Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

Quando andavo alle scuole medie studiai (come tutti voi) il medioevo e il sistema feudale, quei tempi cosiddetti “bui”.
Una delle cose che mi rimase impressa fu la figura del contadino: trattato con disprezzo e vilipeso dal potente di turno, veniva spesso venduto coi terreni da lui coltivati, neanche fosse un bue da traino, un oggetto.
Il “mezzadro” era un contadino che, sebbene libero giuridicamente, viveva in una sorta di schiavitù economica e sociale; non avendo terreni da coltivare e non potendosi permettere l’acquisto degli stessi, ripiegava nel coltivare i terreni dei latifondisti, ricchi proprietari terrieri che avevano l’esigenza di non mandare in malora i loro campi e allo stesso tempo non si sognavano di prendere in mano la zappa.
Succedeva allora che i poveri contadini coltivassero la terra del ricco godendone dei frutti solo in parte dovendo dividere a metà con esso il raccolto (da cui “mezzadria”).
Quest’orrenda forma di schiavitù fu definitivamente abolita in Italia nel 1974; in India succede ancora oggi.

Oggi in Italia si parla molto del rapimento di due italiani (Claudio Colangelo e Paolo Bosusco) da parte dei Naxaliti, ribelli Maoisti dell’India.
Il movimento Naxalita deve il suo nome al villaggio Naxalbari nel Bengala occidentale (stato indiano del nord est la cui capitale è Calcutta), un villaggio dove nel 1967 ci fu una rivolta di poveri contadini che lavoravano a mezzadria i terreni dei ricchi latifondisti.
La rivolta fu repressa nel sangue, la polizia uccise 9 adulti e due bambini, e quest’episodio fu la scintilla che diede vita a tanti altri movimenti spontanei di povera gente che chiedeva solamente condizioni di vita dignitose.
Nell’arco di 10 anni le rivolte arrivarono ai cuori dei giovani studenti di Calcutta (la capitale intellettuale dell’India) e molti, già fascinati dalle idee di Lenin e Marx, presero le armi e iniziarono la lotta armata a fianco dei più deboli; una sorta di Brigate Rosse in salsa bucolica.
Tra varie scissioni, violente repressioni della polizia, tradimenti e ricongiunzioni, il movimento Naxalita è arrivato fino ai giorni nostri e un suo gruppo armato ha sequestrato in Orissa (altro stato indiano del nord est) i due italiani di cui sopra sperando in una contropartita, la liberazione di alcuni loro compagni da parte del governo indiano.

Ora, il film che voglio recensire è stato girato nel 1998 da Govin Nihalani (un regista indiano ormai settantenne e non più in attività) e narra la presa di coscienza politica di Dibyanath Chatterji, madre di Brati Chatterji, uno studente di vent’anni che abbraccia l’ideologia naxalita e si dà alla lotta armata all’insaputa della famiglia.
Una triste notte la donna è chiamata a riconoscere il cadavere numero 1084; è suo figlio, ucciso violentemente insieme ad altri 3 compagni.
La madre è una ricca moglie che vive agiatamente in una casa di Calcutta, maltrattata da un marito fedifrago e con dei figli troppo impegnati nel loro personale successo lavorativo e sociale per ascoltarla; la donna trova quindi in Brati un amico oltre che un figlio. Il ragazzo, mosso da ideologie socialiste e comuniste, crede nell’importanza dei rapporti umani e si trattiene spesso in conversazioni con la madre, a volte cercando di spiegare lei le ingiustizie della società indiana, con poco successo.

L’improvvisa morte del ragazzo lascia perciò un vuoto enorme in lei e così Dibyanath decide di informarsi sul perché della sua fine, chi fossero le persone che frequentava e cosa aveva spinto lui e altri giovani figli di buone famiglia a lasciare tutto per mettersi al fianco dei servi.

Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

La madre del numero 1084 è un bel film.

Classico nell’esecuzione e senza sperimentalismi di sorta, questa è una storia importante con un fardello non da poco: in India è infatti molto difficile parlare in un film di temi politici così apertamente, specialmente se si simpatizza per un gruppo ritenuto terrorista dal governo e i cui membri possono essere uccisi senza troppi convenevoli da una polizia coperta anche da buona parte dell’opinione pubblica.

