Crooklyn (1994)

E’ l’estate del 1973 a Bed-Stuy, un quartiere del settore Brooklyn della città di New York popolato principalmente da neri della classe medio-bassa; i ragazzi e le ragazze sono tutti fuori casa, a giocare e fare casino per le strade e sembra non vedano l’ora di crescere, tutti insieme.
Per Troy, una ragazzina di 9 anni con 4 fratelli, una madre insegnante e un padre musicista fallito, questa estate sarà fondamentale e gli eventi che si susseguiranno la faranno presto diventare adulta.

Mai come guardando questo film mi è venuto in mente il famoso detto africano “ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”.

Crooklyn è uno dei film meno conosciuto di Spike Lee, quando invece è uno dei più intimi e personali: in gran parte ispirato alla sua adolescenza in Brooklyn durante gli anni ’70, questa pellicola è un piccolo spaccato su un’epoca un po’ spensierata e un po’ ignorante che ormai non esiste più.

Non è un caso che qui non ci sia neanche un elemento politico, un accenno alle sommosse popolari e alle tante ingiustizie che i neri americani andavano subendo in quelle stesse strade; per un regista senza peli sulla lingua come Lee, questa scelta va ricercata nella chiara volontà di tracciare un semplice affresco di adolescenza rubata di una piccola bambina, una dei tanti neri americani privati di un futuro ancor prima di averlo sognato.
Mentre dorme infatti Troy immagina drogati che la rincorrono per i buoni pasto statali e durante il giorno usa un linguaggio da scaricatore di porto; una vita, la sua, completamente diversa rispetto a quella di sua cugina Viola che vive al sud in un quartiere residenziale all’americana dove i neri cercano di imitare i bianchi: vestendosi come loro, lodando il signore gesù cristo (bianco) e stirandosi i capelli per renderli lisci.

Troy invece, pur nella sua innocenza di bambina pre-adolescenziale, ha già visto tanto e nonostante non sia mai uscita dalle quattro vie del suo quartiere è già pronta per un mondo ostile che la guarderà sempre come una negra.

Titolo originale: Crooklyn
Regia: Spike Lee
Anno: 1994
Durata: 115 minuti

Frank (2014)

Frank è la storia di un uomo che si nasconde dentro una enorme maschera da cartone animato rassicurante anni ’50, un grande artista musicale che riesce ad esprimersi proprio grazie a questa barriera fisica che interpone tra i suoi pensieri schizofrenici e un mondo sempre pronto a giudicare.

Sotto la spinta di Jon, un giovane tastierista senza talento, Frank e la sua band si guadagneranno un folto seguito di followers sui principali social media, ma a quale costo?

Frank (2014)

Avete presente il Gabibbo?

Quel pupazzo creato da Antonio Ricci (in realtà copiato da una mascotte universitaria americana) che ha avuto grande diffusione mediatica grazie al telegiornale “satirico” di Canale 5 Striscia la notizia?
Sì, quello tutto rosso che parla in genovese e il cui nome significa “terrone” in dialetto ligure… perché Antonio Ricci è un cane, non scordatevelo.
Bene, adesso pensate se decidessero di farci un film sopra prendendo solo l’idea del costume e appaiandola invece ad una profonda storia di schizofrenia, amicizia e paura d’essere giudicati.
Non male eh?

Ecco, Frank è un po’ questo… e molto altro.
Basato sul personaggio “Frank Sidebottom” creato dal musicista e comico Chris Sievey nel 1984 per un videogioco dello ZX Spectrum (videogioco creato dallo stesso Chris), il Frank originale divenne molto famoso tra gli anni ’80 e ’90 (principalmente in Inghilterra nell’area intorno Manchester; all’epoca covo di operai, comunisti e folli personaggi) con performance musicali e programmi televisivi.
Caduto poi nel dimenticatoio, è stato quindi recentemente resuscitato per essere inserito in questo bel film; un film, questo, in realtà incentrato sulla follia umana e la sua correlazione con l’estro artistico e la fragilità dello stesso di fronte alla brutalità e alla durezza spiccia della società contemporanea.

