TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989)

Si concludono le sanguinose battaglie per le terre dell’hinterland milanese con la vittoria schiacciante dell’oblio che riesce ad imporre una pace romana fagocitante i ricordi e le memorie di un intero popolo ipnotizzato per 3 anni dalla serie culto in questione.

Dopo aver esplorato un po’ tutto lo scibile umano, gli sceneggiatori non riescono a risultare smaltati come all’inizio e i soliti teatrini di battibecchi tra i caratteristi che compongono l’allegra combriccola di 40enni che si fingono 20enni, anche se tutt’oggi resta 70 spanne sopra il 99% di quello che passa in televisione, vengono purtroppo un pochino a noia.

Non mancano comunque i momenti cult come quando Tisini, contravvenendo alle reprimende dell’abate francese Oddone di Cluny, prende un pesce vivo, se lo introduce nel sesso fino a che non muore, lo cuoce e lo dà da mangiare a Chicco come filtro d’amore.

Ma bando alle ciance; ecco la Top 3!

Episodio 6 – La sfilata

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 1

La figlia di papà, figlia degli anni ’80, figlia di miniera Sharon Zampetti vuole fare la stilista d’alta moda come i suoi idoli Valentino e Armani.

Siccome però non è un uomo frocio, Sharon deve fare affidamento unicamente sul suo (inesistente) talento grafico e gli amici di sempre, i ragazzi della terza C, che si mettono in moto per organizzare una bella sfilata nel corridoio dell’appartamento dove vivono, reclutando come modelle Chicco e Massimo travestiti da donne.

Sfortunatamente è il 1989 e la moda dei travelli non è ancora arrivata in Italia, quindi Massimo riuscirà a rimorchiare solo il suo vecchio professore d’Italiano che finanzierà la sfilata, salvando i ragazzi dai cravattari usurai, in cambio di una schiacciatina fiki fiki birim bam bam.

La frase:

Come l’acqua al ruscello, come la pubblicità a Berlusconi.

Episodio 7 –Il baby

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 2

I nostri prodi virgulti vogliono la grana e pensano, come l’Anonima Sarda, che i soldi stanno nel business dei bambini.

A differenza però dei rapitori isolani, i ragazzi della terza C s’improvvisano babysitters finendo col concentrarsi su un ragazzino in particolare, figlio di gente coi piccioli, che purtroppo è un treno in corsa senza freni molto difficile da gestire.

Fortunatamente Bruno riuscirà a conquistare il suo piccolo cuore portandoselo a villa Borghese, dove lo priverà della pesante verginità anale.

La frase:

Mio papà mi ha detto che qualche volta la mamma morde.

Episodio 11 – Dieci anni dopo

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 3

Nell’ultimo episodio della serie, a farci da Cicerone abbiamo il cicciotto Bruno Sacchi che vive l’incubo di risvegliarsi dopo 10 anni di lungo sonno per trovare i suoi compagni di scuola invecchiati e cambiati nell’animo.
Tra chi è diventato padre e chi è diventato frocio, Bruno non riconosce più i suoi vecchi amici e vive con profondo senso d’angoscia questo spaesamento temporale inaspettato.

Poi però si risveglia dall’incubo e tutto torna come prima nei fantastici anni Berlusconiani: feste, musica, alcool, vandalismo urbano, cocaina, mignotte, sacrifici umani e fiocchi d’avena per colazione.

Da segnalare, Bruno Sacchi che conclude la stagione con un sorriso alla telecamera ed un candido:
“Avete capito ragazzi? Forse l’anno prossimo ci rivediamo qua!”

…e il telefilm fu cancellato per sempre.

La frase:

A Bruno, c’hai vent’anni; sei del 1969!

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: terza
Anno
: 1989

Durata: 11 episodi da 45 minuti

ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Maghi, draghi, incantesimi, spade di fuoco, genuflessioni, albini, bacchette, carrozze, mostri, bestie, serpi, eterocromie, castelli, specchi, lenzuoli, mare mare mare quanta voglia d’arrivare da te da te tette te.

