Il nome della rosa (1986)

Nel 1327 la vita era una merda.

Eri frocio, studiavi il greco, ti facevi prete, ti facevi un prete e finivi morto stecchito dentro una tinozza d’acqua col tuo cazzetto in bella vista e il tuo indice misteriosamente macchiato di nero.

Nel 1327 la vita era una merda.

Eri un francescano, c’avevi una capoccia tanta, t’eri fatto pure gli occhiali (roba che l’imperatore se li sognava), c’avevi un ciuchino niente male e però ti accusavano di eresia e vanagloria.

Nel 1327 la vita era una merda.

Eri cieco, eri spagnolo, eri oscurantista, eri vecchio, eri brutto, eri racchio, c’avevi il cazzo che è un abbacchio, ma non t’annava mai de ride.

Nel 1327 la vita era una merda.

Il nome della rosa (1986)

Tutti sanno che questo film è tratto dall’omonimo libro di Umberto Eco; non tutti però sanno che il famoso scrittore ha dato il nome a 13069 Umbertoeco, un asteroide della fascia principale, la zona tra Marte e Giove.

Tolto quindi ogni dubbio sull’asteroide Umbertoeco, passiamo al film.

Le musiche di James Horner sono ispiratissime ed accompagnano per mano lo spettatore tra i meandri di una torbidissima storia costellata di bugie ed assassini(i), storia messa perfettamente in scena da un manipolo di attori in bolla tra i quali spiccano, oltre ai bravissimi protagonisti, un fantastico Ron Perlman nel ruolo della sua vita (Salvatore, il gobbo idiota) e le tette di Valentina Vargas, fortemente voluta da Christian Slater per le sue doti canore.

VOTO:
4 Salvatore

Il nome della rosa (1986) voto

Titolo originale: The Name of the Rose
Regia: Jean-Jacques Annaud
Anno: 1986
Durata: 130 minuti
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Arsenico e vecchi merletti (1944)

Nel quartiere di Brooklyn in New York ci sono i Brewster, una benestante famiglia di squinternati formata da due vecchie sorelle molto simpatiche ed i loro nipoti, oramai quarantenni: il primo, Teddy, pensa d’essere il ventiseiesimo presidente americano Theodore Roosevelt; il secondo, Mortimer, è un inguaribile quanto famoso scapolo che inaspettatamente decide di sposarsi; mentre il terzo, Jonathan, è un pazzo omicida che assomiglia a Boris Karloff per via delle numerose operazioni al volto volte a sfuggire alla polizia.

La sera di Halloween si ritroveranno tutti quanti assieme sotto lo stesso tetto newyorkese per dare vita ad una commedia nera degli equivoci come da miglior tradizione teatrale.

Arsenico e vecchi merletti (1944)
un brindisi alle pannocchie

Simpaticissima vecchia commedia che mia madre ha sempre amato e che, nonostante non riesca a farmi ridere perché sono uno stronzo nichilista, ha certamente dalla sua una scrittura perfetta e delle interpretazioni deliziose.

Tutto giocato tra le quattro mura del salone di casa Brewster (tranne pochissime scene ad arricchire cinematograficamente la pièce teatrale da cui è tratto), Arsenico e vecchi merletti è una commedia di 2 ore che riesce a non pesare sul pubblico perché smonta con cadenza quasi svizzera i possibili gorghi narrativi con gag a ripetizione certamente non rivoluzionarie, ma pur indubbiamente in bolla.

Consigliato se volete fare felici i vostri parenti anziani, prima di dar loro una botta in testa con un tortore per rubare le mutande nei cassetti da rivendere poi al mercatino dell’usato di Testaccio.

VOTO:
4 tortori

Arsenico e vecchi merletti (1944) voto

Titolo: Arsenic and Old Lace
Regia: Frank Capra
Anno: 1944
Durata: 118 minuti
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The Call (2020)

E’ il 2019 e Kim Seo-yeon, una 28enne sud-koreana che non distinguerebbe una cippa di cazzo moscia dalla fica di sua madre pazza, decide di andare a trovare l’infingarda genitrice all’ospedale prima che un malanno se la porti via come stelline di natale al vento.

