Shazam! (2019)

Billy Batson, un adolescente molto ribelle che non riesci a tenerlo in una casa famiglia per più di una settimana perché lui vuole uscire per andare a cercare la madre biologica che tanti anni or sono l’ha “perso” ad una fiera di paese e che magicamente non è stata mai trovata/contattata dalle autorità (in)competenti, si troverà magicamente a che fare con un vecchio mago rasta che sta disperatamente “cercando la sua Amy” ovvero lo spirito puro al quale passare i suoi formidabili poteri prima che la morte non gli permetta più di contenere le mostruose bestie rappresentanti i sette peccati capitali che hanno recentemente preso dimora dentro l’occhio di un ricco figlio di papà ossessionato dal cazzo altrui, reale e metaforico.

Shazam! (2019)

Tutto chiaro fino a qui?

Bene, perché io invece mi sono stufato presto a seguire questa trama sottesa di stronzataggine bambinesca molto buona a vendere un prodotto oggettivamente confezionato coi fiocchi, ma che inspiegabilmente non ha sortito gli effetti desiderati al botteghino.

Difatti è incredibile che il miglior film dell’universo DC (che fa cacare e quindi ci voleva poco ad essere il migliore) sia anche il film dell’universo DC che ha incassato di meno…

…e questo mi ha fatto incazzare molto.

VOTO:
3 casso e mezzo

Shazam! (2019) voto

Titolo di sceneggiatura: Billy Batson and the Legend of Shazam!
Regia: David F. Sandberg
Anno: 2019
Durata: 132 minuti

Predator (1987)

Il maggiore Alan “Dutch” Schaefer e il suo drappello di fottuti agenti speciali americani vengono ingaggiati per una missione di salvataggio in territorio nemico (un innominato paese sudamericano… probabilmente uno dei tanti che gli USA vogliono sottomettere a colpi di colpi di stato).

Quello che i nostri prodi proci ignorano però è che il loro talento per la carneficina verrà usato per una mera questione di documentazione mancante (neanche lavorassero all’INPS) dispersa nel mezzo della stessa giungla che funge da perimetro da caccia per una razza aliena bastarda platealmente ispirata allo stereotipo dell’uomo nero con i dreadlocks.

Predator (1987)

Bel filmino d’azione con uomini molto muscolosi e molto frocinconsapevoli che vidi in fase pre-adolescenziale e che poi ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo.

La pellicola potrebbe essere riassunta con: molto sangue, molto onore ed un fantastico Arnold Schwarzenegger che lancia un notturno grido di guerra illuminato solo da una fiaccola.
Ma la cosa più sconvolgente invece è stato apprendere come il regista John McTiernan, alla guida di capisaldi come Die Hard e Last Action Hero, sia finito in disgrazia quando si fece un anno di prigione nel 2013 per aver assunto un investigatore privato al fine di registrare conversazioni compromettenti sia della sua ex moglie che del produttore del suo remake di Rollerball.
Un pasticciaccio degno di Via Merulana che l’ha portato a dichiarare bancarotta e vendersi il ranch in Wyoming.

E’ un attimo che si finisce con le pezze al culo.

VOTO:
4 personaggi scorrelati

Predator (1987) voto

Titolo di lavorazione: Alien Hunter
Regia: John McTiernan
Anno: 1987
Durata: 107 minuti

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)

Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (se non sapete il nome, andate su Wikipedia), oltre ad aver condotto gli stati del nord alla vittoria contro quelli del sud nella sanguinosa guerra civile americana (guerra che, tra il 1861 e il 1865, fece più di 2 milioni di morti), fu anche un avido cacciatore di vampiri.

Ma come? Non lo sapevate?!

Beh, ovviamente la colpa è della cospirazione pluto-pippo-giudaica e di quei rettiliani che non vogliono far sapere quanto le nostre società civili siano infettate dal morbo giudio nel senso di Giuda che vendette nostro signore Gesù Cristo per 30 denari sonanti dirin din din e quanto il valoroso presidente passato alla storia come il liberatore degli schiavi neri americani abbia anche salvato l’Unione da una marea di non morti.