Visto che non ho seguito la trama, tra un mezzo pisolino e un “me ne frego” da ventennio fascista, potrei andare a rileggere qualcosa su wikipedia o magari sbirciare un paio di opinioni su internet prima di scrivere questa recensione, e invece no: non me ne fotte una mazza di cosa parli questo filmerda, non me ne fotte una mazza di cosa ne pensa la gente e non me ne fotte una mazza di spiegarlo a chicchessia.

In compenso vi elencherò alcune cose che potreste fare invece di sorbirvi questa strunzata lunga più di 2 ore:

giocare a squash, lavare la macchina, preparare la cena, prendere parte a una banda funky, viaggiare in un paese straniero, diventare Presidente della Repubblica, parlare ad un membro del sesso opposto, lubrificare la macchina, preparare un wurstel fritto, cercare un tesoro sepolto, mungere una mucca, fare una gara di abbaiate con il cane del vicino, effettuare un’operazione al cervello, dipingere una linea gialla in mezzo alla strada, scrivere il vostro nome nella neve, insegnare pallacanestro acquatico alle vongole, cantare le canzoni di Lucio Dalla in banca, piantare alberi sul suolo pubblico, confondere la persona accanto, costruire un tavolo triangolare, trottare, balzellare e saltare, cavalcare un treno, organizzare il cassetto delle calze in ordine alfabetico, giocare a bowling con la mamma, addestrare gli insetti a fare scherzi, fare una trapunta, pubblicare una rivista sui trucioli delle matite, mangiare gelatina al limone con ananas, asfaltare un’autostrada, imparare a disegnare, iscriversi a fotografia, imparare a parlare greco antico, fotocopiare denaro, uscire a mangiare la pasta, cucire un vestito, lavare l’iguana, andare a pesca, dipingere la casa di uno sconosciuto di notte, iscriversi a windsurf, cambiare lo stile dei capelli, affilare i gessetti, dare da mangiare ad un tucano, godersi il sole, fare delle parole incrociate, comprare dei bei vestiti, andare alla spiaggia, giocare a cricket con vostro padre, innaffiare le piante, costruire una casa per le bambole, organizzare una cena con salmone e vino bianco.

VOTO:
2 vongole e mezza

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018) voto

Titolo originale: Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald
Regia: David Yates
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

The Incredible Burt Wonderstone (2013)

Burt Wonderstone e Anton Marvelton sono due giovani amici di scuola che fanno comunella per sopravvivere ai quotidiani pestaggi dei bulletti di zona e che, grazie alla magica magia, troveranno anche una professione remunerativa che li porterà ad esibirsi a Las Vegas, tra coca e mignotte.

Ad infrangere questo lungo sogno lastricato di freddo successo e foderato con una progressiva rinuncia allo stupore personale nell’intrattenere altri esseri umani arriva un esaltato ed irritante mago di strada che con le sue sceneggiate da quattro soldi e parecchio rischio fisico sta velocemente fagocitando la loro fetta di mercato.

Il resto del film sono liti, riconciliazioni, sugar, spice and everything is nice che condurranno al grande trucco finale grazie al quale Burt e Anton torneranno sulla cresta dell’onda.

The Incredible Burt Wonderstone (2013)

“Simpatico” filmino che ho come l’impressione di aver già visto qualche anno fa, ma di cui non riesco a rintracciare memoria certa.
E questo già fa capire quanto questa pellicola possa far breccia nel cuore del pubblico.

Non è brutto, per carità: le battute ci sono, le interpretazioni sono simpatiche e macchiettistiche come richiede una storia da palcoscenico e non si può dire che ci si annoi.
Eppure alla fine si resta con un pugno di mosche e ci si chiede quanto di quello appena visto abbia in realtà un vero valore…
….più o meno come quando si assiste ad uno spettacolo di magia.

