Jurassic Park (1993)

La storia la sanno pure i sassi ormai (almeno spero), quindi non entro nei dettagli.

Un impresario miliardario vuole costruire un parco dei divertimenti con i dinosauri a fare da attrazione; prima dell’apertura, chiama un paleontologo, un matematico, una paleobotanica, un avvocato e i suoi due nipoti per fare un giro di prova…e le cose vanno a scatafascio.

Correva l’anno 1993, io mi apprestavo ad andare in prima media, e Steven Spielberg mi omaggiava facendo uscire il film più fico che un bambino potesse mai desiderare.

guarda mamma! un dinosauro!
guarda mamma! un dinosauro!

Tratto dal romanzo omonimo di Michael Crichton (cristo, non sapevo fosse morto!), il film si concentra sulle implicazioni della manipolazione genetica ed il classico mito di Prometeo: quando gli umani giocano a fare gli dei, brutte cose accadono.
Come ciliegina sulla torta, c’è la moraletta che la vita trova sempre il modo di emergere, indipendentemente dalle costrizioni a cui l’uomo la sottopone.
Spielberg, si sa, è un reazionario con poca fiducia nella scienza, basti pensare a Minority Report, ET e Incontri ravvicinati del terzo tipo, tutti film la cui morale è più o meno “gli scienziati sono insensibili e un po’ ottusi mentre l’amore vince su tutto”.
A differenza di Berlusconi però, Steven sa fare una cosa bene nella vita, cioè girare i film, e con Jurassic Park ce lo ha dimostrato ampiamente (come se ce ne fosse bisogno); qui tutto funziona alla perfezione: dal sapiente e sporadico uso della computer grafica (vera pietra miliare nel campo), alla caratterizzazione dei personaggi (meravigliosa Laura Dern, vera eroina donna che per farcela nella vita non usa la sensualità ma bensì il cervello, alla faccia dei beceri maschilisti ignoranti dei nostri tempi che non sanno scrivere un personaggio femminile senza metterci dentro una battuta sessista).

In questi giorni esce Jurassic World e, al di là del giudizio generale, una cosa si può facilmente evincere: il pubblico odierno non riesce più a digerire un film se non è pompato alla massima potenza nel comparto tecnico.
Ed ecco un esempio per capire meglio:

trova le differenze
trova le differenze

Sopra Jurassic Park, sotto Jurassic World: il secondo ha chiaramente subìto un lavoro di saturazione dei colori per impressionare meglio un pubblico incapace ormai di sorprendersi con la semplice caratterizzazione dei personaggi.
Questa è la generazione Instagram, l’applicazione di merda che altera le foto facendole quadrate e rovinandone colori, bilanciamenti e consistenza cromatica .
Una volta questi erano considerati errori, ora sono la regola.

Per fortuna esiste la storia, cioè la trascrizione fisica delle esperienze del passato, che ci permette ancora oggi di assaporare Jurassic Park, un film di fantascienza come cristo comanda.

VOTO:
4 Velociraptor e mezzo

Jurassic Park (1993) voto

Titolo originale: Jurassic Park
Regia: Steven Spielberg
Anno: 1993
Durata: 127 minuti

Enemy (2013)

Sono venuto a conoscenza di José Saramago, lo scomparso scrittore premio nobel portoghese, con un suo bel libro di racconti chiamato Oggetto quasi.

Il primo di questi si intitolava La sedia ed era la disamina della caduta di un uomo dalla sedia (giustappunto) vista al rallentatore.
L’uomo era l’odiato dittatore fascista portoghese Salazar, morto in seguito ad una caduta da una sedia (arigiustappunto), e il racconto era solo uno degli esempi della vera e propria fissazione di Saramago per la critica ai totalitarismi.

