Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare noi stessi” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2 e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve lo darei in testa la Apple (e sto scrivendo ciò da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Che aria tira lassù? (1994)

Jimmy Dolan fa l’assistente allenatore per una squadra di basket universitaria, una di quelle che permettono a tanti ragazzi dotati di potenti braccia rubate all’agricoltura di prendersi una borsa di studio universitaria in cambio del loro talento cestistico.

Jimmy Dolan vede per puro caso un ragazzo dall’altezza watussiana giocare da dio in un filmato di un missionario in Africa e pensa bene di andare, zaino in spalla, alla ricerca della giovane promessa del basket.

Jimmy Dolan arriva in Africa, riesce a non farsi fottere il culo e strappare il cuore dal petto nonostante giri come un idiota col cappello da baseball e la telecamera a tracolla e finisce nel villaggio dei Winabi dove fa la beneamata conoscenza:
1 – di Saleh, il ragazzo alto 27 cazzi e 52 barattoli di cui sopra.
2 – delle problematiche socio-economiche che affliggono la sua tribù.

Jimmy Dolan aiuterà i Winabi a salvare il villaggio da un brutale mafiosetto locale che vuole estrarre rame dalle loro terre, ma non farà in tempo a spargere il suo seme bianco nel continente nero.

Che aria tira lassù? (1994)

Questo è un film che già dalla copertina sembra gridare vendetta per il grado di colonialismo e razzismo che sembra propagandare… e invece no.

Perché, anche se indubbiamente dipinge la solita Africa afflitta da povertà e banditismo in attesa che l’uomo bianco la tragga in salvo, fornisce comunque lo spettatore con uno spettro morale inusitatamente ampio, considerando il genere cinematografico e il pubblico di riferimento, mostrando gli strambi usi e costumi di questi africani maschilisti e piuttosto violenti senza per far cadere un giudizio dall’alto e mettendo di traverso nella narrazione il concetto non banale che l’Africa ha i suoi cazzo di problemi anche e soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali in mano ai signorotti della guerra capitalista.

Se quindi il film non delude troppo chi ha il coraggio di dargli un paio d’ore scarse, la cosa più triste di tutta la vicenda è invece la storia di Charles Gitonga Maina, il ragazzo che ha superbamente interpretato Saleh: proveniente da una modesta famiglia piccolo borghese keniota e finito a militare, in un superbo gioco di specchi con la storia del film, in un paio di college americani grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, Saleh tentò l’azzardo passando ad una squadra greca finendo però per essere velocemente rigettato e ritrovandosi nell’impossibilità di fare ritorno in USA in mancanza di un visto.
Tornato in Africa a casa dei genitori, Charles si è ritrovato povero e senza un futuro beccandosi la tubercolosi mentre era già avviato ad un alcolismo da depressione.

Quando un giornalista di Sports Illustrated lo andò a cercare nel 2016, Charles bighellonava i bar della zona attorno casa in una periferia di Nairobi con lo stesso sorriso docile di 22 anni prima, ma con lo sguardo di chi ne ha avuto troppo dalla vita.

“Ho imparato una lezione da tutto questo?” ha detto Charles durante l’intervista.
“Trovo difficile fidarmi delle persone. Dai tutto te stesso, e loro ti spremono come un limone”.

VOTO:
3 limoni

Che aria tira lassù? (1994) voto

Titolo originale: The Air Up There
Regia: Max Apple
Anno: 1994
Durata: 107 minuti

Lo spaccone (1961)

Eddie Felson è bravo con la stecca, ma non riesce a capire che vincere al tavolo verde richiede molto di più che un talento eccezionale: ci vogliono pazienza, strategia, lungimiranza e quel pizzico di morte dentro al cuore che ti fa prendere tutto con molta più filosofia.

Eddie dovrà imparare tutto questo per riuscire a stendere il leggendario Minnesota Fats, un giocatore di biliardo scaltro e navigato che rappresenta solo uno degli ingranaggi nel complesso sistema mafioso delle scommesse, ma perderà quello che ha più caro, ovvero un infantile quanto indispensabile paraocchi che gli ha permesso di vivere una vita miserabile senza lamentarsene troppo.

Lo spaccone (1961)

Interpretato da attori bravissimi e d’uno spessore artistico d’altri tempi, questo film nichilista o ti fa venire voglia di crepare o di rilanciare la puntata sul piatto dell’esistenza fino a quando uno dei due, tra te e la società, alza le mani e si cala braghe mettendosi a 90.

La storia di “Fast” Eddie e della sua incapacità d’accontentarsi dell’amore di Sarah Packard, una zoppa dalla modesta bellezza che affoga il suo scontento genio intellettivo nell’alcool, per seguire invece una fama che non gli darà mai una vera soddisfazione è quasi una metafora dell’esistenza umana e anche solo per questo ci sarebbe da consigliare il film a chiunque.

Se poi ci aggiungiamo la perfetta orchestrazione, dalla sceneggiatura, tanto teatrale quanto neorealista, ai colpi di biliardo magistralmente eseguiti dagli attori stessi che uno rimane con la bocca aperta e la lingua penzoloni per l’eleganza dimostrata, allora non si può che definirlo un capolavoro.

