Chernobyl (2019)

All’una e mezza del 26 aprile 1986 ero lì che scopavo con mia moglie ucraina biondo cenere umile, perché devi essere umile donna ucraina del 1986 coi capelli biondo cenere, quando il nostro atto copulativo volto alla procreazione di un piccolo nuovo figlio della patria da immolare al sacro fuoco sovietico è stato interrotto da un chioppo della madonna lurida che m’ha fatto ritrarre la minchia in pancia.

Subito una telefonata dal comando dei vigili ha chiarito il mio ruolo in questa vicenda e io non ho esitato un attimo nel partire alla volta della centrale nucleare a fissione Vladimir Il’ič Lenin di Černobyl’; il mio ruolo sarebbe stato quello di spruzzare acqua copiosa sull’incendio divampato senza fare domande, perché chi fa domande è uno stronzo e merita il diniego di sepoltura.

Sembrava andasse tutto per il meglio, ma a un certo punto mi sono sentito male… e niente, alla fine della giostra mi sono ridotto così:

Chernobyl (2019)

Miniserie sul disastro di Chernobyl, molto apprezzata dal pubblico mondiale e molto ben congeniata per piacere al pubblico mondiale.

Ogni episodio, portando comunque avanti la storia delle ore, dei giorni, delle settimane e dei mesi successivi all’incidente, dà spazio a particolari singoli personaggi rappresentativi delle tante vittime: il vigile del fuoco, la moglie del vigile, il coscritto sbarbatello, il fisico nucleare a capo della squadra di contenimento si alternano con efficacia sul palcoscenico per veicolare un messaggio: l’Unione Sovietica era un posto di merda dove vigeva l’omertà, il dogmatismo, l’ottusità, la paura, l’arretratezza e la violenza.

Nonostante un’ottima impalcatura tecnica, dispiace quindi che si sia scelto di calcare fin troppo la mano con le inevitabili caricature del politico cattivissimo, i funzionari con la farina nel cervello, i soldati nichilisti ed un generale quanto inspiegabile ostracismo verso le evidenze scientifiche (del tipo che la centrale esplode e il direttore minimizza l’accaduto nonostante gli si pongano davanti prove inconfutabili), il tutto per attuare una stortura ed un’esagerazione al limite del caricaturale che dipinge a tinte assurde la pur vera severità e omertà del governo sovietico.

“Mancano solo gli orsi e le fisarmoniche” ha detto Stanislav Natanzon, un giornalista televisivo russo, e non sento di dargli totalmente torto.

VOTO:
4 orsi con le fisarmoniche

Chernobyl (2019) voto

Titolo ucraino: Чорнобиль
Regia: Johan Renck
Anno: 2019
Durata: 5 episodi da 1 ora

Double Down (2005)

In questo film Neil Breen interpreta una versione romanzata ed esageratamente iperbolica della sua personalità egocentrico-narcisista alle prese con depressione, confusione, attacchi terroristici, corruzione e controllo globale nella splendida cornice dannata di Las Vegas che Neil Breen farà andare a zampe all’aria grazie alla sua straordinaria intelligenza che copre bioterrorismo, hackeraggio informatico e pranoterapia con la quale curerà una bambina dal cancro nei ritagli di tempo tra lo smercio di antrace e una visita al parco comunale.

Double Down (2005)
et voilà… guarita

Neil Breen e i suoi film sono entrati a pieno titolo nell’olimpo delle cacate colossali tanto inconsapevolmente brutte da risultare epiche, tipo quella famosa perla chiamata The Room.

Diventato quasi una celebrità nel circuito indie americano, il nostro genio californiano a metà strada tra un dio e un orgasmo cosmico ha sfornato 5 pellicole alla media di una ogni 3 anni; una roba di tutto rispetto se si considera che Nanni Moretti ce ne mette anche 4 o 5.

Cosa?
La qualità non è la stessa?
Vero, Neil Breen è inarrivabile.

VOTO:
1 Moretti

Double Down (2005) voto

Titolo russo: Двойной провал
Regia: Neil Breen
Anno: 2005
Durata: 93 minuti

Vogliamo i colonnelli (1973)

Cronistoria di un colpo di stato sulla falsariga dei veri colpi di stato, italiani e non, che hanno afflitto più di un decennio di storia post-bellica.

