Scott Pilgrim vs. the World (2010)

Finito di vedere questo film sarete completamente fuori di testa, totalmente invasati, scombussolati, e avrete un sorriso felice per aver appena assistito ad un piccolo capolavoro, un gioiello di film che dovrebbe essere insegnato nelle scuole di cinema e che invece è passato un po’ in sordina quando è uscito.Se non l’avete ancora fatto, andate immediatamente a vedere Scott Pilgrim vs. the World, non ve ne pentirete.

Edward Wright, il regista di Hot Fuzz, Shaun of the Dead e The World’s End, ha fatto centro quando ha deciso di adattare l’omonimo fumetto canadese di Bryan Lee O’Malley, un misto tra Ranma 1/2 e il fumetto americano.
E la forza di Scott infatti è proprio questa: trarre linfa vitale da due mondi, due realtà tanto diverse quanto vicine; ecco quindi come durante un concerto di Scott e la sua band musicale, ci si ritrova inaspettatamente ad assistere ad un combattimento all’ultimo sangue alla Tekken con infiltrazioni di Tap Tap Dance.
Sì, perché Scott Pilgrim prende moltissimo anche dal mondo dei videogiochi: un momento ci si ritrova ad assistere ad un picchiaduro a scorrimento anni ’90 e il momento dopo si fischietta il motivetto di Zelda.

Questo film può degnamente essere considerato il film nostalgia per quelli che ora hanno 30 anni, cresciuti a tra un’era senza internet e una con la comunicazione digitale e tutto l’ambaradan che ne consegue.
Ancora a cavallo tra due mondi quindi, e il film non fa altro che passare da un piano all’altro, a giocare con gli opposti, oltre che con i nostri sentimenti dimenticati nel secondo cassetto della scrivania, tra il cuore e le budella, e tutto questo lo fa tramite Scott, personaggio amabile e irritante, tenera vittima e menefreghista nato, orribile nerd eppure corteggiato da ragazze incredibilmente interessanti.

Ultimo ma in realtà elemento fondante: il film ha una colonna sonora che spacca i muri e i soffitti delle vostre miserie. Più di una volta vi ritroverete infatti a muovere piedi e mani al ritmo martellante dei motivetti scuoti budella suonati e cantati dai personaggi stessi del filmfumetto in questione.

Risulta perciò incredibile che un film così abbia fatto flop al botteghino: costato quasi 90 milioni dollari, uno svarione, ne ha incassati solo 47 alla sua uscita (recuperando fortunatamente con l’home video e acquisendo il titolo di film cult).
Probabilmente questo è un tipico caso di opera d’arte avanti coi tempi: il montaggio frenetico, le canzoni smozzate in petto, una serie di amori strambi e inconcludenti, personaggi irriverenti e nichilisti sono cose che un pubblico medio non ha ancora le capacità di comprendere, né tantomeno apprezzare.

Io spero con tutto il cuore che, letta questa recensione, vi precipitiate a vedere Scott Pilgrim vs. the World perché è un bellissimo film e vi giuro che dopo mi ringrazierete.

Titolo originale: Scott Pilgrim vs. the World
Regia: Edward Wright
Anno: 2010
Durata: 112 minuti

Dirty Dancing (1987)

E’ l’estate del 1963: John Kennedy non è stato ancora ucciso, i Beatles non hanno ancora fatto il botto e Frances “Baby” Houseman non ha ancora conosciuto il vero amore, quello passionale e sensuale nato con un ballo proibito su una musica rock-caraibica, un ballo che scioglie il sangue nelle vene e fa esplodere le inibizioni di giovini e giovinette.

Ci penserà Johnny Castle, interpretato dal compianto Patrick Swayze, a farle vedere le stelle e a rompere le barriere che dividono i poveracci come lui dalle signorine benestanti come lei.

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Patrick mentre osserva le stelle sotto le gonne delle minorenni

Per chi avesse dormito sotto un sasso negli ultimi 30 anni, questa è la storia di Baby, una diciassettenne di buona famiglia, la quale va a trascorrere le vacanze estive al Kellerman’s Hotel tra le montagne del Catskill nello stato di New York; insieme a lei c’è il padre, la madre e la sorella, i quali ignorano cosa sta per accadere alla piccola Baby.

Quello che accade è che Johnny (Patrick Swayze) lavora allo stesso hotel come intrattenitore ed istruttore di danza… e Johnny balla come un dio. Lei quindi si innamora al primo colpo e fa di tutto per entrare nella sua vita; lui, dopo alcune naturali resistenze iniziali dovute alla legge sulla pedofilia, cede alla tentazione e si ritrova ovviamente nei guai fino al collo.

