Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare noi stessi” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2 e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve lo darei in testa la Apple (e sto scrivendo ciò da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

I buchi neri (1995)

In un paesino campano ci sono un frocio e 5 mignotte.

5 donne con i loro sogni, i loro problemi, i loro amori non corrisposti e tutta una serie di cose che non verremo mai a sapere perché il regista è troppo impegnato a fare il fuoriclasse con incomprensibili quanto banali collegamenti simbolici tra cazzi, banane, uova e uccelli.
Tra chi li cerca e chi li teme, chi li prende e chi la dà.

I buchi neri (1995)

Piccola pellicola divenuta celebre per la mia generazione grazie al trailer nel quale una delle 5 puttane cantava “Caccialo fuori, mettilo dentro” mentre Duccio di Boris se la ciulava in macchina.

Il film in realtà non sarebbe neanche tanto male e le interpretazioni sono sì caricaturali ma tutto sommato adatte al clima un po’ goliardico e un po’ arruffato della pellicola.
Il problema però è che dura neanche un’ora e mezza, ci sono tette, culi e fregne e nonostante ciò riesce comunque ad annoiarti.

VOTO:
2 banane e mezzo

I buchi neri (1995) voto

Titolo inglese: Black Holes
Regia: Pappi Corsicato
Anno: 1995
Durata: 92 minuti

Perfect Blue (1997)

Il Giappone del 1997 è una terra apparentemente colma di pietosi maschi infantili che salivano copiosamente per ragazzine perinealmente imberbi che parlano e si atteggiano da minorenni cerca guai mentre sfoggiano dei seni degni di Moira Orfei.

3 di queste giovani incarnazioni di una società profondamente patriarcale e piramidale con un chiaro problema di apertura sessuale formano un gruppetto musicale j-pop chiamato CHAM! e riscuotono un successo compreso tra il 3 e il 5, su una scala da 1 a 10.
Sarà perché l’era dei gruppetti pop costruiti a tavolino è un po’ in declino, sarà perché dio le vuole punire per il fatto d’essere femmine, le CHAM! rischiano l’estinzione e quindi, prima che la nave affondi, una delle componenti si allontana con l’ultima scialuppa per seguire le orme di chiunque abbia frequentato “Il Grande Fratello”, diventare un’attrice.

Mima Kirigoe, questo il nome della giovane traditrice, entra nel cast di una serie tv investigativa dal contenuto un po’ violento e un po’ zozzone che, grazie a delle scene sempre più spinte, dovrebbe farla trasformare da ragazzina perinealmente imberbe a donna perinealmente imberbe.
Purtroppo questa sua metamorfosi a luci rosse non viene presa molto bene da qualcuno che prima apre una pagina web dove, fingendosi lei, descrive minuziosamente la giornata di Mima lamentandosi delle pressioni che riceve da chi la circonda, poi le manda delle simpatiche lettere esplosive ed infine comincia a fare fuori in maniera parecchio sanguinolenta quelli che coadiuvano l’aspirante attrice nella sua trasformazione dal gusto retro amaro.

Questo turbine di eventi, emozioni e spaventi faranno precipitare la povera Mima dentro un turbine di follia incontrollabile che non le farà più distinguere la realtà dalla fantasia mentre il pubblico comincerà a domandarsi se si è ricordato di cancellare la cronologia del browser web.

Perfect Blue (1997)
search: naked girl +blood -dress

Esordio alla regia per un autore nipponico che conoscevo solo di sfuggita, del quale non avevo ancora visto nulla e che, dopo questa fulminante visione, posso promuovere a pieni voti.

L’animazione è a livelli molto alti e lascia anche un po’ di nostalgia nel cuore per quel sapore analogico pre-computer di sfondi dipinti a mano che si va un po’ perdendo in questi tempi di dominazione digitale.
L’onirica storia, anche se molto intrigante ed adatta ad un pubblico esclusivamente maturo, lascia un filino giù per via della cultura giapponese che a me sta un po’ sui coglioni per come suddivide le persone in categorie fisse e fortemente gerarchizzate.
D’altra parte però questo è un difetto che non è imputabile ai realizzatori, ma che al più rafforza la narrazione di una realtà artefatta e falsa come Daniela Santanchè.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Daniela Santanchè e mezza

Perfect Blue (1997) voto

Titolo originale: パーフェクトブル – Pâfekuto burû
Regia: Satoshi Kon
Anno: 1997
Durata: 81 minuti

The Wolf of Wall Street (2013)

Storia un po’ romanzata e un po’ manco per la cippa di Jordan Belfort che era un gran figlio di puttana senza scrupoli e che alla fine dei giochi, mentre centinaia di migliaia di persone venivano fregate dei loro risparmi attraverso i suoi amorali investimenti in aziende civetta, è cascato in piedi facendosi solo un paio d’anni di galera e reinventandosi come motivational speaker.

