Mad Max: Fury Road (2015)

« Siamo alla fine del XX secolo.
Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche; sulla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi, e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti.
…tuttavia, la razza umana era sopravvissuta. »

...e lavorava al Cirque du Soleil
…e lavorava al Cirque du Soleil
Inaspettato quarto capitolo della fantastica serie cinematografica australiana incentrata sul solitario ex poliziotto Max Rockatansky al quale hanno straziato moglie, figlio e cagnetto, questo Mad Max: Fury Road è un film spettacolare sotto ogni punto di vista; dal comparto tecnico assolutamente ineccepibile, alle interpretazioni caricaturali oltre ogni limite ma comunque spaventosamente rappresentative di un’umanità mostruosa (fisicamente e moralmente), quest’opera epica in salsa rock è una bellissima sorpresa per chi come me è sempre stato restio a dar spago ai filmoni americani pieni di testosterone.

E mi spingo oltre: Fury Road è sicuramente il miglior film d’azione che ho mai visto, con sequenze mozzafiato su macchine, camion e motociclette che comprendono la bellezza di 150 stuntmen professionisti i quali hanno interpretato le numerosissime ed elettrizzanti scene d’azione senza l’ausilio di computer grafica ma solo col sudore della propria fronte sotto il caldo torrido dei deserti della Namibia.

L’incessante corsa per la vita di un lupo solitario con al seguito un gruppo di schiave sessuali, capitanate da una Charlize Theron ai massimi livelli, su un’autocisterna corazzata per lande deserte mentre un nutrito gruppo di punkabbestia sfregiati dalle radiazioni di una recente guerra termonucleare che ha quasi spazzato via la vita dalla faccia della Terra riesce, contro ogni pronostico, a fondersi perfettamente con un sottotesto ecologista e femminista, cosa che forse mancava un po’ ai precedenti capitoli della serie.
Qui infatti le donne sono le chiare depositarie del miracolo della vita (sia come detentrici di utero che come portatrici dei semi con cui ricominciare l’agricoltura) e in un futuro post-apocalittico dove scarseggiano le risorse e la morte pende come una spada di Damocle sopra la testa di chiunque, ecco che la loro fragile esistenza viene messa ben presto al servizio di una marmaglia di uomini assetati di una perfezione che non potranno mai raggiungere.
Tom Hardy nei panni del Matto Massimo è una bella conferma e non fa rimpiangere il caro e buon vecchio Mel Gibson, ormai troppo vecchio per tornare a vestire i panni dell’anti eroe per eccellenza, e nonostante per tutta la durata del film non dia grande prova di loquacità (come tutti i personaggi d’altronde) riesce comunque ad uscire a testa alta controbilanciando il tutto con una prestanza fisica da guerriero vichingo ed uno sguardo dolce e malinconico che ha sempre contraddistinto le precedenti interpretazioni di Mel.
Il film è talmente in stato di grazia che perfino Megan Gale, la famosa cavallona che imperversò sui media italiani e i film di Vanzina alla metà degli anni ’90, beh anche lei porta a casa una piccola decentissima performance.
A coronamento di cotanto ben di dio, abbiamo una bellissima ed emozionante colonna sonora sparata a palla per quasi tutta la durata del film: una sequela incredibile di suoni, grida e musica rock con felici inserzioni di classici come il Dies Irae di Verdi.

mad Max: Fury Road (2015) - 2Insomma, questo Mad Max: Fury Road è un capolavoro assoluto che è riuscito ad accontentare critica e pubblico senza per questo scadere verso un minimo comune denominatore, ma anzi innalzando tutto il genere action a vette artistiche inimmaginabili.