VOTO:
3 mosche

The Incredible Burt Wonderstone (2013) voto

Titolo italiano: L’incredibile Burt Wonderstone
Regia: Don Scardino
Anno: 2013
Durata: 100 minuti

Cimitero vivente (1989)

Louis Creed fa il dottore coi soldini e la casetta bella a due piani e sta bene con la famiglia moglie figlia e figlioletto e il gatto pure sta bene.

Tutti stanno bene ma vivono a 10 metri da una strada che ci passano camion e tir a velocità mortacci loro notte e giorno giorno e notte che uno dice Verrà il giorno che succede il fattaccio.
Infatti succede il fatto che prima mettono sotto il gatto e però il vicino di casa gli suggerisce Perché non lo seppelliamo la cimitero degli animali domestici anzi no al cimitero dietro, quello degli indiani che poi torna in vita però attenzione che la magia e il mistero e insomma ci siamo capiti?

Che il gatto poi torna in vita ma puzza come Marco Pannella e soffia e graffia quindi attenzione.

Poi muore il figlioletto messo a terra da un tir che lo stende bim bim come un birillo al bowling e al funerale Louis ci prende anche un cazzotto dal suocero.
Idea: seppelliamo il bambino al cimitero indiano magari torna in vita.

Lui torna in vita ma la magia e il mistero e il male che c’è lì fanno un casino che il bambino è una belva di Satana e allora Louis lo fa secco con una siringa nel collo.
E poi cerca di portare in vita anche la moglie che mi ero scordato di dire che era morta anche lei perché il bambino l’aveva impiccata.

Alla moglie manca una scarpa.

Com’è il film?

Basta dire che la mia recensione è scritta meglio.

VOTO:
2 scarpe

Cimitero vivente (1989) voto

Titolo originale: Pet Sematary
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Durata: 103 minuti

Chi ha paura delle streghe? (1990)

Una vecchia norvegese c’ha la fissa delle streghe.

Ma non una cosa tipo che colleziona oggettistica in qualche modo collegata al discorso magia; no no: lei è proprio convinta che in giro ci siano delle donne deformi e crudeli il cui unico scopo nella vita è torturare/eliminare/distruggere i bambini.
E a testimonianza di questo suo delirio maniacale continua a mostrare al suo giovane nipote un mignolo amputato che lei afferma essere il risultato di un incontro ravvicinato del terzo tipo con una strega in età prepuberale.
Prepuberale per la vecchia, non per la strega.

Il giovane nipote occhialuto ci casca con tutte le scarpe e comincia a vedere streghe dappertutto, fino a quando lui e la nonna si ritroveranno in un albergo sulla “ridente” costa est inglese proprio durante il raduno annuale Herbalife delle streghe inglesi…

Chi ha paura delle streghe? (1990)

Molto piaciuto a critica e molto flop al botteghino, questo film è uno dei rari esempi in cui il pubblico ha ragione e la critica no.

Noioso all’inverosimile, nonostante la breve durata ed il continuo tono sopra le righe, e con una struttura narrativa che lascia perplessi sulla compiutezza della storia (specialmente il finale raffazzonato), quello che però salta più all’occhio è l’incredibile, si fa per dire, misoginia e arretratezza culturale dell’autore del libro Roald Dahl il quale confeziona una storia la cui morale sarebbe “diffida delle donne, specialmente quelle brutte, mentre cerchi di fare un sacco di soldi così ti sistemi e stai apposto”.

Vaffanculo, Roald Dahl.

VOTO:
2 due sacchi

Chi ha paura delle streghe (1990) voto

Titolo originale: The Witches
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Durata: 91 minuti

A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973)

I coniugi Baxter, John e Laura, soffrono l’improvvisa morte per annegamento della loro figlia minore Christine.

