Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective (1979)

Riccardo Finzi ha preso la licenza di detective privato per corrispondenza e decide di cominciare la sua folgorante carriera nella città più ricca e vivace che l’Italia conosca, Pescara Milano.

Affittato un fatiscente appartamentino senza neanche il mobilio, Riccardo chiede subito in giro dove siano i localetti con le donnine sisette sinclair perché non riesce proprio a tenere il cazzo nei pantaloni e, pagate 4mila lire per il biglietto d’entrata, si lascia rimorchiare letteralmente dalla prima che passa che, fortuna sua, è Lory Del Santo con almeno un paio di taglie in meno di reggiseno.
Invitato a casa di lei per una chiavatina veloce e buttato fuori in meno di 5 minuti dopo una misteriosa telefonata, Riccardo dimentica il folle evento fino a che non rivede la ragazza sul giornale in una foto che la ritrae stirata per strada, messa sotto da una macchina.

Sembra un incidente, ma Riccardo non ci casca e sospetta l’inghippo zozzone di un assassino misterioso che ha ucciso per misteriosi motivi che lui dovrà scoprire nell’arco dell’ora e mezza di film.

Agenzia Riccardo Finzi... praticamente detective (1979)

Modesta commedia del crimine diretta da quel mezzo fascio di Corbucci che già aveva dato il meglio di sé, si fa per dire, con Squadra antiscippo, ed ennesima conferma di quanto mischiare nero, rosa e giallo sia un compito arduo che ben pochi sanno fare.

La macchietta Renato Pozzetto, con il quale il regista collaborerà ancora nel successivo La casa stregata, fa quel che può con il canovaccio che gli è stato servito arrotolato e battuto sul muso da pitbull che si ritrova, ma non riesce a strappare neanche una risata, specchiando in questo modo l’astinenza sessuale vissuta dal personaggio che interpreta.

L’intreccio giallo è poca roba e la risoluzione finale anche abbastanza patetica.

Insomma, evitabile.

VOTO:
2 pitbull e mezzo

Agenzia Riccardo Finzi... praticamente detective (1979) voto

Titolo inglese: The Finzi Detective Agency
Regia: Bruno Corbucci
Anno: 1979
Durata: 92minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Il bambino d’oro (1986)

Nella ridente Los Angeles degli anni ’80, i bambini scompaiono come i calzini nei cassetti e spesso, come i calzini nei cassetti, vengono ritrovati dopo settimane brutalmente divisi, buttati ad un angolo e appallottolati come carta straccia con cui ti ci sei soffiato il naso.

In questo miasma urbano, Chandler Jarrell cerca di metterci una pezza col suo lavoro d’investigatore privato specializzato in giovani scomparsi e, girando la città armato di manifesti di carta (materiale scelto non a caso) con impressa l’immagine dei desaparesidos della società dei consumi, porta avanti la sua personale croce di figlio di mignotta.

A sconvolgere questa sua “bella” vita arriverà una ragazza asiatica con delle puppe non indifferenti che lo convincerà a mettere le sue doti investigative al servizio del Tibet libero e del buddismo maschilista tentando di salvare un dio-bambino rapito da un demonio con l’accento inglese.

Il bambino d'oro (1986)

Filmetto tipicamente anni ’80 con un Eddie Murphy poco incline a fare il buffone e più intento a distanziarsi dal ruolo d’attore comico per abbracciare un più mainstream e redditizio “blockbuster’s main hero”; decisione che gli costerà cara visto che questo segna forse anche l’inizio della fase discendente della macchina stampa soldi chiamata Eddie Murphy…

…d’altra parte come biasimarlo quando ti offrono così tanti dindini da rotolartici dentro mille e una notte assieme ad un esercito di prostitute vietnamite rivestite d’oro che neanche l’Islam ti offre come ricompensa?

