1981: Indagine a New York (2014)

Questo è un film complicato: complicato e per la trama, apparentemente semplice e invece piena di intrecci narrativi e (più o meno) importanti colpi di scena, e per il senso generale, diretto e sincero nell’esposizione da parte dello stesso protagonista e al contempo insoddisfacente e quindi sicuramente stratificato sotto livelli di emotività intellettuali che farebbero invida anche a Cronenberg.

Perché la storia di Abel Morales, un immigrato sud americano che ha fatto fortuna a New York nell’industria del trasporto carburanti da riscaldamento e che si trova a dover racimolare 1 milione mezzo di dollari in 30 giorni per chiudere un contratto per l’acquisto di un molo d’attracco sull’East River (Brooklyn and Queens) che gli permetterà di espandere enormemente il suo giro d’affari e di conseguenza il suo patrimonio, non è una storia come se ne vedono spesso.

1981: Indagine a New York (2014)
come vedere sul grande schermo una donna che sa far di conto

A Most Violent Year è un bellissimo film su un immigrato che crede nell’ ‘American dream’, cioè la possibilità di farcela da soli in un sistema molto competitivo ma giusto, un sistema che premia chi si impegna di più.
E Abel sono anni che si fa il culo per raggiungere il suo status sociale: da umile guidatore di camion, è riuscito ad acquisire la sua compagnia di carburanti da un gangster newyorkese che gli ha anche donato sua figlia, un’intelligente e pericolosa donna che si fa carico dei registri contabili della compagnia e che presto metterà nei guai il marito con la sua gestione dei soldi non proprio ortodossa.

Oscar Isaac, già apprezzato in Ex Machina, interpreta Abel e lo fa in maniera magistrale: partendo dal semplice nocciolo caratteriale di un uomo con un sogno più grande di lui ed una volontà di ferro è riuscito a creare un personaggio di una statura morale altissima, un industriale che si preoccupa dei suoi guidatori come si preoccuperebbe delle sue figlie, una sorta di padrone tardo romantico che crede nella giustizia interiore e che quindi dedica tutta la sua esistenza a non cadere nel facile tranello della malavita.
Jessica Chastain invece continua a macinare ottime interpretazioni eseguite con tutta la grazia e la modestia di una grande attrice; già apprezzata in Take Shelter e in Zero Dark Thirty (film pessimo sotto certi punti di vista), Jessica è una di quelle che sanno recitare ma che non vengono osannate come Julia Roberts o Scarlett Johansson solo perché portano la prima di reggiseno e probabilmente non si scopano i produttori hollywoodiani.

Ma a noi ce ne frega poco, ci basta sapere che il mondo continuerà a creare belle pellicole come questa e che il regno di terrore del Vaticano giungerà presto alla sua naturale fine.

VOTO:
4 olio Cuore e mezzo

1981: Indagine a New York (2014) voto

Titolo originale: A Most Violent Year
Regia: J. C. Chandor
Anno: 2014
Durata: 125 minuti

7 psicopatici (2012)

Marty è uno sceneggiatore hollywoodiano che sta cercando di scrivere un film su 7 assassini psicopatici (da cui il titolo); ad aiutarlo arriva il suo amico attore fallito Billy il quale vive rubando i cani ai parchi e incassando poi la ricompensa dai rispettivi padroni una volta averli riportati da loro.
A complicare le cose però arriva l’incazzato Charlie, un criminale mafioso affezionatissimo al suo cagnetto Bonny che è stato sequestrato da Billy e Hans, un ex religioso dal violento passato che ora collabora con Billy nella truffa dei cani rubati.

Insomma, sembra proprio ce ne sia abbastanza per confezionare un film strambo e divertente.

7 psicopatici (2012)

Il regista Martin McDonagh, già apprezzato per In Bruges e il suo corto d’esordio Six Shooter, è uno che viene dal teatro, e si vede: il parallelismo tra la sceneggiatura di Marty e il film stesso è piacevolissima e complicata al punto giusto, fa venire in mente Adaptation (il che è solo che un bene), e i continui rovesciamenti di genere e ritmo non fanno altro che confermare la perfetta padronanza del mezzo da parte del regista.

Le interpretazioni poi sono euforiche e volutamente sopra le righe: Woody Harrelson fa il suo personaggio preferito, cioè il criminale matto con un lato femmineo; Sam Rockwell si è sbiancato i denti e ha dato libero sfogo alla sua più profonda vena istrionica confezionando un’interpretazione memorabile, leggermente reminiscente di Wild Bill ne Il Miglio Verde; e il sempre grandissimo Christopher Walken…
beh, è Christopher Walken, c’è veramente bisogno di spiegare?

VOTO
4 cagnetti di merda

7 psicopatici (2012) voto

Titolo originale: Seven Psychopaths
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2012
Durata: 110 minuti

Outrage (2010)

Lo yakuza Otomo, interpretato da Takeshi Kitano, si trova tra l’incudine e il martello: da una parte il suo capo Ikemoto gli ordina di mettere fuori gioco un boss rivale, Murase, il quale è inviso al capo clan Sekiuchi; dall’altra Sekiuchi lo sta solo usando come pedina di un gioco complesso di equilibri di potere alla fine del quale pochi rimarranno in vita.

Come da tradizione Kitaniana.

Kitano torna un po’ alle origini con questa storia di crimine organizzato, tranelli ed eroi perdenti; dopo una serie di pellicole sperimentali e non sempre ben accette dal suo fedele pubblico, Takeshi infatti si rimette i panni del silenzioso sottoposto costretto a fare il lavoro sporco.