In gran parte ispirato ad un musicista realmente esistente, Daniel Johnston, uno dei più famosi musicisti alternativi americani, affetto da disturbo bipolare e schizofrenia, Daniel è entrato e uscito di manicomio più di una volta per alcuni folli episodi, il più famoso dei quali quando si convinse di essere il fantasmino Casper e gettò fuori dal finestrino le chiavi dell’aereo monomotore nel quale lui e il padre viaggiavano di ritorno da un’esibizione.
Questo fertile materiale umano ha permesso al regista Abrahamson di costruire una storia di amore negato, accettazione cercata e creatività incompresa.
Frank vorrebbe essere amato ed accettato per quello che è, ma questo non vuol dire non si impegni in quello che fa, anzi: sempre alla ricerca dell’originalità musicale, la perfezione stilistica e la bellezza della natura, Frank costringe la sua band a 11 mesi di reclusione in montagna per la registrazione del loro album.
Purtroppo però tutto quello che il pubblico, la massa idiota, è capace di percepire ed apprezzare è solo la sua stupida maschera, la cosa più superficiale che abbia, la cosa che in realtà lo contraddistingue meno, se ci si pensa bene.

L’essere umano si è sempre domandato dove finisse la genialità e dove iniziasse la follia, e una risposta in realtà non esiste; quello che sappiamo però è che la creatività è per definizione la creazione di qualcosa di nuovo, qualcosa che va contro il comune senso dell’ordinario.
Nessuno si stupisce di una caffettiera, perché è un oggetto comune che tutti abbiamo ed usiamo, ma se domani uscisse una caffettiera con un manico lungo 2 metri e un beccuccio con la faccia di Ciriaco De Mita… beh.

La libertà dalle ristrette regole societarie può dare vita al genio; purtroppo, se spinta troppo oltre, il genio diventa incomprensibile al resto dell’umanità e viene definito follia, quando invece è solo diverso.

VOTO:
4 geni

Frank (2014) voto

Titolo originale: Frank
Regia: Lenny Abrahamson
Anno: 2014
Durata: 95 minuti

Tenacious D e il destino del rock (2006)

JB e Kage si conoscono a Venice beach, la spiaggia ritrovo di tutti gli artisti di Los Angeles, e diventano presto grandi amici; insieme scoprono il segreto dei più grandi chitarristi della storia, un plettro demoniaco capace di donare incredibili doti musicali a chi lo possiede.
Il magico oggetto si trova al museo del rock & roll di Sacramento e i due improbabili eroi faranno di tutto pur di entrarne in possesso.
Dopo corse in machina, liti, riappacificamenti ed una battaglia con Satana di una comicità colossale, JB e Kage otterranno un corno del demonio col quale, fumando la famosa erba pipa di Gandalf, cercheranno di comporre questa benedetta più grande canzone rock della storia.

Tenacious D e il destino del rock (2006)

Jack Black è una star hollywoodiana di grande portata; l’abbiamo apprezzato in numerosi film quali High Fidelity, King Kong, Mars Attacks, Tropic Thunder e Bernie.

Molti non sanno però che Jack persegue da sempre anche la strada del rock assieme al suo partner musicale, Kyle Gass. Nel lontano 1994 hanno formato la band Tenacious D (un termine del basket riferito alla difesa a catenaccio) e da ormai 20 anni scrivono canzoni e fanno concerti in giro per gli USA.
Nel 2000 hanno rilasciato l’omonimo album in cui ha addirittura suonato Dave Grohl, leader dei Foo Fighters ed ex batterista dei Nirvana. Una delle canzoni dell’album era Tribute in cui il duo pontificava su di un pezzo, ormai perduto, che li aveva salvati dalle grinfie del demonio.
Da qui l’idea di scrivere una sceneggiatura, con loro due protagonisti, alle prese con Satana e con una sola e unica missione: scrivere la canzone rock più bella della storia.

Era nato Tenacious D e il destino del rock.