Anche se è stato in parte stroncato dalla critica per delle evidenti lacune logico narrative, il film svolge bene il suo compitino e non annoia.
L’unica cosa che lascia l’amaro in bocca però è che lo stesso anno usciva quel capolavoro assoluto chiamato Big Trouble in Little China, ironia della sorte con due attori dalle fattezze asiatiche presenti sia qui che lì (James Hong – David Lo Pan e Victor Wong – Egg Shen); un bellissimo film per certi versi simile, per tematiche ed influenze orientali, che fu clamorosamente stracciato al botteghino da questa pellicola evidentemente modesta.

VOTO:
3 calzini

Il bambino d'oro (1986) voto

Titolo originale: The Golden Child
Regia: Michael Ritchie
Anno: 1986
Durata: 94 minuti

Ritorno al futuro – Parte II (1989)

Marty è appena tornato dal 1955, la famiglia è diventata ricca, gli hanno comprato la jeep 4×4 per andare a scopare in camporella e tutto sembra volgere al meglio… quando d’improvviso sbuca nel vialetto di casa Doc Brown alla guida della DeLorean, gli fracassa il secchio dell’immondizia e comincia a farneticare del futuro, dei suoi figli e dio solo sa cosa diavolo s’è pippato.

Questo strambo incipit è l’inizio di un’avventura che trasporterà Marty, Jennifer, Doc Emmett ed il fortunato spettatore che avrà la sagacia di sintonizzare le antenna verso questo piccolo capolavoro anni ’80 che avrò visto un milione di volte e che non mi stancherò mai di apprezzare, prima nel “futuristico” 2015 e poi nel nostalgico 1955 mettendo in scena quasi un unicum nel panorama cinematografico mondiale, ovvero rivisitare un precedente film secondo un’altra prospettiva, quella di un personaggio estraneo che osserva e interagisce (con estrema cautela) con quelle vicende e quei personaggi che abbiamo visto e rivisto, donando loro nuova vita.

Ritorno al futuro - Parte II (1989)
il mangia-polvere!

In quest’epoca zeppa di cazzi e cazzotti non si vedono più film così ed è un peccato, perché Back to the Future Parte II, con questa sua verve ironica e mai stupida, è il perfetto veicolo cinematografico per far sognare un mucchio di adolescenti senza friggere loro il cervello.

Per chi ha già visto questo secondo capitolo di quella che è la migliore trilogia sui viaggi temporali mai girata, c’è poco da aggiungere; per chi invece si appresta a vederlo per la prima volta, per via della propria giovinezza, per semplice noncuranza o perché si è risvegliato ora da un coma, mi sento in dovere di non spoilerare nulla di quello che è un bellissimo intreccio narrativo, molto carico di humour e di frenesia.

PS: chiaramente va visto solo ed esclusivamente dopo il primo capitolo.

VOTO:
5 mangiapolvere

Ritorno al futuro - Parte II (1989) voto

Titolo originale: Back to the Future Part II
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1989
Durata: 108 minuti

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Maghi, draghi, incantesimi, spade di fuoco, genuflessioni, albini, bacchette, carrozze, mostri, bestie, serpi, eterocromie, castelli, specchi, lenzuoli, mare mare mare quanta voglia d’arrivare da te da te tette te.

Visto che non ho seguito la trama, tra un mezzo pisolino e un “me ne frego” da ventennio fascista, potrei andare a rileggere qualcosa su wikipedia o magari sbirciare un paio di opinioni su internet prima di scrivere questa recensione, e invece no: non me ne fotte una mazza di cosa parli questo filmerda, non me ne fotte una mazza di cosa ne pensa la gente e non me ne fotte una mazza di spiegarlo a chicchessia.

