Dunkirk (2017)

Il 27 maggio 1940 quasi 400mila soldati delle forze anglo-franco-belghe si trovarono circondati dai tedeschi a Dunkerque, una cittadina di mare francese a due tiri di sputo dalle coste inglesi.
Partì quindi una colossale operazione d’evacuazione che doveva portare in salvo questa marea di soldati in vista dell’imminente temuta invasione nazista del Regno Unito, un’operazione resa difficoltosa dall’enorme massa di persone coinvolte e dalla ritrosia della corona inglese ad usare tutta la flotta per paura di ulteriori perdite a questo punto non più sopportabili.

La storia viene qui raccontata da 3 punti di vista, separati nel tempo e nello spazio: a una settimana dall’evacuazione ci sono 3 soldati sulla spiaggia di Dunkerque che le tentano tutte pur di salpare verso la salvezza, manca un giorno e 3 civili inglesi (padre, figlio e amico) partono con la loro barchetta nel tentativo di salvare quante più vite da quelle coste infernali e infine 3 piloti della RAF devono arginare i bombardamenti sulla spiaggia della Luftwaffe con un’ora di carburante nei serbatoi.

Queste storie giungeranno ad una riconciliazione narrativa e temporale proprio come le truppe alleate si ritrovarono fianco a fianco per 7 giorni un fine maggio di 77 anni fa.

Dunkirk (2017)

E’ con grande tristezza che mi tocca recensire un film come questo.

Sì, perché se da un lato queste immagini disperate, immerse nel silenzio frastornante dei fischi aerei sopra una spiaggia spumosa e aliena a cavallo di una colonna sonora angosciante come poche ed acceleratamente ripetitiva assecondando il crescendo emozional-narrativo, sono immagini di una perfezione cinematografica oramai consolidata in Nolan, dall’altra il nostro caro regista fascistoide non riesce a tenere a bada il suo animo infantile in cerca di patria sicurtà rifilando proprio in finale quella cacata del discorso di Churchill “We shall fight on the beaches”.

Se uno elimina gli ultimi 2 minuti pieni di dio, patria e famiglia, allora si ha tra le mani un gran bel film che gira in gran parte sulle spalle di un monumento tecnico audio-visivo con pochi eguali al mondo, un’opera che grande angoscia provoca nello spettatore facendolo calare nei panni di quei poveri sventurati che si trovarono a combattere una guerra voluta dai loro padri (impotenti) i quali vennero poi a riprenderseli con le loro barchette da borghesi come si fa alla fine di una festa di compleanno durante la quale i bambini hanno litigato di brutto.

Please, che qualcuno spieghi a Nolan che l’arte della sobrietà non è sinonimo di snobismo inglese.

VOTO:
4 snob e mezzo

Dunkirk (2017) voto

Titolo originale: Dunkirk
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2017
Durata: 106 minuti
Compralohttp://amzn.to/2xIbrlK

See You in Texas (2016)

Silvia ed Andrea sono due giovani italiani del Trentino che portano avanti l’umana tradizione millenaria del contadino-allevatore.
Una coppia giovane e rodata che, a differenza di un pubblico superficialotto, non ha paura dei silenzi e dei tempi morti e che sembra non poter essere minimamente smossa dalla faticosa routine giornaliera a cui la loro piccola azienda li sottopone.

A mescolare le carte in tavola arriva però il desiderio di lei di partire per un corso semestrale in Texas per affinare la disciplina equestre del reining.
Tra una birra al pub del paese e una pulita al cazzo dei cavalli, tra il parto di una scrofa e la partenza di Silvia, la coppia dovrà tenere botta e fare i conti con il capitale emotivo accumulato fino a quel momento.

Basterà?

See You in Texas (2016)

Straordinario piccolo film semi-documentaristico per il promettente Vito Palmieri che sembra possedere un occhio particolarmente attento alle tante microstorie che compongono la galassia umana.
Come in altri suoi lavori precedenti, qui gli attori sono presi dalla famigerata “strada” (nel loro caso dalla valle del Chiese, dove effettivamente si svolge la storia) e la cosa sembra non aver impattato minimamente sulla resa narrativa, anzi: proprio come da scuola neorealista l’intreccio amoroso ha preso linfa vitale dal vissuto reale dei due protagonisti (Silvia e Andrea sono una vera coppia di allevatori) e l’unico problema reale sembra essere stato conciliare le tempistiche cinematografiche con quelle dell’azienda.