Come al solito però la critica italiana è rimasta indietro di 174 anni e non è riuscita a capire l’incontrovertibile grandiosità di un progetto come questo, tutto giocato sull’azione frenetica di inseguimenti iperbolici velocizzati e rallentati in una danza cadenzata a passo di epopea omerica.
Tra tutti spicca Mereghetti, famoso critico del Corriere della sera e autore del dizionario omonimo, il quale l’ha definito “noioso, senza storia e troppo simile ad un videogioco”.
Forse il “caro” Paolo intende ‘videogioco’ come un insulto perché l’ultimo che ha visto è stato Pacman; la realtà dei fatti invece è che ormai il mondo videoludico sta raggiungendo a passi da gigante la settima arte con esempi eccellenti di puro splendore e la linea di confine si fa via via sempre più fievole.
Tra l’altro non si capisce come Fury Road possa essere noioso, con tutta la carica adrenalinica che porta in corpo; probabilmente Mereghetti intendeva dire che si è annoiato LUI, ma questo cosa importa al resto del pubblico?
Anche a me annoiano tante cose, tipo l’opera lirica; di certo non mi sognerei mai di far passare la mia ignoranza per Verbo divino.

In ultima istanza vorrei ricordare al “critico cinematografico” Paolo-prossimoallamorte-Mereghetti di un filmetto del 1939 chiamato Ombre Rosse di un certo John Ford; la storia di un eterogeneo drappello di umanità forzato dentro una diligenza che cerca di traversare il deserto americano del secolo scorso mentre orde di indiani cattivi cercano di far fuori tutti…
…notate qualche somiglianza?
E’ una storia semplice sì, ma non per questo inesistente; anzi, è una storia densa di allegorie (tipo il classicissimo uomo vs natura o i Titani della mitologia greca) con rimandi alla letteratura alta e alla tradizione narrativa occidentale (dall’Odissea di Omero all’Anabasi di Senofonte).

Un consiglio: non date retta a questo maledetto ignorante strapagato e correte immediatamente al cinema a vedere Mad Max: Fury Road, uno dei film più belli mai girati.

VOTO:
5 Odisseo e lode

Mad Max: Fury Road (2015) Voto

Titolo originale: Mad Max: Fury Road
Regia: George Miller
Anno: 2015
Durata: 120 minuti

I guerrieri della palude silenziosa (1981)

Dallo stesso regista di The Warriors, ecco un’altra storia ispirata alla celebre opera Anabasi di Senofonte, un librone in cui lo storico e mercenario greco racconta la propria esperienza di generale tra i 10mila soldati assoldati da Ciro il giovane per conquistare la Persia e il difficilissimo ritorno a casa per terre sconosciute e popolazioni ostili.
E sia The Warriors sia Southern Comfort parlano proprio di questo: un piccolo gruppo di guerrieri in terra nemica cerca con tutte le forze rimaste un improbabile ritorno a casa; i primi erano inseguiti per le buie e malfamate strade di New York, i secondi sono braccati come conigli nelle paludi francofone della Louisiana.

Questo bel film a cavallo tra i politici anni ’70 e i capitalisti anni ’80 è forse un po’ uno spartiacque, e del regista Walter Hill e del cinema americano in generale: fino a lì molti autori si erano infatti distinti per la forte carica politica nelle loro opere filmiche, anche un cieco può vedere in questa pellicola il chiaro rimando alla guerra in Vietnam da una parte e la critica al basso razzismo ignorante dei bogotti degli stati del sud dall’altra; ma con l’avvento dei rampanti anni ’80 Reaganiani tutto è andato a rotoli e il cosiddetto Riflusso s’è inghiottito le rivoluzioni culturali con tutti i suoi ideatori.

Girato interamente in loco tra acquitrini zanzare e freddo, il film andrebbe premiato anche solo per lo sforzo produttivo; se a questo aggiungiamo un’ottima storia e un bel cast in cui spuntano Fred Ward, del mai dimenticato Tremors, e Peter Coyote, famoso sinistronzo americano che si cambiò il cognome dopo un trip allucinogeno da Peyote, beh allora si capisce che siamo a cavallo.
Walter girerà successivamente 48 ore con un Eddie Murphy poliziotto che a sua volta darà lo spunto a Beverly Hills Cop, e questa cosa fa un po’ tristezza; se si pensa che forse fu il flop clamoroso al botteghino di Southern Comfort a far cambiare rotta ad Hill, ci si domanda allora quanto potere abbia il mercato nell’indirizzo dell’arte e delle sue correnti.
Ma questa è un’altra storia.