In compenso vi elencherò alcune cose che potreste fare invece di sorbirvi questa strunzata lunga più di 2 ore:

giocare a squash, lavare la macchina, preparare la cena, prendere parte a una banda funky, viaggiare in un paese straniero, diventare Presidente della Repubblica, parlare ad un membro del sesso opposto, lubrificare la macchina, preparare un wurstel fritto, cercare un tesoro sepolto, mungere una mucca, fare una gara di abbaiate con il cane del vicino, effettuare un’operazione al cervello, dipingere una linea gialla in mezzo alla strada, scrivere il vostro nome nella neve, insegnare pallacanestro acquatico alle vongole, cantare le canzoni di Lucio Dalla in banca, piantare alberi sul suolo pubblico, confondere la persona accanto, costruire un tavolo triangolare, trottare, balzellare e saltare, cavalcare un treno, organizzare il cassetto delle calze in ordine alfabetico, giocare a bowling con la mamma, addestrare gli insetti a fare scherzi, fare una trapunta, pubblicare una rivista sui trucioli delle matite, mangiare gelatina al limone con ananas, asfaltare un’autostrada, imparare a disegnare, iscriversi a fotografia, imparare a parlare greco antico, fotocopiare denaro, uscire a mangiare la pasta, cucire un vestito, lavare l’iguana, andare a pesca, dipingere la casa di uno sconosciuto di notte, iscriversi a windsurf, cambiare lo stile dei capelli, affilare i gessetti, dare da mangiare ad un tucano, godersi il sole, fare delle parole incrociate, comprare dei bei vestiti, andare alla spiaggia, giocare a cricket con vostro padre, innaffiare le piante, costruire una casa per le bambole, organizzare una cena con salmone e vino bianco.

VOTO:
2 vongole e mezza

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018) voto

Titolo originale: Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald
Regia: David Yates
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 2° stagione (1988)

Inauguro, con questa seconda stagione dell’esperimento di controllo mentale targato Fininvest, la TOP 3 di un Film una Recensione; una sezione nella quale elenco brevemente i 3 migliori o peggiori episodi tv… o qualsiasi altra stramba cosa mi venga in mente per fottervi il cervello.

Episodio 6 – Corso di sopravvivenza

Siccome le ragazze della 3ª C si fanno venire i conati di godimento vaginale guardando i bei fusti delle riviste per sole donne, i compagni di classe decidono di partecipare ad un corso di sopravvivenza stile campo di concentramento nazista nel quale ci sarà ovviamente anche il prigioniero ossobuco che tenterà con ogni mezzo di farsi inculare dal rosso proletario, e quindi comunista, Bruno Sacchi.
Alla fine, grazie all’aiuto di un gruppo di giovani scout capitanati da Elias e Tisini in versione pornostar, i nostri liceali faranno una fuga per la vittoria.

La frase:

Ci penso io ad aggiustarti, mio ricciolone cicciolone.

Episodio 10 – Scuola guida

Bruno si stufa di svegliarsi all’alba per prendere il treno in tempo per l’entrata a scuola e si fa convincere dai superficiali compagni di classe a prendere la patente per venire in macchina, proprio come il più perfetto delle teste di cazzo.
Passato però l’esame per il rotto della cuffia, si ritroverà con una vecchissima Fiat 500 che nel 1988, a differenza dei contemporanei tempi hipster, è considerata una vecchia macchina di merda.
Dopo aver capito l’insensatezza di spostare un ammasso di ferro per traslare la propria posizione nello spazio, il giovani Sacchi inforcherà infine una bici con l’idea di perdere 20 chili, fallendo miseramente.

La frase:

Ci faremo quattro risate quando le loro auto ci porteranno al disastro ecologico, mentre noi con le nostre biciclette sfideremo il vento, il sole, la fatica, i gas, il traffico, i pericoli, la morte.

Episodio 11 – Gli esami di maturità

Dopo aver frequentato per due volte l’ultimo anno di liceo per pure ragioni d’auditel, i ragazzi della 3ª C affrontano il temutissimo esame di maturità; quella tragica e spaventosa soglia da superare per passare d’un sol colpo dalla fase anale a quella adulta.
Verranno tutti clamorosamente promossi tranne Tisini, l’unica che se lo meritava; probabilmente per sottolineare quanto in una società votata al consumismo e all’arroganza individualista non sia tanto importante essere, ma apparire.

