Rapsodia in agosto (1991)

La mattina del 9 agosto 1945 fu sganciata la seconda (e ultima) bomba nucleare mai usata nella storia umana durante un conflitto; dopo Hiroshima, era la volta di Nagasaki, una città portuale di circa 260 mila abitanti.
40 mila persone morirono istantaneamente nell’enorme campo di fuoco in cui la città s’era trasformata e per colpa delle radiazioni altrettante le seguirono nei successivi mesi, incalcolabili invece furono i danni genetici che ancora oggi molti giapponesi si portano dentro.

E chi fu l’artefice di questo crimine contro l’umanità?
Come chi?!
Ma gli Stati Uniti d’America ovviamente!
Sai, quelli sempre alla ricerca degli stati canaglia, dei dittatori, dei terroristi…

Ecco invece un film che rimette le cose in chiaro per chi avesse dormito durante l’ora di Storia… e lo fa con tanta poesia e un po’ di Richard Gere.

Rapsodia in Agosto (1991) - 1
Dylan, senti che rima!

Questa splendida opera del maestro Kurosawa affronta proprio questo doloroso evento e lo fa attraverso la storia di quattro giovani giapponesi in vacanza estiva dalla nonna, una sopravvissuta alla bomba nucleare di Nagasaki; assieme alla loro progressiva presa di coscienza, anche lo spettatore viene immerso in questo mare di lacrime dimenticate con il chiaro intento di far riemergere un episodio storico in parte rimosso dalla collettività ed ergerlo a baluardo di un pacifismo umanista.
Un episodio che in Giappone viene spesso ignorato e spazzato sotto al tappeto nel nome del progresso e dei rapporti commerciali con gli USA e che invece poi riaffiora nei modi più inaspettati come un vero e proprio trauma psicologico: basti pensare a Godzilla, un mostro cinematografico creato dalle radiazioni atomiche.

Rapsodia in Agosto invece, nel trattare una medesima causa, usa delle metafore meno catastrofiche ma non per questo meno efficaci: il film si apre con un ragazzo (uno dei quattro nipoti) tutto intento a riparare un organetto a pedale nonostante l’avviso di tutti a lasciar perdere e qui non ci vuole un genio per capire quanto Kurosawa volesse che le nuove generazioni fossero consapevoli dell’orrore della guerra nucleare, che non dimenticassero il passato e che esercitassero un senso critico maggiore contro un governo americano che si era macchiato di un crimine unico nella storia umana.
In contrasto a questi quattro piccoli nazional-pacifisti abbiamo infatti i loro genitori, quella generazione immediatamente successiva alla bomba che ha visto il boom economico e l’americanizzazione di un Giappone ancora ampiamente retrogrado e che ha preferito dimenticare e godere dei frutti della colonizzazione statunitense.
A chiudere il cerchio poi c’è Richard Gere, parente americano (figlio di un fratello maggiore di Kane, la vecchia superstite) e portatore di un dolore per nulla sopito o nascosto.

Ma la fiera dei simbolismi non si ferma certo all’organetto; continua infatti per tutto il film, in particolare intorno al tema centrale dell’esplosione atomica e il conseguente fungo che viene rappresentato sia da un occhio enorme che si staglia tra le montagne (diventato un vero e proprio incubo per uno dei fratelli di Kane) e sia da una splendida rosa rossa verso la quale una lunga fila di formiche è in cammino nell’inutile intento di scalarla mentre alcuni sopravvissuti intonano un canto buddista in onore dei defunti, qui simbolicamente rappresentati da questo piccolo esercito d’insetti che s’avvicinano al cielo grazie alla rosa.
Una rosa tra l’altro che riveste il ruolo di protagonista nella poesia Heidenröslein (Rosellina della landa) di Goethe, un’opera messa in musica da Schubert nel 1815 e qui riproposta sia in maniera diegetica col ragazzo che la suona mentre cerca di riparare l’organetto e sia esegetica come pezzo d’accompagnamento allo splendido e inconsciamente angosciante finale.