Ecco, se vedi il film Enemy (tratto dal suo libro L’uomo duplicato) ci noti i riferimenti alla dittatura (dai graffiti sui muri con l’omino fascista alle lezioni di storia impartite dal protagonista) e allora ti chiedi se c’entri qualcosa tutto ciò, ti chiedi se nella storia kafkiana di un uomo qualunque che scopre il suo gemello, premessa che innesca una serie di eventi che portano il fragile equilibrio della realtà a declinare verso l’oscuro, non ci sia anche un qualche rimando all’oscurità portata in punta di fioretto da un regime totalitario che regala ai suoi sudditi panem et circenses nel tentativo riuscito di distrarli da quello che accade loro intorno.

Enemy (2013)
solo l’uomo penitente e fascista potrà passare

Non mi capita spesso di rimanere parecchio scombussolato durante e soprattutto dopo la visione di un film; avendone viste di cotte e di crude, ho ormai sviluppato un certo numero di anticorpi filmici i quali mi permettono di superare indenne i malanni di sceneggiature pretenziose e falsamente criptiche tipo Inception il quale non è se non un vano tentativo di metaforizzare lo spaesamento di un uomo che non riesce a darsi pace dopo la morte della moglie, facendo uso di una teatralità più che esplicita nella messa in scena e nella caratterizzazione dei personaggi, ognuno dei quali riveste chiaramente un ruolo nella commedia che vanno vivendo (lo sceneggiatore, l’architetto, il produttore, l’attore e via dicendo).

Enemy ha certo al suo fondo (fondamenta) la semplicità di una storia di redenzione mancata; tutto il carosello narrativo gira infatti intorno ad un marito fedifrago che vede le donne come mostri predatori il cui unico scopo è tenere i maschi intrappolati nelle loro ragnatele.
Ma Enemy è molto di più e forse per questo parecchi spettatori rimangono con un certo livore inespresso dopo averlo visto; spezzando una lancia in loro favore, c’è da dire che i continui intrecci caratteriali dei due personaggi, i loro reciproci rimandi in quello che sembra un loop temporale destinato a ripetersi all’infinito (esattamente come le tragedie e le farse di Karl Marx citate non a caso dal protagonista stesso durante una lezione sulla ciclicità dei totalitarismi) sono volutamente di difficile comprensione e mettono a dura prova anche il più attento degli spettatori.

Viene in mente anche tutta una serie di film sull’invasione aliena silenziosa, sulla disgregazione invisibile dei valori societari tranquillizzanti di una società perbenista e solo apparentemente immutabile come quella americana.
They Live con i suoi alieni capitalisti camuffati da umani e L’Invasione degli Ultracorpi con i baccelloni da guerra fredda che prendono il posto degli abitanti di una simpatica cittadina anni ’50 sono sicuramente pane per i denti dello sceneggiatore di Enemy il quale ha inserito a ragione la presenza totalmente spiazzante dei ragni giganti all’interno della storia di Saramago.

Jake Gyllenhaal dà una delle sue migliori interpretazioni e si conferma un attore versatile e a tratti inquietante, mentre il resto del film vive di una tecnicità perfetta che trae linfa vitale da un uso azzeccatissimo del generalmente abusato filtro verde-neon alla Matrix (per una volta in accordo con il significato narrativo), dai movimenti di macchina dolci e allo stesso tempo viscidi (propri di un aracnide che si avvicina alla sua preda) e da un accompagnamento musicale come non se ne sentiva da tempi, roba da comprarsi la partitura originale.

Ci sarebbe molto da dire sulle emozioni suscitate da Enemy, sulla repulsione verso il gentil sesso che questo film sembra voler suggerire a più battute, sulla costruzione narrativa allo stesso tempo ipotattica e paratattica, e sulla moltiplicazione dei significanti i quali puntano inesorabilmente tutti verso un unico significato segreto.

C’è molto e molto lascio stare; perché Enemy va visto, senza troppe informazioni, a mente vuota… proprio come si vive sotto un regime totalitario.

