Don’t F**k with Cats (2019)

3 mesi dopo la venuta al mondo del sottoscritto, nel lontano e freddo Canada vedeva la luce Eric Clinton Kirk Newman, figlio di un uomo schizofrenico e una madre disturbata.
Da questo roseo quadretto cosa volete che saltasse fuori?
Un serial killer, ovviamente.

E questo documentario narra proprio le vicende che hanno portato Eric Newman prima a cambiare legalmente nome in Luka Rocco Magnotta (ignorando chiaramente l’assonanza con il mitico abbruzzese Mario Magnotta) e poi a scendere in una spirale vertiginosa: tra visite dallo psicologo e ricerche patologiche dell’attenzione, tra vendite del proprio corpo gay online (per il mio pubblico frocio-psicopatico, che so essere numeroso, segnalo che girano anche i suoi filmati porno) a smembramenti di giovani gay cinesi.

Don't F**k with Cats (2020)

Ottimo documentario diviso in 3 parti (come va di moda da un po’ di tempo vista la presenza delle piattaforme digitali come Netflix e Amazon) che tutti quelli con una passione sfrenata per il giornalismo investigativo dovrebbero vedere…
…mi correggo: tutti quelli che amano il giornalismo investigativo e che hanno la “pelle spessa” (come dicono gl’inglesi) per non farsi scoppiare il fegato di fronte a un personaggio veramente assurdo come Luka.

Come in quell’altro mezzo capolavoro che è Three Identical Strangers, qui gli indizi vengono un po’ disseminati lungo il cammino narrativo per ottenere poi l’effetto wow una volta che tutti i tasselli cadono al loro posto; una scelta che rende avvincente come un film il bistrattato genere documentario.

Ma, a parte la pienezza dell’opera e la bravura e la tenacia degli investigatori del web che hanno contribuito alla cattura di Luka, la cosa più importante che il documentario lascia giustamente venire a galla è che questa non dovrebbe essere la storia di Luka Magnotta e del suo egocentrismo patologico, finalmente soddisfatto, ma dovrebbe essere invece lo spunto per una riflessione collettiva sul voyerismo umano (una delle protagoniste lo esplicita, guardando dritto negli occhi lo spettatore accusandolo di aver appena guardato un intero documentario su un serial killer) ed anche un modo per ricordare Jun Lin, la vittima finale della follia Magnottiana; un giovane ragazzo cinese che studiava ingegneria in Canada e la cui vita è stata ingiustamente spezzata per un paio di stupidi like.

Se cercate la bio di Luka Magnotta su Wikipedia, venite reindirizzati all’articolo “L’assassinio di Jun Lin”, perché QUESTO dovrebbe essere al centro di questa vicenda.
E anch’io ho deciso di dare il mio piccolo contributo verso quest’approccio evitando di usare immagini di Luka per la recensione e mettendo invece in risalto le sue vittime innocenti, per dare loro la giusta attenzione.

Il padre di Jun, Lin Diran, che si fece un bel viaggio dalla Cina per venire al processo di Luka, scrisse e fece leggere una dichiarazione pubblica che si concludeva con le seguenti parole:

Sono venuto per sapere cosa è successo a mio figlio quella notte e me ne vado senza una risposta completa.
Sono venuto per vedere il rimorso, per sentire uno “Scusate”,  e vado via senza niente.

Che la terra ti sia lieve, Jun.

VOTO:
4 Magnotta e mezzo

Don't F**k with Cats (2020) voto

Titolo esteso: Don’t F**k with Cats: Hunting an Internet Killer
Regia: Mark Lewis
Anno: 2019
Durata: 3 episodi da 1 ora

Natale in crociera (2007)

Paolo è un vecchio allupato di fregna che neanche Berlusconi dei bei tempi e non perde occasione per scoparsi la giovane amante sudamericana Magda, una statuaria donna con un culo da passerella e un cervello da pollaio.

