Il divo (2008)

Ricostruzione molto scenica di un pezzo di vita di Giulio Andreotti: gli anni di declino politico che lo videro prima eletto per la settimana volta presidente del consiglio e successivamente sommerso (assieme a tanti altri politici italiani) dal periodo degli attentati mafiosi dell’inizio anni ’90, dall’inchiesta di mani pulite ed infine dai processi per mafia.

Come amava dire, citando un suo vecchio amico: molti nemici, molto onore.

Il divo (2008)

Il divo è un buon film, per certi versi anche ottimo, ma che alla fine non lascia una gran voglia di una seconda visione.

Se da un lato non si può discutere la bellezza visiva di quasi tutte le inquadrature e la sincera volontà di fare un lavoro di cuore piuttosto che un lavoro ricostruttivo storico, dall’altro rimane un po’ l’amaro in bocca per l’affastellamento narrativo che, lungi dal distendersi a rotoloni sulla carta della Storia, sembra più una secchiata d’acqua colorata su una tela forse già colma all’inizio dell’opera.

Il dramma di Sorrentino, rispetto ad altri registi che giocano e hanno giocato coi loro personaggi fino a renderli ridicoli, è che questi ultimi ne hanno sempre mantenuto una linea di solidità caratteriale mentre il primo ne ha sempre fatto solo ed unicamente una grottesca caricatura.
E la caricatura è quella cosa che compri quando sei in vacanza per 50 euro e poi appendi ad un quadretto dimenticandotene fino al giorno della tua orrenda morte.

VOTO:
3 caricature e mezza

Il divo (2008) voto

Titolo esteso: Il divo – La spettacolare vita di Giulio Andreotti
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2008
Durata: 110 minuti

LA 92 (2017)

Il 3 marzo del 1991 il cittadino afro-americano Rodney King è stato fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità, è stato fatto scendere con forza dalla macchina che stava guidando sotto effetto di alcolici ed è stato pestato fino a fargli perdere la ragione riducendolo ad un’enorme massa umana strisciante il terreno.

Per questo spudorato crimine, 4 poliziotti sono stati portati in tribunale ma nessuno di loro è stato condannato perché il loro comportamento è stato ritenuto nei limiti della legge; come dichiarato da uno di loro, a volte la polizia ci va giù duro, dispiace ma è così che funziona.

Schifati dal verdetto finale e da centinaia d’anni di vessazioni, migliaia di afro-americani si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco la città; chi prendendosela con le autorità, chi prendendo a sassate qualunque bianco passasse al tiro e chi (molti) assaltando negozi e attività, prima svuotandoli di qualunque cosa capitasse sotto mano e finendo poi per dare fuoco al tutto.

Un casino che è durato qualche giorno e che ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto la società americana sia divisa e sull’orlo di una crisi di nervi e come l’essere umano sia capace di qualunque cosa se spinto oltre i suoi limiti di sopportazione.

LA 92 (2017)

Avvincente documentario che ripercorre le vicende storico-sociali che hanno portato alle famose rivolte di Los Angeles del 1992 facendo al contempo un parallelo con un’altra rivolta avvenuta sempre a Los Angeles nel 1965 a seguito di un episodio molto simile a quello di Rodney King.
E lo fa privando lo spettatore del classico commento, ma lasciando lavorare le stupefacenti immagini provenienti da centinaia di fonti, dal telegiornale al cittadino comune armato di telecamera, riuscendo in molti casi a dare addirittura campi e controcampi di quelle scene di violenza diffusa.

Passato il chiaro commento sulla mano pesante della polizia, quello che emerge è anche e soprattutto un monito sul pericolo di future rivolte tra le minoranze americane e tra queste e l’elite dominante se la società americana (come anche il resto del mondo) non la smette di affamare e sottomettere una sezione demografica per arricchirne un’altra.

