Elliot, il drago invisibile (1977)

Pete è un orfano di 6 anni che è stato comprato da una famiglia di burinotti schiavisti del Maine; riuscito a fuggire grazie all’aiuto di un drago invisibile di nome Elliot, Pete fa vita da vagabondo alla Huckleberry Finn mentre cerca difficilmente di rifarsi una vita.
Arrivato in una piccola cittadina costiera di semplicioni ubriaconi festaioli vagamente e stranamente rimembrante l’Antonio Bay di The Fog (forse per il faro), Pete viene preso in simpatia dalla figlia vedova del guardiano del faro di cui prima la quale lo adotterà come figlio suo, probabilmente soggiogata dal capello rosso e dalle doti canore non indifferenti.
Tra una canzone strappalacrime e una danza sfrenata su barili di birra, questi cittadini un po’ diffidenti dei nuovo venuti impareranno ad accettare il diverso quando il diverso si rivela utile.
Come ogni buon schiavista deve saper fare.

Elliot, il drago invisibile (1977)

Musical anni ’70 un po’ dimenticato, Pete’s Dragon ricalca in gran parte la solita storia di infanzia negata in un mondo crudele tanto cara alla Disney.
Combinando riprese dal vivo ed animazione (per la verità, bene poca), il film procede noiosamente tra una dimenticabile canzone e l’altra per le sue due estenuanti ore fino a giungere ad una conclusione catartica ma con l’amaro in bocca.
Perché la Disney, prima d’essere la dispensatrice di MDMA che è oggi, ha attraversato fasi alterne di creatività, producendo film un po’ sconclusionati e disomogenei tipo questo, nonostante il regista sia lo stesso del bellissimo Gli Argonauti.

VOTO:
3 pasticche d’MDMA

Elliot, il drago invisibile (1977) voto

Titolo originale: Pete’s Dragon
Regia: Don Chaffey
Anno: 1977
Durata: 128 minuti

Whiplash (2014)

Se ti impegni con tutto il sudore che hai in corpo, se spingi coi coglioni sull’acceleratore della vita prima che questa ti si fumi via come un filo d’erba caduto nel fuoco sacro attorno al quale stiamo tutti danzando una folle corsa insensata dal profumo di gelsomino e dal sapore amaro, se impieghi ogni minuto della tua esistenza e ogni briciolo di energia che hai in corpo seguendo i tuoi sogni, questi si realizzeranno.

O almeno ciò è quello che questo film moralmente ambiguo sulle difficoltà immense di un giovane aspirante batterista jazz alle prese con l’insegnante più stronzo della storia umana vuole farci credere.

Whiplash (2014)
ti motiverò, dovessi accorciare il cazzo a tutti i cannibali del Congo

Film assolutamente straordinario tecnicamente: dai colori caldi e dal forte contrasto come una serata in un jazz bar di Manhattan, con delle interpretazioni letteralmente trasudanti l’anima tra cui spiccano come pure vette innevate il giovine Miles Teller nei panni del jazzista più autistico della storia e J. K. Simmons a rivestire il ruolo cinematografico che segna l’atteso e inaspettato ritorno del sergente Hartman di Full Metal Jacket sul grande schermo, e un ritmo narrativo accelerato sostenuto da un susseguirsi frenetico di bellissimi motivi musicali suonati realmente dagli attori entro una messa in scena che eppure sa prendersi i suoi secondi di silenzio e quiete per descrivere al meglio i movimenti interiori di una giovane anima che getta un’ombra ancora breve sul sentiero della storia umana.

Se quindi nessuno ha da ridire sulla bravura di tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione di questa piccola perla very low budget, io però nutro più di un dubbio sul messaggio, se uno veramente esiste.
E sì perché se prendiamo la scena finale, col confronto a suon di metaforica mitraglia in pieno cuore tra i due protagonisti di questa appassionante vicenda, con quel brevissimo sguardo di intesa subito reciso dalla forza del tempo ritmico che tutto calpesta e tutto distrugge, un coito interrotto di amore-odio tra l’altro reiterato per tutto il corso della pellicola e rappresentativo dell’ambigua non-presa di posizione registica la quale si è forse furbescamente rifugiata nella fortezza emozionale del self-made man, vero e proprio paradigma di tutta la società americana che perciò si è quindi facilmente rispecchiata in questa storia di forza bruta e perseveranza alla Rocky Balboa ricoprendo di premi e soldi questa pellicola, allora non si può in buona fede continuare a farla passare liscia a questi fascisti mascherati da progressisti hipster che parlano di jazz e impegno militaresco quando non hanno idea di quante piste di cocaina su prostitute in sovrappeso si è fatto Charles Mingus durante la sua travagliata vita.