Finito in crociera assieme alla suddetta gallina buciona e al cognato depresso sull’orlo del suicidio, il nostro simpatico protagonista deve riuscire a destreggiarsi tra i due senza che l’uno scopra (e scopi) l’altra, come nella migliore tradizione della commedia degli equivoci.

Contemporaneamente, un giovane uomo e una giovane donna che si odiano a morte sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco quando scoprono d’essere testimoni di nozze dei rispettivi amici.

Natale in crociera (2007)

Nonostante sia un film becero, stupido e privo d’ogni valore artistico… a me m’ha fatto ride.

Sia chiaro: non andrei mai al cinema a vedere una roba del genere (a meno che non sia sotto effetto di stupefacenti) e provo il più grande dei conati di vomito al solo pensiero che questo tipo di merda primeggi ai box office italici, però devo anche avere l’onestà intellettuale nell’ammettere che i tempi comici ci sono tutti; le situazioni, nel loro essere scontate, sono anche dei grandi classici che giocoforza finiscono per strappare quel mezzo sorriso; e poi devo sottolineare che per tutto il film serpeggia una certa vena sadica e maligna che non guarda in faccia al prossimo.

Vecchie bastonate, gente presa a cazzotti in bocca, polli dati alle fiamme, sangue che sgorga da nasi fratturati; di elementi per irridere l’insensatezza della vita ce ne sono in abbondanza e proprio sotto questa particolare ottica si può quasi valutare l’intero film, ossia: l’edonismo più sfrenato prima della probabilità di tornare ad essere cenere.
E quando Christian De Sica decide di punto in bianco di usare la parola biscia al posto di lesbica, come se i due termini fossero sinonimi intercambiabili, non si può non provare un leggero senso di spaesamento molto godibile all’altezza del basso ventre.

Insomma, la volgarità assume tutt’altro valore a seconda del contesto e dell’intenzione… un po’ come quando il filosofo greco Aristippo, nell’ammirare una splendida casa con un magnifico pavimento, scatarrò in faccia al suo compare in mancanza d’un posto più adatto.

VOTO:
2 bisce e mezza

Natale in crociera (2007) voto

Titolo mio: Lo stronzo in mezzo al mare
Regia: Neri Parenti
Anno: 2007
Durata: 105 minuti

Il prete bello (1989)

Giovinezza e passaggio alla fase adulta per Sergio, ragazzino della provincia vicentina durante i folgoranti anni “fassisti”.

A portarlo per mano in questa delicata fase della vita umana ci saranno i più variopinti personaggi possibili: dalla banda fraterna di piccoli scappati di casa coi quali passa i pomeriggi, al ladro soprannominato Ragioniere che fa loro da padre putativo, fino a Don Gastone, il prete del titolo che finirà in rovina per la voglia matta di riporre il proprio uccello dentro la passera della ventenne Fedora, una bella ragazza che (a dispetto del nome) non è un’amante dei cappelli, ma delle cappelle… visto che di lavoro fa la bottana.

Il prete bello (1989)

Interessante film d’epoca, tratto dall’omonimo libro bestseller per via delle pruriginose scene di sesso tra un prete e una puttana, che tenta (con plateali difficoltà) di ricreare gl’innocenti anni del ventennio fascista attraverso gl’innocenti anni dell’undicenne Sergio.

Il regista (veneto come l’ambientazione) è uno dei miei favoriti tra i minori del cinema italiano, ma questo non è sicuramente il suo miglior film; nonostante sia pervaso da un generale quanto azzeccato senso di nostalgia triste per un tempo che forse non è mai stato e non ci sia una cosa che possa dirsi oggettivamente fuori posto, la visione stanca presto e si rimane col cerino in mano fino all’ultimo nella speranza (vana) che qualcosa desti lo sguardo dello spettatore che mano a mano si ritrova sempre più rivolto verso il basso.