Titolo originale: Tenacious in The Pick of Destiny
Regia: Liam Lynch
Anno: 2006)
Durata: 93 minuti

8 mile (2002)

Nello stato americano del Michigan c’è una strada, la M-102, che corre orizzontalmente per 33 chilometri dividendo la città di Detroit in due: a nord i sobborghi perbene dei bianchi WASP e a sud, nella città vecchia, i quartieri malfamati e diroccati delle minoranze etniche, in particolar modo dei neri.
La M-102, conosciuta anche come “8 Mile”, è una ferita aperta nel tessuto sociale di una città allo sbando come Detroit, una ferita che non si rimargina per una volontà politica che non vede di buon occhio il melting pot, il crogiuolo di razze e culture tipico delle città americane.

Ed è qui che si inserisce Marshall Bruce Mathers III, conosciuto ai più col suo nome d’arte, Eminem: uno dei rapper più famosi della storia, un bianco dalla working class americana che partendo dal basso, dagli stessi quartieri che fanno da sfondo a questo film, è riuscito a mettere la testa fuori dal mare di sangue e merda in cui nuotano con estremo sacrificio molti cittadini del più potente paese al mondo.

8 mile (2002)

La storia è quella di Jimmy Smith junior, operaio alle presse idrauliche di giorno e aspirante rapper la notte; Jimmy vive con la madre alcolizzata e la sorella bambina in una roulotte nella parte povera di Detroit, a sud della suddetta 8 Mile, e cerca di vivere una vita normale tra difficoltà economiche, tradimenti, litigi, amori falliti e stupide rivalità musicali.

Jimmy è bravo, davvero bravo, ma è un bianco in un micro-mondo dominato da neri i quali non lo vedono di buon occhio; l’unico modo che Jimmy ha per guadagnarsi il rispetto del vicinato è con la musica e con le rime che spesso non riesce a sputare fuori per paura di fallire.
Dopo un’ora e mezza di sesso, droga e rap, il giovane Smith riuscirà a superare le sue paure e a trovare la sua strada, che è farcela da soli senza contare troppo sui sogni degli altri.

Anche se molti avevano storto il naso all’idea di un film con Eminem protagonista e basato a grandi linee sulla sua vita pre-successo, 8 Mile si è dimostrato un film solido e ben girato; la storia di umile riscatto sociale di Jimmy si rispecchia in tanti classici del passato, da Fronte del porto a La febbre del sabato sera: storie di giovani con i sogni giusti in testa e le bollette da pagare in tasca.
Un film da consigliare assolutamente per capire che si può ricavare del buono da ogni cosa in questo mondo, basta volerlo.

VOTO:
4 giovani squattrinati coi sogni

8 mile (2002) voto

Titolo originale: 8 Mile
Regia: Curtis Hanson
Anno: 2002
Durata: 110 minuti

Anna bello sguardo (2013)

Lucio Dalla è stato un’icona popolare italiana di portata eccezionale.

Durante la sua carriera artistica durata 50 anni, Dalla ha saputo raccontare piccole grandi storie di italiani e italiane che spesso non trovano spazio nei libri di storia. Col suo stile sempre diverso eppure sempre rinnovato, Lucio ha saputo fondere eclettismo musicale, politica, tradizione orale, teatralità, storia e religione come pochi hanno fatto.
Dal jazz al pop, dal beat all’opera, il piccolo cantautore di Bologna si è ritagliato uno spazio tutto suo nell’immaginario collettivo del bel paese.

E Vito Palmieri, col suo cortometraggio Anna bello sguardo, ha provato a ripercorrerne le orme e raccontare quindi la piccola grande storia di un ragazzino bolognese delle medie sbeffeggiato dai compagni di scuola e il cui oggetto del desiderio è una ragazzina di nome Anna.

Accompagnata da un pianoforte minimalista e un solitario malinconico clarinetto, la storia del giovane ragazzo che affronta le piccole vicissitudini della vita fa centro nello spettatore e dona un dolce abbraccio di rinnovata speranza a tutti quelli che, giorno dopo giorno col loro carico di tradizione ed umile lavoro, fanno dell’Italia un paese ricchissimo di cultura e vita.

Titolo originale: Anna bello sguardo
Regia: Vito Palmieri
Anno: 2013
Durata: 15 minuti

Trainspotting (1996)

Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro.
Le ragioni ? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina!