VOTO:
5 Mussolini

Enemy (2013) Voto

Titolo originale: Enemy
Regia: Denise Villeneuve
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Compralo: https://amzn.to/3ojVu0d

Insidious (2010)

La famiglia Lambert è spaventata dagli spiriti che infestano la loro casa e decidono quindi di trasferirsi; quello che non sanno è che non è la casa ad essere posseduta, ma il figlio.

Per la precisione, il pargolo ha la capacità di viaggiare verso i piani astrali che sono sfere concentriche tra la Terra e il Paradiso nelle quali esistono esseri sovrannaturali come angeli e spiriti; in questo caso però l’Oltre è sinonimo di Oltretomba e il piccolo Dalton si ritrova intrappolato tra demoni e anime dannate nell’impossibilità di tornare nel suo corpo fisico, un guscio ora vuoto verso il quale si stanno concentrando gli interessi di parecchi spiriti vagabondi assetati di vita.

Insidious (2010)

Dallo stesso regista e stesso sceneggiatore della merdosa serie orrorifica di Saw, ecco un film dal buon potenziale lasciato completamente alle ortiche.

Sì, perchè la storia della famiglia alle prese con spiriti sovrannaturali è un grande classico che difficilmente sbaglia, ma allo stesso tempo più si va avanti con la visione più sembra che elementi di molto avulsi al tema vengano buttati a calci in culo dentro il calderone tanto per fare brodo, il che è male.
Si respira un po’ di Divina Commedia, un po’ di Orfeo e Euridice, un po’ di Poltergeist e un po’ di cazzata fresca, e in mezzo a tutto questo mare di “rubamatic” lo spettatore medio si trova forse un po’ confuso verso quali lidi approdare con il suo prezioso carico di sentimenti contrastanti.

La cosa che si può apprezzare di più è la totale assenza di sangue e, considerando le tendenze odierne in fatto di horror, la si può considerare una piccola vittoria: il saper spaventare un pubblico variegato con vecchi classici come buio, violini, trucco e parrucco è merce rara e indubbiamente qui si va sulla strada giusta con più di una scena genuinamente spaventevole.
Il problema risiede però nell’incoerenza tra la parte di set up e il pay-off finale: tutta questa tensione costruita in bilico tra i due mondi, quello reale e quello trascendentale, viene presto distrutta da un raffazzonato salvataggio da parte del padre (a sua volta portatore sano di poteri astrali) e una risoluzione per nulla catartica nella sua frettolosità.
Sembra quasi che gli autori non sapessero bene come gestire la loro stessa idea e ne abbiano quindi tratto una fine tirata a calci giù per la via della banalità.

VOTO:
3 Dante e Virgilio a riveder le stelle

Insidious (2010) Voto

Titolo originale: Insidious
Regia: James Wan
Anno: 2010
Durata: 103 minuti

Cremaster 4 (1995)

Due coglioni (nel senso di testicoli simbolici) gareggiano per le strade dell’Isola di Man mentre il regista, travestito da fauno irlandese, fa il tip tap in un casotto su un pontile.
Poi lui cade in mare, continua a ballare il tip tap, si ritrova in un condotto spermatico nel quale sguscia e striscia ricoperto di vasellina e alla fine esce a riveder le stelle.Ah!
Vince il testicolo blu.

Cremaster 4 (1995)
uno dei due coglioni è sempre più basso dell’altro

Primo capitolo (si comincia col 4, come in Star Wars) del ciclo Cremaster interamente dedicato al muscolo cremastere e cioè quel muscolo che fa andare su e giù i coglioni a seconda della temperatura o di un pericolo imminente, questa masturbazione cinematografica ricolma di simbolismi semplicioni e provocazioni da museo di periferia è stato trampolino di lancio per il regista Matthew Barney tanto da consegnarlo, alla fine di questa pentalogia, nell’Olimpo degli artisti contemporanei.

Da molti chiamato genio e innovatore, da altri (Me) truffatore da secolo decimo nono, Matthew è riuscito nella titanica impresa di prendere per il culo i più grandi musei e critici mondiali con queste sue operette tristemente mediocri tecnicamente, spudoratamente basso-provocatorie e falsamente profonde.

