Alex l’ariete (2000)

Alex è un carabiniere testa di cuoio testa di cazzo che, per salvare un neonato finito in mezzo ad una sparatoria con dei trafficanti di mitragliatrici nascoste dentro delle bare, si fa sospendere dal Gruppo di Intervento Speciale e finisce a prestare servizio per circa 5 ore in un paesino montanaro in cui riesce a fare il provolone con una fica da via Monte Napoleone subito dopo aver consumato il suo primo pasto in paese, un risotto di cui si fa menzione ben 3 volte ma che non appare mai.

Scoccata la sesta ora viene convocato d’urgenza per una missione speciale e molto segreta: accompagnare una ragazza col disturbo borderline, di cui non si fa mai menzione ma che traspare per tutta la durata del film (e della vita privata di Michelle Hunziker), fino a Roma per rispondere ad una (falsa) accusa di omicidio.

Tra i due nascerà subito un’impossibile storia d’amore e odio che può essere spiegata unicamente con un forte desiderio di complementarità: lei insegnerà a lui la misteriosa arte della conversazione mentre lui mostrerà a lei come si può mantenere la stessa espressione (imbecille) anche per parecchi minuti di fila.

Alex l'ariete (2000)

L’abominevole storia odi et amo tra un tortellino bolognese di 90 chili e una coltellata svizzera in bocca prende qui le sembianze di uno dei più bei film della storia del cinema.

Ovviamente sto scherzando: l’unica cosa salvabile in un quest’orribile sceneggiato da Rete Oro è l’irresistibile comicità involontaria che sgorga copiosa da ogni mostruosa inquadratura, ogni urlo di Michelle, ogni frase smozzicata di Alberto, ogni buco di sceneggiatura grande come la fossa delle Marianne.

Bisogna però ammettere che la Hunziker fa quello che può con una storia da Bim bum bam mentre Tomba fa quello che può con un cervello da ritardato.

VOTO:
2 razziatrici di tombe e mezza

Alex l'ariete (2000) voto

Titolo originale: Alex l’ariete
Regia: Damiano Damiani
Anno: 2000
Durata: 122 minuti

Danko (1988)

Il capitano sovietico Ivan Danko deve recuperare un pericolosissimo criminale georgiano rifugiatosi in USA; per fare ciò verrà affiancato da Art Ridzik, un poliziotto di Chicago dai modi spicci e dalle tendenze omofobiche.

Ma come cazzo è possibile?
Eppure Walter Hill ci aveva regalato bella roba tipo The Warriors o Southern Comfort; invece questo strofinaccio per vetri cinematografico spinto a calci in bocca e battutine penose non è altro che merda.
Sorretto da una logica manichea e violenta nonostante abbia la pretesa di professare l’unione dei popoli contro la volontà dei politicanti, Red Heat s’infrange presto sul muro dell’analisi politica: a prima vista infatti i due poliziotti sembrano superare in parte i loro pregiudizi e gli iniziali fraintendimenti per abbracciare un più universale umanesimo, ma ciò è palesemente falso.
Difatti è grazie al cazzo che Danko e Ridzik alla fine vanno d’accordo, sono entrambi della stessa pasta: essi rappresentano infatti il braccio armato di uno stato fascista; il primo fascio-socialista, il secondo fascio-capitalista.
Giusto un povero scemo, un bugiardo cronico o un furbo negazionista potrebbe affermare altrimenti.

A condire il tutto poi abbiamo prima un bel velo di omofobia vecchia scuola, qui palesata dall’insistenza con cui Art chiede a Ivan se ha mai avuto una ragazza, e poi una bella intesa transoceanica su come risolvere il problema della droga: fare come in Cina e cioè prendere tutti i trafficanti e soprattutto tutti i dipendenti da droga e fucilarli in piazza, senza processo, evitando così le lungaggini dei politicanti che si mettono sempre in mezzo a questa giustizia sommaria da fieri ignoranti.

Ma andate affanculo.

