Nightmare (1981)

C’è un pazzo schizofrenico pluriomicida che ha terribili e violentissimi incubi popolati di morti, teste mozzate e parecchio sangue.
E grazie al cazzo -direte voi- è un pazzo schizofrenico pluriomicida!
Bravi, certo…e però il twist è che questo pazzo schizofrenico pluriomicida che ha terribili e violentissimi incubi popolati di morti, teste mozzate e parecchio sangue è il risultato di un vecchio trauma infantile, nello specifico questo pazzo schizofrenico pluriomicida con terribili incubi popolati di morti e parecchio sangue ha ucciso con un’accetta da pompiere il padre e (presumibilmente) la madre mentre facevano le zozzerie a letto, lui legato mani e piedi e lei vestita da infermiera sporcacciona che lo prendeva a schiaffi forti forti tanto da fargli uscire il sangue dal naso.
Di fronte a tanto scempio medio borghese il piccolo futuro pazzo schizofrenico pluriomicida ha pensato bene di fare l’unica cosa sensata e cioè mozzare via di netto la testa alla donna per poi spaccare in due il cranio al genitore.

Nightmare (1981)
effetti speciali mica male

Proibito per anni in Gran Bretagna per via della ridicola trama pregna di zozzerie sessuali e orrorifiche, Nightmare è un film godibile al 25%: ci sono alcune scene molto azzeccate ed effettivamente dense di tensione (tipo la macchina ripresa frontalmente mentre lascia New York per dirigersi verso la Florida), gli effetti speciali fanno il loro sporco dovere e le riprese per le strade di una New York pre-repulisti ancora stracolma di mignotte e briganti sono tutte cose che generano entusiasmo adolescenziale; peccato che il restante 75% sia pura melma inconcludente che fa gridare vendetta.

Due i retroscena gustosi però: primo, il distributore inglese del film s’è fatto 6 mesi di prigione per essersi rifiutato di tagliare un secondo di girato (roba da eroe dei due mondi) e secondo, il regista giura e spergiura che gli effetti speciali siano stati eseguiti dal mitico Tom Savini, mentre il mitico Tom Savini nega fino alla morte.

VOTO:
2 mitici Tom Savini bugiardi fino alla morte e mezzo sul set di Nightmare

Nightmare-(1981)-Voto

Titolo inglese: Nightmares in a Damaged Brain
Regia: Romano Scavolini
Anno: 1981
Durata: 97 minuti

Regression (2015)

Un detective senza il benché minimo livello di approfondimento caratteriale si trova a dover indagare sui presunti ripetuti ritualistici stupri di una diciassettenne americana, villica di una cittadina sperduta nel nulla-centro-statunitense; e passo dopo passo, indizio dopo indizio, interrogatorio fatto a cazzo dopo interrogatorio fatto a cazzo, riuscirà a combinare un casino tale che persino lui, agnostico materialista decaffeinato, comincerà a guardare a quel merdoso ciocco di legno intagliato con le sembianze di un uomo orribilmente torturato a morte e da molti incredibilmente scambiato per un dio… con occhi diversi.

Regression (2015)
ma sei sicura che quel merdoso ciocco di legno può farmi trovare lavoro?

Ritorno sul grande schermo per il polemico Amenábar il quale continua la sua personale battaglia contro la stupidità umana e il gregge culturale chiamato società civile.
Questa volta siamo alle prese con la psicologia cacata delle regressioni indotte e le isterie di massa a sfondo religioso tipo le paranoie sulle presunte sette sataniche molto in voga tra gli anni ’80 e ’90.

Nonostante quindi i buoni intenti e una condivisibile visione del cinema come strumento per veicolare messaggi (che stranezza vero?), Regression soffre di alcuni schematismi elementari, una trama telefonata dal 4 minuto e qualche scivolone stilistico-narrativo che affossano il progetto nel cestone delle offerte di Mediaworld.

Un peccato, perché The OthersAgoraThesis, Mare dentro e Apri gli occhi sono tutti ottimi film; mentre Regression è quello che succede al tuo cervello quando guardi Regression.

