Wild Wild Country (2018)

Chandra Mohan Jain, conosciuto anche come Acharya Rajneesh, Bhagwan Shree Rajneesh e con il più recente e più famoso pseudonimo di Osho, nacque in India l’11 dicembre 1931 e mancando di pochi giorni la nascita di Gesù Cristo decise, passo dopo passo, convegno dopo convegno, meditazione dopo meditazione, esperienza traumatica dopo esperienza traumatica, elogio del capitalismo dopo elogio del capitalismo, di fondare una nuova religione chiamata tra gli intimi Sannyasanismo.
Una religione che non fosse però una religione, ma più una commistione di svariati filoni di pensiero ripiegati su loro stessi in un ignorante potpourri culturale secondo il classico stile indiano di fare un masala di ogni cosa col risultato di addormentare i sensi.

Il Sannyasa, per chi non lo sapesse, è l’ultima fase del percorso verso l’illuminazione nella filosofia indiana; la fase della rinuncia alle tentazioni terrene per cercare l’essenza spirituale delle cose e fa abbastanza ridere come questo fosse esattamente l’opposto di quello che avveniva (e avviene) tra i discepoli di questo movimento religioso il cui leader si comprò una quarantina di Rolls-Royce, un orologio da un milione di dollari, un paio di aerei privati e un guardaroba da far invidia a Platinette.
Tutto ovviamente comprato con i soldi ricavati dai beni terreni di quelli che entravano (ed entrano) nel suo Ashram e i golosi ricavati dal merchandising (libri, tazze, magliette, ciabatte) e dai corsi che a tutt’oggi la Osho International Foundation tiene in India e in giro per il mondo.

Ma in questo documentario tutto ‘sto schifo conta fino a un certo punto perché si vuole invece raccontare un periodo specifico di questa follia collettiva chiamata Osho e cioè i 4 anni di permanenza su suolo statunitense dentro un immenso e sperduto ranch nello stato dell’Oregon dove migliaia di devoti crearono una cittadina (quasi) autosufficiente, Rajneeshpuram, secondo i principi professati da questo ciarlatano dal gusto estetico di un macellaio che ha ricevuto una botta in testa, ovvero: tutti lavorano gratis (tranne il leader), nessuno possiede un cazzo (tranne il leader), tutti vivono una sessualità aperta e scevra di ogni costrutto sociale, tutti possiedono e si allenano con fucili d’assalto in caso qualcuno voglia attaccare la comunità e ogni tanto si contaminano con il virus della salmonella svariati ristoranti della contea per virare i prossimi risultati elettorali.

Un paradiso in terra insomma.

Wild Wild Country (2018)

Documentario da montagna russa che conduce abilmente lo spettatore lungo un sali scendi d’emozioni contrastanti probabilmente simili a quelle provate dagl’infantili discepoli di Osho.

Oltre al chiaro appeal dei dettagli più contrastanti come il sesso libero fiondato in mezzo ad una piccola comunità rurale americana di cristiani benpensanti o il clima da paranoia su entrambi i fronti della disputa, quello che più convince è la chiara volontà di non condannare in maniera netta la comunità di Rajneeshpuram e lasciare allo spettatore la possibilità di farsi un’opinione propria su quello che poi è stato un fenomeno naturale.
Certamente infinitesimo e forse insignificante rispetto ai movimenti celesti, ma non per questo dissimile nella meccanica d’azione, di causa ed effetto.

Perché diciamocelo chiaramente: tutto questo affaccendarsi nella ricerca della verità, della giustizia, dell’illuminazione, della retta via e via dicendo non ha poi alcun senso al di fuori dell’antropocentrica percezione umana delle cose.
La spiegazione più semplice se il mondo sia giusto o sbagliato è che “giusto” o “sbagliato” sono solo costrutti umani.

