Star Wars IV-VI (1977-1983) Despecialized Edition

La famosissima trilogia spaziale con protagonista un imberbe minorenne che non vuole fare il contadino perché lavorare la terra è per i perdenti mentre lui è un vincente e i vincenti dimostrano al mondo la loro superiorità sparando come forsennati ad altri imberbi come loro facendoli saltare in aria e disperdendo le loro cellule nel cosmo profondo.

Vaffanculo la campagna, vaffanculo la vanga, vaffanculo l’impianto d’irrigazione e la merda della vacca, vaffanculo zio Ben grasso laido che caca in mezzo al campo, vaffanculo le cime di rapa.
Viva la guerra, viva la morte, viva il sangue dei militari, viva la libertà di disintegrare le cervella degli altri, viva la candela corta e viva viva la fica larga, viva l’eiaculazione precoce, viva il moschetto, viva il duce e viva il re.

Star Wars IV-VI (1977-1983)

Sinceramente la trilogia originale è carina, ma niente di più.

Se tralasciamo le giustissime lodi al comparto tecnico che, tra navi spaziali e creature mostruose, ha creato un mondo realmente fantastico, sul versante storia invece siamo un pochino scarsi: vita morte e miracoli di un ragazzo che crescendo si trova ad affrontare il bivio tra virtù e corruzione al quale il padre aveva imboccato la via della perdizione anni prima non è poi così coinvolgente e la sensazione forte che si percepisce è una continua rincorsa alla prossima scena per costruire con l’accumulazione quello che la selezione non è stata in grado di fare.

MA in realtà il motivo per cui recensisco ‘sti 3 film è per segnalare l’ottima opera del ceco Petr Harmáček che solo soletto si è messo a fare quello che la Lucasfilm non ha mai voluto, ovvero donare al pubblico la versione originale della trilogia, cancellando per sempre dalla memoria le orribili Special Edition che il pingue Lucas ha rilasciato come noccioline lungo la strada dell’inferno.

Lavorando con alcune vecchie versioni in DVD, quella in Laserdisc, una pellicola spagnola in 35mm e alcune immagini degli sfondi originali, Harmy ha ricostruito fotogramma per fotogramma quello che gli spettatori videro al cinema tanti anni fa.
Ed è uno spettacolo.

Se proprio volete rivedere Star Wars, o siete tra i pochi che ancora non l’ha visto, vi consiglio caldamente Harmy’s Despecialized Edition.

VOTO:
3 armi

Star Wars IV-VI (1977-1983) voto

Titoli originali: Star Wars, The Empire Strikes Back, The Return of the Jedi
Regie: George Lucas, Ivin Keshner, s
Anni: 1977, 1980, 1983
Durate: 121 minuti, 124 minuti, 132 minuti
Comprali: https://amzn.to/3mpelYi

Dune (2021)

In un non meglio precisato futuro spaziale, la razza umana si è espansa a macchia d’olio per la galassia grazie ad una spezia chiamata melange che si trova solo sul pianeta Arrakis, altrimenti conosciuto come Dune.

A governare questo cencioso globo desertico, l’imperatore galattico ha piazzato da parecchi anni l’orribile casata degli Harkonnen che, con pugno di ferro e panza da lottatore di sumo, opprimono la popolazione locale dei Fremen, beduini drogati persi della super-spezia che ha donato loro lunga vita, occhi chiari e altri non meglio precisati poteri speciali.

Siccome però la casata degli Atreides, altra famiglia di vassalli spaziali, sta crescendo d’importanza e l’imperatore comincia a temerli, questi elabora un piano talmente convoluto e idiota che ci si chiede se l’imperatore non sia un cerebroleso.

Eccolo:
1- togliere il ricchissimo controllo di Arrakis agli Harkonnen.
2- darlo agli Atreides.
3- far partire la reggenza Atreides con particolare svantaggio fornendo loro mezzi pesanti antiquati e scassati.
4- farli quindi capitolare.
5- invaderli con la guardia imperiale.