Perché va bene dire che senza impegno è difficile andare avanti nella vita, ma da qui a trasformare la musica e la genialità umana in un percorso a ostacoli degno dei berretti verdi ce ne corre.
Ma io mi domando e dico: che senso ha cercare di tirare fuori il genio dentro un ragazzo di belle speranze a suon di seggiolate in bocca se poi questo finisce appeso con una cinta all’asta dell’armadio a muro prima di compiere 30 anni?

VOTO:
5 berretti verdi

Whiplash (2014) voto

Titolo originale: Whiplash
Regia: Damien Chazelle
Anno: 2014
Durata: 107 minuti

Tutti vogliono qualcosa (2016)

Una settimana del 1980 nelle inutili vite di un drappello di studenti universitari americani che giocano nella squadra di baseball del college i quali passano tutto il tempo a bere, scherzare e parlare di cazzate mentre una voglia di fregna se li porta via con la rincorsa.

E al pubblico dovrebbe fregargliene qualcosa.

Tutti vogliono qualcosa (2016) featured

Io dico boh: una commedia senza capo né coda dallo stesso Linklater osannato dalla critica beota per il suo precedente film dozzinale (nel senso che c’ha messo 12 anni a girarlo) Boyhood.
Qui invece siamo dalle parti di Idiothood: una serie di personaggi uno più odioso dell’altro per la loro pochezza mentale e l’incredibile rabbia che provocano con ogni loro gesto girano come merdose trottole intorno ad una storia che non esiste, un po’ come le motivazioni per le loro esistenze.

Io giuro che, nonostante sia tecnicamente molto buono ed abbia una simpatica (ed interminabile) colonna sonora che spazia dal punk al rock passando per il country, io giuro che non ho capito proprio che cazzo voleva dirmi Richard con questa scoreggia d’artista.

I distributori italiani invece hanno fallito come al solito perché non l’hanno tradotto con un più appropriato Tutti la vogliono.

VOTO:
2 trottole

Tutti vogliono qualcosa (2016) voto

Titolo originale: Everybody Wants Some!!
Regia: Richard Linklater
Anno: 2016
Durata: 117 minuti

Camp Rock (2008)

Storia di una ragazza povera con grandi aspirazioni canore la quale viene mandata ad un campo estivo eugenetico per la selezione del superuomo nazista dove incontrerà un giovane eroe dal passo felpato e dalla fede incontrollabile nell’individualismo e nella segregazione razziale.

Camp Rock mi ha messo molta paura.

Camp-Rock-(2008)-1
un bosco di braccia tese

Che dire di un film del genere?
Dico che guardandolo ho provato uno stranissimo senso di vergogna per la soppressa simpatia che a tratti mi ha suscitato, con tutta la sua lucida costruzione narrativo-visiva studiata a tavolino dal reparto marketing della Disney; unita a questo poi c’è stato un generale sentimento euforico, simile a quello che sopraggiunge dopo aver fatto gioiosamente qualcosa di estremamente proibito e profondamente sporco.

Come Albert Fish, quel gentile omino americano il quale, agli inizi del ventesimo secolo, prese Billy Gaffney, un bambino di 4 anni, lo portò in una casa disabitata, lo spogliò nudo, lo legò mani e piedi e gli ficcò uno straccio sporco in bocca. Poi lo frustò ripetutamente sulla schiena fino a che il sangue non cominciò a scendere copioso sulle piccole gambe, quindi gli tagliò il naso, le orecchie e gli cavò gli occhi; a questo punto il bambino morì, Fish allora gli aprì la pancia con un coltello e ne bevve il sangue ancora caldo. Fattolo a pezzi e selezionate le parti migliori, tornò a casa e cucinò cazzo, coglioni e culo nel forno.
A quanto pare fu il miglior arrosto mai mangiato in vita sua.

