Black Panther (2018)

Secondo la tesi di questo film reazionario mascherato da pellicola progressista, l’Africa è un continente povero, ignorante e violento dove la gente con l’anello al naso non può fare a meno di farsi la guerra.
Nel suo entroterra sorge un misterioso regno iper-tecnologizzato composto da 5 rissose tribù le quali, alla morte del regnante di turno, si possono (e devono) sfidare per la successione tramite una lotta preistorica a mani nude ai piedi di una scenografica cascata mentre un folto pubblico di gente vestita come spaventapasseri sotto allucinogeni incita la barbarie con suini suoni gutturali e movimenti corporei scomposti.

Ma Wakanda, questo il nome del paese in questione, sta per essere acchiappata da un giovane reietto con sangue blu che è cresciuto a pane e propaganda americana e toccherà a Black Panther insegnargli cosa significa big-bambu.

Black Panther (2018)

Non ho parole, davvero.
L’unica descrizione possibile per un film del genere è vomito controvoglia.

A parte la noia totale e la totale trasparenza del protagonista principale che già così uno dovrebbe tirare i remi in barca e via, quello che veramente fa più impressione è questo strano e ingiustificato miscuglio di avanzamento tecnologico ed usanze barbare e preistoriche che non fanno un buon servigio alla causa perorata dagli autori di questo film per un’Africa differente, un’Africa povera che non aspetta l’aiuto dei bianchi ma che si aiuta da sola, anzi, un’Africa che aiuta il resto del mondo.

E però poi, di ritorno a casa dopo aver parlato in giacca e cravatta alle Nazioni Unite, si fermano un attimo alla cascata locale per una veloce lotta greco-romana per stabilire chi regnerà per i prossimi 50 anni.
Ma te lo immagini se facessimo lo stesso ogni volta che dobbiamo eleggere la presidenza del parlamento europeo?
Ma te lo immagini Antonio Tajani che rotola nel fango a petto nudo urlando come un forsennato mentre stringe tra le cosce Jean-Claude Juncker?

Delle due l’una, come amava dire il mio professore universitario di Letteratura Italiana 1 che per l’esame faceva comprare 4 dei suoi (scarsi) libri a tutti gli studenti portandosi in tasca vari piccioli e arrotondare così il suo già corposo stipendio mensile: o una società evolve omogeneamente portando avanti sia la tecnologia e sia l’organizzazione sociale, oppure questo è solamente un film del cazzo per succhiare i soldi sul quale è stata spruzzata una tiepida diarrea radical-chic senza accorgersi dell’evidente contrasto antropologico che si andava creando.

Io dico boh.
Sono esterrefatto dal livello di razzismo (involontario? volontario? oramai ho perso il conto) che questo film raggiunge.
E la cosa che fa svenire è che invece è stato osannato da pubblico e critica anche e soprattutto per aver portato sullo schermo un supereroe nero.

Beh, guarda: meglio le storte democrazie moderne che feudalesimo e libertà.

VOTO:
2 Tajani

Black Panther (2018) voto

Titolo ispanico: Pantera Negra
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

Black Mirror: 3° stagione (2016)

Quello che qui ci viene proposto è uno spaventoso mondo distopico con la faccia bella sorridente nel quale convivono punteggi sociali che influenzano le tue possibilità quotidiane di sopravvivenza, videogiochi iperrealistici dove è possibile perdere la ragione, organizzazioni tecnologiche che ci tengono sotto controllo mentre ci ravaniamo, realtà virtuali nelle quali si può vivere per sempre, militari col lavaggio del cervello che sparano alla gente manco fosse la domenica delle palme e api assassine che ti s’infilano nelle cavità della testa e ti mangiano il cervello che te stai lì a urla’ come una scrofa poco prima d’entra’ al macello e ti cachi sotto merda e piscio mentre piagni lacrime amare che ti solcano il viso terrorizzato.

Povero te.

Black Mirror: 3° stagione (2016)
no quiero morirme

Prosegue una delle migliori serie televisive della storia, passando però dalla britannica e pubblica Channel 4 all’americana e privata Netflix… e la lira s’impenna!

