ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Link (1986)

La giovane universitaria Jane Chase chiede di fare d’assistente al professor Steven Phillip, un antropologo-zoofilo-zoopederasta che tiene segregate nel suo bel castelletto sul mare 3 scimmie dall’animo alquanto incazzoso.

Questo perché sta conducendo importantissimi esperimenti sul livello di comprensione scimmiesca e le differenze tra la nostra civiltà e il loro modo di stare al mondo, e quando dico “importantissimi” intendo che non hanno alcun valore se non quello d’appagare il suo senso di frustrazione per essere uno scapolo canuto-andante che non ha meglio da fare se non spippettare le sue scimmiette per riempirle subito dopo di mazzate.

Arrivata in questa villona a due piani nel mezzo della desolata campagna inglese (scozzese?), Jane farà appena in tempo a mostrare la fica a Link, il più anziano e più violento dei 3 primati, prima di scoprire quanto all’università è meglio farsi i cazzi propri.

Link (1986)

Cercavo questo film da quando, molto meno che adolescente, scrutavo la sua stramba copertina nella videoteca vicino casa.
La videoteca era quel negozio dove, prima che Borghezio evolvesse in homo sapiens, si andavano a noleggiare i film su formato VHS ad un cifra che poteva variare tra le 4 e i 8 mila lire, questo però solo dopo aver sottoscritto la tessera annuale che costava tra le 50 e le 100 mila lire.
Poi è venuto internet, il download selvaggio,  lo streaming e di colpo tutto quel magico mondo fatto d’incompetenti arricchitisi alle spalle d’ignari bambini è scomparso come lacrime nella pioggia.

Tornando a noi: la faccia sghignazzante di Link vestito da maggiordomo inglese mentre accende un fiammifero mi aveva sempre incuriosito; non in misura sufficiente da noleggiare il film, ma abbastanza da tormentare le mie ricerca sul web per i successivi 20 anni.
E alla fine l’ho trovato, l’ho visto e devo dire che non è niente male; anzi, tutt’altro: è un ottimo film a basso costo con alcune pregevoli sequenze dall’occhio raffinato e popolato da scimmie ben addestrate che riescono, quando non sono sostituite per ragioni di praticità da un nano coperto con una pelliccia, a farti credere che un orangotango possa sollevare un furgoncino della Ford.

Mica cazzi, Franco Micalizzi.

VOTO:
3 furgoncini e mezzo

Link (1986) voto

Titolo messicano: Link, el sanguinario
Regia: Richard Franklin
Anno: 1986
Durata: 103 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

1922 (2017)

Wilfred James è un umile contadino del profondo midwest americano.

Moglie, figlio e due vacche gli fanno da compari di vita e tutto sembra procedere alla solita maniera (di merda) fino a quando la prima non si mette in testa di mollare quella triste vita bucolica, vendere il terreno che il padre le aveva lasciato in dote e aprire un negozietto di vestiti nella città di Omaha, Nebraska, un posto del cazzo che però sembra il paradiso quando vivi in mezzo al nulla circondato da campi di pannocchie a perdita d’occhio.

Wilfred non la prende molto bene e, falliti i tentativi di far desistere la donna dalla sua fuga per la libertà, escogita un bel piano per tagliare il problema alla radice coinvolgendo il figlio in un casino che non te lo sto neanche a raccontare.

1922 (2017)

Interessante film televisivo (Netflix) che si propone allo spettatore in un’ottima veste fotografica che nulla ha da invidiare a prodotti cinematografici più blasonati.

Certo, la sua origine di novella stephenkinghiana influisce molto sulla possibilità di una sua positiva durata da lungometraggio ed infatti si potrebbe avvertire in più punti, durante la visione, la necessità di una sforbiciata di qualche secondo che invece viene devoluto a silenzi e immagini suggestive (che comunque non fa mai male e anzi aiutano il film a spiccare nel reparto tecnico); d’altro canto stiamo proprio cercando il pelo nell’uovo in qualcosa che è lì pronta per regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento.

VOTO:
3 qualcosa pronta a regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento

Titolo per dislessici: millenovecentonovantadue
Regia: Zak Hilditch
Anno: 2017
Durata: 102 minuti

Bone Tomahawk (2015)

Alla fine del 19esimo secolo gli Stati Uniti d’America erano ancora un paese in fieri colmo di mistero e timore; un paese molto difficile da vivere e per questo popolato per buona parte dai due estremi dell’essere umano: i poveri determinati cristi che tentavano, contro ogni pronostico, di costruire qualcosa dai sassi e la polvere a disposizione e chi invece no.