Ecco, Camp Rock è come un arrosto di cazzi, palle e culi di bambini: sarà pure buono come dici tu, ma mi vergognerei a dirlo in giro.

VOTO:
2 Albert Fish

Camp-Rock-(2008)-Voto

Titolo originale: Camp Rock
Regia: Matthew Diamond
Anno: 2008
Durata: 94 minuti

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)

C’è una canzone degli Offlaga Disco Pax, un gruppo romagnolo veramente interessante oramai purtroppo sciolto, chiamata “venti minuti”.
La sentii la prima volta nel 2009, quando studiavo cinema in India, e mi colpì talmente che sentii il bisogno di scrivere un’email al gruppo per ringraziarli delle emozioni che mi aveva suscitato.
A rispondermi fu Enrico Fontanelli, bassista e tastierista degli Offlaga Disco Pax, con queste poche sincere righe:

Ciao Federico, grazie delle parole per nulla scontate.
20minuti è costata un poco a tutti in termine di esposizione, e anche per chi come me non ha scritto il testo rimane, nonostante più di un anno di esibizioni dal vivo, un pezzo estremamente emotivo da suonare.
In bocca al lupo per l’esperienza indiana, ammetto un poco di invidia.
a presto e grazie ancora.
Enrico + odp

Racconto quest’episodio perché si ricollega al fantastico film in questione per più di un motivo.
La canzone parla di come Max Collini (il cantante degli Offlaga) ricevesse ogni anno una telefonata da un vecchio amico del defunto padre conosciuto durante la loro leva militare in Friuli, un uomo che ha splendidi ricordi del controverso genitore.

Recita la canzone:

Non ho mai condiviso le scelte di mio padre, l’ho odiato cordialmente. Da sempre.
Ora che non c’è più, sono sereno. Ho risolto le cose che avevo in sospeso.
Ma ogni anno sento una voce che parla di lui come una persona meravigliosa e ne parla come non ne ho mai sentito parlare. Non lo riconosco in quelle storie di amicizia durata oltre la naturale scadenza.

E questo Me and Earl and the Dying Girl ha come tema principale proprio l’importanza della seconda volta, del secondo punto di vista, della seconda chance, del tornare sui propri passi per ricostruire un filo narrativo che davamo per scontato, perché niente è scontato a questo mondo.
Una lezione che il ragazzo protagonista di questa toccante storia impara sulla pelle di un’amica malata di leucemia, una devastante forma di cancro del midollo spinale.

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) -1
a destra la lezione, a sinistra la devastazione

Thomas Mann, il bravissimo attore protagonista di questa piccola storia dolciamara (da non confondere quindi con lo scrittore di Morte a Venezia), naviga magistralmente attraverso le impervie acque del “cinema di formazione” per regalare un’insolita interpretazione del classico liceale introverso apparentemente unidimensionale nel suo egocentrismo adolescenziale, un’interpretazione ricca di feconde sfaccettature e coadiuvata da un cast ai massimi livelli su cui spiccano i due amici co-protagonisti e il ribelle professore di storia fanatico della ricerca (una scelta ovviamente simbolica).

Greg, questo il nome dell’adolescente Marcusano, è ossessionato col cinema d’autore che cerca incessantemente di replicare (ancora il tema della seconda volta) col suo collega Earl (da lui chiamato “collega” perché avere amici è svelare la propria intimità al mondo, e può essere doloroso) e lo fa in filmini amatoriali il cui titolo (ed esecuzione) fa il verso alle grandi pellicole del passato; abbiamo quindi Raging Bullshit invece di Raging Bull, Pittsburghasqatsi al posto di Koyaanisqatsi, o un esilarante Death in Tennis invece di Death in Venice.
A disturbare la quiete prima della tempesta, arriva la madre di Greg, venuta a sapere della malattia di Rachel (la ragazza leucemica), la quale spinge il ragazzo ad instaurare un’amiciza con la giovane e sollevarla quindi dalla solitudine emotiva in cui è improvvisamente piombata; piano piano, una risata alla volta, tra i due cresce una sincera amicizia che porterà l’uno a girare un toccante film d’addio per l’altra e l’altra a dare una seconda chance di futuro all’uno.

