Il delitto Matteotti (1973)

Il 30 maggio 1924 il deputato Socialista Giacomo Matteotti venne sequestrato ed ucciso da una banda fascista sotto mandato del presidente del consiglio Benito Mussolini.

Dopo depistaggi, scaricabarile, insurrezioni popolari e la fuga sull’Aventino di quasi tutto il resto delle forze politiche, il regime, invece di cedere, strinse ancora di più le corde reprimendo con le manganellate le proteste, silenziando la libertà di stampa e chiudendo il Parlamento, avviando così l’Italia, con la silenziosa complicità della famiglia regnante Savoia, verso la disastrosa dittatura fascista.

Il delitto Matteotti (1973)

Film di ricostruzione storica in puro stile anni ’60 e ’70 del secolo scorso con un sapore da inchiesta giornalistica tipo Chi l’ha visto.

Non è un capolavoro ed in alcuni punti perde leggermente mordente anche se comunque rimane un ottimo calcio in faccia alle spinte fascistoidi che a moti ondosi bagnano i nostri lettini democratici dove è il popolo a comandare, in bocca e sulle gengive alla classe borghese.

In bocca.
Sulle gengive.

VOTO:
3 bocche

Il delitto Matteotti (1973) voto

Titolo inglese: The Assassination of Matteotti
Regia: Florestano Vancini
Durata: 2 ore
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Impeachment: American Crime Story (2021)

Monica Lewinsky era 22enne quando venne presa a fare un tirocinio alla Casa Bianca durante la presidenza Clinton e tutto pensava meno che potesse finire ripetutamente ginocchia a terra a sbocchinare il sassofonista Bill per poi farsi venire sulla giacchetta.

Tutto pensava meno che.

Bill Clinton invece era già famoso all’epoca per essere un donnaiolo stupratore con già un paio di accuse ufficiali a suo carico dalle quali era scappato come un coniglio parandosi dietro quella fogna del sistema giudiziario americano e famoso ancora lo sarà in seguito quando verrà fuori che era tra gli assidui frequentatori dell’isola delle prostitute minorenni di Jeffrey Epstein, uno di quelli che quando finisce in prigione viene poi trovato morto impiccato sì, ma col culo a terra.

Bill invece impiccato non c’è finito mai, ma tempo ce n’ è ancora e la speranza è l’ultima a morire.

Impeachment: American Crime Story (2021)

Rievocazione liberale che tenta in tutte le maniere di minimizzare il comportamento criminale del presidente col cazzo deviato facendo passare questi abusi come gesti d’amore incontrollabili, mentre dall’altra parte dipinge una First Lady all’oscuro di tutto e che mantiene grandissima dignità di fronte all’improvvisa scoperta che suo marito è un porco lumacone.

La serie è principalmente interessante per la veemenza con la quale dipinge una Monica completamente idiota e per come riesce a svicolare su tutto ciò che incrimina i piani alti mentre schiaccia sotto ridicole caricature i maschi di basso rango sociale (tipo il marito di Paula Jones).
Tenta quindi di fingersi un’opera femminista mentre in realtà è lampante la sua carica eversiva contro l’imminente rivoluzione socialista che prenderà per i capelli questi figli di puttana per portarli in pubblica piazza e, spogliati di tutti i loro averi, verranno gettati in pasto a cani furibondi mentre la folla griderà al Sol dell’Avvenire.

VOTO:
2 cani

Impeachment: American Crime Story (2021) voto

Titolo originale: Impeachment: American Crime Story
Durata: 10 episodi da 1 ora
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Cane bianco (1982)

L’aspirante attrice Julie Sawyer ha delle microtette che spera possano servirle da grimaldello per entrare nel fantastico mondo del cinema, ma purtroppo le manca quella cosa chiamata talento.

In compenso riesce ad investire un grande cane bianco di cui ben presto microtette Sawyer si fida ciecamente (come del suo ginecologo) ed intende perciò tenerlo in casa come suo amante; e però niente, pure qui una delusione perché si scopre che l’animale è razzista e attacca le persone nere per staccare loro la giugulare.
L’unico in grado di ricondizionare il cane sembra essere un domatore circense nero con una passione felina per gli hamburger, ma siamo sicuri riuscirà nell’impresa senza perdere la verginità?