Rapsodia in agosto (1991) - 2
Rosellina della landa che ti punge se la cogli

Molti critici hanno tirato la giacchetta a Kurosawa perché avrebbe tralasciato i crimini di guerra commessi dai Giapponesi (in Cina e Korea hanno fatto un tale casino che ancora oggi non si vedono di buon occhio), ma non si capisce bene cosa c’entri: Rapsodia in agosto è un film contro la guerra e non contro gli americani (i personaggi lo chiariscono in più di un’occasione) e ad ogni modo un crimine di guerra non ne giustifica un altro, per lo stesso motivo secondo il quale un serial killer non merita il linciaggio.

Purtroppo, con la progressiva morte degli ultimi superstiti al secondo conflitto mondiale, sembrano sempre più lontani i tempi in cui si poteva tranquillamente ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (come recita la nostra costituzione).
Oggi i cinema sono pieni di cacate guerrafondaie come Transformers e The Dark Knight Rises, mentre tanta è la voglia per nuovi autori che sappiano parlare al cuore e alla mente come Kurosawa sapeva fare.

VOTO:
4 Enola Gay e mezzo

Rapsodia in Agosto (1991) Voto

Titolo originale: 八月の狂詩曲 Hachigatsu no rapusodī (Hachigatsu no kyōshikyoku)
Regia: Akira Kurosawa
Anno: 1991
Durata: 98 minuti

La nona configurazione (1980)

Il colonnello Kane, psichiatra del corpo dei marines durante la guerra in Vietnam, arriva ad un castello dall’aria spettrale adibito (per nessuna ragione logica) a centro di igiene mentale per i soldati impazziti.
Qui cerca di svolgere il suo lavoro di terapeuta facendo discussioni assurde con i pazienti sul creatore dio onnipotente e la vita dopo la morte.
Tra una sviolinata in favore della religione e una serie assurda di situazioni al limite del ridicolo cinematografico, il film giunge ad un improbabile epilogo grazie al quale i cristiani devoti di San Cristoforo potranno dormire sonni tranquilli.

La nona configurazione (1980)

Ne ho viste di cazzate in vita mia, ma mai come questa.
Se si tralascia l’unica scena interessante e cioè un Gesù crocifisso sulla Luna (comunque molto gratuita e pretenziosa), allora non rimane proprio niente in mano al povero spettatore che ha avuto la sfortuna di addentrarsi nei meandri di questo pallone pieno di scoregge cosmiche svolacchiante nei cieli tersi di un cristianesimo da fine ottocento.
La storia è confusionaria al massimo (e nonostante ciò il sorpresone finale è telefonato già dai primi minuti), le interpretazioni sono eccessive e macchiettistiche (imperdonabile il capo dei teppisti motociclisti, un ballerino di 95 chili capace di spaccate a 180 gradi che forza il povero Kane a leccare la birra sul pavimento) ed il montaggio riesce nella difficile impresa d’essere allo stesso tempo lento e a salti.
Insomma, questo La nona configurazione è una follia totale che non fa né ridere né riflettere; siamo invece sul fronte dello spocchiosetto che vuole provocare ‘sto cazzo a tutti i costi.
Sarà, ma qui l’unico che può sorprendersi è un prete di Poggibonsi.

Il regista ha scritto L’esorcista.
Tutto il resto è noia.

VOTO:
1 Califano e mezzo

La nona configurazione (1980) Voto

Titolo originale: The Ninth Configuration
Regia: William Peter Blatty
Anno: 1980
Durata: 118 minuti

I guerrieri della palude silenziosa (1981)

Dallo stesso regista di The Warriors, ecco un’altra storia ispirata alla celebre opera Anabasi di Senofonte, un librone in cui lo storico e mercenario greco racconta la propria esperienza di generale tra i 10mila soldati assoldati da Ciro il giovane per conquistare la Persia e il difficilissimo ritorno a casa per terre sconosciute e popolazioni ostili.
E sia The Warriors sia Southern Comfort parlano proprio di questo: un piccolo gruppo di guerrieri in terra nemica cerca con tutte le forze rimaste un improbabile ritorno a casa; i primi erano inseguiti per le buie e malfamate strade di New York, i secondi sono braccati come conigli nelle paludi francofone della Louisiana.