Il film regalo è chiamato appunto Me and Earl and the Dying Girl (probabile omaggio a Me and You and Everyone We Know) e la seconda chance è quella di imparare a fermarsi sui dettagli della vita quando tutto intorno invece spinge per una folle corsa verso il famoso dirupo dei Lemmings; perché se Greg vuole imparare ad essere un vero essere umano, prima ancora che un vero artista, deve sapere quando rallentare e riposizionare lo sguardo, rifocalizzare la mente sulle tante minute che compongono le nostre vite.

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) -2
la vita è quel posto terribile dove siamo nati

E così il giovane, girando per la stanza dell’amica, scopre tanti piccoli segreti, tanti piccoli pezzi di un puzzle che con gli anni, con i dolori e le gioie accumulati, vanno a formare le persone che siamo, nel bene e nel male.
Ad esempio la madre di Rachel è convinta che la ragazza, quando i genitori hanno divorziato, abbia fatto a pezzi molti dei suoi libri con le forbici; la verità invece è che Rachel ha cominciato a creare piccoli diorami all’interno di questi libri, trasformando quindi un gesto distruttivo in uno di profonda riflessione e probabilmente di segreta voglia d’affetto.
Tutti noi abbiamo comportamenti, vizi e atteggiamenti che un frettoloso occhio esterno non può decodificare; questo film però suggerisce che tutti meritano una seconda chance, perché tutto vive una seconda volta e niente muore veramente.

Come quando ora, nello scrivere questa recensione, sono venuto a sapere che Enrico Fontanelli, il bassista e tastierista degli Offlaga Disco Pax, è venuto a mancare nel 2014 a seguito di una lunga malattia e al quale voglio dedicare queste poche sincere parole:

A presto e grazie ancora.
Federico + un Film una Recensione

VOTO:
5 forbici

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) Voto

Titolo originale: Me and Earl and the Dying Girl
Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Anno: 2015
Durata: 105 minuti

Il fantasma del palcoscenico (1974)

Winslow Leach è un bravo compositore duro e puro che non ammette la sua musica venga storpiata cambiata modificata allungata scorciata stuprata per venire incontro ai gusti beceri delle masse.

E allora Swan, diabolico e potentissimo produttore discografico alto un cazzo e un barattolo ma sempre pieno di fica fresca, lo menoma lo incastra lo picchia lo mutila e gli ruba la sua poetica Cantata ispirata al Faust per farla interpretare ad un salsicciotto rokkettaro cocainomane inconsapevolmente omosessuale abbastanza simpatico ma irrimediabilmente kitsch.

E Winslow giura tremenda vendetta.

Il fantasma del palcoscenico (1974)

Fantasmagorico (e dici bene fratello) film di Brian De Palma pieno di rimandi alla letteratura classica tipo il Faust, Il fantasma dell’Opera e Il Ritratto di Dorian Grey da una parte e al grande cinema tipo PsychoDas Cabinet des Dr. Caligari e Frankenstein dall’altra, questo The Phantom of the Paradise è un vero casino di colori e sapori che mal si accostano l’uno all’altro e proprio per questo si sposano alla perfezione in quello che è diventato un classicone kitsch inizialmente snobbato da pubblico e critica e ora ricordato come un felicissimo esperimento rock-horror di un anno precedente al più famoso e simile The Rocky Horror Picture Show.

Apparentemente l’unico posto dove è stato un successo istantaneo fu Winnipeg, capitale della provincia canadese di Manitoba.
Che Winnipeg sia piena di pazzi?

VOTO:
4 pazzi

Il fantasma del palcoscenico (1974) voto

Titolo originale: Phantom of the Paradise
Regia: Brian De Palma
Anno: 1974
Durata: 92 minuti

Amy (2015)

Ascesa e declino di una delle più importanti voci degli ultimi decenni visti attraverso immagini di repertorio (spesso inedite) e sporadiche interviste alle persone che hanno incrociato la sua breve ma intensa vita.