Cremaster 4 in realtà è profondo quanto i miei coglioni in posizione da riposo; non molto.

VOTO:
1 Philippe Daverio

Cremaster 4 (1995) Voto

Titolo originale: Cremaster 4
Regia: Matthew Barney
Anno: 1995
Durata: 42 minuti

Alien (1979)

Questo film è talmente famoso che la storia la conoscono un po’ tutti, quindi vado per le spicciole.
L’astronave da trasporto Nostromo sta tornando sulla Terra con i suoi 7 membri dell’equipaggio in condizione di stasi quando questi vengono svegliati dal computer di bordo Mother (madre) perché un segnale d’aiuto è arrivato da un pianeta lì vicino.
Scesi sul corpo celeste, scoprono un’enorme nave stellare caduta centinaia di anni prima dentro la quale ci sono decine di mostruose uova aliene che aspettano di schiudersi in faccia al primo stronzo che passa; ed infatti una di queste si apre ed il mostro al suo interno attacca uno degli astronauti appiccicandosi alla sua faccia e mandandolo in coma.

Quello che gli altri 6 poveretti non sanno è che questa è solo la seconda fase di un ciclo di vita alieno perfettamente rodato; questo mostro infatti impianterà poi un ovulo nello stomaco della vittima, l’ovulo si tramuterà in embrione il quale uscirà spaccando la cassa toracica del genitore putativo e nel giro di poche ore crescerà fino a diventare un coso fallico nero alto 2 metri il cui unico scopo è fare fuori chiunque gli si pari davanti.
Il resto del film lo potete dedurre da soli.

Alien (1979)

Alla sua uscita Alien fu ricevuto con pareri contrastanti e nonostante incassò parecchi soldi, probabilmente sulla scia della rinascita della fantascienza a opera di Star Wars, non si può non sottolineare come parte del pubblico e della critica si allontanarono da un prodotto così violento e disturbante come questo.
Quello che molti all’inizio non avevano capito però è che questa sorta di repulsione/attrazione non era altro che la logica conseguenza dell’evidente sottotesto sessual-perverso che sottende tutta la pellicola e che sicuramente deve aver turbato i soffici sonni di più di un puritano.
Dal mostro con la testa a cazzo (opera del matto artista svizzero H. R. Giger) agli ovuli fregna con annessa croce cristiana, dall’equipaggio embrione nel ventre di Madre che respinge l’invasione del cazzo espellendolo nel freddo spazio profondo di una camera da letto di periferia alla protagonista androgina interpretata da Sigourney Weaver, dal tentativo di omicidio di Ripley tramite rivista porno arrotolata in bocca agli ambienti sempre bui ed umidi nei quali i piccoli personaggi si trovano a dover fronteggiare le loro più profonde paure… Alien è talmente carico di messaggi subliminali che ci vorrebbe un prete cieco e bugiardo per negarli.

La scelta stilistica di non rivelare il mostro e celarlo invece tra gli ingranaggi e gli oscuri cunicoli della nave ha giocato senza dubbio in favore di un’opera che, a distanza di più di 30 anni, resta ancora perfetta sotto molti punti di vista.
Talmente perfetta che ha generato 3 sequels, un prequel e una miriade di cloni e sottoprodotti in varie branche artistiche, tipo il videogioco Metroid per il Nintendo.
In un prossimo futuro dovrebbe uscire il nuovo capitolo diretto da Neill Blomkamp, quello di District 9 e Chappie.