Progetto partito sotto spinta del direttore della fotografia Michele D’Attanasio che proprio in quei luoghi aveva girato un altro film, questo See You in Texas si è avvalso della collaborazione di un piccolo ma agguerrito team proprio per non disturbare la quiete della vita rurale; il risultato è una serie di inquadrature solo apparentemente disgiunte e che invece vanno pian piano a comporre il ritratto di una vita insieme.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Bucoliche e mezza

See You in Texas (2016) voto

Titolo originale: See You in Texas
Regia: Vito Palmieri
Anno: 2016
Durata: 76 minuti

Ritratto di famiglia con tempesta (2016)

Ryota Shinoda ha vinto un importante premio letterario 15 anni prima; da allora la sua vita è andata a scatafascio: non ha pubblicato altro, la moglie ha divorziato e sta frequentando un altro, suo figlio lo vede solo una volta al mese quando deve pagare gli alimenti e un generale senso d’infantile incompiutezza permea ogni ambito della sua solitaria esistenza.

L’occasione per mettere un punto definitivo al suo amore perduto nei viottoli di un giappone triste e provinciale arriva sotto forma di tifone che costringe padre, madre e figlio ad una notte chiarificatrice sotto lo stesso tetto, quello che della madre di lui, recentemente vedova e portatrice di un’esperienza che Ryota avrebbe dovuto far sua molti anni prima.

Ritratto di famiglia con tempesta (2016)

Dallo stesso regista di quel capolavoro di Nobody Knows, ecco un altro straordinario piccolo film tutto giocato sul minimalismo tipico orientale che, inondando lo spettatore di discorsi e gesti solo apparentemente superficiali, compone pennellata dopo pennellata, goccia dopo goccia, un affresco familiare di rara complessità e allo stesso tempo un ritratto struggente d’un uomo che, promessosi di non ripetere gli sbagli del padre, finisce inesorabilmente col percorrerne passo dopo passo l’esistenza.

La profondità emotiva del protagonista e la sua voglia di ricomposizione personale, perfettamente rappresentata dal titolo del suo libro, La sedia vuota, passa attraverso un colapasta a maglia fine che ironicamente finisce col trattenere i sentimenti migliori per lasciar passare quelli più grossolani quali gelosia, possessione, avidità ed egoismo.

La sua incapacità, od infantile resistenza, a lasciar andare e passare oltre per ricostruirsi col sudore della fronte una vita e soprattutto una personalità viene nel corso del film continuamente esplicitata: dall’ignorare una splendida collega mentre soggiornano in una stanza d’un Love Hotel con tanto di catene e polsiere al soffitto, alla sua passione per il gioco d’azzardo che promette un cambio di vita immediato e senza sforzo, dal voler comprare gli affetti familiari con beni materiali invece d’una vita d’ascolto e comprensione, al voler vivere e riviviere una nostalgia per un posto perduto e forse neanche mai esistito… come quando si rifugia nella piovra gigante al parco giochi, teatro di uno dei pochi ricordi positivi che ha del padre, da sempre assente.

Questo è un film eccezionale, ma certamente non per tutti i palati: l’andamento lento e in punta di piedi, l’irrisolvibilità sentimentale del protagonista o la staticità delle (perfette) inquadrature sono elementi che purtroppo scoraggiano molti spettatori troppo abituati alla frenesia dello stile televisivo.
Ma se si riesce ad andare oltre questa personale ritrosia, proprio come dovrebbe fare il protagonista Ryota, allora si potrà alzare la diga che trattiene le lacrime dell’umanità e bagnare il deserto del nostro scontento.