Sinceramente non conoscevo Amy Winehouse, non ho mai sentito le sue canzoni, non ho mai visto i suoi video musicali e non mi sono mai interessato alla sua musica; ero però a conoscenza dei suoi problemi con alcol e droga e sapevo fosse morta per colpa di questi ultimi.
Ignoravo di conseguenza la persona dietro la maschera, la fragile ragazza alla disperata ricerca d’amore e comprensione che, non riuscendo a trovare né l’una né l’altra con i genitori e con i fidanzati, si è buttata sempre più dentro un turbine fatto di autodistruzione e tristezza.
Molte delle canzoni da lei scritte (perché grazie a questo documentario ho anche scoperto che era cantautrice) parlavano della sua vita, dei suoi problemi, delle sue paure, dei suoi rimorsi, con una consapevolezza e una capacità introspettiva assolutamente insolite per una ventenne della periferia nord londinese.

La sua breve parabola fiammeggiante ha ricalcato quella di molti altri esseri umani che hanno camminato su questo pianeta; persone piene di sogni e pensieri, persone troppo sensibili per sopportare una vita intera.

VOTO:
4 parabole e mezza

Amy (2015) voto

Titolo originale: Amy
Regia: Asif Kapadia
Anno: 2015
Durata: 128 minuti

Il ventre dell’architetto (1987)

Etienne-Louis Boullée è stato un famoso architetto neoclassico francese del 18esimo secolo che ha profondamente influenzato intere generazioni di visionari, o direttamente tramite le sue lezioni all’accademia reale d’architettura oppure indirettamente con i suoi numerosi fantastici mastodontici progetti rimasti (purtroppo) solo su carta.
Contraddistinto da un gusto per la grandiosità, la simmetria, la ripetizione e le forme geometriche pure, Boullée fu tra i primi a promuovere la cosiddetta “architettura parlante” e cioè la realizzazione di edifici che rispecchiassero simbolicamente e promuovessero esteticamente la funzione per cui erano stati costruiti; esempio massimo di questa corrente artistica è stato il suo progetto irrealizzato per il cenotafio di Isaac Newton, un’enorme sfera cava alta 150 metri circondata da due pesanti muraglie sormontate a loro volta da una serie infinita di cipressi e alla cui base si sarebbe trovato il sarcofago dello scienziato.

Il ventre dell'architetto (1987)

Nella finzione del film, Stourley Kracklite è un architetto americano (ossessionato da Boullée) che da almeno 20 anni sta cercando di allestire una mostra in suo onore; l’occasione arriva finalmente da Roma, la grandiosa città eterna e decadente, la stessa città che ha ispirato il movimento neoclassico con le sue rovine e le copie delle statue greche.
Partito con i migliori auspici, ben presto però il fiabesco soggiorno romano di Kracklite si trasforma in un incubo ad occhi aperti fatto di infedeltà coniugali, insoddisfazioni lavorative e dolori lancinanti all’addome; sempre più ossessionato dal genio di Boullée, a cui rivolge infinite lettere in cui confessa le sue paure e le sue speranze, e dalla spasmodica catalogazione fotografica dei ventri delle numerose statue romane, l’architetto americano si sente perso e minuscolarizzato tra le enormi rovine di un passato opprimente e incomparabile alla miseria dell’epoca contemporanea.

Fantastico (a dir poco) film, The Belly of an Architect vive in bilico tra due mondi, come Boullée: da una parte la granitica realtà di una Roma e dei suoi monumenti abitati dalle piccole vite dei protagonisti, dall’altra la teatralità di una messa in scena progressivamente sempre più fantasiosa e simbolica la quale trova infine la giusta sintesi tra la rotonda pancia di Kracklite e il cenotafio di Newton.
Mettendo in connessione il Pantheon, il Vittoriano, Villa Adriana e il Colosso di Costantino con le fantasie e le paranoie di un artista decadente quale è Stourley Kracklite, Peter Greenaway compie quel passo ideale che dal mondo terreno porta all’eterno.

VOTO:
4 Paso Adelante e mezzo

Il ventre dell'architetto (1987) voto

TitoloThe Belly of an Architect
Regia: Peter Greenaway
Anno: 1987
Durata: 119 minuti

La felicità è un sistema complesso (2015)

Enrico Giusti è uno sciacallo.

Ci sono le aziende italiane in difficoltà, un po’ per la recessione e un po’ per malagestione, e lui arriva, intorta per bene il presidente e lo convince a vendere agli stranieri.
Perché come dice lo stesso Enrico, i nord europei sanno far funzionare le cose, non è come da noi che tutto va a rotoli per colpa della classe dirigente che è la peggiore del mondo.