– Mark Renton

Renton è uno scozzese di Edimburgo, un giovane come tanti, niente di speciale in lui, se non quel vizietto dell’eroina, una delle più pericolose droghe al mondo.
Renton è circondato da una serie di amici uno più strambo dell’altro; una generazione di teste calde, nullafacenti e opportunisti che vivono vite spezzate fatte di pura esistenza, niente che lasci una traccia del loro passaggio in questo mondo.
Non è un caso che l’unico neonato del film muoia per negligenza loro: troppo impegnati a “cavalcare il drago”, non si accorgono che il bambino nella culla è morto per soffocamento, e da parecchio tempo.

Mark, come lo chiamano i genitori e la gente “perbene”, cerca più volte di uscire dal tunnel, di ripulirsi le vene, di gettare quella merda sintetica fuori dal suo corpo emaciato e consumato da una voglia di passioni ed emozioni che la società di oggi è incapace di somministrare.
Purtroppo però uscire dal circolo vizioso non è semplice e forse l’unica via è uniformarsi alla massa, diventare come gli altri: e cioè, fottere il prossimo sperando che questo spinga un po’ più lontano il giorno in cui morirai.

Un ottimo film, se non ti chiami Giovanardi.

Titolo originale: Trainspotting
Regia: Danny Boyle
Anno: 1996
Durata: 94 minuti

Thelma & Louise (1991)

Uno dei generi più consolidati nel panorama hollywoodiano tradizionale è il ‘Road Movie’: un paio di amici affrontano le infinite strade americane incontrando persone interessanti e spesso paradossali, e ficcandosi in situazioni dalle quali traggono importanti insegnamenti di vita.

Thelma & Louise è tutto questo, solo che invece di due amici ci sono due amiche.

Questa pellicola di Ridley Scott è passata alla storia come un manifesto femminista di portata eccezionale: la storia di profonda amicizia tra due donne trattate a calci in faccia dalla vita e da un mondo troppo spesso maschilista ha inspirato ed emozionato milioni di persone in tutto il mondo. Tori Amos ad esempio, guardando il film in sala, sbottò in un pianto profondo; il film le aveva ricordato uno stupro subito 6 anni prima che non aveva mai confessato a nessuno.

Girato alla perfezione, con attori sempre in bolla, una musica tutta country interpretata da cantanti donne e una storia divertente e impegnata allo stesso tempo, questo film riscosse un immediato e meritato successo di pubblico e critica visto che, dopo 23 anni, non mostra per nulla i segni del tempo.

Thelma & Louise è scritto da una donna, interpretato da donne e rivolto ad un pubblico femminile, ma questo non vuol dire che non può essere apprezzato dall’altra metà del cielo: per molti uomini questo può essere un buon punto di partenza per cominciare a pensare veramente cosa vuol dire vivere in un mondo maschilista, e magare cercare di porvi rimedio.

Titolo originale: Thelma & Louise
Regia: Ridley Scott
Anno: 1991
Durata: 130 minuti

Cantando sotto la pioggia (1952)

Don Lockwood e Lina Lamont sono due star del cinema muto americano anni 20; osannati dalla critica, amati dal pubblico e sempre al centro di false storie scandalistiche sul loro amore da sogno, Don e Lina sembrano destinati ad una serie infinita di successi.
Ma quando il cinema sonoro entra di prepotenza nelle loro vite, le cose sembrano mettersi male, specialmente per Lina, bella donna ma dalla voce stridula e sgraziata.
A mettere le cose in salvo arriva Kathy Selden, giovane attrice sconosciuta che, amata in segreto da Don, presterà la sua soave voce a Lina doppiando canzoni e dialoghi del loro primo film sonoro.

Riusciranno Don e Kathy a copulare in pace senza che Lina rovini tutto per la sua ingiustificata gelosia?

Cantando sotto la pioggia è giustamente uno dei musical più famosi e celebrati di sempre; complici una colonna sonora da urlo, dei numeri musicali coloratissimi, delle coreografie perfette, e delle prove recitative sempre al massimo.
Questo film era e resta una bomba.

Se non l’avete visto, vedetelo.

