Avengers: Endgame (2019)

Dopo aver eliminato metà degli esseri viventi dell’universo, Thanos va in pensione e si mette a coltivare frutti belli spinosi che, se spinti a forza nel proprio deretano, potranno dargli quella pace che ha sempre sognato.

Nel frattempo quel che resta degli Avengers, coadiuvati da Captain Marvel, decidono di andare a riprendere le Infinity Stones con cui Thanos ha evaporato miliardi di esseri viventi e far così rivivere tutti i loro cari (assieme a milioni di assassini, stupratori e impiegati di banca), ma arrivano troppo tardi… Thanos ha distrutto le pietre magiche, sigillando così per sempre il suo malvagio piano di contenimento demografico.

Ora l’unica maniera per riportare indietro le lancette, oltre ad un bel lifting facciale col chirurgo plastico di Cher, è usare la fisica quantistica per viaggiare indietro nel tempo ed andare a scommettere alle corse di cavalli con il grande almanacco sportivo.

Avengers: Endgame (2019)

Niente, me li guardo tutti ma non riesco mai a divertirmi appieno con questi cazzo di film coi supereroi.

Sarà per la mole sempre più pesante di sfraceli che si susseguono sullo schermo lungo le oramai canoniche 3 ore di film, manco fossimo a Bollywood.
Sarà perché non je la faccio a digerire i facili sentimenti del topolino popolino che si piscia sotto con roba tipo forza bruta, machismo (di uomini e di donne) e orgoglio identitario (di minoranze etniche, di portatrici d’utero e/o di supremazia bianca).
O sarà per l’incredibile velocità con cui il potere cambia pelle per farsi amare da un genere umano miope come Mr Magoo; un ammasso di esseri umani che ieri gioioso sborrava guardando Rambo trucidare i fottuti musi gialli e oggi felice spurga le gonadi sbavando sopra neri e donne che compiono gli stessi eccidi di cui si sono macchiati i loro illustri predecessori maschili bianchi.

Il pubblico purtroppo, come da programma, premia questo tipo di produzioni elevando EndGame a film col maggior incasso del 2019, maggior incasso in Nord America del 2019, secondo maggior incasso di sempre in Nord America, film di supereroi con i maggiori incassi di sempre e maggior incasso nella storia del cinema… ma i soldi non laveranno mai e poi mai la vostra immonda morale empia d’ogni possibile peccato veniale e mortale.

“Lo sai che farò un bel po’ di cambiamenti?”, dice Valchirie quando viene nominata nuovo re degli Asgardiani da Thor.
Beh, cara regina, potresti cominciare nel trasformare Asgarg da monarchia assoluta a democrazia popolare; così, tanto per far vedere che la scelta di spingere sull’acceleratore femminista non è una semplice ed avida strategia di marketing ma si inserisci in un più ampio contesto socio-culturale che vede nella redistribuzione dei poteri tra tutti (e ripeto, tutti) i cittadini, indipendentemente dal loro sesso, il loro pensiero e soprattutto dal ceto sociale in cui sono nati, la vera molla del progresso umano.

Ma che ve lo dico a fare?
Tanto basta un #meToo e passa la paura.

VOTO:
3 #meToo

Avengers: Endgame (2019) voto

Titolo brasiliano: Vingadores: Ultimato
Regia: Anthony e Joe Russo
Anno: 2019
Durata: 181 minuti

Kujira (1952)

Un’imbarcazione a vela si ritrova in mezzo alla tempesta e naufraga miseramente.
Si salvano solo una ragazza e tre uomini che immediatamente tentano di accaparrarsi i pertugi vaginali della povera sventurata, ma a risolvere la diatriba ci penserà una balena che manderà in fondo al mare gli allupati persi lasciando sul suo dorso la donna in stato comatoso.

Piacevole remake a colori dell’omonimo film del 1927, sempre dello stesso autore giapponese che, senza che io l’avessi mai sentito nominare, pare sia uno tra i più rispettati autori dell’animazione giapponese e uno dei padri del genere anime.

Me cojons.