Il regista ha adattato per lo schermo un romanzo di Mahasweta Devi e ne ha tratto un’opera lunga (2 ore e passa), ma mai noiosa.
Le interpretazioni delle donne (la madre e la ragazza naxalita di Brati) sono eccezionali e la gentilezza data al giovane rivoluzionario, anche se funzionale ad una celebrazione di certi ideali, non risulta forzata, ma anzi perfettamente in linea con quegli stessi ideali di giustizia, fratellanza e amore del prossimo che hanno mosso una generazione di studenti (e non) spazzati via dalla gretta ignoranza di un’India non ancora pronta alla fine del medioevo.

Titolo tradotto: La madre del 1084
Titolo inglese: The Mother of 1084
Regia: Govind Nihalani
Anno: 1998
Durata: 186 minuti

Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Un giorno senza messicani (2004)

Che succederebbe in California se improvvisamente sparissero tutti i messicani che, regolarmente o irregolarmente, sono venuti a spazzolare i cessi degli americani prima di servire loro un bel taco caldo?

Boh… ma a noi, diciamo la verità, ce ne frega un cazzo?

Un giorno senza messicani (2004)

In questo finto documentario/cacata/spot promozionale del governo messicano che francamente si può evitare come uno eviterebbe un calcio sui coglioni, si ricostruisce (tramite l’abbondante uso di attori cani bastardi e una fotografia da far sembrare bravi i DOP italiani) le fantastiche vicende di un giorno durante il quale tutti i messicani scompaiono misteriosamente dal suolo californiano mentre una nebbia rosa circonda lo stato americano col più alto tasso di Harvey Weinstein.

Se non fosse per la retorica spinta a forza come un foie gras, se non fosse per le miserevoli ricostruzioni stile Ultimo Minuto, si potrebbe puntare un accusatorio dito sull’ironico quanto patetico razzismo della pellicola stessa che decide di far sparire solo i messicani “puri”, cioè quelli con entrambi i genitori messicani, lasciando in pace quelli nati da coppie miste… roba che manco Joseph Goebbels dio cristo.

Un film dimmerda insomma che non mi sento di salvare neanche per quel briciolo d’intento socio-politico che si risolve dopo 5 minuti nella dentiera di un messicano lasciata in un bicchiere al bagno.

VOTO:
2 messicani

Un giorno senza messicani (2004) voto

Titolo originale: A Day Without a Mexican
Regia: Sergio Arau
Anno: 2004
Durata: 100 minuti
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Ave, Cesare! (2016)

Storia parecchio ingarbugliata di un produttore hollywoodiano dell’epoca d’oro degli studios che non riesce a rinunciare alla sua folle vita piena zeppa di personaggi eccentrici, sessualmente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro controparti filmiche per farsi quindi assumere alla Lockheed e ritrovarsi circondato da personaggi meschini, politicamente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro maschere pubbliche di perbenismo sociale.

Nel mezzo c’è un famoso attore che viene rapito da un gruppo di studio comunista composto da parecchi sceneggiatori cinematografici mentre sta girando un film su un legionario romano folgorato dalla figura del Cristo, film nel quale sono state inserite pillole subliminali da sceneggiatori sovversivi per convertire il popolo americano alla causa rivoluzionaria contro lo stato borghese.

Ave, Cesare! (2016)

Come al solito la fragranza narrativa scorre forte nelle vene dei fratelli Coen come pure la dovizia tecnica e la recitazione sopra le righe che contraddistinguono un po’ tutta la loro cinematografia più comica.

D’altra parte si respira in più punti la superficialità di un’opera che strizza l’occhio ad argomenti anche interessanti tipo i possibili protagonisti del maccartismo che si muovevano nei retroscena del carrozzone filmico americano dell’epoca mentre una sfatta umanità di fatti ripuliti alla bell’e meglio si muoveva nell’interiora dello stato borghese.

VOTO:
3 Pravda e mezzo

Ave, Cesare! (2016) voto

Titolo originale: Hail, Caesar!
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Anno: 2016
Durata: 106 minuti
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War Machine (2017)

Ascesa e caduta del fittizio generale Glen McMahon, un militare bono de core che viene messo a capo delle operazioni in Afghanistan nonostante (o forse proprio per) un grave ritardo intellettivo che lo porta a parlare e agire secondo il cuore da infante che suo malgrado ha.