Posati i bagagli nella vecchia casa materna, Kim comincia a ricevere telefonate da Oh Young-sook (preparatevi perché questo cazzo di nome verrà pronunciato più volte delle imploranti suppliche che il regista mi rivolgerà quando lo legherà ad una sedia per scotennargli i coglioni con una zappetta da giardinaggio arrugginita); Young-sook, dicevo, è una misteriosa e disturbata ragazza che, non si sa come non si sa perché, sta vivendo nel 1999, venti anni prima la nostra vostra Kim Seo-yeon.

Questo sovrannaturale rapporto telefonico, in barba alle più elementari leggi temporali, cambierà per sempre le vite di entrambe le ragazze.
Chi in meglio e chi in peggio.

The Call (2020)

Affascinante calcio in bocca all’anima de li mortacci tua.

Ma io dico: come cazzo è possibile sfornare una tale prevedibilissima stronzatella partendo da un’ottima intuizione narrativa, ovvero quella di un telefono magico che mette in comunicazione due coetanee divise da 20 lunghi anni?

Come cazzo!?!

Peccato, un vero peccato: perché si poteva e si doveva fare un passo in più verso una pienezza emotiva che non viene mai veramente raggiunta; né dagli improbabili parrucchini di frocetti col cagnetto e né tantomeno dallo scontato twist finale che restituisce un sapore di scontata voglia di stupire piuttosto che di genuina sorpresa.

VOTO:
2 twist

The Call (2020) voto

Titolo originale: Kol
Regia: Chung-Hyun Lee
Anno: 2020
Durata: 112 minuti
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The Beast – Abissi di paura (1996)

Una tranquilla cittadina costiera americana viene sconvolta dall’arrivo di una creatura marina stronza che comincia a mangiarsi i bagnanti e i pescatori poveri con i pantaloni tenuti da una corda da barbone ottocentesco.

Nel frattempo alcune tempeste ormonali mischiano le carte in tavola di giovani coppie composte da nane, efebofili, uomini banali e donnuomini con mascelle mastinescamente napoletane.

The Beast - Abissi di paura (1996)

Tutto questo vi ricorda quel film di Spielberg degli anni ’70?
Avete ragione, visto che anche questo è tratto da un romanzo di Peter Benchley, lo scrittore di Jaws.

Ma bando alle ciance, vale la pena vedere questo film TV?
Ovviamente no.

Ne dubitavate?
Aspettavate il mio permesso per farvi una sonora cacata lunga 3 ore?

VOTO:
2 tentacoli e mezzo

The Beast - Abissi di paura (1996) voto

Titolo originale: The Beast
Regia: Jeff Bleckner
Anno: 1996
Durata: 2 episodi da 1 ora e mezza circa
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Christine: la macchina infernale (1983)

Arnie Cunningham è uno studente liceale molto sfigato che, non avendo mai scopato perché perso nell’imbuto dell’omosessualità latente, si rifugia tra le braccia del suo migliore amico Dennis, un sorprendente figaccio che gioca a football americano e lascia in giro quell’invisibile feromone che attira le femmine. Hai capito Arnie? Le femmine.

Una strana coppia, non c’è che dire, ma non avete ancora sentito il resto: a mettere tizzoni caldi tra le loro terga già infuocate da nottate libidinose d’amore gaio arriva una vettura, come dicono i francesi, del 1957; un veicolo, come dice il codice della strada, rosso fiammante e tutto cromato che si metterà in testa di succhiare linfa vitale dal cazzo di Arnie (già peraltro martoriato a bestia dal suo vorace amico) per continuare a perseguire il suo diabolico piano: diventare direttore del TG2.

Christine - La macchina infernale (1983)
e buonasera gentili telespettatori

Opera meno importante di Carpenter, anche perché realizzata su commissione dopo il malaugurato flop al botteghino dell’immenso The Thing, ma non per questo brutta. Tutt’altro.

Retto da una buona suspense, specialmente nella prima parte, buone interpretazioni ed effetti speciali minimi ma azzeccati, il film intrattiene abbondantemente il pubblico, anche per via di quel messaggio subliminale che viene trasmesso in frequenza bassa a circa due quinti del film se suonato al contrario mentre s’indossa una pelliccia di visone grigio, mi raccomando grigio.