Il budget sembra alzarsi un pochino mentre si alza pure l’asticella delle banalità; va bene uguale, sia chiaro, vista l’indubbia qualità del progetto, ma rimane il retrogusto di un qualcosa che poteva essere quasi perfetto e invece non lo è stato per poche scelte dettate chiaramente dal reparto marketing&qualunquismo.
Un esempio a tal proposito è il terzo episodio nel quale vengono punite 5 persone che hanno commesso cose riprovevoli: 4 di queste erano nel campo della sessualità con l’ultima ad andare a coprire la casella sempreverde del razzismo.

Ora, io dico: è mai possibile che non se ne esca dall’era vittoriana sesso-punitiva dove non c’è cosa peggiore di tradire tua moglie o farsi una pippa sulle foto di qualche minorenne?
Ma che davvero davvero stiamo scherzando?
E allora che gli dovresti fare a quelli che lavorano nella finanza creativa che quotidianamente affama interi continenti creando disastri economico-sociali dalle ricadute globali?

E quindi, altro che serie televisiva; la distopia con le regole morali fatte al contrario la vivo io ogni giorno quando sono costretto a respirare la stessa aria di una massa informe di cervelli pecora che non sanno la differenza tra assolto e prescritto e continuano a gettare merda a livelli mai visti prima su un governo appena nato che, se avessero mostrato la stessa vena critica con i precedenti 10 governi di gente quella sì assurda, forse oggi non stavamo con le barricate per strada.

E per spiegare ancora meglio l’assurdità di certe posizioni, specialmente nella sinistra (sia radicale che radical-chic) ecco un breve (e certamente parziale) riassunto politico-socio-economico degli ultimi splendenti 30 anni italiani durante i quali si sono succeduti governi di destra, di sinistra, di centro e dell’anima de li mortacci vostra, tutti accomunati dalla voglia dei soldi; i soldi che ci compri la barchetta per veleggiare in Europa ah no aspetta è un continente non un mare e allora mi ci compro una bella macchina ibrida prodotta in Corea perché io tengo all’ambiente, anche mentre voto no al fotovoltaico o all’eolico e sì al nucleare.

  • Luglio 1992: abolizione della scala mobile dei salari (governo Amato).
  • Agosto 1992: privatizzazione delle Ferrovie dello Stato (governo Amato).
  • Gennaio 1994: privatizzazione Istituto Mobiliare Italiano (governo Ciampi).
  • 1994: privatizzazione INA Istituto Nazionale Assicurazioni (governo Berlusconi).
  • 1995: privatizzazione di Eni (governo Dini).
  • Aprile 1996: l’Italia partecipa alla guerra in Kosovo (governo Dini & Prodi).
  • Aprile 1997: missione militare in Albania (governo Prodi).
  • Giugno 1997: legge Treu, introduzione del lavoro interinale e del precariato tipo il co.co.co. (governo Prodi).
  • Novembre 1997: privatizzazione della Scuola Nazionale di Cinema (governo Prodi).
  • Ottobre 1997: privatizzazione di Telecom Italia (governo Prodi).
  • Gennaio 1998: privatizzazione della Biennale di Venezia (governo Prodi).
  • Ottobre 1998: privatizzazioni di moltissimi medi e piccoli istituti culturali, fondazioni, enti e centri studi nazionali (governo Prodi).
  • Novembre 1998: privatizzazione Banca Nazionale del Lavoro (governo Prodi).
  • Marzo 1999: privatizzazione Enel (governo D’Alema).
  • 1999: privatizzazione degli Istituti regionali di mediocredito per le piccole medie imprese (governo D’Alema).
  • Ottobre 2001: l’Italia partecipa alla guerra in Afghanistan (governo Berlusconi).
  • Agosto: privatizzazione di ANAC autostrade (governo Berlusconi).
  • Febbraio 2003: legge Biagi, centralità della flessibilità sul lavoro, co.co.pro. (governo Berlusconi).
  • Marzo 2003: l’Italia partecipa alla guerra in Iraq (governo Berlusconi).
  • 2004: privatizzazione Ente Nazionale Tabacchi (governo Berlusconi).
  • Marzo 2011: l’Italia partecipa alla guerra in Libia (governo Berlusconi).
  • Dicembre 2011: riforma delle pensioni Fornero (governo Monti).
  • Marzo 2015: cancellazione Articolo 18 (governo Renzi).
  • Ottobre 2015: privatizzazione delle Poste Italiane (governo Renzi).