Qui vediamo messi in scena un  gruppo di scalcinati nostalgici del Duce capeggiati da un deputato della “Grande Destra” (un immaginario partito politico chiaramente ispirato alla Destra Nazionale del fascista Almirante) che tentano di prendere possesso durante un sabato notte estivo di aeroporto, televisione e presidente della Repubblica così da beccare con le braghe calate i fiacchi apparati statali… ed esplicitando allo stesso tempo le loro frustrazioni sessuali.

Ovviamente andranno poco lontano, ma quello che non ti aspetti (se sei il tipico cittadino medio) è il risvolto politico più preoccupante che non spoilero per non rovinare la sorpresa di 50 anni fa.

Vogliamo i colonnelli (1973)

Commedia degli sgangherati nel tipico stile di Monicelli ed inaspettato monito in chiave farsesca del pericolo del ritorno all’autoritarismo novecentesco che le fragili democrazie rischiano ogni giorno.

Anche se non siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, si deve comunque elogiare il ritmo, la verve comica e le interpretazioni.
I soggetti caricaturali difatti incarnano magnificamente le cancrene italiche che affliggevano all’epoca il nostro stivale e tra i vari spicca chiaramente l’attore sellerone Antonino Faà di Bruno, reso immortale dal personaggio del “Mega direttore clamoroso Duca Conte Piercarlo ingegner Semenzara”

VOTO:
4 duca clamorosi

Vogliamo i colonnelli (1973) voto

Titolo completo: Vogliamo i colonnelli: cronaca di un colpo di Stato
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1973
Durata: 98 minuti

Suspiria (2018)

Nella Berlino del 1977, divisa in due e oppressa dall’atmosfera cupa di un passato prossimo nazista ancora irrisolto, arriva la giovane americana Susie Bannion; una pel di carota acqua e sapone col grande sogno d’entrare nel prestigioso corpo di danza della Markos Tanz Akademie.

Passato brillantemente il provino ed attirata l’attenzione di Madam Blanc, algida e misteriosa direttrice artistica dell’accademia, grazie anche ad un’indole sporcacciona e sanguigna molto poco velata, Susie s’immerge sempre più nei meandri fisici e psicologici di un’epoca molto complessa e violenta quale è stato l’Autunno Tedesco, un paio di mesi tesissimi durante i quali l’organizzazione di estrema sinistra RAF combinò delle birichinate pazzesche come rapimenti, assassinii e un dirottamento aereo.

Tra un vecchio amore irrisolto e un’esplorazione del matriarcato, tra un nazismo emblematico di un torbido passato riposto sotto il tappeto e un presente emblematico di un tappeto stracolmo di rimorsi, tra l’incudine e la falce e martello, ci sarà molta carne al fuoco per imbandire una tavola cinematografica ricca di spunti di riflessione che farà spazientire chi non è abituato ad usare il cervello quando guarda un film di genere.

Suspiria (2018)

Eccezionale remake di un famoso film dell’orrore italiano di quello psicopatico di Dario Argento il quale, ovviamente per un uomo di modesta apertura mentale, non ha apprezzato questa magnifica reincarnazione tutta giocata sull’astinenza emotiva e sulla tensione sessuale più torbida facendo così da specchio a quella che fu una pellicola lasciva di colori e situazioni mirabolanti, ma priva del benché minimo senso di compiutezza narrativa.

Difatti, mentre per Dario Argento la storia e la sua verosimiglianza con la realtà non è mai stata al centro dell’attenzione, in questo caso la Storia con la maiuscola è decisamente protagonista, sia nella ricreazione di una Germania divisa (fisicamente e politicamente), come divisa è l’accademia di danza tra i supporters di Madam Blanc e l’ala a favore di Madam Markos, e sia nella riproposizione del passato irrisolto e mai dimenticato di una Germania nazista, come irrisolto e mai dimenticato è l’enigma della moglie ebrea dello psichiatra scomparsa 35 anni prima durante una disperata fuga verso l’estero.

Lungo 2 ore e mezza e parecchio impegnativo, questo film dovrebbe godere di una giornata a lui dedicata; sia che lo si voglia vedere a tranche per un’assunzione lenta e sia che lo si voglia sorbire d’un sol colpo dedicando poi il tempo fino a sera ad un esercizio di riflessione e riproposizione mentale che permetta d’apprezzarne i complessi significanti.

VOTO:
4 sorbetti

Suspiria (2018) voto

Titolo giapponese: Sasuperia
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Durata: 152 minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

Una poltrona per due (1983)

Randolph e Mortimet Duke sono due vecchi magnati della finanza creativa americana e fanno parte di quella invisibile famiglia di bianchi e ricchi affaristi della peggior specie che affamano interi popoli con una speculazione in Borsa o il pigiare di un tasto in banca.