Dopo un roboante giro di carrozza per lui e il suo affiatato team di militari stronzi sbronzi, Glen verrà metaforicamente scaraventato fuori dalla finestra per far spazio al prossimo capro da sgozzare in cima alla torre sacrificale facendo scorrere litri e litri del suo sangue da leccare forsennatamente gradino per gradino senza rendersi conto dell’orgiastica masnada di simpatici pervertiti che si masturbano a bordo campo.

War Machine (2017)

Filmetto programmatico nel suo intento derisorio dell’apparato politico-militare americano che, nonostante i buoni intenti, rompe il cazzo dopo neanche una mezz’oretta.

La recitazione di Brad Pitt è oltre il limite del ridicolo come pure quella degli altri, eccezion fatta per Lakeith Stanfield che avevo apprezzato già in Get Out.

Se ne può fare a meno, davvero.

VOTO:
3 meno

War Machine (2017) voto

Titolo originale: War Machine
Regia: David Michôd
Anno: 2017
Durata: 122 minuti

Society – The Horror (1989)

Billy è ricco e vive a Beverly Hills, ma questo non gli impedisce di provare un continuo disagio interiore che lo porta a sentirsi diverso da quelli che lo circondano: padre, madre, sorella, amici e compagni di scuola sembrano come appartenere a un qualcosa di sinistro da cui Billy sente il bisogno di difendersi.

Diviso tra il sospetto d’essere matto e quello che i matti siano tutti gli altri, il giovine abbiente scivolerà rapidamente nello scarico di un lurido lavandino nel quale c’hanno vomitato, cacato e pisciato in parecchi.

Society - The Horror (1989)

Insospettabile tripudio politico per questo film di serie B (z?) pululante situazioni e recitazioni un po’ paradossali e però perfettamente in linea con lo spirito libero e scardinatore dei freni societari che pervade tutta la pellicola.

Gli effetti speciali sono molto anni ’80 e molto godibili e sicuramente rivestono un ruolo primario nella scalata verso l’invettiva vetta rappresentata da un finale assolutamente imprevedibile e di cui non rivelerò una virgola per non rovinarvi la meravigliosa sorpresa; il resto della baracca fatica un pochino, ma glielo si perdona vista la geniale trovata narrativa.

Consigliato a tutti quelli che amano in egual misura il gore e la politica; sconsigliato agli stupidi.

VOTO:
3 vette e mezzo

Society - The Horror (1989) voto

Titolo originale: Society
Regia: Brian Yuzna
Anno: 1989
Durata: 99 minuti

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

E’ la prima guerra mondiale, la Prussia combatte la Francia e se senti un FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

hai solo 3 secondi prima che una bomba di dilani le budella e faccia di te l’ennesima casualità di un evento talmente assurdo e disumano che io dico BOH.

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

Lunghissimo film televisivo tratto dall’omonimo libro anti-militarista e pernicioso calcio in bocca per chiunque si metta di buona lena a vedere cotanta roba ammucchiata una sopra l’altra senza un chiaro senso fino a che questa montagna di cianfrusaglie non può che rovinare sui malcapitati che cercavano di metterci ordine.

La cosa che più rimane impressa e che da sola vale forse la scarpinata visiva è la scena con le francesine che mangiano golose del pessimo formaggio tenuto dentro dei germanici stivali puzzolenti.

VOTO:
2 montagne e mezza

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979) voto

Titolo originale: All Quiet on the Western Front
Regia: Delbert Mann
Anno: 1979
Durata: 150 minuti

Lo chiameremo Andrea (1972)

Due maestri elementari sono prossimamente circondati da ragazzini e ragazzine mentre un cementificio piazzato furbescamente a 200 metri dalla scuola circonda tutti quanti (leggermente meno prossimamente e molto più subdolamente) con orrende e malsane polveri sottili.

Dopo ripetuti e fallimentari tentativi di riproduzione anfigonica, Paolo e Maria vanno a fare accertamenti da un professorone svizzero scoprendo quello che la Chiesa Cattolica va dicendo da sempre, e cioè che quando c’è un problema è sempre colpa della donna, serpe.