Nessuno si sognerebbe mai di dire se un onda del mare sia giusta o sbagliata; un onda come un soffio di vento o un’eruzione vulcanica sono fenomeni naturali risultanti da una miriade di fattori scatenanti che hanno condotto, ciascuno con il suo piccolo contributo, alla condizione presente.
Ogni gesto o fenomeno o pensiero di ogni momento è perfetto in quanto esistente; è perfetto perché è la risultanza del percorso di minor attrito lungo la discesa spazio-temporale chiamata gravitazione e quindi non ha alcun senso parlare di giusto o sbagliato esattamente come non avrebbe senso domandarsi se il colore arancione sia giusto o sbagliato.

L’estinzione dei dinosauri?
Un meteorite.
L’estinzione dei dodo?
Il contatto con una specie predatrice superiore come gli esseri umani.
Il capitalismo americano del 20esimo secolo?
Evidentemente era il sistema vincitore date le circostanze.
Le proteste in piazza contro questo o quello?
Un’ovvia risultante delle tensioni sociali.
La violenza della guerra?
Se non lo fosse, si chiamerebbe pace.
Il WWF?
Una virata ambientalista della specie umana era telefonata.
Il cannibalismo delle tribù sudamericane?
Come poteva essere altrimenti vista l’inesistenza di bestiame d’allevamento?
Il successo planetario di Osho?
Era scontato che una serie incoerente di cialtronate in salsa new age infarcite di sesso libero e la promessa della liberazione dai dogmatismi dell’era odierna facesse presa nei cuori e nelle menti di migliaia di persone private dalle società umane contemporanee del più fondamentale dei sentimenti umani, il sentirsi amati.

VOTO:
4 dodo

Wild Wild Country (2018) voto

Titolo polacco: Bardzo dziki kraj
Regia: Maclain Way, Chapman Way
Anno: 2018
Durata: 6 episodi da 1 ora

Schegge di paura (1996)

Un arcivescovo porcellone viene brutalmente assassinato e un chierichetto (o “ministrante” per i più edotti) diciannovenne completamente coperto del suo sangue viene bloccato mentre cerca di fuggire a gambe levate.

Sarà compito di Richard Gere, qui nei panni di un rude avvocato da rotocalco, convincere la giuria dell’innocenza del suo assistito nonostante tutte le prove convergano verso un chiaro verdetto di colpevolezza.

Schegge di paura (1996)
dio camaia de dio

Classico film giudiziario con colpi di scena leggermente telefonati e gente che parla con dialoghi un po’ datati che però, ciononostante, rimane ampiamente godibile anche e soprattutto per le buone recitazioni tra cui spicca chiaramente un Edward Norton, qui al suo esordio cinematografico, nei panni del chierichetto più frignone della storia.

Non un film per tutti, specialmente i più giovani; lo consiglio a tua madre.

VOTO:
3 ministranti e mezzo

Schegge di paura (1996) voto

Titolo originale: Primal Fear
Regia: Gregory Hoblit
Anno: 1996
Durata: 129 minuti

The Keepers (2017)

Il 7 novembre 1969 Catherine Cesnik, una giovanissima suora che insegnava  inglese e teatro al liceo cattolico Keough in Baltimore, scompare in circostanze molto misteriose; verrà ritrovata due mesi dopo mezza nuda e con la testa fracassata sdraiata supina su una collina non troppo distante.

Chi l’ha uccisa e soprattutto perché l’ha uccisa rimangono tutt’oggi due misteri velati da mille intrighi… e però quando lo Stato non funziona, il Popolo si muove e quindi amici, parenti ed ex studenti hanno scoperto negli anni molti indizi che vanno a comporre un quadro della situazione molto più complicato e molto più losco di quanto le indagini iniziali potrebbero aver fatto pensare; una ragnatela di soprusi indicibili coperti e spesso perpetrati a livelli altissimi della Chiesa e delle autorità competenti.

The Keepers (2017)

Distribuito da Netflix (che devo ammettere mi sta regalando parecchie piacevoli serate), questo lungo documentario diviso in 7 episodi sui misteri della Baltimora del 1969 tiene incollato alla sedia chi lo guarda.