VOTO:
5 teste a cazzo

Alien (1979) voto

Titolo originale: Alien
Regia: Ridley Scott
Anno: 1979
Durata: 117 minuti

I guerrieri della palude silenziosa (1981)

Dallo stesso regista di The Warriors, ecco un’altra storia ispirata alla celebre opera Anabasi di Senofonte, un librone in cui lo storico e mercenario greco racconta la propria esperienza di generale tra i 10mila soldati assoldati da Ciro il giovane per conquistare la Persia e il difficilissimo ritorno a casa per terre sconosciute e popolazioni ostili.
E sia The Warriors sia Southern Comfort parlano proprio di questo: un piccolo gruppo di guerrieri in terra nemica cerca con tutte le forze rimaste un improbabile ritorno a casa; i primi erano inseguiti per le buie e malfamate strade di New York, i secondi sono braccati come conigli nelle paludi francofone della Louisiana.

Questo bel film a cavallo tra i politici anni ’70 e i capitalisti anni ’80 è forse un po’ uno spartiacque, e del regista Walter Hill e del cinema americano in generale: fino a lì molti autori si erano infatti distinti per la forte carica politica nelle loro opere filmiche, anche un cieco può vedere in questa pellicola il chiaro rimando alla guerra in Vietnam da una parte e la critica al basso razzismo ignorante dei bogotti degli stati del sud dall’altra; ma con l’avvento dei rampanti anni ’80 Reaganiani tutto è andato a rotoli e il cosiddetto Riflusso s’è inghiottito le rivoluzioni culturali con tutti i suoi ideatori.

Girato interamente in loco tra acquitrini zanzare e freddo, il film andrebbe premiato anche solo per lo sforzo produttivo; se a questo aggiungiamo un’ottima storia e un bel cast in cui spuntano Fred Ward, del mai dimenticato Tremors, e Peter Coyote, famoso sinistronzo americano che si cambiò il cognome dopo un trip allucinogeno da Peyote, beh allora si capisce che siamo a cavallo.
Walter girerà successivamente 48 ore con un Eddie Murphy poliziotto che a sua volta darà lo spunto a Beverly Hills Cop, e questa cosa fa un po’ tristezza; se si pensa che forse fu il flop clamoroso al botteghino di Southern Comfort a far cambiare rotta ad Hill, ci si domanda allora quanto potere abbia il mercato nell’indirizzo dell’arte e delle sue correnti.
Ma questa è un’altra storia.

VOTO:
4 ignoranti bigotti del sud

I guerrieri della palude silenziosa (1981) Voto

Titolo originale: Southern Comfort
Regia: Walter Hill
Anno: 1981
Durata: 106 minuti

The Wall (2012)

Una donna, di cui non sapremo mai il nome, si ritrova in uno chalet di montagna per un weekend di relax quando per sua sfortuna (o immensa fortuna) il resto del mondo vive un qualche tipo di disastro apocalittico che sembra aver eliminato ogni essere vivente…
…ogni essere tranne lei, un cane, una gatta e una mucca.

Questi 4 musicanti di Brema sono salvi perché sembrano essere misteriosamente intrappolati dentro una sorta di muro invisibile che li divide dal resto della vallata e, conseguentemente, dal resto del mondo.

Passati naturali momenti di curiosità, presa di coscienza, panico e fuga, la donna si rassegna all’idea di vivere una vita isolata a contatto con la spietata natura e stringe quindi sempre più un legame viscerale con tutto ciò che silenziosamente la circonda.

The Wall (2012)

Ci sono quei film che sono ricchi di spiegazioni, quei film che lo spettatore se li guarda tranquillo e beato sapendo che alla fine tutto verrà svelato e che i buoni trionferanno sul male.

E poi ci sono i film come Die Wand; un pugno allo stomaco dato al rallentatore (anzi al fermo immagine), una disamina emozionale sull’esistenza umana travestita per 10 minuti da film misterioso; un bellissimo esempio di come si possa fare un’ottima pellicola con una donna, un cane, una gatta, una mucca e le alpi austriache.