Lo chiameremo Andrea (1972)

Interessante commedia dai risvolti semi-politici e semi-sociali che, seppur mantenendosi su livelli ampiamente superficiali di critica, riesce in più di un’occasione a strappare un sorriso amaro come da migliore tradizione di commedia all’italiana.

L’inespressività ribollente di Nino Manfredi è uno dei punti forte del film come d’altra parte la sua rassegnazione intellettuale di fronte alla silenziosa valanga degli eventi socio-politici dell’epoca; se a questo affianchiamo la tenace semi-ottusità di una Mariangela Melato in piena fase ovulatoria, ecco allora che anche due vecchi come De Sica e Zavattini portano a casa una pellicola non indispensabile, ma pregevole.

VOTO:
3 ovuli e mezzo

Lo chiameremo Andrea (1972) voto

Titolo inglese: We’ll Call Him Andrew
Regia: Vittorio De Sica
Anno: 1972
Durata: 104 minuti

Scappa – Get Out (2017)

Chris Washington è un fotografo nero coi controcazzi fidanzato con Rose Armitage, una ragazza prugnetta secca bianca che vuole introdurlo alla sua famiglia di prugne secche bianche che abitano in una grande casa coloniale immersa nel verde americano serviti e riveriti come sono da una cuoca e un giardiniere neri manco fosse Via col vento.

Chris parte quindi alla volta dell’incontro di culture con il fardello della consapevolezza d’essere assieme ad una ragazza che gioca alla coppia mista e i suoi tentennanti timori si riveleranno presto essere fondati quando tutte le sue paure verranno non solo confermate, ma moltiplicate in un caleidoscopico florilegio di situazioni politicamente (s)corrette.

Scappa - Get Out (2017)

Straordinaria commedia nera, sia nei toni che per il punto di vista assunto e cioè quello della minoranza più ingombrante degli Stati Uniti; una massa di donne e uomini che, liberatisi dalle catene degli oppressori dopo secoli di ingiustizie, si ritrovano ora imbrigliati dentro un sistematico déjà vu cognitivo che prima li vedeva come carne da macello e ora come carne d’aperitivo liberale.

Chiaramente reminiscente di classiconi come The Stepford Wives e sempre in bilico tra commedia e critica sociale, questa piccola grande perla cinematografica ha giustamente sbancato i botteghini con una semplicità e allo stesso tempo una profondità di contenuti da far invidia ai migliori commentatori politici i quali ancora fanno distinzione tra una frustata sulla schiena e una carezza paternalista.

VOTO:
5 fruste

Scappa - Get Out (2017) voto

Titolo originale: Get Out
Regia: Jordan Peele
Anno: 2017
Durata: 104 minuti

Essi vivono (1988)

John Nada è un poveraccio disoccupato che arriva a Los Angeles con lo zaino in spalla e le pive nel sacco.
Accertata l’impossibilità di trovare un lavoro onesto presso i Job Centers e assunto quindi in nero presso un cantiere edile per 2 lire pagate a 7 giorni, John viene invitato a dormire presso una piccola comunità di diseredati senzatetto come lui, un nutrito drappello di umanità sbronza di televisione generalista e sfruttamento istituzionalizzato che sopravvive ai margini dei grattacieli dove vivono i potenti della Terra.
Nonostante tutto questo però, John Nada crede ancora nel sogno americano e che, messe in atto le dovute giuste motivazioni, verrà il momento di rivalsa anche lui, povero cristo in croce.

A fargli cambiare idea ci penserà un manipolo di ribelli scienziati i quali hanno fortuitamente trovato il mistero di pulcinella dietro le disuguaglianze sociali: gli alieni controllano la Terra camuffandosi in mezzo a noi grazie a delle onde radio-televisive che inducono gli umani in una sorta di trance consumista attraverso la quale riescono a soggiogare il mondo intero alimentando una guerra tra poveri alla fine della quale gli unici vincitori risultano loro.

Riuscirà il manovale Nada a tirare la tendina della doccia dietro la quale i burattinai capitalisti si lavano beatamente il culo con le lacrime di interi popoli e provocare quindi l’insurrezione armata di quest’ultimi?

Essi vivono (1988)

Splendido film anni ’80 che riesce a fondere mirabilmente leggerezza narrativa e critica sociale facendo lievitare un piacevole pastrocchio cinematografico dentro il quale trovano armoniosamente posto distopie anni ’50 e scazzottate da wrestling americano nei vicoletti zozzi delle metropoli dove i perdenti di questo maledetto gioco del cane-mangia-cane vanno a bucarsi in mezzo alle dita dei piedi prima di morire nel loro stesso vomito.

