Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti

Making a Murderer: 1° stagione (2015)

Il cittadino statunitense Steven Avery fu condannato nel 1985 per un crimine che non aveva commesso: l’assalto, lo stupro e il tentato omicidio di Penny Beerntsen, una rispettabile donna residente nella stessa contea; uscito di galera nel 2003 grazie a nuovi test del DNA, Steven fece ovviamente causa allo Sceriffato locale e alla Contea per la bella sommetta di 36 milioni di dollari.

Altrettanto ovviamente lo sceriffato e la contea non la presero molto bene e quando due anni dopo si presentò loro l’occasione d’incastrarlo per un altro delitto, questa volta ancora più grave (ovvero lo stupro, la tortura, l’omicidio e l’occultamento del cadavere della giovane Teresa Halbach), non poterono resistere dal virare le investigazioni a loro favore per metterlo definitivamente in culo al povero Steven il quale, dal canto suo, voleva solo passare il resto della sua vita circondato dagli affetti che ingiustamente gli erano stati tolti per 18 anni.

Making a Murderer (2015)

Quando Netflix incontra Un giorno in pretura ecco che ti sorprendi nell’assistere all’interminabile epopea di un povero e ignorante cittadino semplice contro il gigante statale che lo accusa di crimini verso i quali il cittadino semplice si dichiara innocente.

Le vicende che hanno avviluppato l’esistenza di Steven Avery, le accuse, le condanne, le prove, i fatti, i test, gli avvocati, i giudici, i testimoni, le fotografie, le ossa, il sangue, le pallottole, le confessioni, i ritrattamenti, i pianti confluiscono in fiume in piena che è difficile da digerire in 10 episodi; nonostante la bravura dei realizzatori nel rendere avvincente una roba noiosa come i processi, non si riesce a soddisfare appieno né la sete di conoscenza su quello che è accaduto alla povera Teresa e né quella di giustizia per un processo imparziale e privo di pregiudizi, col risultato di trovarsi ogni tanto con qualche sbadiglio di troppo.

Making a Murderer cerca di raccontare come sia facile per una comunità d’individui omogenea piantare il dito accusatorio contro il diverso, contro la tara genetica (come sono stati definiti gli Avery), contro una famiglia di veri americani, di quelli che si sposavano tra parenti e andavano a caccia di cervi col fucile; l’America vera, quella che ha colonizzato il continente mentre l’elite bianca e puritana restava 10 passi indietro aspettando che questi esploratori pulissero il terreno per l’arrivo dei ricchi per poi sloggiare velocemente più avanti mentre i nuovi venuti godevano del frutto di questo sporco lavoro.

Sfortuna volle che a un certo punto l’ovest finì quando questi brutti sporchi e cattivi americani veri raggiunsero l’Oceano Pacifico e non ci fu quindi più una meta verso cui spingere questa massa di poveracci contro i quali quindi cominciò lentamente a sollevarsi un polverone accusatorio che voleva addossare loro ogni colpa, come fossero una sorta di capri espiatori collettivi.

La verità invece è che:
1 – l’ignoranza e la grettezza sono solo i sintomi di un male chiamato “sistema piramidale” che scarica sul più debole i problemi del più forte.
e 2 – quando c’è un omicidio, i primi sospettati sono sempre i familiari stretti, perché nel 90% dei casi si viene uccisi da chi si conosce ed ama, non da un poveraccio semi sconosciuto appena uscito di galera per un crimine mai commesso.

VOTO:
3 semi sconosciuti e mezzo

Making a Murderer (2015) voto

Titolo turco: Bir Katil Yaratmak
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Stagione: prima
Anno
: 2015

Durata: 10 episodi da 45 minuti circa

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

Sherlock Holmes (2009)

Chi non conosce l’investigatore privato più famoso della storia?

Sherlock Holmes, ovvero il personaggio letterario che contribuisce ad ogni sua apparizione alla celebrazione dell’individualismo e dell’iniziativa privata a discapito del supposto inefficente apparato pubblico statale, si trova questa volta alle prese con riti magici ed espansionismo coloniale.
Suo compito sarà sventare i piani machiavellici di un ricco bastardo (nel senso di figlio illegittimo) che tenta di rilanciare l’impero inglese a colpi di polverine magiche ed effetti speciali da baraccone circense.

Con un po’ di sale in zucca e la sua dose giornaliera di cocaina, Sherlock riporterà l’ordine costituito nel paese delle ingiustizie sociali.

Sherlock Holmes (2009)

Simpatica e altamente dinamica reinterpretazione del classicone inglese con protagonista un eccentrico testa di cazzo col berretto da cacciatore, questa moderna breccia di porta pia tenta con buoni risultati di attualizzare una figura storica che, nel bene o nel male, non è mai caduta completamente nel dimeticatoio.