VOTO:
2 regressioni e mezza

Regression-(2015)-VotoTitolo originale: Regression
Regia: Alejandro Amenábar
Anno: 2015
Durata: 106 minuti

Marnie (1964)

Quando ci si confronta con una spiegazione perfetta bisogna saper fare pippa.

Marnie è una giovane donna psicologicamente labile e frigida a causa di un grave trauma subito da bambina. Di una bellezza gelida, è scontrosa, travagliata e fragile allo stesso tempo. È inoltre una bugiarda e una ladra: presentandosi con aspetto aristocratico, integerrimo ed elegante, si fa assumere in aziende come segretaria e poi deruba le casseforti fuggendo con il denaro e rendendosi introvabile.

Wikipedia

Ma come potrei mai migliorare una tale meraviglia, questa raffinatezza dell’arte della summa, questa sequela di insulti gratuiti verso la povera Marnie?

Marnie (1964)
mia cara frigida ladra bugiarda, perchè piangi?

Beh certo, potrei dilungarmi sul curatissimo e fintissimo parrucchino di Sean Connery, forse un’eco della natura bugiarda della moglie.
E come dimenticare il povero marinero che voleva solo farsi una scopatina dopo mesi di astinenza forzata e che invece viene trasformato per gli spettatori in maniaco pedofilo senza la minima ragione?
Oppure potrei inanellare una serie interminabile di bestemmie verso questi personaggi aristocratici de ‘sto cazzo che si divertono a fare la caccia alla volpe sui loro cavalli demmerda con i quali molte delle loro figlie hanno sicuramente provato i loro primi orgasmi; giovani troie altolocate la cui unica aspirazione nella vita è sposare un altro stronzo della loro stirpe di emerite teste di cazzo con il quale procreare altre piccole testine di minchia che andranno in scuole private in Svizzera per studiare e diventare aristocratici de ‘sto cazzo mentre il venerdì sera si lasceranno andare a simpatiche goliardate tipo ficcare pillole stordenti nei cocktail di ignare ragazze per poi ingropparsele in maniera cavalla, tanto per non far mancare loro il primo vero amore.

VOTO:
2 cavalle e mezza ingroppate come cagne

Marnie-(1964)-Voto

Titolo originale: Marnie
Regia: Alfred Hitchcock
Anno: 1964
Durata: 130 minuti

Male rape in comedy: Nutty Professor 2: The Klumps

“Male rape in comedy: representation in the family film”
by Isaac Gustafsson-Wood.

Analysing a particular scene in the movie Nutty Professor 2: The Klumps, Isaac Gustafsson Wood tries to make sense out of “male raping” used in comedies, specifically American/Hollywood comedies.

Nutty Professor 2 is a 2000 American movie starring Eddie Murphy, the versatile and often “vulgar” Afro-American comedian; the movie’s central focus is the conflict between the good, calm and rationale Sherman Klump and the subversive, sexually active and uncontrollable Buddy Love.
This narrative clash between two personality aspects of the same person (Buddy Love is actually Sherman Klump after he has taken a miraculous medicine similar to the one Doctor Jekyll takes in Stevenson’s book) this narrative, I was saying, is a symbolic clash between the abiding citizen and the instinct driven “savage” residing in all of us, a conflict which, for the preservation of society, must end with the annihilation of the latter one.

Gustafsson argues that representing this extreme and instinctual sexuality through the framework of comedy has the “advantage” of defusing it: having a laugh out of something possibly dangerous for a community of individuals reinforces interpersonal bonds and allows the expression of dangerous instinctual drives within the confinements of a particular time and space, in this case the duration of a movie and the four walls of the cinema hall.

The absurdity of the scene analysed here, a man raped by a gigantic mutated sex maniac male hamster, makes it even easier to be accepted by a large mainstream audience whom won’t feel threatened by concepts such as homosexuality and sexual violence if depicted in a funny and absurd way, even if they are actually central to the narrative.

Related to this concept of “comedy as transgression from normality”, Umberto Eco’s piece “The frames of comic freedom” is a good read to better understand how a society resists to its own destruction releasing instinct in small doses, for example during Carnival, a Christian festival when the people are allowed to deeply indulge in food, sex and other “bestial wishes” for a particular period of time. Releasing these animal instincts in such small controlled doses makes a society stronger: the steam of anger, dissatisfaction and revolt is let escape through a “safe valve” and the dangerous waves of this ocean of people called society will be broken and controlled.