VOTO:
4 ignoranti bigotti del sud

I guerrieri della palude silenziosa (1981) Voto

Titolo originale: Southern Comfort
Regia: Walter Hill
Anno: 1981
Durata: 106 minuti

A proposito di Davis (2013)

Llewyn Davis è un cantante folk americano che cerca di trovare un suo spazio nella scena musicale newyorkese del 1961; sfortunatamente la sua altissima sensibilità e la pervasiva tristezza non lo aiutano molto in questa già ardua impresa e vede quindi passare avanti musicisti da rivista patinata che cantano testi positivi privi di contenuto.
Llewyn passa le giornate cercando di vendere inutilmente la sua arte ad un pubblico forse ancora immaturo (Like a rolling stone di Bob Dylan uscirà 4 anni dopo) e dorme sui divani di amici e conoscenti perché non ha un soldo in tasca; giunto allo stremo delle forze mentre un freddo inverno soffia per le strade di New York, Llewyn si trova ad affrontare un bivio: o essere finalmente compreso e sfondare oppure tornare a lavorare nella marina mercantile.

A proposito di Davis (2013)
How does it feel to be on your own like a rolling stone?

Girato dai Cohen in splendida forma, questo Inside Llewyn Davis è uno di quei classici film che cercano di donare dignità agli artisti incompresi e geniali facendoli passare attraverso le forche caudine di un avvicendarsi caleidoscopico di personaggi assurdi e ostili.
Oscar Isaac (che interpreta splendidamente Llewyn), essendo musicista egli stesso, regala alle numerose sessioni folk del film una naturalezza ed una bellezza uniche.
Liberamente ispirato ad un musicista realmente esistito di nome Dave Van Ronk che scrisse nel 1964 un album dal titolo Inside Dave Van Ronk (e che quindi dà un senso al titolo originale inglese), questo film è un vero piccolo gioiello di tristezza artistica lucidata con un morbido panno; una pellicola che vale la pena vedere anche se non si è appassionati di musica folk.

VOTO:
4 Rolling Stones

A proposito di Davis (2013) voto

Titolo originale: Inside Llewyn Davis
Regia: Joel & Ethan Cohen
Anno: 2013
Durata: 104 minuti

Lo sciacallo – Nightcrawler (2014)

Louis Bloom è un sociopatico che per far quadrare i conti si riduce al furto di tombini e cavi di rame da rivendere poi al mercato nero.
La sua vita sembra tutta in salita e senza vie di fuga quando una sera si imbatte in un videomaker freelance che sta riprendendo la scena di un incidente stradale il quale gli spiega come quelle immagini di dolore rubato su pellicola possano essere poi vendute alle fameliche e immorali stazioni televisive locali per una bella somma…
…e niente sarà più come prima.

Lo sciacallo – Nightcrawler (2014)
gli altri soffrono e io faccio i soldi?

Opera prima di un 55enne ammanicato (tutti artisti e cinematografari in famiglia), questo Nightcrawler è un film solido ed appassionante: attraverso la storia di un giovane misantropo senza scrupoli, ci viene raccontata la società americana moderna, fatta di sensazionalismo e bugie e dove i cittadini sono usati o come consumatori-polli-da-spennare o come carne da macello (letteralmente) per la gioia perversa del resto della popolazione.
Il fatto che i canali televisivi facciano a botte per accaparrarsi queste storie di violenza urbana verso l’americano medio così da assicurarsi una bella fetta di mercato e di conseguenza alti profitti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie è qualcosa che tutti sanno ma che nessuno vuole ammettere ad alta voce.
Tipo il segreto di Pulcinella, tutti noi abbiamo in coscienza come in realtà non ci sia alcun pericolo per il cittadino medio e come le minoranze etniche e culturali siano spesso accusate ingiustamente dei malesseri di una società lobotomizzata da troppa propaganda reazionaria; purtroppo però nessuno vuole assumersi la triste responsabilità di dire “Sì, sono anche io un timido fascio-capitalista col cuore nero e non voglio dividere il mio benessere con nessun altro” e quindi questo grottesco circo degli orrori continua la sua folla corsa verso il baratro.