L’amore trionferà sul male?

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…un aiutino

Dirty Dancing era nato come film a basso costo: gli attori non erano famosi, la regia era nuova, e la colonna sonora era poco più di un semplice accompagnamento un po’ melenso ad una storia che non usciva dai binari classici dell’amore proibito inter-classe.
Eppure in brevissimo tempo questa piccola pellicola sull’amore e sulla danza diventò uno dei film più famosi della storia; la colonna sonora vendette 32 milioni di copie, un record della madonna se considerate che Thriller di Michael Jackson (l’album più venduto della storia) arriva a circa 58 milioni di dischi; e la coppia Johnny&Baby è diventata un’icona di amore tardo adolescenziale.

E’ l’estate del 1963: Kennedy è ancora vivo, i Beatles l’anno seguente faranno il botto, e Johnny e Baby dimostrano che le classi sociali, con le loro arcaiche divisioni, stanno finendo e anche un poveraccio con il talento della danza può sognare di scoparsi una diciassettenne bella e ricca.

Titolo: Dirty Dancing
Regia: Emile Ardolino
Anno: 1987
Durata: 100 minuti

La febbre del sabato sera (1977)

Nel 2000 i ’99 posse’ cantavano:

“Quando il vecchio compagno Marx
si portava ancora non male
il nemico del popolo era 
il padrone ed il capitale,
ma adesso che non va più
e lo stato sociale è finito
il nemico del povero è 
il più povero e così all’infinito”

E La febbre del sabato sera parla proprio di questo: nella New York razzista, sporca e ingiusta della fine anni ’70, dove il povero, l’emarginato, il sopraffatto si sfoga sul più povero, sul più emarginato, sul più sopraffatto, in questa città irrespirabile e ingiusta, un giovane italo-americano di belle speranze cerca una via di fuga dalla quotidiana rozza violenza del suo quartiere natale, Brooklyn.
La troverà (forse) nella danza, una passione che coltiva a tal punto da trarne insegnamenti di vita ed ispirazione per un futuro migliore.

La febbre del sabato sera (1977)
eccolo lì il futuro migliore, in fondo a destra

Tony Manero, il giovane newyorkese di cui sopra, ha 19 anni e tanta voglia di fare il salto, quel salto di 1600 metri che dividono Brooklyn e Staten Island; sono 1600 metri di ponte, un ponte di cui lui sa tutto e che osserva seduto ad una panchina, sognando ad occhi aperti.
Tony lavora in un negozio di vernici, i clienti lo amano, il padrone è contento, ma è un vicolo cieco e Tony sente che non vuole invecchiare tra una vernice ocra e una raffica di pennelli col pelo di cinghiale.
A casa invece è un inferno: si litiga e si urla continuamente e i coppini volano che è una bellezza.
Tony è considerato la pecora nera della famiglia mentre l’amato fratello ha preso i voti ed è un rispettabile prete cattolico.

L’unica valvola di sfogo per il giovane Manero è il sabato sera, con il locale 2001 Odissey e la sua musica disco e le luci psichedeliche e stroboscopiche; lì tutto lo conoscono, tutti lo rispettano e quando scende in pista per uno dei suoi ipnotici balli è finalmente ammirato e rispettato…anche se solo per il tempo di una canzone.

Saturday Night Fever fu un grande successo al botteghino: la toccante storia di un giovane newyorkese marginalizzato con la passione per il ballo commosse ed inspirò migliaia di persone in tutto il mondo e rese immortale la performance di John Travolta nei panni di Tony.
Sfortunatamente provocò anche un infelicissimo seguito con più musica e meno storia sociale, Staying Alive; un film diretto da Sylvester Stallone che ancora una volta dimostrò di non capirci un cazzo, ma tanto è come sparare sulla croce rossa.

VOTO:
4 croci rosse

La febbre del sabato sera (1977) voto

Titolo: Saturday Night Fever
Regia: John Badham
Anno: 1977
Durata: 118 minuti

The Blues Brothers (1980)

Cosa fanno assieme Aretha Franklin, Cab Calloway, John Lee Hooker, Ray Charles, James Brown e i nazisti dell’Illinois?

The blues brothers, uno dei più memorabili film musicali della storia.