Qui, a differenza dei classici film manichei coi buoni e i cattivi, vengono tralasciati gli uomini qualunque a ruoli marginali e macchiettistici (come il pianista del saloon) e sono invece narrate vicende che mettono in contrapposizione persone prese solo dal gruppo dei poveri determinati cristi: briganti nomadi che vanno avanti sgozzando viandanti appisolati sotto il Sole rovente della steppa centro americana, baffuti sceriffi ligi al dovere che cenano con una misera zuppa bollita sopra la stufa dell’ufficio, cowboy dall’egocentrismo romantico che rischiano la vita per pure formalità, infermiere stracolme di un femminismo applicato e non professato da immaginari scranni, miserabili vecchi vedovi che in mancanza di una pensione di cittadinanza sono costretti a lavorare e rischiare la pelle per due soldi e primordiali clan di bestiali nativi americani pronti a tutto pur di sopravvivere tra sterpaglia e canyons.

Ognuno di questi personaggi si ritroverà sullo stesso immaginario sentiero e dovrà adattare andamento e postura per continuare la propria camminata nella valle della morte che chiamiamo vita.

Bone Tomahawk (2015)

Meraviglioso western che riesce a mischiare orrore, dramma e commedia in un cocktail dal forte sapore artistico senza però risultare stucchevole.

Questa piccola e appassionante storia del rapimento di una donzella da parte di un gruppo di misteriosi trogloditi e dell’immediato tentativo di salvataggio da parte di quattro uomini della frontiera americana assume le connotazioni dell’epica grazie ad estenuanti trottate per le sterminate praterie americane, splendidamente sottolineate dalle classiche panoramiche in cinemascope (qui giustificatissimo, non come in Perfetti sconosciuti) e da una colonna musicale che spazia dallo sperimentalismo alla The Shining fino alla simpatica canzone sui titoli di coda.

Tra interpretazioni ai massimi livelli e una tensione narrativa spessa come l’Appennino Abruzzese, la cosa migliore del film risulta essere però l’encomiabile perseveranza nel dipingere personaggi realistici e pieni di difetti, come tutti noi, che si trovano loro malgrado alle prese con avvenimenti più grandi di loro e, di riffa e di raffa, navigando tra oscure acque rigate di sangue, tentano l’impossibile facendolo apparire semplicemente come logico.

In tre parole: capolavoro parzialmente incompreso.

VOTO:
5 bone tomahawk

Bone Tomahawk (2015) voto

Titolo giapponese: Tomahawk: Gunmen vs. Cannibal Tribe
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2015
Durata: 132 minuti

A Quiet Place (2018)

Una simpatica famigliola di americani vive nel silenzio più assoluto in una sperduta fattoria facendo rare quanto ponderate scappatelle in città per rifornimenti.

Tutto sembrerebbe supporre una semplice scelta salutista, di ritorno alla natura, se non fosse per il piccolo dettaglio che la famiglia in questione vive in un mondo post-apocalittico distrutto, probabilmente in maniera irreversibile, da un misterioso drappello di mostri alieni iper-sensibili ai rumori.
Difatti, se questi mostri ti sentono parlare sottovoce o se ti cade un libro a terra, ecco che si dirigono a tutta birra verso la fonte sonora e ti sfrugugnano di mazzate riducendoti velocemente in brandelli.

E quindi:
se una creatura è iper-sensibile ai suoni, quale sarà il suo punto debole?
Come sarà possible farla fuori?

La famiglia di decerebrati ci arriverà dopo 473 giorni di ponderata riflessione.

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Film molto anticipato da molti e molto odiato da me.

Non che sia un abominio, assolutamente; il problema risiede però in quel suo sfacciato desiderio di sedere tra i film dei grandi, i film fighetti che mascherano una tematica profonda dentro un film di genere.
Qui invece appare chiaro che siamo agli antipodi e cioè un banale film di genere che si maschera da filmetto profondo per fotterti le banconote riposte profondamente dentro le tasche.

Il problema fondamentale della pellicola, al di là di alcune sviolinate vomitevoli tra cui la turbolenta e piena d’incomprensioni relazione padre-figlia (sorda), vero e proprio fulcro della storia, oppure l’incredibile gravidanza annuale della madre che io non so che sperma ritardato abbia il padre (ne ho vedute tante da raccontar giammai una gravidanza di 384 giorni), a rovinare veramente l’opera è soprattutto la serie di regole secondo le quali il film decide di giocare e che poi infrange come nulla fosse quando la spendibilità di una scena verso il pubblico generalista lo richiede.