Nella parte dell’assistente navigatore (fisico e morale) di Louis c’è il sempre bravo Riz Ahmed, rapper e attore inglese già molto apprezzato in Four Lions.

VOTO:
5 famelici e immorali Bruno Vespa

Lo sciacallo – Nightcrawler (2014) voto

Titolo originale: Nightcrawler
Regia: Dan Gilroy
Anno: 2014
Durata: 117 minuti

Lola corre (1998)

Lola ha 20 minuti per trovare 100mila marchi tedeschi, portarli al suo fidanzato Manni (il quale è nella merda fino al collo con un mafiosetto locale) e salvargli così la vita.
Lungo il suo cammino la ragazza protagonista di questa appassionante storia al fulmicotone incrocerà le vite di diversi berlinesi, cambiandole… nel bene e nel male.

Lola corre (1998)Lola Rennt è un bellissimo piccolo film tedesco della fine anni ’90 che ha riscosso un inaspettato (ma strameritato) successo globale alla sua uscita.

Nel 1998 la Germania si era riunificata da un bel po’ e l’economia pompava alla grande, Berlino stava diventando uno dei centri culturali più importanti d’Europa e il cinema tedesco cercava nuove sperimentazioni; Lola corre (per una volta il titolo italiano è giusto e fedele all’originale) si inserì perfettamente in quest’epoca d’oro di economia florida e lassismo politico che permise alla Germania di vivere alcuni anni di grande libertà culturale.

Questa bella sperimentazione filmica, imperniata su una struttura ciclica e allo stesso tempo spirale (c’è un ritratto di Kim Novak di Vertigo nel casinò), tiene lo spettatore bene incollato alla poltrona, forzato a rivivere una continua catarsi depurativa che condurrà finalmente Lola, passaggio dopo passaggio, al suo agognato nirvana.

L’unico problema è che questo film era il preferito di Dawson Leery, protagonista di Dawson’s Creek.

VOTO:
4 Dawson e mezzo

Lola corre (1998) Voto

Titolo originale: Lola Rennt
Regia: Tom Tykwer
Anno: 1998
Durata: 80 minuti

Drugstore Cowboy (1989)

Le droghe sono sostanze che alterano il normale funzionamento psicofisico di chi le assume: le medicine sono droghe, perché ad esempio ti fanno sparire la febbre che è naturale e serve ad uccidere i virus che hai in corpo; il vino è una droga, più precisamente l’etanolo in esso contenuto; e anche la caffeina e la nicotina sono droghe.

Poi ci sono quelle che vengono considerate droghe dall’uomo comune (Carlo Giovanardi) cioè quelle per uso ricreativo; tra di esse c’è la marijuana, la cocaina e l’eroina, quest’ultima è un derivato della morfina, cioè l’oppio, cioè un fiore. Lo stesso fiore che fa addormentare Dorothy nel Mago di OZ…sì, Dorothy era strafatta di morfina.
Fino agli anni ’20 del secolo scorso, l’eroina era venduta in farmacia, questo vuol dire che qualche nonno si sarà fatto una bella pera per un banale mal di denti; dal 1925 però fu bandita da quasi tutti i paesi del mondo.

Ora, siccome l’offerta ufficiale è scomparsa ma la domanda non lo è, questo mercato è andato in clandestinità, chi ne fa uso è diventato un criminale e chi vende è un mafioso.
Insomma, si è risolto brillantemente il problema, spostandolo dalle farmacie del centro alle povere zone periferiche delle grandi città.

Drugstore Cowboy (1989)
e sui vostri pavimenti di casa

Bob Hughes, un ragazzo di 26 anni di Portland, ridente cittadina hippy dell’Oregon, stato americano oggi paradiso per tutti gli alternativi del mondo e dove è recentemente e ironicamente passata una legge che liberalizza l’uso di droghe leggere, Bob dicevo, è un ragazzo eroinomane che, insieme alla sua banda di giovani drogati, ruba le sostanze di cui ha bisogno alle farmacie di tutta la costa ovest americana.
Bob è intelligente e preparato, sa che è un gioco difficile da gestire e impossibile da vincere, ma ben presto si renderà conto che il vero nemico non è la droga, ma tutto quello che ci gira attorno: amici, parenti, polizia e moglie compresa.

