Samurai Cop (1991)

Joe Marshall (che in America sarebbe tipo Peppe Maresciallo) è un poliziotto di San Diego esperto in arti marziali che viene chiamato a Los Angeles per combattere una gang Yakuza invischiata nel traffico di droga.
Aiutato dal suo collega nero Frank Washington (che in America sarebbe tipo Franco Negretti) sconfiggerà uno ad uno tutti i suoi avversari a suon di cazzotti, katane e, cosa più importante, conquisterà la sua bella cucinandole una torta per il suo compleanno.

Samurai Cop è un film cult.
Girato da un Iraniano emigrato a Los Angeles dopo la rivoluzione islamica, sembra a tutti gli effetti un film turco con attori americani; mai uscito nelle sale cinematografiche e rimasto una chimera per 15 anni, si è fatto pian piano strada nei cuori della gente grazie ad internet e alla diffusione di piccole esilaranti clip tratte dal film stesso.

Samurai Cop (1991)

E’ anche difficile esprimere a parole lo stupore di trovarsi di fronte una tale ciofeca, l’incredulità delle situazioni e delle locations (tipo l’enorme villa bianca sul mare di Peppe-Joe), la ridicola serietà di certe performance (tra tutte, quella del compianto Robert Z’Dar, famoso attore di B-movies affetto da cherubismo) e la povertà tecnica di tutta l’operazione (capita frequente che luci, eyelines e temperature colore non combacino tra uno shot e l’altro).

L’unico modo per capire appieno la soglia di stupenda mediocrità raggiunta da questa perla del genere “buddy cop” è vederla con i propri occhi e fortunatamente il film, dopo anni di oscurità, è stato ripescato e rimasterizzato in blu-ray, così da poterlo ammirare in tutta la sua magnificenza.
Se siete amanti della forza di volontà degli inetti e dei loro terribili risultati, non fatevi scappare Samurai Cop.

VOTO:
2 espressività e mezzo

Samurai Cop (1991) Voto

Titolo originale: Samurai Cop
Regia: Amir Shervan
Anno: 1991
Durata: 96 minuti

Gattaca – La porta dell’universo (1997)

E’ il futuro e la razza umana è riuscita a far sua la manipolazione genetica: è quindi ora possibile selezionare gli embrioni in base al DNA e far nascere solo quelli con il minor numero possibile di condizioni genetiche negative quali miopia, calvizie, obesità, depressione, insufficienza polmonare e via dicendo.
Sembra un futuro roseo, un tempo in cui finalmente l’umanità sembra potersi disfare delle frattaglie genetiche che l’hanno accompagnata lungo il suo percorso evolutivo durato milioni di anni.
Sì, tutto bello e tutto giusto, ma che fare con gli umani schiacciati tra un futuro perfetto e un passato da dimenticare? Che fare con gli umani imperfetti? Che fare con quelli come Vincent?

Gattaca-–-La-porta-dell’universo-(1997)
specialmente se hanno la faccia di Ethan Hawke

Gattaca è stato un film un po’ particolare: uscito al culmine del dibattito sulla genetica (negli stessi anni la razza umana era riuscita a decodificare il DNA umano, un evento che apriva molte strade per il futuro ma anche molti interrogativi sul come gestire le inevitabili scoperte scientifiche che ne sarebbero scaturite), il film è stato anche l’inizio e la morte stessa dei dibattiti cinematografici sull’eugenetica, cioè la selezione artificiale degli umani su base genetica; dopo Gattaca infatti non se ne è più parlato…e forse è un bene.

Nonostante l’aperto confronto tornerà inevitabilmente una volta che sarà effettivamente possibile fare quello che il film mostra, ciò non toglie che le paure e gli interrogativi che la pellicola ha cercato di sollevare sono stati in gran parte già scongiurati: il genoma umano è stato dichiarato patrimonio dell’umanità e reso pubblico e quindi tutti hanno potuto e potranno accedere alle informazioni racchiuse al suo interno, e in seconda istanza sono entrate già in vigore in USA (non so in Europa) leggi che tutelano la riservatezza delle informazioni genetiche mentre la discriminazione genetica è già un reato perseguibile al pari della discriminazione razziale o di genere.

E dirò di più: il controllo dei geni è una delle conquiste più grandi che potessimo fare; non solo adesso abbiamo una conoscenza approfondita di tutti quegli ostacoli che hanno impedito a miliardi di persone di realizzarsi al loro più alto potenziale, ma abbiamo anche la possibilità di evitare inutili sofferenze alle generazioni future.
Un domani senza cancri, malattie, deformità e via dicendo.