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012)
prendi questo, mutato figlio di puttana

Interessantissimo revisionismo storico cinematografico (da far invidia a Renzo De Felice) che, in puro stile americano, se ne fotte della realtà dei fatti e della tradizione per andare invece a riscrivere una pagina più che dibattuta all’interno della società statunitense, quella che vide contrapporsi le giovani colonie americane a suon di baionette e cannonate.

La veste grafica è ottima, come pure le scene d’azione; quello che manca però è un vero filo narrativo visto che in più di un’occasione si avvertono salti spazio-temporali, forse dovuti a grossolani tagli in fase di montaggio, che lasciano parecchio amaro in bocca allo spettatore che abbia la saporita voglia d’assopirsi pigramente di fronte allo schermo.

Ma in verità io vi dico:
pensate se da noi venisse fuori uno con l’idea di mettere in scena un Camillo Paolo Filippo Giulio Benso conte di Cavour assetato di vendetta per la morte di un familiare e che, armato d’ascia lunga un metro, faccia man bassa di satanassi fracassandogli la capoccia e sbudellandone gli addomi.
Ma v’immaginate gli interminabili dibattiti intellettualoidi?

VOTO:
3 Cavour

La leggenda del cacciatore di vampiri (2012) voto

Titolo originale: Abraham Lincoln: Vampire Hunter
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2012
Durata: 105 minuti

Pumpkinhead (1988)

In un posto polveroso e dimenticato da dio vivono rozzi bifolchi bianchi chiamati americani; poveri derelitti ignoranti nel midollo che non vedono l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre cantano un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche.

Orbene, il nostro protagonista Harley è uno di loro e, come se la sfiga non bastasse mai, questo povero derelitto ignorante nel midollo che non vede l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre canta un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche… ha un figlio ritardato al quale vuole tanto bene e con cui s’intrattiene nelle notti di luna piena mettendo in pratica quello che viene definito dai più come “amore gay”.

Purtroppo questo loro incestuoso idillio sessuale verrà distrutto nel momento esatto il piccolo verrà “messo sotto” da uno stronzo in moto da cross tu eri capace io no zundap su in due io e te cercando la tettona a Barona che non c’era mai…

Pumpkinhead (1988)
…seeeeeee

Forgettable come la bottiglia di passata di pomodoro che ti spaccherei in testa se ne avessi l’occasione, il film tiene comunque botta sul versante degli effetti speciali grazie alla presenza in regia del veterano degli effetti speciali Stan Winston (Terminator, Aliens, Jurassic Park).

All’uscita passò giustamente inosservato, un po’ per la cagnaggine degli attori coinvolti e un po’ per la sgrammaticatura istituzionale tanto cara al primo ministro Giuseppe Conte, mentre negli anni ha acquisito un piccolo gruppo di fan, senza un reale motivo.

VOTO:
2 veterani

Pumpkinhead (1988) voto

Titolo spagnolo: Pacto de sangre
Regia: Stan Winston
Anno: 1988
Durata: 86 minuti

Spider-Man: Far from Home (2019)

La Terra rischia di essere distrutta dai 4 mostri elementali (acqua, terra, vento e fuoco) mentre Peter Parker tenta con bonaria goffaggine di sperimentare la penetrazione vaginale assieme alla sua compagna di classe MJ, che non sta per Michael Jackson ma bensì per Miseri Jinocchi.

Il canonico viaggio europeo durante il quale ogni buon adolescente americano deve assolutamente ubriacarsi a Campo de’ fiori e scalare la statua di Giordano Bruno così da permettergli d’entrare a buon diritto nel ristretto clan delle teste di cazzo sfondate mannaggia cristo vi mastico i coglioni se vi prendo quant’è vero iddio, sarà per l’Uomo Ragno il perfetto viatico alla penetrazione di cui sopra e, per la gioia di grandi e piccini, ne vedremo delle belle delle brutte delle bellemmeglio.