Questo bel film a cavallo tra i politici anni ’70 e i capitalisti anni ’80 è forse un po’ uno spartiacque, e del regista Walter Hill e del cinema americano in generale: fino a lì molti autori si erano infatti distinti per la forte carica politica nelle loro opere filmiche, anche un cieco può vedere in questa pellicola il chiaro rimando alla guerra in Vietnam da una parte e la critica al basso razzismo ignorante dei bogotti degli stati del sud dall’altra; ma con l’avvento dei rampanti anni ’80 Reaganiani tutto è andato a rotoli e il cosiddetto Riflusso s’è inghiottito le rivoluzioni culturali con tutti i suoi ideatori.

Girato interamente in loco tra acquitrini zanzare e freddo, il film andrebbe premiato anche solo per lo sforzo produttivo; se a questo aggiungiamo un’ottima storia e un bel cast in cui spuntano Fred Ward, del mai dimenticato Tremors, e Peter Coyote, famoso sinistronzo americano che si cambiò il cognome dopo un trip allucinogeno da Peyote, beh allora si capisce che siamo a cavallo.
Walter girerà successivamente 48 ore con un Eddie Murphy poliziotto che a sua volta darà lo spunto a Beverly Hills Cop, e questa cosa fa un po’ tristezza; se si pensa che forse fu il flop clamoroso al botteghino di Southern Comfort a far cambiare rotta ad Hill, ci si domanda allora quanto potere abbia il mercato nell’indirizzo dell’arte e delle sue correnti.
Ma questa è un’altra storia.

VOTO:
4 ignoranti bigotti del sud

I guerrieri della palude silenziosa (1981) Voto

Titolo originale: Southern Comfort
Regia: Walter Hill
Anno: 1981
Durata: 106 minuti

The Fading Valley (2013)

San Giovanni decollato fu un predicatore ebreo asceta matto che visse contemporaneamente a Gesù.

Va ricordato che Gesù non è mai esistito e infatti non c’è una sola prova storica esterna ai vangeli riguardo la sua vita, ma questa è un’altra storia; oggi parliamo di Giovanni Battista, del suo battesimo di Gesù nel fiume Giordano e il conflitto Israelo Palestinese.
Si dà il caso infatti che oggi la valle del Giordano cada in gran parte sotto il controllo dell’esercito israeliano che occupa illegalmente da ormai 50 anni la Cisgiordania, ovvero la West Bank, ovvero due terzi del territorio arabo che dovrebbe formare il famoso stato palestinese.

In Cisgiordania, cioè territorio palestinese a tutti gli effetti, si sono insediati ormai da molti anni parecchi coloni ebrei, spinti dal governo d’Israele a rubare la terra degli arabi con l’aiuto di finanziamenti statali e della protezione dell’esercito.
Questi coloni per vivere hanno bisogno d’acqua e indovina un po’ dove l’hanno presa?
Certo! Hanno rubato pure l’acqua: deviando fiumi, prendendo pozzi e cacciando i Palestinesi coi fucili e i carri armati.
Negli anni questa disparità di condizioni si è fatta sempre più accentuata tanto che oggi gli Israeliani ebrei hanno acqua per innaffiare i giardini mentre i Palestinesi non riescono a dissetare neppure capre e mucche.

E questo documentario parla proprio di questo: della progressiva ma inesorabile scomparsa della Valle del Giordano e l’affermazione di un modello occidentale ed ebraico di vita su un territorio che è stato arabo negli ultimi 1400 anni.

VOTO:
4 Salomè

The Fading Valley (2013) voto

Titolo originale: The Fading Valley
Regia: Irit Gal
Anno: 2013
Durata: 54 minuti

The Gatekeepers – I guardiani di Israele (2012)

Israele fu creato (perché è una nazione che si declina al maschile essendo l’Ebraismo una religione profondamente maschilista) da un giorno all’altro nel 1948; fu creato in mezzo a degli arabi in un territorio arabo sotto mandato britannico chiamato Palestina con la scusa del risarcimento morale per i milioni di morti e feriti che gli ebrei avevano avuto durante la seconda guerra mondiale.
Ben presto però Israele è diventato il più solido alleato delle politiche americane in medio oriente e serve in realtà come pedina strategicamente importantissima negli equilibri di una regione ricchissima di petrolio e instabile politicamente.