Elwood Blues (Aykroyd) e Jolie Jake Blues (Belushi) sono due musicisti ladri e fanfaroni che decidono di salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti racimolando 5000$ da versare nelle casse dello stato dell’Illinois; lo faranno riunendo la loro band, i Blues Brothers, per un’epico ultimo concerto al Palace Hotel ballroom di Chicago.

Nel mezzo si ritroveranno a fare duetti canori, danze collettive per le strade dei quartieri neri ed inseguimenti con la polizia dentro un centro commerciale.

The Blues Brothers (1980) - 1

Il film fu un vero e proprio incubo per la produzione: la sceneggiatura di Dan Aykroyd era un tale disastro che John Landis, il regista, dovette praticamente riscriverla prima di cominciare le riprese; la droga poi scorreva a fiumi sul set, specialmente John Belushi ne faceva un tale uso spropositato che spesso saltava le riprese o si faceva trovare in stato comatoso sul divano di amici in giro per Chicago. Un giorno Landis lo beccò addirittura con una “montagna di cocaina” sul tavolo della roulotte.

L’iniziale preventivo di 17 milioni di dollari fu ampiamente superato soprattutto a causa delle numerose sequenze di inseguimenti in macchina (13 diverse auto furono utilizzate per la Bluesmobile, la macchina dei fratelli Blues, e una settantina di macchine della polizia furono praticamente distrutte nei vari inseguimenti ed incidenti); a chiudere i conti poi c’ha pensato la droga per gli attori: una voce del budget era proprio riservata all’acquisto di stupefacenti, distribuiti al Blues Club, un bar costruito sul set dove i camerieri erano anche i pusher ufficiali.

Insomma un vero delirio.

The Blues Brothers (1980) - 2

Il film fu un fiasco durante la prima settimana, incassando circa 5 milioni dollari e provocando infarti tra i boss della Universal, studio produttore; lentamente però, e soprattutto con l’uscita in homevideo, The Blues Brothers è diventato un film cult acchiappando 115 milioni di dollari in tutto il mondo e rendendo leggendari i due protagonisti, con il loro completo nero, camicia bianca e occhiali da sole.

un MUST

Titolo: The Blues Brothers
Regia: John Landis
Anno: 1980
Durata: 133 minuti

24 hour party people (2002)

Ian Curtis, leader e cantante dei leggendari Joy Division cantava “Love will tear us apart again”.Una delle più toccanti e strazianti canzoni di tutti i tempi è una canzone che funziona perché parla dritta al cuore di tutti, di tutti quelli che hanno provato quella sensazione di insofferenza sciatta verso tutto e tutti, quell’impotenza che nasce dalla rabbia, quella voglia di amore disperso e perduto e la nostalgia che ci accompagna, sempre. E fa tutto questo su una melodia apparentemente gioiosa e sbarazzina.

Joy Division era un’ala di un campo di concentramento nazista adibita alla prostituzione di giovani ebree per il piacere dei loro aguzzini ariani; ecco qui riassunta tutta la poetica di amore e sofferenza di un gruppo anni ’80 solo apparentemente superficiale.

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24 hour party people, pellicola del 2002 diretta da Michael Winterbottom, cerca di ripercorrere un periodo storico che va dal 4 giugno del 1976, notte in cui i Sex Pistols suonarono per un pubblico di 42 persone al Lesser free trade hall in Manchester fino all’estate del 1997, quando il più famoso locale di Manchester, l’Hacienda, chiuse i battenti per perdite finanziarie vicino ai 18 milioni di sterline.
Vi chiederete, come si connette tutto questo?
Ebbene, in quel famoso concerto del ’76 era presente un uomo profeta: tale Tony Wilson, Mr Manchester, presentatore televisivo e radiofonico, produttore musicale, giornalista, fondatore di un’etichetta discografica che produsse roba tipo Joy Division, New Order e Happy mondays, e proprietario del club Hacienda di cui prima.

Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper
Tony Wilson interpretato da un perfetto Steve Cooper

Ma sbaglia chi pensa che questo film parli di Mr Manchester; come lo stesso Tony Wilson dice nel film, lui ha solo una piccola parte nella storia da lui vissuta; questo è un film sulla musica e su quelli che l’hanno fatta.

Girato con uno stile confusionario, sgranato, e scombussolato, dai colori acidi e sballati come i personaggi ritratti, geni musicali drogati e fuori controllo, 24 hour party people è un omaggio anarchico ad un’epoca ormai tramontata, quando la gente ballava sulla musica di band aggressive e anti-sistema, un periodo d’oro dal punto di vista musicale, distrutto in gran parte dalla spirale di violenza e droga che ha travolto Manchester negli anni ’90.

