. Chandor
Anno: 2014
Durata: 125 minuti

It Follows (2015)

Sono i primi anni ’80 e Jay è una teenager come tante: va al liceo, vive in un bel quartiere residenziale all’americana e vuole scoparsi il suo nuovo ragazzo, Hugh.
Una di queste cose però le tornerà in culo con la rincorsa.

Gira infatti una maledizione che si trasmette per via sessuale: una volta che la prendi da uno (già maledetto), un’entità ti seguirà a passo d’uomo fino a che non ti raggiungerà e ti farà a pezzi, non prima però di averti stuprato violentemente; fatto ciò, tornerà a seguire la persona precedente fino a raggiungerla ed ucciderla… o fino a che questa non cercherà di scoparsi qualcun altro per passare l’infamia a quel povero disgraziato.

It Follows (2015)

Vi ricordate quei video progresso anni ’90 del ministero della salute con la gente dal contorno viola?
Sì, quello che dovevi evitare l’AIDS altrimenti ti beccavi il contorno viola anche tu.
Ecco, It Follows è un po’ questo… e un po’ Carpenter, un po’ Gus Van Sant, un po’ Kubrick e un po’ l’anima de li mortacci sua che te mette paura.

Allora, penso abbiate già capito che il film è un non tanto velato metaforone sulle malattie veneree e sulla morte sociale, prima che personale, che spesso consegue l’infezione con la malattia.
Fosse però solo questo, il film sarebbe un pippone moralistico, come la pubblicità progresso di cui sopra; invece il giovane regista Mitchell confeziona intorno a questa semplice idea terrorizzante un prodotto raffinato ed eccezionalmente minimalista.

Guardando le lente panoramiche che seguono l’azione, gli zoom su paesaggi apparentemente vuoti e la desolazione di una Detroit in rovina, caduta su se stessa, non si può che rimanere incantati.
Le musiche (tutte create con sintetizzatori molto fine anni ’70, inizio anni ’80) sottolineano i momenti di tensione e quelli di riflessione con dovizia e con riserbo; queste note sostenute oltre il dovuto unite alle inquadrature perfette del film in questione fanno venire in mente in più di un’occasione le atmosfere di The Shining del compianto Kubrick, il che fa capire bene la portata di questa opera semi-esordiente.

Insomma, siamo di fronte ad un prodotto ottimo che, partendo da un concetto minimale ma efficace, arriva a delle punte di eccellenza d’altri tempi.

VOTO:
5 morti viventi alla Romero

It Follows (2015) voto

Titolo originale: It Follows
Regia: David Robert Mitchell
Anno: 2015
Durata: 100 minuti

Il labirinto del fauno (2006)

La Spagna di inizio 20° secolo era una terra di re pezzenti, in grave crisi economica e strutturale: la maggior parte della popolazione viveva in semi-povertà, i latifondisti governavano le poche terre coltivabili con pugno di ferro e metodi medievali, c’era la monarchia e il potere ecclesiastico permeava ogni aspetto della società.
Insomma, era come l’Italia di oggi.

Alle elezioni di aprile del 1931 i socialisti e i liberali repubblicani vinsero tutte le provincie, rendendo di fatto la monarchia obsoleta e indesiderata; il re scappò in esilio e si introdusse la nuova costituzione della neonata seconda repubblica spagnola.
Tra le varie riforme introdotte dal neo governo ci fu il suffraggio universale, la libertà di parola e di associazionismo, la separazione tra stato-chiesa e il divorzio.
Insomma, un formidabile passo avanti nel progresso… che però fece incazzare di brutto fascisti, nazionalisti, preti, nobili, monarchici e retrogradi teste di cazzo in generale.

Ecco quindi che tra il 1936 e il 1939 ci fu la cosiddetta Guerra Civile Spagnola che vide opporsi i Nazionalisti (di Franco) e i Repubblicani: i primi supportati da Portogallo, Germania nazista e Italia fascista; i secondi da Unione sovietica, Messico e associazioni di sinistra di tutto il mondo.
Tra i combattenti repubblicani più famosi ci furono Ernest Hemingway che dall’esperienza tirò fuori Per chi suona la campana e George Orwell che scrisse Omaggio alla Catalogna.
La guerra finì purtroppo con la vittoria dei fascisti e per i successivi 36 anni la Spagna fu governata da un manipolo di inetti trogloditi dalla mentalità ristretta; nonostante ciò nessuna potenza mondiale si è mai lamentata del fatto che ci fosse una nazione fascista in Europa fino al 1975.
Così, tanto per ricordare la faccia da culo dei governi mondiali quando parlano di stati canaglia e regimi totalitari.