Notevole l’alluce valgo dell’attrice Jessica Forde che interpreta l’amante delle cappelle.

VOTO:
3 alluci valghi

Il prete bello (1989) voto

Titolo francese: Les p’tits vélos
Regia: Carlo Mazzacurati
Anno: 1989
Durata: 87 minuti

Living with Michael Jackson (2003)

Per 8 mesi il giornalista britannico Martin Bashir ha seguito Michael Jackson in giro per il mondo armato di camera e faccia da culo.
Il risultato è stato questo piccolo documentario, dallo stile candido e dal contenuto abominevole (come Michael Jackson), che nei primi anni 2000 mi fece scoprire le follie dietro la figura mitica della pop star più famosa del pianeta.

L’infanzia negata, gli estenuanti tour, i fratelli che si portavano le fan in stanza d’albergo, la cinghiamattanza del padre, gli insulti e la vergogna per l’acne adolescenziale hanno segnato indelebilmente un bambino dalle incredibili doti artistiche e dall’animo forse troppo docile per sopportare la gabbia da leoni che è lo show business.
E crescendo, questo suo rigurgito d’infantilismo negato l’ha spinto a rinchiudersi nel suo grande ranch californiano circondato da giochi, uno scimpanzé chiamato Bubbles, un luna park, animali da zoo, suppellettili kitsch degne del più frocio di Los Angeles e uno stormo di bambini che periodicamente venivano a visitare una sorta di Disneyland drogata e rifatta, empia baldracca riflessa di un uomo che non accettava il corso naturale del tempo.

Indi, se siete in cerca di un viatico per il viaggio esplorativo delle chiappe più invereconde che l’occidente abbia mai visto, siete i ben serviti.

VOTO:
3 Bubbles e mezzo

Living with Michael Jackson (2003) voto

Titolo completo: Living with Michael Jackson: A Tonight Special
Regia: Julie Shaw
Anno: 2003
Durata: 110minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare loro stesse” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2… e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve la darei in testa la Apple (e sto scrivendo da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

I buchi neri (1995)

In un paesino campano ci sono un frocio e 5 mignotte.

5 donne con i loro sogni, i loro problemi, i loro amori non corrisposti e tutta una serie di cose che non verremo mai a sapere perché il regista è troppo impegnato a fare il fuoriclasse con incomprensibili quanto banali collegamenti simbolici tra cazzi, banane, uova e uccelli.
Tra chi li cerca e chi li teme, chi li prende e chi la dà.

I buchi neri (1995)

Piccola pellicola divenuta celebre per la mia generazione grazie al trailer nel quale una delle 5 puttane cantava “Caccialo fuori, mettilo dentro” mentre Duccio di Boris se la ciulava in macchina.

Il film in realtà non sarebbe neanche tanto male e le interpretazioni sono sì caricaturali ma tutto sommato adatte al clima un po’ goliardico e un po’ arruffato della pellicola.
Il problema però è che dura neanche un’ora e mezza, ci sono tette, culi e fregne e nonostante ciò riesce comunque ad annoiarti.

VOTO:
2 banane e mezzo

I buchi neri (1995) voto

Titolo inglese: Black Holes
Regia: Pappi Corsicato
Anno: 1995
Durata: 92 minuti

Perfect Blue (1997)

Il Giappone del 1997 è una terra apparentemente colma di pietosi maschi infantili che salivano copiosamente per ragazzine perinealmente imberbi che parlano e si atteggiano da minorenni cerca guai mentre sfoggiano dei seni degni di Moira Orfei.

3 di queste giovani incarnazioni di una società profondamente patriarcale e piramidale con un chiaro problema di apertura sessuale formano un gruppetto musicale j-pop chiamato CHAM! e riscuotono un successo compreso tra il 3 e il 5, su una scala da 1 a 10.
Sarà perché l’era dei gruppetti pop costruiti a tavolino è un po’ in declino, sarà perché dio le vuole punire per il fatto d’essere femmine, le CHAM! rischiano l’estinzione e quindi, prima che la nave affondi, una delle componenti si allontana con l’ultima scialuppa per seguire le orme di chiunque abbia frequentato “Il Grande Fratello”, diventare un’attrice.

