Jurassic World: Il regno distrutto (2018)

Isla Nublar, la cara isola al largo delle coste costaricane (senti che allitterazione) dove i dinosauri la fanno da padrone è in pericolo perché il vulcano locale è in ebollizione e si rischia di fare un bollito misto senza mostarda di questi stravaganti animali preistorici.

Ecco che allora si parte per la terza volta alla volta (senti che ripetizione) di un preannunciato incasso al botteghino miliardario, secondo solo al preannunciato mezzo pisolino che inevitabilmente interviene allo scoccare dei primi 40 minuti quando, dopo rocambolesche e tutto sommato divertenti scene di ruzzoloni giù per la montagna alla ricerca della salvezza dai lapilli, dal fumo rovente e dalla lava in un qualcosa che ricorda molto la pericolosissima gara inglese giù per la collina di Cooper contro la forma di formaggio, si assiste alla straziante e alquanto poetica scena della morte per incenerimento di un brachiosauro entrando giocoforza nella visualizzazione cinematografica di come uno sceneggiatore cerca di portare a casa il risultato citando a destra e manca il primo capitolo al quale chiaramente non riesce a giungere per mancanza di stoffa.

Ovviamente da qui in poi le cose andranno di male in peggio fino ad aprire letteralmente le porte ad un mondo antropocentrico messo sotto minaccia dal ritorno dei dinosauri i quali finiranno per arrivare a Las Vegas dove, grazie al solito teaser post-credits, verrà probabilmente ambientato il prossimo (inevitabile) capitolo.

Perché, come recitano la tag line del film e i ferventi cattolici davanti le cliniche dell’aborto, “La vita vince sempre”.

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)
tranne quando perde

Filmetto strappa risatine con dei rarissimi momenti oggettivamente ben fatti che probabilmente intratterrà un pubblico adolescenziale senza troppe pretese, ma che certamente non ha le carte per giocare al tavolo dei grandi.

Se siete in cerca di un qualcosa senza pretese e vi capita tra le mani questo coso chiamato Jurassic World: Fallen Kingdom, dategli un’occhiata, ma state bene attenti a non alzare il mento dal petto nel quale sarete sprofondati a più riprese durante la proiezione.

Fun fact: l’Italia detiene, assieme alla semi-dittatura islamica chiamata Turchia, alla capitalista colonia americana Corea del sud e allo stato terrorista fascio-integralista chiamato Israele, il simpatico premio come paese del cazzo nel quale la pellicola è stata distribuita in versione censurata per evitare possibili divieti ai minori di 13 anni; dovessero spaventarsi nel vedere un cazzo mozzato di colpo da un raptor.

Scherzo: mica son pazzi, non ci sono cazzi (senti che rima).

VOTO:
2 cazzi e mezzo

Jurassic World: Il regno distrutto (2018) voto

Titolo originale: Jurassic World: Fallen Kingdom
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

La vendetta di Halloween (2007)

La notte di Halloween si è molto trasformata nel corso dei decenni: da festa per omaggiare i morti ed esorcizzare la morte è pian piano diventata un fenomeno consumistico nel quale è finito per gravitare un po’ di tutto, dal gore al sexy passando per il freak.

In questo breve film episodico, oltre ai temi sovraccitati, s’intrecciano 5 storie dell’orrore che prendono vita (si fa per dire) proprio durante la notte di Halloween: una giovane coppia di disillusi con lui che ama scopare e lei che non ama nulla tornano a casa dopo la parata cittadina, un padre di famiglia con qualche segreto di troppo incontra un giovane obeso con la passione dei dolciumi, un gruppo di ragazze alla ricerca di carne fresca fanno festa attorno ad un falò, 4 ragazzini in vena di tetre esplorazioni esplorano un vecchio bus precipitato in fondo a una cava e un bisbetico anziano deve fare i salati conti con i fantasmi del passato.

La vendetta di Halloween (2007)

Prima di scrivere e dirigere quel piccolo cult natalizio che è Krampus, il signor Dougherty aveva già tentato di fare lo stesso con la festa più americana che ci sia (ovvero Halloween) e, dando retta a pubblico e critica dei mini-festival, sembrava che la cosa gli fosse riuscita.

