L’uomo che venne dalla Terra (2007)

John Oldman, un professore universitario sulla trentina molto amato e rispettato da colleghi e studenti, è sul punto di lasciare tutto e tutti per trasferirsi non si sa dove, e la cosa desta più di un sospetto.
Ed è qui che il film si apre (e chiude): con la visita a casa sua di un gruppo di colleghi universitari venuti, con la scusa di volerlo salutare, a chiedergli ragione di questa improvvisa quanto strana partenza.

Questo pomeriggio tra amici diventerà presto un interessante riunione attorno al falò dei ricordi di un uomo condannato ad un’eterna solitudine.

L'uomo che venne dalla Terra (2007)

Scritto nell’arco di 40 anni da Jerome Bixby (un semi-famoso scrittore di fantascienza americano autore, tra i vari, di Mirror Mirror e Requiem for Methuselah, due dei più amati episodi della serie Star Trek, e del racconto originale su cui poi è stata basata la sceneggiatura di Isaac Asimov per Fantastic Voyage) e realizzato col modesto budget di 200mila dollaroni, questo film ha avuto la straordinaria fortuna d’essere condiviso in massa sulle reti peer-to-peer facendogli raggiungere un pubblico insperato con i propri mezzi.

Di chiara impiantistica teatrale, anche se in questo caso la trasposizione è avvenuta in senso inverso (dallo schermo al palcoscenico), la pellicola è recitata molto bene, non cade in emotività esagerata sperando di raggiungere con l’urlo quello che non può con la storia e dalla sua ha una serie molto interessante di battibecchi intellettuali tra i professori che rivelano la vivace intelligenza e la profonda base logica dell’autore.

Comprensibile l’esagerata storica ubiquità di John ai fini di una narrazione più interessante (e forse una personale punta di veleno verso il Cristianesimo), sarebbe comunque stato più opportuno tenersi su temi più bassi proprio come si era proceduto fino alla svolta mistica sul finale.

VOTO:
4 svolte

L'uomo che venne dalla Terra (2007) voto

Titolo originale: The Man from Earth
Regia: Richard Schenkman
Anno: 2007
Durata: 87 minuti

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

The God Who Wasn’t There (2005)

Il Gesù di Galilea, nato da una minorenne vergine impregnata dallo Spirito Santo, fautore di molteplici miracoli acclamati a furor di popolo, morto per i peccati degli esseri umani e risorto dopo 3 giorni non è mai esistito; si tratta altresì di una collezione molto disomogenea e contraddittoria di molteplici leggende e culti di diversa origine spaziale e temporale venutisi a mischiare nel corso dei secoli attorno ad una figura unica chiamata Cristo o Figlio dell’uomo o Messia o Buon pastore o Redentore o Salvatore del mondo o Liberatore o Gigi Sabani o Verità o Luce.

The God Who Wasn't There (2005)
o Nottambulo

Questo buon documentario, tutto imperniato sulla famosa figura mitologica del Cristo, nasce chiaramente da una rivalsa personale dell’autore/regista, ateo convinto dopo essere cresciuto a pane e cristianesimo, il quale ha dovuto lottare non poco con i sensi di colpa e le angosce che quest’educazione primitiva gli ha lasciato nel cuore e nella mente.

Solo abbozzata, nonostante a mio modesto avviso sia poi la parte più interessante, è l’ipotesi bistrattata dalla comunità scientifica (ma quasi certamente vera) che il culto di Cristo sia in realtà uno dei tanti Culti Misterici; religioni segrete i cui discepoli giuravano di non rivelare le credenze e le ritualità al mondo esterno (come in Scientology), quasi tutte fondate attorno al tema della “Morte e Resurrezione” e probabilmente nate nel mondo agricolo col suo ciclo naturale di vita morte e rinascita.
Culti di dei come Mitra, Iside, Dioniso, Persefone, Orfeo, Demetra (con cui difatti Gesù condivide parecchie caratteristiche) i quali, nonostante la loro segretezza, hanno influenzato profondamente la cultura greco-romana come ad esempio è facile desumere dal romanzo sulla “trasformazione, purificazione e rinascita” per eccellenza, ovvero Le Metamorfosi di Apuleio; storia di un uomo divenuto asino e poi tornato umano grazie ad Iside, tipo Pinocchio con la Fata Turchina (Collodi il Misterico).
L’unica differenza tra il Cristianesimo e queste religioni oramai scomparse starebbe nella rottura del punto centrale, ovvero la segretezza, ad opera di San Paolo, il primo e anche il più importante dei divulgatori della neo religione; una rottura che ne ha comportato la sua fortuna e cioè l’ampia diffusione tra le classi più numerose, quelle povere.