Insomma, in altre parole: invece di schiacciare gli Atreides sul loro pianeta originale, l’imperatore li promuove e li fa spostare su un altro pianeta (col rischio di un successo) per poi schiacciarli comunque.

Io dico boh.

Dune (2021)

Seconda trasposizione cinematografica, dopo il grande flop di Lynch, e migliore adattamento dell’omonimo e famoso libro degli anni ’60 di Frank Herbert.

Sul versante prettamente cinematografico c’è poco da lamentarsi: gli enormi paesaggi si schiaffano con leggerezza inaudita in faccia allo spettatore seduto come uno scolaretto al cinema; le interpretazioni, anche se non eccezionali visto che sono anche giocate tutte sulla sottrazione, fanno il loro dovere; e .

Di contro abbiamo Oscar Isaac che alita come un deficiente sperando invano che il reparto effetti speciali faccia il suo magico lavoro di copertura e un generale senso di spaesamento narrativo, non tanto per la storia in sé che non è poi così complicata, quanto per uno scollamento tra la mia attenzione e il resto del mondo mentre mi sono trovato a vagare con la mente in pericolosissime quanto eccitanti visioni di furore e morte generalizzata a scapito dei più inermi e teneri esseri del mondo, i repubblicani.

Da vedere, probabilmente, così dicono.

VOTO:
3 scolaretti e mezzo

Dune (2021) voto

Titolo giapponese: デューン 砂の惑星
Regia: Denis Villeneuve
Anno: 2021
Durata: 155 minuti
Compralo: https://amzn.to/3iiMma9

La guerra di domani (2021)

Un padre assassino, cioè un militare, si ritrova insegnante di liceo (roba da matti) quando ecco che si materializzano dei tizi con in braccio dei fucili e lui viene nei pantaloni perché gli ricordano i bei tempi quando si divertiva a deturpare i cazzi degli iracheni nelle prigioni bunker da dove si udivano i lamenti dei prigionieri misti ai latrati delle loro madri cagne.

La vita è uno sballo quando hai un fucile davanti ai coglioni, pensa il berretto verde Dan Forester, e si offre quindi volontario per far parte dei gruppi d’assalto da mandare nel futuro per fare il culo a dei mostri mangiacazzi che ti dico levate.

La figlia di berretto Dan vuole sborrare pure lei e, in mancanza del cazzo del padre che tante notti ha preso in bocca, imbraccia libro e moschetto diventando una perfetta scienziata militare fascista.

La guerra di domani (2021)

Film demmerda che scopiazza senza vergogna un po’ tutto, in particolare Alien e Edge of Tomorrow, non riuscendo però a mantenere l’attenzione dello spettatore per più di 15 secondi, che io poi mi chiedo come si facciano ad avallare produzioni tanto costose con sceneggiature tanto misere.

E dire che sarebbe bastato metterci uno buono stupro di minorenne o un accoltellamento di senzatetto con la rincorsa… per dio, almeno un paio di tette arrossate dagli schiaffi!

E invece siamo costretti a goderci, si fa per dire, il cazzo venoso di Chris Pratt mentre viene succhiato avidamente dal cadavere di Virna Lisi.

VOTO:
2 Virna Lisi

La guerra di domani (2021) voto

Titolo originale: The Tomorrow War
Regia: Chris McKay
Anno: 2021
Durata: 138 minuti

Ritorno al futuro – Parte II (1989)

Marty è appena tornato dal 1955, la famiglia è diventata ricca, gli hanno comprato la jeep 4×4 per andare a scopare in camporella e tutto sembra volgere al meglio… quando d’improvviso sbuca nel vialetto di casa Doc Brown alla guida della DeLorean, gli fracassa il secchio dell’immondizia e comincia a farneticare del futuro, dei suoi figli e dio solo sa cosa diavolo s’è pippato.