E lo fa un po’ per l’ottima realizzazione tecnica, un po’ per l’assurdità e la violenza di certi accadimenti ivi raccontati e un po’ per quel senso d’irrisolto che sicuramente continua a muovere i protagonisti di questa triste vicenda i quali non si sono mai arresi di fronte al muro di gomma che gli si parava davanti.

Se siete in vena di una lunga sessione audiovisiva sul sudiciume sudicio che si annida tra le dita dei piedi dei preti, siete ben serviti.
Agli altri invece 2 Ave Maria e 10 Pater Noster.

VOTO:
4 Pater Noster

The Keepers (2017) voto

Titolo originale: The Keepers
Regia: Ryan White
Anno: 2017
Durata: 7 episodi da 1 ora circa

The Man from Earth: Holocene (2017)

Dopo lo sfavillante primo episodio, tornano le avventure dell’uomo preistorico meno famoso della storia, ovvero John Oldman, qui rinominato John Young dopo l’ennesimo cambio d’identità (e vita) che intraprende ogni tot anni per non far insospettire amici e colleghi i quali, vedendolo non invecchiare di una virgola, potrebbero ad una certa farsi un paio di domande su quale diamine di dieta John stia seguendo.

Ma oramai viviamo nell’era dell’internet ovunque e comunque e il nostro povero immortale fa sempre più fatica a sfuggire al tracking globale che ci tiene tutti più o meno sotto scacco; difatti qui lo troviamo alle prese con un “pericoloso” gruppo di suoi studenti ficcanaso equamente divisi secondo le rappresentanze etnico-sociali in voga nel 1998 (una cinese, un nero, un cristiano e una sgualdrina che però sotto sotto tiene un cuore infranto in petto).

Chi vivrà, vedrà.

The Man from Earth: Holocene (2017)

Il film in sé è una mezza ciofeca, nonostante la chiara voglia di far bene di tutti i soggetti in campo, e potrebbe quindi essere tranquillamente evitato da chiunque e dovunque.

L’unica cosa però che lo tiene un pelino sopra la soglia dell’oblio è l’innovativa (si fa per dire) distribuzione online tramite i canali pirati molto cari a chi vi scrive e senza i quali difficilmente potreste leggere i miei sproloqui contro questo o quello.
Gli autori difatti hanno primo uploadato il file del film sulla rete e successivamente hanno chiesto una donazione libera sul loro sito nel caso l’opera fosse stato di gradimento.

Io ho donato la bellezza di zero euri.

VOTO:
2 pelini e mezzo

The Man from Earth: Holocene (2017) voto

Titolo russo: Человек с Земли: Голоцен
Regia: Richard Shenkman
Anno: 2017
Durata: 98 minuti
Sito per donazione: manfromearth.com

I Origins (2014)

Un ragazzo dal doppio mento pronunciato che maschera questa sua deformità con un dottorato in biologia molecolare tenta l’improbabile abbordaggio in discoteca di una fichetta anoressica con problemi d’autostima che maschera con un abbigliamento finto-trasandato e lo shampoo a settimane alternate…
…e incredibilmente gli va dentro.

Quello che il povero giovane scienziato non sospetta (ma che poteva prevedere con un minimo di studio statistico) è che la la fichetta è un po’ idiota e ha la testa zuppa di fregnacce sull’aldilà e la reincarnazione.
Per un po’ le cose reggono, vista anche l’incredibile attrattiva fica fisica dell’anoressica, ma alla fine a non reggere saranno i cavi dell’ascensore che precipitando trancerà di netto metà della fichetta anoressica facendole finalmente raggiungere i tanto agognati 40 chili.

Segue un buon 3 quarti d’ora di lui che si rende conto della veridicità della reincarnazione notando l’apparire di mappature oculari uguali…

dio cane.

