True Detective: S02E06 (2015)

Dopo la scoperta della cabina degli orrori alla fine del precedente episodio, i nostri 3 moschettieri del re decidono di allungare il passo ed entrare direttamente nella tana del lupo, ovvero infiltrarsi in una delle segretissime feste orgiastiche organizate da ricchi criminali per il piacere di magnati della finanza e politici corrotti al fine di stringere fruttifere alleanze alle spalle degli onesti cittadini contribuenti.

Per fare ciò, Donnuomo Ami si traveste da mignotta russa per mischiarsi al carro delle vacche da macello (altrimenti chiamate intrattenitrici sessuali) mentre Detective Colin e Paul CHiPs sgattaiolano nelle segrete stanze al fine di rubare documenti e contratti che possano incastrare questi bastardi capitalisti una volta per tutte.
Tra un vecchio che si incula due ventenni sul lavandino del corridoio e una puttana che lecca il culo di un “ospite” che si sta scopando una sua collega drogatissima, ce la faranno i 3 moschettieri a portare a compimento la missione e difendere il popolo dalla corruzione capitalista?

Puntata decisamente migliore delle precedenti 5 (ma ci voleva poco), qui si fanno più chiare le invisibili trame che reggono i fragili equilibri della cittadina di Vinci e più in generale le assurde logiche da medioevo che ancora guidano la politica di mezzo mondo: i criminali corrompono gli uomini di potere con la fica e con la droga (spesso in contemporanea).

Se fossi un idiota italiota, proporrei la castrazione chimica per questi porconi attempati, come quando (troppo spesso) si propone la castrazione (o peggio) per i criminali sessuali; ma ovviamente la soluzione è ben altra e cioè sta nel rimuovere il vero motivo per cui un uomo cede alle lusinghe di una prostituta russa: il patriarcato monogamo capitalista.

Tornando alla puntata, veniamo anche a conoscenza dello stupro subìto da Donnuomo Ami in giovine età, il che spiegherebbe (secondo la psicologia della domenica degli sceneggiatori hollywodiani) la sua avversione verso i maschi e al contempo la sua infaticabile passione per il sesso violento e fatto male.

Nonostante l’episodio sia di molto semplicione e non si aggiuga veramente nulla al moderno panorama cinematografico mondiale, perlomeno si regala un minimo di spessore alla vicenda e si tenta di ampliare il respiro di un’azione fino ad ora congestionata tra un frocio represso, una porcona triste e un alcolizzato senza amore.

VOTO:
3 froci repressi e mezzo

True Detective: S02E06 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Church in Ruins
Stagione: 2
Episodio: 6
Regia: Miguel Sapochnik
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

The Tribe (2014)

Nell’Ucraina indipendentista (e sempre più fascista) del 2013, in un istituto per sordomuti nel quale vige la regola del più forte e del maschilismo più basilare e animalesco, l’ultimo ragazzo arrivato deve fare i conti con gli inevitabili riti di iniziazione che lo porteranno a far parte di quelli che comandano e fottono o di quelli che subiscono e vengono fottuti.

Superate prove di forza fisica e di spavalderia delinquenziale, è accolto nel “giro giusto” e gli viene quindi affidato il compito di scorrazzare di notte con un furgone due studentesse dello stesso istituto (giovani abili mignotte) presso i camionisti della zona.
Sfortuna vuole che il povero stronzetto si innamori di una di queste e non riesca più a fare a meno di lei, impedendole persino di andare a lavorare.
Quando verrà confrontato dall’imminente partenza della ragazza verso l’Italia (dove presumibilmente continuerà a dare il culo), dovrà decidere cosa fare: se lasciar andare oppure no.

The Tribe (2014)

Sorprendente film d’esordio per l’ucraino Miroslav Slaboshpitsky, il quale si era già fatto notare per alcuni corti in giro per i festival (notevole Nuclear Waste del 2012), il film riesce nella difficile impresa di essere innovativo e tradizionalista allo stesso tempo.

Girato con attori sordomuti e quindi senza dialoghi, The Tribe rimanda ai grandi classici del cinema muto (opere capaci d’incantare esseri umani di ogni lingua e nazione) e al contempo vuole rompere irrimediabilmente con la cinematografia contemporanea, tutta volta alla parola.
Qui siamo sui terreni di Béla Tarr, immenso regista ungherese famoso per i suoi lunghissimi piani sequenza a seguire silenziosi personaggi in ambienti ostili e desolati; lo stile di Gus Van Sant per la sua trilogia sulla morte è direttamente ispirato a Béla, e questo The Tribe non è da meno.