Questo strambo incipit è l’inizio di un’avventura che trasporterà Marty, Jennifer, Doc Emmett ed il fortunato spettatore che avrà la sagacia di sintonizzare le antenna verso questo piccolo capolavoro anni ’80 che avrò visto un milione di volte e che non mi stancherò mai di apprezzare, prima nel “futuristico” 2015 e poi nel nostalgico 1955 mettendo in scena quasi un unicum nel panorama cinematografico mondiale, ovvero rivisitare un precedente film secondo un’altra prospettiva, quella di un personaggio estraneo che osserva e interagisce (con estrema cautela) con quelle vicende e quei personaggi che abbiamo visto e rivisto, donando loro nuova vita.

Ritorno al futuro - Parte II (1989)
il mangia-polvere!

In quest’epoca zeppa di cazzi e cazzotti non si vedono più film così ed è un peccato, perché Back to the Future Parte II, con questa sua verve ironica e mai stupida, è il perfetto veicolo cinematografico per far sognare un mucchio di adolescenti senza friggere loro il cervello.

Per chi ha già visto questo secondo capitolo di quella che è la migliore trilogia sui viaggi temporali mai girata, c’è poco da aggiungere; per chi invece si appresta a vederlo per la prima volta, per via della propria giovinezza, per semplice noncuranza o perché si è risvegliato ora da un coma, mi sento in dovere di non spoilerare nulla di quello che è un bellissimo intreccio narrativo, molto carico di humour e di frenesia.

PS: chiaramente va visto solo ed esclusivamente dopo il primo capitolo.

VOTO:
5 mangiapolvere

Ritorno al futuro - Parte II (1989) voto

Titolo originale: Back to the Future Part II
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1989
Durata: 108 minuti

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

Star Wars: Episode I – London Premiere

Enjoy these scans of some original negatives taken at the London premiere of Star Wars: the Phantom Menace.

The venue was the Odeon cinema in Leicester square and the attendants were Stephen Hawking, George Lucas, Ewan McGregor, Natalie Portman, Samuel L. Jackson, Peter Mayhew, Warwick Davis, Rick McCallum, Jonathan Ross, Kenny Baker, Melanie Brown (Spice Girls), Ronan Keating (Boyzone), Brian May (Queen) and lots of other strange people.

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti

Solo: A Star Wars Story (2018)

Sul pianeta Corellia la vita è una merda ed Han e Qi’ra lo sanno bene: sono due ex giovani orfani arruolati come ladri da una millepiedi con lo xeroderma pigmentoso che sognano di fuggire da quell’esistenza fatta di soprusi e sberle in bocca per rifarsi una vita assieme nella casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

Le cose però riescono a metà perché a passare la frontiera aeroportuale ci riesce solo Han, ribattezzato Han Solo quando si arruola nell’esercito imperiale per svicolare dai suoi inseguitori; ma non preoccupatevi: Han giura che tornerà indietro per riprendersi Qi’ra.
Tuttavia Han Solo non ha visto i film di Star Wars ed ignora quindi che ogni singolo personaggio che ha giurato di tornare indietro per salvare i suoi cari non ha mai mantenuto la promessa.

Seguiremo quindi le prime avventure di uno dei personaggi più famosi di una delle saghe cinematografiche più famose durante i momenti cruciali della sua esistenza: il primo incontro con Chewbacca, la perdita dell’innocenza, la conoscenza di Lando “Childish Gambino” Calrissian, la prima sega, la sua famosa pistola e il primo volo con Millennium Falcon.

Ma al di là di tutto, quello che è più importante per i fan sfegatati di Star Wars è che finalmente Han spara per primo.

Solo: A Star Wars Story (2018)

Visto che la critica lo aveva quasi distrutto, dipingendolo come un incongruente ammasso di idee divergenti frutto della sostituzione in corso della regia, sono giunto a questa visione con aspettative molto basse… e la cosa mi ha giovato enormemente.