Spider-Man: Far from Home (2019)
uomo evirato, mezzo dominato

Continua l’ipnotismo mediatico delle classi dominanti verso le masse proletarie tanto temuto da Diego Fusaro; un bombardamento cinematografico popolato da, come li definirebbe con olimpica compostezza il nostro amato filosofo da salotto buono, uomini demascolinizzati e privati del loro ruolo di padri di famiglia, succubi di donne più alte di loro così da sottolineare il ribaltamento dell’ordine naturale delle cose che vede un uomo e una donna unirsi in sacro vincolo matrimoniale per procreare nuova vita.

Qui invece si assiste ad un’abominevole glorificazione della teoria gender mentre il turbo capitalismo dilagante della finanza globale giudaica turbo giudecca rende il comune cittadino una pedina sullo scacchiere turbo mondialista.

Un film poco divertente e che non aggiunge molto al panorama turbo hollywoodiano.

VOTO:
2 fiat panda turbo

Spider-Man: Far from Home (2019) voto

Titolo giapponese: Supaidâman: Fâ Furomu Hômu
Regia: Jon Watts
Anno: 2019
Durata: 129 minuti

Shark: Rosso nell’oceano (1984)

Un mostro enorme e dalle fattezze preistoriche terrorizza le coste dell’americana Florida.
Nel frattempo un riparatore di elettrodomestici, una biologa, uno sceriffo, una paleontologa e due ittiologi entrano in un caffè.
Splash.

Tanto basterebbe a descrivere la trama di un film assolutamente assurdo e verso il quale provo la più totale indifferenza possa esistere a questo mondo perché (e non me ne vogliano gl’intolleranti della celluloide bastarda) pellicole come questa, progettate solo ed unicamente per cavalcare l’onda del successo di un blockbuster (nel caso specifico Lo squalo di Spielberg) arrabattando alla cazzo mannaggia un modello di cartapesta, due tentacoli assassini alla Bride of the Monster e un’attrice senza culo e senza tette che per carità a me va pure bene, non possono farmi incazzare più di una pellicola che invece voleva essere chissà cosa e poi si è ridotta ad aprire i concerti di Federico Zampaglione.

Se volete vedere un monster movie c’è di meglio; se invece volete farvi due risate c’è di meglio.

La frase:

Non accetto consigli da una donna che ha la sensibilità di una cagna.

VOTO:
2 cagne

Shark: Rosso nell'oceano (1984) voto

Titolo inglese: Monster Shark
Regia: Lamberto Bava
Anno: 1984
Durata: 90 minuti

Avengers: Endgame (2019)

Dopo aver eliminato metà degli esseri viventi dell’universo, Thanos va in pensione e si mette a coltivare frutti belli spinosi che, se spinti a forza nel proprio deretano, potranno dargli quella pace che ha sempre sognato.

Nel frattempo quel che resta degli Avengers, coadiuvati da Captain Marvel, decidono di andare a riprendere le Infinity Stones con cui Thanos ha evaporato miliardi di esseri viventi e far così rivivere tutti i loro cari (assieme a milioni di assassini, stupratori e impiegati di banca), ma arrivano troppo tardi… Thanos ha distrutto le pietre magiche, sigillando così per sempre il suo malvagio piano di contenimento demografico.

Ora l’unica maniera per riportare indietro le lancette, oltre ad un bel lifting facciale col chirurgo plastico di Cher, è usare la fisica quantistica per viaggiare indietro nel tempo ed andare a scommettere alle corse di cavalli con il grande almanacco sportivo.

Avengers: Endgame (2019)

Niente, me li guardo tutti ma non riesco mai a divertirmi appieno con questi cazzo di film coi supereroi.