Con la spocchia che contraddistingue loro e la gente come loro, decidono di fare una scommessa degna di Scienze Sociali all’università di Tor Vergata; una scommessa crudele che sconvolgerà per sempre la vita di due persone: Louis Winthorpe III, un giovane broker bianco al servizio dei Duke con la puzza sotto il naso che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e Billy Ray Valentine, un poveraccio nero che dalla vita ha sempre ricevuto solo schiaffi perché è nato e cresciuto in una società profondamente classista e razzista, avranno le loro vite scambiate da un giorno all’altro.
Si vedrà poi se i due diventeranno l’opposto di quello che sono confermando perciò quello che il social/comunismo va dicendo da 2 secoli e cioè che, date le circostanze sociali favorevoli, ogni essere umano tende al bene, e viceversa.

Spetterà poi a Louis, Billy Ray, Alessandro Di Battista e una puttana di nome Ophelia spuntarla sul capitalismo finanziario in questa fantastica commedia americana anni ’80 più cruda del solito.

Una poltrona per due (1983)
ma quale altra commedia si apre con un barbone letteralmente morto di freddo?

Il 9 giugno del 1980 il celebre comico americano Richard Pryor, strafatto di cocaina come non ci fosse un domani, prese una bottiglia di rum, se la versò addosso e si diede fuoco.
Col corpo ricoperto di fiamme, il nostro caro Richard uscì di casa e si fece di corsa Parthenia street in Los Angeles fino a quando non fu fermato da una pattuglia della polizia e condotto quindi in ospedale per curare ustioni di secondo e terzo grado su più della metà del corpo.

Ma a noi, che ce ne frega?
Eh beh, il fatto è che prima di quest’incredibile incidente Richard Pryor era candidato a interpretare la presente pellicola assieme al compare storico Gene Wilder e quindi, se non fosse stato per la cocaina e l’alcool, oggi non avremmo questo piccolo gioiello di film, ma ne avremmo un’altra versione.
E poi dicono che le droghe fanno male.

Ad ogni modo: questa è una storia simpaticissima, con critiche sociali non scontate ed interpretata da un bel duo affiatato composto da Eddie Murphy e Dan Aykroyd (i quali aveva già lavorato assieme durante gli anni al Saturday Night Live) e un cast di coprimari di tutto rispetto tra i quali spiccano chiaramente le tette di Jamie Lee Curtis i perfidi fratelli Duke, vera e propria reincarnazione moderna di Ebenezer Scrooge, che poi andremo a ritrovare in Il principe cerca moglie in un piccolo ma gustoso cameo.

Diventato in Italia un classicone natalizio che viene trasmesso ad ogni santa vigilia da almeno 20 anni (e del quale fino ad oggi avevo sempre perso il fantastico inizio che ritrae scene di vita quotidiana proletaria a Philadelphia), questa pellicola ha purtroppo un solo grande difetto: non va oltre il semplice ribaltamento di ruoli tra ricco e povero, evitando perciò d’approdare verso i lidi del ribaltamento societario, e si accontenta di mettere sul piedistallo del potere un nuovo re (nella fattispecie 2), meno ottuso del precedente decaduto, quando invece lo sanno tutti che i re stanno bene solo sul piedistallo della ghigliottina.

VOTO:
4 Scrooge e mezzo

Una poltrona per due (1983) voto

Titolo originale: Trading Places
Regia: John Landis
Anno: 1983
Durata: 116 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Starship Troopers (1997)

Nel 23esimo secolo la Terra è unita sotto un unico regime para-fascista che glorifica il sacrificio personale verso la Patria, specialmente quello fisico, e detesta i pappamolle pacifisti.

John Rico, Dizzy Flores, Carmen Ibanez e Carl Jenkins sono 4 giovani appena diplomati che decidono di arruolarsi nell’Esercito della Federazione; chi per fare carriera, chi perché appassionata di navi spaziali falliche e chi per seguire l’amore che chiaramente gli darà in culo al primo giro dell’angolo.
Questi giovani figli della patria troveranno pane per i loro denti nella guerra interplanetaria contro Klendathu, un corpo celeste all’altro capo della nostra galassia popolato da una specie aliena di aracnidi che non vedono di buon occhio l’invasione del loro pianeta per mano dei nazi-fascisti della Terra.