W la giustizia.

The Wolf of Wall Street (2013)

Lunghissimo ed estenuante susseguirsi di scenette comiche che definire sopra le righe sarebbe riduttivo senza un reale spiegamento narrativo che porti il protagonista dal punto A al punto B.

Ammesso e non concesso che si possa scherzare e rendere “simpatici” un gruppo di psicopatici della finanza creativa che se fosse per me andrebbero bruciati in piazza dentro larghi pentoloni, la cosa che più stupisce è la forte noia che attanaglia i coglioni dello spettatore dopo l’ennesima vagina in primo piano e l’ennesima tirata di cocaina col culo che quindi porta alla ragionevole domanda sul senso ultimo di questo progetto.

L’unica cosa che mi viene in mente è che Martin Scorsese abbia fatto una scommessa tra amici e parenti su chi la faceva più grossa.
Perdendo.

VOTO:
2 cose grosse e mezza

The Wolf of Wall Street (2013) voto

Titolo cileno: El lobo de Wall Street
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2013
Durata: 180 minuti

The Keepers (2017)

Il 7 novembre 1969 Catherine Cesnik, una giovanissima suora che insegnava  inglese e teatro al liceo cattolico Keough in Baltimore, scompare in circostanze molto misteriose; verrà ritrovata due mesi dopo mezza nuda e con la testa fracassata sdraiata supina su una collina non troppo distante.

Chi l’ha uccisa e soprattutto perché l’ha uccisa rimangono tutt’oggi due misteri velati da mille intrighi… e però quando lo Stato non funziona, il Popolo si muove e quindi amici, parenti ed ex studenti hanno scoperto negli anni molti indizi che vanno a comporre un quadro della situazione molto più complicato e molto più losco di quanto le indagini iniziali potrebbero aver fatto pensare; una ragnatela di soprusi indicibili coperti e spesso perpetrati a livelli altissimi della Chiesa e delle autorità competenti.

The Keepers (2017)

Distribuito da Netflix (che devo ammettere mi sta regalando parecchie piacevoli serate), questo lungo documentario diviso in 7 episodi sui misteri della Baltimora del 1969 tiene incollato alla sedia chi lo guarda.

E lo fa un po’ per l’ottima realizzazione tecnica, un po’ per l’assurdità e la violenza di certi accadimenti ivi raccontati e un po’ per quel senso d’irrisolto che sicuramente continua a muovere i protagonisti di questa triste vicenda i quali non si sono mai arresi di fronte al muro di gomma che gli si parava davanti.

Se siete in vena di una lunga sessione audiovisiva sul sudiciume sudicio che si annida tra le dita dei piedi dei preti, siete ben serviti.
Agli altri invece 2 Ave Maria e 10 Pater Noster.

VOTO:
4 Pater Noster

The Keepers (2017) voto

Titolo originale: The Keepers
Regia: Ryan White
Anno: 2017
Durata: 7 episodi da 1 ora circa

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

Dellamorte Dellamore (1994)

Nella ridente cittadina di Buffalora i morti stanno tornando in vita ed è compito di Francesco Dellamorte, svogliato guardiano del cimitero locale, assieme al suo fidato e ritardato compare Gnaghi, sparare loro in testa e porre così fine all’invasione.

Purtroppo Francesco stesso non se la passa tanto bene visto che sta attraversando una piccola quanto importante fase della sua vita, ovvero il passaggio all’età adulta (leggermente in ritardo sulla tabella di marcia biologica) e ad una maggiore consapevolezza del proprio io che, tra prorompenti ossessioni femminee, figure materne che muoiono, impotenze vere o presunte e solitudini più vere che presunte, lo stanno facendo uscire di capoccia mentre lui vorrebbe solo uscire dalla piccola realtà artefatta della piccola cittadina nella quale la sua esistenza sta svanendo in concomitanza con la triste realizzazione che tutti dobbiamo morire.

Dellamorte Dellamore (1994)

Bellissima e molto sottovalutata commedia dell’orrore all’italiana che da un lato intrattiene i fan del genere con una splendida veste scenografica, una buona dose di macabro veicolata con dei graziosi effetti speciali artigianali e una scandalosa sfacciataggine poco politically correct (tipo quando Francesco impallina in piena testa piccoli boy scouts e fracagna la faccia ad una suora occhialuta… roba che ce la sogniamo in questi tempi di perbenismo fasullo) e dall’altro riesce a porre più di un interrogativo alla soluzione della narrazione.