Roba che ad esempio i personaggi ripetono mille volte (col linguaggio dei segni) quanto sia importante mantenere un religioso silenzio per non finire sterminati nel battito d’ali d’un colibrì e dopo 10 minuti li vedi sgambettare nei campi di mais facendo un casino della Madonna perché c’è una scena di tensione e allora chi se ne frega delle regole.

VOTO
2 mais e mezzo

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018) voto

Titolo esteso: A Quiet Place – Un posto tranquillo
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Durata: 90 minuti

Cimitero vivente (1989)

Louis Creed fa il dottore coi soldini e la casetta bella a due piani e sta bene con la famiglia moglie figlia e figlioletto e il gatto pure sta bene.

Tutti stanno bene ma vivono a 10 metri da una strada che ci passano camion e tir a velocità mortacci loro notte e giorno giorno e notte che uno dice Verrà il giorno che succede il fattaccio.
Infatti succede il fatto che prima mettono sotto il gatto e però il vicino di casa gli suggerisce Perché non lo seppelliamo la cimitero degli animali domestici anzi no al cimitero dietro, quello degli indiani che poi torna in vita però attenzione che la magia e il mistero e insomma ci siamo capiti?

Che il gatto poi torna in vita ma puzza come Marco Pannella e soffia e graffia quindi attenzione.

Poi muore il figlioletto messo a terra da un tir che lo stende bim bim come un birillo al bowling e al funerale Louis ci prende anche un cazzotto dal suocero.
Idea: seppelliamo il bambino al cimitero indiano magari torna in vita.

Lui torna in vita ma la magia e il mistero e il male che c’è lì fanno un casino che il bambino è una belva di Satana e allora Louis lo fa secco con una siringa nel collo.
E poi cerca di portare in vita anche la moglie che mi ero scordato di dire che era morta anche lei perché il bambino l’aveva impiccata.

Alla moglie manca una scarpa.

Com’è il film?

Basta dire che la mia recensione è scritta meglio.

VOTO:
2 scarpe

Cimitero vivente (1989) voto

Titolo originale: Pet Sematary
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Durata: 103 minuti

Scream (1996)

La provincia americana, quella delle cittadine modello con la fontana e il giardinetto e le casette signorili a due piani fatte di legno e conformismo, è lo scenario entro cui si dipana la storia di un serial killer vestito di un drappo nero e una buffa maschera bianca da 5$ che si diverte ad ammazzare brutalmente giovani liceali bianchi così da spaventare il tipico pubblico WASP che (s)popolava i multiplex durante gli anni ’90.

In questo turbine di sangue e mistero, la polizia brancola miagola nel buio mentre gli indizi cominciano stranamente a puntare verso Neill Prescott, vedovo della defunta Maureen (la quale è stata stuprata e uccisa esattamente un anno prima) e padre di Sidney (una delle possibili future vittime del serial killer con la maschera buffa da 5$).

Tra qualche genuina risata e molto sangue finto si giungerà ad un’emozionante risoluzione  finale.

Scream (1996)

Celeberrimo film dell’orrore anni ’90 che ha contribuito notevolmente al revamp di un genere che era da qualche tempo chiuso nel cassetto dei produttori hollywoodiani e grazie al quale, dopo il successo clamoroso di questa pellicola a basso costo, si è deciso di dare il via libera ad una lunga sequela di cazzatelle (tipo So cosa hai fatto l’estate scorsa) con le quali sono stato costretto a convivere durante i difficili anni liceali.

Nonostante non sia un capolavoro (e non ambisca ad esserlo), Scary Movie, come era titolato fino a pochi mesi prima della distribuzione, è entrato di prepotenza nell’immaginario horror mondiale col suo mix riuscito di ironia e spaventi e a tutt’oggi funziona molto bene per un pubblico che vi si approcci senza spoilers e pregiudizi di sorta.

Lo sceneggiatore Kevin Williamson, che poi è lo stesso che ha creato Dawson’s Creek, non fa segreto della sua grande passione per il genere horror infilando un po’ ovunque citazioni e vere e proprie discussioni sui capisaldi del filone slasher come Halloween e Friday the 13th e questo suo approccio meta-cinematografico piazza Scream molti gradini sopra ad altri validi film con gli adolescenti denudati e squartati.

VOTO:
4 adolescenti desnudi

Scream (1996) voto

Titolo esteso pietoso: Scream – chi urla muore
Regia: Wes Craven
Anno: 1996
Durata: 111 minuti

La vendetta di Halloween (2007)

La notte di Halloween si è molto trasformata nel corso dei decenni: da festa per omaggiare i morti ed esorcizzare la morte è pian piano diventata un fenomeno consumistico nel quale è finito per gravitare un po’ di tutto, dal gore al sexy passando per il freak.