La frase:

E’ quasi come il David di culatello.
Eh eh, culatello mi esalta. La parola culatello mi esalta!

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: seconda
Anno
: 1988

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d’America (2018)

Il pomeriggio del 28 agosto 2003, il 46enne Brian Douglas Wells entrò nella PNC Bank di Erie, Pennsylvania, chiedendo 250mila dollari in contanti.
In mano stringeva una pistola camuffata da bastone e al collo aveva attaccato uno strano congegno metallico.

Uscito dalla banca con 8.702 dollari e fermato dalla polizia dopo neanche 5 minuti di fuga, il signor Wells si arrese immediatamente dichiarando che la rapina gli era stata imposta con la forza dagli stessi criminali che gli avevano attaccato al collo una bomba fatta in casa che sarebbe esplosa se non avesse seguito minuziosamente le istruzioni ricevute.

Purtroppo per Brian, di professione fattorino di pizze che nella mano stringeva un fucile/bastone, la vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno… perché dopo neanche un’oretta dall’innesco, e meno di mezz’ora dopo la rapina, la bomba esplose aprendogli un buon buco un petto e portandolo alla morte nel giro di pochi minuti.

Ora, passata la confusione dettata dall’assurdità dell’intera vicenda, restava da capire cosa diavolo fosse successo prima che Brian Wells diventasse suo malgrado un rapinatore di banche, chi lo avesse costretto a compiere quel gesto estremo, chi gli avesse bloccato con una tenaglia al collo la bomba che lo ha mandato all’altro mondo, insomma: chi diavolo avesse architettato una delle più folli e diaboliche rapine mai realizzate.

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018)

Avete presente quei filmati molto gustosi dove si vede la gente morire?

Sì, quelli che vai a cercare digitando cose tipo “live death”, “snuff films” o “le migliori encicliche di papa francesco” su Google sperando che esca fuori qualche risultato sostanzioso e invece 9 volte su 10 è un sito porno che chiudi subito perché non t’interessa mischiare sesso e morte.
Non t’interessa prima delle 10 di sera intendo.

Ecco, il filmato “pizza bomber” è uno di quelli che ricorrono più spesso in queste strambe ricerche post-rotten.com e oggi, grazie a questo esaustivo e coraggioso documentario, possiamo finalmente soddisfare la curiosità che ci è salita più volte nel voler conoscere i retroscena di questo mistero che abbiamo sempre osservato completamente decontestualizzato.

Seguendo l’intrigante narrazione che si distende placida lungo le quasi 4 ore di documentario e soprattutto esplorando una delle vicende più bizzarre mai verificatesi su suolo americano mano nella mano con una pazza sciroccata bipolare chiamata Marjorie Diehl-Armstrong, principale indiziata come diabolica ideatrice del diabolico piano in questione, è una bella esperienza che consiglio a chiunque abbia un diabolico debole per le diaboliche encicliche di Papa Francesco.

VOTO:
3 encicliche e mezza

Evil Genius- la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018) voto

Titolo originale: Evil Genius: The True Story of America’s Most Diabolical Bank Heist
Regia: Barbara Schroeder, Trey Borzillieri
Anno: 2018
Durata: 4 episodi da 50 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

Pupazzi senza gloria (2018)

In una Los Angeles situata in un universo alternativo nel quale umani e pupazzi convivono (non) pacificamente stanno avvenendo strani omicidi.

Uno ad uno, tutti gli attori componenti il cast di un famoso vecchio show televisivo, The Happytime Gang, vengono fatti fuori proprio nel momento in cui un gruzzolo di 10 milioni di dollari di diritti televisivi sta per essere equamente diviso tra gli attori ancora in vita.
L’investigatore privato Phil Phillips, radiato dal corpo di polizia con l’accusa di aver mancato di perforare con un proiettile la testa di un rapinatore armato solo perché era un pupazzo come lui, è convinto che questi reati siano collegati da un unico semplice motivo: uno dei membri del cast sta aumentando la ghiotta fetta del dividendo restringendo il numero del divisore grazie all’uso di fucili a pompa, bombe e mannaie.

