Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Steven Avery se ne sta in galera dal 1985 per una serie di orrendi crimini che non ha commesso.

Questo perché la giustizia spesso è una puttana balorda grassa e laida che se la prende comoda con i reietti della società, con chi non coincide con i canoni da cannonare coddio coccodè.
E allora andate affanculo sceriffi de sto cazzo corrotti maledetti protetti da giudici ignoranti e pigri colmi di sperma rancido che se li prendi a pugni sul pancione sputerebbero l’anima de li mortacci loro in faccia alla madre di quel figlio di puttana del procuratore.

‘na spremuta de sangue, rancido.

Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Prosieguo stagionale della prima, queste 10 puntate si concentrano sugli sforzi di Steven Avery e del nipote Brendan Dassey d’uscire dall’imbuto che li ha fatti scivolare nel fondo della tazza del cesso dove hanno cacato una dozzina di persone.
O forse erano dieci… comunque non più 12. Ne sono certo.

Non è appassionante e non è costruito perfettamente ad incastro come altri, ma rimane encomiabile per lo sforzo produttivo di stare lì a rincorrere sentenze ed appelli per anni ed anni tentando di tirarne fuori un prodotto fruibile dal pubblico generalista.

coccodè

VOTO:
3 chicco testa di cazzo

Making a Murderer: 2° stagione (2018) voto

Titolo giapponese: 殺人者への道
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Stagione: seconda
Anno: 2018
Durata: 10 episodi da 1 ora

Detenuto in attesa di giudizio (1971)

Il geometra tiburtino (nel senso abitante di Tivoli) Giuseppe Di Noi è emigrato in Svezia, da parecchi anni gestisce una fiorente azienda edile, si è sposato e ha costituito famiglia con una bella bionda locale.
Una vita giunta ai vertici delle possibilità quindi; una vita felice e per questo perfetta per essere distrutta.

Rientrato in Italia per far vedere il bel paese a moglie e figli piccoli, viene arrestato alla frontiera ed entra improvvisamente in un labirinto kafkiano fatto di detenzioni immotivate senza capi d’accusa, trasferimenti continui in vagoni ferrati come deportati ai campi di concentramento (la seconda guerra mondiale era ancora fresca all’epoca), umiliazioni e vessazioni continue da parte dello Stato che nelle persone dei suoi rappresentanti (avvocati, giudici e poliziotti) lo riducono all’ombra di sé stesso disumanizzando progressivamente una persona buona e socievole (emblematici i suoi slanci iniziali verso un altro detenuto che non crede ai suoi occhi per la generosità dimostratagli) e spingendolo verso la follia.

Detenuto in attesa di giudizio (1971)
il geometra Calboni tenta di sturarsi Alberto Sordi

Un’altra opera cinematografica di denuncia sociale dallo stesso regista di quel bellissimo Café Express e magistrale interpretazione di Alberto Sordi che giustamente si portò a casa l’Orso d’argento di Berlino.

La storia di un incubo italiano fin troppo realistico per essere riposto nell’angolo del fittizio credo che all’epoca abbia scontentato più di un sostenitore del dio patria famiglia tanto caro agl’infantili pecoroni che si trovano bene sotto l’ala protettrice dello Stato padre-padrone alla cui base si fonda la dottrina fascista.
Gli insulti delle persone alla stazione Termini verso un poveraccio che si è beccato 4 anni e mezzo per aver rubato 3 chili di olive sono simbolici di un giustizialismo forte con i deboli e debole con i forti.

Perché quando si tratta di calpestare il piccolo spacciatore o il ruba galline la gente e i loro politici di riferimento (tipicamente di destra) esplodono di rabbia ed invocano la mano dura (durissima) dello Stato, mentre quando c’è da tagliare le mani agli evasori fiscali che portano i soldi all’estero o ai latifondisti che sfruttano i braccianti facendoli morire sotto il sole cocente per 10 euro al giorno ecco che d’improvviso questi stessi linciatori si ritrovano di colpo garantisti e sputano in bocca ai 5stelle o ai vari Marco Travaglio chiamandoli giustizialisti e statalisti.