Cane bianco (1982)

Purtroppo la stessa persona che fece quell’interessantissimo bel film chiamato Shock Corridor è anche la stessa che ha vomitato questa cacata fredda sul marciapiede dietro la Conad.

Sì, cacata perché nonostante il chiaro intento anti-razzista, il film è un concentrato di spinte reazionarie che neanche Italia Viva del giullare di Rignano:
-il ragazzo di microtette le dice di tenere il cane per autodifesa e la sera stessa uno “stupratore” le imbocca in casa per suggere il suo nettare.
-chi ha educato il cane ad essere razzista è un dignitosissimo vecchio poveraccio che vive in roulotte, ma è povero quindi stupido quindi razzista.
– il razzismo è come un’infezione e non può essere curata.

Non tutti sanno che:
– il film doveva essere girato da Roman Polanski, ma poco prima dell’inizio delle riprese il nostro caro Roman fu accusato di stupro di minorenne e scappò come un coniglio in Francia protetto dai suoi amici pedofili mangia rane.
– il film è stato praticamente bandito in madrepatria per il suo contenuto altamente controverso ed è rimasto una sorta di underground classic cult per tantissimi anni fino ad un recente restauro e riscoperta.
– il film è tratto dall’omonima novella autobiografica di Romain Gary che una volta sfidò Clint Eastwood a duello dopo aver scoperto che si ciulava sua moglie.
– il giullare di Rignano è Matteo Renzi.

VOTO:
2 giullari

Cane bianco (1982) voto

Titolo originale: White Dog
Regia: Samuel Fuller
Durata: 1 ora e 30 minuti
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Shin Godzilla (2016)

Viene ritrovata una misteriosa barca alla deriva nel mar giapponese e quindi tutti si chiedono chi vincerà quest’anno il campionato.

Appurato che non si muove foglie che Dio non voglia, i dubbi sulla misteriosa barca alla deriva nel mar giapponese verranno fugati quando fuoco, fumo e onde giganti si presenteranno nella baia di Tokyo; un breve preludio a quello che sarà l’antagonista allucinato di questa pellicola: Godzilla, un mostro mutante alto 50 metri che sputa fuoco ed emette potentissimi raggi fotonici dalle creste.

A separare questa gigantesca catastrofe dalla popolazione civile ci penserà maldestramente l’apparato burocratico ed ipervertista del paese del sol levante nonché le forze di autodifesa che mitraglieranno la pelle corazzata del mostro con proiettili piccolissimi, forse sperando in una perforazione ad iniezione.

Alla fine fortunatamente a salvare baracca e burattini ci penseranno i puntualissimi treni sparati a manetta contro la belva feroce.

Shin Godzilla (2016)

Reboot del famoso primo capitolo della saga del kaiju più famoso della storia che ammoderna le paure giapponesi con l’accostamento al disastro di Fukushima e agli tsunami, senza però tralasciare l’accenno critico alla bomba atomica (genitrice del Godzilla originale) .

Allora, parliamoci chiaro: il film è piuttosto noioso e fa un uso spaventoso di location e personaggi lasciando lo spettatore sempre più frastornato ed impigrito ad ogni minuto che passa.

L’intento è chiaro fosse quello di criticare il verticismo nipponico e la conseguente ingessatura di fronte ai disastri naturali, la lentezza e l’indecisione della risposta da dare per evitare il più possibile le morti tra i civili, e quindi le apparizioni del mostro ed i suoi combattimenti in città sono centellinati mentre interminabili sono le riunioni di gabinetto e le conferenze di qualunque ente pubblico coinvolto nelle operazioni, dal consiglio dei ministri al gruppo di ricerca biologico passando per tutti i capostazioni della prefettura.
Però dio caro, ci sono talmente tanti dibattiti che volevo tagliami le vene.

Per vostra fortuna alla fine ho desistito e rimandato ad un momento migliore.

VOTO:
2 treni e mezzo

Shin Godzilla (2016) voto

Titolo originale: シン・ゴジラ Shin Gojira
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Durata: 2 ore
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Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Hanno aperto un centro accoglienza immigrati in un quartiere popolare e problematico di Roma e ovviamente è scoppiata l’eterna bagarre tra chi non vuole concorrenza mentre spaccia la droga in piazza, i fascisti, e quelli dell’area comunista/antagonista.