I Origins (2014)
dio, te odio

Filmetto indipendente che non è girato male (anzi), non è recitato male (anzi), eppure risulta antipatico e diseducativo per la serie di cliché e banalità che infila con crescente orgoglio mano a mano che la storia si separa dalle solide basi scientifiche per abbracciare varie stronzate spirituali in quello che vorrebbe essere un portare per mano lo spettatore scettico verso posizioni possibiliste e che invece porta i più a stati d’arrabbiatura pazzeschi.

VOTO:
2 spiriti e mezzo

I Origins (2014) voto

Titolo brasiliano: O Universo no Olhar
Regia: Mike Cahill
Anno: 2014
Durata: 106 minuti

L’uomo che venne dalla Terra (2007)

John Oldman, un professore universitario sulla trentina molto amato e rispettato da colleghi e studenti, è sul punto di lasciare tutto e tutti per trasferirsi non si sa dove, e la cosa desta più di un sospetto.
Ed è qui che il film si apre (e chiude): con la visita a casa sua di un gruppo di colleghi universitari venuti, con la scusa di volerlo salutare, a chiedergli ragione di questa improvvisa quanto strana partenza.

Questo pomeriggio tra amici diventerà presto un interessante riunione attorno al falò dei ricordi di un uomo condannato ad un’eterna solitudine.

L'uomo che venne dalla Terra (2007)

Scritto nell’arco di 40 anni da Jerome Bixby (un semi-famoso scrittore di fantascienza americano autore, tra i vari, di Mirror Mirror e Requiem for Methuselah, due dei più amati episodi della serie Star Trek, e del racconto originale su cui poi è stata basata la sceneggiatura di Isaac Asimov per Fantastic Voyage) e realizzato col modesto budget di 200mila dollaroni, questo film ha avuto la straordinaria fortuna d’essere condiviso in massa sulle reti peer-to-peer facendogli raggiungere un pubblico insperato con i propri mezzi.

Di chiara impiantistica teatrale, anche se in questo caso la trasposizione è avvenuta in senso inverso (dallo schermo al palcoscenico), la pellicola è recitata molto bene, non cade in emotività esagerata sperando di raggiungere con l’urlo quello che non può con la storia e dalla sua ha una serie molto interessante di battibecchi intellettuali tra i professori che rivelano la vivace intelligenza e la profonda base logica dell’autore.

Comprensibile l’esagerata storica ubiquità di John ai fini di una narrazione più interessante (e forse una personale punta di veleno verso il Cristianesimo), sarebbe comunque stato più opportuno tenersi su temi più bassi proprio come si era proceduto fino alla svolta mistica sul finale.

VOTO:
4 svolte

L'uomo che venne dalla Terra (2007) voto

Titolo originale: The Man from Earth
Regia: Richard Schenkman
Anno: 2007
Durata: 87 minuti

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

The God Who Wasn’t There (2005)

Il Gesù di Galilea, nato da una minorenne vergine impregnata dallo Spirito Santo, fautore di molteplici miracoli acclamati a furor di popolo, morto per i peccati degli esseri umani e risorto dopo 3 giorni non è mai esistito; si tratta altresì di una collezione molto disomogenea e contraddittoria di molteplici leggende e culti di diversa origine spaziale e temporale venutisi a mischiare nel corso dei secoli attorno ad una figura unica chiamata Cristo o Figlio dell’uomo o Messia o Buon pastore o Redentore o Salvatore del mondo o Liberatore o Gigi Sabani o Verità o Luce.

The God Who Wasn't There (2005)
o Nottambulo

Questo buon documentario, tutto imperniato sulla famosa figura mitologica del Cristo, nasce chiaramente da una rivalsa personale dell’autore/regista, ateo convinto dopo essere cresciuto a pane e cristianesimo, il quale ha dovuto lottare non poco con i sensi di colpa e le angosce che quest’educazione primitiva gli ha lasciato nel cuore e nella mente.

