Don’t F**k with Cats (2019)

3 mesi dopo la venuta al mondo del sottoscritto, nel lontano e freddo Canada vedeva la luce Eric Clinton Kirk Newman, figlio di un uomo schizofrenico e una madre disturbata.
Da questo roseo quadretto cosa volete che saltasse fuori?
Un serial killer, ovviamente.

E questo documentario narra proprio le vicende che hanno portato Eric Newman prima a cambiare legalmente nome in Luka Rocco Magnotta (ignorando chiaramente l’assonanza con il mitico abbruzzese Mario Magnotta) e poi a scendere in una spirale vertiginosa: tra visite dallo psicologo e ricerche patologiche dell’attenzione, tra vendite del proprio corpo gay online (per il mio pubblico frocio-psicopatico, che so essere numeroso, segnalo che girano anche i suoi filmati porno) a smembramenti di giovani gay cinesi.

Don't F**k with Cats (2020)

Ottimo documentario diviso in 3 parti (come va di moda da un po’ di tempo vista la presenza delle piattaforme digitali come Netflix e Amazon) che tutti quelli con una passione sfrenata per il giornalismo investigativo dovrebbero vedere…
…mi correggo: tutti quelli che amano il giornalismo investigativo e che hanno la “pelle spessa” (come dicono gl’inglesi) per non farsi scoppiare il fegato di fronte a un personaggio veramente assurdo come Luka.

Come in quell’altro mezzo capolavoro che è Three Identical Strangers, qui gli indizi vengono un po’ disseminati lungo il cammino narrativo per ottenere poi l’effetto wow una volta che tutti i tasselli cadono al loro posto; una scelta che rende avvincente come un film il bistrattato genere documentario.

Ma, a parte la pienezza dell’opera e la bravura e la tenacia degli investigatori del web che hanno contribuito alla cattura di Luka, la cosa più importante che il documentario lascia giustamente venire a galla è che questa non dovrebbe essere la storia di Luka Magnotta e del suo egocentrismo patologico, finalmente soddisfatto, ma dovrebbe essere invece lo spunto per una riflessione collettiva sul voyerismo umano (una delle protagoniste lo esplicita, guardando dritto negli occhi lo spettatore accusandolo di aver appena guardato un intero documentario su un serial killer) ed anche un modo per ricordare Jun Lin, la vittima finale della follia Magnottiana; un giovane ragazzo cinese che studiava ingegneria in Canada e la cui vita è stata ingiustamente spezzata per un paio di stupidi like.

Se cercate la bio di Luka Magnotta su Wikipedia, venite reindirizzati all’articolo “L’assassinio di Jun Lin”, perché QUESTO dovrebbe essere al centro di questa vicenda.
E anch’io ho deciso di dare il mio piccolo contributo verso quest’approccio evitando di usare immagini di Luka per la recensione e mettendo invece in risalto le sue vittime innocenti, per dare loro la giusta attenzione.

Il padre di Jun, Lin Diran, che si fece un bel viaggio dalla Cina per venire al processo di Luka, scrisse e fece leggere una dichiarazione pubblica che si concludeva con le seguenti parole:

Sono venuto per sapere cosa è successo a mio figlio quella notte e me ne vado senza una risposta completa.
Sono venuto per vedere il rimorso, per sentire uno “Scusate”,  e vado via senza niente.

Che la terra ti sia lieve, Jun.

VOTO:
4 Magnotta e mezzo

Don't F**k with Cats (2020) voto

Titolo esteso: Don’t F**k with Cats: Hunting an Internet Killer
Regia: Mark Lewis
Anno: 2019
Durata: 3 episodi da 1 ora

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Nel primo mediamente divertente capitolo prodotto dall’ebreo Jason Blum avevamo lasciato l’ebrea Tree Gelbman finalmente libera dal loop temporale che non le permetteva di fottere il suo mezz’ebreo neo ragazzo Carter Davis.

In questo mediamente più divertente capitolo troviamo il vietnamita Ryan Phan finire lui stesso nel loop temporale creato dall’esperimento quantistico messo in piedi da lui, dall’indiano Samar Ghosh e dall’imprecisata lesbica Dre Morgan i quali non solo hanno creato il loop temporale di cui sopra, ma riescono poi a spedire Tree in un universo parallelo nel quale sua madre non è morta, e dajece carico, ma il suo ragazzo Carter intinge il biscotto nel pertugio vaginale della svampita Danielle Bouseman (ashkenazi?).