What makes Nutty Professor 2 an excellent example of how society rules are actually reinforced through the use of controlled transgression is the incredible amount of sexual innuendo and blatant vulgarity present throughout the movie, something that a censorship board would (and probably should) take into consideration when appointing a censor rating to a certain movie; Nutty Professor 2 got a PG-13, a considerably sympathetic rating for a vulgar movie like this; as a comparison Brokeback Mountain, a struggling love story between two homosexual men, got an R.
This example makes it clear, if it was ever needed, that censorship is too often used as a tool to control society rather than protecting children from sex and profanities.To conclude, Gustafsson Wood has taken an interesting and unconventional approach when it comes to analyse behavioural restrictions in our society, one that may surprise and shock his readers, in the same way a man might be terribly surprised when he is approached by a gigantic mutated sex maniac male hamster.

Lezioni di piano (1993)

Ada è una donna scozzese del 18esimo secolo che non parla da quando aveva 6 anni, ha una figlia piccola, Flora, avuta da un precedente amore misteriosamente scomparso e un padre con la fregola di darla in matrimonio al primo che passa.
L’occasione arriva quando un latifondista britannico residente nella giungla neozelandese si offre come marito per la sordomuta (che nessuno capisce e nessuno vuole) e se la fa spedire con armi e bagagli via mare.
Si dà il caso che Ada porti con sé in questo lungo viaggio attraverso l’oceano un pianoforte, lo strumento con cui comunica le sue emozioni, la sua voce, ma il nuovo marito, Alisdair, non capisce questa sua passione smodata per un cumulo di legno e ferro e lascia quindi lo strumento a marcire sulla spiaggia.
Baines, uno scozzese ex baleniere trapiantato in Nuova Zelanda con un’innata empatia verso il prossimo, percepisce l’amore di Ada verso il piano e le motivazioni dietro questo strano feticismo e propone quindi uno scambio con Alisdair, 80 ettari di foresta per lo strumento di legno e ferro.
Le intenzioni di Baines però vanno oltre la semplice curiosità per Ada e il suo pianoforte e strabordano prepotentemente nella sfera sessuale, cosicché il rozzo baleniere viene a patti con la donna: il pianoforte per un po’ di “clandestina intimità”.
Casini a seguire.

la poesia, il mare, la fanciullezza, gli sgabelli
la poesia, il mare, la fanciullezza, gli sgabelli

The Piano, come giustamente si chiama in inglese vista l’importanza dell’oggetto nell’intreccio amoroso e tutta la carica feticista che Ada rivela con il proseguire della storia, è uno di quei film pieni di tensione e insicurezza per un pubblico maschile.

Secondo la grammatica cinematografica classica i personaggi femminili sono sempre dipendenti da quelli maschili, veri centri dell’attenzione e perni narrativi attorno ai quali il mondo gira in un rivelatorio sistema narrativo fallocentrico che farebbe invidia ai Gesuiti; in film come questo invece la donna ha un proprio carattere, indipendente da quello delle sue controparti maschili, e nonostante Ada sia economicamente dipendente prima dal padre e poi dal marito e quindi sia purtroppo costretta a seguire le onde umorali degli uomini che la circondano, la donna riesce sempre e comunque a ritagliarsi un mondo suo, uno spazio silenzioso e libero dal chiacchericcio e dal gretto materialismo dei maschi, una sfera di silenzio che da un lato fa comunella con la morte e dall’altra la protegge dalle avversità a cui è continuamente sottoposta suo malgrado.
Per un maschio bianco europeo cresciuto a maschilismo e patriarcato, vedere The Piano è sempre un’esperienza destabilizzante e allo stesso tempo piena di sorprese: scene come quella della pisciata nel bosco sorprendono sempre un po’ perché è molto raro vederle in un film; questo perché i film li scrivono i maschi per un pubblico maschile e i maschi in genere non chiaccherano mentre pisciano e quindi questo siparietto di vita comune non fa parte del patrimonio culturale del maschio medio e quindi non finisce nei film, che sono scritti dai maschi per un pubblico maschile.
E la sessualità molto corporea che Ada esprime continuamente è una sessualità che viene messa in scena raramente con tale candida semplicità, questo perché secondo la società patriarcale le donne sono esseri emozionali mentre gli uomini sono quelli fissati col fiki fiki shush shush; qui invece il paradigma è spesso invertito e siamo testimoni di una storia nella quale il marito è un verginello molto timido e per certi versi quasi effemminato che viene spinto ad agire come un “vero uomo” dalle rigide regole societarie, l’amante è un possente figuro dall’animo sensibile che non mangia e non dorme tanto forte è la sua passione amorosa, e la donna invece è quella che tiene le redini di questo gioco sessuale e pericoloso.