D’altra parte bisogna dire che la fede in Cristo Redentore Nottambulo è un concetto talmente alto che pecchiamo di presunzione quando cerchiamo di comprenderlo con gli strumenti di noi poveri mortali; proprio come quando leggiamo in ossequioso stupore il magnifico passaggio di Apocalisse 3.20:
“Ecco, sto alla porta e busso.”

VOTO:
3 porta a porta e mezza

The God Who Wasn't There (2005) voto

Titolo russo: Бог, которого не было
Regia: Brian Flemmings
Anno: 2005
Durata: 62 minuti

Prisoners (2013)

Due bambine vengono rapite senza lasciare traccia e le rispettive famiglie entrano in un vortice depressivo dal quale solo il padre di una delle due se ne tira fuori riversando tutta la rabbia e la frustrazione, accumulate da anni di teste chinate ai rettiliani che governano il mondo e dai quali ci si può e deve difendere con una cantina piena di viveri in caso di guerra atomica, verso un povero ritardato originariamente sospettato ma poi rilasciato dalla polizia per mancanza di prove.

Ma al padre rabbioso anti-rettiliano frega cazzi e quindi lo rapisce e lo pista di botte e lo tortura attuando un perfetto ribaltamento di ruoli che alla fin fine sta poi alla base dell’intero film.

Nel frammentre s’intrecciano le vicende di talmente tanti personaggi che non vi sentirete soli per i prossimi 3 mesi.

Prisoners (2013)

Non male, non male affatto questa pellicola che, sfruttando la solita manfrina delle figliolette vergini rapite dall’uomo nero, se ne libera abbastanza agilmente con una regia contenuta (forse pure troppo) e delle ottime interpretazioni, da Hugh Jackman pronto per Guantanamo a Jake Gyllenhaal col tic oculare e il capello più impomatato degli ultimi decenni.

Peccato per i (più o meno) inconsapevoli soliti affondi misogini con le donne emotivamente fragili e rancorose perché si sentono tradite dai loro mariti i quali dovevano farle sentire al sicuro manco fosse un romanzo irlandese del 19° secolo.
D’altra parte la gramigna è tosta da estirpare, anche e soprattutto dai cuori di chi si crede un progressista.

VOTO:
4 “progressisti” con la gramigna nel cuore

Prisoners (2013) voto

Titolo originale: Prisoners
Regia: Dennis Villeneave
Anno: 2013
Durata: 153 minuti

Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Basta che funzioni (2009)

Un vecchio ebreo ipocondriaco newyorkese si ritrova tra le mani una gnocchetta poco più che maggiorenne miracolosamente portata al tenero ascolto delle sue lamentele di merda e riesce a farsela scappare per aver prestato meno della minima dose di empatia verso il genere umano.

Basta che funzioni (2009)
la futura moglie di Woody Allen sul set del film

Claustrofobica e verbosa, come richiede la paternità registica, tragedia sull’insensatezza dell’esistenza umana imbalsamata con le mostruose fattezza di commedia amorosa con inaspettato lieto fine.

Nonostante qualcuno potrebbe lamentare l’effetto saturazione filmica, questo 127esimo film di Woody Allen gioca molto bene le sue carte, che a prima vista risulterebbero particolamente influenzate dal percorso personale del regista più ipocondriaco del mondo quando eppure Woody giura e spergiura che il film l’ha scritto 30 anni fa pensando come attore protagonista Zero Mostel, ma la pasta è meglio ripassata.

Non sequitur.

VOTO:
3 non sequitur e mezzo

Basta che funzioni (2009) voto

Titolo originale: Whatever Works
Regia: Woody Allen
Anno: 2009
Durata: 93 minuti
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La messa è finita (1985)

Don Giulio è un prete romano profondamente solo che cerca in tutti i modi di amare il prossimo suo come fosse se stesso.

Tornato nella sua città natale dopo un periodo di sacerdozio su una piccola isola del mediterraneo, tenta invano di riallacciare una relazione emozionale con i suoi vecchi amici e la sua famiglia disgregata; uno sforzo immane e mal riposto che lo porterà a dubitare della sua vocazione e a lasciarsi sopraffare da un insostenibile senso di sconfitta personale e rabbia repressa.

La messa è finita (1985)

Straordinario film della prima maturità di Moretti che fu giustamente premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino e nel quale è impossibile per lo spettatore non perdersi nel mare di tristezza sopra il quale navigano le solitarie esistenze dei personaggi ritratti.

Non a caso infatti il film si apre con il tuffo di Don Giulio e la sua nuotata per raggiungere l’isola vicina, chiara metafora della coraggiosa ma insensata impresa del parroco di attraversare indenne l’inverno del nostro scontento e approdare quindi alle sponde del cuore dei suoi fratelli e sorelle; un’impresa resa ancora più assurda dalla non tanto velata motivazione egoistica di Giulio di aggiustare i suoi meccanismi emotivi interni concentrandosi sulle girandole esistenziali di chi lo circonda.