Seguono gag comiche volte a divertire il pubblico pagante un film che con la scusa del multiverso ci parla in realtà di un mondo multiculturale.

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma questo Happy Death Day 2U (divertente anche il titolo) riesce lì dove il predecessore cascava come un cavaliere zoppo, ovvero nel prendersi in giro non solo nella forma, ma anche nella sostanza virando verso la semi-parodia/semi-satira del genere.

Emblematici a tal proposito l’esplicitazione dei rimandi a Back to the Future 2 (che la protagonista non ha visto, riecheggiando il probabile sentimento del pubblico di riferimento) e il demenziale finale post-crediti alla Marvel.

E’ il classico film che ti guardi con gli amici quando hai tra i 16 e i 22 anni, sei pieno di esuberanza adolescenziale, la vita sembra un’autostrada gestita finalmente dallo Stato  e la morte non ha ancora messo la sua mano gelida sui tuoi miseri testicoli.

VOTO:
4 autostrade

Ancora auguri per la tua morte (2019) voto

Titolo originale: Happy Death Day 2U
Regia: Christopher Landon
Anno: 2019
Durata: 100 minuti
Compralo: https://amzn.to/33fL7lu

Puppet Master – Il burattinaio (1989)

Nel 1939 un simpatico vecchio burattinaio impara a sue spese che non si deve mai e poi mai portare in vita un pupazzo dalle fattezze di Totò con una pergamena magica egiziana.

Tutt’al più lo si può usare come sollazzo anale mentre si guarda David Parenzo tentare di passare per giornalista vociferando frasi a caso molto velocemente facendole rimbombare nel suo naso da Shylock prima che qualcuno glielo tagli e glielo ficchi su per il culo.

Puppet Master - Il burattinaio (1989)
American History X!

Filmetto con 5 pupazzi assassini e un gruppetto di 5 psichici psicotici che ha tanto mordente quanto una vecchia pompinara senza dentiera.

Carini i piccoletti stronzetti con le loro specialità anche un po’ bizzarre (tipo la donnina che vomita sanguisughe) e per i fan delle tette, posso confermare che se ne vedono almeno 4.
Il resto è trascurabile.

VOTO:
2 Parenzo e mezzo

Puppet Master: il burattinaio (1989) voto

Titolo originale: Puppet Master
Regia: David Schmoeller
Anno: 1989
Durata: 90 minuti
Compralo : https://amzn.to/30vXSFo

Predator (1987)

Il maggiore Alan “Dutch” Schaefer e il suo drappello di fottuti agenti speciali americani vengono ingaggiati per una missione di salvataggio in territorio nemico (un innominato paese sudamericano… probabilmente uno dei tanti che gli USA vogliono sottomettere a colpi di colpi di stato).

Quello che i nostri prodi proci ignorano però è che il loro talento per la carneficina verrà usato per una mera questione di documentazione mancante (neanche lavorassero all’INPS) dispersa nel mezzo della stessa giungla che funge da perimetro da caccia per una razza aliena bastarda platealmente ispirata allo stereotipo dell’uomo nero con i dreadlocks.

Predator (1987)

Bel filmino d’azione con uomini molto muscolosi e molto frocinconsapevoli che vidi in fase pre-adolescenziale e che poi ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo.

La pellicola potrebbe essere riassunta con: molto sangue, molto onore ed un fantastico Arnold Schwarzenegger che lancia un notturno grido di guerra illuminato solo da una fiaccola.
Ma la cosa più sconvolgente invece è stato apprendere come il regista John McTiernan, alla guida di capisaldi come Die Hard e Last Action Hero, sia finito in disgrazia quando si fece un anno di prigione nel 2013 per aver assunto un investigatore privato al fine di registrare conversazioni compromettenti sia della sua ex moglie che del produttore del suo remake di Rollerball.
Un pasticciaccio degno di Via Merulana che l’ha portato a dichiarare bancarotta e vendersi il ranch in Wyoming.

E’ un attimo che si finisce con le pezze al culo.

VOTO:
4 personaggi scorrelati

Predator (1987) voto

Titolo di lavorazione: Alien Hunter
Regia: John McTiernan
Anno: 1987
Durata: 107 minuti

Auguri per la tua morte (2017)

Theresa “Tree” Gelbman è una studentessa universitaria un po’ stronza e un po’ zoccola, ma basta questa sua peccaminosa indole da parlamentare di Forza Italia per condannarla a morte?