Si dà il caso infatti che questo film, lungi dall’essere la cosa migliore mai apparsa sulla Terra, funge piacevolmente da frenetico intrattenimento senza risultare sbrodolone o lezioso ed anzi elevandosi, in rari frangenti, quasi a funzionale parodia dello stesso carrozzone.
A tal proposito è inevitabile commentare L3, il droide femminista e ribelle dalle maniere a dir poco discutibili, che fa letteralmente venire il prurito alle mani a chiunque dotato di un minimo di intelligenza osservi le sue patetiche gesta da Social Justice Warrior.
La satira di tutti quei poveri scemi svegliatisi ieri sui problemi sociali, ma sprovvisti di una chiave di lettura politica coerente, che sentono il dovere d’infilare stupide diatribe su razzismo e femminismo nei momenti meno appropriati è talmente plateale che faccio fatica a conciliare la scrittura di un tale personaggio all’interno di un universo iper attento, per fini commerciali, alle rimostranze di questi miopi idioti. Un fittizio universo portato avanti da una multinazionale dell’intrattenimento sempre in prima fila quando si parla d’infilare qui e là ammiccamenti (a volte innocui, altre deleteri) agli SJWs e sempre all’ultimo banco quando si parla di ristrutturare la piramide socio-economica.

Insomma, nonostante la fatica nel seguire questo vagone merci chiamato Star Wars e la constatazione che niente si crea e nulla si distrugge, si può passare un paio d’ore liete coi vostri cari pargoli ai quali farete una carezza dicendo che sono io a darla.

VOTO:
3 carezze e mezza

Solo: A Star Wars Story (2018) voto

Titolo di lavorazione: Star Wars: Red Cup
RegiaPhil Lord e Chris Miller Ron Howard
Anno: 2018
Durata: 135 minuti

A Quiet Place (2018)

Una simpatica famigliola di americani vive nel silenzio più assoluto in una sperduta fattoria facendo rare quanto ponderate scappatelle in città per rifornimenti.

Tutto sembrerebbe supporre una semplice scelta salutista, di ritorno alla natura, se non fosse per il piccolo dettaglio che la famiglia in questione vive in un mondo post-apocalittico distrutto, probabilmente in maniera irreversibile, da un misterioso drappello di mostri alieni iper-sensibili ai rumori.
Difatti, se questi mostri ti sentono parlare sottovoce o se ti cade un libro a terra, ecco che si dirigono a tutta birra verso la fonte sonora e ti sfrugugnano di mazzate riducendoti velocemente in brandelli.

E quindi:
se una creatura è iper-sensibile ai suoni, quale sarà il suo punto debole?
Come sarà possible farla fuori?

La famiglia di decerebrati ci arriverà dopo 473 giorni di ponderata riflessione.

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Film molto anticipato da molti e molto odiato da me.

Non che sia un abominio, assolutamente; il problema risiede però in quel suo sfacciato desiderio di sedere tra i film dei grandi, i film fighetti che mascherano una tematica profonda dentro un film di genere.
Qui invece appare chiaro che siamo agli antipodi e cioè un banale film di genere che si maschera da filmetto profondo per fotterti le banconote riposte profondamente dentro le tasche.

Il problema fondamentale della pellicola, al di là di alcune sviolinate vomitevoli tra cui la turbolenta e piena d’incomprensioni relazione padre-figlia (sorda), vero e proprio fulcro della storia, oppure l’incredibile gravidanza annuale della madre che io non so che sperma ritardato abbia il padre (ne ho vedute tante da raccontar giammai una gravidanza di 384 giorni), a rovinare veramente l’opera è soprattutto la serie di regole secondo le quali il film decide di giocare e che poi infrange come nulla fosse quando la spendibilità di una scena verso il pubblico generalista lo richiede.