VOTO:
5 bombe

Cantando sotto la pioggia (1952) voto

Titolo originale: Singin’ in the Rain
Regia: Stanley Donen, Gene Kelly
Anno: 1952
Durata: 103 minuti

Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001)

Hansel nasce nella Germania post conflitto mondiale, cresce a Berlino Est, ascolta le canzoni americane alla radio… e sogna la fuga verso ovest.
L’occasione arriva ghiotta quando Luther Robinson, un enorme soldato nero americano con l’inaspettata passione per i pubescenti, se lo vuole sposare e portare via in USA; ma prima Hansel deve passare un esame fisico… e Hansel è un maschio.

La madre e Luther decidono così di sottoporre Hansel ad un’operazione per il cambio del sesso: via il cazzo ed al suo posto una nuova fiammante fica; sfortunatamente però il chirurgo non è un asso e Hansel si ritrova con una cicatrice verticale e un centimetro di cazzo.

Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001)

Hansel prende quindi il nome di Hedwig e, piantato presto dall’adora-minchiette Luther, comincia a girare l’America con la sua band musicale di reietti: concerti in locali striminziti, case di cura, lavanderie e piazzali vuoti sono i palchi dove Hedwig urla e canta il suo dolore; tutto questo mentre insegue Tommy Gnosis, un suo ex amore e ora giovane rockstar da Mtv, che è diventato famoso rubandogli/le tutte le canzoni.

Hedwig and the Angry Inch è un film musicale come non se ne vedeva da tempi, un Rocky Horror Picture Show aggiornato ai tempi e molto più solido nella narrativa di una storia d’amore negato.
Un bel film sulla vana ricerca dell’anima gemella, la mitica altra metà della mela a cui cerchiamo di ricongiungerci per il resto della vita.

Titolo originale: Hedwig and the Angry Inch
Regia: John Cameron Mitchell
Anno: 2001
Durata: 95 minuti
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La mia vita a Garden State (2004)

Zach Braff è conosciuto ai più come J.D. della serie televisiva Scrubs, un ruolo che lo ha lanciato al grande pubblico e che gli ha regalato notorietà e successo; Zach Braff però ha sempre voluto fare il regista ed intorno ai 20 anni scrisse una sceneggiatura parzialmente ispirata alla sua vita, alla depressione di cui soffriva e alla profonda solitudine che provava.
La mia vita a Garden State è il coronamento di quel sogno fanciullesco e giusta catarsi per i demoni che l’hanno afflitto per parecchi anni.

La mia vita a Garden State (2004)
e anche l’occasione per pomiciare con Natalie Portman

Andrew Largeman è un attore di piccole parti in serie televisive che arrotonda il mensile servendo ai tavoli di un ristorante vietnamita; vive una vita isolata e priva di emozioni anche e soprattutto perché da quando aveva 10 anni è sotto psicofarmaci, nello specifico i sali di litio che aiutano i disturbi bipolari riducendo la sensitività e l’esplosione emotiva del soggetto in cura.
Un giorno arriva una telefonata dal padre che gli annuncia la morte della madre paralitica per affogamento nella vasca da bagno, ma Andrew è incapace di qualsiasi emozione, anche di fronte alla bara della genitrice.
Tornato alla sua città natale nel New Jersey, da cui il titolo, incontra gli amici di una volta e fa la conoscenza di Sam, una bugiarda cronica che soffre di epilessia.
Sarà proprio il contatto con questa ragazza fuori dall’ordinario a ridargli quella vitalità che pensava perduta per sempre in un mare di pillole.

La mia vita a Garden State è stato un debutto alla regia di grande rilievo, una vera perla tra le commedie dolce-amare post-adolescenziali; finanziato da un misero budget di 2,5 milioni di dollari, donati da un ricco fan di Scrubs, questo film si è guadagnato numerosi premi e riconoscimenti ed addirittura si è portato a casa un Grammy come miglior compilation per colonna sonora (con canzoni selezionate direttamente da Zach).

Da menzionare la scena più bella per semplicità costruttiva e risonanza simbolica e cioè l’incontro con Albert; marito, padre di famiglia e guardiano di una voragine di cui nessuno conosce il fondo, quasi un abisso infinito a cui Albert guarda con enorme curiosità perché è la prima volta nella sua vita che si trova di fronte a qualcosa di così simile a lui.
Albert ed Andrew sono ovviamente uno lo specchio dell’altro, ottime persone che si trovano ad un momento della loro vita in cui decidono di esplorare l’abisso, l’ignoto, invece di fuggire via.