Drugstore Cowboy è tratto da un libro autobiografico di un vero tossicodipendente e come tale mantiene una forte carica realista, dall’inizio alla fine; avere Gus Van Sant alla regia poi, aiuta a non cadere nei facili pietismi che affliggono questo genere di pellicole.
Gli attori sono bravissimi e Matt Dillon, uno dei più grandi attori sottovalutati degli ultimi 30 anni, fa un lavoro eccellente nel ricostruire un personaggio così complesso usando il minimo indispensabile di parole.

Ciliegina sulla torta, verso la fine del film fa una bella comparsata William S. Burroughs, il famoso scrittore tossicodipendente vicino agli ambienti della beat generation.
Omosessuale plurilaureato, Burroughs non ha mai avuto un lavoro stabile: per 6 mesi, suo personale record, fu disinfestatore. Questa vita al limite però non gli impedì di scrivere alcuni dei più bei romanzi del novecento e piazzarsi così nella top ten degli scrittori più influenti del secolo scorso.
William tra l’altro è famoso anche per un episodio folle: mentre era in Messico con la sua seconda moglie (amica, viste le sue tendenze sessuali), le sparò in testa mentre giocavano al Guglielmo Tell e fu quindi costretto a fuggire prima in Africa e poi a Tangeri, Marocco. L’episodio si fece poi strada nel suo romanzo più famoso, Il pasto nudo.

La cosa più bella di Burroughs però fu, secondo me, la sua critica al movimento hippy/figli dei fiori; si dice infatti che abbia detto al proposito: “Io i fiori ai poliziotti li lancerei, ma con tutto il vaso e la terra”.

Grazie William, e riposa in pace.

VOTO:
4 fiori

Drugstore Cowboy (1989) voto

Titolo originale: Drugstore Cowboy
Regia: Gus Van Sant
Anno: 1989
Durata: 102 minuti

Locke (2013)

Ivan Locke è un capocantiere per un’importante ditta di costruzioni la quale sta per realizzare la più grande colata di cemento in Europa di sempre.
La notte prima dell’evento, Locke viene a sapere che Bethan, una donna con cui ha avuto una notte di sesso extraconiugale 7 mesi prima, sta per partorire prematuramente.
Ivan decide quindi di salire in macchina e raggiungere la donna facendosi in piena notte le due ore di viaggio che separano Birmingham da Londra, col rischio di mandare all’aria la sua famiglia e il suo lavoro.

Tom Hardy porta l’intero film sulle sue spalle e si conferma tra i migliori attori della sua generazione dimostrando un eclettismo raro e una capacità espressiva impressionante: girato in 8 notti su un’autostrada inglese con un budget ridottissimo, Locke è un’ora e mezza di vita di un inglese della media borghesia, uno squarcio di vita in frantumi attraverso le telefonate che Ivan fa e riceve per tutta la durata del film nella esile determinazione a correggere le crepe che si stanno aprendo nelle fondamenta della sua esistenza.

Scritto e diretto dallo sceneggiatore di Eastern Promises, questa pellicola è uno dei migliori film in tempi recenti ed è da consigliare caldamente a chiunque voglia vedere come si possa fare un film con un solo attore, una location e un’ottima sceneggiatura.

Titolo originale: Locke
Regia: Steven Knight
Anno: 2013
Durata: 85 minuti

Wagons-Lits con omicidi (1976)

George Caldwell, interpretato dal caro estinto Gene Wilder, è un editore di librettacci sugli hobbies che si trova a fare un lungo viaggio in treno da Los Angeles a Chicago durante il quale fa immediatamente conoscenza (biblica) con una giovane segretaria di nome Hilly Burns la quale sta accompagnando il suo datore di lavoro, il Professor Schreiner, durante il tour di promozione del suo ultimo libro su Rembrandt.