Qual è la realtà?
Perché esistiamo?
Chi è veramente Francesco?
Sono domande che un pubblico più avveduto dovrebbe porsi, ma capisco che la maggior parte sarà troppo impegnata con le pere di Anna Falchi.

VOTO:
4 pere

Dellamorte Dellamore (1994) voto

Titolo inglese: Cemetery Man
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Durata: 105 minuti

The Overnight (2015)

Emily e Alex sono una giovane coppietta appena trasferitasi a Los Angels con il piccolo figlio RJ e neanche riescono a fare quattro passi al parco che subito vengono accalappiati da Kurt e Charlotte, un’altra coppia con figlio al seguito, che li invitano seduta stante nella loro villona da ricconi per una serata in amicizia.

Quello che Alex ed Emily non sospettano è che la serata si trasformerà in notte e l’amicizia in qualcosa di più dirompente, come i buchi di culo che Kurt ama dipingere su grandi tele colorate.

The Overnight (2015)

Spassosissima commedia pepata che, nonostante giochi su roba ridicola e (più o meno) di bassa lega, riesce ad uscirne a testa alta per la maestria e la purezza con cui vengono trattati questi temi a doppia lama.

Assodato l’ottimo e affiatato cast, le situazioni godibilissime e la buona regia, la cosa migliore del film resta la costruzione antifrastica della trama che pezzo dopo pezzo sembra preludere a qualcosa di molto americano con colpi di scena e fughe per corridoi col coltello in mano e invece si adagia placidamente sulla normalità di una vita da medio-borghese con problemi da medio borghesi.

Un vero colpo di genio; una pellicola per intenditori.

VOTO:
4 geni (antifrastici)

The Overnight (2015) voto

Titolo spagnolo: Noche infinita
Regia: Patrick Brice
Anno: 2015
Durata: 79 minuti

Chiamami col tuo nome (2017)

Elio Perlman, un inquieto rampollo di una benestante famiglia ebrea italo-americana, trascorre le estati in una villona in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre e alla servitù… perché la vita non è vita senza un paio di servi a renderti le giornate un interminabile sequenza di noie da cui trarre ispirazione per brutte poesie o passeggiate riflessive piene di dubbi.

Ma l’estate del 1983 sarà particolare per Elio perché la trascorrerà in quel del Cremasco assieme alla madre, al padre, alla servitù e ad un fascinoso studente del padre, professore di archeologia, che sconvolgerà le sue giornate fatte di brutte poesie e passeggiate riflessive aggiungendoci il pallino dell’amore per le figure maschili in ridicole pose plastiche che accomunerà padre, figlio e studente fascinoso.

A seguire, storia d’amore un po’ combattuta e parecchie panoramiche su un’Italia oramai scomparsa nel tempo saeculorum travolta dal rampantismo di soggetti che amavano la musica straniera, le Converse, le scopate in soffitta e le pesche mature, tipo i socialisti craxiani.

Chiamami col tuo nome (2017)

Pennellata d’innamoramento su tela alla modica cifra di 4 milioni di euro che va elogiata per molte cose meno che per la semi-classica storia d’amore omosessuale che invece lo ha posto all’attenzione del pubblico non troppo avvezzo ai baci gay.

Perché il fatto che il protagonista nutra o meno sentimenti per questo biondo di Riace cambia poco o nulla sulla resa narrativa e sull’impatto emotivo che riesce a suscitare (spoiler: altalenante, come le giornate estive in quel del Cremasco).
Il film infatti poteva benissimo vedere modificato il personaggio dello studentE in studentessA e tutto sarebbe rimasto più o meno com’era.
E questo è un bene perché, a mio modesto avviso, l’ossessione per la sottolineatura omoerotica non fa altro che distanziarlo dalla comune storia d’amore estivo (che poi altro non è) e che più o meno tutti hanno vissuto.
Per carità: girata bene, con pause e gusto estetico raffinato e con delle interpretazioni eccellenti, specialmente per l’attore che interpreta magistralmente l’adolescente con i dubbi sessuali, ma come impiantistica non siamo troppo distanti da Mignon è partita, pellicola gradevolissima ma che mi pare non abbia vinto l’Oscar.