Nel 1967 ci fu la guerra dei 6 giorni, quando Israele ruppe il culo a parecchi stati arabi che l’avevano attaccato perché ritenevano (giustamente) che fosse una nazione assurdamente imposta dall’occidente in un territorio a maggioranza arabo-musulmana e a seguito di questa vittoria fulminea Israele ha occupato parecchi territori palestinesi imponendo di fatto un protettorato israeliano e sostituendosi quindi ai cari vecchi coloni inglesi.

A proteggere gli israeliani dagli inevitabili attacchi interni (palestinesi e non) c’è da sempre stata un’organizzazione chiamata Shin Bet (un po’ l’equivalente dell’FBI), e questo film è la narrazione del conflitto israelo-palestinese dal 1967 a oggi attraverso le interviste a sei degli ex dirigenti di questo maledetto Shin Bet.

The Gatekeepers - I guardiani di Israele (2012)

The Gatekeepers è un documentario molto interessante per lo sguardo che svela sui dietro le quinte del conflitto contemporaneo più famoso.

Deve essere stato indubbiamente difficile convincere questi sei vegliardi a raccontare le loro attività, spesso al limite del legale, di fronte ad una telecamera, e per questo il film va premiato.
D’altra parte però non si toccano mai troppo approfonditamente le ragioni esterne al conflitto in sé e il nodo gordiano di tutta la cosa: cioè che Israele non doveva essere creata in un territorio totalmente avulso a un tale progetto e che in Israele c’è una bella fetta di popolazione ebraica ortodossa/estremista (con una buona influenza politica) che crede che l’Armageddon stia per arrivare e che solo la distruzione totale di tutto e tutti (specialmente degli infedeli) possa permettere la venuta del Messia in terra santa.

Per la serie: ricoverateli!

VOTO:
3 messia impiegati al catasto e mezzo

The Gatekeepers - I guardiani di Israele (2012) voto

Titolo originale: The Gatekeepers
Regia: Dror Moreh
Anno: 2012
Durata: 103 minuti

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (2014)

E allora c’è questo hobbit che accompagna un gruppo di nani che vogliono riprendersi il loro regno scavato nella montagna e che sconfiggono il drago custode che devasta il villaggio che ospitava gli umani che si rifugiano in montagna che ora è ridiventata dei nani che je pija er matto per il troppo oro che se lo vojono prende tipo 4 diversi eserciti di 4 diverse razze che se menano pe’ tipo 45 minuti che alla fine te rompi li cojoni che al mercato mio padre comprò.

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate (2014)
i cojoni

Dopo averci ammorbato il cazzo con il primo e il secondo capitolo, ecco arrivare la degna conclusione di una trilogia talmente sciatta e miserrima che verrà presto scordata.

Un esempio?
Come si chiamano i 13 nani della compagnia?
Fraccazzo da Velletri?
Ecco appunto: le caratterizzazioni sono superficiali, affrettate e sempre inutilmente caricaturali; la regia è buona, ma resta su binari prestabiliti; e la storia poi non esiste.
Sono ben 2 ore e mezza e tutto quello che succede è che 4 eserciti (perché 5?!?) si danno tante mazzate per prendere possesso dell’oro della montagna.
Fine, senza scherzare, tutto qui, nient’altro.

Io sinceramente mi sono rotto il beneamato cazzo di questi film fascistoidi ad alto costo: si vedono solo portatori sani di cazzi prendersi a schiaffi dall’inizio alla fine per dei beni materiali, le donne si vedono di sfuggita in secondo piano e servono solo come sollievo comico e mai come innescatrici di trama.
A confermare la cosa: Tauriel, l’unica donna (elfa) sta lì solo per innamorarsi di un nano valoroso che muore in guerra, come un bravo soldato fascista dovrebbe fare.

Valore, fedeltà, orgoglio, possesso, virilità, paternità…sono tutti concetti altamente fasci, che lo si voglia ammettere o no.
E quindi io a Peter Jackson je dico “Ma vaffanculo. A te, a la Nuova Zelanda e ai fascio-capitalisti che te danno ancora li sordi.”

PS: i 13 nani sono Thorin, Ori, Nori, Dori, Bombur, Bofur, Bifur, Balin, Dwalin, Gloin, Oin, Kili e Fili.
E scommetto che non je ne frega un cazzo a nessuno.