Ed è proprio per questo hype che si è venuto a creare attorno a questa pellicola low budget che io mi sono deciso ad una sua attenta visione e posso tranquillamente deliberare con ragionata sicurezza che Trick ‘r Treat, nonostante sia girato e scritto competentemente ed affondi felicemente il pedale del truculento in più di un’occasione, alla fine non è niente di che.

Voi guardatelo, non guardatelo… me ne frega cazzi.

VOTO:
3 falò

La vendetta di Halloween (2007) voto

Titolo originale: Trick ‘r Treat
Regia: Michael Dougherty
Anno: 2007
Durata: 82 minuti

Avengers: Infinity War (2018)

Un energumeno viola alto 4 metri di nome Thanos ha la soluzione a tutti i mali del mondo: eliminare metà della popolazione dell’universo.

Il film non spiega se questo genocidio generalizzato deve rimanere confinato ai bipedi o si deve estendere anche ad altri esseri tipo volatili, pesci, batteri, funghi e qualunque altra possibile forma di vita che lord Xenu abbia concepito nella sua infinita saggezza, ma al pubblico importa poco perché quello che conta qui sono le botte bum bum.

Per portare a termine il suo brillante piano, Thanos vuole (e deve) recuperare le 6 Infinity Stones sparse in giro per le galassie, infilarle sul suo bel guanto di ferro e semplicemente schioccare le dita per salutare miliardi di miliardi di creature che si volatilizzeranno immediatamente in polvere.
Fatto questo, l’energumeno viola potrà finalmente sedersi in cima ad una collina per godersi un po’ di meritato riposo.

A fare da argine a questo piano talmente diabolico che Repubblica.it lo ha subito attribuito alla Casaleggio Associati, ci sono ovviamente i nostri beneamati super teste di minchia eroi i quali non vedono l’ora di girare un altro film per intascare fior fior di quattrini mentre io, tra uno sbadiglio e l’altro, non posso non concentrarmi sulle dimensioni del mio caos.

Avengers - Infinity War (2018)

Che dire…

Dopo una caterva di pellicole tutte più o meno simili l’una all’altra mi trovo nell’imbarazzante paradosso di poter promuovere un film con buoni voti e allo stesso tempo poter tranquillamente non raccomandarne la visione.

Perché direte voi?

Perché quante volte puoi sentire e risentire la stessa canzone prima che ti salga a noia?
Semplice: sempre e solo una volta più di quelle necessarie, e io oramai credo d’aver raggiunto quella specifica posizione critica secondo la quale rigetto un film a priori perché tanto lo so dove va a parare, lo so cosa diranno i personaggi, ho già visto effetti speciali fatti così bene, so già più o meno tutto e quindi non me ne frega più una beneamata mazza.

A dimostrazione di tutto questo, basta prendere due righe che scrissi nel 2015 a proposito di Avengers: Age of Ultron:

Purtroppo i produttori hollywoodiani sembrano non aver capito che mangiare gelati per 10 anni può sembrare interessante su carta, ma non può condurre altrove non se non sulla tazza del cesso a cacare diarrea a fischio come non ci fosse domani.

Io ho solo voglia di qualcosa di buono nuovo.

VOTO:
3 Ambrogio e mezzo

Avengers - Infinity War (2018) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Guerra Infinita
Regia: Anthony & Joe Russo
Anno: 2018
Durata: 149 minuti

Chi ha paura delle streghe? (1990)

Una vecchia norvegese c’ha la fissa delle streghe.

Ma non una cosa tipo che colleziona oggettistica in qualche modo collegata al discorso magia; no no: lei è proprio convinta che in giro ci siano delle donne deformi e crudeli il cui unico scopo nella vita è torturare/eliminare/distruggere i bambini.
E a testimonianza di questo suo delirio maniacale continua a mostrare al suo giovane nipote un mignolo amputato che lei afferma essere il risultato di un incontro ravvicinato del terzo tipo con una strega in età prepuberale.
Prepuberale per la vecchia, non per la strega.