Solo abbozzata, nonostante a mio modesto avviso sia poi la parte più interessante, è l’ipotesi bistrattata dalla comunità scientifica (ma quasi certamente vera) che il culto di Cristo sia in realtà uno dei tanti Culti Misterici; religioni segrete i cui discepoli giuravano di non rivelare le credenze e le ritualità al mondo esterno (come in Scientology), quasi tutte fondate attorno al tema della “Morte e Resurrezione” e probabilmente nate nel mondo agricolo col suo ciclo naturale di vita morte e rinascita.
Culti di dei come Mitra, Iside, Dioniso, Persefone, Orfeo, Demetra (con cui difatti Gesù condivide parecchie caratteristiche) i quali, nonostante la loro segretezza, hanno influenzato profondamente la cultura greco-romana come ad esempio è facile desumere dal romanzo sulla “trasformazione, purificazione e rinascita” per eccellenza, ovvero Le Metamorfosi di Apuleio; storia di un uomo divenuto asino e poi tornato umano grazie ad Iside, tipo Pinocchio con la Fata Turchina (Collodi il Misterico).
L’unica differenza tra il Cristianesimo e queste religioni oramai scomparse starebbe nella rottura del punto centrale, ovvero la segretezza, ad opera di San Paolo, il primo e anche il più importante dei divulgatori della neo religione; una rottura che ne ha comportato la sua fortuna e cioè l’ampia diffusione tra le classi più numerose, quelle povere.

D’altra parte bisogna dire che la fede in Cristo Redentore Nottambulo è un concetto talmente alto che pecchiamo di presunzione quando cerchiamo di comprenderlo con gli strumenti di noi poveri mortali; proprio come quando leggiamo in ossequioso stupore il magnifico passaggio di Apocalisse 3.20:
“Ecco, sto alla porta e busso.”

VOTO:
3 porta a porta e mezza

The God Who Wasn't There (2005) voto

Titolo russo: Бог, которого не было
Regia: Brian Flemmings
Anno: 2005
Durata: 62 minuti

Prisoners (2013)

Due bambine vengono rapite senza lasciare traccia e le rispettive famiglie entrano in un vortice depressivo dal quale solo il padre di una delle due se ne tira fuori riversando tutta la rabbia e la frustrazione, accumulate da anni di teste chinate ai rettiliani che governano il mondo e dai quali ci si può e deve difendere con una cantina piena di viveri in caso di guerra atomica, verso un povero ritardato originariamente sospettato ma poi rilasciato dalla polizia per mancanza di prove.

Ma al padre rabbioso anti-rettiliano frega cazzi e quindi lo rapisce e lo pista di botte e lo tortura attuando un perfetto ribaltamento di ruoli che alla fin fine sta poi alla base dell’intero film.

Nel frammentre s’intrecciano le vicende di talmente tanti personaggi che non vi sentirete soli per i prossimi 3 mesi.

Prisoners (2013)

Non male, non male affatto questa pellicola che, sfruttando la solita manfrina delle figliolette vergini rapite dall’uomo nero, se ne libera abbastanza agilmente con una regia contenuta (forse pure troppo) e delle ottime interpretazioni, da Hugh Jackman pronto per Guantanamo a Jake Gyllenhaal col tic oculare e il capello più impomatato degli ultimi decenni.

Peccato per i (più o meno) inconsapevoli soliti affondi misogini con le donne emotivamente fragili e rancorose perché si sentono tradite dai loro mariti i quali dovevano farle sentire al sicuro manco fosse un romanzo irlandese del 19° secolo.
D’altra parte la gramigna è tosta da estirpare, anche e soprattutto dai cuori di chi si crede un progressista.

VOTO:
4 “progressisti” con la gramigna nel cuore

Prisoners (2013) voto

Titolo originale: Prisoners
Regia: Dennis Villeneave
Anno: 2013
Durata: 153 minuti

Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Basta che funzioni (2009)

Un vecchio ebreo ipocondriaco newyorkese si ritrova tra le mani una gnocchetta poco più che maggiorenne miracolosamente portata al tenero ascolto delle sue lamentele di merda e riesce a farsela scappare per aver prestato meno della minima dose di empatia verso il genere umano.

Basta che funzioni (2009)
la futura moglie di Woody Allen sul set del film

Claustrofobica e verbosa, come richiede la paternità registica, tragedia sull’insensatezza dell’esistenza umana imbalsamata con le mostruose fattezza di commedia amorosa con inaspettato lieto fine.

Nonostante qualcuno potrebbe lamentare l’effetto saturazione filmica, questo 127esimo film di Woody Allen gioca molto bene le sue carte, che a prima vista risulterebbero particolamente influenzate dal percorso personale del regista più ipocondriaco del mondo quando eppure Woody giura e spergiura che il film l’ha scritto 30 anni fa pensando come attore protagonista Zero Mostel, ma la pasta è meglio ripassata.

Non sequitur.

VOTO:
3 non sequitur e mezzo

Basta che funzioni (2009) voto

Titolo originale: Whatever Works
Regia: Woody Allen
Anno: 2009
Durata: 93 minuti
Compralo: http://amzn.to/2Cdc0GD

La messa è finita (1985)

Don Giulio è un prete romano profondamente solo che cerca in tutti i modi di amare il prossimo suo come fosse se stesso.

Tornato nella sua città natale dopo un periodo di sacerdozio su una piccola isola del mediterraneo, tenta invano di riallacciare una relazione emozionale con i suoi vecchi amici e la sua famiglia disgregata; uno sforzo immane e mal riposto che lo porterà a dubitare della sua vocazione e a lasciarsi sopraffare da un insostenibile senso di sconfitta personale e rabbia repressa.

La messa è finita (1985)

Straordinario film della prima maturità di Moretti che fu giustamente premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino e nel quale è impossibile per lo spettatore non perdersi nel mare di tristezza sopra il quale navigano le solitarie esistenze dei personaggi ritratti.

Non a caso infatti il film si apre con il tuffo di Don Giulio e la sua nuotata per raggiungere l’isola vicina, chiara metafora della coraggiosa ma insensata impresa del parroco di attraversare indenne l’inverno del nostro scontento e approdare quindi alle sponde del cuore dei suoi fratelli e sorelle; un’impresa resa ancora più assurda dalla non tanto velata motivazione egoistica di Giulio di aggiustare i suoi meccanismi emotivi interni concentrandosi sulle girandole esistenziali di chi lo circonda.

Costruito come al solito per il regista di Monteverde secondo uno schema a scatole chiuse e ravvicinate, la storia procede per scene solo apparentemente scollegate e teatrali quando in realtà tutte queste pesanti pennellate narrative servono a comporre un quadro spezzato in tanti tasselli esattamente come i discordanti pensieri di Don Giulio, divisi tra una grande voglia d’amare e la sopita consapevolezza dell’impossibilità del gesto.

Molte le scene dolciamare dentro le quali si muovono personaggi che fanno breccia nel cuore dello spettatore: dall’amico Saverio caduto in profonda depressione dopo essere stato lasciato dalla sua donna e che non vuole più uscire di casa e interessarsi al mondo perché una vita senza l’amore ha perso ogni significato fino al compagno di lotte politiche giovanili Andrea (interpretato da un inaspettato e bravissimo Vincenzo Salemme) che, ora accusato di terrorismo rosso, accusa lui gli altri d’essere l’unico del gruppo di amici ad aver messo in pratica i tanti discorsi su come cambiare le cose e dare dignità a chi soffre.

Uno dei film più belli di Moretti e una splendida opera sulla dolorosa ricerca della felicità, nei posti sbagliati.

VOTO:
4 Orso d’argento e mezzo

La messa è finita (1985) voto

Titolo originale: The Mass is ended
Regia: Nanni Moretti
Anno: 1985
Durata: 94 minuti