Traduzione: quei farabutti hanno consegnato ad oligopoli privati i beni pubblici e il futuro dei giovani E PERO’ sarebbe questo governo giallo-verde il governo più a destra della storia repubblicana.

ma va a da’ via el cu’ !!!

VOTO:
4 giallo-verde

Black Mirror: 3° stagione (2016) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: terza
Anno: 2016
Durata: 6 episodi da 1 ora

Black Mirror: 2° stagione (2013)

Ti è morta una persona cara, ma la tecnologia può riportare in vita una (pallida e distorta) copia di lei.
Che fai, la resusciti?

Una donna ha compiuto un crimine orribile, ma la tecnologia può punirla facendogli vivere in loop 24 di angoscia.
Che fai, la condanni?

I politici sono degli stupidi fantocci, ma la tecnologia può mettergli contro un fantoccio virtuale sboccacciato con potenzialità dittatoriali.
Che fai, lo voti?

Un uomo non vuole aprire bocca sul suo coinvolgimento in un fatto di sangue, ma la tecnologia può costringerlo a farlo con l’inganno di una vita eterna passata dentro una cabina in mezzo ai ghiacci.
Che fai, lo freghi?

Questi i temi della seconda stagione del telefilm sulle distopie più interessante di sempre.
Che fai, lo guardi ora o subito?

Black Mirror: 2° stagione (2013)
il computer ti permette di disegnare cippe di cazzo; le fai viste frontali o di profilo?

Continua la corsa inarrestabile delle buone idee messe al servizio del buon cinema con questa piccola collezione di perle audio-visive che non mancheranno d’intrattenere con intelligenza e questioni morali tutt’altro che superficiali un pubblico più attento della desolante consueta media.

I picchi qualitativi si trovano indubbiamente negli episodi estremi (il primo e l’ultimo) con lo speciale natalizio a fare da re incontrastato del gruppo grazie ad una storia originale e intrigante ed una piccola serie d’invenzioni tecnologiche assolutamente terrificanti (il cookie cerebrale è una cosa da urlo), mentre quello su Waldo è un po’ fiacchetto anche perché rispolvera la solita cantilena contro i vuoti populismi che francamente ha rotto i coglioni.

Se siete stufi del marasma di boiate che vengono trasmesse in televisione (come al cinema) e se passate sopra le banalità quando si parla di politica che evidentemente in Gran Bretagna sono proprio incapaci di discuterne visto che stanno ancora con la regina vestita d’Arlecchino e la famiglia reale che chi se la incula, questa è sicuramente una validissima scelta.

VOTO:
4 Arlecchini e mezzo

Black Mirror 2° stagione (2013) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: seconda
Anno: 2013
Durata: 3 episodi da 1 ora

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

LA 92 (2017)

Il 3 marzo del 1991 il cittadino afro-americano Rodney King è stato fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità, è stato fatto scendere con forza dalla macchina che stava guidando sotto effetto di alcolici ed è stato pestato fino a fargli perdere la ragione riducendolo ad un’enorme massa umana strisciante il terreno.

Per questo spudorato crimine, 4 poliziotti sono stati portati in tribunale ma nessuno di loro è stato condannato perché il loro comportamento è stato ritenuto nei limiti della legge; come dichiarato da uno di loro, a volte la polizia ci va giù duro, dispiace ma è così che funziona.

Schifati dal verdetto finale e da centinaia d’anni di vessazioni, migliaia di afro-americani si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco la città; chi prendendosela con le autorità, chi prendendo a sassate qualunque bianco passasse al tiro e chi (molti) assaltando negozi e attività, prima svuotandoli di qualunque cosa capitasse sotto mano e finendo poi per dare fuoco al tutto.