Costruito come al solito per il regista di Monteverde secondo uno schema a scatole chiuse e ravvicinate, la storia procede per scene solo apparentemente scollegate e teatrali quando in realtà tutte queste pesanti pennellate narrative servono a comporre un quadro spezzato in tanti tasselli esattamente come i discordanti pensieri di Don Giulio, divisi tra una grande voglia d’amare e la sopita consapevolezza dell’impossibilità del gesto.

Molte le scene dolciamare dentro le quali si muovono personaggi che fanno breccia nel cuore dello spettatore: dall’amico Saverio caduto in profonda depressione dopo essere stato lasciato dalla sua donna e che non vuole più uscire di casa e interessarsi al mondo perché una vita senza l’amore ha perso ogni significato fino al compagno di lotte politiche giovanili Andrea (interpretato da un inaspettato e bravissimo Vincenzo Salemme) che, ora accusato di terrorismo rosso, accusa lui gli altri d’essere l’unico del gruppo di amici ad aver messo in pratica i tanti discorsi su come cambiare le cose e dare dignità a chi soffre.

Uno dei film più belli di Moretti e una splendida opera sulla dolorosa ricerca della felicità, nei posti sbagliati.

VOTO:
4 Orso d’argento e mezzo

La messa è finita (1985) voto

Titolo originale: The Mass is ended
Regia: Nanni Moretti
Anno: 1985
Durata: 94 minuti

Il prescelto (2006)

Edward Malus (Malus…Malus…diocristo) è un poliziotto col senso di colpa per aver visto morire di fronte ai suoi occhi una madre e la sua bambina, sfracellate irrimediabilmente da un tir di 20 tonnellate.
L’occasione di redenzione sembra arrivare quando una sua ex, oramai residente da anni su un’isoletta privata molto misteriosa, gli scrive chiedendo aiuto per la sua figlia misteriosamente scomparsa.

Quello che Malus troverà saranno molte api e poca compassione.

Il prescelto (2006)

Giuro una cosa:
che iddio morisse di peste in questo preciso istante se non è vero che io mi sono visto questa merda di film solo per la famosissima scena finale con Nicholas Cage che urla “Not the bees!” mentre gli calano, a lui che è allergico, una valanga di api dentro una gabbietta stretta attorno alla faccia dopo avergli spezzato le gambe.

E invece dopo un’ora e mezza, quando il nostro Nicholas viene preso dai pazzi abitanti del villaggio pagano per compiere l’empio rituale, ecco che scopro con orrendo dispiacere come la scena, fonte di infiniti meme, sia stata stata misteriosamente tagliata.

Mannaggia cristo.

VOTO:
2 api

Il prescelto (2006) voto

Titolo originale: The Wicker Man
Regia: Neil LaBute
Anno: 2006
Durata: 102 minuti

The Witch (2015)

Nell’America del diciassettesimo secolo la vita è veramente misera: fame, sete, fatica, pioggia e un incessante freddo del cazzo fanno da amabili compari ai drappelli di umanità sperduta che si attaccano forte al seno della Madonna e ai capezzoli del Cristo per non andare in depressione e fare violentemente a pezzi chiunque si pari davanti questo scempio.

A complicare le cose per uno di questi drappelli, una famiglia puritana tutta casa e chiesa, ci si mette una strega dei boschi assetata di sangue di virgulti cristiani che farà fuori uno ad uno tutti questi zozzi colonialisti del cazzo a suon di malefici molto truculenti e vagamente sessuali.

The Witch (2015)

Film davvero notevole nel comparto tecnico e sicuramente uno dei migliori esempi di buona commistione tra cinema semi-sperimentale e intrattenimento alto.

Kubrickianamente reminiscente in diversi momenti di certe misteriose e sacre atmosfere che hanno reso immortali film come 2001 (i cori) o The Shining (la donna nel bagno), la pellicola sprizza una tale triste rassegnazione di fronte all’ineluttabilità della morte che francamente alla fine si comincia a parteggiare per il demonio.

Sicuramente uno dei migliori film visti recentemente e audace mossa per un giovane regista che, vista l’evidente dote artistica, verrà presto ingaggiato dalla Disney per dirigere il prossimo The Avengers.