VOTO:
1 Ian McKellen frocio

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate (2014) voto

Titolo originale: The Hobbit: The Battle of the Five Armies
Regia: Peter Jackson
Anno: 2014
Durata: 144 minuti

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Gli Stati Uniti d’America sono il più importante e più grande impero mai venutosi a realizzare sulla faccia della Terra: nessuna nazione ha mai avuto in passato un tale controllo, ramificato e pervasivo, del territorio globale, spesso in barba alle singole libertà nazionali degli altri paesi; nessuna nazione ha mai avuto una potenza militare capace di mettere fine alla stessa esistenza umana su questo pianeta; nessuna nazione ha mai riscritto tanto la storia mondiale per accomodare le proprie esigenze politiche.
Oliver Stone, un americano vecchio stampo celebre per il lavoro come regista hollywoodiano, ha deciso di fare una sua riscrittura della storia americana degli ultimi 70 anni seguendo una logica più aperta e polemica rispetto a quella ufficiale.

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Con l’enorme distruzione della seconda guerra mondiale, gli USA emersero dalle ceneri della civiltà occidentale come un elemento di discontinuità all’interno dello stesso contesto culturale: questo vuol dire che, nonostante condividessero culturalmente molto con la vecchia Europa, se ne distinguevano per la loro personale storia di ribellione verso il colonialismo, l’interventismo e la disuguaglianza.

Molti sapranno infatti che la rivoluzione americana fu in gran parte ideologicamente derivata dall’illuminismo francese, una corrente filosofico/politica che voleva rompere con i vecchi regimi monarchico-dispotici che avevano contrassegnato la storia dell’Europa dalla caduta dell’impero romano fino al 1700.
Seguendo saggi principi come la logica e la pragmaticità, gli illuministi rivoluzionarono non solo la Francia e gli Stati Uniti, ma un po’ tutta la cultura occidentale che infatti passò dall’assolutismo monarchico alla democrazia popolare, con tutti i pro e i contro del caso.
Dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776 fino all’inizio del 20° secolo, gli USA si sono sempre reputati un faro di speranza per i popoli mondiali, tutti quei popoli che si sentivano oppressi, affamati e sfruttati dal potente di turno; non molti sanno infatti che la famosa Statua della Libertà di New York ha una targa che recita “Dateci le vostre povere e stanche masse che sognano la libertà”, e questo fu per molti versi l’idea che guidò milioni di persone ad emigrare in quelle terre lontane al di là del mare.
La realtà dei fatti ovviamente era ben diversa: con ignoranza diffusa, razzismo spregiudicato e soppressione di molte libertà civili, la vita nel nuovo mondo non è mai stata tutta rose e fiori; ciò non toglie che la barbarie che ha mosso le grandi nazioni europee negli ultimi 300 anni non era neanche minimamente comparabile allo stile di vita delle popolazioni americane, spesso mosse dal comunitarismo, dal reciproco soccorso e dal generale pacifismo.
Fino alla prima guerra mondiale infatti gli Stati Uniti avevano una politica non-interventista sulle controversie internazionali, una politica per certi versi rivoluzionaria che i cittadini americani avevano difeso a spada tratta fino a quel momento seguendo una semplice logica: il resto del mondo li aveva trattati a calci in culo quindi loro non avevano alcun debito da saldare nei loro confronti; “che si ammazzassero tra loro” era il pensiero comune in USA.
Putroppo con il 20° secolo e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che lasciò uno spazio vuoto da colmare e cioè quello di potenza egemonica mondiale fino ad allora occupato dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti si tramutarono presto da simpatici lontani cugini a polizia mondiale col manganello facile.
Da quel momento in poi è stata solo una grande avanzata a stelle strisce a discapito del resto del mondo, una realtà tanto innegabile quanto soppressa.

Ecco, questa serie realizzata da Oliver Stone con la collaborazione dello storico Peter Kuznick, si concentra sul periodo che va dalla nascita di questo nuovo impero mondiale fino ai giorni nostri: dall’uso della bomba atomica sui civili giapponesi (crimine di guerra unico nella storia umana), all’avvento della guerra fredda; dal continuo interventismo americano in governi democraticamente eletti in paesi strategicamente importanti come Korea o Vietnam, all’uso indiscriminato di violenza e spionaggio per rovesciare gli stessi governi reputati scomodi al grande piano di stabilità americano; dal sovvenzionamento segreto dei più brutali dittatori mondiali in paesi come l’Indonesia o il Nicaragua, all’odio totalmente immotivato verso rivoluzionari socialisti in piccoli paesi come Cuba o El Salvador; dalle guerre stellari di Reagan alla caduta del blocco sovietico; fino a giungere all’era Bush con la sua guerra al terrore che ha seminato più morti di quanti intendesse evitare, e all’amministrazione Obama, ultimo recente tassello di un asservimento totale della Legge verso la Finanza.