Girato magnificamente con una cadenza d’orologio secondo la quale ad ogni sequenza corrisponde un’unica lunga ripresa, questo film riesce a dare ampio respiro visivo ad un pubblico troppo assuefatto al montaggio frenetico dei nostri tempi.
Mentre si assiste a quest’opera invece, si è obbligati a rallentare per prestare maggiore attenzione ed entrare così in relazione e con i personaggi, bisognosi della vista per essere in contatto l’uno con l’altro, e con l’Ucraina, un paese apparentemente orribile e senza più uno spirito morale, totalmente guidato dal rampantismo capitalista più sfrenato e becero e popolato da orde di teppistelli fascistoidi senza freni inibitori o valori morali a cui fare affidamento.

Nonostante The Tribe debba molto al neorealismo italiano, lo stile di recitazione a volte è marcatamente teatrale; non si capisce però se sia voluto, se sia colpa degli attori (non professionisti) o se sia il linguaggio dei segni, con la sua abbondanza di gestualità ed espressività volte a sopperire l’assenza del suono, la reale forza scatenante di certi balletti ipnotici di corpi che si muovono come fluidi o gas finalmente liberati dagli spazi angusti in cui gravitavano.

Parlare di un film come The Tribe non è facile, e forse far passare le emozioni che riesce a suscitare nel pubblico lo è ancora di meno; l’unica cosa che posso fare è consigliarlo caldamente a chiunque abbia un minimo di intelligenza, una regolare dose di pazienza e tanta voglia di scoprire un mondo ricco d’umanità totalmente ignorato dalla massa.

VOTO:
5 aborti clandestini

The Tribe (2014) Voto

Titolo originale: Plemya
Regia: Miroslav Slaboshpitsky
Anno: 2014
Durata: 132 minuti

Cremaster 4 (1995)

Due coglioni (nel senso di testicoli simbolici) gareggiano per le strade dell’Isola di Man mentre il regista, travestito da fauno irlandese, fa il tip tap in un casotto su un pontile.
Poi lui cade in mare, continua a ballare il tip tap, si ritrova in un condotto spermatico nel quale sguscia e striscia ricoperto di vasellina e alla fine esce a riveder le stelle.Ah!
Vince il testicolo blu.

Cremaster 4 (1995)
uno dei due coglioni è sempre più basso dell’altro

Primo capitolo (si comincia col 4, come in Star Wars) del ciclo Cremaster interamente dedicato al muscolo cremastere e cioè quel muscolo che fa andare su e giù i coglioni a seconda della temperatura o di un pericolo imminente, questa masturbazione cinematografica ricolma di simbolismi semplicioni e provocazioni da museo di periferia è stato trampolino di lancio per il regista Matthew Barney tanto da consegnarlo, alla fine di questa pentalogia, nell’Olimpo degli artisti contemporanei.

Da molti chiamato genio e innovatore, da altri (Me) truffatore da secolo decimo nono, Matthew è riuscito nella titanica impresa di prendere per il culo i più grandi musei e critici mondiali con queste sue operette tristemente mediocri tecnicamente, spudoratamente basso-provocatorie e falsamente profonde.

Cremaster 4 in realtà è profondo quanto i miei coglioni in posizione da riposo; non molto.

VOTO:
1 Philippe Daverio

Cremaster 4 (1995) Voto

Titolo originale: Cremaster 4
Regia: Matthew Barney
Anno: 1995
Durata: 42 minuti

Alien (1979)

Questo film è talmente famoso che la storia la conoscono un po’ tutti, quindi vado per le spicciole.
L’astronave da trasporto Nostromo sta tornando sulla Terra con i suoi 7 membri dell’equipaggio in condizione di stasi quando questi vengono svegliati dal computer di bordo Mother (madre) perché un segnale d’aiuto è arrivato da un pianeta lì vicino.
Scesi sul corpo celeste, scoprono un’enorme nave stellare caduta centinaia di anni prima dentro la quale ci sono decine di mostruose uova aliene che aspettano di schiudersi in faccia al primo stronzo che passa; ed infatti una di queste si apre ed il mostro al suo interno attacca uno degli astronauti appiccicandosi alla sua faccia e mandandolo in coma.