VOTO:
3 visoni e mezzo

Christine: la macchina infernale (1983) voto

Titolo originale: Christine
Regia: John Carpenter
Anno: 1983
Durata: 110 minuti
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Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Steven Avery se ne sta in galera dal 1985 per una serie di orrendi crimini che non ha commesso.

Questo perché la giustizia spesso è una puttana balorda grassa e laida che se la prende comoda con i reietti della società, con chi non coincide con i canoni da cannonare coddio coccodè.
E allora andate affanculo sceriffi de sto cazzo corrotti maledetti protetti da giudici ignoranti e pigri colmi di sperma rancido che se li prendi a pugni sul pancione sputerebbero l’anima de li mortacci loro in faccia alla madre di quel figlio di puttana del procuratore.

‘na spremuta de sangue, rancido.

Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Prosieguo stagionale della prima, queste 10 puntate si concentrano sugli sforzi di Steven Avery e del nipote Brendan Dassey d’uscire dall’imbuto che li ha fatti scivolare nel fondo della tazza del cesso dove hanno cacato una dozzina di persone.
O forse erano dieci… comunque non più 12. Ne sono certo.

Non è appassionante e non è costruito perfettamente ad incastro come altri, ma rimane encomiabile per lo sforzo produttivo di stare lì a rincorrere sentenze ed appelli per anni ed anni tentando di tirarne fuori un prodotto fruibile dal pubblico generalista.

coccodè

VOTO:
3 chicco testa di cazzo

Making a Murderer: 2° stagione (2018) voto

Titolo giapponese: 殺人者への道
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Stagione: seconda
Anno: 2018
Durata: 10 episodi da 1 ora

Arma letale (1987)

Hai appena compiuto 50 anni, sei un attempato poliziotto di Los Angeles con moglie e 3 figli, ti sei comprato la barchetta perché la casa già ce l’hai, non credi nella vergine Maria ma temi la sua ira vendicativa, hai ricominciato a farti le seghe dopo 25 anni di pausa e pensi che la vita sia una lunga discesa verso l’oblio, come quando i rocker trentenni scivolano nel coma etilico e finiscono soffocati nel loro stesso vomito.

Una bella fine pensi, una fine degna di un negro che ha venduto l’anima all’uomo bianco e tutto quello che gli è rimasto del vecchio sé stesso è un adesivo sul frigorifero contro l’apartheid in sud Africa.

Bello cazzo, bello davvero.

E invece ti mettono a far da balia ad un collega matto con la passione per le pistole fredde in bocca bocchina mortacci sua.
Merda cazzo, merda di un cane maledetto.

Arma letale (1987)
buon 25 anni senza seghe!

Famosa pellicola d’azione poliziesca la polizia spara bum bum picozza e pazzesca cappellata zeppa di strunzatelle che oggi non funzionerebbero più.

Se siete alla ricerca di quel non so che tipico anni ’80 siete ben serviti, ma preparatevi ad una gustosa dose di situazioni telefonate, stereotipate e a tratti completamente fuori dalla grazia di dio (tipo l’incredibile, nel senso di non credibile, scazzottata finale); a fare da contraltare a questo scempio c’è però Mel Gibson schizzato fracico del periodo bianco, quello zeppo di coca.

Da segnalare alle autorità competenti il criminale doppiaggio italiano che in molteplici occasioni ha inserito battute omofobe, assenti in originale.

Facciamo come i froci quando arriva la buon costume. Scappiamo prima che ci si facciano con tutti i pantaloni.

VOTO:
3 picozza

Arma letale (1987) voto

Titolo originale: Lethal Weapon
Regia: Richard Donner
Anno: 1987
Durata: 109 minuti
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Ancora auguri per la tua morte (2019)

Nel primo mediamente divertente capitolo prodotto dall’ebreo Jason Blum avevamo lasciato l’ebrea Tree Gelbman finalmente libera dal loop temporale che non le permetteva di fottere il suo mezz’ebreo neo ragazzo Carter Davis.

In questo mediamente più divertente capitolo troviamo il vietnamita Ryan Phan finire lui stesso nel loop temporale creato dall’esperimento quantistico messo in piedi da lui, dall’indiano Samar Ghosh e dall’imprecisata lesbica Dre Morgan i quali non solo hanno creato il loop temporale di cui sopra, ma riescono poi a spedire Tree in un universo parallelo nel quale sua madre non è morta, e dajece carico, ma il suo ragazzo Carter intinge il biscotto nel pertugio vaginale della svampita Danielle Bouseman (ashkenazi?).