Districandosi in un mare di violenza e volgarità, Phillips e la sua ex partner al commissariato, il detective Connie Edwards, faranno finalmente luce dentro il cotonato intestino buio dell’infanzia perduta.

Pupazzi senza gloria (2018)

Eccezionale revival del genere pupazzi che non poteva non prendere l’impervia strada della satira adulta e dissacrante, visti anche i tempi contemporanei fatti di pervasiva consapevolezza popolare e (benvenuta) caduta dei simulacri classici quali religione, politica rappresentativa ed istituzioni statali che per troppo tempo hanno coccolato gli orfani di padri putativi autoritari di freudiana memoria.

Ovviamente questo miscuglio calcolato a tavolino secondo tutti i crismi del genere poliziesco (oggettivamente ben riuscito) che fa del grottesco e della fase anale freudiana il suo vessillo ha scontentato un po’ tutti: sia quella parte di pubblico più stupida che non riesce a ridere dei propri difetti morali  e sia quelli più svegli e progressisti i quali però ancora non riescono a lasciarsi andare ad una sonora scorreggia tonante in ufficio per rallegrare i colleghi depressi per paura d’apparire vivi e che quindi hanno bollato il film come eccessivo ed in cerca d’attenzione.
Beh, vi sbagliate cari intellettuali da solottino; quella è vostra madre.

Se invece, come me, fate parte della crema sfavillante dell’umanità contro la quale la massa di mediocri ripudia di specchiarsi con grandissima vergogna e furiosissimo sdegno per ammorbare e infine distruggere i miei fratelli, allora troverete pane per i vostri denti.

OVVIAMENTE il film va visto in originale e non nella pietosa quanto scandalosa versione doppiata da Maccio Capatonda che snatura il senso dell’opera facendola passare da buona satira a triste macchietta, nella speranza di depotenziarne la natura destabilizzante.

VOTO:
4 Anna Pannocchia

Pupazzi senza gloria (2018) voto

Titolo originale: The Happytime Murders
Regia: Brian Henson
Anno: 2018
Durata: 91 minuti

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

The Jinx (2015)

Come fare fuori 3 persone e farla franca?
Semplice: basta essere ricchi, potenti e senza manie di protagonismo.
Questo è l’insegnamento che si estrapola dalla stupefacente vicenda di Robert Durst, membro reietto della potente famiglia immobiliarista dei Durst; un gruppo che da quasi un secolo risulta tra i primi 5 a Manhattan.

Kathleen McCormack Durst era la prima moglie di Robert; scomparve la notte del 31 gennaio 1982 senza lasciare traccia quando il marito dichiarò di averla lasciata alla stazione dei treni in partenza per Manhattan.
Susan Berman era una delle migliori amiche di Robert; fu uccisa nella sua casa di Los Angeles con un colpo di pistola alla nuca il 24 dicembre 2000. Robert era volato in California pochi giorni prima per poi tornare a New York il giorno stesso dell’omicidio.
Morris Black era il burbero e schivo vicino di casa di Robert durante la sua latitanza in Texas quando si travestiva da donna per sfuggire alle indagini della polizia; il suo corpo fu trovato a pezzi in buste di plastica nella baia di Galveston.

Ora, per molto ma molto ma molto meno c’è gente che viene messa in galera per anni; Robert Durst invece l’ha fatta franca fino a quando non ha voluto forzare all’inverosimile la fortuna contattando il regista Andrew Jarecki perché costui aveva appena realizzato un film sulla scomparsa della sua prima moglie, All Good Things, e chiedendogli se fosse possibile fare un’intervista in cui potesse raccontare la sua versione dei fatti.
E da questo iniziale slancio di protagonismo ne è nato un progetto documentaristico dalla portata incredibile che ha permesso l’arresto di Robert Durst per omicidio di primo grado.

The Jinx (2015)

Straordinario documentario televisivo che parte in maniera quasi tradizionale per calare poi l’asso piglia tutto alla puntata finale.