Da antologia?
No.
Da bigotteria?
Sì.
Da cinefilia?
Forse.

VOTO:
4 bigotti

Sherlock Holmes (2009) voto

Titolo giapponese: Shârokku Hômuzu
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2009
Durata: 128 minuti

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014)

Due poliziotti (uno tarchiato e studioso, l’altro muscoloso e ritardato) così diversi, ma così diversi che lo farebbero venire duro alla commissione per la diversità cinematografica, si ritrovano in missioni segrete per scovare impicci vari con la droga.

Nel primo capitolo si travestono da liceali per beccare lo spacciatore capo della droga HFS (Holy Fucking Shit) che ha fatto fuori un ragazzetto bianco, mentre nel secondo devono scovare lo spacciatore capo della droga WHY-PHY (Work Hard? Yes, Play Hard? Yes) che ha fatto fuori una ragazzetta nera… chiarendo quindi fin dall’innesco delle trame l’intento satirico alle spalle dell’intera macchina perbenista bipartisan hollywoodiana.

In entrambi i casi la coppia di piedipiatti troverà più di quello che cercava mentre tenterà di appianare insicurezze personali e gelosie da tradimento, con il secondo capitolo che spinge sull’acceleratore della presa per il culo mettendo in evidenza sia tutti i micro-dogmi che fanno da stella polare al genere e sia più nello specifico tutta la carica omoerotica di questo tipo di film tanto amati dagli omofobi.

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014)

Trasposizione cinematografica dell’omonima serie televisiva americana che ha lanciato Johnny Depp al grande pubblico (con un suo comprensibile cameo nel primo capitolo) e riuscitissima presa per il culo dell’intero genere action-buddy-cop-comedy.
Devo dire che questa dose doppia di testosterone per supposta mi ha lasciato con la stranissima sensazione d’essere allo stesso tempo schifato dagli stereotipi del genere che coscientemente la pellicola abbraccia in pieno e divertito dagli stereotipi del genere che coscientemente la pellicola abbraccia in pieno; un dilemma Amletico che solo una forte dose di ketamina potrà sopire.

VOTO:
3 stereotipi e mezzo

21 + 22 = 43 Jump Street (2012-2014) voto

Titoli: 21 Jump Street, 22 Jump Street
Registi: Phil Lord, Christopher Miller
Anni: 2012, 2014
Durate: 109 minuti, 112 minuti
Comprali: http://amzn.to/2z7KIlK

Il silenzio degli innocenti (1991)

Accade che vengano trovati i corpi di giovani ciccione brutalmente deturpate e non si riesce a capire chi diamine sia l’assassino.

Sospettando che il geniale cannibale dottor Hannibal Lecter possa fare un po’ di luce sul caso, viene mandata una giovane recluta dell’FBI, Clarice Starling, a fare le domande giuste all’uomo giusto rinchiuso giustamente in prigione.
Mettendosi a nudo emotivamente di fronte a Lecter, Clarice stabilirà un legame psicologico con il dottore favorendo così quell’introiezione necessaria a comprendere le azioni di Buffalo Bill, il serial killer delle ciccione, così soprannominato per l’usanza di scuoiare le sue vittime.

Il silenzio degli innocenti (1991)

The Silence of the Lambs, soprannominato da me The Snapchat of the Lambs per l’usanza di fare i selfie, è indubbiamente un film eccezionale e come tale c’è poco da disquisire.
Belle le interpretazioni, bella la regia, belle le musiche, bella l’atmosfera, bellissima la fotografia, bello tutto.

Non lo vedevo da parecchi anni (probabilmente da prima che mi interessassi in maniera maniacale al cinema) e devo dire che, rivisto con gli occhi maturi di uno che (alla pari di una puttana vietnamita) ne ha viste di tutti i colori, è una pellicola che lascia molto sconcertati per quel crepitante brivido che ti lascia scorrere sulla schiena non tanto nelle scene più gore (tra l’altro molto rare) ma per quelle più psicologiche, per quegli scambi di dialogo assolutamente fuori dalla logica poliziesca tra la giovane e determinata investigatrice e il cannibale che l’aiuterà a scovare l’assassino.

Insomma, come dice il famoso critico cinematografico Mereghetti:
oh baby, io tanta voja, io faccio amore lungo lungo,
fare festa, io succhia succhia.
15 dolla, faccio tutto tu vuoi !