La prima notte, mentre Hilly gli sta praticando una generosa fellatio, George vede fuori del finestrino cadere un corpo dal tetto del treno; nonostante tutte le evidenze vadano in senso opposto, non riesce a rassegnarsi all’idea che un omicidio sia effettivamente avvenuto e cerca quindi di far luce sul mistero.

Wagons-Lits con omicidi (1976)

Prima collaborazione tra Gene Wilder e Richard Pryor, il capostipite della stand up comedy nera irriverente, Silver Streak (ma perché cazzo Wagons-Lits con omicidi?) è una bella commedia anni ’70 con tutte le particolarità del caso, ad esempio un ritmo leggermente lento per gli standard moderni ed alcune interpretazioni un po’ fuori le righe.

Considerando però il chiaro omaggio ai film di Hitchcock e in piccola parte di James Bond (il cattivo coi denti di ferro), le esagerazioni si comprendono nell’ottica della parodia e non rimane scusa per non ridere di alcune piccole eccezionali perle comiche come il paragone tra le azalee e le vagine, e il cazzo col crescione d’acqua.

VOTO:
4 azalee

Wagons-Lits con omicidi (1976) voto

Titolo originale: Silver Streak
Regia: Arthur Hiller
Anno: 1976
Durata: 114 minuti

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato (2012)

Vi ricordate che merda fu l’ultimo capitolo del Signore Degli Anelli?
Sì, quello con 7 finali con il miele che esce dal culo di Frodo e Gandalf sta lì a suggiare?
Bene, Peter Jackson ha deciso di girare un nuovo fantasy… perché non c’è mai fine all’egocentrismo.

In questo primo capitolo di una trilogia da molti non voluta, Bilbo Baggins, ormai centundicinario, decide di scrivere un diario sulle sue avventure di 60 anni prima quando si trovò alle prese con orchi, draghi e anelli maledetti assieme ad una compagnia di 13 nani disposti a tutto pur di riconquistare il loro regno perduto per mano del drago Smaug.

Insomma, la solita storia fantasy.

Lo Hobbit – un viaggio inaspettato (2012)

La cosa che lascia più intristititi è che questo primo capitolo di una trilogia tratta da un libro di 200 pagine sembra più un’accozzaglia di effetti speciali per una fiera dell’elettronica che un film con una storia: gli orchi ad esempio sono completamente digitalizzati (e anche male), si vede lontano un miglio che sono plasticosi e inespressivi e tutti gli sforzi per renderli tali non hanno fatto altro che creare delle macchiette da cartone animato.

Lo sforzo produttivo c’è ed è notevole, ma sembra si siano impegnati molto meno rispetto alla trilogia dell’anello: lì c’era un dettaglio e una ricercatezza nelle armature, nel makeup, nelle locations, nelle miniature, negli effetti speciali in camera e tutto questo ha donato, per la maggior parte del tempo, un bell’alone di magia a quei film; qui invece siamo più sul lato videogioco: una marea di esserini tutti esattamente dello stesso colore si affannano per stradine bidimensionali fino a che qualcuno muore o dice una battuta del cazzo.

Gollum torna per la gioia dei cerebrolesi che si gasano a vedere una recitazione napoletana in inglese riprodotta su un modello tridimensionale, tridimensionale come il film stesso che tra l’altro è pure girato a 48 frames per secondo (anche se la maggior parte dei cinema ha proiettato la conversione a 24); insomma, sempre di più sembra che i grandi film non siano altro che una scusa per mettere in vetrina gli ultimi ritrovati tecnologici in ambito cinematografico.

Lontani sembrano i tempi quando la steadicam fu inventata perché la storia lo esigeva; oggi il rapporto si è invertito e si fanno i film per usare quello che è uscito ieri sul mercato.

Dio mio che tristezza.
Fatemi un favore: mandate un segnale, boicottate ‘ste minchiate.

Titolo originale: The Hobbit: An Unexpected Journey
Regia: Peter Jackson
Anno: 2012
Durata: 169 minuti

Italy: Love it, or Leave it (2011)

Cosa dovrebbero fare quegli italiani che si sentono stretti nella morsa della crisi economico-culturale del bel paese?