VOTO:
4 Disney e mezzo

The Witch (2015) voto

Titolo completo: The VVitch: A New-England Folktale
Regia: Robert Eggers
Anno: 2015
Durata: 92 minuti

Autopsy (2016)

Il cadavere di una ragazza viene trovato semisepolto nello scantinato di una casa dentro la quale è avvenuta una carneficina inaudita fatta di gente massacrata male col sangue sui muri e compagnia bella.
Siccome il corpo di questa giovine non presenta segni identificativi né apparenti cause di morte, lo sceriffo locale decide di portare la ragazza al medico locale per chiarire cosa sia successo prima che la stampa vada a nozze con la misteriosa faccenda e cominci a fare domande su domande.
Sfiga vuole che la famiglia Tilden, padre e figlio che si occuperanno dell’esame medico sul corpo miracolosamente intatto della ragazza, scopre ben presto quanto la dipartita della giovine sia più misteriosa e cruenta di quanto sembri a primo acchitto e come i due si siano ficcati loro malgrado in una scia di sofferenza e punizione diabolica lunga svariati secoli.

Autopsy (2016)

Filmetto di spaventi che dalla sua ha certamente un’atmosfera particolare e delle buone interpretazioni, specialmente la giovane e immobile attrice-modella, ma che purtroppo finisce presto in vacca sozza e sfranta sui muri torti delle maledette periferie venete per via della solita, ripetitiva e francamente spregevole tendenza americana a tirare fuori dalle loro luride maniche le povere streghe.

E considerando il regista norvegese, io dico boh.

VOTO:
3 streghe

Autopsy (2016) voto

Titolo originale: The Autopsy of Jane Doe
Regia: André Øvredal
Anno: 2016
Durata: 86 minuti

Indiana Jones e il tempio maledetto (1984)

Abbiamo visto il film con Harrison Ford innamorato del marmo.

Si parla di:
Aspettative, Prime impressioni, Schindler’s List, Short Round, cerchie pedofile di Hollywood, Tubercolosi, Colletti intellettuali, una Cosa Brutta, la Scena iniziale, Schindler’s List, la Droga che ti fotte, il Voodoo che ti fotte, Carrellini delle miniere, Indiana Jones assassino, la Scena che fa volare, cuori Strappati, Sceneggiatura, Cene razziste, Feticismo del Marmo, Tom Selleck, Colonna sonora, Fauna in Indiana Jones, Monsoni, giostrai Stupratori di culture, You Go to Pankot, Santo Graal, cloni d’Indiana Jones, Spielberg e la religione, Propaganda e Manzoni sovversivo, Pubblico di riferimento e NoN, Schindler’s List, Indiana Jones = Harrison Ford, Film Cupo, il Fine giustifica i Mezzi, linee Temporali incasinate, Votazioni, Shiva Lingam = Cazzo di Shiva.

Titolo originale: Indiana Jones and the Temple of Doom
Regia: Steven Spielberg
Anno: 1984
Durata: 118 minuti

Vampires (1998)

Un agguerritissimo drappello di giustiziatori di vampiri sponsorizzati e finanziati dal Vaticano stanno facendo una delle loro spedizioni punitive fasciste nel New Mexico quando vengono decimati da un potente Vampiro Capo il quale si rivela poi essere l’origine del tutto e cioè un prete che nel medioevo fu sottoposto ad un esorcismo che lo rese (quasi) immortale.
Ora Valek, questo il nome del maledetto ex ecclesiastico, cerca una croce sacra che servirà a completare il rito che lo renderà immune ai raggi solari e gli permetterà quindi di camminare magnificamente tra i vivi come la grande diva che cova dentro.

Di mezzo però ci si mettono James Woods, Daniel Baldwin, un giovane prete ex calciatore e una non meglio identificata prostituta vampira in fieri i quali cercheranno di stoppare i piani diabolici Valekiani per smascherare così l’ipocrisia della macchina infernale chiamata Vaticano.

Vampires (1998)

Straordinario film vampiresco che, nonostante abbia incassato bene al botteghino e possa considerarsi l’unico vero successo commerciale anni ’90 del caro Carpenter, rimane ancora sconosciuto ai più probabilmente per la sua natura ambivalente ferma al crocevia di un genere spesso bistrattato come l’horror, un umorismo nero quasi nichilista e una sana critica alla Chiesa Cattolica che non fa(rebbe) mai male.

Percorrendo una storia certamente semplice, e per l’andamento lineare e per la tematica tutto sommato popolare, l’intreccio rimane però divertente, non scontanto e soprattutto lungi dallo scadere nel manicheo.
Da questa melma fatta di sangue e merda infatti nessuno ne esce lindo e pinto: dal prete che si fa le birrette in una stanza piena di mignotte desnude sotto gli occhi dello sceriffo locale, al sistema ecclesiastico che pensa soltanto a coprire malamente tutti gli innumerevoli errori in cui cade, passando per una pietosa serie di anti-eroi dal cuor nero.
A tratti sembra, più che altro, di assistere alla corrida degli stronzi, una simpatica competizione al ribasso senza nessun vincitore morale.

VOTO:
4 vincitori morali

Vampires (1998) voto

Titolo originale: John Carpenter’s Vampires
Regia: John Carpenter
Anno: 1997
Durata: 108 minuti