Il giovane nipote occhialuto ci casca con tutte le scarpe e comincia a vedere streghe dappertutto, fino a quando lui e la nonna si ritroveranno in un albergo sulla “ridente” costa est inglese proprio durante il raduno annuale Herbalife delle streghe inglesi…

Chi ha paura delle streghe? (1990)

Molto piaciuto a critica e molto flop al botteghino, questo film è uno dei rari esempi in cui il pubblico ha ragione e la critica no.

Noioso all’inverosimile, nonostante la breve durata ed il continuo tono sopra le righe, e con una struttura narrativa che lascia perplessi sulla compiutezza della storia (specialmente il finale raffazzonato), quello che però salta più all’occhio è l’incredibile, si fa per dire, misoginia e arretratezza culturale dell’autore del libro Roald Dahl il quale confeziona una storia la cui morale sarebbe “diffida delle donne, specialmente quelle brutte, mentre cerchi di fare un sacco di soldi così ti sistemi e stai apposto”.

Vaffanculo, Roald Dahl.

VOTO:
2 due sacchi

Chi ha paura delle streghe (1990) voto

Titolo originale: The Witches
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Durata: 91 minuti

Unico indizio la luna piena (1985)

Marty Coslaw è un ragazzino paraplegico che non si dà per vinto.
Nonostante la gente e i familiari lo chiamino stroppio, lui se ne fotte al cazzo e non si lascia né buttare giù e né compatire perché ha una cazzorrella a motore che manco un SH con la marmitta modificata.

E infatti Marty sfreccia per le stradine del paesello pacioso dove conduce la sua vita di paziente della mutua a carico dei contribuenti, ma non sospetta che di lì a poco si troverà faccia a faccia con l’anima de li mejo mortacci sua qui impersonificati da un misterioso mostro che se non fosse per il titolo italiano uno rimarrebbe anche col dubbio per una mezz’oretta buona.

Unico indizio la luna piena (1985)

La storia di un giovane handicappato alle prese con una misteriosa avventura sanguinosa è cosa nuova e buona, non se ne scappa.

Purtroppo, nonostante l’incipit interessante, gli unici veri due motivi per vedere questo film rimangono il protagonista Corey Haim (che era l’amico di Corey Feldman, entrambi finiti tra le mani dei pedofili hollywoodiani in tenera età) e la sequenza con la sorella di Marty che gira per la città alla ricerca di una persona con un occhio di meno dopo che lo stroppio ha piantato un fuoco d’artificio nella cavità oculare del mostro; una breve serie d’inquadrature inquisitorie e allo stesso tempo vulnerabili agli sguardi dei tremendi concittadini che viene accompagnata da una musichetta niente male.

VOTO:
3 Corey Feldman

Unico indizio la luna piena (1985) voto

Titolo originale: Silver Bullet
Regia: Daniel Attias
Anno: 1985
Durata: 95 minuti

King Kong (1976)

La Petrox Oil Company crede che ci sia un giacimento di greggio sotto un’isola misteriosa perennemente circondata da una fitta nebbia che l’ha separata dal resto del mondo per non si sa quanto tempo.

Arrivati con una spedizione punitiva degna dei migliori anni della nostra vita fascista sulla quale si sono imbarcati un paleontologo barbuto che vuole studiare le sconosciute specie dell’isola e un’attricetta svampita che vuole studiare gli sconosciuti modi di sucare i cazzi dei produttori hollywodiani, i nostri eroi fassisti fanno la scoperta delle scoperte degli scopritori: sull’isola vive una tribù di negri con l’anello al naso.

…ah, dimenticavo: c’è anche un gorilla alto 12 metri che non vede una femmina da illo tempore e che verrà trasportato di forza a New York per essere esposto al pubblico ludibrio fuggendo poi un agile scatto occhi di gatto un altro colpo è stato fatto.

King Kong (1976)

Operazione commerciale per Dino De Laurentiis che, dopo gli esordi come venditore di pasta dell’azienda familiare a Torre Annunziata, ha trovato il lavoro della sua vita: farsi le donne belle con la scusa di produrre i film.

Il film è molto disomogeneo: lungi dall’essere una metafora sullo sfruttamento di Madre Natura, la pellicola procede in declino con un’atmosfera molto interessante e suggestiva dall’inizio fino alla scoperta del rito tribale e una scivolata tenue verso lidi più commerciali mano a mano che Kong viene portato verso gli USA.