VOTO:
4 dighe e mezza

Ritratto di famiglia con tempesta (2016) voto

Titolo originale: Umi yori mo mada fukaku
Regia: Hirokazu Koreeda
Anno: 2016
Durata: 117 minuti

The Witch (2015)

Nell’America del diciassettesimo secolo la vita è veramente misera: fame, sete, fatica, pioggia e un incessante freddo del cazzo fanno da amabili compari ai drappelli di umanità sperduta che si attaccano forte al seno della Madonna e ai capezzoli del Cristo per non andare in depressione e fare violentemente a pezzi chiunque si pari davanti questo scempio.

A complicare le cose per uno di questi drappelli, una famiglia puritana tutta casa e chiesa, ci si mette una strega dei boschi assetata di sangue di virgulti cristiani che farà fuori uno ad uno tutti questi zozzi colonialisti del cazzo a suon di malefici molto truculenti e vagamente sessuali.

The Witch (2015)

Film davvero notevole nel comparto tecnico e sicuramente uno dei migliori esempi di buona commistione tra cinema semi-sperimentale e intrattenimento alto.

Kubrickianamente reminiscente in diversi momenti di certe misteriose e sacre atmosfere che hanno reso immortali film come 2001 (i cori) o The Shining (la donna nel bagno), la pellicola sprizza una tale triste rassegnazione di fronte all’ineluttabilità della morte che francamente alla fine si comincia a parteggiare per il demonio.

Sicuramente uno dei migliori film visti recentemente e audace mossa per un giovane regista che, vista l’evidente dote artistica, verrà presto ingaggiato dalla Disney per dirigere il prossimo The Avengers.

VOTO:
4 Disney e mezzo

The Witch (2015) voto

Titolo completo: The VVitch: A New-England Folktale
Regia: Robert Eggers
Anno: 2015
Durata: 92 minuti

I Don’t Feel at Home in This World Anymore (2017)

L’interezza di questo film potrebbe essere riassunta nella scena iniziale:
una vecchia pronuncia vogliose allusioni alla sua piccola fregna penetrata da turgidi grossi cazzi neri mascherandole però da zozze parole razziste; poi muore, sola.

Ed è un po’ così che la protagonista di questo meraviglioso film vede l’umanità: una massa di individui troppo impegnata a farsi del male l’un l’altro per ammettere quanto l’amore e la voglia d’affetto sia l’unico possibile antidoto all’inevitabile morte.

I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017)

Devo ammettere che ho un particolare pregiudizio verso i filmetti indipendenti, specialmente se contengono Elijah Wood.
Questa volta però bisogna dara a Cesare quel che è di Cesare e chinare il capo davanti una storia di solitudine emotiva che, partendo dalla minuzia di una cacata di cane, riesce ad arrivare nell’alto dei cieli per fare a braccio di ferro con l’iperuranio del mio egoismo intellettuale, vincendo.

Il fatto che le vicende seguano una donna sulla trentina, sola e in sovrappeso (sia fisico che emotivo), cambia poco ai fini narrativi, nonostante certa critica del progressista venerdì sera possa pensare altrimenti; qui infatti siamo più dalle parti della riflessione socio-filosofica sui massimi sistemi mentre siamo seduti in mezzo al sentiero della nostra vita con le gambe rotte dalla fatica che la diritta via sembra smarrita.

VOTO:
4 Virgilio e mezzo

I Don't Feel at Home in This World Anymore (2017) voto

Titolo originale: I Don’t Fell at Home in this World Anymore
Regia: Macom Blair
Anno: 2017
Durata: 93 minuti

C’era un padre (1942)

In una cittadina provinciale del Giappone pre-bellico, l’insegnante di matematica Horikawa si ritrova con un terribile senso di colpa dopo che un suo giovane studente annega durante un gita a Tokyo.

Totalmente incapace di continuare la professione, lascia il lavoro e si trasferisce in un’altra città sperando di fuggire i suoi demoni interiori; quello che succede invece è che matura presto un’incontenibile irrequietezza nel trovarsi vicino al figlio pubescente e, spaventato dal non essere in grado di proteggerlo dai mille ostacoli della vita, decide di mandarlo in collegio allontandolo quindi da sé e percorrendo perciò una sorta di via crucis interiore al termine della quale quest’uomo oramai incapace d’amare spera d’espiare le sue (inesistenti) colpe.