VOTO:
5 agnelli

Il silenzio degli innocenti (1991) voto

Titolo originale: The Silence of the Lambs
Regia: Jonathan Demme
Anno: 1991
Durata: 118 minuti
Compralo: http://amzn.to/2jQBK7e

Il prescelto (2006)

Edward Malus (Malus…Malus…diocristo) è un poliziotto col senso di colpa per aver visto morire di fronte ai suoi occhi una madre e la sua bambina, sfracellate irrimediabilmente da un tir di 20 tonnellate.
L’occasione di redenzione sembra arrivare quando una sua ex, oramai residente da anni su un’isoletta privata molto misteriosa, gli scrive chiedendo aiuto per la sua figlia misteriosamente scomparsa.

Quello che Malus troverà saranno molte api e poca compassione.

Il prescelto (2006)

Giuro una cosa:
che iddio morisse di peste in questo preciso istante se non è vero che io mi sono visto questa merda di film solo per la famosissima scena finale con Nicholas Cage che urla “Not the bees!” mentre gli calano, a lui che è allergico, una valanga di api dentro una gabbietta stretta attorno alla faccia dopo avergli spezzato le gambe.

E invece dopo un’ora e mezza, quando il nostro Nicholas viene preso dai pazzi abitanti del villaggio pagano per compiere l’empio rituale, ecco che scopro con orrendo dispiacere come la scena, fonte di infiniti meme, sia stata stata misteriosamente tagliata.

Mannaggia cristo.

VOTO:
2 api

Il prescelto (2006) voto

Titolo originale: The Wicker Man
Regia: Neil LaBute
Anno: 2006
Durata: 102 minuti

Sole negli occhi (2001)

Il trentenne Marco è (probabilmente) un omosessuale represso completamente bloccato in un misero infantilismo da quando in giovine età fu beccato dal padre mentre a casa faceva della non meglio identificata roba zozza.
Arrivato a Rimini per dissuadere il genitore dalla vendita di una casa, Marco finisce per accoltellarlo malamente in un premeditato impeto di voglia di indipendenza.
I restanti 3 quarti del film seguono il percorso emotivamente liberatorio e praticamente involutivo del patricida il quale, cercando di eludere le indagini, fa in realtà tutto pur di farsi beccare.

Sole negli occhi (2001)

Interessantissimo dramma familiare di un individuo ironicamente solo come un cane che si distacca fortemente dalla solita melma italica per giungere su sponde molto più intellettuali e forestiere.

Il film parte in maniera furente e già dal primo minuto si capisce la portata dell’opera; tutta la sequenza iniziale poi è un assoluto capolavoro teatrale entro il quale Gifuni prende il volo grazie ad una recitazione contenutissima e precisa secondo la quale anche un’intonazione o un lieve sorriso possono e devono sorreggere la trama.
Qui infatti si lavora molto per sottrazione e tutto, dalle interpretazioni alla messa in scena, dalla scenografia alla fotografia, è centellinato in maniera tale che ad emergere non siano i virtuosismi del regista egocentrico alla Sorrentino il quale ho scoperto recentemente non paga gli straordinari al suo assistente alla regia pezzo di merda spilorcio figlio di un cane, ma bensì la storia di un pericolosissimo timido spilungone mai cresciuto.

VOTO:
4 Sorrentino ladro

Sole negli occhi (2001) voto

Titolo inglese: Empty Eyes
Regia: Andrea Porporati
Anno: 2001
Durata: 90 minuti

Gli intoccabili (1987)

Nel 1930 a Chicago se volevi farti un goccio dovevi attaccarti al cazzo perché in USA c’era il proibizionismo.
In questo sobrio clima di terrore psicologico, la mafia italo-americana ebbe buon gioco e la banda del celebre Al Capone prese presto un ruolo dominante all’interno dell’organigramma a delinquere che gestiva il commercio illegale delle sbronze: tra una bomba qui e una raffica di mitra là, Alfonsetto lo stronzetto fece così tanti soldi da fondare un piccolo impero imprenditoriale di cui, tramite le scatole cinesi finanziarie tanto care a Berlusconi, non pagava un centesimo di tasse.

Ed è grazie a questo reato minore che la banda degli intoccabili, un valoroso gruppo di statali dal passato variegato al cui capo v’era l’agente del Tesoro Eliot Ness, riuscì a mettere in gattabuia per parecchi anni Al Capone, detto Scarface, detto Cotechino, detto Vigo di Carpazia.

Gli intoccabili (1987)

Celebre film in costume (di Armani) che ha fatto sognare più di un cervo.

Lo stile De Palma è chiaro e plateale: le sue celebri carrellati, i piani sequenza e le costruzioni sceniche ad incastro prendono spesso il sopravvento e forse ci si ritrova a desiderare un modo di fare cinema meno vistoso, meno teatrale, meno pomposo, meno celebrativo, meno autocompiacente, meno sfarzoso, meno programmato, meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno meno.

