Pig (2021)

Un uomo molto solitario e molto scontroso vive nella foresta assieme alla sua maialina da tartufo.

Ogni settimana un giovine rampante con tanta voglia di farcela nella vita viene a trovarlo per fare un equo scambio: un tartufo per una sacca di cose utili tipo farina, semi o batterie per mettere in funzione un vecchio stereo col quale sentire struggenti musicassette registrate da una misteriosa donna.

Tutto sembra svolgersi al ritmo delle stagioni, lento ed inesorabile nell’attesa del prossimo terremoto di origine tettonica che squarcerà la costa ovest degli Stati Uniti provocando uno tsunami alto 20 metri che spazzerà via chiunque non viva sulle montagne; tutto è pace e bene quindi, fino a quando due loschi individui non irrompono in quest’idillio per rapire la preziosa maialina fru fru.

Da questo momento parte una ricerca, solo apparentemente disperata, per recuperare l’animale che porterà il giovane rampante a capire il mondo che il burbero uomo della foresta tiene gelosamente celato.

Pig (2021)

Deliziosa piccola produzione che si erge a monumento grazie ad un grande Nicholas Cage, una meticolosa sceneggiatura e una regia che riesce a spremere a fondo ogni risorsa, fisica o meno.

Senza la benché minima esitazione la storia procede a passo forzato lungo un doloroso percorso a ritroso nel tempo dentro una città, Portland, misteriosa e lugubre che brulica merda e sangue sotto preziosi ristoranti di chef stellati in una giustapposizione che non potrebbe essere migliore, visto anche la rima alternata con i gustosi tartufi sotterrati sotto fango e foglie morte attorno a cui girano le vite dei protagonisti di questa tenera e struggente storia.

Un vero papagno in grugno, questo film che ho visto conscio sì della sua bontà grazie a una critica che ha premiato la pellicola, ma che sinceramente non mi aspettavo essere così bello.

La mia compagna invece ha dormito per i tre quarti del film.
La vita è uno tsunami al rallentatore.

VOTO:
4 konami e mezzo

Pig (2021) voto

Titolo canadese: Cochon (dieu)
Regia: Michael Sarnoski
Durata: 1 ora e 32 minuti

Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016)

Lily Saylor è un’infermiera timida e poco intelligente che vive nell’ombra una vita triste e solitaria.

Trovato lavoro come badante a tempio pieno della ricca scrittrice di romanzi horror Iris Blum, Lily passa il tempo a parlare con i fiori e a spostare le tazze sulla mensola in cucina mentre strani presagi e sinistri accadimenti dovrebbero farla correre a gambe levate.

Oh, mai che le venisse in mente di leggere uno dei tanti libri presenti in casa.
Ma che sei matto? Te pare?
Ed è un peccato, perché se aprisse il romanzo La signora nel muro, scritto dalla sua rimbambita datrice di lavoro, scoprirebbe che la spettrale Polly che si aggira per la casa altri non è se non lo spirito di una donna morta ammazzata cent’anni prima in quella stessa dimora.

Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016)

Classica pellicola che gioca tutte le carte sul minimalismo elevato a dogma.

Un fantasma, un’infermiera e una vecchia scrittrice non hanno nessuno al mondo che le ami; queste 3 donne vivono un’esistenza cristallizzata priva di contatto umano e, prefigurando il loro triste epilogo, vivono nella menzogna quotidiana, chi scemunendosi e chi guardando sempre dietro come nell’inferno dantesco.

Peccato che l’atmosfera intrigante e l’idea alla base non bastino a dare corpo al fantasma narrativo che risulta ridicolo quanto il regista che tentava di mettersi in contatto col defunto padre Anthony Perkins.

Sul versante della ciclicità temporale, decisamente meglio di questo è A Ghost Story; uscito un anno dopo, ma avanti anni luce.

VOTO:
3 carte e mezzo

Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016) voto

Titolo: I Am the Pretty Thing That Lives in the House
Regia: Oz Perkins
Anno: 2016
Durata: 1 ora e 29 minuti

The Girl from the Other Side (2019)

Shiva è una bambina che vive dall’altra parte del muro che divide il mondo luminoso degli esseri umani e quello scuro delle bestie malefiche portatrici di un misterioso morbo.

A farle da guida e figura paterna troviamo il cosiddetto Maestro, una creatura caprina antropomorfa che si prende cura della piccola difendendola dalle altre bestie che vogliono rubarle l’anima; il tutto facendo sempre attenzione a non sfiorarla, così da evitare che venga contagiata.