Beh, secondo il suo malefico killer mascherato, questo basta e avanza… ma Tree avrà dalla sua una (unica) grandissima opportunità: rivivere a iosa il giorno della sua morte per tentare di smascherare il suo assassino, come in quel film anni ’80 con Bill Murray, fatto meglio e soprattutto senza una protagonista forzista.

E sbimmiti sbum:
contelli in panza, fracassi di cervella;
maschere d’oltranza, per questa birba di monella.

Auguri per la tua morte (2017)
le cene ad Arcoreee !

Gli spaventi sono tanti, milioni di milioni,
ma ce ne fosse uno che sazia i miei languori;
se tu ti vuoi un po’ bene, non farti infinocchiare,
i film pe’ adolescenti non farteli servire.

VOTO:
3 birbe (dei puffi)

Auguri per la tua morte (2017) voto

Titolo originale: Happy Death Day
Regia: Christopher Landon
Anno: 2017
Durata: 96 minuti

Hereditary: Le radici del male (2018)

Una famiglia borghese buona solo per sacrifici populisti incontra il suo (in)fausto destino per mano di Paimon, mitologico spirito diabolico al servizio di Lucifero, il quale non vede l’ora di poter prendere carne tramite il classico sacrificio rituale con donne di mezz’età sfatte e uomini col cazzo piccolo (ma che dico piccolo, piccolissimo), tutti bellamente nudi in mezzo a un mare di candele manco fosse la stanza di un adolescente la fatidica sera che deve perdere la verginità.

Soffi di vento gelido, minacciose ombre in angoli bui e scontri familiari al desco del desinare precederanno quello che è un finale un po’ scontato, ma comunque godibile.

Hereditary: Le radici del male (2018)

Riuscito esordio per un giovane autore di spaventi americani che, con le dovute aperture mentali, riesce a funzionare perfettamente anche in un contesto culturale che non sia quello a stelle e strisce e che quindi non abbia l’atavica fobia puritana per le streghe e i micro cazzi.

Spendendo due lire e utilizzando al meglio una bella casa vittoriana, si è riusciti a dare ampio spazio ai silenzi e all’immaginazione dello spettatore che si ritrova a completare il puzzle narrativo esattamente come è richiamato a completare il puzzle visivo d’inquadrature scure dentro le quali serpeggiano mostruose diafane apparizioni.

Un horror che spezza le convenzioni contemporanee degli spaventi crassi e rumorosi tanto amati da chi, frustrato da una vita d’obbediente servo del sistema, cerca disperatamente d’animare la sua misera giornata con film rumorosi e una sessualità fintamente biricchina rivelatrice solo di una profonda inadeguatezza verso sé stessi prima ancora che verso il prossimo.

Consigliato, anche se meno bello del capolavoro che alcuni dicono sia.

VOTO:
4 biricchine

Hereditary: Le radici del male (2018) voto

Titolo originale: Hereditary
Regia: Ari Aster
Anno: 2018
Durata: 127 minuti

ParaNorman (2012)

Norman Babcock è un undicenne di una piccola cittadina del Massachusetts che solo un paio di secoli prima era pregna di ottusi cristiani assetati di integralismo religioso come una cagna rognosa della provincia di Bergamo bassa.

Norman non solo è ad un passo dall’affrontare uno dei momenti più difficili di un essere umano, l’adolescenza, ma è anche guardato male dai suoi concittadini perché considerato strambo e bugiardo.
Il motivo?
Dice di poter parlare con i morti.

Il suo bel momento di rivalsa arriverà quando la strega locale scatenerà l’inferno in terra per vendicarsi dell’ottusità cristiana degli integralisti fondatori di questa piccola cittadina del Massachusetts che la mandarono due secoli prima alla forca come una cagna della provincia di Bergamo bassa.

ParaNorman (2012)

Godibilissimo film d’animazione a passo uno dai risvolti moralistici apprezzabili che può essere visto sia da un pubblico giovane che da uno più maturo lasciando ad ogni fascia d’età la sua dose di messaggi costruttivi.

Certo, il ribaltamento dei personaggi buoni e cattivi è ormai all’ordine del giorno nelle storie scritte con le mani invece che coi piedi e non sorprende certo lo spettatore più attento e acculturato, ma sicuramente ripetere certi concetti base quali il relativismo è cosa buona e giusta.