Roba che ad esempio i personaggi ripetono mille volte (col linguaggio dei segni) quanto sia importante mantenere un religioso silenzio per non finire sterminati nel battito d’ali d’un colibrì e dopo 10 minuti li vedi sgambettare nei campi di mais facendo un casino della Madonna perché c’è una scena di tensione e allora chi se ne frega delle regole.

VOTO
2 mais e mezzo

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018) voto

Titolo esteso: A Quiet Place – Un posto tranquillo
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Durata: 90 minuti

Starship Troopers (1997)

Nel 23esimo secolo la Terra è unita sotto un unico regime para-fascista che glorifica il sacrificio personale verso la Patria, specialmente quello fisico, e detesta i pappamolle pacifisti.

John Rico, Dizzy Flores, Carmen Ibanez e Carl Jenkins sono 4 giovani appena diplomati che decidono di arruolarsi nell’Esercito della Federazione; chi per fare carriera, chi perché appassionata di navi spaziali falliche e chi per seguire l’amore che chiaramente gli darà in culo al primo giro dell’angolo.
Questi giovani figli della patria troveranno pane per i loro denti nella guerra interplanetaria contro Klendathu, un corpo celeste all’altro capo della nostra galassia popolato da una specie aliena di aracnidi che non vedono di buon occhio l’invasione del loro pianeta per mano dei nazi-fascisti della Terra.

Starship Troopers (1997)

Magnifica satira del militarismo e dell’imperialismo americano tutta giocata sull’eccesso e sul ribaltamento di significato.

Difatti solo un imbecille potrebbe prendere sul serio la spregiudicata propaganda fascista che trasuda da ogni costume da gerarca, ogni dialogo sulla decadenza morale della democrazia e ogni inquadratura d’ogni perfetto metro di città sulla quale camminano bellissime persone sorridenti in un pauroso clima di pace romana mondiale.

Alla sua uscita fu un bel flop al quale contribuì molto probabilmente la stupidità di chi andò a vederlo e lo considerò nella migliore delle ipotesi uno strano film d’azione con personaggi e intrecci da serial televisivo per adolescenti quando invece la genialità dell’opera risiedeva proprio in questo suo sfacciato e orrendo travestimento da storia d’amore nello spazio.

Consigliato a chiunque abbia un briciolo di cervello e un assoluto must per i fan delle affabili distopie alla RoboCop.

VOTO:
5 briciole

Starship Troopers (1997) voto

Titolo completo: StarShip Troopers – Fanteria dello spazio
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Durata: 129 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Ready Player One (2018)

Nel 2045 la vita sulla Terra è una merda e la maggioranza della gente vive in orribili baraccopoli multilivello; per sfuggire a questa triste realtà i terrestri si rifugiano quotidianamente nella fantastica realtà virtuale creata da un videogioco chiamato Oasis dentro il quale possono essere ciò che vogliono, fare ciò che desiderano e vivere avventure mozzafiato immergendosi in una galassia di riferimenti della pop culture anni ’70 ’80 e ’90.

Quando James Halliday, il creatore di Oasis, tira le cuoia lasciando di stucco mezzo mondo, viene rivelata l’esistenza di un easter egg all’interno del gioco che permetterebbe l’acquisizione di 3 biliardi di dollari nonché il controllo totale di Oasis.
E ovviamente scoppia una ressa clamorosa per la caccia al tesoro più redditizia della storia; da una parte una malefica compagnia privata che impiega semi-schiavi per l’acquisizione del misterioso segreto e dall’altra i 5 giovini protagonisti di questo film per ragazzini.

Ready Player One (2018)

E’ una stupidaggine, punto.

Nonostante alla guida ci sia un testone come Steven Spielberg, il film soffre inevitabilmente l’effetto videogioco, e cioè bella grafica e storia di merda.
Perché, e questa è una cosa che solo un appassionato giocatore con un’altrettanto buona cultura cinematografica potrebbe indicare, la storia più interessante mai creata per un videogioco non riesce ancora a competere con un normale film, figuriamoci con i migliori.