Mima Kirigoe, questo il nome della giovane traditrice, entra nel cast di una serie tv investigativa dal contenuto un po’ violento e un po’ zozzone che, grazie a delle scene sempre più spinte, dovrebbe farla trasformare da ragazzina perinealmente imberbe a donna perinealmente imberbe.
Purtroppo questa sua metamorfosi a luci rosse non viene presa molto bene da qualcuno che prima apre una pagina web dove, fingendosi lei, descrive minuziosamente la giornata di Mima lamentandosi delle pressioni che riceve da chi la circonda, poi le manda delle simpatiche lettere esplosive ed infine comincia a fare fuori in maniera parecchio sanguinolenta quelli che coadiuvano l’aspirante attrice nella sua trasformazione dal gusto retro amaro.

Questo turbine di eventi, emozioni e spaventi faranno precipitare la povera Mima dentro un turbine di follia incontrollabile che non le farà più distinguere la realtà dalla fantasia mentre il pubblico comincerà a domandarsi se si è ricordato di cancellare la cronologia del browser web.

Perfect Blue (1997)
search: naked girl +blood -dress

Esordio alla regia per un autore nipponico che conoscevo solo di sfuggita, del quale non avevo ancora visto nulla e che, dopo questa fulminante visione, posso promuovere a pieni voti.

L’animazione è a livelli molto alti e lascia anche un po’ di nostalgia nel cuore per quel sapore analogico pre-computer di sfondi dipinti a mano che si va un po’ perdendo in questi tempi di dominazione digitale.
L’onirica storia, anche se molto intrigante ed adatta ad un pubblico esclusivamente maturo, lascia un filino giù per via della cultura giapponese che a me sta un po’ sui coglioni per come suddivide le persone in categorie fisse e fortemente gerarchizzate.
D’altra parte però questo è un difetto che non è imputabile ai realizzatori, ma che al più rafforza la narrazione di una realtà artefatta e falsa come Daniela Santanchè.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Daniela Santanchè e mezza

Perfect Blue (1997) voto

Titolo originale: パーフェクトブル – Pâfekuto burû
Regia: Satoshi Kon
Anno: 1997
Durata: 81 minuti

The Wolf of Wall Street (2013)

Storia un po’ romanzata e un po’ manco per la cippa di Jordan Belfort che era un gran figlio di puttana senza scrupoli e che alla fine dei giochi, mentre centinaia di migliaia di persone venivano fregate dei loro risparmi attraverso i suoi amorali investimenti in aziende civetta, è cascato in piedi facendosi solo un paio d’anni di galera e reinventandosi come motivational speaker.

W la giustizia.

The Wolf of Wall Street (2013)

Lunghissimo ed estenuante susseguirsi di scenette comiche che definire sopra le righe sarebbe riduttivo senza un reale spiegamento narrativo che porti il protagonista dal punto A al punto B.

Ammesso e non concesso che si possa scherzare e rendere “simpatici” un gruppo di psicopatici della finanza creativa che se fosse per me andrebbero bruciati in piazza dentro larghi pentoloni, la cosa che più stupisce è la forte noia che attanaglia i coglioni dello spettatore dopo l’ennesima vagina in primo piano e l’ennesima tirata di cocaina col culo che quindi porta alla ragionevole domanda sul senso ultimo di questo progetto.

L’unica cosa che mi viene in mente è che Martin Scorsese abbia fatto una scommessa tra amici e parenti su chi la faceva più grossa.
Perdendo.