Die Wand (il muro) è uno dei più bei film sull’insensatezza della vita umana, la sua insignificanza di fronte all’universo e l’importanza di questa presa di coscienza personale.
La donna protagonista accenna infatti al cambiamento interiore avvenuto in lei: da egocentrico essere umano convinto che il mondo giri intorno a lei, ha preso pian piano coscienza della complementarità d’ogni cosa, dell’importanza dell’erba, degli animali, delle stagioni e della montagna.
Gli umani non sono tanto diversi dai sassi che costellano il grande paesaggio nel quale esistono e questo il film lo spiega bene; con le sue inquadrature mozzafiato e i lunghi silenzi di una donna che guarda l’orizzonte cercando se stessa.

L’opera è tratta dal libro omonimo del 1963, scritto da una donna.

VOTO:
4 Reinhold Messner e mezzo

The Wall (2012) voto

Titolo originale: Die Wand
Regia: Julian Pölsler
Anno: 2012
Durata: 108 minuti
Compralo: https://amzn.to/328U52I

Castle (2009-2016)

Sì, lo ammetto, lo dichiaro, lo confesso.

Consapevole delle ripercussioni sul mio buon nome e su quello dei figli dei figli dei miei figli è arrivato il momento di fare outing e dire che sono un fan accanito di Castle, la serie televisiva americana incentrata sulle investigazioni del detective Kate Beckett della polizia di New York e del suo infantile e geniale spasimante Richard Castle, scrittore di romanzi gialli ricco e viziato.

Castle (2009-2016)Castle fa al caso vostro.

Altrimenti fate i fichi della situazione e guardatevi quella cacata di proporzioni colossali che è Game of Thrones; una serie esclusivamente incentrata su cazzi, cazzotti, spade, draghi e il culo di Emilia Clarke.

VOTO:
4 culi di Emilia

Castle (2009-2016) voto

Titolo originale: Castle
Creatore: Andrew W. Marlowe
Anno: 2009 – 2016
Durata: 8 stagioni con episodi da 45 minuti circa

Il mistero della donna scomparsa (1988)

Saskia e Rex sono due sposi olandesi che hanno deciso di farsi un weekend bucolico in Francia; fermatisi ad una stazione di servizio, la moglie va a comprare una birra e una coca cola…
e non torna più.

Rex la cercherà per i successivi 3 anni, entrando in una spirale psicotica dalla quale sarà possibile uscire solo sapendo che fine ha fatto Saskia.
In suo aiuto verrà Raymond, l’assassino sociopatico e perfezionista che ha gettato Rex in questo lento vortice emotivo; Raymond sembra deciso a premiare tanta perseveranza, ma a che costo?

Il mistero della donna scomparsa (1988)

 

Questo piccolo film olandese fu un grosso successo di critica e pubblico, e non è poco.

Strutturato a scatole cinesi con un montaggio non lineare, interpretato magnificamente (ma sempre in maniera sottomessa) e girato come fosse un film islandese del 1964, questo capolavoro merita di essere inserito nella top 10 dei film più inquietanti e snervanti della storia.
Vedere quest’uomo non darsi mai per vinto di fronte al punto interrogativo rappresentato dalla scomparsa della moglie suscita uno spiacevole misto di tristezza e noia; probabilmente la stessa emozione che prova l’assassino nel vedere Rex non mollare mai, nonostante il passare degli anni.

Da menzionare il fatto che il regista ha giurato di aver visto Ariel Sharon sparare a due bambini palestinesi durante la strage di Sabra e Shatila.

Fanculo i Sionisti.

VOTO:
4 Ariel Sharon strabici e mezzo

Il mistero della donna scomparsa (1988) voto

Titolo originale: Spoorloos
Titolo inglese: The Vanishing
Regia: George Sluizer
Anno: 1988
Durata: 107 minuti
Compralo: https://amzn.to/3h1ewUH

It Follows (2015)

Sono i primi anni ’80 e Jay è una teenager come tante: va al liceo, vive in un bel quartiere residenziale all’americana e vuole scoparsi il suo nuovo ragazzo, Hugh.
Una di queste cose però le tornerà in culo con la rincorsa.