Voi che siete sempre pronti a dire signorsì sissignore ad un uomo in divisa, fate gli applausi alle frecce tricolori ed evadete il fisco, voi siete la feccia di questa terra e io vi disprezzerò sempre perché siete la vergogna dell’umanità.

E questa stessa sudicia terra che voi amate alla follia verrà lavata col vostro sangue.

VOTO:
4 sudici

Detenuto in attesa di giudizio (1971) voto

Titolo: In Prison Awaiting Trial
Regia: Nanni Loy
Anno: 1971
Durata: 102 minuti
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Bugiardo bugiardo (1997)

L’avvocato Fletcher Reede aveva una bella moglie ed un figlio devoto.

Dico “aveva” perché, siccome è un’inguaribile testa di cazzo bugiarda che venderebbe l’anima della madre a satanasso non è pago io lo pungo con l’ago, la moglie l’ha divorziato portandogli via il figlio e ha intrecciato una nuova relazione con un uomo sì molto scemo ma anche molto sincero.

Come se non bastasse, suo figlio Max, stufo di subire passivamente le bugie a valanga del padre, decide di passare al contrattacco dopo l’ennesima buca ricevuta dal genitore alla  sua festa di compleanno ed esprime il desiderio che Fletcher possa dire solo e soltanto la verità, per 24 ore.

Questo desiderio, avveratosi magicamente, porterà grande sventura al padre, abituato a mentire continuamente, sia a lavoro che nella vita privata.

Bugiardo bugiardo (1997)

Simpatica commediola familiare nella quale è calata, non senza un certo successo, la faccia gommosa di Jim Carrey che si distorce e contorce, come un cazzo ficcato dentro una bottiglia di Klein, per la gioia di grandi e piccini.

Il film gira bene, gli interpreti ci credono (per quel che serve) e sicuramente non fa del male al genere umano, ma la parte più bella della pellicola sono soprattutto alcune piccole cose come il cigno di carta che Jim Carrey produce in una gag sui titoli di coda oppure la battuta che Fletcher rivolge, sotto influsso benefico (?) del magico desiderio del figlio, ad un barbone fuori dal tribunale che chiede l’elemosina:

Non ti do gli spiccioli perché mentre vado a lavoro non voglio essere confrontato dalla decadenza del mondo occidentale.

Sublime.

VOTO:
3 cigni di carta

Bugiardo bugiardo (1997) voto

Titolo originale: Liar Liar
Regia: Tom Shadyac
Anno: 1996
Durata: 86 minuti

La parola ai giurati (1957)

Nella New York multietnica e multirazzista degli anni ’50, una giuria di 12 persone deve decidere sulla colpevolezza di un ragazzo povero di 18 anni accusato di parricidio.

Riunitisi in stanza privata per deliberare, i 12 scoprono alla prima votazione d’essere 11 contro 1 e che la salvezza dalla sedia elettrica di questo giovane di umili e sfortunate origini dipende dalla perseveranza e dal potere affabulatorio del dissidente solitario e nella successiva ora questo testardo rompiballe tenterà, con più di un volo pindarico, di convincere uno ad uno gli altri giurati della mancanza di prove certe e dell’importanza di una rivalutazione del caso.

La parola ai giurati (1957)

 

Bellissimo film dall’aspetto teatrale e dal gusto progressista, 12 Angry Men era ed è un’opera appassionante che tiene lo spettatore incollato alla poltrona dal primo all’ultimo minuto.

Nonostante il film pecchi qua e là di scivoloni legali visto che gran parte delle argomentazioni del difensore Henry Fonda mancano di supporto reale e sono perciò del tutto circostanziali, la pellicola resta comunque un must non solo per i razzisti e gli ignoranti che non vedono l’ora di scaricare  le loro patetiche frustrazioni sui più sfortunati, ma anche per tutti quei nazi-progressisti che pensano d’essere di sinistra mentre gettano merda sugli avversari politici senza la benché minima prova reale a supporto dei loro preconcetti politico-sociali.

VOTO:
5 Luciano Ummarino

La parola ai giurati (1957) voto

Titolo originale: 12 Angry Men
Regia: Sidney Lumet
Anno: 1957
Durata: 96 minuti
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