Questi 10 episodi di documentarismo storico-politico, nonostante alcune interpretazioni un po’ tirate per i capelli, restano una grandissima opportunità per rivisitare con occhio critico la recente storia dell’Impero che ci governa tutti, anche se non lo sappiamo.

VOTO:
4 bambine vietnamite bruciate col napalm

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012) votoTitolo originale: Oliver Stone’s The Untold History of the United States
Regia: Oliver Stone
Anno: 2012
Durata: 10 episodi da 58 minuti

Full Metal Jacket (1987)

Stanley Kubrick non ha bisogno di presentazioni, ma noi ne facciamo comunque una, piccola piccola.
Regista di fama mondiale e intellettuale di raro spessore, newyorkese espatriato in Inghilterra per la bigotteria e l’ignoranza del pubblico e l’ingerenza degli studios, Stanley Kubrick è stato un regista eccezionale che ha diretto 13 film nell’arco di 46 anni, 10 dei quali sono dei capolavori assoluti.Oggi parliamo della sua penultima pellicola, Full Metal Jacket, uno dei film più belli mai prodotti e (quasi) un trattato psicanalitico sulla natura umana più che sulla guerra in sé (e men che meno sulla guerra in Vietnam).

full metal jacket (1987) - 1
un trattato psicanalitico scritto col cazzo in mano

Il film si divide in due parti di egual durata.

La prima vede il giovane cittadino americano James T. Davis, soprannominato Joker per la sua vena istrionica, passare sotto il duro addestramento/indottrinamento del sergente istruttore Hartman a Perris Island (South Carolina) per fare poi la guerra ai vietnamiti comunisti.
Tra i commilitoni del suo reparto ci sono la recluta “Cowboy”, con cui stringerà una profonda amicizia, e la recluta Leonard Lawrence, soprannominato “Palla di lardo” dal crudele sergente, uno stupido ragazzone della provincia americana chiamato dal suo governo a far la guerra all’altra parte del mondo.

La durissima sciovinista macista disciplina inflitta alle reclute dal sergente Hartman si rivela essere oltre ogni possibile livello di sopportazione per Leonard il quale ben presto sviluppa comportamenti sociopatici e quasi schizofrenici, tipo parlare col proprio fucile sussurrandogli dolci parole.
L’intento del sergente (e di tutto l’apparato militare) è chiaramente quello di annichilire lo spirito umano con continui insulti e punizioni, il tutto condito da un generale approccio paternalistico e dispotico tale da far regredire i soldati in bambini, cioè individui senza una morale e fortemente condizionabili verso azioni riprovevoli.

I nodi vengono al pettine quando, la notte della promozione da reclute a marines (ironicamente proprio quando diventano adulti), Lawrence esce matto e nel bagno della baracca uccide il sergente Hartman per poi spararsi una fucilata in bocca.

Fade to Black.

Il film si riapre l’anno successivo con Joker in Vietnam mentre cerca di farsi fare uno sconto di 5 dollari da una puttana vietnamita.
Questa seconda parte del film percorre gli accadimenti di Joker alle prese prima col giornale militare Stelle e Strisce e poi sul duro campo di battaglia.
Dopo imboscate, giocattoli bomba e scontri a fuoco, James raggiunge il punto di non ritorno nella sua trasformazione psicologica da essere umano a killer e il momento cruciale di tale metamorfosi è quando decide di sparare in testa alla cecchina morente nel finale di film.
L’interessante quesito morale posto da Kubrick è se questo proiettile Joker l’ha esploso per pietà umana o la pietà è servita a mascherare la sua profonda repressa voglia di fare del male, di essere il primo ragazzino del vicinato a fare fuori un vietnamita, come lui stesso tra l’altro confessa ad una troupe televisiva.

