Wolfen, la belva immortale (1981)

Il capitano di polizia Dewey Wilson deve trovare chi ha ucciso orribilmente gli straricchi palazzinari Van der Veer nel Battery Park di Manhattan.
All’inizio si punta sulla pista terrorista per l’ovvia valenza simbolica di un assassinio di così alto profilo, ma ben presto entra in campo la magia ed il mai risolto conflitto coi nativi americani.

Wolfen è un dimenticato film primi anni ’80 che si inserì nel prolifico filone dei licantropi, anche se a vederla bene non c’entra un cazzo con questi ultimi.
La regia è buona e la storia non male, un quasi classico senza troppe pretese; lo stile a volte è troppo raffinato per il pubblico di riferimento e forse anche per questo è oggi dimenticato.
E’ uno dei primi film a fare uso della steadycam e soprattutto lo fa per una ragione narrativa, da apprezzare quindi.
Gli inserti visivi in stile Mtv invece sono sorpassatissimi, anche se in altri film, tipo Predator, funzionano ancora alla grande.
Di rilevanza storica infine sono le immagini girate nel Bronx, quando la zona era in completo disfacimento ed offriva rifugio ai tanti derelitti della società americana: drogati, poveri, neri e spiriti divini.

Annotazione buffa: il regista Wadleigh ha due lauree, in fisica e medicina, ed insegna ad Harvard.

Titolo originale: Wolfen
Regia: Michael Wadleigh
Anno: 1981
Durata: 115 minuti

The Hole (2009)

La famiglia Thompson, madre e due figli, si trasferisce da Brooklyn a Bensonville, una piccola cittadina buona e tradizionalista nella quale la donna spera di trovare quella pace che va sognando da anni.
Purtroppo i nuovi arrivati non hanno fatto i conti con il sovrannaturale e con quella misteriosa botola nello scantinato che sembra non avere fondo.

Ultima pellicola di Joe Dante, il quale gira un film ogni 4 anni (il prossimo, Burying the Ex, è infatti in uscita quest’anno), The Hole è un piacevole filmetto di spaventi per un pubblico adolescenziale.
I più grandi potranno invece godere dei ricordi dei tempi andati, mentre i più piccoli si faranno due coglioni tanti.

Titolo originale: The Hole
Regia: Joe Dante
Anno: 2009
Durata: 92 minuti

Giulietta degli spiriti (1965)

Giulietta è una benestante romana il cui unico problema nella vita è un marito un po’ assente e forse infedele.
Spinta sempre più in un vortice immaginativo nel quale fantasmi del passato e spiriti del presente si fanno la guerra sul campo di battaglia dell’animo straziato della signora protagonista, Giulietta alla fine farà pippa col marito e supererà le sue ansie ataviche rifuggendo nella follia e forse in un suicidio.

Giulietta degli spiriti (1965)
Sandra Milo contempla un grande futuro alle sue spalle

Questa volta Federico Fellini usa il colore e ne trae completo vantaggio inventando un caleidoscopico mondo irreale, popolato dai personaggi più strani da lui mai creati; il lavoro di scenografia e costumi è fenomenale, giustamente premiati con due oscar, quello sulla sceneggiatura però lo è un po’ meno.
All’epoca fu accusato di barocchismo e pomposità priva di reale polpa, e oggi vale lo stesso discorso.

L’unica cosa veramente particolare e degna di attenta visione è la strana perversione di Fellini nel mettere in scena i suoi sogni e la sua vita personale.
Oggi si sa che Federico ha avuto relazioni extra coniugali, una delle quali con la qui presente Sandra Milo, e a ben vedere infatti, l’intera storia di Giulietta non è altro che una reinterpretazione in chiave scenica della vera relazione amorosa tra la scema Sandra e il famoso regista riminese, una relazione durata ben 17 anni.

Che Fellini abbia fatto questo film per scaricarsi la coscienza con la moglie tradita piuttosto che fare un film per il suo pubblico?
Forse, ma non è questo quello che fanno i veri grandi registi? Adattare per il grande schermo i loro demoni interiori?

VOTO:
3 demoni interiori

Giulietta degli spiriti (1965) Voto

Titolo originale: Giulietta degli spiriti
Regia: Federico Fellini
Anno: 1965
Durata: 137 minuti

La casa ai confini della realtà (1988)

Il film segue le vicende di Anna, giovane inglese affetta da mononucleosi, che si ritrova a sognare di una casa in mezzo ad un prato infinito abitata da un ragazzo paralizzato.
La cosa strana è che tutto questo scenario è stato disegnato da lei su carta e sembra che ogni cosa lei metta su quel foglio, si trasmetta poi a quella realtà onirica.