The Girl from the Other Side (2019)

Tratto dall’omonimo manga, questo brevissimo corto animato possiede uno stile molto particolare e accattivante derivante dall’opera originale.

Sicuramente non sfiora minimamente tutte le vicende e le tematiche del fumetto da cui è tratto e si avverte una preponderanza della componente spaesamento di fronte ad un’opera così breve che rischia di sfuggire tra un battito di ciglio e l’altro, ma rimane godibile.

A patto che non battiate le palpebre.

VOTO:
4 palpebre

The Girl from the Other Side (2019) voto

Titolo originale: The Girl from the Other Side: Siúil, a Rún – Totsukuni no Shoujo
Regia: Satomi Maiya, Yutaro Kubo
Anno: 2019
Durata: 10 minuti
Compralo: https://amzn.to/3boR0k7

Peace (2010)

Una compagnia di semi-volontariato si prende cura del trasporto di persone disabili, malate o semplicemente troppo anziane per muoversi indipendentemente.
C’è chi deve andare a comprare un paio di scarpe nuove perché quelle che ha le ha consumate a forza di strusciarle a terra per colpa di una paralisi, c’è chi vuole andare al parco e prendersi un semplice caffè e chi ancora ha la visita periodica dal dottore per controllare l’avanzamento del tumore polmonare che lo affligge.

Piccolo documentario girato a spalla e virante al minimalismo che, in un gioco di riflessi, segue le vicende di persone la cui vita è ai margini della società giapponese.
Quello che ne scaturisce è una profonda tristezza, sia per la condizione di estrema povertà economico-sociale alla quale tanti membri della società sono relegati e sia per la loro rassegnazione ad un destino scritto nella pietra di un cuore freddo come quello del Sol levante.

VOTO:
3 destiny’s child

Peace (2010) voto

Titolo polacco: Pokój
Regia: Kazuhiro Soda
Anno: 2010
Durata: 75 minuti

Sound of My Voice (2011)

Peter è un maestro elementare e Lorna surfa internet; assieme formano la coppia di documentaristi più improbabile della storia.

Siccome questi due figli di puttana non hanno l’anima come gli indios americani, si mettono in testa di girare un documentario (bada bene, senza l’uso di videocamere) sulla piccola setta segreta di quelli che si danno il 5 matto come in una puntata di Willy il principe di Bel-Air.
Una setta al cui apice c’è Maggie, una stronza che dichiara di venire dal futuro, e Klaus, il suo assistente che è uguale a Steve Jobs.

C’è una scena con gente che vomita.

Sound of My Voice (2011)

Ma mannaggia la madonna.

Questo filmetto, pretenzioso e fintamente minimalista, sembra scritto da gente che l’anima l’ha venduta a satanasso, gente che come si fa a sputare una corbelleria simile, gente che io dico cazzo e m’incazzo.

Ma ecco che m’illumino d’immenso.
Volo in cielo a visitare dio padre.
Magicamente tutto assume altre proporzioni, altre prospettive e comincio a guardare con estrema gioia a frasi come “ma mannaggia la madonna”.

VOTO:
2 madonne

Sound of My Voice (2011) voto

Titolo brasiliano: A Seita Misteriosa
Regia: Zal Batmanglij
Anno: 2011
Durata: 87 minuti
Compralo: https://amzn.to/3cuzprI

My Octopus Teacher (2020)

Nel 2010 il cinematografaro sud africano Craig Foster decise di andare ogni giorno a trovare un polpo femmina che viveva nella foresta di kelp dietro casa sviluppando col tempo un rapporto di reciproca curiosità e fiducia.

Giorno dopo giorno, immersione dopo immersione, Craig ha imparato a conoscere questo mollusco cefalopode dall’intelligenza sorprendente e dalle abilità mimetiche uniche, e così facendo ha scoperto una parte di sé: più riflessiva, più in contatto con la natura e con suo figlio adolescente.

Il cefalopode vive circa un anno.

My Octopus Teacher (2020)

Successo istantaneo su Netflix ed interessantissimo documentario che si regge in gran parte sulla bellezza delle immagini di foreste acquatiche ricche di vita, colori e forme aliene a noi; un po’ meno sulla storia in sé.