Ora, detto tutto ciò, possiamo inquadrare meglio il periodo storico che Guillermo ha scelto per ambientare la sua favola fantasy dark più famosa: la storia di Ofelia, una ragazzina alle prese con il Capitano Vidal (il patrigno fascista) e le creature magiche che vivono nella sua testa.

Il labirinto del fauno (2006)

La giovane Ofelia è confinata con la madre incinta su una montagna spagnola dentro l’avamposto militare del Capitano Vidal, il suo nuovo fascistissimo patrigno.

Mentre Vidal dà la caccia ai partigiani comunisti, Ofelia esplora i boschi circostanti piena di curiosità e meraviglia ed un giorno si imbatte nel fauno, una creatura mitologica figlia della natura che riconosce in lei la principessa del mondo sotterraneo scomparsa anni prima.
La storia procede su binari paralleli: da una parte Ofelia cerca l’uscita dal labirintico mistero riguardante il suo passato, dall’altra la Spagna cerca di uscire dal medioevo culturale imposto dai nazionalisti.

Chi ce la farà?

Questa favola politica dai toni scuri e molto adulta fu un successo mondiale… e a ben ragione.
Gli effetti speciali sono bellissimi e in gran parte reali, ore e ore di trucco e animatronics hanno dato vita a dei personaggi affascinanti ed emozionanti; le interpretazioni sono in tono e solo in parte eccessive, d’altronde quando si ha che fare con una favola è anche giusto calcare un po’ la mano; e la storia è uno stranissimo miscuglio di generi e sensazioni che lascia una forte carica politica antifascista nello spettatore senza però pregiudicare tutta la parte immaginativa e più fanciullesca.

Guillermo del Toro si riconferma un regista capace e soprattutto uno che se ne frega delle regole cinematografiche: i fascisti sono cattivi, i comunisti sono martiri e le bambine muoiono come stronze.

Ops!

VOTO:
4 Guernica e mezza

Il labirinto del fauno (2006) voto

Titolo originale: El laberinto del fauno
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2006
Durata: 118 minuti

Il sorriso del capo (2011)

dio, patria, famiglia, vincere, combattere, morire, boia chi molla, duce duce dacci la luce, fuoco, fuoco purificatore, fuoco eterno, fiamme pure, in alto i cuori, faccette nere, se avanzo seguitemi, padre, madre, figli della lupa, autarchia, spezzare le reni alla grecia, perfida albione, scoparsi claretta petacci sulla scrivania di quercia a palazzo venezia, dichiarare guerra al mondo, scoreggiare in bocca a churchill, sbofonchiare il tedesco, perdere i capelli, nasone, ciccione di merda, fascio, fasci littori, fascismo, fasci combattenti, la marcia su roma, l’impero, i negri, le colonie estive, le colonie africane, le bombe sui cammelli, morire in russia, ebrei, ida dalser in manicomio, bastonato a testa in giù, crocche e papagni sul naso rotto in culo del capo del fascismo ignorante e privo di umorismo.

Coddio cane.

Marco Bechis, artista poliedrico nato in Chile da padre italiano nel lontano 1957, si fece notare nel mondo cinematografico nel 1999 con il suo capolavoro Garage Olimpo, un film sulle camere della tortura utilizzate dalla polizia segreta fascista argentina per estorcere informazioni dai famosi desaparecidos, cioè quei cittadini che sparivano dal giorno alla notte perché accusati di socialismo.

Sulla scia politica che lo ha sempre contraddistinto dal resto dei registi italiani buoni a chiacchiere ma fregne di merda coi fatti, nel 2011 Marco ci ha tirato fuori quest’opera strana, fatta esclusivamente di immagini d’epoca fascista dell’Istituto Luce e sporadiche dichiarazioni fuori campo di suo padre Riccardo.
Tramite le parole di lui e le immagini di repertorio, ci viene mostrata un’Italia totalmente soggiogata dalla propaganda di regime, un elemento essenziale per ogni dittatura; è ormai infatti di dominio pubblico l’enorme mole di studi e dati scientifici sulla diretta connessione tra comando e infantilismo e forse giusto un verme sotto i sassi di Matera può ignorare ciò che segue.