Titolo italiano: Balena
Regia: Noburô Ôfuji
Anno: 1952
Durata: 8 minuti

Captain Marvel (2019)

Nel 1989 gli USA invadono illegalmente Panama, uno stato indipendente dell’America centrale strategicamente posto attorno l’omonimo stretto, guidato da Noriega, un dittatore finanziato per decenni dal governo statunitense in contrapposizione alle spinte socialiste del resto del centro e Sudamerica.

Nello stesso anno Carol Danvers, una pilota dell’aeronautica militare americana, fa un chioppo della Madonna durante un test di volo del nuovo “motore velocità della luce” che, come “ordigno fine di mondo” nel Dottor Stranamore, voleva mettere un punto e a capo ad una lunga guerra tra due civiltà.

Le cose ovviamente sono più complicate di come sembrano a primo acchito e Carol, sopravvissuta all’incidente mostrando chiari segni di supereroismo fumettistico, dovrà venire a capo di un mistero di non facile soluzione per una nazionalista indottrinata come lei, ovvero: è mai possibile che i miei superiori mi abbiano mentito e che stia combattendo una guerra ingiusta contro un gruppo di poveracci?

Captain Marvel (2019)
è mai possibile che le razze inferiori abbiano sempre un cazzo superiore?

Inaspettato buon film che, ponendo una protagonista donna per chiare esigenze di marketing e non certo per ravvedute posizioni di eguaglianza sociale, riesce a mescolare la solita brodaglia superomistica abbastanza stantia ficcandoci dentro un twist narrativo che forse porrà un piccolo dubbio ai militari americani che vedranno il film convinti d’assistere ad un’epica mentre in realtà qui siamo più dalle parti dell’elegia.

I registi sono gli stessi dell’ottimo Mississippi Grind e del buon Half Nelson, due film fortemente incentrati sullo studio del personaggio, e questa scelta non sembra aver avuto i medesimi esiti in questa pellicola; se da un lato abbiamo infatti dei personaggi in qualche modo simpatetici e con più di una sfaccettatura, dall’altro ritroviamo i soliti siparietti con lui, lei e la simpatia smargiassa tipica di chi non porta sulle spalle le colpe degli antenati perché le ha gettate nel cesso assieme all’ultima cacata nera di catrame nero.

Completamente fuori luogo, nonostante il film si svolga per la maggior parte nel 1995, le canzoni di TLC, Hole , No Doubt, Nirvana… che partono così, come se uno avesse acceso lo stereo ad alto volume mentre tu stavi parlando con un amico fottendosene di chi o cosa gli sta attorno.

Simpatico Samuel L. Jackson, svecchiato digitalmente di 25 anni, che arranca zompettando con molta prudenza nelle scene di corsa mostrando così la paura di cadere e rompersi il femore/anca, prima causa di morte per i 70enni come lui.

VOTO:
4 femori

Captain Marvel (2019) voto

Titolo di lavorazione: Open World
Regia: Anna Boden, Ryan Fleck
Anno: 2019
Durata: 123 minuti

ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Il bambino d’oro (1986)

Nella ridente Los Angeles degli anni ’80, i bambini scompaiono come i calzini nei cassetti e spesso, come i calzini nei cassetti, vengono ritrovati dopo settimane brutalmente divisi, buttati ad un angolo e appallottolati come carta straccia con cui ti ci sei soffiato il naso.

In questo miasma urbano, Chandler Jarrell cerca di metterci una pezza col suo lavoro d’investigatore privato specializzato in giovani scomparsi e, girando la città armato di manifesti di carta (materiale scelto non a caso) con impressa l’immagine dei desaparesidos della società dei consumi, porta avanti la sua personale croce di figlio di mignotta.

A sconvolgere questa sua “bella” vita arriverà una ragazza asiatica con delle puppe non indifferenti che lo convincerà a mettere le sue doti investigative al servizio del Tibet libero e del buddismo maschilista tentando di salvare un dio-bambino rapito da un demonio con l’accento inglese.