Un casino che è durato qualche giorno e che ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto la società americana sia divisa e sull’orlo di una crisi di nervi e come l’essere umano sia capace di qualunque cosa se spinto oltre i suoi limiti di sopportazione.

LA 92 (2017)

Avvincente documentario che ripercorre le vicende storico-sociali che hanno portato alle famose rivolte di Los Angeles del 1992 facendo al contempo un parallelo con un’altra rivolta avvenuta sempre a Los Angeles nel 1965 a seguito di un episodio molto simile a quello di Rodney King.
E lo fa privando lo spettatore del classico commento, ma lasciando lavorare le stupefacenti immagini provenienti da centinaia di fonti, dal telegiornale al cittadino comune armato di telecamera, riuscendo in molti casi a dare addirittura campi e controcampi di quelle scene di violenza diffusa.

Passato il chiaro commento sulla mano pesante della polizia, quello che emerge è anche e soprattutto un monito sul pericolo di future rivolte tra le minoranze americane e tra queste e l’elite dominante se la società americana (come anche il resto del mondo) non la smette di affamare e sottomettere una sezione demografica per arricchirne un’altra.

VOTO:
4 elite

LA 92 (2017) voto

Titolo originale: LA 92
Regia: Dan Lindsay e TJ Martin
Anno: 2017
Durata: 116 minuti

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)

La ribelle Imogene “Idgie” Threadgoode è una ragazza un po’ molto maschiaccio che proprio non ce la fa a conformarsi ai modi di vivere degli americani di una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti degli anni ’30 del secolo scorso e passa quindi il tempo a pescare, disertare la chiesa, bere, giocare a poker e a fare amicizia con i neri.

Il fatto invece che vesta come un uomo e non dia segno di apprezzamento verso i maschi non insospettisce nessuno sulle sue inclinazioni sessuali; neppure quando finisce a gestire un bar con la sua “amica” Ruth Jamison, scappata col figlioletto dal violento marito ku klux klanista col mento sfuggente che tu non gli daresti 2 euro e invece va giù duro con chi pesa la metà di lui.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)
la pesto perché ha il mento più maschio del mio, hai qualcosa in contrario?

Lunghissima e ben realizzata storia, sia come durata cinematografica che narrativa, tutta incentrata sulla figura femminile; dall’infanzia alla vecchiaia passando per i grandi amori, i matrimoni a tavolino e la famigerata menopausa.

Anche se molti hanno criticato il film per aver diluito la storia lesbica tra due delle quattro protagoniste al punto che molti spettatori neanche se ne rendono conto (tipo me quando lo vidi da ragazzino), bisogna dire che il messaggio di affermazione personale contro un sistema bigotto e razzista funziona bene, anche per il suo essere semplice (senza essere semplicistico).

Nota: questo film passa il test Bechdel.

VOTO:
4 Alison Bechdel e mezza

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991) voto

Titolo originale: Fried Green Tomatoes
Regia: Jon Avnet
Anno: 1991
Durata: 130 minuti

Holy Hell (2016)

Will Allen è un americano che nel 1985, all’età di 22 anni, ha lasciato la famiglia perché non accettava la sua omosessualità andando quindi a finire dentro un gruppo di persone emotivamente squilibrate devote di un certo Michel Rostand, un leader spirituale fantasticamente assurdo col suo corpo depilato messo in evidenza da scintillanti slip da mare e una calvizie incipiente che maldestramente cercava di nascondere con bei riporti incrociati da far invidia a Donald Trump.

Assieme a Will, rinominato Francesco da Michel (o Andreas o Reyji, a seconda dell’identità che ha assunto nel corso degli anni per sfuggire alle autorità e ad un generale senso di persecuzione), c’erano parecchi discepoli tutti accomunati da una voglia d’amore e appartenenza che la società consumista e individualista americana, al suo massimo splendore durante quei feroci anni ’80, non riusciva a dare loro.

Questo documentario, realizzato e narrato da Will stesso, cerca di ricostruire i 22 anni passati a servire un uomo chiaramente affetto da narcisismo psicologico, una sessualità predatoria e una personalità manipolatrice che ha trovato il lavoro della sua vita: capo religioso.