Unica nota veramente eccellente è l’abbandono dell’immondo conflitto narrativo dualistico tipico della narrazione occidentale secondo cui le cose sono bianche o nere, buone o cattive; qui invece si può essere etero e gay o vittime e carnefici allo stesso tempo senza che il cervello dello spettatore scoppi in un clamoroso BUM.

VOTO:
3 craxiani e mezzo

Chiamami col tuo nome (2017) voto

Titolo originale: Call Me by Your Name
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2017
Durata: 132 minuti

Raw – una cruda verità (2016)

Justine si è iscritta all’università di veterinaria e la prima notte nella camera del dormitorio (che inspiegabilmente divide con un maschio perché tanto è frocio, come se l’università chiedesse l’orientamento sessuale nel modulo d’ammissione) scopre subito quanto il mondo sia popolato da ottusangoli coi soldi che, imboccando nelle stanze delle matricole per affermare il loro diritto di anzianità (perché essere vecchi è fico quando hai 22 anni, ma fa schifo quando ne hai 35 e il primo figlio t’ha ammorbidito l’immondo grembo che porti addosso con peccato e con dolore), fanno degli atti di nonnismo tanto spregiudicati quanto patetici nel loro voler essere sempre al top dei top topper che se ci provassero in Italia riceverebbero una tale raffica di sberle in pieno volto da farli girare come trottole da qui al prossimo giubileo mentre spargono i loro fottutissimi denti raddrizzati con i soldi dei genitori evasi al fisco perché sono 300 con fattura e 250 senza.

E allora ecco le punizioni, le coercizioni, le derisioni…
e il sangue, a fiotti, a rotoli, a sbrodolanti crogiolanti e inspiegabilmente invisibili macchie per i (quasi) invisibili adulti che invece dovrebbero popolare un’università con centinaia di studenti esagitati.

E allora ecco mi sorge spontaneo un coro storico degli ultras della Reggiana

sangue nei popolari, sangue nei distinti
le abbiam prese, ma non siamo vinti
è ora di rifarsi, è ora di sparare
il sangue dei compagni dobbiamo vendicare

Raw - una cruda verità (2016)
adulti dottori che fumano perché hai capito la metafora della scelleratezza del mondo verticista al quale i subalterni devono necessariamente adeguare i loro individualismi nel nome della produttività magnificamente esemplificata dall’industria della carne… e vai col tango?

Il problema principale del film non è tanto l’oggettiva rabbia che inspira nello spettatore dal primo maledetto minuto, ma è il fatto d’essere costruito e girato come fosse un classico metaforone all’europea sul decadimento umano e comunitario con le persone che si cannibalizzano l’un l’altra confondendo l’altra guancia per l’altro guanciale, oppure come una critica alla società maschilista che fa desiderare alle donne di pisciare all’impiedi e ai maschi di succhiare i cazzi sopprimendo il loro naturale istinto eterosessuale, o addirittura come una traslazione della critica alla società consumista verso la critica alla società piramidale…

…no no e ancora no, Raw non è niente di tutto questo.
Perché Raw è solo l’ennesimo filmetto splatterone girato con uno stile molto hipster con un po’ di culi pubescenti in primo piano (perché i malati sessuali sono sempre quelli in prima pagina, mai noi che diamo i 9 i 10 a film del cazzo tipo questo) mentre in sottofondo gira Ma che freddo fa di Nada (perché una canzone italiana del 1969 fa molto figo senza darlo troppo a vedere, come quando al bar prendo un negroni e i miei amici coi baffetti fini da pedofilo belga mi guardano invidiosi con la coda dell’occhio affumicato dalle loro sigarettine di merda rollate col tabacco Pueblo).

L’unica maniera per cui questo Raw avrebbero potuto tirarmi dentro la trama sarebbe stato ambientare il film in un presente alternativo distopico; sarebbe bastato anche solo qualche piccolo accenno qua e là tipo una macchina strana mezza futuristica o un posto di blocco in lontananza coi poliziotti vestiti con colori smorti alla fascista come da tradizione fantascientifica francese a far capire che non si tratta del Belgio europeo del 2016 che inspiegabilente sembra popolato da una masnada di decerebrati capitalisti impotenti che si agitano in patetici turbini di lascivia adolescenziale, ma invece ci troviamo dentro una ricostruzione fantastica all’interno della quale è ovvio e permesso e auspicato un generale rovesciamento dei ruoli e delle convenzioni societarie come pure un’esagerazione delle stesse così da ottenere addirittura il rafforzamento del messaggio che si vuole veicolare.

E invece il messaggio non c’è e tutto il set design viene lasciato così com’è, perché tanto è un film low budget europeo che il pubblico hipster beota si beve felice come Eleonora Brigliadori si beve il piscio pensando le faccia tanto bene.

