Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

Dellamorte Dellamore (1994)

Nella ridente cittadina di Buffalora i morti stanno tornando in vita ed è compito di Francesco Dellamorte, svogliato guardiano del cimitero locale, assieme al suo fidato e ritardato compare Gnaghi, sparare loro in testa e porre così fine all’invasione.

Purtroppo Francesco stesso non se la passa tanto bene visto che sta attraversando una piccola quanto importante fase della sua vita, ovvero il passaggio all’età adulta (leggermente in ritardo sulla tabella di marcia biologica) e ad una maggiore consapevolezza del proprio io che, tra prorompenti ossessioni femminee, figure materne che muoiono, impotenze vere o presunte e solitudini più vere che presunte, lo stanno facendo uscire di capoccia mentre lui vorrebbe solo uscire dalla piccola realtà artefatta della piccola cittadina nella quale la sua esistenza sta svanendo in concomitanza con la triste realizzazione che tutti dobbiamo morire.

Dellamorte Dellamore (1994)
una piccola morte

Bellissima e molto sottovalutata commedia dell’orrore all’italiana che da un lato intrattiene i fan del genere con una splendida veste scenografica, una buona dose di macabro veicolata con dei graziosi effetti speciali artigianali e una scandalosa sfacciataggine poco politically correct (tipo quando Francesco impallina in piena testa piccoli boy scouts e fracagna la faccia ad una suora occhialuta… roba che ce la sogniamo in questi tempi di perbenismo fasullo) e dall’altro riesce a porre più di un interrogativo alla soluzione della narrazione.

Qual è la realtà?
Perché esistiamo?
Chi è veramente Francesco?
Sono domande che un pubblico più avveduto dovrebbe porsi, ma capisco che la maggior parte sarà troppo impegnata con le pere di Anna Falchi.

VOTO:
4 pere

Dellamorte Dellamore (1994) voto

Titolo inglese: Cemetery Man
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Durata: 105 minuti

The Overnight (2015)

Emily e Alex sono una giovane coppietta appena trasferitasi a Los Angels con il piccolo figlio RJ e neanche riescono a fare quattro passi al parco che subito vengono accalappiati da Kurt e Charlotte, un’altra coppia con figlio al seguito, che li invitano seduta stante nella loro villona da ricconi per una serata in amicizia.

Quello che Alex ed Emily non sospettano è che la serata si trasformerà in notte e l’amicizia in qualcosa di più dirompente, come i buchi di culo che Kurt ama dipingere su grandi tele colorate.

The Overnight (2015)

Spassosissima commedia pepata che, nonostante giochi su roba ridicola e (più o meno) di bassa lega, riesce ad uscirne a testa alta per la maestria e la purezza con cui vengono trattati questi temi a doppia lama.

Assodato l’ottimo e affiatato cast, le situazioni godibilissime e la buona regia, la cosa migliore del film resta la costruzione antifrastica della trama che pezzo dopo pezzo sembra preludere a qualcosa di molto americano con colpi di scena e fughe per corridoi col coltello in mano e invece si adagia placidamente sulla normalità di una vita da medio-borghese con problemi da medio borghesi.

Un vero colpo di genio; una pellicola per intenditori.

VOTO:
4 geni (antifrastici)

The Overnight (2015) voto

Titolo spagnolo: Noche infinita
Regia: Patrick Brice
Anno: 2015
Durata: 79 minuti

Chiamami col tuo nome (2017)

Elio Perlman, un inquieto rampollo di una benestante famiglia ebrea italo-americana, trascorre le estati in una villona in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre e alla servitù… perché la vita non è vita senza un paio di servi a renderti le giornate un interminabile sequenza di noie da cui trarre ispirazione per brutte poesie o passeggiate riflessive piene di dubbi.

Ma l’estate del 1983 sarà particolare per Elio perché la trascorrerà in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre, alla servitù e ad un fascinoso studente del padre, professore di archeologia, che sconvolgerà le sue giornate fatte di brutte poesie e passeggiate riflessive aggiungendoci il pallino dell’amore per le figure maschili in ridicole pose plastiche che accomunerà padre, figlio e studente fascinoso.

A seguire, storia d’amore un po’ combattuta e parecchie panoramiche su un’Italia oramai scomparsa nel tempo saeculorum travolta dal rampantismo di soggetti che amavano la musica straniera, le Converse, le scopate in soffitta e le pesche mature, tipo i socialisti craxiani.

Chiamami col tuo nome (2017)

Pennellata d’innamoramento su tela alla modica cifra di 4 milioni di euro che va elogiata per molte cose meno che per la semi-classica storia d’amore omosessuale che invece lo ha posto all’attenzione del pubblico non troppo avvezzo ai baci gay.

Perché il fatto che il protagonista nutra o meno sentimenti per questo biondo di Riace cambia poco o nulla sulla resa narrativa e sull’impatto emotivo che riesce a suscitare (spoiler: altalenante, come le giornate estive in quel del Cremasco).
Il film infatti poteva benissimo vedere modificato il personaggio dello studentE in studentessA e tutto sarebbe rimasto più o meno com’era.
E questo è un bene perché, a mio modesto avviso, l’ossessione per la sottolineatura omoerotica non fa altro che distanziarlo dalla comune storia d’amore estivo (che poi altro non è) e che più o meno tutti hanno vissuto.
Per carità: girata bene, con pause e gusto estetico raffinato e con delle interpretazioni eccellenti, specialmente per l’attore che interpreta magistralmente l’adolescente con i dubbi sessuali, ma come impiantistica non siamo troppo distanti da Mignon è partita, pellicola gradevolissima ma che mi pare non abbia vinto l’Oscar.

Unica nota veramente eccellente è l’abbandono dell’immondo conflitto narrativo dualistico tipico della narrazione occidentale secondo cui le cose sono bianche o nere, buone o cattive; qui invece si può essere etero e gay o vittime e carnefici allo stesso tempo senza che il cervello dello spettatore scoppi in un clamoroso BUM.

VOTO:
3 craxiani e mezzo

Chiamami col tuo nome (2017) voto

Titolo originale: Call Me by Your Name
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2017
Durata: 132 minuti

Raw – una cruda verità (2016)

Justine si è iscritta all’università di veterinaria e la prima notte nella camera del dormitorio (che inspiegabilmente divide con un maschio perché tanto è frocio, come se l’università chiedesse l’orientamento sessuale nel modulo d’ammissione) scopre subito quanto il mondo sia popolato da ottusangoli coi soldi che, imboccando nelle stanze delle matricole per affermare il loro diritto di anzianità (perché essere vecchi è fico quando hai 22 anni, ma fa schifo quando ne hai 35 e il primo figlio t’ha ammorbidito l’immondo grembo che porti addosso con peccato e con dolore), fanno degli atti di nonnismo tanto spregiudicati quanto patetici nel loro voler essere sempre al top dei top topper che se ci provassero in Italia riceverebbero una tale raffica di sberle in pieno volto da farli girare come trottole da qui al prossimo giubileo mentre spargono i loro fottutissimi denti raddrizzati con i soldi dei genitori evasi al fisco perché sono 300 con fattura e 250 senza.

E allora ecco le punizioni, le coercizioni, le derisioni…
e il sangue, a fiotti, a rotoli, a sbrodolanti crogiolanti e inspiegabilmente invisibili macchie per i (quasi) invisibili adulti che invece dovrebbero popolare un’università con centinaia di studenti esagitati.

E allora ecco mi sorge spontaneo un coro storico degli ultras della Reggiana

sangue nei popolari, sangue nei distinti
le abbiam prese, ma non siamo vinti
è ora di rifarsi, è ora di sparare
il sangue dei compagni dobbiamo vendicare

Raw - una cruda verità (2016)
adulti dottori che fumano perché hai capito la metafora della scelleratezza del mondo verticista al quale i subalterni devono necessariamente adeguare i loro individualismi nel nome della produttività magnificamente esemplificata dall’industria della carne… e vai col tango?

Il problema principale del film non è tanto l’oggettiva rabbia che inspira nello spettatore dal primo maledetto minuto, ma è il fatto d’essere costruito e girato come fosse un classico metaforone all’europea sul decadimento umano e comunitario con le persone che si cannibalizzano l’un l’altra confondendo l’altra guancia per l’altro guanciale, oppure come una critica alla società maschilista che fa desiderare alle donne di pisciare all’impiedi e ai maschi di succhiare i cazzi sopprimendo il loro naturale istinto eterosessuale, o addirittura come una traslazione della critica alla società consumista verso la critica alla società piramidale…

…no no e ancora no, Raw non è niente di tutto questo.
Perché Raw è solo l’ennesimo filmetto splatterone girato con uno stile molto hipster con un po’ di culi pubescenti in primo piano (perché i malati sessuali sono sempre quelli in prima pagina, mai noi che diamo i 9 i 10 a film del cazzo tipo questo) mentre in sottofondo gira Ma che freddo fa di Nada (perché una canzone italiana del 1969 fa molto figo senza darlo troppo a vedere, come quando al bar prendo un negroni e i miei amici coi baffetti fini da pedofilo belga mi guardano invidiosi con la coda dell’occhio affumicato dalle loro sigarettine di merda rollate col tabacco Pueblo).

L’unica maniera per cui questo Raw avrebbero potuto tirarmi dentro la trama sarebbe stato ambientare il film in un presente alternativo distopico; sarebbe bastato anche solo qualche piccolo accenno qua e là tipo una macchina strana mezza futuristica o un posto di blocco in lontananza coi poliziotti vestiti con colori smorti alla fascista come da tradizione fantascientifica francese a far capire che non si tratta del Belgio europeo del 2016 che inspiegabilente sembra popolato da una masnada di decerebrati capitalisti impotenti che si agitano in patetici turbini di lascivia adolescenziale, ma invece ci troviamo dentro una ricostruzione fantastica all’interno della quale è ovvio e permesso e auspicato un generale rovesciamento dei ruoli e delle convenzioni societarie come pure un’esagerazione delle stesse così da ottenere addirittura il rafforzamento del messaggio che si vuole veicolare.

E invece il messaggio non c’è e tutto il set design viene lasciato così com’è, perché tanto è un film low budget europeo che il pubblico hipster beota si beve felice come Eleonora Brigliadori si beve il piscio pensando le faccia tanto bene.

Io getto la spugna.

VOTO:
2 nada de nada

Raw - una cruda verità (2016) voto

Titolo originale: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Durata: 69 minuti

Love, Sex Aur Dhokha (2010)

Amore, Sesso e Tradimento è il titolo di questo interessante film che, sotto un velo di spensierata scopiazzatura di tutto ciò che è venuto dopo The Blair Witch Project, tratta 3 temi molto importanti (e molto sottaciuti ) della nuova India turbo-fascio-capitalista.

Il film si apre con un finto promo della finta casa di distribuzione del film stesso che, tra roboanti effetti video stile MTV anni ’80 ed errori grammaticali, prepara il pubblico alla visione di 3 storie vere catturate da telecamere digitali all’insaputa, e non, delle persone riprese.

Il voyerismo, si sa, è vecchio come il mondo ed esempi di tale genere si trovano ovunque, in occidente come in oriente (basti pensare alle miniature Mogul che ritraggono principi e principesse nei loro giardini privati mentre si intrattengono con concubine, poeti, cantori e quant’altro).
La cosa interessante di Love Sex aur Dhokha è invece il suo dito puntato contro il sistema dei media indiani, sempre più propensi a sbattere in prima pagina scandali o presupposti scandali, meglio ancora se dietro ci sono storie di amore, sesso e tradimento (a cui il titolo fa riferimento).

Il film quindi da una parte intrattiene il suo pubblico dandogli (nonostante i tanti problemi con la censura e i tagli) ciò che promette fin dal titolo e dall’altro lo colpevolizza proprio per questo.

Nel frammentre le storie parlano di un’India che (come al solito) non finisce in prima pagina, o se ci finisce lo fa alla “Novella 2000”; un’India fatta di matrimoni inter-caste, violenza, ignoranza, sopraffazione delle donne, sistema patriarcale, televisioni corrotte, giornalisti venduti, prostituzione sui set di Bollywood e chi più ne ha più ne metta.

Il regista Dibakar Banerjee invece cerca, per quanto possibile in un’India ancora molto arretrata culturalmente, di fermarsi a riflettere un minuto su quello che ci accade attorno senza che le luci dei riflettori si accendano a dargli la giusta risonanza.
Come se non bastasse poi c’è il risvolto tecnico-narrativo per cui le tre storie si svolgono (quasi) contemporaneamente e quindi i personaggi di una confluiscono nelle altre dando vita ad un tarantiano (per i più giovani) Kubrickiano (per i più vecchi) ripetersi di eventi sotto un nuovo punto di vista (quello dei nuovi personaggi che assistono alle vicende di quelli del precedente episodio).

Niente male insomma.

Titolo originale: LSD: Love, Sex Aur Dhokha
Regia: Dibakar Banerjee
Anno: 2010
Durata: 155 minuti

Yuppies – I giovani di successo (1986)

Credo che la frizzante commedia su 4 rampanti arrivisti nella Milano da bere dell’86 non possa meglio essere descritta se non da una delle innumerevoli fantastiche battute sciorinate come lenzuoli sporchi di sangue la mattina dopo la prima notte di nozze:

Volevo andare via dalla pazza folla.
Come in quel film degli anni ’60, Sciuscià.

Massimo Boldi

Yuppies - I giovani di successo (1986)

Ma come vuoi commentare un film che ha inquadrature tipo questa: De Sica che caca, Boldi che si fa la barba e un culo?

Non solo sono rimasto totalmente stupefatto da questa macchina ad orologeria che corre a 100 all’ora sull’autostrada del mio cuore, ma mi sono ritrovato pure ad essere rincorso da 100 cani di comicità, 100 situazioni e perle comiche tipo:
il maggiordomo negro sorridente, le ricche puttane con l’accento francese, le sigarette Chesterfield sempre in favore di camera, Jerry Calà, i salatini mancanti, le minorenni da ciulare, Cortina d’Ampezzo, le trattorie pugliesi, i flute conici, le calze nere, Jerry Calà.

Ma vi rendete conto?
Queste sono belve, bestie da palcoscenico senza pudore, cani sciolti in mezzo al pollaio.
Io ho paura, il futuro è in pericolo, fermateli, presto, ora, perché il prossimo potresti essere tu, o tu… o tu.

VOTO:
3 ricche puttane

Yuppies - I giovani di successo (1986) voto

Titolo corto: Yuppies
Regia: Carlo Vanzina
Anno: 1986
Durata: 90 minuti
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Shame (2011)

Brandon non riesce ad avere rapporti umani gratificanti e conduce una vita agiata ma asettica, vuota come il suo appartamento newyorkese e priva di godimento come le sofferte scopate che si autoinfligge nella vana speranza di soffocare il mare di tristezza che lo sommerge fino al collo.
Tra una sega nel bagno a lavoro e una prostituta chiamata a casa, una video chiamata con una camgirl e una manciata d’occhiate fugaci ad una donna sposata, Brandon sembra patire le pene dell’inferno emotivo.

A complicare (o risolvere) questa triste situazione arriva senza essere invitata sua sorella (borderline) che si piazza sul divano di casa e comincia a distruggere pezzo dopo pezzo il muro isolazionista che il fratello si è costruito a fatica forse proprio come difesa da un’infanzia traumatica che saggiamente non ci viene mai svelata ma solo suggerita.
Il loro misterioso rapporto fatto di taciuti è infatti al centro della vicenda e quello che le parole non possono né vogliono dire sembra fare da fondamenta alla loro profonda e cangiante tristezza.

Shame (2011)

Malinconica pellicola sul dramma del vicolo cieco emotivo dentro il quale molti di noi si vanno a ficcare per paura d’affrontare i mostri del nostro passato e straordinarie chiappe per Michael Fassbender.

Era un po’ che mi girava per la testa di vedere questa seconda pellicola del signor McQueen, lo stesso che mi aveva precedentemente deliziato (termine un po’ fuori luogo vista l’enorme carica di sofferenza del film) con lo splendido Hunger e devo dire d’essere pienamente soddisfatto.
Le interpretazioni sono tutte eccellenti, dai personaggi principali fino alle comparse (tra cui spicca un cameriere assurdo che ruba la scena con dei modi impacciati e una parlata altalenante come se stesse continuamente per dimenticarsi le battute), e la regia ha dei modi talmente pacati che quasi si sposa alla perfezione con la crudezza di parecchie scene dal contenuto sessuale, una giustapposizione infatti che esplicita ulteriormente, se mai che ne fosse bisogno, la dicotomia sentimentale che guida le azioni di questo fratello e questa sorella dal passato misterioso e dal futuro più che incerto.

VOTO:
4 scopate spudorate e mezza

Shame (2011) voto

Titolo originale: Shame
Regia: Steve McQueen
Anno: 2011
Durata: 101 minuti

Millennium – Uomini che odiano le donne (2011)

Lisbeth Salander è una giovane hacker informatica leggermente sociopatica che ha perso la fiducia nel genere maschile dopo essere stata abusata dal padre in tenera età.

Troverà pane per i suoi denti quando le verrà proposto di collaborare con l’investigatore giornalistico Mikael Blomkvist sul mistero di una donna scomparsa 40 anni prima in circostanze più che sospette.
Assieme scoperchieranno una pentola di bugie, sevizie e sopprusi che manco le feste alla villa in Sardegna di Berlusconi.

Millennium - Uomini che odiano le donne (2011)

Fincher ha decisamente il pallino per le storie torbide sulla perversa natura umana e questo lunghissimo film dal sapore d’occasione mancata non esula dalla regola.