Mesi dopo, mentre sono a Venezia per lavoro (John sta restaurando una chiesa per ordine del Vescovo), strani e misteriosi accadimenti (che girano attorno a due vecchie scozzesi sensitive e ad un serial killer a piede libero per i viottoli cittadini) cominciano a turbare la finta quiete nella quale i due sono piombati da quel recente tragico evento, lei imbottendosi di psico-farmaci e lui imbottito di quotidianità.

Come andrà?
Chi va là?
Ma soprattutto:
se l’Arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoveneziasse, vi disarcivescoveneziastereste voi come si è disarcivescoveneziasterizzato l’Arcivescovo di Venezia?

A Venezia... un dicembre rosso shocking (1973)

Sperimentalissimo e interessantissimo film della suspense, del rimando, del doppione, del foreshadowing e del dramma familiare, più che dell’orrore (anche se mantiene un sottile filo di brivido per tutta la durata), ed eccellente messa in scena d’una coppia ben affiatata d’attori capaci: Julie Christie, già apprezzata in quell’interminabile film chiamato Far From the Madding Crow, e Donald Sutherland, già apprezzato per la faccia più assurda della storia del cinema nel finale del remake di Invasion of the Body Snatchers.

Dato per assodato che ha dalla sua una delle scene di sesso più belle e divertenti mai girate, questa non è certo una pellicola perfetta, specialmente mentre si avvia verso un finale in parte telefonato e in gran depotenziato per via di uno sprint narrativo che abbandona un po’ i toni lenti e misteriosi che perfettamente si sposavano con il clima di recita sospesa veneziana; d’altra parte resta uno dei film di genere più interessanti, soprattutto dal punto di vista tecnico, che siano usciti nella decade degli anni di piombo.

Il titolo italiano fa cacare, ma vabbè.

VOTO:
4 Piombino

A Venezia... un dicembre rosso shocking (1973) voto

Titolo originale: Don’t Look Now
Regia: Nicholar Roeg
Anno: 1973
Durata: 110 minuti

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

Frozen (2013)

In Norvegia fa freddo, ma di un freddo che tu che sei cresciuto con le infradito ai piedi e Fabrizio Frizzi alla televisione non potrai mai capire a fondo.

Si dà il caso che in questa desolata landa dimenticata da dio viva una regina con lo strano potere di comandare questo freddo facendo il bello e il cattivo tempo a seconda del suo stato emotivo e ultimamente, tra genitori morti e paura d’abbracciare il suo vero IO (ovvero la sua omosessualità latente), il fiordo dove sorge il suo regno basato su una rigida dieta di salmone e acciughe si è completamente congelato.

Sarà compito di sua sorella zitella alla disperata ricerca di un cazzo d’amare e qualche figura maschile di contorno, messa lì per par condicio, cercare di mettere un freno alla discesa verso lo zero assoluto che invece il cadavere di Fabrizio Frizzi è riuscito oramai ad abbracciare appieno.

Frozen (2013)

Ma io mi domando e dico: come cazzo è possibile che questo film sia il cartone animato con l’incasso più grande della storia?
Come è possibile che questa insipida storiella puntellata di banalissime canzoni dai testi elementari abbia riscosso un tale successo globale?

Perché va bene andare incontro al pubblico più giovane abbassando il livello narrativo, va bene mantenere un tono comico superficiale per non disturbare i neonati piazzati davanti lo schermo da genitori troppo indaffarati ad arrivare a fine mese strangolati come sono da un sistema economico disegnato attorno al concetto che chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero… ma mannaggia cristo paladino delle renne norvegesi: è mai possibile che ‘sta cacata sia stata premiata con l’Oscar come miglior film d’animazione quando lo stesso anno c’era Si alza il vento che non sarà un capolavoro, certo, ma è infinitamente meglio de ‘sta porcata fredda come il cadavere di Fabrizio Frizzi?