VOTO:
2 cose grosse e mezza

The Wolf of Wall Street (2013) voto

Titolo cileno: El lobo de Wall Street
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2013
Durata: 180 minuti

The Keepers (2017)

Il 7 novembre 1969 Catherine Cesnik, una giovanissima suora che insegnava  inglese e teatro al liceo cattolico Keough in Baltimore, scompare in circostanze molto misteriose; verrà ritrovata due mesi dopo mezza nuda e con la testa fracassata sdraiata supina su una collina non troppo distante.

Chi l’ha uccisa e soprattutto perché l’ha uccisa rimangono tutt’oggi due misteri velati da mille intrighi… e però quando lo Stato non funziona, il Popolo si muove e quindi amici, parenti ed ex studenti hanno scoperto negli anni molti indizi che vanno a comporre un quadro della situazione molto più complicato e molto più losco di quanto le indagini iniziali potrebbero aver fatto pensare; una ragnatela di soprusi indicibili coperti e spesso perpetrati a livelli altissimi della Chiesa e delle autorità competenti.

The Keepers (2017)

Distribuito da Netflix (che devo ammettere mi sta regalando parecchie piacevoli serate), questo lungo documentario diviso in 7 episodi sui misteri della Baltimora del 1969 tiene incollato alla sedia chi lo guarda.

E lo fa un po’ per l’ottima realizzazione tecnica, un po’ per l’assurdità e la violenza di certi accadimenti ivi raccontati e un po’ per quel senso d’irrisolto che sicuramente continua a muovere i protagonisti di questa triste vicenda i quali non si sono mai arresi di fronte al muro di gomma che gli si parava davanti.

Se siete in vena di una lunga sessione audiovisiva sul sudiciume sudicio che si annida tra le dita dei piedi dei preti, siete ben serviti.
Agli altri invece 2 Ave Maria e 10 Pater Noster.

VOTO:
4 Pater Noster

The Keepers (2017) voto

Titolo originale: The Keepers
Regia: Ryan White
Anno: 2017
Durata: 7 episodi da 1 ora circa

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

Dellamorte Dellamore (1994)

Nella ridente cittadina di Buffalora i morti stanno tornando in vita ed è compito di Francesco Dellamorte, svogliato guardiano del cimitero locale, assieme al suo fidato e ritardato compare Gnaghi, sparare loro in testa e porre così fine all’invasione.

Purtroppo Francesco stesso non se la passa tanto bene visto che sta attraversando una piccola quanto importante fase della sua vita, ovvero il passaggio all’età adulta (leggermente in ritardo sulla tabella di marcia biologica) e ad una maggiore consapevolezza del proprio io che, tra prorompenti ossessioni femminee, figure materne che muoiono, impotenze vere o presunte e solitudini più vere che presunte, lo stanno facendo uscire di capoccia mentre lui vorrebbe solo uscire dalla piccola realtà artefatta della piccola cittadina nella quale la sua esistenza sta svanendo in concomitanza con la triste realizzazione che tutti dobbiamo morire.

Dellamorte Dellamore (1994)

Bellissima e molto sottovalutata commedia dell’orrore all’italiana che da un lato intrattiene i fan del genere con una splendida veste scenografica, una buona dose di macabro veicolata con dei graziosi effetti speciali artigianali e una scandalosa sfacciataggine poco politically correct (tipo quando Francesco impallina in piena testa piccoli boy scouts e fracagna la faccia ad una suora occhialuta… roba che ce la sogniamo in questi tempi di perbenismo fasullo) e dall’altro riesce a porre più di un interrogativo alla soluzione della narrazione.

Qual è la realtà?
Perché esistiamo?
Chi è veramente Francesco?
Sono domande che un pubblico più avveduto dovrebbe porsi, ma capisco che la maggior parte sarà troppo impegnata con le pere di Anna Falchi.

VOTO:
4 pere

Dellamorte Dellamore (1994) voto

Titolo inglese: Cemetery Man
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Durata: 105 minuti