Seguono gag comiche volte a divertire il pubblico pagante un film che con la scusa del multiverso ci parla in realtà di un mondo multiculturale.

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma questo Happy Death Day 2U (divertente anche il titolo) riesce lì dove il predecessore cascava come un cavaliere zoppo, ovvero nel prendersi in giro non solo nella forma, ma anche nella sostanza virando verso la semi-parodia/semi-satira del genere.

Emblematici a tal proposito l’esplicitazione dei rimandi a Back to the Future 2 (che la protagonista non ha visto, riecheggiando il probabile sentimento del pubblico di riferimento) e il demenziale finale post-crediti alla Marvel.

E’ il classico film che ti guardi con gli amici quando hai tra i 16 e i 22 anni, sei pieno di esuberanza adolescenziale, la vita sembra un’autostrada gestita finalmente dallo Stato  e la morte non ha ancora messo la sua mano gelida sui tuoi miseri testicoli.

VOTO:
4 autostrade

Ancora auguri per la tua morte (2019) voto

Titolo originale: Happy Death Day 2U
Regia: Christopher Landon
Anno: 2019
Durata: 100 minuti
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L’altro delitto (1991)

Quando si pensa a Robin Williams in un ruolo da cattivo si fa sempre riferimento a One Hour Photo o al massimo ad Insomnia eppure io che ho visto più cazzi di tua sorella mi ricordo sempre di questo film dove il nostro caro e villoso Robin interpreta uno psicologo radiato dall’albo perché zozzone sporcaccione e ridotto a farsi le pause pranzo nella cella frigorifera di un alimentari di quart’ordine in mezzo a capocce di vitelli e quarti di bue.

Cosa c’entra questo con la trama?
Poco, poco o nulla visto che è la storia di una smemorata con strani incubi irrisolti da svelare con sedute d’ipnosi regressiva e dell’investigatore privato che se la prende in casa con la speranza di riporre il suo piccolo ma voglioso baccello nell’astuccio zippato di lei, ma però invece è quel tocco di colore che m’ha stampigliato per sempre la pellicola nel cervello nonostante all’epoca non avessi piena coscienza di quanto fosse ridicolo e vetusto in certi punti.

L'altro delitto (1991)
ve lo giuro, è grosso così!

Interessante neo-noir neo-sul-culo che dalla sua può vantare tutta una serie di scelte azzeccate: grandi attori anche tra i co-primari (spassoso Wayne Knight con la zeppola), personaggi ben definiti (anche al limite del grottesco), immagini indelebili da film muto (la sigaretta fumata dalla gola è stato un marchio a fuoco da bestia di Satana) e una generale spolverata di crudo cinismo che non fa mai male.

Lo consiglio?
Certo che lo consiglio.
Lo raccomando?
Certo che lo raccomando.
Lo metto incinta?
Certo che lo metto incinta.

VOTO:
3 bestie di Satana

L'altro delitto (1991) voto

Titolo originale: Dead Again
Regia: Kenneth Branagh
Anno: 1991
Durata: 107 minuti
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Three Identical Strangers (2018)

Era il 1980 e i diciannovenni Edward Galland, David Kellman e Robert Shafran non avrebbero mai pensato che di lì a poco le loro vite sarebbero cambiate radicalmente, anche e soprattutto in maniera drammatica.

Di più non posso (e non voglio) dire perché questo è uno di quei film che vanno visti assolutamente senza spoilers per apprezzare appieno sia i piccoli grandi twist che gli autori hanno escogitato che la maestria con la quale li hanno preparati.

Three Identical Strangers (2018)

Fenomenale documentario che ripercorre la straordinaria ed incredibile vicenda che ha portato le vite di 3 perfetti sconosciuti ad annodarsi irrimediabilmente ed eccezionale opera cinematografica sulla natura umana e sul libero arbitrio.