Io getto la spugna.

VOTO:
2 nada de nada

Raw - una cruda verità (2016) voto

Titolo originale: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Durata: 69 minuti

Love, Sex Aur Dhokha (2010)

Amore, Sesso e Tradimento è il titolo di questo interessante film che, sotto un velo di spensierata scopiazzatura di tutto ciò che è venuto dopo The Blair Witch Project, tratta 3 temi molto importanti (e molto sottaciuti ) della nuova India turbo-fascio-capitalista.

Il film si apre con un finto promo della finta casa di distribuzione del film stesso che, tra roboanti effetti video stile MTV anni ’80 ed errori grammaticali, prepara il pubblico alla visione di 3 storie vere catturate da telecamere digitali all’insaputa, e non, delle persone riprese.

Il voyerismo, si sa, è vecchio come il mondo ed esempi di tale genere si trovano ovunque, in occidente come in oriente (basti pensare alle miniature Mogul che ritraggono principi e principesse nei loro giardini privati mentre si intrattengono con concubine, poeti, cantori e quant’altro).
La cosa interessante di Love Sex aur Dhokha è invece il suo dito puntato contro il sistema dei media indiani, sempre più propensi a sbattere in prima pagina scandali o presupposti scandali, meglio ancora se dietro ci sono storie di amore, sesso e tradimento (a cui il titolo fa riferimento).

Il film quindi da una parte intrattiene il suo pubblico dandogli (nonostante i tanti problemi con la censura e i tagli) ciò che promette fin dal titolo e dall’altro lo colpevolizza proprio per questo.

Nel frammentre le storie parlano di un’India che (come al solito) non finisce in prima pagina, o se ci finisce lo fa alla “Novella 2000”; un’India fatta di matrimoni inter-caste, violenza, ignoranza, sopraffazione delle donne, sistema patriarcale, televisioni corrotte, giornalisti venduti, prostituzione sui set di Bollywood e chi più ne ha più ne metta.

Il regista Dibakar Banerjee invece cerca, per quanto possibile in un’India ancora molto arretrata culturalmente, di fermarsi a riflettere un minuto su quello che ci accade attorno senza che le luci dei riflettori si accendano a dargli la giusta risonanza.
Come se non bastasse poi c’è il risvolto tecnico-narrativo per cui le tre storie si svolgono (quasi) contemporaneamente e quindi i personaggi di una confluiscono nelle altre dando vita ad un tarantiano (per i più giovani) Kubrickiano (per i più vecchi) ripetersi di eventi sotto un nuovo punto di vista (quello dei nuovi personaggi che assistono alle vicende di quelli del precedente episodio).

Niente male insomma.

Titolo originale: LSD: Love, Sex Aur Dhokha
Regia: Dibakar Banerjee
Anno: 2010
Durata: 155 minuti

Yuppies – I giovani di successo (1986)

Credo che la frizzante commedia su 4 rampanti arrivisti nella Milano da bere dell’86 non possa meglio essere descritta se non da una delle innumerevoli fantastiche battute sciorinate come lenzuoli sporchi di sangue la mattina dopo la prima notte di nozze:

Volevo andare via dalla pazza folla.
Come in quel film degli anni ’60, Sciuscià.

Massimo Boldi

Yuppies - I giovani di successo (1986)

Ma come vuoi commentare un film che ha inquadrature tipo questa: De Sica che caca, Boldi che si fa la barba e un culo?

Non solo sono rimasto totalmente stupefatto da questa macchina ad orologeria che corre a 100 all’ora sull’autostrada del mio cuore, ma mi sono ritrovato pure ad essere rincorso da 100 cani di comicità, 100 situazioni e perle comiche tipo:
il maggiordomo negro sorridente, le ricche puttane con l’accento francese, le sigarette Chesterfield sempre in favore di camera, Jerry Calà, i salatini mancanti, le minorenni da ciulare, Cortina d’Ampezzo, le trattorie pugliesi, i flute conici, le calze nere, Jerry Calà.

Ma vi rendete conto?
Queste sono belve, bestie da palcoscenico senza pudore, cani sciolti in mezzo al pollaio.
Io ho paura, il futuro è in pericolo, fermateli, presto, ora, perché il prossimo potresti essere tu, o tu… o tu.

VOTO:
3 ricche puttane

Yuppies - I giovani di successo (1986) voto

Titolo corto: Yuppies
Regia: Carlo Vanzina
Anno: 1986
Durata: 90 minuti
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