Koyaanisqatsi (1982)

1 – “If we dig precious things from the land, we will invite disaster.”
2 – “Near the day of Purification, there will be cobwebs spun back and forth in the sky.”
3 – “A container of ashes might one day be thrown from the sky, which could burn the land and boil the oceans.”

Koyaanisqatsi significa “vita sbilanciata” nel linguaggio Hopi e, partendo e chiudendosi con le immagini di una missione spaziale finita molto male, in questo film ci viene raccontata la grande avventura umana: dalle viscere della terra, buie e tenebrose, affioriamo in superficie dove enormi macchine scavano incessantemente i materiali preziosi che hanno permesso lo sviluppo umano, uno sviluppo umano che sembra non conoscere limiti, che sembra moltiplicarsi senza fine in un mare di volti e corpi che si muovono o troppo velocemente o troppo lentamente per essere compresi, tutto questo in un vortice sempre più impetuoso che trasporta lo spettatore in un coma da sindrome di Stendhal per poi richiudersi su se stesso in un circolo perfetto fatto di sbiadite pitture parietali preistoriche che fungono da memento mori verso chi si scordi quanto l’essere umano sia solo una delle molteplici parti che compongono il complesso meccanismo terrestre.

Koyaanisqatsi è, a quanto mi risulta, un capostipite del genere e quindi gli si deve molto in termini di linguaggio cinematografico; privo completamente di dialoghi e totalmente sorretto dalle splendide musiche di Philip Glass (che secondo me dovrebbe musicare ogni film mai fatto), quest’opera d’arte, nata un po’ per caso dalla volontà del regista Godfrey Reggio e del cinematografo Ron Fricke di riprendere tutto ciò che fosse interessante da un punto di vista visivo fregandosene della storia, è un caleidoscopio assolutamente ipnotico di vita e morte a passo uno che non dovrebbe mancare sulla lista di ogni benedetto cinefilo che si rispetti.

VOTO:
5 (coppie di) cojoni scazzati

Koyaanisqatsi (1982) voto

Titolo originale: Koyaanisqatsi
Regia: Godfrey Reggio
Anno: 1982
Durata: 86 minuti

La passione di Giovanna d’Arco (1928)

Giovanna d’Arco fu una contadina francese analfabeta del quindicesimo secolo completamente invasata e con una fissa patologica col cristianesimo la quale condusse, dopo una serie di incredibili coincidenze ed eventi fortuiti, le armate francesi a vincere più e più volte contro gli inglesi invasori durante la guerra dei cento anni.
Beccata infine dai mangia patate e processata per eresia (e altri undici capi d’imputazione alquanto ridicoli) da un manipolo di teologi francesi venduti al nemico, Jeanne fu condannata e arsa viva il 30 maggio 1431.

La passione di Giovanna d'Arco (1928)
Straccia cazzi, fatti chiavare da Gesù

Composto quasi interamente di soffocanti primi piani ed inquietanti dutch angles, La passion de Jeanne d’Arc è da molti considerato uno dei capisaldi del cinema mondiale.

Se da un lato non si può certo passare sopra l’imponente lavoro di decostruzione e ricostruzione compiuto sulla promettente attrice teatrale Marie Falconetti la quale, ironia della sorte, soffriva di disturbi psichici che la condussero ad un suicidio all’età di 54 anni, da un altro non si può fare a meno di sbadigliare copiosamente lungo le estenuanti due ore di stillicidio emotivo dozzinale a cui lo spettatore viene suo malgrado sottoposto.

E diciamolo pure: La passione di Giovanna d’Arco è materia da parrocchia e anime belle che non hanno il polso della realtà e la benché minima idea di come cazzo giri questo mondo; me ne frega cazzi a me se una giovane vergine del 1400 si era messa in testa di riconquistare la Francia dopo che un misto di turbe ormonali e sermoni da domenica sportiva le avevano fatto perdere definitivamente la brocca.

Se il film fosse stato lungo 37 minuti, sarei pure riuscito ad apprezzare la teatralità tutta sperimentale del regista danese il quale voleva portare la disperata passione umana ad un livello metafisico tramite l’uso del vuoto, del grottesco e dell’irrisoluto…
ma se io ci ho messo 27 parole a spiegare ‘sto cazzo di film, è mai possibile che ci vogliano 114 minuti per metterlo in scena?

VOTO:
3 roghi

La passione di Giovanna d'Arco (1928) voto

Titolo originale: La passion de Jeanne d’Arc
Regia: Carl Theodore Dreyer
Anno: 1928
Durata: 114 minuti

Piccadilly (1929)

In un costoso ristorante londinese di inizio secolo scorso, per allietare la facoltosa clientela di cervellini micragnosi, vengono organizzati spettacolini d’intrattenimento di dubbio gusto artistico.
Quando Mabel, mediocre danzatrice e numero principale della serata, comincia ad annoiare la clientela, il proprietaro del ristorante, Valentine Wilmot, ha la pensata di mettere in scena una delle sguattere lavapiatti del ristorante, Shosho la cinese, che con le sue movenze altamente erotiche ed un costume uscito dritto dritto da una produzione televisiva boliviana del 1981 farà girare sia la capa dei maschi di mezza Londra che i coglioni del suo ragazzo cinese il quale accumulerà tanta di quella bile e gelosia da sommergere il re, la regina e i merdosi cagnetti reali.

Piccadilly (1929)
liuti fallici

Semi-dimenticato per quasi 60 anni e solo recentemente restaurato dal British Film Institute con le corrette tinte blu e seppia, Piccadilly è uno di quei film in bilico tra due mondi: straordinariamente sofisticato per alcuni aspetti tecnici e molto interessante sociologicamente per i risvolti che una storia di amore e sesso interraziale poteva provocare nel ’29, questo film è purtroppo appesantito da una banale dinamica amoroso-comportamentale dei personaggi principali; a tal proposito basti pensare alla confessione in punto di morte del ragazzo cinese, totalmente innaturale e in completa antitesi con la vena realista del personaggio di Anna May Wong, Shosho.

E a proposito di Shosho, due parole vale spenderle sulla signorina Wong: americana figlia di immigrati cinesi che ha creduto fin da piccola nel sogno americano di sfondare nel mondo del cinema nonostante le molteplici problematiche che i suoi occhi a mandorla devono averle procurato, Anna sostenne a lungo una migliore rappresentazione della comunità cinese sul grande schermo e fu politicamente impegnata contro l’invasione giapponese della Manciuria durante la seconda guerra mondiale.
Anna May, oltre ad avere un bel paio di gambe e un bacino da adolescente, sembra quindi fosse munita anche di un cervello funzionante…
…che probabilmente le ha procurato più problemi dei suoi occhi a mandorla.

VOTO:
3 mandorle e mezza

Piccadilly (1929) Voto

Titolo originale: Piccadilly
Regia: Ewald André Dupont
Anno: 1929
Durata: 92 minuti