Starship Troopers (1997)

Magnifica satira del militarismo e dell’imperialismo americano tutta giocata sull’eccesso e sul ribaltamento di significato.

Difatti solo un imbecille potrebbe prendere sul serio la spregiudicata propaganda fascista che trasuda da ogni costume da gerarca, ogni dialogo sulla decadenza morale della democrazia e ogni inquadratura d’ogni perfetto metro di città sulla quale camminano bellissime persone sorridenti in un pauroso clima di pace romana mondiale.

Alla sua uscita fu un bel flop al quale contribuì molto probabilmente la stupidità di chi andò a vederlo e lo considerò nella migliore delle ipotesi uno strano film d’azione con personaggi e intrecci da serial televisivo per adolescenti quando invece la genialità dell’opera risiedeva proprio in questo suo sfacciato e orrendo travestimento da storia d’amore nello spazio.

Consigliato a chiunque abbia un briciolo di cervello e un assoluto must per i fan delle affabili distopie alla RoboCop.

VOTO:
5 briciole

Starship Troopers (1997) voto

Titolo completo: StarShip Troopers – Fanteria dello spazio
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Durata: 129 minuti

Sbatti il mostro in prima pagina (1972)

E’ il 1972 e manca poco alle elezioni nazionali.

La sinistra cresce, cresce a dismisura e i conservatori hanno paura; gli scontri tra sinistra, specialmente extra parlamentare, e lo Stato si fanno sempre più forti e in tutto questo casino una ragazza ancora minorenne viene trovata cadavere a Milano; secondo le ricostruzioni è stata violentata e uccisa.

Chiaramente i giornali vanno a nozze con la cronaca nera (specialmente quando sesso e morte si mischiano in un turbine melmoso che viaggia dritto al cuore dei lettori) e Giancarlo Bizanti, redattore capo de “Il Giornale” (da non confondere con l’omonima testata fondata due anni dopo l’uscita di questo film dal pedofilo fascista Indro Montanelli), decide di condurre per mano la vicenda servendo all’affamata e rancorosa opinione pubblica un mostro, un giovane comunista capellone incastrato dalla dubbia testimonianza della sua disturbata amante, gelosa fracica dei compagni di partito che lo avrebbero allontanato da lei.

Chiaramente le cose stanno diversamente e la verità è molto più semplice.

Sbatti il mostro in prima pagina (1972)
Indovina chi: ha la barba? è fascista?

Buono l’intento di evidenziare il losco legame tra politica e giornali che vengono usati troppo spesso per virare l’opinione pubblica verso questa o quell’altra sponda a seconda di come soffia il vento del potere, a tal proposito interessantissima la conversazione finale tra Bizanti e il padrone del quotidiano che sottolinea l’importanza del prossimo risultato elettorale per decidere le future mosse editoriali.

Purtroppo però il film, in parte ispirato al vero caso dell’omicidio di Milena Sutter da parte del “biondino della spider rossa”, risulta abbastanza confusionario, lascia molto a desiderare nell’intreccio investigativo (che risulta poco appassionante) e viene facilmente dimenticato poco dopo la visione.

Non tutti sanno che:
un giovane e capellone Ignazio La Russa compare in apertura mentre arringa la folla del movimento politico anti-comunista “Maggioranza silenziosa”.

VOTO:
2 Montanelli e mezzo

Sbatti il mostro in prima pagina (1972) voto

Titolo brasiliano: O Monstro na Primeira Página
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 1972
Durata: 86 minuti

L’altra Dallas – Chi ha ucciso RFK? (2007)

Robert Francis Kennedy è uno degli 8 fratelli di John Fitzgerald Kennedy, quel presidente americano a cui il 22 novembre 1963 fecero platealmente scuppiare la capocchia mentre sfilava in parata a Dallas; un omicidio molto famoso che ha generato infinite teorie complottiste di persone per nulla convinte che fosse stato un pazzo solitario a centrare il giovane presidente con un vecchio fucile.

E simile fine fece suo fratello Robert visto che il 6 giugno 1968 un immigrato giordano, il quale a tutt’oggi nega di ricordare cosa abbia fatto quel giorno, gli sparò in testa con una pistola mentre il senatore passava per le cucine dell’hotel Ambassador di Los Angeles.
Però, a differenza del più famoso fratello, Bobby non ha ricevuto la stessa attenzione dei complottisti mondiali perché la dinamica dell’omicidio fu molto diretta e poco interpretabile: colpo in testa da 1 metro di distanza con numerosi testimoni presenti.
Ciononostante Massimo Mazzucco, “famoso” documentarista italiano che ha vissuto molti anni in USA lavorando come sceneggiatore per Dino De Laurentiis e che poi ha deciso di rivolgere la sua attenzione al mondo dell’informazione alternativa, ha voluto esplorare meglio la vicenda producendo un’oretta di materiale molto interessante.