The Piano è un film scritto e diretto da una donna e ha vinto 3 oscar al femminile: uno per la regista, uno per l’attrice protagonista e uno per la bambina, interpretata da una giovanissima Anna Paquin che recita da dio sceso in terra pieno di rabbia e arte.
Se non l’avete visto, vistatelo; se l’avete vistato, rivistatelo che fa sempre bene.

VOTO:
4 dei scesi in terra pieni di rabbia e arte e mezzo

Lezioni di piano (1993) voto

Titolo originale: The Piano
Regia: Jane Campion
Anno: 1993
Durata: 121 minuti

Brüno (2009)

Giordano Bruno, nato Filippo Bruno, fu un filosofo e religioso italiano del sedicesimo secolo facilmente inquadrabile nella categoria dei “matti che hanno studiato molto”.

Secondo la sua linea teorica, a farla breve, dio è tutto e si manifesta in tutto: dagli oggetti sulla Terra all’infinito cosmico, dio è il creatore ma anche l’infinito creato, con infiniti mondi e infiniti soli.
Per queste sue visioni un po’ fricchettone fu incarcerato e poi arso vivo per ordine del Papa a Campo de’ fiori a Roma nel 1600.

Brüno (2009)

Questo film però non parla del filosofo italiano bruciato 400 anni fa; questo film parla di Brüno Gehard, inviato fashion di GayTV austria con la fissa per la notorietà: completamente preso da tutto ciò che è superficiale, Brüno vuole solo che il mondo intero lo ami e lo desideri come neanche lui sa fare; dalla settimana della moda a Milano all’adozione di un bambino nero, dai provini ad Hollywood al conflitto israelo-palestinese, Brüno le tenta tutte pur di farsi notare e alla fine imparerà che forse la cosa migliore è essere se stessi.

Personaggio creato da Sacha Baron Cohen, attore e autore britannico che ha dato i natali anche al rapper Ali G e al celeberrimo Borat, Brüno ricalca in gran parte gli stilemi già precedentemente collaudati con successo in TV e al cinema: interviste assurde al limite del grottesco, reazioni scomposte del pubblico di fronte all’ostentazione forzata degli stereotipi invisi alla classe media, e una velata critica indiretta al modo di vivere contemporaneo.

Messi da parte la bravura attoriale e l’indiscusso felice spunto comico, non si può non sottolineare l’ovvia superficialità del film stesso (quasi un giusto contrappasso) e la puzza di auto assoluzione che da sempre contraddistingue Sacha: uno che prende bonariamente per il culo gli ebrei con i suoi personaggi anti semiti ma che poi fa convertire sua moglie al giudaismo per il loro matrimonio e la sottopone a 3 anni di studi ebraici per assumere il nome ebraico di Ayala (cerva).

Sacha Baron Cohen è anche un convinto sostenitore del sionismo socialista.

VOTO:
4 ipocriti di merda

Brüno (2009) voto

Titolo originale: Brüno
Regia: Larry Charles
Anno: 2009
Durata: 81 minuti
Compralo: https://amzn.to/2DTVGAg

True Detective: S02E06 (2015)

Dopo la scoperta della cabina degli orrori alla fine del precedente episodio, i nostri 3 moschettieri del re decidono di allungare il passo ed entrare direttamente nella tana del lupo, ovvero infiltrarsi in una delle segretissime feste orgiastiche organizate da ricchi criminali per il piacere di magnati della finanza e politici corrotti al fine di stringere fruttifere alleanze alle spalle degli onesti cittadini contribuenti.