Quello che gli altri 6 poveretti non sanno è che questa è solo la seconda fase di un ciclo di vita alieno perfettamente rodato; questo mostro infatti impianterà poi un ovulo nello stomaco della vittima, l’ovulo si tramuterà in embrione il quale uscirà spaccando la cassa toracica del genitore putativo e nel giro di poche ore crescerà fino a diventare un coso fallico nero alto 2 metri il cui unico scopo è fare fuori chiunque gli si pari davanti.
Il resto del film lo potete dedurre da soli.

Alien (1979)

Alla sua uscita Alien fu ricevuto con pareri contrastanti e nonostante incassò parecchi soldi, probabilmente sulla scia della rinascita della fantascienza a opera di Star Wars, non si può non sottolineare come parte del pubblico e della critica si allontanarono da un prodotto così violento e disturbante come questo.
Quello che molti all’inizio non avevano capito però è che questa sorta di repulsione/attrazione non era altro che la logica conseguenza dell’evidente sottotesto sessual-perverso che sottende tutta la pellicola e che sicuramente deve aver turbato i soffici sonni di più di un puritano.
Dal mostro con la testa a cazzo (opera del matto artista svizzero H. R. Giger) agli ovuli fregna con annessa croce cristiana, dall’equipaggio embrione nel ventre di Madre che respinge l’invasione del cazzo espellendolo nel freddo spazio profondo di una camera da letto di periferia alla protagonista androgina interpretata da Sigourney Weaver, dal tentativo di omicidio di Ripley tramite rivista porno arrotolata in bocca agli ambienti sempre bui ed umidi nei quali i piccoli personaggi si trovano a dover fronteggiare le loro più profonde paure… Alien è talmente carico di messaggi subliminali che ci vorrebbe un prete cieco e bugiardo per negarli.

La scelta stilistica di non rivelare il mostro e celarlo invece tra gli ingranaggi e gli oscuri cunicoli della nave ha giocato senza dubbio in favore di un’opera che, a distanza di più di 30 anni, resta ancora perfetta sotto molti punti di vista.
Talmente perfetta che ha generato 3 sequels, un prequel e una miriade di cloni e sottoprodotti in varie branche artistiche, tipo il videogioco Metroid per il Nintendo.
In un prossimo futuro dovrebbe uscire il nuovo capitolo diretto da Neill Blomkamp, quello di District 9 e Chappie.

VOTO:
5 teste a cazzo

Alien (1979) voto

Titolo originale: Alien
Regia: Ridley Scott
Anno: 1979
Durata: 117 minuti

La rivincita dei nerds (1984)

Lewis e Gilbert sono due giovani ragazzi americani un po’ secchioni che si iscrivono al corso di scienze dell’informatica dell’università Adams in Arizona.
I due amici fanno presto amicizia con altri sfigati pure loro secchioni (i nerd del titolo) e cercano quindi di formare una confraternita.
Siccome sono gli anni ’80 e a quanto pare erano anni di soprusi e violenze impunite, i poveri sfigati subiscono le angherie più inaudite dalla popolare e antagonista confraternita Alpha Beta, composta da scemi sportivi.

Dopo l’ennesimo scherzo del cazzo però, i secchioni decidono di passare al contrattacco e far valere così le loro istanze.

La rivincita dei nerds (1984)Revenge of the Nerds è un cult americano di cui non comprendo assolutamente la ragione: commedia mediocre fondata sui soliti stereotipi anche un po’ offensivi (tipo il frocetto effemminato), la pellicola gira sempre intorno alla violenza degli sportivi e alla contro violenza dei sapientoni, i quali quindi non si distinguono poi molto dai primi: se infatti gli Alpha Beta vogliono solo divertirsi e scopare, i nerds dal canto loro cercano ugualmente di bere ed inzuppare, oggettificando le donne né più né meno come tutti gli altri.

Se potete evitare questa cazzata, fatelo.
Se la visione dovesse salvare una vita umana, allora prego.

VOTO:
due Bill Gates

La rivincita dei nerds (1984) voto

Titolo originale: Revenge of the Nerds
Regia: Jeff Kanew
Anno: 1984
Durata: 90 minuti

Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971)

Woody Allen ha sempre avuto un certo pallino per il sesso.
Molte sue pellicole trattano direttamente o indirettamente questo argomento, con ironia e sarcasmo; altre volte con punte alquanto scure.