Il bambino d'oro (1986)

Filmetto tipicamente anni ’80 con un Eddie Murphy poco incline a fare il buffone e più intento a distanziarsi dal ruolo d’attore comico per abbracciare un più mainstream e redditizio “blockbuster’s main hero”; decisione che gli costerà cara visto che questo segna forse anche l’inizio della fase discendente della macchina stampa soldi chiamata Eddie Murphy…

…d’altra parte come biasimarlo quando ti offrono così tanti dindini da rotolartici dentro mille e una notte assieme ad un esercito di prostitute vietnamite rivestite d’oro che neanche l’Islam ti offre come ricompensa?

Anche se è stato in parte stroncato dalla critica per delle evidenti lacune logico narrative, il film svolge bene il suo compitino e non annoia.
L’unica cosa che lascia l’amaro in bocca però è che lo stesso anno usciva quel capolavoro assoluto chiamato Big Trouble in Little China, ironia della sorte con due attori dalle fattezze asiatiche presenti sia qui che lì (James Hong – David Lo Pan e Victor Wong – Egg Shen); un bellissimo film per certi versi simile, per tematiche ed influenze orientali, che fu clamorosamente stracciato al botteghino da questa pellicola evidentemente modesta.

VOTO:
3 calzini

Il bambino d'oro (1986) voto

Titolo originale: The Golden Child
Regia: Michael Ritchie
Anno: 1986
Durata: 94 minuti

La donna scimmia (1964)

Antonio Semola è un napoletano truffaldino interpretato Ugo Tognazzi, un lombardo repubblichino che mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo assieme ad un altro giovane fascista chiamato Raimondo Vianello.

Antonio è un furbetto, non vuole lavorare 8 ore al giorno rompendosi la schiena e quando per puro caso incontra dentro un mendicicomio gestito dalle suore una ragazza affetta da ipertricosi non si lascia sfuggire l’affare e se la porta via promettendole una vita libera e felice nel mondo reale.
Quello che fa invece è raggirarla, sfruttando anche i suoi fragili sentimenti amorosi, facendola esibire come donna scimmia e tenendo per sé tutto l’argent e le sigarette che gli spettatori gettano verso la gabbia.

Questo scempio agli occhi del Signore ovviamente non può durare a lungo e Antonio dovrà fare i conti con la collera di Dio onnipotente che lo punirà facendo soffrire, nel più classico dello stile cattolico, chi non c’entra nulla.

La donna scimmia (1964)

Un bel film bello vecchio che ho piacevolmente visto per puro caso una domenica mattina non sapendo che quella che stavo osservando fosse la versione francese, col lieto fine e la (parziale) redenzione, mentre il regista Marco Ferreri, un uomo di un cinismo non comune, ne fece uscire un’altra con un epilogo molto più cupo, che non vado a spoilerare, ma che riprende fedelmente la fine di Julia Pastrana, la messicana del 19esimo secolo alla cui figura si ispira chiaramente il film.

VOTO:
3 Julia e mezza

La donna scimmia (1964) voto

Titolo francese: Le mari de la femme à barbe
Regia: Marco Ferreri
Anno: 1964
Durata: 84 minuti

TOP 3 – Star Trek: 2° stagione (1967-1968)

La seconda stagione del telefilm fantascientifico per eccellenza vira la barra verso il pop semplicione senza però abbandonare realmente quel velo di sobrietà e serietà proprie delle società pre-sessantottine che si credevano capaci d’interpretare un futuro molto poco prossimo mettendo in scena un futuro molto pieno di stivaletti in pelle e tutine di flanella.

Considerando che questa seconda stagione conta ben 26 episodi, di decrescente bellezza, è stato alquanto difficile giungere ad un trittico che potesse rappresentare degnamente la squadra, ma stringendomi forte i testicoli tra 2 mattoni ho potuto esprimere al meglio il dono della sintesi.

Episodio 1 – “Amok Time”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 1

Mr Spock viene improvvisamente colto dalla fregola della schiacciata, della fregata, della smorzata, della ficcata, del bunga bunga, del fiki fiki, del mondo di mezzo le cosce… sì insomma non riesce a tenere il pitone nei pantaloni tanta è la voglia di farsi una scopata.