Per fare ciò, Donnuomo Ami si traveste da mignotta russa per mischiarsi al carro delle vacche da macello (altrimenti chiamate intrattenitrici sessuali) mentre Detective Colin e Paul CHiPs sgattaiolano nelle segrete stanze al fine di rubare documenti e contratti che possano incastrare questi bastardi capitalisti una volta per tutte.
Tra un vecchio che si incula due ventenni sul lavandino del corridoio e una puttana che lecca il culo di un “ospite” che si sta scopando una sua collega drogatissima, ce la faranno i 3 moschettieri a portare a compimento la missione e difendere il popolo dalla corruzione capitalista?

Puntata decisamente migliore delle precedenti 5 (ma ci voleva poco), qui si fanno più chiare le invisibili trame che reggono i fragili equilibri della cittadina di Vinci e più in generale le assurde logiche da medioevo che ancora guidano la politica di mezzo mondo: i criminali corrompono gli uomini di potere con la fica e con la droga (spesso in contemporanea).

Se fossi un idiota italiota, proporrei la castrazione chimica per questi porconi attempati, come quando (troppo spesso) si propone la castrazione (o peggio) per i criminali sessuali; ma ovviamente la soluzione è ben altra e cioè sta nel rimuovere il vero motivo per cui un uomo cede alle lusinghe di una prostituta russa: il patriarcato monogamo capitalista.

Tornando alla puntata, veniamo anche a conoscenza dello stupro subìto da Donnuomo Ami in giovine età, il che spiegherebbe (secondo la psicologia della domenica degli sceneggiatori hollywodiani) la sua avversione verso i maschi e al contempo la sua infaticabile passione per il sesso violento e fatto male.

Nonostante l’episodio sia di molto semplicione e non si aggiuga veramente nulla al moderno panorama cinematografico mondiale, perlomeno si regala un minimo di spessore alla vicenda e si tenta di ampliare il respiro di un’azione fino ad ora congestionata tra un frocio represso, una porcona triste e un alcolizzato senza amore.

VOTO:
3 froci repressi e mezzo

True Detective: S02E06 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Church in Ruins
Stagione: 2
Episodio: 6
Regia: Miguel Sapochnik
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

The Tribe (2014)

Nell’Ucraina indipendentista (e sempre più fascista) del 2013, in un istituto per sordomuti nel quale vige la regola del più forte e del maschilismo più basilare e animalesco, l’ultimo ragazzo arrivato deve fare i conti con gli inevitabili riti di iniziazione che lo porteranno a far parte di quelli che comandano e fottono o di quelli che subiscono e vengono fottuti.

Superate prove di forza fisica e di spavalderia delinquenziale, è accolto nel “giro giusto” e gli viene quindi affidato il compito di scorrazzare di notte con un furgone due studentesse dello stesso istituto (giovani abili mignotte) presso i camionisti della zona.
Sfortuna vuole che il povero stronzetto si innamori di una di queste e non riesca più a fare a meno di lei, impedendole persino di andare a lavorare.
Quando verrà confrontato dall’imminente partenza della ragazza verso l’Italia (dove presumibilmente continuerà a dare il culo), dovrà decidere cosa fare: se lasciar andare oppure no.

The Tribe (2014)

Sorprendente film d’esordio per l’ucraino Miroslav Slaboshpitsky, il quale si era già fatto notare per alcuni corti in giro per i festival (notevole Nuclear Waste del 2012), il film riesce nella difficile impresa di essere innovativo e tradizionalista allo stesso tempo.

Girato con attori sordomuti e quindi senza dialoghi, The Tribe rimanda ai grandi classici del cinema muto (opere capaci d’incantare esseri umani di ogni lingua e nazione) e al contempo vuole rompere irrimediabilmente con la cinematografia contemporanea, tutta volta alla parola.
Qui siamo sui terreni di Béla Tarr, immenso regista ungherese famoso per i suoi lunghissimi piani sequenza a seguire silenziosi personaggi in ambienti ostili e desolati; lo stile di Gus Van Sant per la sua trilogia sulla morte è direttamente ispirato a Béla, e questo The Tribe non è da meno.