Per controllare una persona e fargli fare quello che si vuole, bisogna prima ridurre la sua personalità, schiacciarla con la propria e far sì che si instauri un rapporto da padre padrone: né troppo crudele ma neanche troppo tenero; l’ignoranza del soggetto passivo è virtù e la progressiva totale devozione il logico risultato.
Una volta imparata la tecnica poi la si può semplicemente riprodurre su larga scala e prendere il potere di un’intera nazione.

E Il sorriso del capo parla di questo: di come il Fascismo abbia preso il potere usando il bastone e la carota, con la demagogia e il totale oscuramento dei mezzi di informazione, crescendo intere generazioni di ragazzi totalmente devoti al regime e senza un briciolo di personalità o capacità decisionale propria.

L’opera in sé è un po’ disomogenea e non eccessivamente accattivante, ma rimane un interessante esperimento andato in onda a notte fonda su un canale secondario della RAI.
Quindi, come al solito, complimenti ai fascio-capitalisti nella televisione pubblica.

VOTO:
3 Berlusconi

Il sorriso del capo (2011) voto

Titolo originale: Il sorriso del capo
Regia: Marco Bechis
Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Midnight in Paris (2011)

Gil Pender è uno sceneggiatore hollywoodiano di successo che sogna di fare lo scrittore nella Parigi degli anni ’20 del secolo scorso.

Trovatosi nella capitale francese assieme alla sua ricca e superficiale fidanzata, scopre che ogni sera, ad una certa ora e in un certo luogo, può viaggiare indietro nel tempo e passeggiare per le strade parigine dell’epoca d’oro.
Durante queste incredibili poetiche notti incontrerà importanti artisti del passato come Picasso, Hemingway e Dalí e scoprirà quanto sia impossibile fuggire dai propri sogni… perché i sogni non son desideri, ma presenti rinnegati.

Midnight in Paris (2011)

Al suo 41esimo film, Woody Allen fa il botto: da parecchio tempo il regista newyorkese non sfornava un capolavoro come questo Midnight in Paris, e non ci sono parole a sufficienza per descrivere la quasi perfetta combinazione di fattori che ha portato a questo piccolo miracolo.
La fotografia è calda e avvolgente (prima volta di Allen alle prese col Digital Intermediate, praticamente la color correction col computer); la storia è sì semplice, ma assolutamente coinvolgente; e le prove attoriali sono di grandissimo spessore.
Soprattutto l’interpretazione dello scrittore represso dentro un guscio borghese da parte di Owen Wilson è senza dubbio perfetta; meraviglia che quest’attore molto sottovalutato non abbia incassato neanche un premio.

Fosse stato girato da chiunque altro, questo film sarebbe un capolavoro da oscar; invece il pubblico e la critica danno troppo spesso per scontato il genio di Allen e si scordano di dargli il giusto merito.
Unica nota negativa è l’interpretazione miserevole di Carla Bruni, la famosa modella troietta invecchiata, ora appaiata a quel nano fascista di Sarkozy, ex presidente della repubblica francese.
Cagna maledetta senza gloria, ringrazia iddio per ogni passo che conduci in questa valle di lacrime.

VOTO:
4 giraffe in fiamme e mezza

Midnight in Paris (2011) voto

Titolo originale: Midnight in Paris
Regia: Woody Allen
Anno: 2011
Durata: 94 minuti

Nick mano fredda (1967)

Tanto per cominciare, Nick non si chiama Nick, ma Luke.
In Italia il nome del carcerato ribelle interpretato da un formidabile Paul Newman è stato infatti arbitrariamente cambiato: da Lucas a Nicholas.

E perché vi chiederete voi?
A- Perché coddio; ecco perché.
B- Ma come? Sempre bestemmie?! Un po’ di rispetto per la più grande religione al mondo!
A- Beh, no, porca madonna; rispetto al cazzo del mulo che si incula il papa ogni venerdì.