Ma attenzione, è qui che bisogna ricordare come il compito dell’arte non sia quello di indirizzare verso una precisa strada, ma più quello di mostrarci TUTTE le possibili strade dalla comodità della finzione artistica.
Avendo quindi di fronte lo spettro emotivo completo di una biforcazione evolutiva, risulta più facile prendere la via più sensata.

Un grazie quindi ai film come Gattaca che cercano di esplorare orizzonti così lontani e che eppure ci appaiono così vicini proprio grazie all’emotività che sviscerano in noi.

Un vaffancuo invece a quelli che continuano a demonizzare la scienza.

VOTO:
4 Dottor Stranamore e mezzo

Gattaca – La porta dell’universo (1997)-Voto

Titolo originale: Gattaca
Regia: Andrew Niccol
 Anno: 1997
Durata: 106 minuti

Castle (2009-2016)

Sì, lo ammetto, lo dichiaro, lo confesso.
Consapevole delle ripercussioni sul mio buon nome e su quello dei figli dei figli dei miei figli è arrivato il momento di fare outing e dire che sono un fan accanito di Castle, la serie televisiva americana incentrata sulle investigazioni del detective Kate Beckett della polizia di New York e del suo infantile e geniale spasimante Richard Castle, scrittore di romanzi gialli ricco e viziato.

Castle-(2009-2016)

Con ben 8 stagioni sul groppone, questa serie televisiva americana si è guadagnata negli anni un folto pubblico di fedelissimi che hanno assistito a colpi di scena, omicidi elaboratamente fantasiosi, investigazioni al limite dell’assurdo e corteggiamenti liceali tra due professionisti affermati.
Il protagonista è interpretato da Nathan Fillion, un attore molto competente che è riuscito a creare un personaggio altamente irritante nei suoi infantilismi eppure al contempo incredibilmente affascinante per la sua capacità di ragionamento laterale; Stana Katic invece interpreta la bellissima investigatrice pronta a tutto pur di fare giustizia, un personaggio solo apparentemente monocorde e unidirezionale e che invece ogni tanto rivela lati di sé stridenti con la facciata perbenista costruita fortemente a tavolino.
Ai due protagonisti si affianca la coppia di investigatori Esposito-Ryan, il primo latino e il secondo irlandese; a completare poi la rappresentanza delle minoranze c’è la coroner nera Lanie.
Questi 5 buontemponi, aiutati da una folta schiera di co-primari di tutto rispetto, hanno sventato piani diabolici, attentati terroristici e una bomba atomica nel corso delle numerose puntate che compongono questa prolifica serie.
Anche se non siamo di fronte a niente di eccezionale e anzi si ha in più di un’occasione l’impressione che gli autori siano sempre sul punto di allungare il brodo con abbondanti secchiate d’acqua gelata, beh…nonostante questo, ho seguito con vivo interesse per 8 anni la storia d’amore poco convenzionale tra un cresciutello bambino prodigio e un donnuomo col naso rifatto e la voce di Ornella Vanoni.

Se anche voi amate le investigazioni, gli omicidi strambi e i tiraemolla amorosi, allora questo Castle fa al caso vostro.
Altrimenti fate i fichi della situazione e guardatevi quella cacata di proporzioni colossali che è Game of Thrones; una serie esclusivamente incentrata su spade, draghi e il culo di Emilia Clarke.

VOTO:
4 culi di Emilia

castle (2008-2016) voto

Titolo originale: Castle
Creatore: Andrew W. Marlowe
Anno: 2009 – 2016
Durata: 8 stagioni con episodi da 45 minuti circa

True Detective: prima stagione (2014)

Rustin Spencer Cohle è un investigatore texano con parecchi problemi esistenziali: da quando gli hanno investito la figlia piccola, la sua vita è andata a rotoli e il suo pessimismo cosmico l’ha reso sempre più inviso a colleghi e amici.
Passa le giornate ad odiare gli stupidi, a leggere libri su libri e a dispensare giudizi affrettati su chiunque gli sbarri la strada.
Martin Eric Hart invece è un investigatore della Louisiana, uno stato americano famoso per l’atteggiamento rilassato (probabilmente dovuto all’influenza coloniale francese dei secoli passati), è un padre di famiglia a cui piace bere e guardare le partite in tv, non ha una grande intelligenza e si radica in un finto berbenismo e un tradizionalismo confortanti per i semplicioni come lui.

I due vengono appaiati dalla polizia statale e messi presto a lavorare su un caso sconcertante: una ragazza drogata a forza, stuprata, torturata, e uccisa secondo uno strambo rituale pagano.

Rust e Marty, compensando le reciproche lacune caratteriali come una brava coppia del 19° secolo, spaccheranno talmente tanto il culo al sistema che risolveranno il caso e al contempo riveleranno una macchinazione talmente grande da mettere a repentaglio le loro stesse vite.

True Detective: prima stagione (2014) - 1
a sinistra Tree of Life, all’EUR di Roma; a destra una delle tanto decantate inquadrature di True Detective

Questa prima stagione di True Detective è stata un clamoroso successo di pubblico ed un ottimo ritorno economico per il canale produttore, quella HBO che ci sta regalando i migliori anni della nostra vita televisiva.
Basato sul genere “true crime”, molto in voga negli anni ’50, e con uno stile sicuramente influenzato dal capostipite del genere “investigazioni folli”, Twin Peaks, questa serie televisiva americana trova libero sfogo nel compiacimento tecnico visivo, sicuramente di grande impatto e con bellissimi momenti fotografici, ma che bene o male piglia a destra e manca da grandi registi del passato e non.

La cosa più divertente invece è il nichilismo pessimista di Rust: un misto di intelligenza, misantropia, e decadentismo politico lo rende un personaggio interessante e sicuramente diverso dalla marea di poliziotti che hanno fatto capolino sull’etere negli ultimi 60 anni.
D’altra parte però, questo continuo rendere antipatico un personaggio che in realtà ha solo perso la voglia di vivere dopo la tragica morte della figlia, depotenzia troppo spesso il messaggio anti clericale di cui tutta la serie è pervasa.
Soltanto uno sciocco (senza sale, in zucca) potrebbe infatti ignorare tutta la linea anti religiosa che continuamente rispunta ad ogni puntata; una linea politica talmente forte che, senza rovinare la serie a chi non l’ha vista, sarà infine parte fondamentale del mistero attorno al caso.

True Detective: prima stagione (2014) - 2
i culi invece non hanno alcuna ragione narrativa

Non convince appieno neanche l’altro protagonista (e co-produttore dello show), Marty, interpretato da un imbolsito Woody Harrelson, che cerca malamente di comprendere la filosofia di vita di Rust mentre si scopa le ragazzine alle spalle della moglie.
Nonostante in qualche punto si faccia un esile collegamento tra i suoi peccati, le sue tendenze violente e il generale clima di terrore soffocato che pervade le paludi della Louisiana tra le quali orribili omicidi vengono perpetrati ogni giorno, questo legame narrativo è troppo flebile per essere compreso dal pubblico generale e quindi il messagio viene in gran parte vanificato.
Non molti avranno infatti collegato il tema pedofilia e violenza sulle donne con l’atteggiamento finto berbenista e maschilista di Marty il quale giunge a riempire di cazzotti una coppia di ventenni, rei di aver amoreggiato consensualmente con la sua figlia adolescente.
La cosa che lascia più perplessi infatti è il velo di giustificazione verso una giustizia sommaria e privata che ricopre troppo spesso le azioni dei due “eroi”; non si traccia realmente un parallelismo tra i demoni che affliggono Rust e Marty e quelli reali che torturano e uccidono giovani americani per raggiungere un più alto piacere personale, in nome di un contrappasso dantesco che viene appena accennato, una volta rivelata l’identità dell’assassino.

True Detective: prima stagione (2014) - 3
penso che dopo questo girerò Interstellar

La cosa più bella ed invece meno sfruttata di tutte è la sinestesia di Rust, cioè quella condizione per cui due o più sensi si confondono; un certo gusto quindi può dare la visione di un certo colore o il sentire un particolare odore.
La percezione del mondo attraverso i sensi è una cosa naturale ed utile agli esseri viventi, ed una leggera sinestesia è comune e ben accetta: basti pensare alla vista del cibo che può stimolare il senso del gusto, proprio come lo si stesse effettivamente assaporando.
Nella sua forma più pura però, la sinestesia è unidirezionale (cioè va solo da un senso all’altro), incontrollabile e può a volte inficiare la vita della persona affetta.

Rust, con il suo passato di drogato, ha ancora dei fenomeni di allucinazione visiva e olfattiva (lui li definisce flashback acidi) di quando si faceva pesantemente di LSD; in una puntata però, si fa riferimento alla cosiddetta Teoria M, una teoria fisica molto recente e ancora in discussione che, detto in parole poverissime, vorrebbe unificare tutta la fenomenologia fisica sotto un unico ombrello semplificativo.
Una sfera spazio-tempo quindi potrebbe essere ridotta a un cerchio, una figura bidimensionale, nella quale tutte le posizioni di una particella nel tempo sono presenti nello stesso spazio, e dalla cui visione quindi si può concludere che un evento non è mai isolato, ma tutto è ciclico, tutta la storia è circolare e ricorsiva.

Rust si domanda cosa cambi salvare una bambina dalle mani di un assassino quando quella bambina tornerà inevitabilmente in quel posto, ancora, e ancora, e ancora, per tutta l’eternità di questo universo.
Purtroppo però tutta questa linea più alta e filosofica è stata gettata nel cesso dopo circa 10 minuti, in favore di tette pubescenziali e spauracchi fatti coi legnetti.

Grazie, pubblico generalista.

Titolo originale: True Detective
Stagione: 1
Regia: Cary Joji Fukunaga
Anno: 2014
Durata: 8 episodi da 55 minuti circa

Wolfen, la belva immortale (1981)

Il capitano di polizia Dewey Wilson deve trovare chi ha ucciso orribilmente gli straricchi palazzinari Van der Veer nel Battery Park di Manhattan.
All’inizio si punta sulla pista terrorista per l’ovvia valenza simbolica di un assassinio di così alto profilo, ma ben presto entra in campo la magia ed il mai risolto conflitto coi nativi americani.

Wolfen è un dimenticato film primi anni ’80 che si inserì nel prolifico filone dei licantropi, anche se a vederla bene non c’entra un cazzo con questi ultimi.
La regia è buona e la storia non male, un quasi classico senza troppe pretese; lo stile a volte è troppo raffinato per il pubblico di riferimento e forse anche per questo è oggi dimenticato.
E’ uno dei primi film a fare uso della steadycam e soprattutto lo fa per una ragione narrativa, da apprezzare quindi.
Gli inserti visivi in stile Mtv invece sono sorpassatissimi, anche se in altri film, tipo Predator, funzionano ancora alla grande.
Di rilevanza storica infine sono le immagini girate nel Bronx, quando la zona era in completo disfacimento ed offriva rifugio ai tanti derelitti della società americana: drogati, poveri, neri e spiriti divini.

Annotazione buffa: il regista Wadleigh ha due lauree, in fisica e medicina, ed insegna ad Harvard.

Titolo originale: Wolfen
Regia: Michael Wadleigh
Anno: 1981
Durata: 115 minuti

Una lucertola con la pelle di donna (1971)

Carol Hammond è una signora perbene dell’aristocrazia londinese; madre di una fanciulla e moglie di un marito ben pettinato conduce una vita sana a base di cognac e sigarette in astucci d’argento.
Sfiga (?) vuole che invece la vicina di casa, tale Julia Durer, sia una promiscua attraente donna single la quale non fa passar nottata senza un po’ di musica, una spruzzatina di diverse droghe e un variegato sesso hippy.
Carol nel frattempo sogna spesso di corpi nudi dai quali cerca di scappare senza riuscirci e finendo invece sempre e solo nella camera da letto della Durer, con la quale scopa, in sogno.
Un bel sabato la lussuriosa vicina viene trovata morta ammazzata sul suo letto da film porno a basso costo e ben presto gli occhi della polizia si fissano su Carol la quale ha sognato il delitto fin nei minimi dettagli e la cui pelliccia e il di lei coltello sono stati trovati sul luogo del delitto.

E’ tutta una macchinazione per incastrare la signora Hammond?
Carol è diventata pazza?
Chi sarà stato?
E soprattutto: chi se la ricorda la foca Piccola Bianca Sibert?

Una lucertola con la pelle di donna (1971)

Il secondo film lesbico di Fulci va a segno: ottimo intrigo, buoni attori e strambi ma divertenti effetti speciali di Carlo Rambaldi con la famosa scena dei cani vivisezionati che costò un processo a Fulci: inutile, ma bella.

I numerosi colpi di scena e le molteplici soluzioni al caso non disturbano, ma invece contribuiscono al generale clima di confusione mentale nel quale la protagonista si trova e nel quale il regista vuole mandare il pubblico.

Daje così Fulci!

Titolo originale: Una lucertola con la pelle di donna
Regia: Lucio Fulci
Anno: 1971
Durata: 99 minuti

Distretto 13 – Le brigate della morte (1976)

Se non avete mai visto questo film, andate al più vicino telefono, abbonatevi ad una compagnia telefonica con un pacchetto comprensivo di internet illimitato, aspettate 3 settimane, chiamate ripetutamente la compagnia telefonica lamentandovi dei soliti ritardi all’italiana, alla quarta settimana minacciate vie legali e poi aspettate alla finestra, dopo una mezz’ora vedrete il tecnico arrivare con la sua borsa e il modem, apritegli il portone e aspettate che esca dall’ascensore con la porta di casa aperta, quando arriva salutatelo e ricordategli quanto l’Italia sia un paese del cazzo, mostrategli la linea telefonica, offritegli il caffè mentre connette il modem e verifica la linea, una volta finito chiedetegli se ha finito, prima di congedarlo chiedetegli se ha veramente finito perché in Italia si chiede sempre conferma della conferma, sulla porta di casa tirate fuori quei 10 euro che avete preparato mentre il caffè bolliva e dateglieli con un sorriso, chiudete la porta, aspettate 2 settimane per l’attivazione, chiamate ripetutamente la compagnia telefonica per i soliti ritardi all’italiana, uscite di casa e fatevi una passeggiata, quando tornate posate le chiavi sul tavolino all’ingresso e alzate la cornetta per vedere se forse forse hanno attivato la linea, verificato che l’Italia è sempre un paese del cazzo come due settimane fa andate al cesso a cacare, mentre siete lì che spingete sentite il telefono che squilla e allora precipitatevi a rispondere con lo stronzo che vi esce quasi dal culo, rispondete alla signorina della compagnia telefonica che vi comunica l’attivazione della linea e incazzatevi con lei, attaccate e tornate in bagno per finire, una volta cacato e pulito accendete il computer e aprite il browser per verificare la velocità di connessione, col sorriso sulle labbra per i vostri miseri 5 Mb al sec scaricate immediatamente il programma per i torrents, mentre scarica coi vostri miseri 5 Mb al sec aprite un’altra tab e andate su Piratebay.se, cercate “Assault on Precinct 13” (titolo originale inglese dell’idiota “Distretto 13 – Le Brigate della morte”), cliccate sulla calamita e vedrete partire il download, mentre aspettate che finisca andate in balcone a fumarvi una sigaretta, guardate il panorama e pensate quanto siete intelligenti e sprecati in Italia paese del cazzo, tornate dentro e controllate il download, visto che mancano ancora 35 minuti coricatevi sul letto e chiudete gli occhi mentre pensate all’ora e mezza di sana e pura violenza anni 70 intrignata nella prima vera opera di debutto di John Carpenter, svegliatevi dopo 7 ore in piena notte e dirigetevi verso il computer, aprite la cartella download e cliccate due volte sul file scaricato, verificato che non sia un file porno con un altro nome, aprite un’altra pagina e andate su Opensubtitles.org, cercate Assault on Precinct 13 e selezionate italiano come lingua perché non capite un cazzo d’inglese senza i sottotitoli, mettete il file nella stessa cartella e dategli lo stesso nome altrimenti non lo prende, mettetevi comodi, bicchiere d’acqua a portata di mano, staccate il telefono che avete aspettato per 5 settimane e godetevi Assault on Precinct 13, che siccome è un film della madonna ed il più bel thriller degli anni 70, vi gasa ancora nonostante tutta questa serie di rotture di cazzo che avete dovuto passare perché non avete voluto sborsare 9 euro per comprarvi il dvd.

treccine+gelatino+sorrisino+fucilata in petto con annesso spruzzo di sangue = cinema
treccine+gelatino+sorrisino+fucilata in petto con annesso spruzzo di sangue = cinema

Carpenter ha scritto, diretto, montato e composto le musiche di questo piccolo gioiellino a basso costo che in USA all’uscita non ha incassato un cazzo, ma che è diventato un cult a posteriori quando in Europa ha spopolato per i suoi chiari riferimenti al western classico (“Un dollaro d’onore” su tutti) e per quel sorriso beffardo verso la morte che caratterizzerà tutti i successivi anti-eroi carpenteriani (Snake Plissken su tutti).

Il nostro John è un regista politico (non politicizzato), nonostante la patina di superficialità che può dare a vedere ad un pubblico stolto, e questo film ne è un classico esempio: mette insieme un manipolo di anti-eroi, gente reietta e che si scanna l’un l’altro nei classici film reazionari che vogliono educare all’odio sociale per distrarre dall’ingiusto sistema piramidale contemporaneo, e li fa invece combattere contro una gang di assassini i cui volti non vengono quasi mai svelati e che sembrano piuttosto fantasmi immortali, furie cavalcanti pronti a morire per il sangue e per la vendetta.

Oh, mica pizza e fichi.

perché un negro detenuto, un negro poliziotto e un assassino detenuto non si ammazzano l'un l'altro?
perché un negro detenuto, un negro poliziotto e un assassino detenuto non si ammazzano l’un l’altro?

Assalto al distretto 13 (che in realtà è il 9 nel film, mortacci dei distributori ignoranti) è un bellissimo film; da vedere se si vuol capire perché Carpenter e Sorrentino No.

VOTO:
4 Sorrentino e mezzo

Distretto-13-–-Le-brigate-della-morte-(1976)-voto

Titolo originale: Assault on precinct 13
Regia: John Carpenter
Anno: 1976
Durata: 91 minuti

Tenebre (1982)

Avete presente quei film americani nei quali un misterioso assassino fa fuori giovani vittime dopo aver letto tutti i romanzi di uno scrittore dell’orrore, scrittore al quale la polizia si rivolge nella speranza di risolvere il caso?
Ecco, Dario Argento l’ha fatto nel 1982.

Tenebre è un ottimo thriller argentiano con tutti i vari elementi che da sempre contraddistinguono la filmografia del regista pazzo di Roma: un protagonista che si ritrova nel mezzo di una sequenza orribile di omicidi e che, volente o nolente, è chiamato a risolverne il mistero; donne dallo spessore emotivo/psicologico alquanto cartaceo squartate, fatte a pezzi da mani guantate di nero (da sempre Argento presta le sue di mani nelle sequenze di omicidi); trame incongruenti con salti pindarici, ma sempre interessanti e spesso sorprendenti; movimenti di macchina fluidi ed estetizzanti e soggettive dal sapore Hitchcockiano; e alcune inquadrature molto artistiche e dal sapore pittorico.

Tenebre (1982)

Tenebre è anche e soprattutto un film che sputa in faccia alla critica benpensante, uno degli ultimi esempi di cinema autoriale che manda un messaggio oltre che pensare al botteghino: lo scrittore del film viene accusato da una giovane critica di maschilismo e violenza verso le donne perché nei suoi libri le vittime sono sempre femmine silenti in un mondo machista e rozzo; una critica che Argento avrà ricevuto spesso durante la sua carriera ed alla quale Dario ha dedicato 110 minuti di budella femminili su pareti candide come marmo michelangelesco.

Titolo: Tenebre
Regia: Dario Argento
Anno: 1982
Durata: 110 minuti

The Thin Blue Line (1988)

Nominato in numerose liste come il secondo miglior documentario della storia, La sottile linea blu narra la vicenda di Randall Adams, accusato di omicidio di poliziotto e per questo condannato alla pena capitale (poi commutata in ergastolo) nel “fantastico” stato del Texas, e tutto l’incredibile processo farsa che lo ha spedito nel braccio della morte.

Il regista Errol Morris (un passato da investigatore privato) ha regalato ai posteri un’opera meritevole di attenzione e che ha segnato profondamente il genere documentario e la settima arte: ha introdotto le interviste con sguardo nella telecamera e le ricostruzioni filmate con uso di attori delle vicende narrate dai reali protagonisti, ma soprattutto ha mostrato la potenza del documentario.

Si dà il caso infatti che, dopo l’uscita nelle sale di questo film, Randall Adams ha potuto godere di un nuovo processo in seguito al quale è stato liberato e scagionato da ogni accusa.
Questo documentario quindi è soprattutto la risposta a quanti si domandano a cosa serva fare un film.

VOTO:
5 Defender dei carabinieri che proteggono Carlo Giuliani passandogli sopra in retromarcia

The Thin Blue Line (1988) voto

Titolo originale: The Thin Blue Line
Regia: Errol Morris
Anno: 1988
Durata: 103 minuti
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