VOTO:
2 fieri ignoranti

Danko (1988) voto

Titolo originale: Red Heat
Regia: Walter Hill
Anno: 1988
Durata: 104 minuti

The Wicker Man (1973)

Il sergente di polizia Neil Howie riceve una lettera anonima nella quale si invoca il suo aiuto per la scomparsa di una ragazzina a Summerisle, una piccola isola al largo della Scozia nord occidentale.
Mosso da un profondo senso del dovere ed un’altrettanto stupida fede nel Cristo salvatore, Howie va ad indagare la scomparsa della giovine, ma quello che trova sono solo pagani picchiatelli, vergini ben disposte e parecchie allusioni al cazzo come simbolo di venerazione.

Insomma, un po’ come a casa di Berlusconi.

The Wicker Man (1973)

Stupefacente cazzotto in testa sotto forma di opera filmica per questo film cult inglese molto particolare e molto bello.
La piccola ma opprimente storia misteriosa che si dipana per 3 giorni come un’annunciata valanga fino a giungere ad un vero e proprio capolavoro nel famoso finale può essere forse considerata l’anello mancante tra orrore e pura poesia.
Se a questo si aggiunge Christopher Lee vestito da damigella danzante, allora non ci sono più scusanti per non vedere questo capolavoro.

VOTO:
4 dio Sole e mezzo

The Wicker Man (1973) voto

Titolo originale: The Wicker Man
Regia: Robin Hardy
Anno: 1973
Durata: 88 min | 99 min (extended) | 94 min (final cut)

Zootropolis (2016)

Nella città di Zootopia che non si sa bene il motivo è stata tradotta con Zootropolis perché a quanto pare secondo i distributori nostrani è più famoso il film di Fritz Lang del 1927 che il libro di Tommaso Moro, vive una moltitudine di animali antropomorfi i quali sembrano aver raggiunto un livello evolutivo pari al nostro; la cosa interessante però è che, nonostante la coesistenza di diverse razze e soprattutto di diverse diete, la pace regna (più o meno) sovrana.
Judy Hopps, ambiziosa prima coniglia poliziotto della megalopoli, vessata da tutto e tutti per la sua modesta fisicità ed un pregiudizio duro a morire secondo cui le dimensioni contano quando si deve ripristinare l’ordine, vuole risolvere il mistero dei 14 cittadini scomparsi, coincidentalmente tutti animali predatori.
Grazie alla sua perseveranza idiota e all’aiuto di una volpe che si dà da fare con traffici più o meno illegali tra le pieghe della legge, Judy scoprirà una mega cospirazione atta a smuovere lo status quo in favore di una particolare classe di cittadini.

Zootropolis (2016)

Divertente commedia Disney dai risvolti spaventevoli, Zootopia parla della discriminazione razziale e dell’uso di stupefacenti con il solito piglio semplice ed efficace dei cartoni animati.
Razzismo? Stupefacenti?
Sì perché, come si evince chiaramente dal susseguirsi degli eventi narrati, questo mondo antropomorfo è solo apparentemente pacifico e omnmicomprensivo; in realtà gli animali predatori, per via del loro passato un po’ selvaggio, sono considerati cittadini di second’ordine ai quali è perfino permesso negare l’ingresso nei ristoranti (vi ricorda qualcosa?).
Questo 10% della popolazione (i neri americani sono circa il 12%) è a volte visto con diffidenza e il fatto che i 14 predatori di cui sopra vengano in seguito ritrovati tramutati in pericolose bestie feroci e assassine fa scoppiare velocemente la bolla perbenista entro la quale Zootopia aveva prosperato fino a quel momento.
Ma attenzione: il parallelo predatori-neri americani non finisce qui: si scopre presto infatti che questi feroci animali impazziti siano stati in realtà drogati con un estratto di una pianta chiamata Nighthowler seguendo un diabolico piano di una parte deviata del governo cittadino così da montare un caso contro una minoranza di cittadini e compattare meglio la società cosiddetta civile.