Titolo originale: Garden State
Regia: Zach Braff
Anno: 2004
Durata: 102 minuti

Easy Rider (1969)

E’ il 1969 e Neil Armstrong è il primo uomo a fare una passaggiata sulla Luna; lo stesso anno Wyatt e Billy si fanno un ‘coast to coast’, dalla California a New Orleans, con un pacco di dollari ottenuti dalla vendita di una partita di cocaina messicana.

Quello che vogliono dalla vita è il sole in fronte, il vento nei capelli e un bel po’ di soldi per essere finalmente liberi dalle costrizioni della vita medio borghese americana.

Casa, chiesa e famiglia vanno strette a questi due spiriti ribelli, e come dar loro torto?

Easy rider (1969)

Easy Rider fu un fulmine a ciel sereno nel panorama granitico degli studios hollywoodiani: il primo vero e proprio film ‘on the road’ fu girato senza sceneggiatura, con luce naturale, un montaggio sperimentale e psichedelico, molti attori non professionisti e con tanta, ma tanta, droga sul set.

Questa favola (non) a lieto fine toccò argomenti attualissimi per l’epoca quali la morte del movimento hippie, le comuni, la poligamia e la libertà dalle catene della cosiddetta società civile.
Di tipi come Wyatt e Billy ce n’era a bizzeffe per le strade americane degli anni ’60 e ’70; uomini e donne che volevano creare qualcosa di differente, che volevano vivere una vita semplice e nel nome della comunione.

Questo ovviamente spaventava il cittadino medio che vedeva in loro il simbolo della “vera” libertà individuale, che poi dovrebbe essere alla base della filosofia di vita americana: non quella di comprarsi il cellulare che si vuole, ma quella di rinunciarci, per cominciare a vivere la strada.

Titolo originale: Easy Rider
Regia: Dennis Hopper
Anno: 1969
Durata: 95 minuti

Il grande Lebowski (1998)

“Prendevamo morfina, diacetylmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxyphene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, chlormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati la vitamina C se l’avessero dichiarata illegale”.

Mark “Rent-boy” Renton in Trainspotting

Il grande Lebowski è stato spesso interpretato come un semplice film comico sulle droghe, una storia di un simpatico disadattato disoccupato che fuma l’erba e cerca di risolvere una trama più grande di lui, con effetti devastanti.
Il grande Lebowski invece è molto di più: è un ottimo concentrato di dialoghi freschi e tagliati al millimetro, un cast affiatato che sembra lavorare bene senza aiuto alcuno, ma soprattutto è una parabola sul declino dell’impegno politico americano dopo gli entusiasmanti anni 60/70. Non a caso il film è artificiosamente ambientato durante la prima amministrazione Bush: dopo la contro-rivoluzione reazionaria di Reagan degli anni ’80, Bush ha dato il colpo di grazia e ha spolverato le macerie intellettuali lasciate dal decennio precedente.
Bombe e capitalismo hanno preso il controllo durante gli anni ’80 e nei successivi ’90 non c’era molto da fare per un’anima ribelle e molto ingenua come quella del Drugo; ex studente pacifista politicizzato, il Drugo è ormai ridotto ad ombra di se stesso, spettro in ciabatte che appare nei drugstores in piena notte per un litro di latte.

Lebowski è uno dei tanti che non ce l’hanno fatta a superare la difficile fase che porta dall’adolescenza alla fase adulta: troppi conflitti, paure e violenze aspettano i tanti Drughi che vogliono proseguire ad occupare gli edifici pubblici anche dopo l’università, e molti (troppi) decidono che non ne vale la pena, si rifugiano in un confortevole nichilismo individualista ed egoista e si sfragnano di canne per dimenticare.
Ogni tanto vanno al bowling per tirare giù qualche birillo e sentirsi realizzati, anche se solo per quei pochi secondi dopo lo strike.

VOTO:
5 birilli

Il grande Lebowski (1998) voto

Titolo originale: The Big Lebowski
Regia: Ethan Coen e Joel Coen
Anno: (1998)
Durata: 117 minuti