La semplicità con cui Carpenter evidenzia l’ipocrisia e l’ingiustizia di un mondo diviso e fortemente piramidale come il nostro trova felice complicità nella linearità narrativa di una storia, certamente dicotomica nella contrapposizione bene-male, ma infinitamente matura in un finale aperto che lascia lo spettatore decidere cosa fare del proprio futuro.

VOTO:
4 Ted Turner e mezzo

Essi vivono (1988) voto

Titolo originale: They Live
Regia: John Carpenter
Anno: 1988
Durata: 94 minuti

Una vita difficile (1961)

C’è la seconda guerra mondiale e i popoli italici si dividono tra chi parteggia per i fasci e chi fa il partigiano.

Silvio Magnozzi, partigiano romano un po’ sbruffone alla macchia in quel di Como, trova rifugio per svariati mesi in un vecchio mulino assieme alla giovane figlia dei padroni fino a che, avvistati alcuni suoi compagni di lotta armata, abbandona la sverginata in piena notte lasciandosi dietro un mare di promesse di vita assieme.

Finita la guerra, Silvio diventa giornalista di un quotidiano comunista ma presto cominciano a farsi vivi i sentori di una risacca perbenista e arrivista, meschina ed egoista, miope e sopraffattrice che non risparmierà nessuno: dai porci capitalisti ai voltagabbana di sinistra, dai polverosi monarchici ai cittadini comuni senza arte né parte, i popoli italici saranno nuovamente e miseramente uniti dalla loro incontenibile voglia di conformismo nella vana ricerca di riempire il loro atavico vuoto d’amore e voglia d’amare che pure tanto ha prodotto nel campo artistico.

Una vita difficile (1961)

La questione fondamentale che pone questo capolavoro assoluto della commedia all’italiana è tanto semplice quanto apparentamente irrisolvibile se affrontato con quell’impunita volontà di avere la botte piena e la moglie ubriaca: si può vivere felici in questa società di mediocri mantenendo fede ai propri ideali?

Silvio è un comunista idealista che non riesce, anche forse per una mente un po’ fanciullesca, a piegare la propria coscienza per farla passare attraverso le force caudine di una repubblica, quale quella italiana, fondata sull’ecumenismo politico secondo il quale i duri e i puri sono considerati degli stronzi più dai cosiddetti “amici” che da quelli seduti dall’altra parte.

L’eterna lotta intestina di un uomo che si vede continuamente superato da chi decide di mettersi al servizio del potente di turno, poco importa di quale schieramento politico, perché l’individualismo e il libero pensiero viene schifato dagli animali gregari come l’essere umano, è molto sconfortante per chi, tipo il sottoscritto, si rispecchia molto nella figura del povero Magnozzi il quale, con tutti gli errori e le stupidaggini compiute, resta a mio modesto avviso uno degli esempi massimi della bellezza degli umani, gli unici animali che possono morire per un’idea.

VOTO:
5 esseri umani

Una vita difficile (1961) voto

Titolo inglese: A Difficult Life
Regia: Dino Risi
Anno: 1961
Durata: 118 minuti

Il resto di niente (2004)

Vita morte e miracoli della nobildonna Eleonora Pimentel Fonseca sullo sfondo di una Napoli spazzata da un’onda rivoluzionaria giacobina e una risacca sopraggiunta dopo pochi mesi di Repubblica Napoletana che ha portato all’impiccaggione, senza mutande, della stessa.

Perché va bene essere illuministe e pensare al bene comune, ma la dignità nobiliare non te la levi mica con due chiacchere al caffé letterario.

Il resto di niente (2004)

Film in costume dal piacevolissimo gusto moderno e pervaso da una contemporaneità artistica al limite dello sperimentalismo di cui ora purtroppo ricordo solo, per una forte intossicazione alcolica, il terribile accento della brava protagonista mentre cercava di parlare napoletano.

VOTO:
4 alcolizzati

Il resto di niente (2004) voto

Titolo originale: Il resto di niente
Regia: Antonietta de Lillo
Anno: 2004
Durata: 103 minuti