Sarà per la mole sempre più pesante di sfraceli che si susseguono sullo schermo lungo le oramai canoniche 3 ore di film, manco fossimo a Bollywood.
Sarà perché non je la faccio a digerire i facili sentimenti del topolino popolino che si piscia sotto con roba tipo forza bruta, machismo (di uomini e di donne) e orgoglio identitario (di minoranze etniche, di portatrici d’utero e/o di supremazia bianca).
O sarà per l’incredibile velocità con cui il potere cambia pelle per farsi amare da un genere umano miope come Mr Magoo; un ammasso di esseri umani che ieri gioioso sborrava guardando Rambo trucidare i fottuti musi gialli e oggi felice spurga le gonadi sbavando sopra neri e donne che compiono gli stessi eccidi di cui si sono macchiati i loro illustri predecessori maschili bianchi.

Il pubblico purtroppo, come da programma, premia questo tipo di produzioni elevando EndGame a film col maggior incasso del 2019, maggior incasso in Nord America del 2019, secondo maggior incasso di sempre in Nord America, film di supereroi con i maggiori incassi di sempre e maggior incasso nella storia del cinema… ma i soldi non laveranno mai e poi mai la vostra immonda morale empia d’ogni possibile peccato veniale e mortale.

“Lo sai che farò un bel po’ di cambiamenti?”, dice Valchirie quando viene nominata nuovo re degli Asgardiani da Thor.
Beh, cara regina, potresti cominciare nel trasformare Asgarg da monarchia assoluta a democrazia popolare; così, tanto per far vedere che la scelta di spingere sull’acceleratore femminista non è una semplice ed avida strategia di marketing ma si inserisci in un più ampio contesto socio-culturale che vede nella redistribuzione dei poteri tra tutti (e ripeto, tutti) i cittadini, indipendentemente dal loro sesso, il loro pensiero e soprattutto dal ceto sociale in cui sono nati, la vera molla del progresso umano.

Ma che ve lo dico a fare?
Tanto basta un #meToo e passa la paura.

VOTO:
3 #meToo

Avengers: Endgame (2019) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Ultimato
Regia: Anthony e Joe Russo
Anno: 2019
Durata: 181 minuti

Kujira (1952)

Un’imbarcazione a vela si ritrova in mezzo alla tempesta e naufraga miseramente.
Si salvano solo una ragazza e tre uomini che immediatamente tentano di accaparrarsi i pertugi vaginali della povera sventurata, ma a risolvere la diatriba ci penserà una balena che manderà in fondo al mare gli allupati persi lasciando sul suo dorso la donna in stato comatoso.

Piacevole remake a colori dell’omonimo film del 1927, sempre dello stesso autore giapponese che, senza che io l’avessi mai sentito nominare, pare sia uno tra i più rispettati autori dell’animazione giapponese e uno dei padri del genere anime.

Me cojons.

Titolo italiano: Balena
Regia: Noburô Ôfuji
Anno: 1952
Durata: 8 minuti

Captain Marvel (2019)

Nel 1989 gli USA invadono illegalmente Panama, uno stato indipendente dell’America centrale strategicamente posto attorno l’omonimo stretto, guidato da Noriega, un dittatore finanziato per decenni dal governo statunitense in contrapposizione alle spinte socialiste del resto del centro e Sudamerica.

Nello stesso anno Carol Danvers, una pilota dell’aeronautica militare americana, fa un chioppo della Madonna durante un test di volo del nuovo “motore velocità della luce” che, come “ordigno fine di mondo” nel Dottor Stranamore, voleva mettere un punto e a capo ad una lunga guerra tra due civiltà.

Le cose ovviamente sono più complicate di come sembrano a primo acchito e Carol, sopravvissuta all’incidente mostrando chiari segni di supereroismo fumettistico, dovrà venire a capo di un mistero di non facile soluzione per una nazionalista indottrinata come lei, ovvero: è mai possibile che i miei superiori mi abbiano mentito e che stia combattendo una guerra ingiusta contro un gruppo di poveracci?

Captain Marvel (2019)
è mai possibile che le razze inferiori abbiano sempre un cazzo superiore?