Difatti, se non fosse per la dedizione dimostrata dal signor Foster che s’immerge da anni nelle fredde acque oceaniche del sud africa per il gusto della scoperta manco fosse Alberto Angela, questo film risulterebbe molto meno unico, nonostante molta gente si sia commossa guardando un polpo morire.

In genere sono gli stessi che poi si fanno una fritturina di pesce a Fiumicino.
Coerenza portami via.

VOTO:
3 fritturine di pesce A Fiumicino

My Octopus Teacher (2020) voto

Titolo brasilero: Professor Polvo
Regia: Pippa Ehrlich, James Reed
Anno: 2020
Durata: 85 minuti

Kujira (1952)

Un’imbarcazione a vela si ritrova in mezzo alla tempesta e naufraga miseramente.
Si salvano solo una ragazza e tre uomini che immediatamente tentano di accaparrarsi i pertugi vaginali della povera sventurata, ma a risolvere la diatriba ci penserà una balena che manderà in fondo al mare gli allupati persi lasciando sul suo dorso la donna in stato comatoso.

Piacevole remake a colori dell’omonimo film del 1927, sempre dello stesso autore giapponese che, senza che io l’avessi mai sentito nominare, pare sia uno tra i più rispettati autori dell’animazione giapponese e uno dei padri del genere anime.

Me cojons.

Titolo italiano: Balena
Regia: Noburô Ôfuji
Anno: 1952
Durata: 8 minuti

Dogman (2018)

Marcello è un toelettatore per cani al limite del sub-umano: bassa statura, dentatura equina, muscolatura inesistente, facoltà intellettive pressoché nulle ed in evidente necessità di un logopedista bravo.

Marcello vive nell’orribile periferia della brutta periferia romana, è separato, ha una figlia che vede raramente, pochi amici ma è ben voluto da chi si lascia abbindolare dal suo temperamento mansueto sviluppato unicamente come arma di sopravvivenza; spaccia anche un po’ di cocaina per arrotondare i magri guadagni e questo induce Simone, un mezzo pugile mezzo stronzo, a gravitargli attorno come una mosca sul profiterole.

Una frequentazione, questa tra Simone e Marcello, che porterà inevitabili quanto prevedibili conseguenze nefaste nella misera vita del toelettatore per cani dal sorriso equino.

Dogman (2018)

Famoso soprattutto per aver vinto la Dog Palm di Cannes, andata al folto cast di cani che recitano con grinta e abnegazione rinchiusi dentro gabbie anguste e scompartimenti del freezer, questa pellicola è quel tipico prodotto cinematografico troppo strano per piacere al grande pubblico e troppo banale per entusiasmare gli intellettuali.

Sia ben chiaro: non è brutto, tutt’altro; la fotografia, anche se scolastica, fa il suo bel dovere, gli interpreti risultano ben calati, forse per attitudini personali, nei panni di poveri idioti e la storia, veramente striminzita, riesce comunque ad intrattenere lo spettatore trasformando il film in un character study.

E però gli unici che, guardando svolgere questa sorta di compito in classe, possono bagnarsi i pantaloni con copiose eiaculazioni di sangue e sperma sono quelli che pur non capendoci un cazzo di cinema si atteggiano come se fossero i Gombrich della celluloide.
Ovviamente non serve dire che ha spopolato tra il popolino intellettualoide di sinistra italico manco fosse un ritorno al neorealismo quando già nel lontano 1992 Tsai Ming-liang faceva uscire a Taiwan un film migliore chiamato Rebels of the Neon God.

VOTO:
3 cellule

Dogman (2018) voto

Titolo originale: Dogman
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2018
Durata: 103 minuti

Chiamami col tuo nome (2017)

Elio Perlman, un inquieto rampollo di una benestante famiglia ebrea italo-americana, trascorre le estati in una villona in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre e alla servitù… perché la vita non è vita senza un paio di servi a renderti le giornate un interminabile sequenza di noie da cui trarre ispirazione per brutte poesie o passeggiate riflessive piene di dubbi.

Ma l’estate del 1983 sarà particolare per Elio perché la trascorrerà in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre, alla servitù e ad un fascinoso studente del padre, professore di archeologia, che sconvolgerà le sue giornate fatte di brutte poesie e passeggiate riflessive aggiungendoci il pallino dell’amore per le figure maschili in ridicole pose plastiche che accomunerà padre, figlio e studente fascinoso.