Il film congiunge due punti di svolta nel panorama musicale inglese: alla fine di un’era quale quella dell’Anarchismo Punk britannico nacque la New wave i cui maggiori esponenti furono proprio i Joy Divison, con la morte della New Wave nacque il famoso Britpop e la moderna industria discografica, e niente fu più come prima.

VOTO:
4 britpop

24-hour-party-people-(2002)-voto

Titolo: 24 Hour Party People
Regia: Michael Winterbottom
Anno: 2002
Durata: 117 minuti

Juno (2007)

Juno è un film diretto da Jason Reitman, figlio del regista Ivan Reitman, quello di Ghostbusters.
Jason, a differenza del padre, è un regista che predilige la caratterizzazione dei personaggi ed un certo spessore emotivo degli stessi.
Juno segue questa regola ed è quindi possibile inquadrarlo come un film fatto di persone, persone con sentimenti e passioni e desideri e frustrazioni e tristezze.

Juno parla di una ragazza sedicenne americana che si ritrova incinta e confusa dopo una notte di sesso con il ragazzo più nerd della scuola.
Juno parla di una donna sterile il cui più grande desiderio è quello di avere un figlio da accudire e che spera quindi di riceverne uno in adozione.
Juno parla di un musicista deluso e i cui sogni da rockstar si sono infranti sulla parete color mostarda di una moglie precisina e androgina.
Juno è la storia di un genitore la cui figlia adolescente si ritrova in una situazione più grande di lei ed il cui unico desiderio è starle accanto, senza paternalismi o ammonimenti da vecchio testamento.
Juno è la storia di un ragazzo sfigato la cui trombamica incinta di lui fa di tutto per complicargli la situazione di padre a sorpresa.

Juno (2007)

Juno è un buon film con una colonna sonora dolce e non pretenziosa, molto acustica e poco pop.
Juno è un film che parla di un problema serio (gli USA guidano la classifica di gravidanze adolescenziali nel mondo sviluppato), ma lo fa senza perdersi in moralismi o dogmatismi.
Juno è un film rivolto ad un pubblico giovane, la cui protagonista eccentrica può fungere da specchio esplicatorio in una fase di vita che spesso fa incazzare senza saperne il motivo.

Juno potrebbe essere definito un film hipster, ma non lo è, perché non ha la puzza sotto il naso come quegli stronzi radical chic di merda.

VOTO:
4 radical chic di merda

Juno (2007) voto

Titolo: Juno
Regia: Jason Reitman
Anno: 2007
Durata: 96 minuti

I love radio rock (2009)

Questo è un film pieno zeppo di canzoni degli anni 60.
Jeff Beck, The Who, David Bowie, The beach boys, Jimi Hendrix, The Supremes, Cat Stevens, The Kinks, The turtles, The moody blues sono solo alcuni dei gruppi le cui canzoni fanno da roboante colonna sonora ad un film altrimenti fiacco che si regge quindi tutto sull’ottima musica e su un buon gruppo di attori che passano la maggior parte del tempo a rendere interessante (nel 2013) vizi quali alcool, droga e sesso prematrimoniale.

I love radio rock (2009)
i protagonisti mentre vanno al pub in segno di ribellione al sistema

Ecco allora che le due ore e passa di film si sentono molto sulla groppa del povero pubblico pagante, specialmente quando i dialoghi prendono il posto delle canzoni, ed il film stenta ad affermarsi come ottima pellicola perché putroppo si scorda qual è il vero punto di attrazione di una storia quale quella di una radio pirata su una nave al largo delle coste nord delle isole britanniche nel 1966: fare controcultura, e non invece fumarsi l’anima coi soldi della pubblicità.

Peccato, perché pezzi come Let’s dance, The wind cries Mary, Friday on my mind, Eleonore, Dancing in the streets e Father and son potrebbero (e dovrebbero) avere miglior destino.

Titolo originale: The Boat That Rocked / Pirate Radio
Regia: Richard Curtis
Anno: 2009
Durata: 135 minuti

L’atto di uccidere (2012)

Non c’è film che mi abbia disturbato più di questo.