Anche se non riuscito perfettamente, con evidenti cali di tensione, sbavature di sceneggiatura e prove d’attore non sempre al top, Paperhouse rimane però un film gradevole, tipico esempio di pellicola low budget anni ’80, quando c’erano meno soldi e più idee nel cinema horror-fantastico.

Come al solito, la traduzione italiana fa cacare al cazzo; in originale questo interessante film inglese della fine anni ’80 si chiamava Paperhouse, cioè Casa di carta.
Probabilmente i distributori italiani volevano agganciarsi al franchise del telefilm Ai confini della realtà, ma quello che hanno ottenuto è invece di farmi incazzare a bestia, come al solito.

Vaffanculo Twilight.

Titolo originale: Paperhouse
Regia: Bernard Rose
Anno: 1988
Durata: 92 minuti

Una lucertola con la pelle di donna (1971)

Carol Hammond è una signora perbene dell’aristocrazia londinese; madre di una fanciulla e moglie di un marito ben pettinato conduce una vita sana a base di cognac e sigarette in astucci d’argento.
Sfiga (?) vuole che invece la vicina di casa, tale Julia Durer, sia una promiscua attraente donna single la quale non fa passar nottata senza un po’ di musica, una spruzzatina di diverse droghe e un variegato sesso hippy.
Carol nel frattempo sogna spesso di corpi nudi dai quali cerca di scappare senza riuscirci e finendo invece sempre e solo nella camera da letto della Durer, con la quale scopa, in sogno.
Un bel sabato la lussuriosa vicina viene trovata morta ammazzata sul suo letto da film porno a basso costo e ben presto gli occhi della polizia si fissano su Carol la quale ha sognato il delitto fin nei minimi dettagli e la cui pelliccia e il di lei coltello sono stati trovati sul luogo del delitto.

E’ tutta una macchinazione per incastrare la signora Hammond?
Carol è diventata pazza?
Chi sarà stato?
E soprattutto: chi se la ricorda la foca Piccola Bianca Sibert?

Una lucertola con la pelle di donna (1971)

Il secondo film lesbico di Fulci va a segno: ottimo intrigo, buoni attori e strambi ma divertenti effetti speciali di Carlo Rambaldi con la famosa scena dei cani vivisezionati che costò un processo a Fulci: inutile, ma bella.

I numerosi colpi di scena e le molteplici soluzioni al caso non disturbano, ma invece contribuiscono al generale clima di confusione mentale nel quale la protagonista si trova e nel quale il regista vuole mandare il pubblico.

Daje così Fulci!

Titolo originale: Una lucertola con la pelle di donna
Regia: Lucio Fulci
Anno: 1971
Durata: 99 minuti

Screamers – Urla dallo spazio (1995)

E’ il 2078 sul pianeta Sirius 6B e l’umanità è divisa in due: da una parte il ‘Nuovo Blocco Economico’, compagnia mineraria che vuole estrarre il berynium dal pianeta, anche a costo di rilasciare nell’atmosfera potenti radiazioni letali, e dall’altra ‘l’Alleanza’, una sorta di sindacato di minatori militarizzato.

Insomma, si tratta della situazione italiana negli anni 2000.

Screamers - Urla dallo spazio (1995)
il braccio armato

Dopo 10 anni di conflitto, le due fazioni sembrano voler fare la pace, cosicché un ufficiale dell’Alleanza va a negoziare con i capitalisti del fronte opposto, ma a complicare le cose ci sono i cosiddeti ‘Screamers’, ovvero robot killer urlatori rilasciati dall’Alleanza, sfuggiti subito al loro controllo e ora capaci di moltiplicarsi ed evolversi autonomamente.

Da qui il solito giochino di questi film di fantascienza/tensione: chi è umano e chi no?

Screamers non è affatto male: se si passano gli effetti speciali un pochino datati e una storia non sempre ai massimi livelli, c’è comunque della carne al fuoco e i colpi di scena restano assicurati.

Titolo originale: Screamers
Regia: Christian Duguay
Anno: 1995
Durata: 108 minuti

American Horror Story: Murder House (2011)

La famiglia Harmon, ovvero Ben (psichiatra fedifrago), Vivien (moglie incazzata nera) e Violet (figlia depressa e Burtoniana), si trasferisce da Boston a Los Angeles, in una villa meravigliosa dell’inizio novecento.
Nella stessa villa scopriranno poi che sono stati commessi negli ultimi cento anni una serie infinita di omicidi e violenze, omicidi che hanno lasciato la casa piena di spettri; sì, perché regole ultraterrene vogliono che, se qualcuno muore nel perimetro della villa, il suo spirito rimanga intrappolato per sempre tra i due mondi, e tra le quattro mura domestiche.