In suo soccorso arrivano il capitano Kirk e il dottor McCoy i quali accompagneranno Spock sul pianeta Vulcano per farlo partecipare alla cerimonia Kunat-Kafili alla fine della quale potrà reclamare la giovane Depring, manco fosse al mercato del pesce, la quale però ha in serbo una clamorosa sorpresa che metterà seriamente a repentaglio le copiose erezioni di Kirk.

La frase:

T’Pau: Live long and prosper, Spock.
Spock: I shall do neither: I’ve killed my captain and my friend.

Episodio 4 – “Mirror, Mirror”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 2

Mentre il capitano Kirk, il dottor McCoy, il tenete Uhura e l’ingegnere tenente Scotty stanno trattando l’acquisizione di dilithium crystals dagli Halkaniani, una civiltà profondamente pacifica e per nulla convinta degli usi non-bellici dei loro potenti cristalli da parte della Federazione, una strana tempesta magnetica manda in tilt il sistema di teletrasporto dell’Enterprise dirottando i nostri quattro sventurati verso un malefico universo parallelo nel quale la Federazione è un Impero sanguinario e tutto sembra girare attorno la regola del “cane mangia cane”.

Alle prese con un crudele e barbuto Mr Spock e un equipaggio votato a fottere il prossimo, i nostri poveri amici tenteranno di far ritorno al loro “pacifico” universo senza causare l’estinzione dell’intera razza Halkan.

La frase:

Kirk: In every revolution there’s one man with a vision.
Mirror Spock: Captain Kirk, I shall consider it.

Episodio 6 – “The Doomsday Machine”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 3

L’Enterprise incontra uno spaziale sigaro meccanico lungo qualche chilometro il cui unico scopo è distruggere tutto quello che gli capita a tiro per poi ingerirne i resti e rimpinguare così la sua riserva energetica; tipo Giuliano Ferrara… ma meno spaziale.

Il capitano Kirk lo ribattezza subito “ordigno fine di mondo” mentre il commodoro Matt Decker, unico sopravvissuto della nave Constellation che aveva provato senza successo a fermare questo sigaro infernale, si fa prendere dalle paranoie suicide e tenta in tutti i modi di ficcarsi con tutta l’Enterprise dentro quest’enorme distruttore cosmico nella convinzione di poter fermare un simbolo fallico con una penetrazione, invertendo chiaramente gli addendi.

Mr Spock, dal canto suo, passa l’intero episodio a trattenere con olimpica calma una pericolosissima scarica di peti dovuta alla magnifica fagiolata della sera prima.

La frase:

Matt Decker: You’re bluffing.
Spock: Vulcans never bluff.

Special Mention:
Episodio 15 – “The Trouble with Tribbles”

TOP 3 - Star Trek: 2° stagione (1967-1968) 4

L’Enterprise viene chiamata di gran corsa a sorvegliare un carico di grano transgenico, temporaneamente stoccato nella stazione spaziale K7, che sarà a breve trasportato sul pianeta Sherman nell’ambito di accordi interplanetari  volti all’espansione della Federazione.

Ma a noi che ce ne frega?
Qua la cosa interessante è l’avanzata dei Tribbles, una specie aliena batuffolosa completamente innocua ma altamente prolifica che sta rapidamente invadendo ogni pertugio, sia della stazione spaziale che della nave Enterprise.

Uno degli episodi più amati in assoluto dai fan della serie e sicuramente uno dei più comici: vedere il capitano Kirk che cerca di mantenere il suo solito piglio serio e fascinoso mentre da fuori inquadratura gli vengono tirate in testa queste palline di pelo è impagabile.

La frase:

Chekhov: Scotch?
Scott: Aye.
Chekhov: It was invented by a little old lady from Leningrad.

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: seconda
Anno: 1966
Durata: 26 episodi da 50 minuti circa

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Maghi, draghi, incantesimi, spade di fuoco, genuflessioni, albini, bacchette, carrozze, mostri, bestie, serpi, eterocromie, castelli, specchi, lenzuoli, mare mare mare quanta voglia d’arrivare da te da te tette te.