VOTO:
4 elite

LA 92 (2017) voto

Titolo originale: LA 92
Regia: Dan Lindsay e TJ Martin
Anno: 2017
Durata: 116 minuti

Il prestanome (1976)

Durante i favolosi anni ’50 americani c’era un clima politico abbastanza spiacevole per cui chiunque lavorasse nel mondo dell’intrattenimento e fosse anche lontanamente in odore di comunismo/socialismo/progressismo/femminismo/anti-capitalismo eccetera eccetera veniva prima messo su una lista nera e poi messo alla porta da tutte le produzioni.

Il protagonista di questo film, Howard Prince, è un furbacchione newyorkese che lavora un po’ come cassiere di un ristorante e un po’ come allibratore clandestino durante i favolosi anni ’50 di cui sopra; un giorno viene avvicinato da Alfred Miller, un suo vecchio amico d’infanzia ora sceneggiatore televisivo bollato come anti-americano e messo prima sulla lista nera e quindi alla porta, il quale gli propone uno scambio equo e solidale: Howard presenterà le sue sceneggiature facendole passare come proprie così d’aggirare il divieto e lui in cambio gli darà il 10% del ricavo monetario.

Il gioco funziona per un po’, arricchendo entrambe le parti, fino a che la commissione per le attività anti-americane comincia a gettare un occhio anche su Howard Prince, da sempre completamente avulso dalla scena politica, rivelando quindi a chiare note il clima da caccia alla strega che si respirava durante i favolosi anni ’50 americani di cui sopra, sopra.

Il prestanome (1976)

Piacevole commedia molto Yiddish, col povero ma scaltro protagonista alle prese col Golia sistemico, dai risvolti morali parecchio drammatici che elevano l’opera un paio di gradini sopra quelli dove sembra sedersi.

La figura più coinvolgente rimane chiaramente quella di Hecky Brown, interpretato da un isterico Zero Mostel (lui stesso vittima del maccartismo, assieme al regista e allo sceneggiatore di questo film) il quale riesce a mettere in scena il rassegnato sbigottimento di un’intera classe di lavoratori durante i favolosi anni ’50 americani di cui sopra, sopra, sopra.

VOTO
4 bigotti

http://www.unfilmunarecensione.com/wp-content/uploads/2018/03/Il-prestanome-1976-voto.jpg

Titolo originale: The Front
Regia: Martin Ritt
Anno: 1976
Durata: 95 minuti

Il prezzo della libertà (1999)

Sono gli anni ’30 americani, l’economia cerca di riprendere moto dopo la grande depressione e uno dei progetti federali di stampo socialista per risanare il mercato del lavoro è il Federal Theatre Project, un fondo di finanziamento per i lavoratori dell’industria dell’intrattenimento tradizionale che intende da un lato dare opportunità di impiego a quei cittadini che sono stati colpiti più duramente dalla recessione e dall’altro portare la gente comune a teatro, per la prima volta in vita loro.

Una delle opere teatrali finanziate dal progetto federale che più si distinguono per il loro sottotesto sedizioso è The Cradle Will Rock; una storia con dentro lavoratori, capitalisti, preti, sindacalisti, sfruttamento e ideali che verrà censurata dalla commissione parlamentare contro le attività anti-americane assieme a Revolt of the Beavers, la storia fanciullesca di una cittadina di castori lavoratori sfruttati che si rivoltano all’opulento castoro capitalista Chief.

In questo clima di forte tensione sociale e rivendicazioni lavorative, le idee socialiste e comuniste si fanno strada tra intellettuali e non caricando la società americana di una spinta rivoluzionaria che alla fine ha riportato più sconfitte che vittorie.