Questa prima serie prodotta dalla Fox prende molto dall’immaginario collettivo americano: dalle spettrali ville abbandonate in fondo al viale, dai terribili segreti tenuti nascosti dalle famiglie perbene e dal connubbio strambo e tutto americano di scienza di fine ottocento e sovrannaturale misto-religioso (prodotto delle forti origini inglesi, celtiche e native indiane delle attuali popolazioni del continente nordamericano).
American Horror Story è tutto ciò e molto altro, buttato in pentola per infarcire il tacchino con effetti non sempre ottimi (su tutti l’inutile storia della coppia omosessuale messa lì a uffo, tanto per essere al passo coi tempi).

La prima stagione si incentra sulla casa degli assassinii, mentre le successive avranno differenti personaggi, storia e location. Questa è stata una precisa scelta dei creatori della serie (gli stessi di Glee e Nip/Tuck) che hanno voluto ispirarsi ad alcune classiche serie televisive del passato come Ai confini della realtà, nelle quali ogni episodio era autoconclusivo.
In questo caso ogni stagione è autoconclusiva e questo vuol dire che, tra le varie, non sapremo mai che cazzo farà l’Anticristo.

Mannaggia la diocesi.

Titolo originale: American Horror Story
Creatori: Brad Falchuk, Ryan Murphy
Anno: 2011
Durata: 12 episodi

Blow Out (1981)

Jack Terry, interpretato da un bel John Travolta, è un tecnico del suono che lavora su film a metà tra l’orrore e l’erotico; quel particolare genere da sottobosco, molto fruttifero, che sforna sempre la stessa storia: ragazze pomicione vengono accoltellate e/o strangolate da misteriosi pazzi omicidi, preferibilmente mentre scopano.

Jack, dicevo, è fuori una notte per registrare suoni da aggiungere al film a cui sta lavorando: gufi, vento, ranocchie sono i suoi soggetti.
La notte sembra tranquilla quando lì vicino all’improvviso un’auto perde il controllo, sfonda il guardrail e finisce nel fiume.
Jack salva la ragazza all’interno, ma non riesce a salvare anche il guidatore, guidatore che poi si rivela essere il probabile prossimo candidato alle elezioni presidenziali americane.
Sembrerebbe un normale incidente stradale, ma presto Jack si rende conto che le cose stanno diversamente e che la chiave per svelare il mistero è nel nastro audio da lui registrato.

Blow Out (1981)

Blow Out fu un insuccesso all’uscita e non riuscì a coprire tutti i costi; un vero peccato, perché resta una delle migliori pellicole di De Palma (se non la migliore) e un’opera somma del cinema-metacinema.
Non sono infatti moltissimi i film che parlano di cinema, quelle pellicole che si addentrano nei meandri del dietro le quinte per svelare quello che succede dietro la quarta parete; ancora meno sono quei film che lo fanno con risultati eccellenti.

Blow Out, capolavoro di Brian De Palma dell’81, fa parte di questa ristretta cerchia.
Dio lo benedica.

Titolo originale: Blow Out
Regia: Brian De Palma
Anno: 1981
Durata: 107 minuti

Hellraiser (1987)

Il coltello passa lento sulla pelle liscia e lucente sotto la luce intensa della lampadina appesa morta al soffitto. Il sangue goccia giù copioso, dai vestiti, dalle cosce, dai capelli sporchi e marci.
Uno ad uno, gli uncini ancorati alla carne, affondati dentro come ad un’esca viva, si tendono sotto il carico del corpo morto a cui sono sposati in comunione di dolore e piacere.
Le tavole di legno sotto i piedi bevono il misto di sangue e merda che ormai appesta la stanza.
Su tutto regna un odore di foglie acide, sputi e grasso di maiale.

Ecco, se vi siete eccitati leggendo queste righe, siete pronti per l’Infermo di Hellraiser.

Hellraiser (1987)

Frank, un masochista insoddisfatto dalle solite scopate mascherate con marocchine e thailandesi, pensa bene di comprare un cubo magico capace di spalancare le porte dell’inferno, putroppo non ha fatto i conti con i Cenobiti, esseri demoniaci che ti strappano la carne a forza e ti riducono l’anima a pezzi appena le porte dell’inferno masochista si aprono.
Per il resto del film Frank, essere perverso e crudele come Berlusconi, cerca di riacquistare la sua fisicità succhiando i fluidi vitali da ignare vittime.

La cosa fenomenale di questo film è indubbiamente la fortissima carica di sadomasochismo che fa da traino alla storia e da scintilla di avvio; difatti qui tutto gira intorno alla passione/repulsione per il dolore fisico, per l’estremo e per il sesso grottesco.
Se vi piace l’orrore e i mostri sanguinari alla Lovecraft e siete curiosi di vedere come si può rappresentare in maniera filmica il quartiere a luci rosse di Amburgo, acchiappatevi questo film.

Altrimenti, andate all’inferno.

Titolo originale: Hellraiser
Regia: Clive Barker
Anno: 1987
Durata: 94 minuti