Effetti speciali notevoli (ma non indimenticabili) che in alcuni frangenti ricordano i film kaiju giapponesi, infinitamente più divertenti di questo.

VOTO:
3 kaiju

King Kong (1976) voto

Titolo di lavorazione: King Kong: The Legend Reborn
Regia: John Guillermin
Anno: 1976
Durata: 134 minuti

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

Doc of the Dead (2014)

Vi siete mai chiesti da dove deriva la parola zombie?
Come quando e perché nasce il fenomeno?
Chi sono i padri fondatori del genere e che opinione hanno della sua (d)evoluzione da prodotto di nicchia a prodotto di sistema?

Questo e (poco) altro vi aspetta in questo piccolo documentario che, attraverso numerose interviste a tantissimi personaggi che hanno animato questa particolare scena horror nel corso dei decenni, cerca di riassumere (sia ad un pubblico profano che ad uno più avvezzo al genere) vita morte e miracoli del personaggio horror cinematografico più recente.

VOTO:
3 fenomeni e mezzo

Doc of the Dead (2014) voto

Titolo russo: Зомби в массовой культуре
Regia: Alexandre O. Philippe
Anno: 2014
Durata: 81 minuti

Annientamento (2018)

Una biologia, una psicologa, una paramedico, una fisica e una geologa non sono le protagoniste di una barzelletta di Berlusconi, ma vengono mandate in missione segreta e pericolosa nel rifugio naturale di St. Marks in Florida, USA.
L’obbiettivo è penetrare un’enorme massa scintillante semitrasparente che sta lentamente espandendosi da un faro (punto d’origine al quale le cinque scienziate devono giungere per capire l’origine del fenomeno) e che sta avviluppando maternalmente e misteriosamente terre, paludi, vegetali, animali, persone, mari e monti.

Tutte le precedenti missioni esplorative hanno portato zero risultati e zero superstiti; riusciranno 5 donne a portare a termine quello che 44 maschi non sono riusciti a fare?

Solo per veri geni:
0, 5, 44
Indovina il prossimo numero e scrivilo nei commenti!

Annientamento (2018)

Interessantissima pellicola, dallo stesso regista di quel gioiello semi-dimenticato chiamato Ex Machina, che è stata vilmente dirottata e scaricata su Netflix (inspiegabilmente in tutto il mondo tranne che in USA e China) perché il pubblico generalista della domenica non è pronto per i film belli e ragionati senza salti e zompi e la critica beota del giovedì si è dimenticata che il femminismo non è solo mettere delle donne in scena (tra l’altro spesso in ruoli ridicoli, come in Ghostbusters) e che l’uguaglianza razziale non si persegue infilando un nero in un costume di calzamaglia (come in Black Panther), ma l’uno e l’altro si ottengono cominciando a considerare donne e neri come “esseri umani”, né più né meno come i maschi eterosessuali bianchi.

In questo film invece, molto silenziosamente e senza battere i piedi, le protagoniste sono 5 donne professioniste che non urlano sguaiatamente come delle idiote e la minoranza afro-americana viene espletata da un distinto professore della John Hopkins University che tra l’altro si bomba pure Natalie Portman; una bella scelta stilistico-narrativa che gli è valso il premio come miglior film non-visto dell’anno.

Se non fosse per alcuni frangenti durante i quali si respira una leggera aria di déjà vu hollywoodiano, specialmente per via della banale protagonista, Annihilation potrebbe sembrare un film nato da una ricombinazione genetica tra David Lynch, Alien prima maniera e quel capolavoro di Under the Skin.

VOTO:
4 alieni e mezzo

Annientamento (2018) voto

Titolo originale: Annihilation
Regia: Alex Garland
Anno: 2018
Durata: 115 minuti

La forma dell’acqua (2017)

I ruggenti anni ’60 erano anni durante i quali valeva la pena essere un uomo bianco americano.

Donne, handicappati, negri, froci e creature anfibie erano relegate agli angoli della società civile in posizioni di subalternità completa e se provavano a ribellarsi era giù di bastonate sui denti rotti e spezzati maledetti parassiti della società quant’è vero iddio vi faccio il culo e state zitti mentre l’uomo bianco parla.