Non c’entra nulla la malapolitica o l’indole tutta italiota al fottere il prossimo o quella piccola cosa chiamata la globalizzazione e cioè che produrre una scarpa in trentino costi 47 volte quello che costa produrla in Cina dove gli operai non hanno tutele sindacali e muoiono alla catena di montaggio ma tanto aspetta che tra un po’ ci arriviamo pure noi.
No, secondo Enrico è colpa di questi giovani imprenditori che pensano solo a divertirsi, a sperperare i soldi di famiglia in droga/fregna e a scappare all’estero tipo in Costarica… perché si sa che chi emigra è un traditore della patria.

La felicità è un sistema complesso (2015)
capito giovine italico? colpa tua che sei internazionalista

Sarò all’antica, sarò quello che te pare, ma a me girano i coglioni quando vedo le banalità in salsa sessantottini convertiti a metano.

Ma è mai possibile che quando si parla di problemi seri tipo la delocalizzazione dell’industria italiana o i licenziamenti in massa o la recessione o la classe dirigente, ma è mai possibile che si finisce con Mastandrea che canta “torta di noi” in discoteca… no, pardon: locale fichetto alternativo dove passano Come Vera Nabokov de ICani che guarda caso lui (cioè Niccolò Contessa) ha composto anche la colonna sonora che poi non è manco male se non fosse che non si ferma un fottuto secondo e alla fine non sai più se stai guardando una commedia dolciamara sull’Italia contemporanea oppure un programma di Mtv?

No perché scene tipo la skateboardata nel tunnel che boh io dico “ma siamo matti che adesso mi appare James Franco coi denti d’oro e la pistola bum bum” sono francamente imperdonabili.
Ma proprio imperdonabili che uno dovrebbe prendere Mastandrea, prendere Zanasi, prendere il giovine attore cane da bastonate sul groppone, prendere la ragazzina monocorde che probabilmente è stata scelta perché era l’unica attrice trentina disponibile e poi li getti tutti in un pentolone da 500 litri in piazza centrale e tutti intorno noi che danziamo e aizziamo il fuoco e loro che bollono vivi e si spellano pian piano tra atroci sofferenze e così facendo ci tolgono ‘sti presunti peccati tipo che ci piacerebbe andare ad aprire un baretto in spiaggia in Costarica pur di sfuggire alla banalità dilagante in salsa cattolico-punitiva-penitente dell’Italia contemporanea.

PS: bellissima la battuta sui fondi europei (e nulla più).

VOTO:
2 James Franco coi denti d’oro e la pistola bum bum

La felicità è un sistema complesso (2015) voto

Titolo originale: La felicità è un sistema complesso
Regia: Gianni Zanasi
Anno: 2015
Durata: 117 minuti
Compralo: https://amzn.to/342js7P

Lezioni di piano (1993)

Ada è una donna scozzese del 18esimo secolo che non parla da quando aveva 6 anni, ha una figlia piccola, Flora, avuta da un precedente amore misteriosamente scomparso e un padre con la fregola di darla in matrimonio al primo che passa.
L’occasione arriva quando un latifondista britannico residente nella giungla neozelandese si offre come marito per la sordomuta (che nessuno capisce e nessuno vuole) e se la fa spedire con armi e bagagli via mare.
Si dà il caso che Ada porti con sé in questo lungo viaggio attraverso l’oceano un pianoforte, lo strumento con cui comunica le sue emozioni, la sua voce, ma il nuovo marito, Alisdair, non capisce questa sua passione smodata per un cumulo di legno e ferro e lascia quindi lo strumento a marcire sulla spiaggia.
Baines, uno scozzese ex baleniere trapiantato in Nuova Zelanda con un’innata empatia verso il prossimo, percepisce l’amore di Ada verso il piano e le motivazioni dietro questo strano feticismo e propone quindi uno scambio con Alisdair, 80 ettari di foresta per lo strumento di legno e ferro.
Le intenzioni di Baines però vanno oltre la semplice curiosità per Ada e il suo pianoforte e strabordano prepotentemente nella sfera sessuale, cosicché il rozzo baleniere viene a patti con la donna: il pianoforte per un po’ di “clandestina intimità”.
Casini a seguire.

la poesia, il mare, la fanciullezza, gli sgabelli
la poesia, il mare, la fanciullezza, gli sgabelli

The Piano, come giustamente si chiama in inglese vista l’importanza dell’oggetto nell’intreccio amoroso e tutta la carica feticista che Ada rivela con il proseguire della storia, è uno di quei film pieni di tensione e insicurezza per un pubblico maschile.