In questo breve film episodico, oltre ai temi sovraccitati, s’intrecciano 5 storie dell’orrore che prendono vita (si fa per dire) proprio durante la notte di Halloween: una giovane coppia di disillusi con lui che ama scopare e lei che non ama nulla tornano a casa dopo la parata cittadina, un padre di famiglia con qualche segreto di troppo incontra un giovane obeso con la passione dei dolciumi, un gruppo di ragazze alla ricerca di carne fresca fanno festa attorno ad un falò, 4 ragazzini in vena di tetre esplorazioni esplorano un vecchio bus precipitato in fondo a una cava e un bisbetico anziano deve fare i salati conti con i fantasmi del passato.

La vendetta di Halloween (2007)

Prima di scrivere e dirigere quel piccolo cult natalizio che è Krampus, il signor Dougherty aveva già tentato di fare lo stesso con la festa più americana che ci sia (ovvero Halloween) e, dando retta a pubblico e critica dei mini-festival, sembrava che la cosa gli fosse riuscita.

Ed è proprio per questo hype che si è venuto a creare attorno a questa pellicola low budget che io mi sono deciso ad una sua attenta visione e posso tranquillamente deliberare con ragionata sicurezza che Trick ‘r Treat, nonostante sia girato e scritto competentemente ed affondi felicemente il pedale del truculento in più di un’occasione, alla fine non è niente di che.

Voi guardatelo, non guardatelo… me ne frega cazzi.

VOTO:
3 falò

La vendetta di Halloween (2007) voto

Titolo originale: Trick ‘r Treat
Regia: Michael Dougherty
Anno: 2007
Durata: 82 minuti

Psyco (1960)

Marion Crane fa la segretaria di uno studio immobiliare di Phoenix e la sua vita non sembra riservarle grandi sorprese: una chiacchiera con la collega d’ufficio, qualche lurida avance dai facoltosi clienti dello studio e delle puntuali scopatine veloci durante la pausa pranzo con il fidanzato divorziato il quale ha una delle cose più belle della storia, una ferramenta.

Tutto bene insomma, se non fosse che la sua vita è una merda visto che è l’equivalente della servitù della gleba rapportata al 1959 e allora Marion dice <sai che c’è? fanculo tutti, mi frego 40 mila cucuzze dello studio e scappo via>.

Durante il tragitto nel deserto che dovrebbe condurla non si sa bene dove, Marion si ferma nel Bates Motel, un alberghetto fatiscente un po’ in rovina dopo che l’autostrada è stata spostata più lontano, e fa la conoscenza di Norman Bates, il mite e misterioso proprietario del motel più famoso della storia del cinema , il quale la invita per una cena a base di sandwich e latte.

Chi vivrà, vedrà.

Psyco (1960)

Fiumi d’inchiostro, di roba e di spade sono stati versati per questo film e cercherò quindi di non dilungarmi troppo sugli aspetti già dibattuti in abbondanza da gente più brava ed esperta di me.

Considerato da molti come il film più emozionante di Hitchcock, Psycho è sicuramente il più venduto, con un incasso di ben 50 milioni di dollari a fronte d’un investimento di poco meno d’uno.
L’incredibile successo che ha traghettato indenne questa pellicola a basso costo, girata in bianco e nero più per risparmiare che per evocare gotiche atmosfere, attraverso 5 decenni lo si deve un po’ alla storia che mista bene temi molto cari al pubblico medio casa e chiesa quali furto, morte, incesto, masturbazione e schizofrenia e  po’ alle puppe missilistiche della protagonista.

Le interpretazioni sono molto buone e risultano essere un po’ un punto di passaggio tra una recitazione classica da parte degli attori più stagionati ed una molto più sottile e naturale (nonostante l’evidente teatralità del tutto) da parte di quelli più giovini, tra i quali ovviamente spicca Anthony Perkins, spilungone allampanato che nella vita poteva fare solo due cose: il candelabro o Norman Bates.

Un film bello insomma, un film che va visto un po’ da tutti e che quindi non voglio rovinare lasciando più indizi di quanti non ne abbia già lasciati.
La cosa invece che risulta più interessante da dire è che la vedova del suddetto Anthony Perkins, un uomo che fino a 39 anni ebbe solo relazioni sessuali con uomini, è morta quando il suo aereo si è andato a schiantare sulla torre nord del World Trade Center l’undici settembre 2001.

Com’è piccolo il mondo.

VOTO:
4 Mohamed Atta

Psyco (1960) voto

Titolo originale: Psycho
Regia: Alfred Hitchcock
Anno: 1960
Durata: 109 minuti