VOTO:
4 piedi

ParaNorman (2012) voto

Titolo greco: ParaNorman, mia metafysiki istoria
Regia: Chris Butler, Sam Fell
Anno: 2012
Durata: 92 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Link (1986)

La giovane universitaria Jane Chase chiede di fare d’assistente al professor Steven Phillip, un antropologo-zoofilo-zoopederasta che tiene segregate nel suo bel castelletto sul mare 3 scimmie dall’animo alquanto incazzoso.

Questo perché sta conducendo importantissimi esperimenti sul livello di comprensione scimmiesca e le differenze tra la nostra civiltà e il loro modo di stare al mondo, e quando dico “importantissimi” intendo che non hanno alcun valore se non quello d’appagare il suo senso di frustrazione per essere uno scapolo canuto-andante che non ha meglio da fare se non spippettare le sue scimmiette per riempirle subito dopo di mazzate.

Arrivata in questa villona a due piani nel mezzo della desolata campagna inglese (scozzese?), Jane farà appena in tempo a mostrare la fica a Link, il più anziano e più violento dei 3 primati, prima di scoprire quanto all’università è meglio farsi i cazzi propri.

Link (1986)

Cercavo questo film da quando, molto meno che adolescente, scrutavo la sua stramba copertina nella videoteca vicino casa.
La videoteca era quel negozio dove, prima che Borghezio evolvesse in homo sapiens, si andavano a noleggiare i film su formato VHS ad un cifra che poteva variare tra le 4 e i 8 mila lire, questo però solo dopo aver sottoscritto la tessera annuale che costava tra le 50 e le 100 mila lire.
Poi è venuto internet, il download selvaggio,  lo streaming e di colpo tutto quel magico mondo fatto d’incompetenti arricchitisi alle spalle d’ignari bambini è scomparso come lacrime nella pioggia.

Tornando a noi: la faccia sghignazzante di Link vestito da maggiordomo inglese mentre accende un fiammifero mi aveva sempre incuriosito; non in misura sufficiente da noleggiare il film, ma abbastanza da tormentare le mie ricerca sul web per i successivi 20 anni.
E alla fine l’ho trovato, l’ho visto e devo dire che non è niente male; anzi, tutt’altro: è un ottimo film a basso costo con alcune pregevoli sequenze dall’occhio raffinato e popolato da scimmie ben addestrate che riescono, quando non sono sostituite per ragioni di praticità da un nano coperto con una pelliccia, a farti credere che un orangotango possa sollevare un furgoncino della Ford.

Mica cazzi, Franco Micalizzi.

VOTO:
3 furgoncini e mezzo

Link (1986) voto

Titolo messicano: Link, el sanguinario
Regia: Richard Franklin
Anno: 1986
Durata: 103 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

1922 (2017)

Wilfred James è un umile contadino del profondo midwest americano.

Moglie, figlio e due vacche gli fanno da compari di vita e tutto sembra procedere alla solita maniera (di merda) fino a quando la prima non si mette in testa di mollare quella triste vita bucolica, vendere il terreno che il padre le aveva lasciato in dote e aprire un negozietto di vestiti nella città di Omaha, Nebraska, un posto del cazzo che però sembra il paradiso quando vivi in mezzo al nulla circondato da campi di pannocchie a perdita d’occhio.

Wilfred non la prende molto bene e, falliti i tentativi di far desistere la donna dalla sua fuga per la libertà, escogita un bel piano per tagliare il problema alla radice coinvolgendo il figlio in un casino che non te lo sto neanche a raccontare.

1922 (2017)

Interessante film televisivo (Netflix) che si propone allo spettatore in un’ottima veste fotografica che nulla ha da invidiare a prodotti cinematografici più blasonati.

Certo, la sua origine di novella stephenkinghiana influisce molto sulla possibilità di una sua positiva durata da lungometraggio ed infatti si potrebbe avvertire in più punti, durante la visione, la necessità di una sforbiciata di qualche secondo che invece viene devoluto a silenzi e immagini suggestive (che comunque non fa mai male e anzi aiutano il film a spiccare nel reparto tecnico); d’altro canto stiamo proprio cercando il pelo nell’uovo in qualcosa che è lì pronta per regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento.

VOTO:
3 qualcosa pronta a regalarci un’ora e mezza di buon intrattenimento

Titolo per dislessici: millenovecentonovantadue
Regia: Zak Hilditch
Anno: 2017
Durata: 102 minuti