VOTO:
4 zoppi e mezzo

Lo spaccone (1961) voto

Titolo originale: The Hustler
Regia: Robert Rossen
Anno: 1961
Durata: 134 minuti

Maun (2018)

Nella Delhi contemporanea una famiglia piccolo borghese è alle prese con uno di quei segreti indicibili che, se rivelati, possono portare più rogne che vantaggi; la loro figlia di 10 anni sembra sia stata toccata in modo inappropriato da un vicino di casa che tra l’altro è in procinto di prender moglie ed ha invitato tutti alla celebrazione.

I genitori sono dilaniati su cosa sia meglio fare: la madre vorrebbe affrontare di petto la faccenda mentre il padre è scoraggiato da come reagirebbe la società circostante; non sa se qualcuno prenderebbe per buona la parola di una bambina contro quella di un maschio adulto ed ha paura che la voce si sparga a macchia d’olio facendo ricadere un velo di (s)vergogna su tutta la famiglia.

Nel mezzo di questo trambusto emotivo rimane schiacciata e ammutolita una bambina indiana che, suo malgrado, è in procinto di apparire travestita come la dea Durga al matrimonio del vicino.

Maun (2018)

Splendido piccolo cortometraggio scritto e diretto da una mia amica e compagna di studi filmici sul cui giudizio positivo non ha però pesato minimamente il nostro grado di amicizia.

Strutturato secondo uno schema quasi dantesco di discesa agli inferi, il film si apre sul terrazzo del palazzo nel quale vivono e interagiscono i nostri personaggi, passando poi nell’appartamento entro le cui mura è avvenuto il fattaccio, fino a scendere in strada dove è stato allestito palco e ricevimento per il matrimonio dell’innominato accusato.
E questa discesa fisica corrisponde ad una discesa sia emotiva per i personaggi che conoscitiva per il pubblico grazie alla quale si viene sempre più trasportati dentro ad una torbida storia di normale indecenza urbana.

Purtroppo, nonostante la solidità dimostrata, il corto ha vinto meno di quello che meritava; probabilmente perché racconta un’India priva dei soliti stereotipi da cartolina… tipo gli elefanti, i colori, le spezie, i balletti di gruppo e il tanfo di urina dei canali di scolo intasati.

VOTO:
4 canali di scolo

Maun (2018) voto

Titolo tradotto: il Silenzio
Regia: Priyanka Singh
Anno: 2018
Durata: 11 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Jona che visse nella balena (1993)

Jona Oberski è uno scrittore e fisico olandese che ebbe la sfortuna d’essere mandato in tenera età nei campi di concentramento nazisti quando la Germania invase i paesi bassi e rastrellò un po’ di giudei da mandare ai lavori forzati.

Perduti entrambi i genitori e vissuta per 3 anni l’esperienza del lager tra sputi e stenti, Jona fu infine liberato dai russi e rimandato ad Amsterdam dove fu cresciuto da genitori adottivi che gli permisero una vita normale.

Negli anni ’70, dopo aver partecipato ad un corso di poesia, Jona decise di scrivere della sua esperienza nel campo di concentramento e il suo libro incontrò il favore di pubblico finendo per essere tradotto in varie lingue…

e un film.

Jona che visse nella balena (1993)

Imbarazzante pellicola italiana sul dramma dell’olocausto uscita lo stesso anno di quel capolavoro assoluto chiamato Schindler’s List; una coincidenza (?) che affossa ancora di più, se mai fosse possibile, la totale imbecillità cinematografica espressa da ogni componente della produzione: dal regista a quello che portava i caffè.

Fotografia piatta, statica e banale; recitazione e doppiaggio da sceneggiato televisivo; regia inesistente; scenografia e costumi decenti, ma pressoché inutili se non sorretti da una storia appassionante… gli errori sono talmente tanti e talmente gravi che si farebbe prima ad elencare le cose positive, se ci fossero.

Per esempio, come si fa a rimanere calmi quando si è costretti a sentire un bambino parlare con quello straniante misto di ritardo mentale e adulta consapevolezza che non sentiresti mai in bocca ad un ragazzino normale?
Dialoghi tipo:
<Mamma, pecche piaggi? Non ettere tritte mamma; ci sono qua io>.

E perché invece, la sciatteria dei montatori italiani che non riescono a far andare a tempo la canzone con le persone che cantano o battono le mani dove la mettiamo?
Ma io dico: almeno uno della produzione, prima che il film avesse luce verde per la distribuzione, avrà alzato la mano dicendo una cosa del tipo:
<Ma mannaggia la madonna Faenza, non lo vedi che quella stronza va fuori tempo?>

In breve, come diceva Nanni Moretti, io mi sono stufato dei film italiani coi tedeschi nazisti che sgommano con le loro motociclette e urlano <ainz zai tzukent aut aut!> mentre mitragliano il cielo.