C'era un padre (1942)

Bellissimo film del grande Ozu che avevo già visto e apprezzato una decina d’anni fa in piena notte a Fuoriorario.

La cosa che più mi colpì all’epoca e che tutt’ora a mio modesto avviso tiene l’opera su un livello filmico speciale, non sono tanto alcune ottime inquadrature, delle recitazioni dolorose e contenute allo stesso tempo e un minimalismo formale che fa specchio ad una pulizia di narrazione, ma bensì il nervo stesso della storia.
Ovvero quest’impercettibile eppure enorme scarto emotivo che porta un uomo ferito nell’orgoglio e nell’amore ad allontanare da sé il proprio figlio, unico membro familiare rimastogli dopo la morte della moglie.

Ecco, proprio quest’apparentemente paradossale inversione logica tra causa ed effetto, quest’aprioristica cancellazione d’una via redentiva solo per la paura di fallire, mi aveva fatto capire qualcosa in più sugli esseri umani e come a volte ragionano in maniera bislacca ed unica.

Noi umani, a quel che ne so, siamo anche gli unici animali che commettono suicidio (in Giappone questo ha assunto persino forme rituali come il seppuku) e questo mi ha sempre fatto riflettere su quanto siamo unici nel regno vivente.
Noi, fragili creature piene d’emozioni che alla prima folata di vento autunnale se ne possono volare via nell’infinitezza dei loro pensieri.

VOTO:
4 foglie e mezza

C'era un padre (1942) voto

Titolo originale: 父ありき Chichi ariki
Regia: Yasujirô Ozu
Anno: 1942
Durata: 94 minuti

Sole negli occhi (2001)

Il trentenne Marco è (probabilmente) un omosessuale represso completamente bloccato in un misero infantilismo da quando in giovine età fu beccato dal padre mentre a casa faceva della non meglio identificata roba zozza.
Arrivato a Rimini per dissuadere il genitore dalla vendita di una casa, Marco finisce per accoltellarlo malamente in un premeditato impeto di voglia di indipendenza.
I restanti 3 quarti del film seguono il percorso emotivamente liberatorio e praticamente involutivo del patricida il quale, cercando di eludere le indagini, fa in realtà tutto pur di farsi beccare.

Sole negli occhi (2001)

Interessantissimo dramma familiare di un individuo ironicamente solo come un cane che si distacca fortemente dalla solita melma italica per giungere su sponde molto più intellettuali e forestiere.

Il film parte in maniera furente e già dal primo minuto si capisce la portata dell’opera; tutta la sequenza iniziale poi è un assoluto capolavoro teatrale entro il quale Gifuni prende il volo grazie ad una recitazione contenutissima e precisa secondo la quale anche un’intonazione o un lieve sorriso possono e devono sorreggere la trama.
Qui infatti si lavora molto per sottrazione e tutto, dalle interpretazioni alla messa in scena, dalla scenografia alla fotografia, è centellinato in maniera tale che ad emergere non siano i virtuosismi del regista egocentrico alla Sorrentino il quale ho scoperto recentemente non paga gli straordinari al suo assistente alla regia pezzo di merda spilorcio figlio di un cane, ma bensì la storia di un pericolosissimo timido spilungone mai cresciuto.

VOTO:
4 Sorrentino ladro

Sole negli occhi (2001) voto

Titolo inglese: Empty Eyes
Regia: Andrea Porporati
Anno: 2001
Durata: 90 minuti

Arrival (2016)

Gli alieni arrivano sulla Terra a bordo di 12 navi a forma di supposta e subito si scatena il panico tra la gente su cosa siano venuti a fare e quale sia il modo migliore per rispondere ad un eventuale contatto.

A far da mediatori con la supposta atterrata in suolo americano vengono mandati una linguista e un fisico i quali riescono a fare buoni progressi tramite l’uso di semplici parole scritte e una mimica facciale da mercoledì sera.
L’obiettivo è giungere alla formulazione della domanda “cosa siete venuti a fare qui?”, in mezzo tutta una serie di concetti base che vengono saltati a piè pari tramite l’uso del montaggio cinematografico, unica vera benedizione che la settima arte ha versato copiosa sull’intera umanità.