Ora, io non ho alcuna idea se quello che Massimo dice corrisponda a verità, ma devo ammettere che il film è accattivante e ne consiglio quindi la visione (gratuita, sul web).

VOTO:
3 web e mezzo

L'altra Dallas - Chi ha ucciso RFK? (2007) voto

Titolo originale: The Second Dallas – Who Killed RFK?
Regia: Massimo Mazzucco
Anno: 2007
Durata: 52 minuti

Zohan – Tutte le donne vengono al pettine (2008)

Cosa puoi fare nella vita dopo che per anni e anni hai sbracato di mazzate il popolo palestinese umiliando il diritto internazionale protetto dall’ombrello militare americano?

Semplice: il parrucchiere in America.
Avrai così l’occasione di fare i capelli lisci alle signore anziane prima di strapazzartele nel retrobottega facendo però al contempo molta attenzione alla possibile comparsata del tuo acerrimo nemico, il terrorista Fatoush “Phantom” Hakbarah.

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine (2008)

Sviolinata sionista da far rizzare i capelli in testa per la carica di stereotipi che porta avanti tronfio e fiero come un maiale col cappello di paglia la domenica e imperdonabile affastellamento di situazioni a volte assurde fino all’inverosimile, molte altre semplicemente stupide.

Per concludere, un paio di riflessioni:
1 – Per una volta, il titolo italiano non toglie nulla a quello inglese.
2 – Se mai nella vita verrete decapitati, questo è probabilmente il film che vi verrà in mente mentre la vostra testa starà cadendo nel cestino di vimini.

VOTO:
2 cestini di vimini

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine (2008) voto

Titolo originale: You Don’t Mess with the Zohan
Regia: Dennis Dugan
Anno: 2008
Durata: 113 minuti

Black Mirror: 2° stagione (2013)

Ti è morta una persona cara, ma la tecnologia può riportare in vita una (pallida e distorta) copia di lei.
Che fai, la resusciti?

Una donna ha compiuto un crimine orribile, ma la tecnologia può punirla facendogli vivere in loop 24 di angoscia.
Che fai, la condanni?

I politici sono degli stupidi fantocci, ma la tecnologia può mettergli contro un fantoccio virtuale sboccacciato con potenzialità dittatoriali.
Che fai, lo voti?

Un uomo non vuole aprire bocca sul suo coinvolgimento in un fatto di sangue, ma la tecnologia può costringerlo a farlo con l’inganno di una vita eterna passata dentro una cabina in mezzo ai ghiacci.
Che fai, lo freghi?

Questi i temi della seconda stagione del telefilm sulle distopie più interessante di sempre.
Che fai, lo guardi ora o subito?

Black Mirror: 2° stagione (2013)
il computer ti permette di disegnare cippe di cazzo; le fai viste frontali o di profilo?

Continua la corsa inarrestabile delle buone idee messe al servizio del buon cinema con questa piccola collezione di perle audio-visive che non mancheranno d’intrattenere con intelligenza e questioni morali tutt’altro che superficiali un pubblico più attento della desolante consueta media.

I picchi qualitativi si trovano indubbiamente negli episodi estremi (il primo e l’ultimo) con lo speciale natalizio a fare da re incontrastato del gruppo grazie ad una storia originale e intrigante ed una piccola serie d’invenzioni tecnologiche assolutamente terrificanti (il cookie cerebrale è una cosa da urlo), mentre quello su Waldo è un po’ fiacchetto anche perché rispolvera la solita cantilena contro i vuoti populismi che francamente ha rotto i coglioni.

Se siete stufi del marasma di boiate che vengono trasmesse in televisione (come al cinema) e se passate sopra le banalità quando si parla di politica che evidentemente in Gran Bretagna sono proprio incapaci di discuterne visto che stanno ancora con la regina vestita d’Arlecchino e la famiglia reale che chi se la incula, questa è sicuramente una validissima scelta.

VOTO:
4 Arlecchini e mezzo

Black Mirror 2° stagione (2013) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: seconda
Anno: 2013
Durata: 3 episodi da 1 ora