A seguire, storia d’amore un po’ combattuta e parecchie panoramiche su un’Italia oramai scomparsa nel tempo saeculorum travolta dal rampantismo di soggetti che amavano la musica straniera, le Converse, le scopate in soffitta e le pesche mature, tipo i socialisti craxiani.

Chiamami col tuo nome (2017)

Pennellata d’innamoramento su tela alla modica cifra di 4 milioni di euro che va elogiata per molte cose meno che per la semi-classica storia d’amore omosessuale che invece lo ha posto all’attenzione del pubblico non troppo avvezzo ai baci gay.

Perché il fatto che il protagonista nutra o meno sentimenti per questo biondo di Riace cambia poco o nulla sulla resa narrativa e sull’impatto emotivo che riesce a suscitare (spoiler: altalenante, come le giornate estive in quel del Cremasco).
Il film infatti poteva benissimo vedere modificato il personaggio dello studentE in studentessA e tutto sarebbe rimasto più o meno com’era.
E questo è un bene perché, a mio modesto avviso, l’ossessione per la sottolineatura omoerotica non fa altro che distanziarlo dalla comune storia d’amore estivo (che poi altro non è) e che più o meno tutti hanno vissuto.
Per carità: girata bene, con pause e gusto estetico raffinato e con delle interpretazioni eccellenti, specialmente per l’attore che interpreta magistralmente l’adolescente con i dubbi sessuali, ma come impiantistica non siamo troppo distanti da Mignon è partita, pellicola gradevolissima ma che mi pare non abbia vinto l’Oscar.

Unica nota veramente eccellente è l’abbandono dell’immondo conflitto narrativo dualistico tipico della narrazione occidentale secondo cui le cose sono bianche o nere, buone o cattive; qui invece si può essere etero e gay o vittime e carnefici allo stesso tempo senza che il cervello dello spettatore scoppi in un clamoroso BUM.

VOTO:
3 craxiani e mezzo

Chiamami col tuo nome (2017) voto

Titolo originale: Call Me by Your Name
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2017
Durata: 132 minuti

A Ghost Story (2017)

L’apparente serenità di una giovane coppia americana viene improvvisamente distrutta con la morte dell’uomo in un incidente stradale davanti casa.

Una casa che diventerà, per il fantasma del deceduto, il luogo di perpetua presenza fino a che non verrà risolto il motivo della sua non-dipartita.

A Ghost Story (2017)

Pescando a piene mani dallo stile del cinema minimalista indipendente e all’immaginario classico degli spiriti con questioni terrene irrisolte, questa piccola e piacevolissima opera è stata per me una bella riflessione sull’insensatezza ultima dell’immanente nell’ottica di un universo infinito.

Partendo da una personale esperienza di morboso attaccamento domiciliare e da una paura per una possibile catastrofe mondiale che porti all’estinzione il genere umano, il regista del remake di Elliot, il drago invisibile porta avanti il discorso sull’intangibile elevandolo ad una sfera emotiva rarefatta ma non per questo meno emozionante di un rettile sputafuoco.

Tutto quello che facciamo per cercare di lasciare un segno del nostro passaggio su questa particella di polvere alla deriva nello spazio, dalla nona di Beethoven alle stronzate che postiamo su Facebook, è destinato a perdersi in saecula saeculorum, con tutto quello che ne consegue.
Il film non dà, e non cerca, una risposta a questo notorio dramma umano, ma piuttosto lo diluisce in eterne e apparentemente frivole inquadrature che in realtà ben veicolano il falso perdurare di un istante qual è la nostra breve esistenza.

Se non temete una scena con una donna che mangia una torta di mele per 5 minuti e 13 secondi, allora ve lo consiglio caldamente.

VOTO:
4 mele e mezza

A Ghost Story (2017) voto

Titolo originale: A Ghost Story
Regia: David Lowery
Anno: 2017
Durata: 92 minuti

Dunkirk (2017)

Il 27 maggio 1940 quasi 400mila soldati delle forze anglo-franco-belghe si trovarono circondati dai tedeschi a Dunkerque, una cittadina di mare francese a due tiri di sputo dalle coste inglesi.
Partì quindi una colossale operazione d’evacuazione che doveva portare in salvo questa marea di soldati in vista dell’imminente temuta invasione nazista del Regno Unito, un’operazione resa difficoltosa dall’enorme massa di persone coinvolte e dalla ritrosia della corona inglese ad usare tutta la flotta per paura di ulteriori perdite a questo punto non più sopportabili.