Il prezzo della libertà (1999)

Grande rivisitazione di un’epoca lontana nel tempo ma vicina nel contenuto, La culla dondolerà (lungi dall’essere un richiamo a La culla cadrà di Sloth) vuole ricordarci, con tutto il trambusto possibile ed immaginabile che mette in scena e che purtroppo allontana il pubblico medio troppo abituato ad un intrattenimento lineare e digeribile, la più grande verità possibile della storia umana: non si può fermare il cambiamento perché, come diceva il dottor Ian Malcolm, la vita trova sempre una strada.

Tra le innumerevoli storie di miseria e nobiltà che vengono proposte in un grande calderone volto a suscitare un sentimento più che una riflessione storiografica (ed è proprio qui che molti critici falliscono nell’interpretare correttamente un’opera come questa), vale la pena menzionare quella del ventriloquo Tommy Crickshaw, un intrattenitore che oramai vive una scissione completa dei suoi ideali tra sé e il pupazzo pel di carota che si porta sempre dietro e al quale mette in bocca le idee più scomode giocando ad una contrapposizione fittizia che trova il suo più alto indice di pietas nel canto dell’Internazionale di fronte ad uno sparuto pubblico disattento.

Molto bello, ma non per tutti, purtroppo.

VOTO:
4 Ian Malcolm

Il prezzo della libertà (1999) voto

Titolo originale: Cradle Will Rock
Regia: Tim Robbins
Anno: 1999
Durata: 132 minuti

Citizenfour (2014)

Edward Snowden, dopo aver lavorato come informatico per i servizi segreti americani ed essere rimasto un po’ scioccato dall’invasione nella privacy dei cittadini di mezzo mondo, ha deciso di vuotare il sacco in presenza di un paio di giornalisti e una documentarista; questo è il resoconto visivo del loro incontro ad Hong Kong durato 4 giorni.

Era giugno 2013 e la stampa rivelava il più grande intrufolamento governativo nei nostri fatti personali mai visto al mondo; ovviamente questo non ha minimamente smosso l’opinione pubblica che, presa com’è dalle miserie quotidiane, non ha né la voglia né le competenze per immergersi in questo tipo di rivelazioni.

Le apparizioni mariane invece, data la familiarità con la materia e la minima massa cerebrale necessaria per abbracciare la fede, vanno alla grande su quasi tutti i maggiori canali televisivi italiani.

Citizenfour (2014)

Se nella recensione del film di Oliver Stone basato su questo documentario, che prendeva e rielaborava per scopi narrativi sia l’incontro con i giornalisti che il dietro le quinte della vita personale di Edward, concludevo con quest’avventato urlo di terrore verso le cospirazioni governative:

Attenti ai rettiliani ! Ci controllano la testa con le onde radio !! Copritevi con la carta stagnola !!! Elvis è vivo !!!! Fiorello è un fascista !!!!! Tua madre pure !!!!!!

Oggi che ho constatato con i miei occhi l’inevitabilità della fede in Cristo nostro redentore, non posso far altro che gettarmi in ginocchio ai piedi dei Santi chiamati a raccolta per ascoltare i lamenti dei fedeli imprigionati in questo mondo terreno fatto di poveracci che non possono alzare un dito contro l’ingiusto status quo e di governi fantoccio retti da oligarchie intellettuali dal vago sentore autistico.

Un buon film, comunque.

VOTO:
4 fantocci

Citizenfour (2014) voto

Titolo russo: Гражданин четыре
Regia: Laura Poitras
Anno: 2014
Durata: 114 minuti

Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

Quando andavo alle scuole medie studiai (come tutti voi) il medioevo e il sistema feudale, quei tempi cosiddetti “bui”.
Una delle cose che mi rimase impressa fu la figura del contadino: trattato con disprezzo e vilipeso dal potente di turno, veniva spesso venduto coi terreni da lui coltivati, neanche fosse un bue da traino, un oggetto.
Il “mezzadro” era un contadino che, sebbene libero giuridicamente, viveva in una sorta di schiavitù economica e sociale; non avendo terreni da coltivare e non potendosi permettere l’acquisto degli stessi, ripiegava nel coltivare i terreni dei latifondisti, ricchi proprietari terrieri che avevano l’esigenza di non mandare in malora i loro campi e allo stesso tempo non si sognavano di prendere in mano la zappa.
Succedeva allora che i poveri contadini coltivassero la terra del ricco godendone dei frutti solo in parte dovendo dividere a metà con esso il raccolto (da cui “mezzadria”).
Quest’orrenda forma di schiavitù fu definitivamente abolita in Italia nel 1974; in India succede ancora oggi.