Nel frattempo torna nel quartiere un vecchio amico di Zerocalcare, il corpulento Cesare, che dopo tipo 20 anni in comunità si caca sotto all’idea di dover affrontare nuovamente i demoni di un passato quanto mai presente nelle periferie capitaliste che ci siamo meritati dopo 70 anni di governi liberali.

E Secco vuole sempre il gelato.

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Rispondendo all’enigma posto nella recensione della precedente stagione, possiamo confermare che alla fine Zerocalcare la fica sotto al naso se l’è gustata come non ci fosse un domani.
E non solo: ci si è fatto pure una ricca pippa, e l’ha fatta pure a quello che gli sedeva accanto, e pure al prossimo, via via fino all’ultimo della fila che stava lì solo per i popcorn buoni.

I temi trattati sono interessanti (anche se solo parzialmente affrontati, come da manuale Cencelli-Zerocalcare) e molte sono le riuscitissime trasposizioni visive di concetti e sentimenti anche abbastanza complessi (Cesare come una pietruzza che affonda nell’oceano, il faro Sara d’Alessandria), e quindi non si può certo definire brutto… tutt’altro.

E però c’è sempre quel sentito sentimento di dispiacere per un autore che, forse colmo delle sue ansie, sembra sempre non voler prendere di petto le questioni che, seguendo il suo pensiero critico anarco-comunista-straight-edge, dovrebbe invece prendere a sassate sui denti.
Pietose in questo senso appaiono le sue patetiche giustificazioni, tipo sul perché chiama “nazisti” quelli che sono palesemente “fascisti del terzo millennio”.
Li avesse chiamati ratti o figli di puttana o purulenti cancri anali da scorticare con le unghie luride di un australopiteco liberale avrei pure chiuso un occhio, ma un generico nazista, così, spiattellato manco fossimo i Blues Brothers, proprio no.

E Walter Veltroni, svenuto e portato a braccia da due malati d’aids africani, continua ad essere un fottuto traditore.

VOTO:
3 Veltroni

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023) voto

Titolo inglese: This World Can’t Tear Me Down
Creatore: Zerocalcare
Durata: 6 episodi da 30 minuti circa

Fantozzi (1975)

Il ragioniere Ugo Fantozzi è un italiano molto piccolo borghese che lavora per una grande ditta petrolchimica parastatale, ha piccolissimi sogni da micro arrivista (la scopatina con la collega, la gita al lago, la promozione tramite leccatona di culo del mega-direttore) ed è talmente instupidito dal falso boom economico che non ne ha minimamente elevato la condizione d’ignorante proletario da non rendersi neanche conto che il suo girare come un criceto sulla ruota della gabbietta è così funzionale e imprescindibile al sistema piramidale che lo schiaccia ogni giorno in fondo al pozzo colmo di merda da smuovere perfino il divino mega direttore galattico nell’unico suo momento di consapevolezza politica.

Fantozzi (1975)

Prima trasposizione cinematografica per il famosissimo personaggio creato da Paolo Villaggio che risente inevitabilmente della natura episodica dei racconti brevi da cui il film è tratto, ma che riesce comunque a ritagliarsi una sua dimensione che si distanza anche dalle sue origine letterarie per approdare su lidi quasi surreali e cartooneschi.

Bravo Villaggio nel creare una macchietta epica e bravissimi i simpatici caratteristi che spingono Fantozzi a destra e manca tra cui ricordiamo l’indimenticabile talpa Filini, l’eterna signorina Silvani e quella canaglia del geometra Calboni che in quest’altro film tentava di sturarsi Alberto Sordi tramite il suo orifizio anale.

Ma le due cose più interessanti che ho imparato oggi sono:

1: Liù Bosisio, dopo aver interpretato i primi due film della serie, decise di allontanarsi dal personaggio di Pina per non venire identificata unicamente come la moglie di Fantozzi; tornerà sui suoi passi solo una volta per SuperFantozzi, film che segnerà anche con la sua ultima apparizione televisiva. Come doppiatrice invece Luisa ha dato vita a Marge Simpsons, Hello Spank e Doraemon!

2: il regista Luciano Salce, dopo due anni di prigionia in un campo di lavoro nazista nel quale gli verranno addirittura estratti alcuni denti d’oro che lo sfigureranno a vita, scrisse sul suo diario “1943-1945: due anni difficili”.

VOTO:
3 Salce

Fantozzi (1975) voto

Titolo: White Collar Blues
Regia: Luciano Salce
Durata: 1 ora e 48 minuti
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Demolition Man (1993)

John Spartan è un poliziotto americano che non bada a spese quando si tratta di demolire palazzi interi nell’intento di catturare pericolosissimi criminali neri come la notte della ragione che lui non riconoscerà mai di contribuire a creare.

Ma a un certo punto, punto certo, avendo provocato la morte di 30 ostaggi mentre acchiappava per le palle il pazzo carnefice Simon Phoenix, viene condannato assieme a quest’ultimo al congelamento correttivo in una prigione criogenica per una sonora quarantina d’anni.

Balzo in avanti e siamo nel 2032, la società si è trasformata in una distopia liberale del politicamente corretto dove vieni punito attraverso un sistema a crediti per ogni parolaccia o per ogni comportamento scorretto, tipo mangiare cibi ricchi di colesterolo.

Ed è in questo paradiso per gente tipo Lilli Gruber che John e Simon si ritrovano a darsene di santa ragione, mentre un ricco fascista liberale con un gusto estetico da parrucchiera di Viterbo complotta per terrorizzare la popolazione e spingerla a dargli pieni poteri, come Mario Draghi.

Demolition Man (1993)

Famosissimo film sconosciuto che nonostante abbia molti fan e si fregi di grande classico di serie B, rimane inspiegabilmente estraneo ad ogni discussione sul trash anni ’90.

Scritto male e con una vivace quanto tenue satira politica, recitato da cani simpaticissimi e con una produzione di un certo livello che ha permesso loro di ricreare un futuro neanche troppo lontano da quello che effettivamente si è venuto a creare, Demolition Man è il miglior film da raccomandare ad un caro amico che odiamo tanto.

VOTO:
3 trash e mezzo

Demolition Man (1993) voto

Titolo peruviano: El demoledor
Regia: Marco Brambilla
Durata: 1 ora e 55 minuti
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Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970)

Oreste Nardi è un povero muratore sposato ad una signora più anziana e più brutta di lui che viene lasciato indietro persino dai compagni di partito alla festa dell’Unità (chiaro simbolismo di come la classe operaia si stesse disgregando in un turbine di egotistico piacere ed anticipatore del distacco tra la dirigenza e la base).

Proprio quando Oreste sembra soccombere al peso dell’esistenza riverso sopra un cumulo di macerie e rifiuti, ecco che la fioraia Adelaide Ciafrocchi viene a riversare in maniera ossessiva e confusionaria quell’amore che tanto mancava nel suo cuore, tanto da portarlo ad abbandonare il tetto coniugale nella vana speranza di ricostruirsi una vita felice.

Ma il sogno svanisce presto quando il pizzaiolo Nello Serafini, grande amico di entrambi, insidia Adelaide e riesce a portarsela a letto alle spalle del muratore, comunista con tutto, ma non con i sentimenti.

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970)

Pellicola divertente e non superficiale, nonostante il tono scanzonato, che siede un po’ tra due mondi: la vecchia Italia provinciale, povera e ignorante ed una nuova, ricca, arrivista e goffamente esterofila (buffe e per nulla inutili le frecciatine ai corsi d’inglese e all’architettura post-moderna).

Il tema del triangolo amoroso che il film dichiaratamente appioppia ai “moderni” popoli scandinavi viene quindi visto sia come influenza esterna e destabilizzante alla cultura italiana, ma anche profondamente propria grazie al comportamento solo apparentemente bislacco della romanissima Adelaide, lacerata e stralunata da due amori diversi e complementari.

La pazza rassegnazione di Oreste ad una vita o falsa o infelice rispecchia i sentimenti politici della sinistra dell’epoca, già proiettata verso il suo epilogo nonostante gli importanti numeri dentro e fuori il parlamento.