Holy Hell (2016)

Viaggio socio-psicologico dentro una delle tante comunità spirituali che hanno popolato questo granello di sabbia alla deriva nell’universo sul quale forme di vita chiamate esseri umani cercano disperatamente di dare un senso alla loro breve esistenza per allontanare il pensiero della loro inevitabile morte.

Quest’interessantissimo documentario, costruito attorno a 35 ore di materiale dell’epoca che Will è riuscito a tenere prima di allontanarsi dal gruppo e a toccanti interviste ad alcuni dei discepoli che hanno abbandonato Michel-Andreas-Reyji (nato Jaime Gomez, attore messicano fallito che sul suo curriculum può vantare un’apparizione di 2 secondi in Rosemary’s Baby… film su un gruppo di pazzi satanisti, ironia delle ironie), è anche e soprattutto una disamina del potere e del pericolo dei disturbi psicologici co-dipendenti.
Perché, come si dice sempre, non esiste un carnefice senza una vittima e quindi non sarebbe potuto esistere un culto basato su uomo di dubbio valore morale alto 1 metro e 65 senza che ci fosse stata una schiera di devoti alla disperata ricerca di una figura paterna attorno alla quale radunarsi come bambini abbandonati da un sistema sociale che ha deciso di mettere come scopo ultimo la realizzazione individuale invece della felicità collettiva, cosa abbastanza assurda visto che fino a prova contraria l’essere umano è un animale gregario e di gruppo che soffre profondamente se lasciato da solo.

Se un insegnamento va tratto da esperienze assurde come questa è che tutti noi dobbiamo stare all’erta dal pericolo dell’attrattiva della de-responsabilizzazione e dell’abbandono al primo idiota che sputa banali frasi generaliste promettendo salvezza eterna; sia questo il capo di una setta religiosa, un partito politico o un gruppo di escursionisti di montagna.
E’ faticoso, certo, ma prima di batter cassa si deve crescere e imparare a stare in equilibrio per poi confrontarsi con il prossimo e fare di questo mondo, un posto migliore.
Per tutti.

VOTO:
4 Rosemary

Holy Hell (2016) voto

Titolo russo: Святой ад
Regia: Will Francesco Allen
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

A spasso con Daisy (1989)

Daisy Werthan è una ricca ebrea americana con interessi economici nell’industria del tessile (come da tradizione religiosa) che sta diventando anziana e quindi impossibilitata ad andarsene in giro con la sua Chrysler Windsor 1946 per le desolate strade di Atlanta.

Il figlio, uomo maturo e sposato ma per sempre succube della madre (come da tradizione religiosa), decide di assumere un autista per scorrazzarla in giro senza il timore che lei un giorno o l’altro finisca in un burrone.

Hoke Colburn, questo il nome dell’anziano autista nero che Boolie Werthan, questo il nome dell’uomo maturo eterno succube, dovrà riuscire, grazie al suo buon spirito e alla faccia di bronzo che si ritrova, a vincere la ritrosia dell’anziana ebrea ad aprirsi al confronto e a mettersi in gioco (come da tradizione religiosa).

A spasso con Daisy (1989)

Commedia a sfondo sociale o ricostruzione storica sociale con spruzzatina di commedia, questo film è indubbiamente godibile solo ed unicamente ad un pubblico maturo; sia per l’esclusiva presenza di personaggi sopra i 50 e sia per un gusto molto leggero e lento di raccontare le vicende di un’America che cambia, da paese latifondista intrinsecamente razzista e profondamente segregato a potenza economico-militare globale inconsciamente razzista e mediamente segregata.