Quando però alla fine gli alieni rispondono con un criptico “offer weapon”, ecco che i leader mondiali si mettono le mani nei capelli e comincia un conto alla rovescia per l’inizio di un attacco umano dagli esiti più o meno apocalittici.

Riuscirà quindi la giovane linguista, interpretata da una Amy Adams in gran forma, a decifrare le vere intenzioni della razza aliena?
O l’umanità sarà condannata a risarcire i danni per il resto dei suoi giorni tipo l’Italia con la Yugoslavia alla fine della seconda guerra mondiale?

Arrival (2016)

Film fantascientifico assolutamente eccezionale, partorito dallo stesso regista del magnifico Enemy, che mi sento di consigliare senza la benché minima remora.

Costruito secondo i classici stilemi del film d’autore impegnato ma non indecifrabile ed in questo senso ricalcante la sua stessa trama di trasmutazione linguistica tra le parti per un accrescimento culturale reciproco, ‘sto film minimalista riesce ad infondere una tale mole di emozioni in così poche inquadrature da far impallidire parecchio cinema italico de core che, lungi dall’essere al servizio dello spettatore, è in realtà al servizio dello sportello bancario del regista e del produttore che in associazione a delinquere si mettono costantemente di buona lena a sfornare merda passatista su merda passatista sotto lo scrosciante plauso di una critica nostrana troppo ignorante per guardarsi un film straniero senza il doppiaggio di Pannofino.

Mortacci vostra.

VOTO:
5 Pannofino

Arrival (2016) voto

Titolo originale: Arrival
Regia: Denise Villeneuve
Anno: 2016
Durata: 116 minuti

Black Mirror: 1° stagione (2011)

Questa è una serie televisiva di un certo spessore e lo si capisce fin dal primo episodio: una principessa appartenente alla casa reale inglese viene rapita da un misterioso figuro e verrà uccisa se il primo ministro non si presenterà in diretta televisiva entro poche ore per scopare un maiale di 100 chili davanti a tutto il mondo “civilizzato”.
Gli altri due micro-film che compongono la prima stagione si concentrano su altri aspetti possibilmente angoscianti del futuro prossimo di cui già ora possiamo vedere le prime avvisaglie.

Uno mette in scena una realtà entro la quale ha preso piede un sistema fortemente piramidale interamente basato sull’intrattenimento fine a se stesso al solo scopo di sfruttare orde di corpi umani per il loro potere cinetico in sella a delle bici collegate ad una griglia centralizzata che sembra dare potenza, in un classico circolo vizioso artificiale messo in piedi da un’elite governativa, alla stessa giostra del divertimento il cui scopo sarebbe quello di alleviare la pena di una vita attaccati alla macina.

L’ultimo invece ruota attorno all’incapacità d’azione quando si vive la propria esistenza in una perenne rievocazione del passato oramai fuggito: nella fattispecie, un fragile marito sospetta di una relazione extraconiugale della di lui sposa con un presuntuoso fighetto pieno di sé con il quale lei ha avuto una breve storia anni prima.
Tutto questo è aiutato ed alimentato da un endemico sistema di registrazione delle memorie personali che non lascia scampo né all’immaginazione, né alle libertà individuali dei privati cittadini, privati ovviamente delle loro libertà individuali.

Black Mirror: 1° stagione (2011)

Stupefacente serie televisiva britannica (e come poteva essere altrimenti considerando che il Regno Unito è già bello che avviato verso un’involuzione aristocratica sotto la quale i sudditi di sua maestà stanno via via perendo come solitari spermatozoi lasciati al freddo su di un bianco pavimento di un cesso pubblico) che cerca di immaginare una realtà alternativa prossima futura dominata, per un verso o per l’altro, da una tecnologia per così dire moderna.