Se dal punto di vista narrativo non ci sono in realtà particolari innovazioni e su quello tecnico siamo su livelli più che accettabili, la grande forza di questo lavoro sta piuttosto nella capacità dimostrata che il cinema può modificare, in meglio, la realtà.

Se quindi il Cinema ne esce vittorioso, è la società civile a mostrare il nervo debole di un sistema piramidale che premia i potenti e bastona i subordinati: Robert Durst è infatti l’emblema di come un violento psicopatico privo delle più elementari funzioni empatiche possa farla franca quando sguinzaglia i suoi dollaroni per comprarsi la salvezza, basta che poi non insista nel farsi intervistare per un documentario.
Per la serie: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

VOTO:
3 Freedom Tower e mezzo

The Jinx (2015) voto

Titolo originale: The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst
Titolo esteso: The Jinx – La vita e le morti di Robert Durst
Regia: Andrew Jarecki
Anno: 2015
Durata: 6 episodi da 45 minuti circa

Bone Tomahawk (2015)

Alla fine del 19esimo secolo gli Stati Uniti d’America erano ancora un paese in fieri colmo di mistero e timore; un paese molto difficile da vivere e per questo popolato per buona parte dai due estremi dell’essere umano: i poveri determinati cristi che tentavano, contro ogni pronostico, di costruire qualcosa dai sassi e la polvere a disposizione e chi invece no.

Qui, a differenza dei classici film manichei coi buoni e i cattivi, vengono tralasciati gli uomini qualunque a ruoli marginali e macchiettistici (come il pianista del saloon) e sono invece narrate vicende che mettono in contrapposizione persone prese solo dal gruppo dei poveri determinati cristi: briganti nomadi che vanno avanti sgozzando viandanti appisolati sotto il Sole rovente della steppa centro americana, baffuti sceriffi ligi al dovere che cenano con una misera zuppa bollita sopra la stufa dell’ufficio, cowboy dall’egocentrismo romantico che rischiano la vita per pure formalità, infermiere stracolme di un femminismo applicato e non professato da immaginari scranni, miserabili vecchi vedovi che in mancanza di una pensione di cittadinanza sono costretti a lavorare e rischiare la pelle per due soldi e primordiali clan di bestiali nativi americani pronti a tutto pur di sopravvivere tra sterpaglia e canyons.

Ognuno di questi personaggi si ritroverà sullo stesso immaginario sentiero e dovrà adattare andamento e postura per continuare la propria camminata nella valle della morte che chiamiamo vita.

Bone Tomahawk (2015)

Meraviglioso western che riesce a mischiare orrore, dramma e commedia in un cocktail dal forte sapore artistico senza però risultare stucchevole.

Questa piccola e appassionante storia del rapimento di una donzella da parte di un gruppo di misteriosi trogloditi e dell’immediato tentativo di salvataggio da parte di quattro uomini della frontiera americana assume le connotazioni dell’epica grazie ad estenuanti trottate per le sterminate praterie americane, splendidamente sottolineate dalle classiche panoramiche in cinemascope (qui giustificatissimo, non come in Perfetti sconosciuti) e da una colonna musicale che spazia dallo sperimentalismo alla The Shining fino alla simpatica canzone sui titoli di coda.

Tra interpretazioni ai massimi livelli e una tensione narrativa spessa come l’Appennino Abruzzese, la cosa migliore del film risulta essere però l’encomiabile perseveranza nel dipingere personaggi realistici e pieni di difetti, come tutti noi, che si trovano loro malgrado alle prese con avvenimenti più grandi di loro e, di riffa e di raffa, navigando tra oscure acque rigate di sangue, tentano l’impossibile facendolo apparire semplicemente come logico.

In tre parole: capolavoro parzialmente incompreso.

VOTO:
5 bone tomahawk

Bone Tomahawk (2015) voto

Titolo giapponese: Tomahawk: Gunmen vs. Cannibal Tribe
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2015
Durata: 132 minuti