Driving with Daisy è anche e soprattuto un film che è stato in parte sopravvalutato in patria dalla critica e dall’Academy, nonostante resti un’ottima pellicola con delle apprezzabili interpretazioni ed una buona piccola storia da raccontare, perché è uno dei pochissimi film che rende protagonista l’archetipo per eccellenza nella mentalità dell’ebreo americano (figura sovrapponibile ai membri dell’Academy), ovvero la madre ebrea; essere geloso, vendicativo e dispotico al quale comunque si obbedisce (come al geloso, vendicativo e dispotico dio ebraico Yahweh).
Indicativa di questa chiave di lettura è stata la vittoria dell’Oscar come miglior film mentre al regista non è andata neanche una nomination, a ribadire quindi come sia stato il contenuto ad aver impressionato l’Academy e non la maestria.

In ultimo mi piace ricordare altri nomi con cui il geloso, vendicativo e dispotico dio ebraico è conosciuto:
YHWH, El Eloah, Elohim, Elohai, El Shaddai, Tzevaot, Jah, Adonai, Adoshem, Baal, Ehyeh asher ehyeh, Elah, YMCA, El Roi, Elyon, Hashem Kel Olam, HaShem, Shalom e Shekhinah.

VOTO:
3 YMCA e mezzo

A spasso con Daisy (1989) voto

Titolo originale: Driving Miss Daisy
Regia: Bruce Beresford
Anno: 1989
Durata: 99 minuti

Un sogno chiamato Florida (2017)

Ai margini di quello che un tempo fu chiamato The Florida Project, ovvero un piccolo prototipo di comunità volta a sperimentare un sistema di vita futuristico presto riconvertito in classico parco di divertimenti a seguito della morte dell’alcolista e semi-fascista fondatore Walt Disney e quindi conosciuta oggi come Walt Disney World, vive l’emarginata e bistrattata popolazione tagliata fuori dai giochi di potere di quel “Sistema America” ampiamente amato dai fascio-liberali come Walt Disney.

Una serie infinita di sfaccettature d’umanità che si dipana fragilmente ai margini di un’esistenza crudele e che viene perentoriamente schiacciata sotto una massa informe d’ingiustificate accuse di pelandronite volte solamente a nascondere e ribaltare il tavolo accusatorio dai padroni ai proletari i quali da sempre vengono dileggiati anche e soprattutto nella loro unica e fondamentale cifra identificativa, ovvero i figli a cui non riescono a provvedere a sufficienza, non per mancanza d’amore ma per mancanza di solidarietà.

E in questo film abbiamo infatti una giovane madre single dai modi sgarbati, dalla natura lasciva e dalla cultura raso-terra che è riuscita ad affermare se stessa unicamente coi suoi vistosi tatuaggi e (ahimè) scaricando al mondo una bambina che ama profondamente perché è l’unica amica che ha.
Una bambina, Moonee, dalla vivacità sorprendente e dalla sfacciataggine ancora più assurda che passa le calde giornate estive bighellondando assieme ad altri indomiti pargoli dentro e fuori il motel per poveracci dove risiedono chiamato ironicamente Magic Kingdom, come il parco centrale a Disney World.
Un’assonanza, questa tra il mondo magico e fiabesco della multinazionale americana e la dura realtà del loro quotidiano, che si ripercuote per tutto il film: Moonee quindi visita le stanze abbandonate di un motel nelle vicinanze come fosse la casa dei fantasmi o va a fare una passeggiata tra le mucche come si trovasse ad un safari in Animal Kingdom, tutto ciò passando davanti coloratissimi e cartooneschi negozi che risultano la copia saturata di quelli presenti dentro il famoso parco di divertimenti.

E sotto quest’ottica di realtà speculare va chiaramente vissuto lo stilisticamente stridente finale, primo ed ultimo assaggio di un mondo visto con gli occhi dei bambini, poveri.

Un sogno chiamato Florida (2017)

C’è poco da girarci attorno: questo film è un capolavoro neorealista visto con uno sguardo indulgente e compassionevole, senza per questo essere pietistico o assolutorio; uno sguardo che poi è perfettamente rispecchiato nel bel personaggio guida intepretato da Willem Dafoe.