La sensazione che si ha quindi, guardando volteggiare quest’infinita serie di citazioni riversate come una pioggia battente sulle teste dei poveri spettatori, è quella di trovarsi di fronte ad una mediocre trasposizione cinematografica di un videogioco famoso, tipo Final Fantasy: The Spirits Within che infatti oggi chi se lo incula, con la speranza al botteghino di contare sull’effetto nostalgia del pubblico 40enne il quale però resta inevitabilmente bruciato da una semplicistica narrazione molto più adatta ai pubescenti.
Insomma, una dicotomia più che apparente ad uno che non approcci la questione con fare menzoniero.

Un peccato, perché la sfida era dura da battere ma si sarebbe potuto ottenere molto di più dall’imponente massa di marchi e franchise che i produttori sono riusciti a mettere assieme (spendendo sicuramente una consistente parte del budget).

VOTO:
2 menzonieri e mezzo

Ready Player One (2018) voto

Titolo uruguaiano: Ready Player One: Comienza el juego
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Durata: 130 minuti

Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus:
il primo episodio (infame) di Star Wars!

Dai, quello bruttarello e noioso che anche se l’hai visto 3 o 4 volte non riesci ancora a capire che cazzo si è bevuto George Lucas per mettere in scena quel casino della Federazione del Commercio che fa l’embargo al pianeta Naboo; roba che farebbe invidia al Governo Prodi quando fece il blocco navale con l’Albania nel 1997, un evento che culminò poi col famoso speronamento della barca Katër i Radës da parte di una corvetta della marina italiana a seguito del quale morirono 81 poveracci.

Purtroppo per noi invece questa pellicola è quasi priva di morti, gravissimo per un film western quale poi Star Wars è (era?), e quelli che capitano non riescono ad avere alcuna rilevanza emotiva; tipo che quando muore Qui-Gon Jinn non me n’è fregato niente di nulla e piuttosto già pensavo a quale bestemmia scrivere in questa recensione.

Il resto della storia include roba poco interessante e coesa male: corse con bighe stellari, bambini rompicoglioni, diavoli ninja, razzismo latente, politica, il famigerato Jar Jar Binks (che secondo alcuni complottisti era destinato ad essere il mega cattivone di questa seconda trilogia prima d’essere prontamente ridimensionato dopo l’immediata ed unanime stroncatura da parte del pubblico) e poi tanta ma tanta ma tanta computer grafica.

Così tanta infatti che  forse il film è finto all’80%, e si vede.

Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma (1999)

Non ci sono molte parole per definire uno dei più grandi mal di coglioni della storia del cinema: atteso per 16 anni, questo film non è riuscito minimamente a sgonfiare l’eccitamento di milioni di fan sfegatati (che io sfegaterei per davvero) i quali hanno fatto file chilometriche e dormito all’addiaccio per essere poi ripagati con sudicia moneta.

Molto è stato detto e forse anche troppo, vedi la famosissima video recensione di Mike Stoklasa per Red Letter Media e la sconosciuta risposta di 108 pagine che nessuno ha letto; da leggere con gusto invece è la simpatica recensione di questo Phantom Menace che a suo tempo scrisse un 27enne Eli Roth, successivamente regista di Hostel e Cabin Fever e magnifico interprete del Bear Jew in Inglourious Basterds, il quale riversò sulla tastiera una serie infinita di lamentele e insulti al film e chi l’aveva realizzato per concludere poi con una magnifica e condivisibile chiosa:

Still, Natalie Portman’s like totally hot. I kept lookin’ at my date, thinking “Man, if she was Natalie Portman that’d be so awesome. Gettin’ a B.J. from her would rule.”

VOTO:
2 Natalie Portman e mezza

Star Wars- Episodio I - La minaccia fantasma (1999) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode I – The Phantom Menace
Regia: George Lucas
Anno: 1999
Durata: 136 minuti