E che c’entra?
Beh, si dà il caso che negli anni ’80 il governo americano, attraverso la CIA, abbia addestrato e finanziato con fiumi di denaro una serie di gruppi ribelli di destra nicaraguensi i quali si opponevano al governo sandinista democraticamente eletto che precedentemente aveva cacciato a calci in culo le compagnie private americane dal loro territorio le quali volevano costruire un canale artificiale per unire i due oceani sul modello del canale di Panama (sempre fatto e gestito dagli americani) e trarne poi grande profitto.
Siccome i Contras, questo il nome in codice dei ribelli di destra di cui sopra, si autofinanziavano anche con la vendita all’ingrosso di cocaina, successe che il governo americano, cercando di tenersi buoni i camerati ribelli, chiuse un occhio sull’esportazione del prodotto su suolo americano (qualcuno dice pure che abbia attivamente aiutato).
E chi è che è stato più duramente colpito dall’afflusso enorme di cocaina e dei suoi derivati tipo il crack?
Ovviamente le classi più povere e marginalizzate dei grandi centri urbani.
E da chi era (ed è) composta la classe più povera e più vessata d’America?
Ma dai neri ovviamente!
Ecco quindi che intere comunità afro-americane sono state spazzate via dall’arrivo di droghe spacca cervello che hanno distrutto molto del lavoro di auto-determinazione e rivincita culturale iniziato da neri come Martin Luther King il quale fu assassinato nel 1968, secondo molti, grazie ad complotto dei servizi segreti americani.

Insomma, un film per famiglie.

VOTO:
4 Martin

Zootropolis (2016) voto

Titolo originale: Zootopia
Regia: Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush
Anno: 2016
Durata: 108 minuti

58 minuti per morire (1990)

Dopo aver salvato capra e cavoli al grattacielo Nakatomi facendo scoppiare bombe e teste di cazzo senza soluzione di continuità, John McClane si è riappacificato con sua moglie cattolica mafiosa tanto da far visita natalizia ai di lei genitori.

A rompere le uova nel paniere familiare arriva però Franco Nero in versione dittatore sud americano anti-comunista ex alleato della CIA ora in modalità arresto internazionale il quale sta per atterrare all’aeroporto di Washington DC proprio mentre il nostro prode poliziotto fascista sta aspettando la moglie cattolica mafiosa per andare a far visita di cortesia ai di lei genitori.

58 minuti per morire (1990)

Seguito meno riuscito del celebre primo Die Hard, delizioso film vagamente fascistoide ma comuque dotato di un buon sarcasmo e una sequela di ottime scene d’azione che certe cacate di oggi se le sognano col binocolo, qui purtroppo siamo più dalle parti dell’effetto speciale spropositato e dei morti che cadono numerosi come popocorn sul pavimento del cinema.

Bella la trafittura oculare con la stalattite di ghiaccio (una chiara frecciatina al delitto di Cogne dal quale la Franzoni ne è uscita indenne nonostante tutti sapessero fosse stata lei a uccidere il figlio proprio con un pugnale di ghiaccio), bella la danza nuda di cui sopra e della quale non si sentiva la minima mancanza e molto belli Robert Patrick e John Leguizamo giovini giovini che io non m’ero mai accorto recitassero per tipo 7 secondi tra le file dei cattivi.

VOTO:
3 assassine

58 minuti per morire (1990) voto

Titolo originale: Die Hard 2 Die Harder
Regia: Renny Harlin
Anno: 1990
Durata: 124 minuti

Trappola di cristallo (1988)

Una banda ben organizzata di ladri europei vuole derubare la cassaforte del grattacielo Nakatomi mentre al 30esimo piano stanno avvenendo i festeggiamenti per la zozza vigilia di Natale.
E però questi manigoldi non hanno fatto i conti con John McClane, poliziotto newyorkese in trasferta a Los Angeles per far visita a moglie e figli, il quale non vede l’ora di esprimere la sua vena nichilista mentre scalzo si diverte a sparacchiare mitraglie pensando di far del bene all’umanità quando in realtà è solo un cane sciolto al soldo del sistema.

Trappola di cristallo (1988)

Straordinario film d’azione tipicamente americano, preciso come un orologio svizzero e pieno di quell’umorismo yuppie che piaceva tanto ai cocainomani anni ’80, Die Hard era e rimane godibilissimo e divertente.