Girato magnificamente con una cadenza d’orologio secondo la quale ad ogni sequenza corrisponde un’unica lunga ripresa, questo film riesce a dare ampio respiro visivo ad un pubblico troppo assuefatto al montaggio frenetico dei nostri tempi.
Mentre si assiste a quest’opera invece, si è obbligati a rallentare per prestare maggiore attenzione ed entrare così in relazione e con i personaggi, bisognosi della vista per essere in contatto l’uno con l’altro, e con l’Ucraina, un paese apparentemente orribile e senza più uno spirito morale, totalmente guidato dal rampantismo capitalista più sfrenato e becero e popolato da orde di teppistelli fascistoidi senza freni inibitori o valori morali a cui fare affidamento.

Nonostante The Tribe debba molto al neorealismo italiano, lo stile di recitazione a volte è marcatamente teatrale; non si capisce però se sia voluto, se sia colpa degli attori (non professionisti) o se sia il linguaggio dei segni, con la sua abbondanza di gestualità ed espressività volte a sopperire l’assenza del suono, la reale forza scatenante di certi balletti ipnotici di corpi che si muovono come fluidi o gas finalmente liberati dagli spazi angusti in cui gravitavano.

Parlare di un film come The Tribe non è facile, e forse far passare le emozioni che riesce a suscitare nel pubblico lo è ancora di meno; l’unica cosa che posso fare è consigliarlo caldamente a chiunque abbia un minimo di intelligenza, una regolare dose di pazienza e tanta voglia di scoprire un mondo ricco d’umanità totalmente ignorato dalla massa.

VOTO:
5 aborti clandestini

The Tribe (2014) Voto

Titolo originale: Plemya
Regia: Miroslav Slaboshpitsky
Anno: 2014
Durata: 132 minuti

Cremaster 4 (1995)

Due coglioni (nel senso di testicoli simbolici) gareggiano per le strade dell’Isola di Man mentre il regista, travestito da fauno irlandese, fa il tip tap in un casotto su un pontile.
Poi lui cade in mare, continua a ballare il tip tap, si ritrova in un condotto spermatico nel quale sguscia e striscia ricoperto di vasellina e alla fine esce a riveder le stelle.Ah!
Vince il testicolo blu.

Cremaster 4 (1995)
uno dei due coglioni è sempre più basso dell’altro

Primo capitolo (si comincia col 4, come in Star Wars) del ciclo Cremaster interamente dedicato al muscolo cremastere e cioè quel muscolo che fa andare su e giù i coglioni a seconda della temperatura o di un pericolo imminente, questa masturbazione cinematografica ricolma di simbolismi semplicioni e provocazioni da museo di periferia è stato trampolino di lancio per il regista Matthew Barney tanto da consegnarlo, alla fine di questa pentalogia, nell’Olimpo degli artisti contemporanei.

Da molti chiamato genio e innovatore, da altri (Me) truffatore da secolo decimo nono, Matthew è riuscito nella titanica impresa di prendere per il culo i più grandi musei e critici mondiali con queste sue operette tristemente mediocri tecnicamente, spudoratamente basso-provocatorie e falsamente profonde.

Cremaster 4 in realtà è profondo quanto i miei coglioni in posizione da riposo; non molto.

VOTO:
1 Philippe Daverio

Cremaster 4 (1995) Voto

Titolo originale: Cremaster 4
Regia: Matthew Barney
Anno: 1995
Durata: 42 minuti

Alien (1979)

Questo film è talmente famoso che la storia la conoscono un po’ tutti, quindi vado per le spicciole.
L’astronave da trasporto Nostromo sta tornando sulla Terra con i suoi 7 membri dell’equipaggio in condizione di stasi quando questi vengono svegliati dal computer di bordo Mother (madre) perché un segnale d’aiuto è arrivato da un pianeta lì vicino.
Scesi sul corpo celeste, scoprono un’enorme nave stellare caduta centinaia di anni prima dentro la quale ci sono decine di mostruose uova aliene che aspettano di schiudersi in faccia al primo stronzo che passa; ed infatti una di queste si apre ed il mostro al suo interno attacca uno degli astronauti appiccicandosi alla sua faccia e mandandolo in coma.