Quello che a mio giudizio colpisce del film (e che è doveroso sottolineare nonostante il silenzio stampa autoimposto) è la bravura tecnica nel seminare gli indizi per poi andarli a ripescare in chiave rivelatoria nelle fasi successive del viaggio narrativo, ricreando così filmicamente quello che tematicamente viene veicolato e cioè lo spaesamento di 3 giovani americani alle prese con qualcosa più grande di loro.

Consigliato, ovviamente.
Anche per capire, se mai ce ne fosse bisogno (e tanto per rompere il cazzo spostando l’attenzione su altro rispetto alla tematica trattata), che i nazisti non sono stati l’ “eccezionale” contro cui puntare i vostri ditini accusatori-auto-assolventi, ma un qualcosa che la storia ha sempre fatto e continua a fare… anche tra le fila di chi venne particolarmente perseguitato sotto i regimi nazi-fascisti…

TA TAA TAAA!

VOTO:
4 particolarmente perseguitati sotto i regimi nazi-fascisti e mezzo

Three Identical Strangers (2018) voto

Titolo israeliano: Shlosha Za’rim Zehim
Regia: Tim Wardle
Anno: 2018
Durata: 96 minuti

Star Wars: l’ascesa di Skywalker (2019)

Per tutti i fulmini e le saette di Zeus onnipotente papagno rotto cazzo pazzo balordo barzotto. Che botte da orbi ragazzi.
Che colori matti sullo schermo che cade in testa alle vecchie storpie.
Che multinazionali del tabacco fogne a cielo aperto ci sono in questo film fantastico senza arte né parte che consiglio caldamente a chi non esiste, cioè dio.

Cosa?
Siete ancora interessati a sapere di cosa parla questo film?!
E ‘sti cazzi non ce li mettete!?!

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Io non ho parole oltre a quelle sconclusionate che ho scritto sopra.

Una pellicola piena zeppa di scene e storie che si susseguono a rotta di collo per la paura di annoiare un pubblico irrequieto di pizzichi alle gengive sanguinanti, una sequela senza capo né coda di effetti speciali e salti piroette capitomboli spade in petto ti curo io serpe di merda sono gesuccristo risorto donna mani venose perché donne uguali uomini progresso civiltà repressione e civiltà.

Niente, scusate; non ce la faccio proprio.

Porco dio i capelli down.
Trik trak e bombe a mano.

VOTO:
2 preti e mezzo

Star Wars: l'ascesa di Skywalker (2019) voto

Titolo originale: Star Wars: Episode IX – The Rise of Skywalker
Regia: J. J. Abrams
Anno: 2019
Durata: 142 minuti

Predator (1987)

Il maggiore Alan “Dutch” Schaefer e il suo drappello di fottuti agenti speciali americani vengono ingaggiati per una missione di salvataggio in territorio nemico (un innominato paese sudamericano… probabilmente uno dei tanti che gli USA vogliono sottomettere a colpi di colpi di stato).

Quello che i nostri prodi proci ignorano però è che il loro talento per la carneficina verrà usato per una mera questione di documentazione mancante (neanche lavorassero all’INPS) dispersa nel mezzo della stessa giungla che funge da perimetro da caccia per una razza aliena bastarda platealmente ispirata allo stereotipo dell’uomo nero con i dreadlocks.

Predator (1987)

Bel filmino d’azione con uomini molto muscolosi e molto frocinconsapevoli che vidi in fase pre-adolescenziale e che poi ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo.

La pellicola potrebbe essere riassunta con: molto sangue, molto onore ed un fantastico Arnold Schwarzenegger che lancia un notturno grido di guerra illuminato solo da una fiaccola.
Ma la cosa più sconvolgente invece è stato apprendere come il regista John McTiernan, alla guida di capisaldi come Die Hard e Last Action Hero, sia finito in disgrazia quando si fece un anno di prigione nel 2013 per aver assunto un investigatore privato al fine di registrare conversazioni compromettenti sia della sua ex moglie che del produttore del suo remake di Rollerball.
Un pasticciaccio degno di Via Merulana che l’ha portato a dichiarare bancarotta e vendersi il ranch in Wyoming.

E’ un attimo che si finisce con le pezze al culo.

VOTO:
4 personaggi scorrelati

Predator (1987) voto

Titolo di lavorazione: Alien Hunter
Regia: John McTiernan
Anno: 1987
Durata: 107 minuti