Oggi in Italia si parla molto del rapimento di due italiani (Claudio Colangelo e Paolo Bosusco) da parte dei Naxaliti, ribelli Maoisti dell’India.
Il movimento Naxalita deve il suo nome al villaggio Naxalbari nel Bengala occidentale (stato indiano del nord est la cui capitale è Calcutta), un villaggio dove nel 1967 ci fu una rivolta di poveri contadini che lavoravano a mezzadria i terreni dei ricchi latifondisti.
La rivolta fu repressa nel sangue, la polizia uccise 9 adulti e due bambini, e quest’episodio fu la scintilla che diede vita a tanti altri movimenti spontanei di povera gente che chiedeva solamente condizioni di vita dignitose.
Nell’arco di 10 anni le rivolte arrivarono ai cuori dei giovani studenti di Calcutta (la capitale intellettuale dell’India) e molti, già fascinati dalle idee di Lenin e Marx, presero le armi e iniziarono la lotta armata a fianco dei più deboli; una sorta di Brigate Rosse in salsa bucolica.
Tra varie scissioni, violente repressioni della polizia, tradimenti e ricongiunzioni, il movimento Naxalita è arrivato fino ai giorni nostri e un suo gruppo armato ha sequestrato in Orissa (altro stato indiano del nord est) i due italiani di cui sopra sperando in una contropartita, la liberazione di alcuni loro compagni da parte del governo indiano.

Ora, il film che voglio recensire è stato girato nel 1998 da Govin Nihalani (un regista indiano ormai settantenne e non più in attività) e narra la presa di coscienza politica di Dibyanath Chatterji, madre di Brati Chatterji, uno studente di vent’anni che abbraccia l’ideologia naxalita e si dà alla lotta armata all’insaputa della famiglia.
Una triste notte la donna è chiamata a riconoscere il cadavere numero 1084; è suo figlio, ucciso violentemente insieme ad altri 3 compagni.
La madre è una ricca moglie che vive agiatamente in una casa di Calcutta, maltrattata da un marito fedifrago e con dei figli troppo impegnati nel loro personale successo lavorativo e sociale per ascoltarla; la donna trova quindi in Brati un amico oltre che un figlio. Il ragazzo, mosso da ideologie socialiste e comuniste, crede nell’importanza dei rapporti umani e si trattiene spesso in conversazioni con la madre, a volte cercando di spiegare lei le ingiustizie della società indiana, con poco successo.

L’improvvisa morte del ragazzo lascia perciò un vuoto enorme in lei e così Dibyanath decide di informarsi sul perché della sua fine, chi fossero le persone che frequentava e cosa aveva spinto lui e altri giovani figli di buone famiglia a lasciare tutto per mettersi al fianco dei servi.

Hazaar Chaurasi Ki Maa (1998)

La madre del numero 1084 è un bel film.

Classico nell’esecuzione e senza sperimentalismi di sorta, questa è una storia importante con un fardello non da poco: in India è infatti molto difficile parlare in un film di temi politici così apertamente, specialmente se si simpatizza per un gruppo ritenuto terrorista dal governo e i cui membri possono essere uccisi senza troppi convenevoli da una polizia coperta anche da buona parte dell’opinione pubblica.