Visto che non ho seguito la trama, tra un mezzo pisolino e un “me ne frego” da ventennio fascista, potrei andare a rileggere qualcosa su wikipedia o magari sbirciare un paio di opinioni su internet prima di scrivere questa recensione, e invece no: non me ne fotte una mazza di cosa parli questo filmerda, non me ne fotte una mazza di cosa ne pensa la gente e non me ne fotte una mazza di spiegarlo a chicchessia.

In compenso vi elencherò alcune cose che potreste fare invece di sorbirvi questa strunzata lunga più di 2 ore:

giocare a squash, lavare la macchina, preparare la cena, prendere parte a una banda funky, viaggiare in un paese straniero, diventare Presidente della Repubblica, parlare ad un membro del sesso opposto, lubrificare la macchina, preparare un wurstel fritto, cercare un tesoro sepolto, mungere una mucca, fare una gara di abbaiate con il cane del vicino, effettuare un’operazione al cervello, dipingere una linea gialla in mezzo alla strada, scrivere il vostro nome nella neve, insegnare pallacanestro acquatico alle vongole, cantare le canzoni di Lucio Dalla in banca, piantare alberi sul suolo pubblico, confondere la persona accanto, costruire un tavolo triangolare, trottare, balzellare e saltare, cavalcare un treno, organizzare il cassetto delle calze in ordine alfabetico, giocare a bowling con la mamma, addestrare gli insetti a fare scherzi, fare una trapunta, pubblicare una rivista sui trucioli delle matite, mangiare gelatina al limone con ananas, asfaltare un’autostrada, imparare a disegnare, iscriversi a fotografia, imparare a parlare greco antico, fotocopiare denaro, uscire a mangiare la pasta, cucire un vestito, lavare l’iguana, andare a pesca, dipingere la casa di uno sconosciuto di notte, iscriversi a windsurf, cambiare lo stile dei capelli, affilare i gessetti, dare da mangiare ad un tucano, godersi il sole, fare delle parole incrociate, comprare dei bei vestiti, andare alla spiaggia, giocare a cricket con vostro padre, innaffiare le piante, costruire una casa per le bambole, organizzare una cena con salmone e vino bianco.

VOTO:
2 vongole e mezza

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018) voto

Titolo originale: Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald
Regia: David Yates
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

Venom (2018)

Una nave spaziale alla ricerca di forme di vita aliena porta a compimento la sua missione fracassandosi sulla Terra nell’inaspettato tentativo di un ritorno a casa con ospite sgradito.

E con ospite sgradito non mi riferisco al negro di Guess Who’s Coming to Dinner, ma a 4 informi melme aliene alla disperata ricerca di organismi nei quali annidarsi grazie ad un’assimilazione simbiotica che permetta loro di sopravvivere a contatto con l’atmosfera terrestre.

…tagliamo corto che tanto non vale la pena: uno degli alieni finisce dentro un giornalista molto perdente chiamato Eddie Brock mentre un altro trova il suo nido dentro il presidente della Life Foundation, la compagnia che aveva mandato nello spazio la navicella di cui sopra.
I due si scontreranno a suon di burbere menate per evitare un’invasione aliena volta alla totale assimilazione del genere umano.

Venom (2018)

Pellicola molto vecchia nelle premesse e nello stile visto che come trama richiama le storie semplicione dei supereroi primi anni 2000 e come sequenze d’azione mette il pubblico nella strana condizione d’aspettarsi l’improvvisa apparizione di Vin Diesel a bordo di una Dodge Charger del 1970.

Se siete alla ricerca di un paio d’ore divertenti senza troppe pretese, cascate male; se invece avete un leggero gusto sadomasochista e godete nel veder soffrire il prossimo, chiamate un vostro caro amico e offritegli una serata a base di Venom.

VOTO:
2 Masoch

Venom (2018) voto

Titolo originale: Venom
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2018
Durata: 112 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa