Zeitgeist: the Movie (2007)

Gesù cristo, figlio di Maria e Giuseppe, nato a Betlemme, bambino prodigio che conversava con gli intellettuali e i sacerdoti del Tempio quando aveva 6 anni, cresciuto da e come un umile falegname, dispensatore di miracoli quali resuscitazione dei morti e cura dei lebbrosi, moltiplicatore di cibarie per i matrimoni, camminatore sulle acque, fustigatore di banchieri e mercanti che avevano preso possesso del Tempio, accusato di eresia e crocifisso dai Romani sul Golgota assieme a due ladri con i quali 3 giorni dopo è asceso al cielo con tutto il corpo dopo una breve ma intensa apparizione di fronte ai suoi discepoli…

ecco, questa figura al limite del racconto fantastico non è mai esistita.

E stupisce che oggi, con tutto il bagaglio culturale che l’umanità possiede, le innovazioni scientifiche che hanno sbriciolato gran parte delle fandonie religiose e superstiziose ai piedi delle quali l’umanità si è chinata per millenni non riuscendo a comprendere meccanismi complessi celati ad una ricognizione superficiale come quella che poteva dare il tipico fedele del passato di una delle religioni monoteiste, ovvero uno sdentato pastore incula-capre violento coi più deboli e servo maledetto dei potenti, siamo ancora parte di un sistema così illogico e arcaico.

Zeitgeist: the Movie (2007)
dio vuole che scopi queste capre, lo sento

Questo documentario cerca di spiegare, con moltissime licenze poetiche e (cosa un po’ grave) manipolazioni audio-visive atte a veicolare un messaggio, il semplice concetto di come l’umanità sia da sempre governata da un ristretto gruppo di potenti i quali pensano di avere tutto il diritto di amministrare vita e morte della maggioranza della popolazione stupida e mediocre in virtù di questa o quella presunta superiorità fisico-intellettiva, con l’inconsapevole complicità delle stesse vittime.
E’ così infatti che è possibile spiegare la persistenza di assurdità quali la religione, ovvero il credere ciecamente in storie straordinarie di divinità infantili e vendicative senza avere la benché minima prova a riguardo.

Diviso in 3 parti che percorrono e disassemblano per il grande pubblico 3 punti principali (la religione, l’attacco alle torri gemelle e il sistema finanziario mondiale), il documentario (o sarebbe meglio definirlo opera audio-visiva visto che la sua prima incarnazione era proprio un’installazione artistica a New York secondo la quale tra l’altro diventa eticamente possibile quella manipolazione dei contenuti a cui si accennava sopra atta a raggiungere uno scopo ultimo e cioè la veicolazione di un messaggio importante a discapito di una chiarezza fattuale) procede la sua corsa iconoclasta trascinando un pubblico ipnotizzato da una narrazione incandescente e fluida allo stesso tempo.

Certo, bisogna ammettere che usando l’arma della metafora artistica nelle sue più varie accezioni, l’autore commette il medesimo peccato dell’elite che cerca di smascherare: entrambi infatti sono convinti della necessità della loro missione rivelatrice ed entrambi sono pronti a sacrificare sull’altare la verità oggettiva se questo significa la realizzazione di uno status quo a loro congeniale.

Superate però queste innegabili implicazioni logiche sicuramente merite di considerazione, Zeitgeist rimane nella sostanza assolutamente inattaccabile e fa ancora più impressione, a distanza di 10 anni, vedere come molte delle questioni sollevate dal film non hanno ancora trovato una spiegazione altra che non sia quella data in questa sede.

Gesù infatti non ha ancora trovato una sola prova storica della sua esistenza al di fuori dei testi sacri (quindi ovviamente di parte) e a proposito fa particolarmente impressione che un popolo quale quello romano, ossessionato con la storiografia e l’archiviazione degli eventi importanti, non abbia avuto interesse nel registrare l’esistenza di un essere umano assolutamente magico il quale poteva compiere miracoli straordinari e inspiegabili come e quando voleva; l’attacco alle torri gemelle resta in gran parte un mistero (di Pulcinella) con troppe lacune logiche e molte ombre nere su come si siano effettivamente svolti i fatti; la demolizione controllata dell’edificio 7 non è ancora stata spiegata da nessuna delle fonti ufficiali; ed infine, il sistema bancario si è rivelato essere, se mai ce ne fosse stato bisogno ulteriore, il gioco a Monopoli di una ristrettissima cerchia di magnati della finanza tecno-bancaria le cui pedine sono in realtà popoli e nazioni.

Nonostante il livello ansia venga sollecitato in più frangenti dal ritmo serrato di una storia fin troppo drammatica nella sua semplicità, la cosa che fa più paura è invece l’assoluta cecità di una larghissima fetta di popolazione umana, troppo indaffarata a far quadrare i conti per pensare alla devastazione sociale che piano piano sta stringendo i cordoni attorno ai loro cervelli assopiti.
D’altra parte è anche vero che bisogna stare attenti a dare totale ascolto a questo tipo di contro-propaganda perché si rischia, se non si è muniti di appropiati anticorpi logico-culturali, di prendere il primo forcone che capita a tiro e marciare su Roma.

Il che è chiaramente un male, specialmente se ti chiami Benito.

VOTO:
4 forconi e mezzo

Zeitgeist: the Movie (2007) voto

Titolo originale: Zeitgeist
Regia: Peter Joseph
Anno: 2007
Durata: 118 minuti

Danko (1988)

Il capitano sovietico Ivan Danko deve recuperare un pericolosissimo criminale georgiano rifugiatosi in USA; per fare ciò verrà affiancato da Art Ridzik, un poliziotto di Chicago dai modi spicci e dalle tendenze omofobiche.

Ma come cazzo è possibile?
Eppure Walter Hill ci aveva regalato bella roba tipo The Warriors o Southern Comfort; invece questo strofinaccio per vetri cinematografico spinto a calci in bocca e battutine penose non è altro che merda.
Sorretto da una logica manichea e violenta nonostante abbia la pretesa di professare l’unione dei popoli contro la volontà dei politicanti, Red Heat s’infrange presto sul muro dell’analisi politica: a prima vista infatti i due poliziotti sembrano superare in parte i loro pregiudizi e gli iniziali fraintendimenti per abbracciare un più universale umanesimo, ma ciò è palesemente falso.
Difatti è grazie al cazzo che Danko e Ridzik alla fine vanno d’accordo, sono entrambi della stessa pasta: essi rappresentano infatti il braccio armato di uno stato fascista; il primo fascio-socialista, il secondo fascio-capitalista.
Giusto un povero scemo, un bugiardo cronico o un furbo negazionista potrebbe affermare altrimenti.

A condire il tutto poi abbiamo prima un bel velo di omofobia vecchia scuola, qui palesata dall’insistenza con cui Art chiede a Ivan se ha mai avuto una ragazza, e poi una bella intesa transoceanica su come risolvere il problema della droga: fare come in Cina e cioè prendere tutti i trafficanti e soprattutto tutti i dipendenti da droga e fucilarli in piazza, senza processo, evitando così le lungaggini dei politicanti che si mettono sempre in mezzo a questa giustizia sommaria da fieri ignoranti.

Ma andate affanculo.

VOTO:
2 fieri ignoranti

Danko (1988) voto

Titolo originale: Red Heat
Regia: Walter Hill
Anno: 1988
Durata: 104 minuti

Independence Day – Rigenerazione (2016)

Vi ricordate quando nel 1996 la Terra era stata invasa dagli alieni?
Ma sì, dai!
Un casino che non ci si crede: gente evacuata, cani salvati e un presidente soldato con la faccia di Bill Pulman.
Ecco, sono passati 20 anni e gli invasori intergalattici sono tornati, più cattivi di prima, e sono pronti a spargere il sale sulle ceneri della nostra civiltà.
Tipo quei guerrafondai fascisti dei Romani; esempio d’ingegno e civiltà solo per mentecatti con vaghi sensi d’impotenza a cui si rizza il cazzo ogni volta che un ometto dalle ristrette capacità dialettiche si mette sull’attenti con la sua manina di merda a fare il salutino pensando che me ne freghi un cazzo di lui e delle sue vetuste vedute.
A me, che se potessi gli brucerei le uniformi in piazza prima di prenderli a calci in culo da qui all’eternità.

Independence Day - Rigenerazione (2016)
siamo progressisti, ma non disdegnamo i soldi facili

Ennesima pellicola cripto-fascio-capitalista che ci mostra un mondo unito sotto la minaccia aliena eppure con ancora lo sventolio di pezzi di stoffa colorata chiamate bandiere; un mondo con macchine volanti, cannoni laser e tecnologia avanzatissima, eppure con la gente che va in giro a caccia d’oro sepolto negli oceani così si diventa ricchi wow.

…ma mannaggia la santissima madonna: possibile che secondo Hollywood sia ipotizzabile una realtà alternativa futuristica con la fusione fredda, ma è impossibile liberarsi delle cazzo di banconote che inesorabilmente ancora dominano le nostre vite?
Ma io vi sfondo quant’è’vvero iddio.

Il film è quello che ti aspetti: una marea di effetti speciali, battutine così così, cazzotti in faccia, cazzari, storie d’amore tra soldati e una presa per il culo agli omosessuali che ci sta sempre bene visto il becero pubblico di riferimento.

VOTO:
2 omosessuali

Independence Day - Rigenerazione (2016) voto

Titolo originale: Independence Day: Resurgence
Regia: Roland Emmerich
Anno: 2016
Durata: 120 minuti

La notte del giudizio: Election Year (2016)

E’ il 2040 e l’America è dominata da una classe dirigente capitalista, cristiana e leggermente invasata.

Questi Nuovi Padri Fondatori dalle aspirazioni alte ma dall’animo contadino-sgozza-maiali hanno istituito la cosiddetta “Purge Night” e cioè una notte durante la quale tutto è permesso: 12 ore di furti, violenza e omicidi senza la paura di essere arrestati o puniti; una temporanea amnistia totale volta a calmare/controllare la popolazione ed eliminare i cittadini più deboli, le minoranze, i poveri e tutti quelli che rompono i coglioni con lo stato sociale.

Ma quest’anno è diverso: quest’anno una senatrice anti-purga corre per la Casa Bianca e i sondaggi mettono paura agli sgozza-maiali invasati di cui sopra i quali organizzano quindi l’eliminazione della rompicazzi di cui sotto.
Chi la vincerà?
Donald Trump o Hillary Clinton?

La notte del giudizio – Election Year (2016)
Southern trees bear strange fruits

Scoppiettante film d’azione con aspirazioni da dramma sociale le quali vanno un po’ a cadere dopo i primi 15 minuti.
D’altra parte però le idee ci sono e, anche se queste vengono sminuite nella loro sfacciata franchezza narrativa da buoni progressisti femministi VS cattivi religiosi patriarcali razzisti, l’opera fa il suo sporco lavoro e sicuramente lascerà un bel qualcosa in più di un ragazzo che, totalmente ignaro di quest’operazione propaganda, andrà a spendere la sua paghetta settimanale assieme ai suoi amici o (chi lo sa) magari con una spasimante alla quale lui vorrà toccare le tette mentre lei, scemunita dalla cascata di Political Correctness e qualunquismi dozzinali tipo il super killer nazista E sudista, prenderà improvvisamente coscienza di sé e del suo corpo e gli darà un ceffone al grido di “il seno è mio e decido io!”.

VOTO:
3 seni e mezzo

La notte del giudizio – Election Year (2016) voto

Titolo originale: The Purge: Election Year
Regia: James DeMonaco
Anno: 2016
Durata: 105 minuti

Quo Vado? (2016)

Checco Zalone adora il posto fisso e le comodità di una vita cinematografica stereotipata ad uso e consumo della maggioranza silenziosa italiana che per 20 anni ha tenuto al potere Silvio Berlusconi.
Spostato di qua e di là in seguito all’abolizione delle province, Checco troverà l’amore (assolutamente impossibile) con un’intelligente e bella ragazza di aperte vedute con 3 figli a carico di diversa etnia.

Tra una terribile assoluzione in salsa comica delle mostruosità italiche che hanno condotto il Paese alla fame e una scenetta razzista e becera degna del ventennio fascista e di Faccetta nera, Zalone si rivela essere uno dei fenomeni più preoccupanti della contemporaneità del Bel Paese.

Quo vado (2016)
negri cannibali = commedia all’italiana = coddio

Madonna ladra.
Madonna ladra di cuori.
Madonna.

E questo sarebbe il più grande incasso della storia del cinema italiano?
Io sono fortemente preoccupato, e non scherzo.
Quest’ennesima banale commediola girata come fosse uno sceneggiato televisivo (tant’è che è prodotta dalla Taodue, una casa di produzione di proprietà di Berlusconi che ha dato gli infelici natali a cacate fascistoide tipo Distretto di polizia o R.I.S.) prosegue nel malefico solco dei Vanzina e delle loro schifezze cinematografiche assolutorie dell’italiano medio, un essere spregevole nel suo meschino individualismo provinciale.
Qui infatti si ride per non piangere, una storia vecchia come il cucco nelle terre dello stivale; la corruzione, il sessismo, l’ignoranza, il conservatorismo, il qualunquismo, il campanilismo e il perineo sono gli argomenti principe con cui sbellicarsi senza una vera e propria presa di coscienza.

Zalone a casa coi genitori, Zalone corrotto, Zalone che suona il clacson, Zalone che mangia solo italiano, Zalone li mortacci tua.
I drammi reali di una nazione alla deriva com’è l’Italia vengono rigirati come un calzino sporco e reinfilati come nulla fosse nello stesso meccanismo che li ha creati fungendo da lubrificante per la macchina immonda che sta fagocitando intere generazioni di sfortunati esseri umani colpevoli solo d’essere nati in un paese dove Checco Zalone incassa più di Star Wars.
Non che io sia un fanatico assoluto della saga stellare…ma porca madonna, siamo seri.

E’ vedendo film come questo Quo Vado? che uno si rende conto di quanto il crollo definitivo sia imminente; questi sono gli ultimi guizzi di un paese senza più prospettive per il futuro dove i cittadini e i potenti si stringono le mani mentre si gettano nudi giù per il dirupo sacrificale sperando vanamente nella salvezza divina.

Ma dio non esiste, e se esiste è sicuramente un cane.

VOTO:
1 dio cane

Quo Vado (2016) voto

Titolo originale: Quo Vado?
Regia: Gennaro Nunziante
Anno: 2016
Durata: 86 minuti

Where to Invade Next (2015)

Micheal Moore, uno dei più grandi documentaristi al mondo (e sicuramente il più simpatico), questa volta decide di girare l’Europa in cerca di idee progressiste e rivoluzionarie da “rubare” e portare a casa nella saccoccia del suo pantalone da culone.
Visita quindi l’Italia delle tredicesime e delle ferie pagate, la Finlandia senza compiti a casa per gli studenti, le prigioni norvegesi col bagno privato e l’Xbox per giocare, la Francia dalle mense con lo chef e i pranzi salutari, l’Islanda con le donne al potere e i banchieri in prigione, la Germania con le SPA gratuite per i lavoratori stressati e la Slovenia con le universtà pubbliche e gratuite (per davvero, mica come in Italia che ce so’ le tasse regionali e gli scaglioni de li mortacci vostra).

Where-to-Invade-Next-(2015)
mortacci vostraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Splendido ritorno per l’ormai zoppo e in forte obesità Moore, questo vero e proprio tour de force emotivo attraverso alcune delle meravigliose conquiste del genere umano è un’esperienza che lascia il groppo in gola e una lacrima sul viso per la franchezza con cui è raccontata, anche a costo di una semplificazione buona a raggiungere il grande pubblico.

Il percorso tortuoso di un americano alla disperata ricerca di un modo di vivere alternativo e migliore colpisce dritto nel segno, soprattutto quando pian piano si viene a scoprire quanto molte di queste idee, oggi bandite in USA perché considerate comun-socialiste, facciano in realtà parte del DNA di una nazione fondata da pensatori illuministi carichi di principi innovativi e comunitari.

Siccome è uscito nelle sale per breve (brevissimo) tempo, cercate di beccarlo come potete; vi solleverà l’animo e vi farà sperare in un futuro prossimo migliore per tutti gli esseri umani.
Basta poco.
Basta volerlo.

VOTO:
5 coppie d’esseri umani ad uso e consumo alieno

Where-to-Invade-Next-(2015)-voto

Titolo originale: Where to Invade Next
Regia: Michael Moore
Anno: 2015
Durata: 120 minuti

Lui è tornato (2015)

Adolf Hitler viene magicamente teletrasportato dal suo bunker-da-suicidio-fine-bellico alla Berlino contemporanea.
Dopo un primo iniziale spaesamento dovuto alle diavolerie moderne ed un rinnovato odio verso i nuovi usurpatori della grandiosità tedesca, il dittatore troverà la sua dimensione come attore comico televisivo spopolando dentro e fuori il piccolo schermo.
La cosa però allucinante di tutta questa “farsa” è che Adolf non scherza affatto con tutti i suoi discorsi populisti sugli immigrati che rubano il pane ai poveri locali e, mano a mano, anche una certa fetta di pubblico comincia a prenderlo sul serio.

lui-è-tornato-(2015)
tipo questi 3 fascisti romani di merda in trasferta che, non sapendo si trattasse di un film, si sono fatti un selfie al grido di <camerati!>

Tratto da un best seller letterario tedesco della madonna (un successo in parte dovuto all’argomento scandaloso: in Germania è ancora reato penale fare saluti romani o richiamare in qualunque modo il partito nazista…mentre noi abbiamo la Meloni e Casa Pound…), Lui è tornato è una simpaticissima commedia finto documentaria molto simile per certi versi a Borat.
Inframmezzato ad una storia girata in maniera convenzionale, anche qui infatti abbiamo un personaggio in costume che si aggira tra la gente ignara con l’unico scopo di provocare delle reazioni naturali e controverse.
Ed è così quindi che scopriamo con orrore quanto molti tedeschi siano ancora d’accordo con le folli tesi del Fuhrer, alcuni invochino i campi di lavoro forzato (altrimenti noti come campi di concentramento), e ci sia un generale malcontento della classe media dovuto alla vezzazione quotidiana orchestrata ad arte dall’elite dirigente; un pastrocchio sociale molto simile a quello che ha dato i natali ai fascismi europei dello scorso secolo.

Tra una notizia sul terrorismo, un operaio che si suicida e il prezzo del pane che continua a salire, le condizioni per un ritorno agli estremismi nazionalisti ci sono tutti.
Speriamo stavolta i leader fascisti le prendano talmente tanto forti sui loro grugni trogloditi da doversi andare presto a rintanare nelle fogne dove sono soliti figliare.

VOTO:
3 zoccole e mezza (zoccola a Roma vuol dire ratto)

lui-è-tornato-(2015)-Voto

Titolo originale: Er ist wieder da
Regia: David Wnendt
Anno: 2015
Durata: 116 minuti

X-Files: 10° stagione (2016)

Chi non ricorda con profonda simpatia Fox Mulder e Dana Scully, agenti speciali della sezione X-Files dell’FBI?
Durante le loro folli investigazioni in giro per l’America questi due hanno visto più roba strana che un prete la domenica pomeriggio, eppure non sono mai riusciti a convincere la massa idiota e beona sull’esistenza del paranormale tant’è che alla fine Dana è tornata a fare il medico mentre Fox si scolava la birra nel suo appartamentino con le pareti in compensato e le sedie in finta radica.
E però ecco che dopo svariati lunghi anni l’FBI li richiama in servizio non si sa bene perché e subito le cose si mettono male visto che stavolta sono alle prese con un’ammasso di stronzate cospirazioniste talmente infantili e incoerenti che manco i grillini più scemi potevano far meglio.

The-X-Files-season-10-(2016)
senza parole

Folle e soprattuto idiota ritorno per il duo del mistero: 6 puntate dense di stronzate che da una parte si prendono molto sul serio e dall’altra la buttano in caciara con la prima e l’ultima a racchiudere il tutto sotto l’ombrello della minaccia cospirazionista di un gruppo elitario tipo gli Illuminati che vogliono far fuori il 95% della razza umana con l’aiuto del DNA alieno trovato a Roswell…
vabbè, avete capito l’andazzo.

Nonostante qualche interessante idea nella seconda, terza e quarta puntata e più di una frecciatina allo stile di vita capitalista americano (la lucertola mannara che deve imparare a vivere come gli esseri umani è una vera delizia), la sensazione che si ha è quella di un treno che arriva in stazione molto di fretta dopo un ritardo di 7 ore.
Parecchia roba di dubbio valore artistico spinta con forza nel poco tempo a disposizione fanno di questa stagione un mancatissimo esperimento da non ripetere più.

VOTO:
2 treni e mezzo

The-X-Files-season-10-(2016)-Voto

Titolo originale: The X-Files
Stagione: 10
Creatore: Chris Carter
Anno: 2016
Durata: 6 episodi da 45 minuti

Valu (2008)

Il film può essere visto come una simpatica commedia con due o tre intrecci che si sviluppano grazie al filo conduttore, e cioè la cattura del riottoso toro indiano Durkya che porta scompiglio nel piccolo villaggio di Kusavde.
Oppure possiamo leggerlo più approfonditamente come l’ennesima rappresentazione dell’uomo contro la natura con la, seppur non originale, visione dell’essere umano come cieco annientatore della biodiversità.
Oppure ancora può essere un inconsueto film sulla libertà: il povero Durkya è uno spirito libero che non chiede altro se non di essere lasciato libero di pascolare per le sterminate valli dell’entroterra del Maharashtra (lo stato cui Mumbai fa da capitale) e a cui vengono addossate, per la sua fisica incapacità (se non anche la non-volontà) di controbattere, anche tutti gli errori e i difetti dei conformisti abitanti del villaggio.

Valu-(2008)-montaggio
a sinistra una pittura nelle grotte di Lascaux, a destra un disegno promozionale per Valu

Il toro è forse la più antica rappresenzazione della natura, la selvaggia possente madre che un po’ si teme ma che ci dà il pane quotidiano, e non risulta casuale quindi la scelta di affidare il ruolo di outsider, di ribelle, di libero pensatore al succitato Durkya, vero colosso taurino che incute riverenza (in India si sa che i bovini sono rispettati e adorati come divinità) e che allo stesso tempo fa da agnello sacrificale per le colpe umane.
Si sa che dio è creato a immagine e somiglianza dell’uomo e i poveri ignoranti abitanti del villaggio non infrangono la regola quando addossano all’ignaro Durkya ogni colpa, dai matrimoni falliti alla caduta delle stoviglie.
Infine, come ogni agnello sacrificale che si rispetti, arriva anche per lui l’ora dell’espiazione dei peccati; viene infatti chiamato a “risolvere” la questione una guardia forestale che, armata di fucile e giovane documentarista (metafora del film stesso), cercherà di far quadrare i conti del caos creatosi nell’apparente tranquillo villaggio…
…farà emergere invece le ombre che si vorrebbero nascondere.

Valu è un film godibile e vale la visione; sicuramente l’impossibilità per molti, non solo di seguire la trama senza passare attraverso i castranti sottotitoli, ma di cogliere sfumature come il particolare accento e la cadenza linguistica dei villici fanno perdere punti in partenza, ma d’altronde di fronte questi problemi non se ne scappa mai…
…come è inutile fuggire dai propri peccati.
Amen.

VOTO:
3 He-Man

Valu-(2008)-Voto
Titolo tradotto: Il Toro
Titolo inglese: The Wild Bull
Regia: Umesh Vinayak Kulkarni
Anno: 2008
Durata: 123 minuti

Saving Mes Aynak (2014)

Il Buddismo è quella pratica religiosa inventata da Siddhārtha Gautama, anche noto come il Buddha, un uomo nato in Nepal circa 400 anni prima di Gesù il quale ha predicato per 40 anni la sua filosofia spiccia, riassumibile nel “giusto mezzo tra l’ascetismo e l’ingordigia”, per le vaste lande dell’India nord orientale.

Vale la pena ricordare che i buddisti hanno spesso praticato l’arte della guerra (ho visto con i miei occhi un braccio mummificato di un guerriero mussulmano in un tempio buddista in Ladakh), hanno un forte pregiudizio verso le donne tanto da non permettere loro pari diritti, e vivono di offerte della popolazione locale (una volta erano le mandorle, oggi gli orologi d’oro).

Detto questo, il Buddismo si è diffuso in lungo e largo, scavalcando le frontiere naturali del sub-continente indiano, e questo documentario vuole gettare un po’ di luce sul suo lascito in Afghanistan, la stessa terra dove nel 2001 i Talebani hanno fatto saltare in aria i due giganteschi Buddha di pietra di Bamiyan per protesta contro la follia tutta occidentale di mandare tonnellate di soldi per la riparazione di due pezzi di pietra quando milioni di afghani stavano morendo di fame.
E come dar loro torto?

Saving Mes Aynak (2014)
non ho l’acqua potabile, però ho un grande passato sotto i piedi

Documentario propaganda per cercare di aizzare l’opinione internazionale sull’imminente distruzione di Mes Aynak (uno dei siti buddisti più antichi del mondo costruito su uno dei più grandi giacimenti di rame del mondo) ad opera della MCC, la spietata compagnia di estrazione mineraria statale cinese.

Nonostante lo sforzo produttivo sia da elogiare (il regista ha fatto praticamente tutto da solo, girando materiale per 18 mesi sotto la costante paura delle mine anti uomo e dei briganti), la cosa più importante dell’intera operazione è forse la riuscita della “colletta dei sette mari” per pagare qualche arretrato dei poveri operai reclutati tra la popolazione locale, un manipolo di esseri umani sfiancati da secoli di sopprusi e conquiste da parte di questo o quell’altro invasore.
Come dice uno dei vecchi di uno dei villaggi presto sfrattati dalla miniera cinese a cielo aperto, in Afghanistan non c’è Al Qaeda, ci sono solo un sacco di persone che si sono rotte il cazzo di essere prese per il culo.

VOTO:
4 orologi d’oro

Saving Mes Aynak (2014) voto

Titolo originale: Saving Mes Aynak
Regia: Brent E. Huffman
Anno: 2014
Durata: 60 minuti

Le streghe son tornate (2013)

Vi ricordate quando si mangiavano i prigionieri di guerra per prendere loro l’anima?
E quando c’erano due categorie di persone, i cittadini e gli schiavi?
Ma invece vogliamo parlare di quando i bianchi erano considerati una razza superiore alle altre?
E come non ricordare poi quando le donne non potevano votare?
Che bell’epoca, che tempi d’oro, che memorie di gioventù italiche: i bimbi col moschetto, le donne sempre gravide, gli amici con le camicie nere, i treni in orario, le porte aperte, le eiaculazioni precoci.

Poi venne quel maledetto ’68 con tutte quelle pazze idee tipo uguaglianza, identità di genere, solidarietà, indipendenza, diritti sul lavoro… che spreco di forze e intelletto, che affronto alle nostre tradizioni millenarie e millenaristiche.
Ma queste donne in piazza che bruciavano i reggiseni si rendevano conto che il reggiseno serve a reggere le loro puppe pendule?
E poi quei cartelli scritti male, con quegli slogan cattivi che non capivo, tipo “Tremate tremate, le streghe son tornate”.
E dove sarebbero ‘ste streghe? Ditemelo che andiamo io e gli amici con le camicie nere e gliene suoniamo due o tre.
E invece no, io lo so che è per mettere paura alla gente; siete dei terroristi. E noi i terroristi li mettiamo in galera se sono di sinistra, se invece sono di destra li prendiamo e gli facciamo fare le stragi per conto nostro così dopo possiamo accusare questo o quel gruppo sovversivo e fargli un culo così.
Perché a noi il mondo ci piace ingiusto, e voi zitti.

Le streghe son tornate (2013)
una color correction di merda

Filmetto del cazzo spagnolo che la critica si è pure permessa di osannare, questo Las brujas de Zugarramurdi prende spunto da fatti reali e cioè dall’antica tradizione pagana dei paesi baschi e la perseveranza dell’inquisizione spagnola di rompere il cazzo mettendo al rogo queste supposte streghe quando in realtà altro non erano se non un retaggio di un matriarcato ULTRA-millenario (alla faccia del cristianesimo) che faceva molta paura alla Chiesa Cattolica perché… voglio dire… avete mai visto un Papa donna?

La trama in due parole:
3 stronzi e 1 ragazzino devono attraversare ‘sto paesino di Zugarramurdi per raggiungere il confine francese così da sfuggire alla polizia spagnola che li vuole per una rapina ad un “compro oro” in piazza centrale a Madrid.
E però a Zugarramurdi ci sono ancora le streghe, e no, non parlo delle femministe, ma proprio delle streghe vere, quelle con i capelli scompigliati, i pentoloni, i rospi, i tarocchi e le scope in culo, e queste fattucchiere vogliono il bambino perché boh, neanche si capisce bene, ma tipo che lo vogliono offrire alla dea madre che è uno sporco colosso obeso alto 20 metri e che mannaggia la pentecoste c’avevo le mani nei capelli quando l’ho visto.
E poi giù di cliché sessisti con le femmine isteriche perché l’uomo non si decide ad amarle e che però si calmano se lui alza le mani perché lo sanno tutti che le donne sotto sotto vogliono essere menate, ‘ste stronze.

Ma io ti maledico Álex de la Iglesia, ma io ti mando le SS a casa per stanarti dalla soffitta in cui ti sei rifugiato, io ti trascino in piazza centrale a Madrid e ti impicco a testa in giù e poi ti brucio dopo averti spennellato col finocchio fresco così quando il puzzo di grasso e verdura si spanderà per la città tutti sapranno che è stato bruciato un frocio della cultura.

Stronzo.

VOTO:
1 stronzo

Le streghe son tornate (2013) voto

Titolo originale: Las brujas de Zugarramurdi
Regia: Álex de la Iglesia
Anno: 2013
Durata: 110 minuti

Il sorriso del capo (2011)

dio, patria, famiglia, vincere, combattere, morire, boia chi molla, duce duce dacci la luce, fuoco, fuoco purificatore, fuoco eterno, fiamme pure, in alto i cuori, faccette nere, se avanzo seguitemi, padre, madre, figli della lupa, autarchia, spezzare le reni alla grecia, perfida albione, scoparsi claretta petacci sulla scrivania di quercia a palazzo venezia, dichiarare guerra al mondo, scoreggiare in bocca a churchill, sbofonchiare il tedesco, perdere i capelli, nasone, ciccione di merda, fascio, fasci littori, fascismo, fasci combattenti, la marcia su roma, l’impero, i negri, le colonie estive, le colonie africane, le bombe sui cammelli, morire in russia, ebrei, ida dalser in manicomio, bastonato a testa in giù, crocche e papagni sul naso rotto in culo del capo del fascismo ignorante e privo di umorismo.

Coddio cane.

Marco Bechis, artista poliedrico nato in Chile da padre italiano nel lontano 1957, si fece notare nel mondo cinematografico nel 1999 con il suo capolavoro Garage Olimpo, un film sulle camere della tortura utilizzate dalla polizia segreta fascista argentina per estorcere informazioni dai famosi desaparecidos, cioè quei cittadini che sparivano dal giorno alla notte perché accusati di socialismo.

Sulla scia politica che lo ha sempre contraddistinto dal resto dei registi italiani buoni a chiacchiere ma fregne di merda coi fatti, nel 2011 Marco ci ha tirato fuori quest’opera strana, fatta esclusivamente di immagini d’epoca fascista dell’Istituto Luce e sporadiche dichiarazioni fuori campo di suo padre Riccardo.
Tramite le parole di lui e le immagini di repertorio, ci viene mostrata un’Italia totalmente soggiogata dalla propaganda di regime, un elemento essenziale per ogni dittatura; è ormai infatti di dominio pubblico l’enorme mole di studi e dati scientifici sulla diretta connessione tra comando e infantilismo e forse giusto un verme sotto i sassi di Matera può ignorare ciò che segue.

Per controllare una persona e fargli fare quello che si vuole, bisogna prima ridurre la sua personalità, schiacciarla con la propria e far sì che si instauri un rapporto da padre padrone: né troppo crudele ma neanche troppo tenero; l’ignoranza del soggetto passivo è virtù e la progressiva totale devozione il logico risultato.
Una volta imparata la tecnica poi la si può semplicemente riprodurre su larga scala e prendere il potere di un’intera nazione.

E Il sorriso del capo parla di questo: di come il Fascismo abbia preso il potere usando il bastone e la carota, con la demagogia e il totale oscuramento dei mezzi di informazione, crescendo intere generazioni di ragazzi totalmente devoti al regime e senza un briciolo di personalità o capacità decisionale propria.

L’opera in sé è un po’ disomogenea e non eccessivamente accattivante, ma rimane un interessante esperimento andato in onda a notte fonda su un canale secondario della RAI.
Quindi, come al solito, complimenti ai fascio-capitalisti nella televisione pubblica.

VOTO:
3 Berlusconi

Il sorriso del capo (2011) voto

Titolo originale: Il sorriso del capo
Regia: Marco Bechis
Anno: 2011
Durata: 75 minuti