Il regista ha adattato per lo schermo un romanzo di Mahasweta Devi e ne ha tratto un’opera lunga (2 ore e passa), ma mai noiosa.
Le interpretazioni delle donne (la madre e la ragazza naxalita di Brati) sono eccezionali e la gentilezza data al giovane rivoluzionario, anche se funzionale ad una celebrazione di certi ideali, non risulta forzata, ma anzi perfettamente in linea con quegli stessi ideali di giustizia, fratellanza e amore del prossimo che hanno mosso una generazione di studenti (e non) spazzati via dalla gretta ignoranza di un’India non ancora pronta alla fine del medioevo.

Titolo tradotto: La madre del 1084
Titolo inglese: The Mother of 1084
Regia: Govind Nihalani
Anno: 1998
Durata: 186 minuti

Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Un giorno senza messicani (2004)

Che succederebbe in California se improvvisamente sparissero tutti i messicani che, regolarmente o irregolarmente, sono venuti a spazzolare i cessi degli americani prima di servire loro un bel taco caldo?

Boh… ma a noi, diciamo la verità, ce ne frega un cazzo?

Un giorno senza messicani (2004)

In questo finto documentario/cacata/spot promozionale del governo messicano che francamente si può evitare come uno eviterebbe un calcio sui coglioni, si ricostruisce (tramite l’abbondante uso di attori cani bastardi e una fotografia da far sembrare bravi i DOP italiani) le fantastiche vicende di un giorno durante il quale tutti i messicani scompaiono misteriosamente dal suolo californiano mentre una nebbia rosa circonda lo stato americano col più alto tasso di Harvey Weinstein.

Se non fosse per la retorica spinta a forza come un foie gras, se non fosse per le miserevoli ricostruzioni stile Ultimo Minuto, si potrebbe puntare un accusatorio dito sull’ironico quanto patetico razzismo della pellicola stessa che decide di far sparire solo i messicani “puri”, cioè quelli con entrambi i genitori messicani, lasciando in pace quelli nati da coppie miste… roba che manco Joseph Goebbels dio cristo.

Un film dimmerda insomma che non mi sento di salvare neanche per quel briciolo d’intento socio-politico che si risolve dopo 5 minuti nella dentiera di un messicano lasciata in un bicchiere al bagno.

VOTO:
2 messicani

Un giorno senza messicani (2004) voto

Titolo originale: A Day Without a Mexican
Regia: Sergio Arau
Anno: 2004
Durata: 100 minuti
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Ave, Cesare! (2016)

Storia parecchio ingarbugliata di un produttore hollywoodiano dell’epoca d’oro degli studios che non riesce a rinunciare alla sua folle vita piena zeppa di personaggi eccentrici, sessualmente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro controparti filmiche per farsi quindi assumere alla Lockheed e ritrovarsi circondato da personaggi meschini, politicamente cataclismatici e irrimediabilmente diversi dalle loro maschere pubbliche di perbenismo sociale.

Nel mezzo c’è un famoso attore che viene rapito da un gruppo di studio comunista composto da parecchi sceneggiatori cinematografici mentre sta girando un film su un legionario romano folgorato dalla figura del Cristo, film nel quale sono state inserite pillole subliminali da sceneggiatori sovversivi per convertire il popolo americano alla causa rivoluzionaria contro lo stato borghese.

Ave, Cesare! (2016)

Come al solito la fragranza narrativa scorre forte nelle vene dei fratelli Coen come pure la dovizia tecnica e la recitazione sopra le righe che contraddistinguono un po’ tutta la loro cinematografia più comica.

D’altra parte si respira in più punti la superficialità di un’opera che strizza l’occhio ad argomenti anche interessanti tipo i possibili protagonisti del maccartismo che si muovevano nei retroscena del carrozzone filmico americano dell’epoca mentre una sfatta umanità di fatti ripuliti alla bell’e meglio si muoveva nell’interiora dello stato borghese.