La storia viene qui raccontata da 3 punti di vista, separati nel tempo e nello spazio: a una settimana dall’evacuazione ci sono 3 soldati sulla spiaggia di Dunkerque che le tentano tutte pur di salpare verso la salvezza, manca un giorno e 3 civili inglesi (padre, figlio e amico) partono con la loro barchetta nel tentativo di salvare quante più vite da quelle coste infernali e infine 3 piloti della RAF devono arginare i bombardamenti sulla spiaggia della Luftwaffe con un’ora di carburante nei serbatoi.

Queste storie giungeranno ad una riconciliazione narrativa e temporale proprio come le truppe alleate si ritrovarono fianco a fianco per 7 giorni un fine maggio di 77 anni fa.

Dunkirk (2017)

E’ con grande tristezza che mi tocca recensire un film come questo.

Sì, perché se da un lato queste immagini disperate, immerse nel silenzio frastornante dei fischi aerei sopra una spiaggia spumosa e aliena a cavallo di una colonna sonora angosciante come poche ed acceleratamente ripetitiva assecondando il crescendo emozional-narrativo, sono immagini di una perfezione cinematografica oramai consolidata in Nolan, dall’altra il nostro caro regista fascistoide non riesce a tenere a bada il suo animo infantile in cerca di patria sicurtà rifilando proprio in finale quella cacata del discorso di Churchill “We shall fight on the beaches”.

Se uno elimina gli ultimi 2 minuti pieni di dio, patria e famiglia, allora si ha tra le mani un gran bel film che gira in gran parte sulle spalle di un monumento tecnico audio-visivo con pochi eguali al mondo, un’opera che grande angoscia provoca nello spettatore facendolo calare nei panni di quei poveri sventurati che si trovarono a combattere una guerra voluta dai loro padri (impotenti) i quali vennero poi a riprenderseli con le loro barchette da borghesi come si fa alla fine di una festa di compleanno durante la quale i bambini hanno litigato di brutto.

Please, che qualcuno spieghi a Nolan che l’arte della sobrietà non è sinonimo di snobismo inglese.

VOTO:
4 snob e mezzo

Dunkirk (2017) voto

Titolo originale: Dunkirk
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2017
Durata: 106 minuti
Compralohttp://amzn.to/2xIbrlK

See You in Texas (2016)

Silvia ed Andrea sono due giovani italiani del Trentino che portano avanti l’umana tradizione millenaria del contadino-allevatore.
Una coppia giovane e rodata che, a differenza di un pubblico superficialotto, non ha paura dei silenzi e dei tempi morti e che sembra non poter essere minimamente smossa dalla faticosa routine giornaliera a cui la loro piccola azienda li sottopone.

A mescolare le carte in tavola arriva però il desiderio di lei di partire per un corso semestrale in Texas per affinare la disciplina equestre del reining.
Tra una birra al pub del paese e una pulita al cazzo dei cavalli, tra il parto di una scrofa e la partenza di Silvia, la coppia dovrà tenere botta e fare i conti con il capitale emotivo accumulato fino a quel momento.

Basterà?

See You in Texas (2016)

Straordinario piccolo film semi-documentaristico per il promettente Vito Palmieri che sembra possedere un occhio particolarmente attento alle tante microstorie che compongono la galassia umana.

Come in altri suoi lavori precedenti, qui gli attori sono presi dalla famigerata “strada” (nel loro caso dalla valle del Chiese, dove effettivamente si svolge la storia) e la cosa sembra non aver impattato minimamente sulla resa narrativa, anzi: proprio come da scuola neorealista l’intreccio amoroso ha preso linfa vitale dal vissuto reale dei due protagonisti (Silvia e Andrea sono una vera coppia di allevatori) e l’unico problema reale sembra essere stato conciliare le tempistiche cinematografiche con quelle dell’azienda.

Progetto partito sotto spinta del direttore della fotografia Michele D’Attanasio che proprio in quei luoghi aveva girato un altro film, questo See You in Texas si è avvalso della collaborazione di un piccolo ma agguerrito team proprio per non disturbare la quiete della vita rurale; il risultato è una serie di inquadrature solo apparentemente disgiunte e che invece vanno pian piano a comporre il ritratto di una vita insieme.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Bucoliche e mezza

See You in Texas (2016) voto

Titolo originale: See You in Texas
Regia: Vito Palmieri
Anno: 2016
Durata: 76 minuti