Come da tradizione neorealista, gli attori  (molti dei quali presi dalla strada) si esprimono con una naturalezza e una capacità scenica da far invidia ai pastrocchioni hollywoodiani tanto elogiati da pubblico e critica e conducono agilmente per mano lo spettatore dentro una storia appassionante e a tratti struggente.
Qui non c’è spazio per metodi stanislavski o insegnanti d’accento, qui non c’è Luca Marinelli che fa il romanaccio accentuando l’accento ‘ci sua, qui non c’è niente dell’irrealtà della macchina cinematografica, semplicemente perché non serve; qui invece siamo di fronte alla dura realtà del sogno americano infranto contro il muro dell’individualismo indifferente sopra la cui carcassa scintillante danzano e giocano i figli dei proletari attirati dai colori sgargianti della carrozzeria distrutta.

E allo stesso tempo la pellicola straborda di coloratissime e deformate inquadrature dal basso verso l’alto che rispecchiano pienamente la visione che un bambino avrebbe di un’estate nella florida Florida; un’estate che purtroppo la piccola Moonee non dimenticarà facilmente.

Il cinema nostrano ha prodotto qualcosa di simile qualche tempo fa: La pivellina, non male.

VOTO:
4 Stanislavski e mezzo

Un sogno chiamato Florida (2017) voto

Titolo originale: The Florida Project
Regia: Sean Baker
Anno: 2017
Durata: 111 minuti

I tre amigos! (1986)

Tre pessimi attori del cinema muto hollywoodiano vengono licenziati in tronco e si ritrovano per strada (in mutande) mentre in Messico un piccolo villaggio chiamato Santo Poco viene continuamente razziato dalla banda di malviventi facenti capo al temuto El Guapo.

I destini di queste due realtà così diverse si incroceranno quando una giovane del villaggio, vedendo un loro film e credendoli eroi reali, invierà loro un telegramma per invitarli a risolvere il problema dei malviventi di cui sopra, un telegramma che i tre dementi interpreteranno (male) come un invito a fare una delle loro penose performance.

Guai dei qui pro quo a seguire.

I tre amigos! (1986)

Se vi siete chiesti come sia possibile ricavare un buon film da una tale premessa da teatrino ambulante, siete sulla buona strada.

Tralasciando tutte le angoscianti scenette semi-razziste stracolme di stereotipi, la cosa che più salta all’occhio è la quasi totale mancanza di comicità; un’evidentemente fiacca seria di battute e situazioni a volte ridicole a volte noiose non possono e non dovrebbero mai costituire l’ossatura principale di una qualsiasi narrazione.

“Dulcis in fundo”, le cose più divertenti sono anche quelle che forse più passano inosservate ad un pubblico generalista: la loro inspiegabile invisibilità da fermi quando entrano alla base de El Guapo e l’assurdità del cespuglio canterino che farnetica allegramente in sottofondo mentre i tre discutono il da farsi fanno parte di un gusto dell’assurdo che ha pochi estimatori, purtroppo.

VOTO:
2 dulcis in fundo

I tre amigos! (1986) voto

Titolo originale: ¡Three Amigos!
Regia: John Landis
Anno: 1986
Durata: 104 minuti

La forma dell’acqua (2017)

I ruggenti anni ’60 erano anni durante i quali valeva la pena essere un uomo bianco americano.

Donne, handicappati, negri, froci e creature anfibie erano relegate agli angoli della società civile in posizioni di subalternità completa e se provavano a ribellarsi era giù di bastonate sui denti rotti e spezzati maledetti parassiti della società quant’è vero iddio vi faccio il culo e state zitti mentre l’uomo bianco parla.

Natura dei sentimenti, ordine costituito ed accettazione dell’altro sono importanti quesiti che la pellicola pone al suo pubblico; ma la domanda principale resta una e una sola: quanto in basso sei capace di spingerti pur di trovare qualcuno con cui scopare?

La forma dell'acqua (2017)

Splendida favola per bambini e adolescenti (che non dispiacerà ad un pubblico adulto) tutta incentrata sul diverso e sulla sua inclusione, sia da parte della maggioranza e sia (soprattutto) da parte della minoranza stessa, con evidenti ricadute sull’accettazione di sé stessi.
Il tutto raccontato non attraverso i soliti occhi dell’elite di comando tipo scienziati e militari, ma prendendo il punto di vista di quella maggioranza silenziosa che con sudore e con dolore manda avanti le nostre civiltà post-industriali, i proletari senza famiglia e senza figli.