Il film si conclude con un reparto di marines, tra cui si presume ci sia anche Joker, che marcia nella notte illuminata dai fuochi di guerra mentre tutti i soldati cantano la Marcia di Topolino della Disney.

Full metal jacket (1987) - 2

Full Metal Jacket non è un film sulla guerra in Vietnam, ma molto di più.

Kubrick aveva già fatto un film pacifista e più tradizionale nel 1957, Orizzonti di gloria con Kirk Douglas; lì si esplorava la prima guerra mondiale e l’insensatezza del sacrificio di tanti giovani per una pura egoistica voglia di supremazia dei pochi appartenenti alle élite europee.
Qui invece il Vietnam e la sua guerra decennale fanno da sfondo ad una disamina dell’animo umano: quello che Kubrick voleva approfondire non era tanto la giustezza o meno della guerra, domanda a cui aveva già ampiamente risposto con Orizzonti di gloria e Dottor Stranamore; no, qui ci si domanda quale natura si celi in ognuno di noi.
La guerra in Vietnam ha trasformato effettivamente giovani americani in macchine sanguinarie oppure ha semplicemente dato loro una patente di legalità alle loro insite voglie di crudeltà, violenza e sessualità atipica?

Non a caso il film è diviso esattamente in due parti e non a caso Joker porta in testa un elmetto su cui ha scritto “Nato per uccidere” mentre sfoggia sul petto una spilla col simbolo della pace.
Lui stesso esplicita il concetto con un suo superiore parlando di Jung e della dualità umana.
Si sa che Kubrick ha da sempre avuto una fissazione geometrica per la simmetria e il doppio: dal romanzo Doppio sogno (il cui titolo originale è Traumnovelle, ma il cui autore voleva inizialmente chiamare Doppia Novella) da cui ha tratto Eyes Wide Shut al doppio David Bowman nel finale di 2001: Odissea nello spazio, dalla doppia personalità (intellettuale e barbara) di Alex in Arancia meccanica agli specchi riflettenti i fantasmi interiori in Shining.

Stanley Kubrick è stato un intellettuale di portata eccezionale, spesso così avanti che pochi hanno colto per tempo la sua profondità e la sua acutezza analitica.
E’ stato chiamato violento, misogino, strambo, eccentrico, dispotico, pazzo, genio, lupo solitario e via dicendo; per me invece non è stato altro che un ottimo esemplare di homo sapiens sapiens il quale ha saputo riflettere sulla propria condizione di umano cercando poi di comunicare al resto della specie il suo punto di vista.
In tempi remoti sarebbe stato chiamato “profeta”, oggi lo ricordiamo come un grande “regista cinematografico”.

VOTO:
5 cervella di Palla di lardo

Full metal jacket (1987) voto

Titolo originale: Full Metal Jacket
Regia: Stanley Kubrick
Anno: 1987
Durata: 116 minuti

Robot Jox (1989)

Tra poco esce Pacific Rim; il film di Guillermo Del Toro sui combattimenti tra robottoni.
Stuart Gordon ci aveva già pensato nel 1989.

Dopo la terza guerra mondiale (atomica), i conflitti tra eserciti sono stati sostituiti da combattimenti tra robot di dimensioni da cartone animato giapponese; pilotati dall’interno come da miglior tradizione, questi lenti pezzi di latta se ne danno di santa ragione fino a che uno dei due crolla e/o muore.
Nel film in questione, l’Alaska è la posta in gioco e il pilota americano (del blocco chiamato “Market”) e il russo (della “Confederazione”) si picchiano, si insultano, si tirano pugni volanti e soprattutto danno un nuovo significato al polinomio “Guerra fredda”.

Anche se un po’ datato e poco politically correct, Robot Jox funziona ancora perché non parla solo di una guerra tra macchine, ma parla di una umanità privata dei valori fondamentali e guidata da corporazioni tecnocratiche.
Inaspettatamente, la parte migliore è proprio la battaglia tra pupazzi filmati in stop motion, mentre le ricostruzioni futuristiche distopiche fanno quel che possono col budget a disposizione.

PS: credo che abbiano girato gli esterni della città misera, grigia e cementificata a Spinaceto (Roma sud) e la cosa fa troppo ridere.

Titolo italiano: Robojox
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1989
Durata: 85 minuti