VOTO:
2 Fabrizio

Frozen (2013) voto

Titolo esteso: Frozen – Il regno di ghiaccio
Regia: Chris Buck e Jennifer Lee
Anno: 2013
Durata: 102 minuti

Princess Mononoke (1997)

E’ la fine del 1500 in Giappone e la magia e gli spiriti che pervadono tutta la natura non sono ancora scomparsi per far posto al mondo degli uomini, qui rappresentato da una città stato specializzata in metallurgia e armi da fuoco governata da una donna risoluta e ambiziosa che ha intenzione di radere al suolo mezza foresta per far posto alle sue manie di grandezza.

In questo scontro epocale che ha poi dato immaginativamente vita al Giappone moderno, si muovono una serie di personaggi ambivalenti che perfettamente rispecchiano l’impossibilità di una riduzione manichea della realtà come invece troppe cucuzze contemporanee si ostinano a fare e pensare: Ashitaka è un giovane guerriero della tribù Emishi, uno degli ultimi prima che questo gruppo etnico fosse spazzato via dagl’imperatori giapponesi, il quale si trova esule dal suo villaggio e ramingo per via di una maledizione che gli ha penetrato il braccio dopo una battaglia furibonda con un dio cinghiale posseduto dal demone della collera visto che era stato scacciato dalle sue terre (dalla città stato di cui sopra) a suon di fucilate a pallettoni nello stomaco; a fargli da speculare contraltare c’è la giovane San, sanguigna ragazza cresciuta dai demoni lupi la quale ha giurato vendetta contro la razza umana per essersi sbarazzata di lei in tenera età; ed infine una platea di spettatori semi-impotenti composta da spiriti ancestrali che sentono vicina la fine dell’epoca magica e cercano di reagire nei modi più disparati, dalla furia cieca di un branco di cinghiali parlanti alla calma serafica di un enorme dio della foresta che dispensa bacini curativi a chiunque si appresti con cuore alla sua fonte.

Come spesso nei film giapponesi, la fine non sarà risolutiva.

Princess Mononoke (1997)

Straordinario film d’animazione che, a dispetto di quello che dice Mereghetti (noto critico cinematografico dai gusti retrogradi ed opportunisti come il suo partito di riferimento), rappresenta senza ombra di dubbio uno degli esempi massimi dello Studio Ghibli e quindi di tutta l’animazione giapponese di stampo artistico con aspirazioni poetiche.

La qualità del tratto e dell’animazione è ai massimi livelli, pare infatti che Miyazachi in persona abbia revisionato uno ad uno tutti i 144mila fotogrammi del film, e la storia, sebbene a tratti confusionaria e contraddittoria per un pubblico occidentale troppo abituato a veder rappresentati i drammi umani con personaggi che incarnano questa o quell’altra virtù come questo o quell’altro male, sempre in contrapposizione (tipico delle società monoteiste) e mai in compenetrazione (come è più proprio per una società animista), la storia dicevo riesce a catturarti dal primo all’ultimo istante.

E quello che più caratterizza positivamente la pellicola è proprio questa riluttanza nel dividere le cose in bianco e nero per abbracciare invece una più logica scala di grigi entro la quale tutti ci posizioniamo e riposizioniamo a seconda dell’argomento in questione: la città metallurgica è infatti sì capace di distruzione e disperazione, ma è anche un faro di progressismo con la buona accoglienza che dà ai reietti e gli ultimi della società (vedi le donne che nella società medievale giapponese valgono poco più dei sassi e i lebbrosi che addirittura custodiscono il segreto della forgiatura delle armi da fuoco); il giovane protagonista Ashitaka divide continuamente, sinceramente e non ambiguamente, le sue premurose attenzioni tra i due fronti della contesa, gli umani con i fucili e gli spiriti della natura con la loro magia; e lo stesso dio della foresta si rivela essere portatore sia di vita che di morte.

Ma in questo marasma di complimenti ed elogi, quello che più mi preme dirvi è il personale risultato linguistico di 9 mesi di convivenza con due spagnole: dios pelícano rey del bosque.

VOTO:
5 re del bosco

Princess Mononoke (1997) voto

Titolo italiano: Principessa Mononoke
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997
Durata: 134 minuti