Secondo la grammatica cinematografica classica i personaggi femminili sono sempre dipendenti da quelli maschili, veri centri dell’attenzione e perni narrativi attorno ai quali il mondo gira in un rivelatorio sistema narrativo fallocentrico che farebbe invidia ai Gesuiti; in film come questo invece la donna ha un proprio carattere, indipendente da quello delle sue controparti maschili, e nonostante Ada sia economicamente dipendente prima dal padre e poi dal marito e quindi sia purtroppo costretta a seguire le onde umorali degli uomini che la circondano, la donna riesce sempre e comunque a ritagliarsi un mondo suo, uno spazio silenzioso e libero dal chiacchericcio e dal gretto materialismo dei maschi, una sfera di silenzio che da un lato fa comunella con la morte e dall’altra la protegge dalle avversità a cui è continuamente sottoposta suo malgrado.
Per un maschio bianco europeo cresciuto a maschilismo e patriarcato, vedere The Piano è sempre un’esperienza destabilizzante e allo stesso tempo piena di sorprese: scene come quella della pisciata nel bosco sorprendono sempre un po’ perché è molto raro vederle in un film; questo perché i film li scrivono i maschi per un pubblico maschile e i maschi in genere non chiaccherano mentre pisciano e quindi questo siparietto di vita comune non fa parte del patrimonio culturale del maschio medio e quindi non finisce nei film, che sono scritti dai maschi per un pubblico maschile.
E la sessualità molto corporea che Ada esprime continuamente è una sessualità che viene messa in scena raramente con tale candida semplicità, questo perché secondo la società patriarcale le donne sono esseri emozionali mentre gli uomini sono quelli fissati col fiki fiki shush shush; qui invece il paradigma è spesso invertito e siamo testimoni di una storia nella quale il marito è un verginello molto timido e per certi versi quasi effemminato che viene spinto ad agire come un “vero uomo” dalle rigide regole societarie, l’amante è un possente figuro dall’animo sensibile che non mangia e non dorme tanto forte è la sua passione amorosa, e la donna invece è quella che tiene le redini di questo gioco sessuale e pericoloso.

The Piano è un film scritto e diretto da una donna e ha vinto 3 oscar al femminile: uno per la regista, uno per l’attrice protagonista e uno per la bambina, interpretata da una giovanissima Anna Paquin che recita da dio sceso in terra pieno di rabbia e arte.
Se non l’avete visto, vistatelo; se l’avete vistato, rivistatelo che fa sempre bene.

VOTO:
4 dei scesi in terra pieni di rabbia e arte e mezzo

Lezioni di piano (1993) voto

Titolo originale: The Piano
Regia: Jane Campion
Anno: 1993
Durata: 121 minuti

Koyaanisqatsi (1982)

1 – “If we dig precious things from the land, we will invite disaster.”
2 – “Near the day of Purification, there will be cobwebs spun back and forth in the sky.”
3 – “A container of ashes might one day be thrown from the sky, which could burn the land and boil the oceans.”

Koyaanisqatsi significa “vita sbilanciata” nel linguaggio Hopi e, partendo e chiudendosi con le immagini di una missione spaziale finita molto male, in questo film ci viene raccontata la grande avventura umana: dalle viscere della terra, buie e tenebrose, affioriamo in superficie dove enormi macchine scavano incessantemente i materiali preziosi che hanno permesso lo sviluppo umano, uno sviluppo umano che sembra non conoscere limiti, che sembra moltiplicarsi senza fine in un mare di volti e corpi che si muovono o troppo velocemente o troppo lentamente per essere compresi, tutto questo in un vortice sempre più impetuoso che trasporta lo spettatore in un coma da sindrome di Stendhal per poi richiudersi su se stesso in un circolo perfetto fatto di sbiadite pitture parietali preistoriche che fungono da memento mori verso chi si scordi quanto l’essere umano sia solo una delle molteplici parti che compongono il complesso meccanismo terrestre.