Rispetto al passato, qui la storia si espande anche sui personaggi comprimari e non si focalizza troppo su di lui; mentre sul lato tecnico, montaggio e musiche si confermano i suoi punti forte.
Per quanto riguarda quest’ultima, Kitano ha richiamato il grande Keiichi Suzuki con il quale aveva già collaborato per Zatoichi; forse alcuni conosceranno questo compositore per le musiche di Mother ed Earthbound, storici videogiochi di ruolo giapponesi.

Titolo originale: Autoreiji
Regia: Takeshi Kitano
Anno: 2010
Durata: 109 minuti

Looper (2012)

Nel 2074 è impossibile uccidere qualcuno senza che la polizia lo sappia; nel 2044 invece si può.
Come unire le due cose?
Semplice: coi viaggi nel tempo!

Joe nel 2044 è un “Looper”, un assassino per conto della mafia del futuro: le vittime vengono mandate indietro nel tempo, ad aspettarle c’è un looper che gli spara una fucilata in petto nel momento esatto in cui appaiono, le vittime portano sulle spalle la ricompensa per il looper il quale, preso il malloppo, si disfa del cadavere. Ciliegina sulla torta, dopo 30 anni i loopers vengono “ritirati” mandandoli indietro nel tempo per essere uccisi dai loro stessi giovani.
Un meccanismo pulito come un cielo d’agosto senza nuvole, sembrerebbe.

A complicare le cose però, arriva la notizia che nel futuro c’è un nuovo boss, detto “Rainmaker”, che sta facendo piazza pulita di rivali e loopers; questo superstronzo pare abbia poteri sovrannaturali e un’insana violenza dentro.
Il Joe del futuro, mandato indietro nel tempo per essere ucciso dal Joe del presente, riesce a scappare e decide di trovare il Rainmaker quando è ancora un bambino, farlo poi fuori e salvare quindi il futuro (e la moglie, che nel frattempo è stata fatta fuori dagli sgherri del succitato superstronzo).

Un casino?
In realtà, no: la trama è inaspettatamente incisiva e semplice, costruita bene a tavolino e con tutti gli incastri temporali al posto giusto.
Gli attori sono bravi, con un Joseph Gordon-Levitt (il Joe del presente) che porta in faccia 3 chili di makeup e un naso finto per assomigliare a Bruce Willis (il Joe del futuro).

Un bel film di fantascienza come se ne vedono raramente.

Titolo originale: Looper
Regia: Rian Johnson
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

Carlito’s way (1993)

Al Pacino e Brian De Palma avevano collaborato nel 1983 per dare vita al film culto Scarface.
Dopo 10 anni eccoli ancora insieme in una storia simile e allo stesso tempo completamente diversa.

Carlito Brigante esce di prigione, per un cavillo legale sfruttato ad arte dal suo amico e avvocato Dave Kleinfeld, dopo aver scontato una pena di 5 anni, 5 anni durante i quali sembra essere cambiato totalmente: da trafficante di droga e assassino plurimo, Carlito è rinato, trasformato; vuole smetterla con la strada e sogna un lavoro normale su un’isola caraibica.
Putroppo però la strada non ti lascia andare facilmente e, nonostante i buoni propositi, il portoricano protagonista di questa storia si ritrova sempre più invischiato nel solito giro vizioso di violenza e morte fino ad un tragico epilogo/incipit.

Carlito's way (1993)

Carlito’s Way è un film girato magnificamente: nonostante alcune facilonerie nella caratterizzazione di alcuni personaggi e certi dialoghi un po’ strambi, questa storia di redenzione negata e di un amore che dovrebbe vincere su tutto resta una storia perfetta, come un’orologio pronto a scoppiare in faccia allo spettatore medio.

E Sean Penn, diabolico avvocato ebreo cocainomane roscio coi capelli ricci, è uno spettacolo.

Titolo originale: Carlito’s way
Regia: Brian De Palma
Anno: 1993
Durata: 144 minuti

Hana-bi – Fiori di fuoco (1997)

Takeshi Kitano è un personaggio dalle mille sfaccettature: commediante, attore, pittore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, opinionista e regista, è sempre riuscito a passare da un campo all’altro senza risentirne artisticamente.
Dopo 6 film dal buono spessore, nel ’97 se ne uscì con questo gioiello cinematografico a metà strada tra il calcio nello stomaco e la fantasia fanciullesca.

Hana-Bi è la storia di Nishi, ex poliziotto che vive nel rimorso per la morte di un collega durante un’azione da lui diretta e con una moglie malata terminale di leucemia con cui non parla più dalla morte della loro figlia piccola.
Insomma, una storia tragica parzialmente ispirata all’incidente/tentato suicidio in motocicletta subito da Kitano nel 1994, incidente dal quale è sopravvissuto con metà volto sfigurato e paralizzato.

Hana-bi - Fiori di fuoco (1997)
uno dei tanti dipinti di Kitano utilizzati nel film

Hana-Bi vuol dire Fuochi d’artificio, ma separate le due parole significano fiori e fuoco, e proprio su questa dicotomia gioca tutta la pellicola (e un po’ tutta la filmografia di Kitano); sempre con un piede nella pozzanghera di sangue ed uno in un campo di margherite immacolate.

Questa scelta inconsueta e apparentemente stridente non è dovuta ad una indecisione stilistica, ma proprio all’opposto: ad una ricerca della sottile linea rossa che corre veloce tra la nascita e la morte, quella linea che percorriamo in punta di piedi, come equilibristi, sperando di arrivare fino in fondo e prenderci il meritato applauso.

Titolo originale: HANA-BI
Regia: Takeshi Kitano
Anno: 1997
Durata: 103 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a digiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)
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