Gira infatti una maledizione che si trasmette per via sessuale: una volta che la prendi da uno (già maledetto), un’entità ti seguirà a passo d’uomo fino a che non ti raggiungerà e ti farà a pezzi, non prima però di averti stuprato violentemente; fatto ciò, tornerà a seguire la persona precedente fino a raggiungerla ed ucciderla… o fino a che questa non cercherà di scoparsi qualcun altro per passare l’infamia a quel povero disgraziato.

It Follows (2015)

Vi ricordate quei video progresso anni ’90 del ministero della salute con la gente dal contorno viola?
Sì, quello che dovevi evitare l’AIDS altrimenti ti beccavi il contorno viola anche tu.
Ecco, It Follows è un po’ questo… e un po’ Carpenter, un po’ Gus Van Sant, un po’ Kubrick e un po’ l’anima de li mortacci sua che te mette paura.

Allora, penso abbiate già capito che il film è un non tanto velato metaforone sulle malattie veneree e sulla morte sociale, prima che personale, che spesso consegue l’infezione con la malattia.
Fosse però solo questo, il film sarebbe un pippone moralistico, come la pubblicità progresso di cui sopra; invece il giovane regista Mitchell confeziona intorno a questa semplice idea terrorizzante un prodotto raffinato ed eccezionalmente minimalista.

Guardando le lente panoramiche che seguono l’azione, gli zoom su paesaggi apparentemente vuoti e la desolazione di una Detroit in rovina, caduta su se stessa, non si può che rimanere incantati.
Le musiche (tutte create con sintetizzatori molto fine anni ’70, inizio anni ’80) sottolineano i momenti di tensione e quelli di riflessione con dovizia e con riserbo; queste note sostenute oltre il dovuto unite alle inquadrature perfette del film in questione fanno venire in mente in più di un’occasione le atmosfere di The Shining del compianto Kubrick, il che fa capire bene la portata di questa opera semi-esordiente.

Insomma, siamo di fronte ad un prodotto ottimo che, partendo da un concetto minimale ma efficace, arriva a delle punte di eccellenza d’altri tempi.

VOTO:
5 morti viventi alla Romero

It Follows (2015) voto

Titolo originale: It Follows
Regia: David Robert Mitchell
Anno: 2015
Durata: 100 minuti

Il labirinto del fauno (2006)

La Spagna di inizio 20° secolo era una terra di re pezzenti, in grave crisi economica e strutturale: la maggior parte della popolazione viveva in semi-povertà, i latifondisti governavano le poche terre coltivabili con pugno di ferro e metodi medievali, c’era la monarchia e il potere ecclesiastico permeava ogni aspetto della società.
Insomma, era come l’Italia di oggi.

Alle elezioni di aprile del 1931 i socialisti e i liberali repubblicani vinsero tutte le provincie, rendendo di fatto la monarchia obsoleta e indesiderata; il re scappò in esilio e si introdusse la nuova costituzione della neonata seconda repubblica spagnola.
Tra le varie riforme introdotte dal neo governo ci fu il suffraggio universale, la libertà di parola e di associazionismo, la separazione tra stato-chiesa e il divorzio.
Insomma, un formidabile passo avanti nel progresso… che però fece incazzare di brutto fascisti, nazionalisti, preti, nobili, monarchici e retrogradi teste di cazzo in generale.

Ecco quindi che tra il 1936 e il 1939 ci fu la cosiddetta Guerra Civile Spagnola che vide opporsi i Nazionalisti (di Franco) e i Repubblicani: i primi supportati da Portogallo, Germania nazista e Italia fascista; i secondi da Unione sovietica, Messico e associazioni di sinistra di tutto il mondo.
Tra i combattenti repubblicani più famosi ci furono Ernest Hemingway che dall’esperienza tirò fuori Per chi suona la campana e George Orwell che scrisse Omaggio alla Catalogna.
La guerra finì purtroppo con la vittoria dei fascisti e per i successivi 36 anni la Spagna fu governata da un manipolo di inetti trogloditi dalla mentalità ristretta; nonostante ciò nessuna potenza mondiale si è mai lamentata del fatto che ci fosse una nazione fascista in Europa fino al 1975.
Così, tanto per ricordare la faccia da culo dei governi mondiali quando parlano di stati canaglia e regimi totalitari.