Partire e lasciare la nazione nelle mani di inetti bigotti vecchi paternalisti e patriarcali stronzi? Oppure rimanere e resistere all’assalto della stupidità, dell’oggettificazione della donna, della mentalità mafiosa di larga parte del ceto politico?
E’ quello che si chiedono Luca Ragazzi e Gustav Hofer in questo documentario on the road.

Italy: Love it, or Leave it (2011)
Gustav piscia, Luca scruta l’orizzonte

Gustav e Luca sono una coppia gay di Roma, lavorano nell’industria dell’intrattenimento e hanno già prodotto un documentario nel 2008 con uno stile simile, Improvvisamente l’inverno scorso.

Quello era sul rapporto degli italiani con l’omosessualità e ne veniva fuori un quadro un po’ deprimente, ma non sorprendente: l’Italia è un paese restio al cambiamento, attaccato alle sue tradizioni spesso superate e controproducenti, e attanagliato da una religiosità che permea ogni ambito della vita civile.

Questo invece indaga sulla disgregazione della società italica degli ultimi 20 anni: da paese capace di produrre premi nobel, innovazione, ricchezza e cultura, si è arrivati oggi ad avere una manodopera pagata come gli operai in Polonia.
Dalle fabriche della FIAT che chiudono a quelle della Bialetti che ora produce in Romania, dalla Campania invasa dai rifiuti alla Sicilia in preda alla Mafia, il quadro che ne esce fuori è una caricatura deprimente di un paese allo sbando, senza speranze e con alla guida un manipolo di cialtroni criminali e arroganti.

Italy: love it, or leave it è uscito nel 2011, in piena era berlusconiana; si pensava che con la caduta del regime di Arcore le cose sarebbero cambiate, ma la realtà è che in Italia, come nella Sicilia di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia per non cambiare nulla.

VOTO:
3 Gattopardi e mezzo

Italy: Love it, or Leave it (2011) - Voto

Titolo originale: Italy: Love it, or Leave it
Regia: Gustav Hofer, Luca Ragazzi

Anno: 2011
Durata: 75 minuti

Tenacious D e il destino del rock (2006)

JB e Kage si conoscono a Venice beach, la spiaggia ritrovo di tutti gli artisti di Los Angeles, e diventano presto grandi amici; insieme scoprono il segreto dei più grandi chitarristi della storia, un plettro demoniaco capace di donare incredibili doti musicali a chi lo possiede.
Il magico oggetto si trova al museo del rock & roll di Sacramento e i due improbabili eroi faranno di tutto pur di entrarne in possesso.
Dopo corse in machina, liti, riappacificamenti ed una battaglia con Satana di una comicità colossale, JB e Kage otterranno un corno del demonio col quale, fumando la famosa erba pipa di Gandalf, cercheranno di comporre questa benedetta più grande canzone rock della storia.

Tenacious D e il destino del rock (2006)

Jack Black è una star hollywoodiana di grande portata; l’abbiamo apprezzato in numerosi film quali High Fidelity, King Kong, Mars Attacks, Tropic Thunder e Bernie.

Molti non sanno però che Jack persegue da sempre anche la strada del rock assieme al suo partner musicale, Kyle Gass. Nel lontano 1994 hanno formato la band Tenacious D (un termine del basket riferito alla difesa a catenaccio) e da ormai 20 anni scrivono canzoni e fanno concerti in giro per gli USA.
Nel 2000 hanno rilasciato l’omonimo album in cui ha addirittura suonato Dave Grohl, leader dei Foo Fighters ed ex batterista dei Nirvana. Una delle canzoni dell’album era Tribute in cui il duo pontificava su di un pezzo, ormai perduto, che li aveva salvati dalle grinfie del demonio.
Da qui l’idea di scrivere una sceneggiatura, con loro due protagonisti, alle prese con Satana e con una sola e unica missione: scrivere la canzone rock più bella della storia.

Era nato Tenacious D e il destino del rock.

Titolo originale: Tenacious in The Pick of Destiny
Regia: Liam Lynch
Anno: 2006)
Durata: 93 minuti