Se non fosse per l’amichevole poliziotto nero che confessa di aver sparato ad un tredicenne disarmato senza farsi neanche un giorno di galera manco fosse George Zimmerman con Trayvon Martin, uno potrebbe pure parteggiare per i cosiddetti buoni.
Se però aggiungiamo che a capeggiare il manipoli di anglo-italo-tedeschi c’è il compianto Alan Rickman a cavallo dell’Inno alla Gioia, celebre brano di Beethoven e inno dell’Unione Europea dal sapore vagamente nazista, allora Bruce Willis se ne può pure andare a fanculo con il suo amore per il quinto emendamento e il suo supporto a George Bush.

Mortacci sua.

VOTO:
4 Bush cocainomani

Trappola di cristallo (1988) voto

Titolo originale: Die Hard
Regia: John McTiernan
Anno: 1988
Durata: 131 minuti

RoboCop (2014)

Alex Murphy viene esploso, danni, paralitico, trasformato in robot da corporazione malefica mangiasoldi, sbim bum bam.
Moglie e figlio traumatizzati, amore negato, dottore lo voglio nero, eh no codice rosso non puoi sparare, voglio morire, è veloce e resistente, 60 secondi per arrestare un assassino violentatore, sta indagando il suo omicidio, fabbrica di droga, stritum tan, poliziotti corrotti, senato vota sì ai robot, presidente OCP contento, presidente morto.

RoboCop-(2014)
Samuel L. Jackson motherfucker

Rifacimento (o come lo chiamano adesso remake/reboot) del meraviglioso classico anni ’80, questa cacata mandata giù di traverso non ci voleva proprio.
Consapevole delle qualità che hanno reso l’originale un capolavoro, il reboot se ne frega al cazzo al 70% e lascia solo qualche briciola ai poveri nostalgici come me che hanno a cuore il cervello invece dell’erezione che molto probabilmente regna sovrana tra chi si diverte a vedere ‘ste minchiatelle pompate a bomba co’ le pistolettate a raffica e la noia che te se porta via.
Il problema è che non fa schifo, anzi c’è anche qualche battutina simpatica e un lieve accenno di satira sociale, ma il tutto è diluito in un mare di banalità generalista.
Insomma, non se sentiva assolutamente il bisogno.

VOTO:
2 nostalgici e mezzo

RoboCop-(2014)-voto

Titolo originale: RoboCop
Regia: José Padilha
Anno: 2014
Durata: 117 minuti

Beverly Hills Cop (1984)

Il poliziotto nero e fuori dagli schemi Axel Foley deve trovare chi ha ucciso con una pistolettata sulla nuca il suo amico Mikey.
Per fare ciò, dalla deprimente e grigia Detroit va in trasferta a Beverly Hills, residenza preferita di molte star hollywoodiane e dove il fascio-capitalismo regna sovrano mentre il razzismo serpeggia mascherato da berbenismo.

Tra uno schiaffo al primo e una risata in faccia al secondo, Axel dovrà fronteggiare un potente e ricchissimo importatore illegale di droga e bond statali della Germania Ovest; uno stronzetto talmente sicuro di sé e del sistema che lo protegge che non ho pianto una lacrima quando alla fine si è beccato una raffica di pallottole in bocca.

Beverly-Hills-cop-(1984)
c’è anche Mike di Breaking Bad e Better Call Saul

Simpatica commedia per adulti con protagonista un esordiente, esuberante e ventitreenne Eddie Murphy (fino ad allora solo una star televisiva del Saturday Night Live); un attore nato che sbancò il botteghino e i cuori di mezzo mondo con la sua particolare mimica facciale e il suo stile di recitazione molto naturale e allo stesso tempo incredibilmente teatrale.

Sia ben chiaro, Beverly Hills Cop non è niente di eccezionale, ma qualche stoccata ai poliziotti pulitini e razzisti di Los Angeles eleva (quasi) la produzione da film di cassetta a quadro satirico degli anni ’80.