Koyaanisqatsi è, a quanto mi risulta, un capostipite del genere e quindi gli si deve molto in termini di linguaggio cinematografico; privo completamente di dialoghi e totalmente sorretto dalle splendide musiche di Philip Glass (che secondo me dovrebbe musicare ogni film mai fatto), quest’opera d’arte, nata un po’ per caso dalla volontà del regista Godfrey Reggio e del cinematografo Ron Fricke di riprendere tutto ciò che fosse interessante da un punto di vista visivo fregandosene della storia, è un caleidoscopio assolutamente ipnotico di vita e morte a passo uno che non dovrebbe mancare sulla lista di ogni benedetto cinefilo che si rispetti.

VOTO:
5 (coppie di) cojoni scazzati

Koyaanisqatsi (1982) voto

Titolo originale: Koyaanisqatsi
Regia: Godfrey Reggio
Anno: 1982
Durata: 86 minuti

Home – A casa (2015)

I Boov sono una razza aliena codarda, stupida e menefreghista.
Come siano sopravvissuti alla selezione naturale e abbiano poi formato una società tanto complessa da poter viaggiare nello spazio resta un mistero.

Come d’altronde è un mistero chi sia il deficiente nell’ufficio produzione alla Dreamworks che ha dato l’OK alla produzione di questo Home, pellicola d’animazione superficiale, artisticamente modesta e stracolma di intenti buonisti.

Sì, perché questa è la storiella subdolamente contro-riformista di una ragazzina mulatta delle Barbados dal nome italiano (il perché l’ho scoperto alla fine) che cerca di trovare disperatamente sua madre con l’aiuto di Oh, il reietto della razza Boov, un coglione patentato che siccome si ficca nei guai per la sua inettitudine allora dovrebbe rappresentare la creatività sconosciuta alla razza Boov… come se gli artisti fossero tutti dei casinari.

Tralasciando lo humour da asilo nido, tutto fondato su una comicità fisica da slapstick e spesso incentrata sul perineo, si potrebbe andare a puntare il dito sul ritmo frenetico volto a nascondere una povertà di contenuti, oppure ci si potrebbe soffermare sulla curva drammatica inspiegabilmente spezzata a metà intorno al minuto 51 con l’incursione a Parigi con relativo disinnesco dell’email e l’inutile e speculare seconda parte, un chiaro ripetersi di contenuti già visti col solo scopo di allungare il brodo, o ancora sarebbe facile battere sul fatto che tutta l’umanità è come al solito ridotta agli USA e che i Boov, nel momento di decidere come creare la zona human-friendly, decidano di farlo secondo i gusti degli americani, con gelati montagne russe casette monofamiliari e vialetti verdi da linciaggio del negro…
e invece no.

Quello che più mi ha dato fastidio è stata la TERRIFICANTE colonna sonora: un vomito a getto continuo di pop prodotto e confezionato nei laboratori delle multinazionali ad uso e consumo di fichette pubescenziali con pochissimo gusto artistico, fichette buone solo ad essere spremute dei loro piccoli risparmi così da ingrassare i portafogli dei magnati della finanza che sfornano film e musica di merda a ciclo continuo nella speranza di omogeneizzare l’intero mondo e renderlo un unico grande mercato nel quale le vacche (altrimenti note come consumatori) pascolino beatamente, ignoranti del loro triste destino.

E “gioia suprema” (altrimenti nota come peste bubonica) è stata quando sui titoli di coda ho scoperto chi erano gli “attori” che prestavano le voci ai due protagonisti: nientepopodimenoche quella pertica scorticata di Rihanna e quello scemo di Jim Parsons (Sheldon in The Big Bang Theory).
Eccoli gli eroi dell’era contemporanea: una cogliona che ama il suo ragazzo violento e un mediocre attore da sit-com.

Questa però è anche una storiella che annoia molto e a tratti fa venire voglia di spaccare il muso a qualcuno.
State alla larga quindi dai popcorn movies come questo Home, il vostro cervello vi ringrazierà.

VOTO:
2 Rihanna innamorate

Home - A casa (2015) Voto

Titolo originale: Home
Regia: Tim Johnson
Anno: 2015
Durata: 94 minuti