La messa in scena di un mondo in parte scomparso fatto di casette a schiera con la macchina parcheggiata sul vialetto, mogli logorroiche ed ossessive compulsive, ristoranti per soli bianchi eterosessuali, basi militari segrete sotterranee e spie russe coi capelli a spazzola è assolutamente impeccabile.
E sbaglia chi evidenzia l’evidente stereotipia di una donna delle pulizie nera grassa e chiaccherona o di un vecchio frocio col toupet in testa e 28 gatti per casa perché non sono altro che l’esplicitazione della natura favolistica del progetto.

In ultimo, due parole sui sottotesti narrativi: qualcuno ha ipotizzato che la muta protagonista sia in realtà (almeno parzialmente) anfibia essa stessa, e questo giustificherebbe il finale; io invece propongo una teoria un po’ più scomoda.

Come il mostro si è cibato del gatto del vecchio frocione, anche i genitori della muta sono stati uccisi/fagocitati dallo stesso mentre la piccola si è salvata riportando solo superficiali ferite al collo (similarmente al colonnello cattivone Richard Strickland).
Questo andrebbe a delineare una morale molto più adulta (e un pizzico socialmente pericolosa) ovvero che nessuno è totalmente buono o cattivo e la lezione della vita è imparare ad abbbracciare tutto il creato per quello che è, anche quello che consideri tua antitesi; perché, come lucidamente esprime il vecchio dopo essere stato fugacemente attaccato dalla creatura, il loro mostruoso amico è una bestia selvatica, non sa far altro, non si può cambiare la sua natura… dichiarando implicitamente che o la si accetta o la si rigetta totalmente, non ci sono mezze misure.

VOTO:
5 mostri

La forma dell'acqua (2017)

Titolo originale: The Shape of Water
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2017
Durata: 123 minuti

Antwone Fisher (2002)

Se nasci nero, la vita è dura.
Se nasci nero e povero, la vita è ancora più dura.
Se nasci nero, povero e circondato da aguzzini che ti rendono la vita impossibile, la vita è dura come la pietra del San Michele.

Antwone Fisher, americano dai tristissimi natali, ha vissuto tutto questo (e oltre) e nonostante ciò è riuscito a trovare la sua strada: prima arruolandosi nei marines e poi finendo a fare la guardia giurata negli studi della Sony Pictures dove la sua straordinaria e infelice biografia orale, passando di bocca in bocca, è finita alle orecchie di produttori e sceneggiatori che l’hanno aiutato a portarla sul grande schermo con un film che condensa molti eventi e molte epoche attorno al pilastro narrativo centrale delle sue visite psichiatriche col tenente comandante dottor Jerome Davenport, con il quale riuscirà a scavare al fondo del suo temperamento fumantino.

Antwone Fisher (2002)

Bellissimo film, sotto tutti i punti di vista.

La difficile storia di un poveraccio (chiaramente un pochino romanzata nella messa in scena, ma assolutamente veritiera nei fatti) riesce nella difficile impresa di arrivare sullo schermo senza risultare svergognatamente smielata e nel metre ci ficca pure (purtroppo un po’ alla leggera) una pinnata di sguiscio sulla piscologia della schiavitù che, passata dai padroni agli schiavi e da questi ai lori figli, ha percolato, con la sua caratteristica violenza ed oppressione del più debole, molti aspetti delle comunità afro-americane le quali oggi vengono additate per il loro alto indice di criminalità senza tener conto dei molteplici fattori socio-economici che l’hanno portata ad essere così.

Primo ruolo sul grande schermo per il bravissimo attore protagonista, prima regia per Denzel Washington che porta a casa un ottimo risultato ed innumerevole apparizione per il mignolo stortarello di Denzel.

VOTO:
5 mignoli stortarelli

Antwone Fisher (2002) voto

Titolo originale: Antwone Fisher
Regia: Denzel Washington
Anno: 2002
Durata: 120 minuti