Nick mano fredda (1967)

Vedete, Luke si chiama Luke in originale per un ben preciso motivo e cioè perché l’intero film è tempestato di simbolismi cristiani volti a tracciare un parallelo tra le sofferenze subite dal protagonista e la Passione di Cristo.

Un po’ di esempi in ordine sparso: il nome è quello di uno degli apostoli, morto martire; dopo la gara di uova (tagliata in Italia per evitare la scena finale) Luke è steso su un tavolaccio in chiara posizione crocifissa; la foto che Luke spedisce ai carcerati durante la sua seconda fuga richiama ovviamente l’immagine di Gesù e i due ladroni sul Calvario; e c’è persino una scena in cui Luke grida al cielo sfidando un dio che sembra averlo abbandonato, come Cristo sul Golgota.

Insomma, Cool Hand Luke è un gran bel film con un gran sottotesto: uscito a ridosso del famoso ’68, quasi in anticipo sulla grande rivoluzione culturale che investì mezzo mondo, questa pellicola è recitata da dio e girata con un bellissimo stile classico americano.
Quello stesso stile che gli studios hanno da tempo abbandonato in favore di ciarpame da due soldi buono solo a far presa nei paesi in via di sviluppo come Cina e India dove c’è molta ignoranza e tanti polli da spennare con gare in moto, salti sui muri e battute sessiste.

Luke mano fredda invece è un film eccezionale, scritto da un vero ex-carcerato e con un chiaro messaggio anti-autoritario e anarcoide.
Ovviamente non tutti hanno gli strumenti cognitivi sufficienti per capirlo; tra questi voglio ricordare Paolo Mereghetti, autore del famoso Dizionario omonimo, che a quanto pare ha detto a proposito di questa pietra miliare del cinema mondiale: “classico film carcerario, piuttosto crudo ma appesantito da un posticcio messaggio libertario”.

Fortunatamente, caro Paolo, a questo mondo c’è gente che ancora capisce l’arte e che quindi ha capito bene il perché di questo “posticcio” messaggio libertario che risiede in un’opera che ha un piede sul libero arbitrio cristiano e l’altro sul movimento culturale del ’68.
Una libertà che ci si è conquistati con secoli di lotte, a forza di mazzate sulla schiena e budella appese agli alberi.

Budella di borghesi come te.

Titolo originale: Cool Hand Luke
Regia: Stuart Rosenberg
Anno: 1967
Durata: 126 minuti

Storia di fantasmi cinesi (1987)

Ning Tsai-Shen è un giovane esattore delle tasse che gira per i villaggi cinesi a riscuotere i dindini dovuti allo stato.
Arrivato in una piccola città, trova rifugio in un tempio abbandonato; quello che Ning non sa è che il luogo è frequentato da spiriti maligni in cerca di facili prede da donare poi al Demone Albero che succhia loro la linfa vitale.
Per attirare queste prede, viene usato lo spirito di una giovane ragazza, Nieh Hsiao-Tsing, che deve sposare a breve il Demone dell’albero (di cui sopra) sotto cui è stata sepolta.

Ovviamente, essendo un film d’amore travestito da cappa e spada, l’umano e il fantasma si innamoreranno e Ning cercherà in tutti i modi di salvare Nieh dall’eterno castigo a cui sembra condannata.

Storia di fantasmi cinesi (1987)
l’eterno castigo qui assume la forma di un cazzo-spada

I film di cappa e spada sono un genere classico cinematografico che ha trovato le sue incarnazioni in diverse nazioni; in Cina è chiamato Wuxia e noi lo abbiamo conosciuto in realtà molto recentemente, con La tigre e il dragone.
Ecco, questo è un wuxia film molto divertente e ricco di spunti folli che attingono dalla tradizione culturale cinese, anche se è prodotto in Hong Kong.
L’esordiente regista, Siu-Tung Ching, è un maestro di arti marziali che si era già fatto un nome come coreografo di scene d’azione e che continuerà poi a collaborare come esperto d’arti marziali in molti altri film, tra cui i giganteschi Hero e La foresta dei pugnali volanti.

Ma al di là delle piacevoli chiacchere sul film in questione, qui la cosa più interessante è che ho finalmente scoperto che cazzo significa Mogwai, il nome degli esserini protagonisti del film Gremlins.
Allora:
“Fantasma” in cinese si dice “Guǐ” e da questo carattere/simbolo si formano vari derivati.
“Muguǐ” è uno di questi e significa “demone”.
Mogwai è una delle possibili grafie del bi-fonema Muguǐ.
Quindi Gizmo in Gremlins è un demone.