Se da un lato è sicuramente da bollare come luddista e francamente infantile il solito cantilenante memento mori verso la povera bistrattata tecnologia che, zitta zitta, ha rischiarato le terribili notti delle nostre grotte preistoriche tramite l’uso di pietre focaie e pagliericcio, ci ha vestito di caldi indumenti per farci passare i freddi inverni di una glaciazione globale, ci ha donato penne con cui scrivere poemi e formule matematiche e carta sulla quale tramandare ai posteri tutto questa nostra immensa conoscenza che altrimenti sarebbe andata persa come succede a TUTTI gli altri animali di questo misero scoglio alla deriva nell’universo, se quindi da un lato c’è da mettersi le mani nei capelli, dall’altro però possiamo facilmente spezzare una lancia in favore di una piccola raccolta di ottimi film brevi come non se ne vedeva da tempo sui nostri poveri schermi neri.

VOTO:
4 monoliti e mezzo

Black Mirror: 1° stagione (2011) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: prima
Anno: 2011
Durata: 3 episodi da 1 ora

Captain Fantastic (2016)

Abbiamo visto il film con Viggo Mortensen hipster vedovo nudo.

Si parla di:
Siri e Kaptèin Fantastìk, Matt Ross frocio nel bagno, Trama, Film anticapitalisti girati con telecamere di plastica, Amish e motori / gioie e dolori, Prime impressioni, Regista hipster, Incongruenti coerenze filmiche, una differente Filosofia di vita, un colpo al Cerchio e una alla Botte, Fotografia, Prove attoriali e peni attoriali, Bambini bravi bravi, Pubblico di riferimento, Votazioni, un Segreto incoffessabile, cosa abbiamo fatto l’Estate scorsa, QwErTy e 10 minuti di Applausi.

Titolo originale: Captain Fantastic
Regia: Matt Ross
Anno: 2016
Durata: 118 minuti
Compralohttp://amzn.to/2zE222X

Animali Notturni (2016)

Abbiamo visto il film dei borghesi grandi grandi con problemi piccoli piccoli.

Si parla di:
Single Man, Registi Stilisti, Jake Gyllenhaal, Amy Adams, Arrival, Prime impressioni, Michael Shannon, La trama, Cose positive, Aaron Taylor-Johnson, il Doppio ruolo del fantasmatico protagonista maschile, il Sensibile personaggio del romanzo senza palle, gli Animali Notturni, il Popolo lavoratore che non va al cinema, Tiziano Ferro, Tom Ford, l’Omosessualità, Musiche, Minimalismo, Sentimento, il Folgorante inizio, San Sebastiano bovino, Provocare a tutti i costi come in Cremaster, Quando un film fallisce, Votazioni e Borghesia.

Titolo originale: Nocturnal Animals
Regia: Tom Ford
Anno: 2016
Durata: 116 minuti

Duello nel Pacifico (1968)

Durante la seconda guerra mondiale un capitano di marina giapponese e un pilota americano si ritrovano sperduti su un’isola deserta nel mezzo del Pacifico; soverchiati da un odio profondo e spinti dai rispettivi indottrinamenti statali a covare lo schifo per il diverso, dovranno invece imparare a collaborare se vorranno lasciare lo scoglio sperduto sul quale sono tristemente imprigionati.

Duello nel Pacifico (1968)

Stranissimo e bellissimo film prodotto appena una ventina di anni dopo il criminale e terroristico sgancio delle bombe atomiche americane sulle cittadine giapponesi di Hiroshima e Nagasaki; questo giocare d’anticipo probabilmente influì sull’insuccesso al botteghino… questo e il fatto che i due attori recitano nelle loro rispettive lingue, peraltro con pochissimi dialoghi, e senza sottotitoli così da ricreare la tensione e lo spaesamento provati dai personaggi.

Il finale invece è posticcio e merdoso perché il produttore ha pensato bene di cambiare lo splendido epilogo (visibile su YouTube) con una bomba; perché secondo Hollywood una bella esplosione ci sta sempre bene.

VOTO:
5 esplosioni

Duello nel Pacifico (1968) voto

Titolo originale: Hell in the Pacific
Regia: John Boorman
Anno: 1968
Durata: 103 minuti