E’ il caso di questo film durante il quale in più di un’occasione il nostro Woody fa riferimenti al sesso con bambine.
Ora, visti i recenti (e meno recenti) fatti di cronaca che l’hanno coinvolto, la cosa fa un po’ da campanello d’allarme, e l’effetto è che si ride un po’ meno.

chi l’avrebbe detto all’epoca, eh?

Passata questa parentesi, Il dittatore dello stato libero di Bananas (e passato il solito titolo del cazzo dei distributori italiani) è un ottimo film con numerosi momenti esilaranti, scene ben congeniate e dei tempi comici quasi sempre perfetti.

La vicenda è quella del solito sfigato intelligente e frustrato, personaggio tipico dei film del regista newyorkese, che si ritrova suo malgrado a combattere coi ribelli dello stato dittatoriale di San Marcos in sud America.
Anche la politica è toccata, con alcuni brevi affondi al terribile comportamento degli Stati Uniti di quegli anni: aiutare sempre i dittatori dei paesi in via di sviluppo per avere un controllo indiretto delle loro risorse naturali. La guerra dei ribelli al regime è poi ovviamente ispirata alla rivoluzione cubana e qui Allen dirige una parodia di Fidel Castro che, una volta andato al potere, comincia ad emanare leggi assurde come l’obbligo di portare le mutande sopra i pantaloni.

Il dittatore dello stato libero di Bananas è un bel film che, a distanza di una quarantina d’anni, riesce ancora a far ridere bene lo spettatore che vuole dargli un po’ di fiducia.

Titolo originale: Bananas
Regia: Woody Allen
Anno: 1971
Durata: 82 minuti

Hellraiser (1987)

Il coltello passa lento sulla pelle liscia e lucente sotto la luce intensa della lampadina appesa morta al soffitto. Il sangue goccia giù copioso, dai vestiti, dalle cosce, dai capelli sporchi e marci.
Uno ad uno, gli uncini ancorati alla carne, affondati dentro come ad un’esca viva, si tendono sotto il carico del corpo morto a cui sono sposati in comunione di dolore e piacere.
Le tavole di legno sotto i piedi bevono il misto di sangue e merda che ormai appesta la stanza.
Su tutto regna un odore di foglie acide, sputi e grasso di maiale.

Ecco, se vi siete eccitati leggendo queste righe, siete pronti per l’Infermo di Hellraiser.

Hellraiser (1987)

Frank, un masochista insoddisfatto dalle solite scopate mascherate con marocchine e thailandesi, pensa bene di comprare un cubo magico capace di spalancare le porte dell’inferno, putroppo non ha fatto i conti con i Cenobiti, esseri demoniaci che ti strappano la carne a forza e ti riducono l’anima a pezzi appena le porte dell’inferno masochista si aprono.
Per il resto del film Frank, essere perverso e crudele come Berlusconi, cerca di riacquistare la sua fisicità succhiando i fluidi vitali da ignare vittime.

La cosa fenomenale di questo film è indubbiamente la fortissima carica di sadomasochismo che fa da traino alla storia e da scintilla di avvio; difatti qui tutto gira intorno alla passione/repulsione per il dolore fisico, per l’estremo e per il sesso grottesco.
Se vi piace l’orrore e i mostri sanguinari alla Lovecraft e siete curiosi di vedere come si può rappresentare in maniera filmica il quartiere a luci rosse di Amburgo, acchiappatevi questo film.

Altrimenti, andate all’inferno.

Titolo originale: Hellraiser
Regia: Clive Barker
Anno: 1987
Durata: 94 minuti

Re-Animator (1985)

Dalla premiata ditta Yuzna-Gordon, il miglior horror splatter degli anni ’80 nonché la miglior parodia nera di Frankenstein.
Basato su un racconto di Lovecraft, la storia ha subito profonde modifiche da parte dei due sovraccitati fenomeni, modifiche gradite che infatti hanno reso questo film un prodotto godibilissimo per il suo humour nero e la frotta di sangue che scorre a bestia sui protagonisti, sui tavoli, sulle pareti, sugli specchi, su tutto.

Re-Animator (1985)

Gli effetti speciali sono caserecci, ma efficacissimi e l’apparente seriosità dei personaggi poi contrasta volutamente con la follia della storia.
Tutto questo (e di più, tipo il cunnilingus zombie) ha consacrato Re-Animator come vero e proprio film cult.
Un must quindi per i fan di Yuzna e Gordon, ed un ottimo film per il resto dell’umanità.

Titolo originale: Re-Animator
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1985
Durata: 86 minuti
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