E il conflitto col personaggio di Nello Serafini, scapestrato ed irruento toscano con cui Oreste si contende l’amore della fioraia, rappresenta il conflitto interno ad una sinistra lacerata da correnti opposte che avevano portato negli anni al disconoscimento ufficiale del partito comunista delle tante fazioni cosiddette estremiste ma che in realtà volevano portare la guerra a chi la guerra la stava facendo a discapito della classe operaia, ovvero la borghesia.

Coincidentalmente il borghese critico cinematografico Morandini non l’ha gradito.

VOTO:
3 fiori e mezzo

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970) voto

Titolo indegno inglese: The Pizza Triangle
Regia: Ettore Scola
Durata: 107 minuti
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Il postino (1994)

Gli anni ’50 sono infami e tristi come le reti dei pescatori di un’isoletta del sud Italia completamente abbandonata a sé stessa, se non nel momento più importante per i politicanti di professione, le elezioni.

L’isolano Mario Ruoppolo, povero e disoccupato, ha un immenso desiderio inespresso di entrare in contatto col mondo, con le persone, con le donne e con tutti quei pensieri che non è mai riuscito ad esprimere perché gli mancavano le parole per farlo.

A scompigliare le carte in tavola della vita sua e quella del paesello dove vive arriva Pablo Neruda, poeta cileno, comunista e costretto all’esilio dalla dittatura di Pinochet sostenuta dalla CIA, che col suo burbero carattere, tipico di chi ha paura a diventare un eroe in una società piramidale e ingiusta come quella capitalista, aprirà le porte della percezione di Mario rendendolo allo stesso tempo felice per la nuova consapevolezza ed eternamente infelice per la presa di coscienza della stortura del mondo.

Il postino (1994)

Beata l’ignoranza e beati i menefreghisti.

Piccolo film dal sapore dolciamaro che Massimo Troisi volle realizzare dopo aver letto il romanzo di Antonio Skàrmeta “Il postino di Neruda” e che segna anche un po’ il testamento dell’attore napoletano, morto letteralmente il giorno dopo finite le riprese.

Semplice come raramente capita con i film (para)biografici, sommesso come non sono le poesie del poeta cileno e commovente senz’essere melenso, Il postino appare subito come un instant classic a chi gli dedica il suo strameritato tempo.

Eccezionale nella prima parte, un pochino a scendere dal momento in cui Neruda parte, ed è un peccato visto che (giustamente) il protagonista è il postino, come fa notare anche l’ellissi del nome del poeta rispetto al titolo originale.

Curiosità: Troisi in inglese è doppiato da Robert De Niro.

VOTO:
4 Skàrmeta e mezzo

Il postino (1994) voto

Titolo inglese: The Postman
Regia: Michael Radford
Durata: 108 minuti
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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

Un pezzo grosso della polizia italiana, il cui nome non viene mai rivelato per elevarlo a simbolico rappresentante di un’idea politica inespugnabile e non una persona la cui eliminazione potrebbe significare un cambiamento, vive una scabrosa e morbosa relazione con una ricca borghese ebrea che, per l’enorme senso di vuoto datole dalla sua condizione di parassita della società, si diverte a provocarlo nel mettere in scena su di lei e su altri l’impunità istituzionale che lo contraddistingue.

Passare con il rosso, tormentare il di lei marito omosessuale, sottoporla a tecniche interrogatorie volte a distruggere l’accusato per fargli confessare reati che mai ha commesso sono alcuni esempi di un crescendo di richieste che il protagonista fatica a declinare, preso com’è dal senso d’orgoglio per il suo sporco lavoro quotidiano di cane del potere e dall’inadeguatezza a contrastare caratterialmente una donna indipendente e vorace come quella capitatogli tra capo e collo.

L’apice di questo scontro tra la figura matrigna di lei e quella bambinesca crudele di lui giunge con l’assassinio della prima ad opera del secondo e la successiva scivolata narrativa, che poi compone l’intera ossatura del film, si giocherà tutta sull’incapacità del poliziotto nel farsi condannare da un sistema, da lui sempre servito e riverito come un totem divino, il cui scopo reale non è difendere il cittadino, ma preservare lo status quo, costi quel che costi.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

Immenso film di denuncia uscito nei ruggenti anni di piombo, quando era ancora possibile fare un film contro la polizia senza essere attaccati dalla sinistra, e magnifica disamina dell’orrore celato dietro la cravatta dei potenti a cui tanti chinano il capo perché tengono famiglia… e chi se ne frega se nel tritacarne ci finiscono froci, sottoposti, proletari e più in generale chiunque non rivesta un ruolo di comando all’interno di un palazzo.