Natura dei sentimenti, ordine costituito ed accettazione dell’altro sono importanti quesiti che la pellicola pone al suo pubblico; ma la domanda principale resta una e una sola: quanto in basso sei capace di spingerti pur di trovare qualcuno con cui scopare?

La forma dell'acqua (2017)

Splendida favola per bambini e adolescenti (che non dispiacerà ad un pubblico adulto) tutta incentrata sul diverso e sulla sua inclusione, sia da parte della maggioranza e sia (soprattutto) da parte della minoranza stessa, con evidenti ricadute sull’accettazione di sé stessi.
Il tutto raccontato non attraverso i soliti occhi dell’elite di comando tipo scienziati e militari, ma prendendo il punto di vista di quella maggioranza silenziosa che con sudore e con dolore manda avanti le nostre civiltà post-industriali, i proletari senza famiglia e senza figli.

La messa in scena di un mondo in parte scomparso fatto di casette a schiera con la macchina parcheggiata sul vialetto, mogli logorroiche ed ossessive compulsive, ristoranti per soli bianchi eterosessuali, basi militari segrete sotterranee e spie russe coi capelli a spazzola è assolutamente impeccabile.
E sbaglia chi evidenzia l’evidente stereotipia di una donna delle pulizie nera grassa e chiaccherona o di un vecchio frocio col toupet in testa e 28 gatti per casa perché non sono altro che l’esplicitazione della natura favolistica del progetto.

In ultimo, due parole sui sottotesti narrativi: qualcuno ha ipotizzato che la muta protagonista sia in realtà (almeno parzialmente) anfibia essa stessa, e questo giustificherebbe il finale; io invece propongo una teoria un po’ più scomoda.

Come il mostro si è cibato del gatto del vecchio frocione, anche i genitori della muta sono stati uccisi/fagocitati dallo stesso mentre la piccola si è salvata riportando solo superficiali ferite al collo (similarmente al colonnello cattivone Richard Strickland).
Questo andrebbe a delineare una morale molto più adulta (e un pizzico socialmente pericolosa) ovvero che nessuno è totalmente buono o cattivo e la lezione della vita è imparare ad abbbracciare tutto il creato per quello che è, anche quello che consideri tua antitesi; perché, come lucidamente esprime il vecchio dopo essere stato fugacemente attaccato dalla creatura, il loro mostruoso amico è una bestia selvatica, non sa far altro, non si può cambiare la sua natura… dichiarando implicitamente che o la si accetta o la si rigetta totalmente, non ci sono mezze misure.

VOTO:
5 mostri

La forma dell'acqua (2017)

Titolo originale: The Shape of Water
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2017
Durata: 123 minuti

Il pianeta proibito (1956)

Siamo nel futuro e una nave spaziale terrestre atterra sul pianeta Altair IV per scoprire cosa sia successo alla spedizione Bellerofonte, sbarcata 20 anni prima su questo pianeta sconosciuto e da allora scomparsa dai radar.

Con enorme sorpresa dell’equipaggio, scoprono che solo il dottor Morbius è sopravvissuto ad una serie di attacchi misteriosi da parte di una malefica forza invisibile e questi li avverte che gli eventi potrebbero ripetersi, ora che “nuova carne” è arrivata sul pianeta.

Tra deliziosi siparietti comico-scientifici e più d’una situazione sessista nei confronti della figlia adolescente del dottore, il film porrà degli interrogativi esistenziali inusuali per l’epoca.

Il pianeta proibito (1956)

Grande classicone e bestia rara per la fantascienza anni ’50, sia per i temi morali trattati che per la messa in scena inaspettatamente apolitica, Forbidden Planet ha ispirato generazioni di appassionati e professionisti della science fiction con il suo giusto mix di sobrietà e divertimento.

Se gli vengono perdonati una generale spalmata di cultura maschilista che lambisce la giustificazione dello stupro, un attaccamento alla religione come dispensatrice di moralità e la totale assenza di diversità etniche, tutte cose comprensibili per l’epoca e l’origine americana, questo gioiello regala ancora quell’ora e mezza di sana fantascienza, nella sua accezione migliore.