VOTO:
4 pagliacci

Gli intoccabili (1987) voto

Titolo originale: The Untouchables
Regia: Brian De Palma
Anno: 1987
Durata: 119 minuti

Animali Notturni (2016)

Abbiamo visto il film dei borghesi grandi grandi con problemi piccoli piccoli.

Si parla di:
Single Man, Registi Stilisti, Jake Gyllenhaal, Amy Adams, Arrival, Prime impressioni, Michael Shannon, La trama, Cose positive, Aaron Taylor-Johnson, il Doppio ruolo del fantasmatico protagonista maschile, il Sensibile personaggio del romanzo senza palle, gli Animali Notturni, il Popolo lavoratore che non va al cinema, Tiziano Ferro, Tom Ford, l’Omosessualità, Musiche, Minimalismo, Sentimento, il Folgorante inizio, San Sebastiano bovino, Provocare a tutti i costi come in Cremaster, Quando un film fallisce, Votazioni e Borghesia.

Titolo originale: Nocturnal Animals
Regia: Tom Ford
Anno: 2016
Durata: 116 minuti

I soliti sospetti (1995)

Storia di una pericolosa banda di criminali, reclutati per un lavoro sporco da un fantomatico mandante turco rispondente al nome di Kayser Soze, raccontata dall’unico superstite di questo assalto armato ad una nave carica di cocaina argentina: uno zoppo truffaldino che sembra abbia visto questo mitico e spaventoso mega criminale turco e che per questo viene torchiato dal prepotente poliziotto di turno al solo fine di estorcergli una dritta che sia una sulla vera identità del mitico e spaventoso turco mega criminale di cui sopra.

I soliti sospetti (1995)
sopra

Leggendario film poliziesco con famosissimo twist finale che, per quelli che hanno vissuto su Marte fino ad ora, non rivelerò per pura pietà.

Quello che invece posso dire è quell’episodio molto divertente avvenuto durante le riprese del film che vide il pederasta Bryan Singer entrare nella roulotte dell’attore Kevin Spacey trovandovi il suo ragazzo (ragazzino) dell’epoca succhiare avidamente il cazzo al bravo Kevin, famoso ricchione in the closet hollywoodiano.
La reazione fu (comprensibilmente) tanto violenta e burrascosa da far rischiare di chiudere baracca e burattini alla produzione, ma fortunatamente alla fine Bryan inghiottì il rospo della storia del suo ragazzo che inghiottì il cazzo di Kevin Spacey che al mercato mio padre comprò e noi oggi possiamo apprezzare questo bel film con famosissimo twist finale.

VOTO:
4 rospi e mezzo

I soliti sospetti (1995) voto

Titolo originale: The Usual Suspects
Regia: Bryan Singer
Anno: 1995
Durata: 106 minuti

Alex l’ariete (2000)

Alex è un carabiniere testa di cuoio testa di cazzo che, per salvare un neonato finito in mezzo ad una sparatoria con dei trafficanti di mitragliatrici nascoste dentro delle bare, si fa sospendere dal Gruppo di Intervento Speciale e finisce a prestare servizio per circa 5 ore in un paesino montanaro in cui riesce a fare il provolone con una fica da via Monte Napoleone subito dopo aver consumato il suo primo pasto in paese, un risotto di cui si fa menzione ben 3 volte ma che non appare mai.

Scoccata la sesta ora viene convocato d’urgenza per una missione speciale e molto segreta: accompagnare una ragazza col disturbo borderline, di cui non si fa mai menzione ma che traspare per tutta la durata del film (e della vita privata di Michelle Hunziker), fino a Roma per rispondere ad una (falsa) accusa di omicidio.

Tra i due nascerà subito un’impossibile storia d’amore e odio che può essere spiegata unicamente con un forte desiderio di complementarità: lei insegnerà a lui la misteriosa arte della conversazione mentre lui mostrerà a lei come si può mantenere la stessa espressione (imbecille) anche per parecchi minuti di fila.

Alex l'ariete (2000)

L’abominevole storia odi et amo tra un tortellino bolognese di 90 chili e una coltellata svizzera in bocca prende qui le sembianze di uno dei più bei film della storia del cinema.

Ovviamente sto scherzando: l’unica cosa salvabile in un quest’orribile sceneggiato da Rete Oro è l’irresistibile comicità involontaria che sgorga copiosa da ogni mostruosa inquadratura, ogni urlo di Michelle, ogni frase smozzicata di Alberto, ogni buco di sceneggiatura grande come la fossa delle Marianne.

Bisogna però ammettere che la Hunziker fa quello che può con una storia da Bim bum bam mentre Tomba fa quello che può con un cervello da ritardato.

VOTO:
2 razziatrici di tombe e mezza

Alex l'ariete (2000) voto

Titolo originale: Alex l’ariete
Regia: Damiano Damiani
Anno: 2000
Durata: 122 minuti