Looper (2012)

Nel 2074 è impossibile uccidere qualcuno senza che la polizia lo sappia; nel 2044 invece si può.
Come unire le due cose?
Semplice: coi viaggi nel tempo!

Joe nel 2044 è un “Looper”, un assassino per conto della mafia del futuro: le vittime vengono mandate indietro nel tempo, ad aspettarle c’è un looper che gli spara una fucilata in petto nel momento esatto in cui appaiono, le vittime portano sulle spalle la ricompensa per il looper il quale, preso il malloppo, si disfa del cadavere. Ciliegina sulla torta, dopo 30 anni i loopers vengono “ritirati” mandandoli indietro nel tempo per essere uccisi dai loro stessi giovani.
Un meccanismo pulito come un cielo d’agosto senza nuvole, sembrerebbe.

A complicare le cose però, arriva la notizia che nel futuro c’è un nuovo boss, detto “Rainmaker”, che sta facendo piazza pulita di rivali e loopers; questo superstronzo pare abbia poteri sovrannaturali e un’insana violenza dentro.
Il Joe del futuro, mandato indietro nel tempo per essere ucciso dal Joe del presente, riesce a scappare e decide di trovare il Rainmaker quando è ancora un bambino, farlo poi fuori e salvare quindi il futuro (e la moglie, che nel frattempo è stata fatta fuori dagli sgherri del succitato superstronzo).

Un casino?
In realtà, no: la trama è inaspettatamente incisiva e semplice, costruita bene a tavolino e con tutti gli incastri temporali al posto giusto.
Gli attori sono bravi, con un Joseph Gordon-Levitt (il Joe del presente) che porta in faccia 3 chili di makeup e un naso finto per assomigliare a Bruce Willis (il Joe del futuro).

Un bel film di fantascienza come se ne vedono raramente.

Titolo originale: Looper
Regia: Rian Johnson
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

Carlito’s way (1993)

Al Pacino e Brian De Palma avevano collaborato nel 1983 per dare vita al film culto Scarface.
Dopo 10 anni eccoli ancora insieme in una storia simile e allo stesso tempo completamente diversa.

Carlito Brigante esce di prigione, per un cavillo legale sfruttato ad arte dal suo amico e avvocato Dave Kleinfeld, dopo aver scontato una pena di 5 anni, 5 anni durante i quali sembra essere cambiato totalmente: da trafficante di droga e assassino plurimo, Carlito è rinato, trasformato; vuole smetterla con la strada e sogna un lavoro normale su un’isola caraibica.
Putroppo però la strada non ti lascia andare facilmente e, nonostante i buoni propositi, il portoricano protagonista di questa storia si ritrova sempre più invischiato nel solito giro vizioso di violenza e morte fino ad un tragico epilogo/incipit.

Carlito's way (1993)

Carlito’s Way è un film girato magnificamente: nonostante alcune facilonerie nella caratterizzazione di alcuni personaggi e certi dialoghi un po’ strambi, questa storia di redenzione negata e di un amore che dovrebbe vincere su tutto resta una storia perfetta, come un’orologio pronto a scoppiare in faccia allo spettatore medio.

E Sean Penn, diabolico avvocato ebreo cocainomane roscio coi capelli ricci, è uno spettacolo.

Titolo originale: Carlito’s way
Regia: Brian De Palma
Anno: 1993
Durata: 144 minuti

Hana-bi – Fiori di fuoco (1997)

Takeshi Kitano è un personaggio dalle mille sfaccettature: commediante, attore, pittore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, opinionista e regista, è sempre riuscito a passare da un campo all’altro senza risentirne artisticamente.
Dopo 6 film dal buono spessore, nel ’97 se ne uscì con questo gioiello cinematografico a metà strada tra il calcio nello stomaco e la fantasia fanciullesca.

Hana-Bi è la storia di Nishi, ex poliziotto che vive nel rimorso per la morte di un collega durante un’azione da lui diretta e con una moglie malata terminale di leucemia con cui non parla più dalla morte della loro figlia piccola.
Insomma, una storia tragica parzialmente ispirata all’incidente/tentato suicidio in motocicletta subito da Kitano nel 1994, incidente dal quale è sopravvissuto con metà volto sfigurato e paralizzato.

Hana-bi - Fiori di fuoco (1997)
uno dei tanti dipinti di Kitano utilizzati nel film

Hana-Bi vuol dire Fuochi d’artificio, ma separate le due parole significano fiori e fuoco, e proprio su questa dicotomia gioca tutta la pellicola (e un po’ tutta la filmografia di Kitano); sempre con un piede nella pozzanghera di sangue ed uno in un campo di margherite immacolate.

Questa scelta inconsueta e apparentemente stridente non è dovuta ad una indecisione stilistica, ma proprio all’opposto: ad una ricerca della sottile linea rossa che corre veloce tra la nascita e la morte, quella linea che percorriamo in punta di piedi, come equilibristi, sperando di arrivare fino in fondo e prenderci il meritato applauso.

Titolo originale: HANA-BI
Regia: Takeshi Kitano
Anno: 1997
Durata: 103 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)