Grazie internet, anche oggi hai salvato il mondo.

Titolo originale: Sien nui yau wan
Regia: Siu-Tung Ching
Anno: 1987
Durata: 98 minuti

Crooklyn (1994)

E’ l’estate del 1973 a Bed-Stuy, un quartiere del settore Brooklyn della città di New York popolato principalmente da neri della classe medio-bassa; i ragazzi e le ragazze sono tutti fuori casa, a giocare e fare casino per le strade e sembra non vedano l’ora di crescere, tutti insieme.
Per Troy, una ragazzina di 9 anni con 4 fratelli, una madre insegnante e un padre musicista fallito, questa estate sarà fondamentale e gli eventi che si susseguiranno la faranno presto diventare adulta.

Mai come guardando questo film mi è venuto in mente il famoso detto africano “ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”.

Crooklyn è uno dei film meno conosciuto di Spike Lee, quando invece è uno dei più intimi e personali: in gran parte ispirato alla sua adolescenza in Brooklyn durante gli anni ’70, questa pellicola è un piccolo spaccato su un’epoca un po’ spensierata e un po’ ignorante che ormai non esiste più.

Non è un caso che qui non ci sia neanche un elemento politico, un accenno alle sommosse popolari e alle tante ingiustizie che i neri americani andavano subendo in quelle stesse strade; per un regista senza peli sulla lingua come Lee, questa scelta va ricercata nella chiara volontà di tracciare un semplice affresco di adolescenza rubata di una piccola bambina, una dei tanti neri americani privati di un futuro ancor prima di averlo sognato.
Mentre dorme infatti Troy immagina drogati che la rincorrono per i buoni pasto statali e durante il giorno usa un linguaggio da scaricatore di porto; una vita, la sua, completamente diversa rispetto a quella di sua cugina Viola che vive al sud in un quartiere residenziale all’americana dove i neri cercano di imitare i bianchi: vestendosi come loro, lodando il signore gesù cristo (bianco) e stirandosi i capelli per renderli lisci.

Troy invece, pur nella sua innocenza di bambina pre-adolescenziale, ha già visto tanto e nonostante non sia mai uscita dalle quattro vie del suo quartiere è già pronta per un mondo ostile che la guarderà sempre come una negra.

Titolo originale: Crooklyn
Regia: Spike Lee
Anno: 1994
Durata: 115 minuti

The Illusionist (2006)

E’ la fine del 19° secolo e c’è ancora l’Impero Austro-Ungarico, una monarchia tradizionalista incastonata in mezzo alla vecchia Europa.
Un giovane proletario, Eduard Abramovitz (ebreo?), comincia a fare piccoli trucchi di magia con i quali stupisce i compaesani; tra di essi c’è la nobile duchessa Sophie Von Teschen, la quale si invaghisce di lui e assieme tentano invano una fuga d’amore.

Passati quindici anni, Eduard torna in grande stile a Vienna: è diventato un grande mago e si fa chiamare Eisenheim; in un teatro del centro, compie trucchi miracolosi e la voce si sparge presto.
Fortuna vuole che in città viva la duchessa Sophie, ora promessa sposa del principe ereditario Leopold; i due amici di vecchia data si riconoscono e la passione torna più forte di prima.
Riusciranno i nostri eroi a coronare il sogno d’amore e a sbeffeggiare la monarchia asburgica?

The Illusionist (2006)

The Illusionist è un buon film.
Il suo stile classico, una storia un po’ telefonata ed interpretazioni contenute entro stilemi tradizionali, non devono scoraggiare lo spettatore più esigente. Molti sono infatti i punti a favore: le musiche sono di Philip Glass, la Vienna ricreata a Praga svolge bene la sua funzione e sicuramente non fa mancare un budget più generoso e Paul Giamatti fa il suo sporco ottimo lavoro, come sempre.
Uscito lo stesso anno di The Prestige di quel fascista di Nolan, questo film è stato presto dimenticato ed invece vale bene una visione per la naturalezza con cui ci racconta una semplice storia d’amore.