Inaspettato buon film che, ponendo una protagonista donna per chiare esigenze di marketing e non certo per ravvedute posizioni di eguaglianza sociale, riesce a mescolare la solita brodaglia superomistica abbastanza stantia ficcandoci dentro un twist narrativo che forse porrà un piccolo dubbio ai militari americani che vedranno il film convinti d’assistere ad un’epica mentre in realtà qui siamo più dalle parti dell’elegia.

I registi sono gli stessi dell’ottimo Mississippi Grind e del buon Half Nelson, due film fortemente incentrati sullo studio del personaggio, e questa scelta non sembra aver avuto i medesimi esiti in questa pellicola; se da un lato abbiamo infatti dei personaggi in qualche modo simpatetici e con più di una sfaccettatura, dall’altro ritroviamo i soliti siparietti con lui, lei e la simpatia smargiassa tipica di chi non porta sulle spalle le colpe degli antenati perché le ha gettate nel cesso assieme all’ultima cacata nera di catrame nero.

Completamente fuori luogo, nonostante il film si svolga per la maggior parte nel 1995, le canzoni di TLC, Hole , No Doubt, Nirvana… che partono così, come se uno avesse acceso lo stereo ad alto volume mentre tu stavi parlando con un amico fottendosene di chi o cosa gli sta attorno.

Simpatico Samuel L. Jackson, svecchiato digitalmente di 25 anni, che arranca zompettando con molta prudenza nelle scene di corsa mostrando così la paura di cadere e rompersi il femore/anca, prima causa di morte per i 70enni come lui.

VOTO:
4 femori

Captain Marvel (2019) voto

Titolo di lavorazione: Open World
Regia: Anna Boden, Ryan Fleck
Anno: 2019
Durata: 123 minuti

ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Il bambino d’oro (1986)

Nella ridente Los Angeles degli anni ’80, i bambini scompaiono come i calzini nei cassetti e spesso, come i calzini nei cassetti, vengono ritrovati dopo settimane brutalmente divisi, buttati ad un angolo e appallottolati come carta straccia con cui ti ci sei soffiato il naso.

In questo miasma urbano, Chandler Jarrell cerca di metterci una pezza col suo lavoro d’investigatore privato specializzato in giovani scomparsi e, girando la città armato di manifesti di carta (materiale scelto non a caso) con impressa l’immagine dei desaparesidos della società dei consumi, porta avanti la sua personale croce di figlio di mignotta.

A sconvolgere questa sua “bella” vita arriverà una ragazza asiatica con delle puppe non indifferenti che lo convincerà a mettere le sue doti investigative al servizio del Tibet libero e del buddismo maschilista tentando di salvare un dio-bambino rapito da un demonio con l’accento inglese.

Il bambino d'oro (1986)

Filmetto tipicamente anni ’80 con un Eddie Murphy poco incline a fare il buffone e più intento a distanziarsi dal ruolo d’attore comico per abbracciare un più mainstream e redditizio “blockbuster’s main hero”; decisione che gli costerà cara visto che questo segna forse anche l’inizio della fase discendente della macchina stampa soldi chiamata Eddie Murphy…

…d’altra parte come biasimarlo quando ti offrono così tanti dindini da rotolartici dentro mille e una notte assieme ad un esercito di prostitute vietnamite rivestite d’oro che neanche l’Islam ti offre come ricompensa?

Anche se è stato in parte stroncato dalla critica per delle evidenti lacune logico narrative, il film svolge bene il suo compitino e non annoia.
L’unica cosa che lascia l’amaro in bocca però è che lo stesso anno usciva quel capolavoro assoluto chiamato Big Trouble in Little China, ironia della sorte con due attori dalle fattezze asiatiche presenti sia qui che lì (James Hong – David Lo Pan e Victor Wong – Egg Shen); un bellissimo film per certi versi simile, per tematiche ed influenze orientali, che fu clamorosamente stracciato al botteghino da questa pellicola evidentemente modesta.

VOTO:
3 calzini

Il bambino d'oro (1986) voto

Titolo originale: The Golden Child
Regia: Michael Ritchie
Anno: 1986
Durata: 94 minuti