Nonostante una buona resa del cast (tra cui spicca per l’intrigante aspetto estetico la minuta Rooney Mara nei panni della misandrica Lisbeth) e una dovizia tecnica indiscutibile, la pellicola si stiracchia un po’ in svariati punti e a salvarla non basta certo la valanga di femminismo spiccio, una sventagliata di nazismo, una spruzzata di religione, l’onnipresente gore e il fisico da minorenne di Rooney.

Se siete di quelli che si felicitano vedendo un abominevole stupratore venire violato nel culo con un cazzo d’acciaio mentre è imbavagliato e legato mani e piedi al pavimento, siete sulla nave giusta; tutti gli altri si ritroveranno spesso a guardare gli angoli del soffitto fantasticando sui modi migliori di cucinare un vitello tonnato.

VOTO:
3 vitel tonnè

Millennium - Uomini che odiano le donne (2011) voto

Titolo originale: The Girl with the Dragon Tattoo
Regia: David Fincher
Anno: 2011
Durata: 158 minuti

Society – The Horror (1989)

Billy è ricco e vive a Beverly Hills, ma questo non gli impedisce di provare un continuo disagio interiore che lo porta a sentirsi diverso da quelli che lo circondano: padre, madre, sorella, amici e compagni di scuola sembrano come appartenere a un qualcosa di sinistro da cui Billy sente il bisogno di difendersi.

Diviso tra il sospetto d’essere matto e quello che i matti siano tutti gli altri, il giovine abbiente scivolerà rapidamente nello scarico di un lurido lavandino nel quale c’hanno vomitato, cacato e pisciato in parecchi.

Society - The Horror (1989)

Insospettabile tripudio politico per questo film di serie B (z?) pululante situazioni e recitazioni un po’ paradossali e però perfettamente in linea con lo spirito libero e scardinatore dei freni societari che pervade tutta la pellicola.

Gli effetti speciali sono molto anni ’80 e molto godibili e sicuramente rivestono un ruolo primario nella scalata verso l’invettiva vetta rappresentata da un finale assolutamente imprevedibile e di cui non rivelerò una virgola per non rovinarvi la meravigliosa sorpresa; il resto della baracca fatica un pochino, ma glielo si perdona vista la geniale trovata narrativa.

Consigliato a tutti quelli che amano in egual misura il gore e la politica; sconsigliato agli stupidi.

VOTO:
3 vette e mezzo

Society - The Horror (1989) voto

Titolo originale: Society
Regia: Brian Yuzna
Anno: 1989
Durata: 99 minuti

Glen Or Glenda (1953) [Full Movie]

A psychiatrist tells two stories: one of a transvestite (Glen or Glenda), the other of a pseudohermaphrodite (Alan or Anne).

Director: Edward D. Wood Jr.
Writer: Edward D. Wood Jr. (story and written by)
Stars: Edward D. Wood Jr., Bela Lugosi, Lyle Talbot

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This movie is in public domain.

Titoli alternativi: Glen or Glenda: Confessions of Ed Wood, He or She, The Transvestite, I Led 2 Lives, Male or Female
Regia: Edward D. Wood Jr.
Anno: 1953
Durata: 65 minuti

Moonlight (2016)

Chiron è americano.
Chiorn è nero.
Chiron è povero.
Chiron è gracile.
Chiron non ha amici.
Chiron non ha padre.
Chiron ha la madre tossica.
Chiron è frocio.

Moonlight (2016)
Chiron ha una sedia

Con queste tremende premesse da film acchiappa-premi, il giovine protagonista di questa mirabile e toccante pellicola ci accompagna lungo un travagliato percorso di scoperta e accettazione sessuale difficile da ignorare, anche per un pubblico distratto.

Diviso equipollentemente in 3 capitoli disgiunti nell’esecuzione (e per una scelta fotografica ben distinta e per un’evoluzione nell’atteggiamento di Chiron verso il mondo), ma uniti tematicamente dallo spirito introverso dello stesso, il film si distingue anche e soprattutto per essere un’opera che tratta l’omosessualità di un nero con la stessa dolcezza un po’ amara con cui è stata già trattata da almeno 20 anni quella dei bianchi.

Troppo tardi, dice qualcuno?
Non è mai troppo tardi, dice il pragmatico.

VOTO:
4 pragmatiche

Moonlight (2016) voto

Titolo originale: Moonlight
Regia: Barry Jenkins
Anno: 2016
Durata: 111 minuti