La cosa che lascia un po’ l’amaro in bocca invece è la cattiva caratterizzazione del principe Leopold che è basato su un personaggio realmente esistito: Rudolf d’Asburgo, erede al trono dell’Impero Austro Ungarico alla morte del padre Francesco Giuseppe.
Purtroppo per Giuseppe, il figlio Rudolf era un liberale e, nonostante fosse stato cresciuto a legnate e secchiate in faccia, si avvicinò in età adulta perfino agli ambienti socialisti.
La sua libertà sessuale poi gli regalò una gonorrea che rese sterile prima lui e poi la moglie Stefania, fervente cattolica e donnina di intelligenza limitata.
Questa sua vita travagliata fu coronata anche da una depressione cronica (ovviamente dovuta dall’essere circondato da emerite teste di cazzo) e il 30 gennaio 1889 Rudolf si sparò un colpo in testa dopo aver ucciso la sua recente amante minorenne Marie Vetsera.
Se fosse vissuto, avrebbe ereditato il trono d’Austria, togliendolo quindi a quel Francesco Ferdinando che si fece schioppare a Sarajevo dall’anarchico Gravilo Princip per le politiche repressive del suo casato; un evento questo che scatenò la prima guerra mondiale la quale portò poi alla nascita dei totalitarismi in Europa… e alla venuta quindi, qualche tempo dopo, della Democrazia Cristiana in Italia.

Insomma, una figura quella di Rudolf d’Asburgo sicuramente positiva per la sua estrazione sociale, e chissà… forse, se il giovane depresso non si fosse fatto saltare il cervello e avesse quindi preso in mano il potere, noi poi non avremmo avuto quel gran figlio di puttana di Andreotti.

Titolo originale: The Illusionist
Regia: Neil Burger
Anno: 2006
Durata: 110 minuti

Drugstore Cowboy (1989)

Le droghe sono sostanze che alterano il normale funzionamento psicofisico di chi le assume: le medicine sono droghe, perché ad esempio ti fanno sparire la febbre che è naturale e serve ad uccidere i virus che hai in corpo; il vino è una droga, più precisamente l’etanolo in esso contenuto; e anche la caffeina e la nicotina sono droghe.

Poi ci sono quelle che vengono considerate droghe dall’uomo comune (Carlo Giovanardi) cioè quelle per uso ricreativo; tra di esse c’è la marijuana, la cocaina e l’eroina, quest’ultima è un derivato della morfina, cioè l’oppio, cioè un fiore. Lo stesso fiore che fa addormentare Dorothy nel Mago di OZ…sì, Dorothy era strafatta di morfina.
Fino agli anni ’20 del secolo scorso, l’eroina era venduta in farmacia, questo vuol dire che qualche nonno si sarà fatto una bella pera per un banale mal di denti; dal 1925 però fu bandita da quasi tutti i paesi del mondo.

Ora, siccome l’offerta ufficiale è scomparsa ma la domanda non lo è, questo mercato è andato in clandestinità, chi ne fa uso è diventato un criminale e chi vende è un mafioso.
Insomma, si è risolto brillantemente il problema, spostandolo dalle farmacie del centro alle povere zone periferiche delle grandi città.

Drugstore Cowboy (1989)
e sui vostri pavimenti di casa

Bob Hughes, un ragazzo di 26 anni di Portland, ridente cittadina hippy dell’Oregon, stato americano oggi paradiso per tutti gli alternativi del mondo e dove è recentemente e ironicamente passata una legge che liberalizza l’uso di droghe leggere, Bob dicevo, è un ragazzo eroinomane che, insieme alla sua banda di giovani drogati, ruba le sostanze di cui ha bisogno alle farmacie di tutta la costa ovest americana.
Bob è intelligente e preparato, sa che è un gioco difficile da gestire e impossibile da vincere, ma ben presto si renderà conto che il vero nemico non è la droga, ma tutto quello che ci gira attorno: amici, parenti, polizia e moglie compresa.

Drugstore Cowboy è tratto da un libro autobiografico di un vero tossicodipendente e come tale mantiene una forte carica realista, dall’inizio alla fine; avere Gus Van Sant alla regia poi, aiuta a non cadere nei facili pietismi che affliggono questo genere di pellicole.
Gli attori sono bravissimi e Matt Dillon, uno dei più grandi attori sottovalutati degli ultimi 30 anni, fa un lavoro eccellente nel ricostruire un personaggio così complesso usando il minimo indispensabile di parole.