VOTO:
3 persone pulitine (razziste?)

Beverly-Hills-Cop-(1984)-Voto

Titolo italiano: Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills
Regia: Martin Brest
Anno: 1984
Durata: 105 minuti

Regression (2015)

Un detective senza il benché minimo livello di approfondimento caratteriale si trova a dover indagare sui presunti ripetuti ritualistici stupri di una diciassettenne americana, villica di una cittadina sperduta nel nulla-centro-statunitense; e passo dopo passo, indizio dopo indizio, interrogatorio fatto a cazzo dopo interrogatorio fatto a cazzo, riuscirà a combinare un casino tale che persino lui, agnostico materialista decaffeinato, comincerà a guardare a quel ciocco di legno intagliato a somigliare un uomo orribilmente torturato a morte e da molti incredibilmente scambiato per un dio…con occhi diversi.

ma sei sicura che quel ciocco di legno può farmi trovare lavoro?
ma sei sicura che quel ciocco di legno può fare miracoli?

Ritorno sul grande schermo per il polemico Amenábar il quale continua la sua personale battaglia contro la stupidità umana e il gregge culturale chiamato società civile; questa volta siamo alle prese con la psicologia cacata delle regressioni indotte e le isterie di massa a sfondo religioso tipo le paranoie sulle presunte sette sataniche molto in voga tra gli anni ’80 e ’90.
Nonostante quindi i buoni intenti e una condivisibile visione del cinema come strumento per veicolare messaggi (che stranezza vero?), Regression soffre di alcuni schematismi elementari, una trama telefonata dal 4 minuto e qualche scivolone stilistico-narrativo che affossano il progetto nel cestone delle offerte di Mediaworld.

Un peccato, perché The OthersAgoraThesis, Mare dentro, e Apri gli occhi sono tutti ottimi film; mentre “Regression” è quello che succede al tuo cervello quando guardi Regression.

VOTO:
2 regressioni e mezza

Regression-(2015)-VotoTitolo originale: Regression
Regia: Alejandro Amenábar
Anno: 2015
Durata: 106 minuti

L’udibile di Takeshi Kitano

http://www.academia.edu/24110611/Ludibile_di_Takeshi_Kitano

(tesi di laurea – 2008)

Il cinema orientale è per sua natura votato alla parsimonia sonora; possiamo facilmente scovare decine e decine di registi che usano il silenzio come una voce, le musiche come dialogo e il rumore di uno sparo come un addio. Quest’ultimo è il caso di Takeshi Kitano, un regista-autore giapponese che, oltre alla suddetta attività, si presta a quasi tutta l’arte contemporanea: è scrittore, pittore, presentatore e autore televisivo, attore comico ed editorialista/commentatore per periodici. Ovviamente non tutti i suoi sforzi sono premiati da risultati eccelsi, ma gia solo per la sua poliedricità è da considerarsi un personaggio degno d’interesse.
Tornando ai suoi film, Kitano è molto famoso per l’abbondanza di violenza nelle sue pellicole; non tutti invece si soffermano sulla scarsezza di parlato. Lui è solito inserire pochi dialoghi: la fanno da padrone brevi frasi, non necessariamente articolate e/o pregnanti semanticamente, che però nascondono e allo stesso tempo schiudono una prospettiva di significati. Un esempio su tutti è il film Il silenzio sul mare (Ano natsu ichiban shizukana, 1991), un film con due protagonisti sordomuti che, ovviamente, non sono soliti parlare molto. Tutta l’azione è concentrata quindi sui gesti in primo piano e l’ambiente sullo sfondo: i primi sono rarefatti, quasi singole scenette montate con una consecutio logica più che artistica; il secondo invece è ben presente, è dietro ma è spesso a fuoco: una città grigiastra, sporca e apparentemente senza amore.
Ecco che però è la coppia ad irradiare tutto con il loro silenzio loquace, piano piano, partendo in sordina, ma giungendo ad una insperata coralità finale.
Questo ed altro è il cinema silenzioso di Takeshi Kitano, l’autore che tratto in questa sede.