Ora, detto tutto ciò, possiamo inquadrare meglio il periodo storico che Guillermo ha scelto per ambientare la sua favola fantasy dark più famosa: la storia di Ofelia, una ragazzina alle prese con il Capitano Vidal (il patrigno fascista) e le creature magiche che vivono nella sua testa.

Il labirinto del fauno (2006)

La giovane Ofelia è confinata con la madre incinta su una montagna spagnola dentro l’avamposto militare del Capitano Vidal, il suo nuovo fascistissimo patrigno.

Mentre Vidal dà la caccia ai partigiani comunisti, Ofelia esplora i boschi circostanti piena di curiosità e meraviglia ed un giorno si imbatte nel fauno, una creatura mitologica figlia della natura che riconosce in lei la principessa del mondo sotterraneo scomparsa anni prima.
La storia procede su binari paralleli: da una parte Ofelia cerca l’uscita dal labirintico mistero riguardante il suo passato, dall’altra la Spagna cerca di uscire dal medioevo culturale imposto dai nazionalisti.

Chi ce la farà?

Questa favola politica dai toni scuri e molto adulta fu un successo mondiale… e a ben ragione.
Gli effetti speciali sono bellissimi e in gran parte reali, ore e ore di trucco e animatronics hanno dato vita a dei personaggi affascinanti ed emozionanti; le interpretazioni sono in tono e solo in parte eccessive, d’altronde quando si ha che fare con una favola è anche giusto calcare un po’ la mano; e la storia è uno stranissimo miscuglio di generi e sensazioni che lascia una forte carica politica antifascista nello spettatore senza però pregiudicare tutta la parte immaginativa e più fanciullesca.

Guillermo del Toro si riconferma un regista capace e soprattutto uno che se ne frega delle regole cinematografiche: i fascisti sono cattivi, i comunisti sono martiri e le bambine muoiono come stronze.

Ops!

VOTO:
4 Guernica e mezza

Il labirinto del fauno (2006) voto

Titolo originale: El laberinto del fauno
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2006
Durata: 118 minuti

Cypher (2002)

Ve lo ricordate The Cube?

Dai, è quel film con un gruppo di gente rinchiuso in un labirinto fatto di stanze cubiche dove questi poveracci vengono fatti a pezzi con meccanismi mortali automatici.
Non era male no? Un piccolo film canadese a basso costo con una bella fetta di fans sfegatati che alla sua uscita fu visto come una buona risposta allo strapotere annichilente degli studios hollywoodiani.

Ecco, bene…
questo Cypher invece non è così.

Cypher (2002)

La cosa che salta più all’occhio guardando questo film del 2002 è quanto il tutto sembri incredibilmente datato; se fosse uscito nel 1995, stesso anno del mai abbastanza compianto Strange Days, allora le cose sarebbero andate diversamente: avremmo tutti elogiato la visione futuristica a tinte nere con innesti alla Philip Dick, ci saremmo sorpresi dei 4 colpi di scena e avremmo gioito alla vista del nostro beneamato eroe veleggiare tra le onde tropicali…
e invece no, nel 2002 il mondo aveva già visto in ordine sparso: Blade Runner, Johnny Mnemonic, Strange Days, Dark City e The Matrix.

Ma io dico: ma mannaggia Marco Columbro impestato lurido, si può nel 2002 avere un CD come supporto di memoria per un film futuristico?

VOTO:
2 Marco Columbro e mezzo

Cypher (2002) voto

Titolo originale: Cypher (aka Brainstorm)
Regia: Vincenzo Natali
Anno: 2002
Durata: 95 minuti