<<Poliziotto che intercetti le mie conversazioni>> dice l’anarchico Antonio  Pace al telefono <<ribellati al padrone… o per lo meno fatti dare un aumento!>>; la semplice soluzione al dilemma dentro cui ci ritroviamo sta tutta qui in fin dei conti.
Non devi necessariamente mettere una bomba alla questura, che se però lo vuoi fare hai tutta la mia stima; basta che ti ribelli a quello stronzo del tuo capo che non riesce a concepire quanto la tua manodopera sia essenziale alla riuscita dell’impresa tanto se non più della sua.

Interpretazione stellare di Gian Maria Volonté, che si rivolterebbe nella tomba se sapesse che a Roma alcuni ex della galassia comunista, poi confluiti nel PD e compagnia cantante per farsi raccomandare il posto fisso, hanno aperto una scuola di cinema col suo nome sperando di lavarsi la coscienza mentre c’hanno piazzato dentro una cooperativa popolata di ex compagni con la speranza di farli entrare poi in pianta stabile nella pubblica amministrazione con la prossima infornata di assunzioni politiche.

Fate schifo al cazzo e ve la faremo pagare cara per l’ignavia dimostrata.

VOTO:
5 Smeriglio

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) voto

Titolo inglese: Investigation of a Citizen Above Suspicion
Regia: Elio Petri
Anno: 1970
Durata: 1 ora e 55 minuti
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11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013)

La mattina dell’11 settembre 2001, 15 cittadini sauditi dirottarono 4 aerei di linea americani per andare a conficcarli, come siringhe nel braccio dei rimastini che bivaccano dietro casa tua, dentro 1 Pentagono, 2 torri gemelle e 1 campo disabitato della Pennsylvania.

Un attacco orchestrato dal terrorista mondiale Osama Bin Laden, precedentemente al soldo della CIA in posizione anti-sovietica, che è costato la vita a migliaia di esseri umani.

Ma siamo proprio sicuri?

11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013)

Lunghissimo e dettagliatissimo documentario di quel pazzo di Massimo Mazzucco, il complottista più famoso d’Italia che dalla sua residenza pensionistica calabrese continua tuttora ad ispirare migliaia di vernacolieri italici che combattono contro i poteri forti mondiali, ed estenuante viaggio interiore volto a far affiorare tutti i dubbi di una realtà ufficiale troppo frettolosamente data per scontata.

Molto incentrato sui numerosi fatti che smascherano i cosiddetti debunker, tipo quell’allampanato pien di sé chiamato Paolo Attivissimo, quest’epico documentario risulta molto convincente su alcuni punti molto critici della teoria ufficiale, abbracciata da governi e giornalisti cani manco fosse ossigeno su Marte.

Ovviamente nessuno può dire con certezza se Massimo abbia totalmente ragione, specialmente perché qualche volta gli parte la brocca e tira fuori dal cappello teorie non completamente convincenti, ma possiamo tutti concordare che gli attacchi dell’undici settembre duemila uno sono stati l’incipit alla più importante svolta imperialista mai vista in tempi recenti.

VOTO:
4 Massimo

11 Settembre: la nuova Pearl Harbor (2013) voto

Titolo inglese: September 11: The New Pearl Harbor (2013)
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2013
Durata: 5 ore
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Guida perversa al cinema (2006)

In questo “prequel” di Guida perversa all’ideologia, il cocainomane Slavoj Zizek tira su col naso per due ore e mezza mentre t’inonda di concetti psico-filosofici senza soluzione di continuità sfruttando lo stesso schema del suo “sequel“, ovvero immergere il filosofo sloveno in alcune famose scene di altrettanto famosi film.

Un documentario/esperimento che, seppur molto lungo e non proprio masticabilissimo, risulta indubbiamente buono sia per chi è appassionato di cinema che per chi è appassionato di cocaina.

VOTO:
3 nasi e mezzo

Guida perversa al cinema (2006) voto

Titolo originale: The Pervert’s Guide to Cinema
Regia: Sophie Fiennes
Anno: 2006
Durata: 150 minuti
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