VOTO:
4 bestie rare

Il pianeta proibito (1956) voto

Titolo originale: Forbidden Planet
Regia: Fred M. Wilcox
Anno: 1956
Durata: 98 minuti

Princess Mononoke (1997)

E’ la fine del 1500 in Giappone e la magia e gli spiriti che pervadono tutta la natura non sono ancora scomparsi per far posto al mondo degli uomini, qui rappresentato da una città stato specializzata in metallurgia e armi da fuoco governata da una donna risoluta e ambiziosa che ha intenzione di radere al suolo mezza foresta per far posto alle sue manie di grandezza.

In questo scontro epocale che ha poi dato immaginativamente vita al Giappone moderno, si muovono una serie di personaggi ambivalenti che perfettamente rispecchiano l’impossibilità di una riduzione manichea della realtà come invece troppe cucuzze contemporanee si ostinano a fare e pensare: Ashitaka è un giovane guerriero della tribù Emishi, uno degli ultimi prima che questo gruppo etnico fosse spazzato via dagl’imperatori giapponesi, il quale si trova esule dal suo villaggio e ramingo per via di una maledizione che gli ha penetrato il braccio dopo una battaglia furibonda con un dio cinghiale posseduto dal demone della collera visto che era stato scacciato dalle sue terre (dalla città stato di cui sopra) a suon di fucilate a pallettoni nello stomaco; a fargli da speculare contraltare c’è la giovane San, sanguigna ragazza cresciuta dai demoni lupi la quale ha giurato vendetta contro la razza umana per essersi sbarazzata di lei in tenera età; ed infine una platea di spettatori semi-impotenti composta da spiriti ancestrali che sentono vicina la fine dell’epoca magica e cercano di reagire nei modi più disparati, dalla furia cieca di un branco di cinghiali parlanti alla calma serafica di un enorme dio della foresta che dispensa bacini curativi a chiunque si appresti con cuore alla sua fonte.

Come spesso nei film giapponesi, la fine non sarà risolutiva.

Princess Mononoke (1997)

Straordinario film d’animazione che, a dispetto di quello che dice Mereghetti (noto critico cinematografico dai gusti retrogradi ed opportunisti come il suo partito di riferimento), rappresenta senza ombra di dubbio uno degli esempi massimi dello Studio Ghibli e quindi di tutta l’animazione giapponese di stampo artistico con aspirazioni poetiche.

La qualità del tratto e dell’animazione è ai massimi livelli, pare infatti che Miyazachi in persona abbia revisionato uno ad uno tutti i 144mila fotogrammi del film, e la storia, sebbene a tratti confusionaria e contraddittoria per un pubblico occidentale troppo abituato a veder rappresentati i drammi umani con personaggi che incarnano questa o quell’altra virtù come questo o quell’altro male, sempre in contrapposizione (tipico delle società monoteiste) e mai in compenetrazione (come è più proprio per una società animista), la storia dicevo riesce a catturarti dal primo all’ultimo istante.

E quello che più caratterizza positivamente la pellicola è proprio questa riluttanza nel dividere le cose in bianco e nero per abbracciare invece una più logica scala di grigi entro la quale tutti ci posizioniamo e riposizioniamo a seconda dell’argomento in questione: la città metallurgica è infatti sì capace di distruzione e disperazione, ma è anche un faro di progressismo con la buona accoglienza che dà ai reietti e gli ultimi della società (vedi le donne che nella società medievale giapponese valgono poco più dei sassi e i lebbrosi che addirittura custodiscono il segreto della forgiatura delle armi da fuoco); il giovane protagonista Ashitaka divide continuamente, sinceramente e non ambiguamente, le sue premurose attenzioni tra i due fronti della contesa, gli umani con i fucili e gli spiriti della natura con la loro magia; e lo stesso dio della foresta si rivela essere portatore sia di vita che di morte.

Ma in questo marasma di complimenti ed elogi, quello che più mi preme dirvi è il personale risultato linguistico di 9 mesi di convivenza con due spagnole: dios pelícano rey del bosque.

VOTO:
5 re del bosco

Princess Mononoke (1997) voto

Titolo italiano: Principessa Mononoke
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997
Durata: 134 minuti