Space Cop (2016)

Space Cop è un poliziotto panzone combinaguai del 2058 il quale finisce per sbaglio dentro un buco nero che lo riporta indietro al 2008, qui ricomincia a lavorare come tutore dell’ordine fino a quando nel 2015 gli viene appioppato un altro poliziotto fuori dal tempo, costui dagli anni ’50, insieme al quale dovrà sventare i folli piani di una razza aliena nemica comandata dal cervello di uno scienziato folle con il pallino per l’estinzione della razza umana.

locandina "retro" molto "now"
locandina “retro” molto “now”

La cosa che fa più male di questo noioso polpettone misto con gamberi surgelati è che io sono un grandissimo fan del gruppo RedLetterMedia; le stesse sarcastiche bestie che si celano dietro questo progetto indipendente mi hanno infatti portato tanta gioia con i loro show su YouTube tipo Half in the Bag o Best of the Worst.
E invece qui la cosa che salta subito all’occhio è che le risate latitano come i cervelli in redazione al Messaggero; tralasciando la povertà di alcune scenografie e dei costumi degli alieni, perfettamente comprensibile visto il budget ridotto e tuttosommato in sintonia con l’anima nostalgica per i film di serie B anni ’80 e ’90 a cui RedLetterMedia deve molto, è invece nel comparto storia che il casino regna sovrano.
Un inutile e confusionario secondo spostamento temporale (dal 2008 al 2015), recitazioni fin troppo caricate e autoreferenziali, e una serie di scene collegate da niente più che un esile filo narrativo composto da botte e risposte di una semplicità e ottusità disarmante fanno di Space Cop un brutto film.
Ma non uno di quelli brutti brutti che fanno ridere (pane quotidiano per Best of the Worst); no, brutto medio che è la morte sua e del mio cervello.

VOTO:
2 delusioni

Space-cop-(2016)-Voto

Titolo originale: Space  Cop
Regia: Jay Bauman, Mike Stoklasa
Anno: 2016
Durata: 102 minuti

La isla mínima (2014)

E’ il 1980, la Spagna sta attraversando il cosiddetto periodo di “transizione” che da dittatura fascista la porterà a dittatura del capitale, e in una regione acquitrinosa e remota dell’Andalusia succede che diverse minorennni stiano scomparendo misteriosamente per poi ricomparire morte, orribilmente mutilate, torturate e ovviamente stuprate.

A risolvere il caso vengono mandati da Madrid due detective molto diversi che dovranno imparare a collaborare se vogliono risolvere il caso delle minorenni morte, orribilmente mutilate, torturate e ovviamente stuprate.

La isla mínima (2014)

Non è capolavoro, ma gli dà in culo a Romanzo Criminale e altra robaccia.

Interessante pellicola spagnola all’insegna del “mortacci vostra fascisti demmerda”, La isla mínima parla di 4 giovani ragazze a cui gliel’hanno letteralmente messo al culo, così da parlare ovviamente d’altro; per la precisione parlare del popolo spagnolo che, dopo la morte di quel testa di cazzo di Francisco Franco, sperava di realizzare quella rivoluzione popolare tanto agognata tra il 1936 e il 1939 quando si poteva fare un paese diverso e invece vinsero i fascisti di Franco con l’appoggio di mezza Europa e niente, gli Spagnoli lo presero al culo, come le minorenni morte, orribilmente mutilate, torturate e ovviamente stuprate.

Splendidamente girato in chiave “finta zozzona” che sembra un film anni ’70 quando invece è tipo una mega produzione alla True Detective, questo bel film politico mascherato da poliziesco colpisce bene perché lavora allo stesso modo su più fronti per portare a casa il messaggio che quando il popolo vince, perde: la storia delle minorenni seviziate e del ricco pedofilo, la storia dello sciopero all’industria locale e del padrone affamatore, e la storia del poliziotto dal passato torbido che… vabbè, guardatevi il film per sapere come va a finire.

VOTO:
4 robacce

La isla mínima (2014) voto

Titolo inglese: Marshland
Regia: Alberto Rodríguez
Anno: 2014
Durata: 105 minuti