VOTO:
3 Pravda e mezzo

Ave, Cesare! (2016) voto

Titolo originale: Hail, Caesar!
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Anno: 2016
Durata: 106 minuti
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War Machine (2017)

Ascesa e caduta del fittizio generale Glen McMahon, un militare bono de core che viene messo a capo delle operazioni in Afghanistan nonostante (o forse proprio per) un grave ritardo intellettivo che lo porta a parlare e agire secondo il cuore da infante che suo malgrado ha.

Dopo un roboante giro di carrozza per lui e il suo affiatato team di militari stronzi sbronzi, Glen verrà metaforicamente scaraventato fuori dalla finestra per far spazio al prossimo capro da sgozzare in cima alla torre sacrificale facendo scorrere litri e litri del suo sangue da leccare forsennatamente gradino per gradino senza rendersi conto dell’orgiastica masnada di simpatici pervertiti che si masturbano a bordo campo.

War Machine (2017)

Filmetto programmatico nel suo intento derisorio dell’apparato politico-militare americano che, nonostante i buoni intenti, rompe il cazzo dopo neanche una mezz’oretta.

La recitazione di Brad Pitt è oltre il limite del ridicolo come pure quella degli altri, eccezion fatta per Lakeith Stanfield che avevo apprezzato già in Get Out.

Se ne può fare a meno, davvero.

VOTO:
3 meno

War Machine (2017) voto

Titolo originale: War Machine
Regia: David Michôd
Anno: 2017
Durata: 122 minuti

Society – The Horror (1989)

Billy è ricco e vive a Beverly Hills, ma questo non gli impedisce di provare un continuo disagio interiore che lo porta a sentirsi diverso da quelli che lo circondano: padre, madre, sorella, amici e compagni di scuola sembrano come appartenere a un qualcosa di sinistro da cui Billy sente il bisogno di difendersi.

Diviso tra il sospetto d’essere matto e quello che i matti siano tutti gli altri, il giovine abbiente scivolerà rapidamente nello scarico di un lurido lavandino nel quale c’hanno vomitato, cacato e pisciato in parecchi.

Society - The Horror (1989)

Insospettabile tripudio politico per questo film di serie B (z?) pululante situazioni e recitazioni un po’ paradossali e però perfettamente in linea con lo spirito libero e scardinatore dei freni societari che pervade tutta la pellicola.

Gli effetti speciali sono molto anni ’80 e molto godibili e sicuramente rivestono un ruolo primario nella scalata verso l’invettiva vetta rappresentata da un finale assolutamente imprevedibile e di cui non rivelerò una virgola per non rovinarvi la meravigliosa sorpresa; il resto della baracca fatica un pochino, ma glielo si perdona vista la geniale trovata narrativa.

Consigliato a tutti quelli che amano in egual misura il gore e la politica; sconsigliato agli stupidi.

VOTO:
3 vette e mezzo

Society - The Horror (1989) voto

Titolo originale: Society
Regia: Brian Yuzna
Anno: 1989
Durata: 99 minuti

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

E’ la prima guerra mondiale, la Prussia combatte la Francia e se senti un FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

hai solo 3 secondi prima che una bomba di dilani le budella e faccia di te l’ennesima casualità di un evento talmente assurdo e disumano che io dico BOH.

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

Lunghissimo film televisivo tratto dall’omonimo libro anti-militarista e pernicioso calcio in bocca per chiunque si metta di buona lena a vedere cotanta roba ammucchiata una sopra l’altra senza un chiaro senso fino a che questa montagna di cianfrusaglie non può che rovinare sui malcapitati che cercavano di metterci ordine.

La cosa che più rimane impressa e che da sola vale forse la scarpinata visiva è la scena con le francesine che mangiano golose del pessimo formaggio tenuto dentro dei germanici stivali puzzolenti.

VOTO:
2 montagne e mezza

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979) voto

Titolo originale: All Quiet on the Western Front
Regia: Delbert Mann
Anno: 1979
Durata: 150 minuti