Quello che gli altri 6 poveretti non sanno è che questa è solo la seconda fase di un ciclo di vita alieno perfettamente rodato; questo mostro infatti impianterà poi un ovulo nello stomaco della vittima, l’ovulo si tramuterà in embrione il quale uscirà spaccando la cassa toracica del genitore putativo e nel giro di poche ore crescerà fino a diventare un coso fallico nero alto 2 metri il cui unico scopo è fare fuori chiunque gli si pari davanti.
Il resto del film lo potete dedurre da soli.

Alien (1979)

Alla sua uscita Alien fu ricevuto con pareri contrastanti e nonostante incassò parecchi soldi, probabilmente sulla scia della rinascita della fantascienza a opera di Star Wars, non si può non sottolineare come parte del pubblico e della critica si allontanarono da un prodotto così violento e disturbante come questo.
Quello che molti all’inizio non avevano capito però è che questa sorta di repulsione/attrazione non era altro che la logica conseguenza dell’evidente sottotesto sessual-perverso che sottende tutta la pellicola e che sicuramente deve aver turbato i soffici sonni di più di un puritano.
Dal mostro con la testa a cazzo (opera del matto artista svizzero H. R. Giger) agli ovuli fregna con annessa croce cristiana, dall’equipaggio embrione nel ventre di Madre che respinge l’invasione del cazzo espellendolo nel freddo spazio profondo di una camera da letto di periferia alla protagonista androgina interpretata da Sigourney Weaver, dal tentativo di omicidio di Ripley tramite rivista porno arrotolata in bocca agli ambienti sempre bui ed umidi nei quali i piccoli personaggi si trovano a dover fronteggiare le loro più profonde paure… Alien è talmente carico di messaggi subliminali che ci vorrebbe un prete cieco e bugiardo per negarli.

La scelta stilistica di non rivelare il mostro e celarlo invece tra gli ingranaggi e gli oscuri cunicoli della nave ha giocato senza dubbio in favore di un’opera che, a distanza di più di 30 anni, resta ancora perfetta sotto molti punti di vista.
Talmente perfetta che ha generato 3 sequels, un prequel e una miriade di cloni e sottoprodotti in varie branche artistiche, tipo il videogioco Metroid per il Nintendo.
In un prossimo futuro dovrebbe uscire il nuovo capitolo diretto da Neill Blomkamp, quello di District 9 e Chappie.

VOTO:
5 teste a cazzo

Alien (1979) voto

Titolo originale: Alien
Regia: Ridley Scott
Anno: 1979
Durata: 117 minuti

La rivincita dei nerds (1984)

Lewis e Gilbert sono due giovani ragazzi americani un po’ secchioni che si iscrivono al corso di scienze dell’informatica dell’università Adams in Arizona.
I due amici fanno presto amicizia con altri sfigati pure loro secchioni (i nerd del titolo) e cercano quindi di formare una confraternita.
Siccome sono gli anni ’80 e a quanto pare erano anni di soprusi e violenze impunite, i poveri sfigati subiscono le angherie più inaudite dalla popolare e antagonista confraternita Alpha Beta, composta da scemi sportivi.

Dopo l’ennesimo scherzo del cazzo però, i secchioni decidono di passare al contrattacco e far valere così le loro istanze.

La rivincita dei nerds (1984)Revenge of the Nerds è un cult americano di cui non comprendo assolutamente la ragione: commedia mediocre fondata sui soliti stereotipi anche un po’ offensivi (tipo il frocetto effemminato), la pellicola gira sempre intorno alla violenza degli sportivi e alla contro violenza dei sapientoni, i quali quindi non si distinguono poi molto dai primi: se infatti gli Alpha Beta vogliono solo divertirsi e scopare, i nerds dal canto loro cercano ugualmente di bere ed inzuppare, oggettificando le donne né più né meno come tutti gli altri.

Se potete evitare questa cazzata, fatelo.
Se la visione dovesse salvare una vita umana, allora prego.

VOTO:
due Bill Gates

La rivincita dei nerds (1984) voto

Titolo originale: Revenge of the Nerds
Regia: Jeff Kanew
Anno: 1984
Durata: 90 minuti