The Act of Killing prende i fili della matassa di un passato recente indonesiano quando fu normale torturare, stuprare, mutilare e massacrare migliaia di persone con la scusa della lotta al comunismo e li scioglie come carne appesa ai chiodi marci di una macelleria ecuadoregna sulle facce esterrefatte di un pubblico a dogiuno di storia di questo stato-arcipelago.

Tra il 1965 e il 1965 (gli anni dimenticati e cancellati dai libri di storia dal 4 paese più popoloso del mondo) ci fu infatti una vera e propria caccia alle streghe verso comunisti e cinesi, con episodi tra il grottesco e lo scioccante: ad esempio, uno dei gangster torturatori protagonisti del film racconta baldanzoso di quando uccise il padre cinese della sua ragazza del tempo grazie ad una sonora mattonata in testa, lasciando poi il cadavere in un canale di scolo.

L'atto di uccidere (2012)

Per realizzare questa pellicola, il regista ha chiesto ad alcuni di questi mostruosi massacratori, i quali ancora oggi vengono applauditi in televisione e agli eventi pubblici come “eroi della patria”, di reinterpretare davanti le telecamere gli interrogatori e le uccisioni di allora nella maniera che preferissero; sono nate quindi scene al limite del surreale Lynchano/Terragilliano con torturatori vestiti da ballerine brasiliane che cantano i tragici eventi e vengono poi premiati con medaglie olimpioniche dai fantasmi delle loro vittime.

Quello che stupisce (più dei macabri eventi narrati/mostrati) è l’incredibile infantilismo di queste persone: sciocchi ignoranti dal dubbio gusto artistico e dal pessimo atteggiamento sociale i quali, grazie ai militari fascisti, agli estremisti musulmani e con la complicità del mondo occidentale (questa “rivolta” fu vista dal New York Times come la cosa migliore nel blocco comunista da tempo immemore), hanno seminato il terrore tra i loro fratelli senza venire poi puniti, ma anzi venendo elogiati, ricevendo posti politici e di potere ed accumulando grandi ricchezze strappate ai denti di tanta gente comune.

La triste conclusione che se ne ricava (a parte lo schifo della politica internazionale) è quanto sia molto pericoloso dare potenti strumenti di violenza a persone e a popolazioni il cui livello intellettuale ristagna ancora a fasi pre-classiche ed il cui più grande apporto allo sviluppo del genere umano è stato forse (loro malgrado) una maggiore consapevolezza umana dell’importanza della cultura e dell’età della scienza.

Titolo originale: The Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Durata: 115 minuti, 159 minuti (versione estesa)

Alta fedeltà (2000)

Tratto dal libro omonimo di Nick Hornby, Alta fedeltà è la storia dell’amore difficile tra un nichilista egocentrico maniaco della musica sull’orlo degli ‘anta e la sua fidanzata apparentemente perfetta, il tutto scandito da una sequela incredibile di canzoni, dagli anni sessanta al 2000 (anno di produzione del film), con un mix di attori perfettamente inseriti in una trama semplice, collaudata, eppure fresca.

La cosa che salta subito all’occhio è la scorrevolezza della storia: qui non ci si annoia; sarà per via della simpatia da cazzotto in faccia di Jack Black, sarà per il sempre stupefacente Tim Robbins, sarà per la bella Iben Hjejle (qui è la ragazza di John Cusack; nel film di Lars Von Trier The boss of it all è quella che si fa scopare sulla scrivania a pompa idraulica), sarà quello che ti pare, ma una volta iniziato è difficile stoppare il film.

Rob (il nichilista egocentrico di cui sopra) è il padrone di un negozio di vinili, non ha particolari ambizioni nella vita e sembra non voler crescere e prendere una strada (sintomatico il suo rifiuto di sposare la sua perfetta ragazza); quest’ultima decide giustamente di mollarlo e Rob finalmente comincia a fare i conti col passato incontrando tutte le ex che l’hanno lasciato col cuore infranto.
Alla fine, come volevasi dimostrare, il nichilista protagonista scoprirà che la fonte dei suoi problemi è sempre stato lui e l’unico ostacolo alla sua felicità è la voglia di farcela.

Non aspettatevi un capolavoro, non aspettatevi un dramma della gelosia in quattro parti, non aspettatevi un’introspezione sul rapporto uomo-donna; Alta fedeltà è semplicemente un ottimo film se si vuole passare un due ore di sano intrattenimento mentre si ripensa a tutte le proprie storie d’amore passate e a come sono tragicamente finite.

Titolo originale: High Fidelity
Regia: Stephen Frears
Anno: 2000
Durata: 113 minuti
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