Ciliegina sulla torta, verso la fine del film fa una bella comparsata William S. Burroughs, il famoso scrittore tossicodipendente vicino agli ambienti della beat generation.
Omosessuale plurilaureato, Burroughs non ha mai avuto un lavoro stabile: per 6 mesi, suo personale record, fu disinfestatore. Questa vita al limite però non gli impedì di scrivere alcuni dei più bei romanzi del novecento e piazzarsi così nella top ten degli scrittori più influenti del secolo scorso.
William tra l’altro è famoso anche per un episodio folle: mentre era in Messico con la sua seconda moglie (amica, viste le sue tendenze sessuali), le sparò in testa mentre giocavano al Guglielmo Tell e fu quindi costretto a fuggire prima in Africa e poi a Tangeri, Marocco. L’episodio si fece poi strada nel suo romanzo più famoso, Il pasto nudo.

La cosa più bella di Burroughs però fu, secondo me, la sua critica al movimento hippy/figli dei fiori; si dice infatti che abbia detto al proposito: “Io i fiori ai poliziotti li lancerei, ma con tutto il vaso e la terra”.

Grazie William, e riposa in pace.

VOTO:
4 fiori

Drugstore Cowboy (1989) voto

Titolo originale: Drugstore Cowboy
Regia: Gus Van Sant
Anno: 1989
Durata: 102 minuti

L’evocazione (2013)

La famiglia Perron, padre madre e cinque figlie (e questo già dovrebbe far accendere la spia d’allarme) si trova in una casa infestata da spiriti maligni; giorno dopo giorno le manifestazioni si fanno più intense, fino a spingere i coniugi al gesto estremo: chiamare gli acchiappafantasmi che nel caso particolare rispondono ai nomi di Ed e Lorrain Warren, due esperti del paranormale così famosi in USA da tenere addirittura conferenze universitarie.

I due “ricercatori” dell’occulto vanno quindi a casa Perron, montano camere, microfoni e campanellini alle porte nella speranza di catturare un’immagine dello spettro infestante; quello che trovano invece è molto di più di uno spettro.
Trattasi difatti della manifestazione di Satana stesso attraverso lo spirito di una strega vagamente imparentata con il processo di Salem del 1692 durante il quale una comunità d’idioti impiccò 20 povere innocenti persone con l’accusa di stregoneria.

Sfortunatamente gli idioti hanno continuato a vagare tra di noi e nel 1971 si chiamavano Perron e Warren.

L'evocazione (2013)

Il pensiero scientifico e la logica sono stati tra le più grandi conquiste del genere umano; hanno dissipato la nebbia di paure ataviche e credulonerie idiote che troppo spesso hanno causato rabbia, violenze, dolore e ingiustizia durante tutto il nostro percorso su questo pianeta.
Sfortunatamente c’è ancora chi al giorno d’oggi, con i telescopi e le navicelle spaziali e l’educazione pubblica, pensa ancora che ci sia un uomo invisibile nel cielo che ci guarda quando ci facciamo le pippe.

E’ una cosa che tutte le persone dotate di un minimo d’intelligenza non riescono proprio a mandar giù, non solo per una pura questione formale, ma anche e soprattutto perché questi idioti del terzo millennio continuano a seminare rabbia, violenze, dolore e ingiustizia diffondendo le loro stupidaggini alle fasce di popolazione più deboli, economicamente ed emotivamente.

Non sorprende certo che la stregoneria sia sempre stata associata alle donne, alle minoranze e ai liberi pensatori; società arcaiche ed incolte hanno sempre visto malvolentieri questi spiriti liberi, questi elementi destabilizzatori dei loro stupidi piccoli mondi antichi fatti di merda e religione da baraccone.

La cosa che fa più male però è che film come questo The Conjuring danno involontariamente man forte alla religione cattolica che vuole farci credere come tutto l’oro che hanno serva solo a proteggerci da Satana.

“Bruceremo le chiese e gli altari
bruceremo i palazzi e le regge
con le budella dell’ultimo prete
impiccheremo il papa re”

Titolo originale: The Conjuring
Regia: James Wan
Anno: 2013
Durata: 112 minuti