Ma soprattutto quello che veramente grida vendetta è il subdolo tranello del titolo che avrà sicuramente tratto in inganno più d’un bambino dal cuore tenero con il sogno nel cassetto di diventare un famoso zoologo:
nel film non c’è nessuna balena!

VOTO:
1 balena

Jona che visse nella balena (1993) voto

Titolo inglese: Jonah Who Lived in the Whale / Look to the Sky
Regia: Roberto Faenza
Anno: 1993
Durata: 100 minuti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti

Making a Murderer (2015)

Il cittadino statunitense Steven Avery fu condannato nel 1985 per un crimine che non aveva commesso: l’assalto, lo stupro e il tentato omicidio di Penny Beerntsen, una rispettabile donna residente nella stessa contea; uscito di galera nel 2003 grazie a nuovi test del DNA, Steven fece ovviamente causa allo Sceriffato locale e alla Contea per la bella sommetta di 36 milioni di dollari.

Altrettanto ovviamente lo sceriffato e la contea non la presero molto bene e quando due anni dopo si presentò loro l’occasione d’incastrarlo per un altro delitto, questa volta ancora più grave (ovvero lo stupro, la tortura, l’omicidio e l’occultamento del cadavere della giovane Teresa Halbach), non poterono resistere dal virare le investigazioni a loro favore per metterlo definitivamente in culo al povero Steven il quale, dal canto suo, voleva solo passare il resto della sua vita circondato dagli affetti che ingiustamente gli erano stati tolti per 18 anni.

Making a Murderer (2015)

Quando Netflix incontra Un giorno in pretura ecco che ti sorprendi nell’assistere all’interminabile epopea di un povero e ignorante cittadino semplice contro il gigante statale che lo accusa di crimini verso i quali il cittadino semplice si dichiara innocente.

Le vicende che hanno avviluppato l’esistenza di Steven Avery, le accuse, le condanne, le prove, i fatti, i test, gli avvocati, i giudici, i testimoni, le fotografie, le ossa, il sangue, le pallottole, le confessioni, i ritrattamenti, i pianti confluiscono in fiume in piena che è difficile da digerire in 10 episodi; nonostante la bravura dei realizzatori nel rendere avvincente una roba noiosa come i processi, non si riesce a soddisfare appieno né la sete di conoscenza su quello che è accaduto alla povera Teresa e né quella di giustizia per un processo imparziale e privo di pregiudizi, col risultato di trovarsi ogni tanto con qualche sbadiglio di troppo.

Making a Murderer cerca di raccontare come sia facile per una comunità d’individui omogenea piantare il dito accusatorio contro il diverso, contro la tara genetica (come sono stati definiti gli Avery), contro una famiglia di veri americani, di quelli che si sposavano tra parenti e andavano a caccia di cervi col fucile; l’America vera, quella che ha colonizzato il continente mentre l’elite bianca e puritana restava 10 passi indietro aspettando che questi esploratori pulissero il terreno per l’arrivo dei ricchi per poi sloggiare velocemente più avanti mentre i nuovi venuti godevano del frutto di questo sporco lavoro.

Sfortuna volle che a un certo punto l’ovest finì quando questi brutti sporchi e cattivi americani veri raggiunsero l’Oceano Pacifico e non ci fu quindi più una meta verso cui spingere questa massa di poveracci contro i quali quindi cominciò lentamente a sollevarsi un polverone accusatorio che voleva addossare loro ogni colpa, come fossero una sorta di capri espiatori collettivi.

La verità invece è che:
1 – l’ignoranza e la grettezza sono solo i sintomi di un male chiamato “sistema piramidale” che scarica sul più debole i problemi del più forte.
e 2 – quando c’è un omicidio, i primi sospettati sono sempre i familiari stretti, perché nel 90% dei casi si viene uccisi da chi si conosce ed ama, non da un poveraccio semi sconosciuto appena uscito di galera per un crimine mai commesso.

VOTO:
3 semi sconosciuti e mezzo

Making a Murderer (2015) voto

Titolo turco: Bir Katil Yaratmak
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Anno: 2015
Durata: 10 episodi da 45 minuti circa

The Wolf of Wall Street (2013)

Storia un po’ romanzata e un po’ manco per la cippa di Jordan Belfort che era un gran figlio di puttana senza scrupoli e che alla fine dei giochi, mentre centinaia di migliaia di persone venivano fregate dei loro risparmi attraverso i suoi amorali investimenti in aziende civetta, è cascato in piedi facendosi solo un paio d’anni di galera e reinventandosi come motivational speaker.

W la giustizia.

The Wolf of Wall Street (2013)

Lunghissimo ed estenuante susseguirsi di scenette comiche che definire sopra le righe sarebbe riduttivo senza un reale spiegamento narrativo che porti il protagonista dal punto A al punto B.

Ammesso e non concesso che si possa scherzare e rendere “simpatici” un gruppo di psicopatici della finanza creativa che se fosse per me andrebbero bruciati in piazza dentro larghi pentoloni, la cosa che più stupisce è la forte noia che attanaglia i coglioni dello spettatore dopo l’ennesima vagina in primo piano e l’ennesima tirata di cocaina col culo che quindi porta alla ragionevole domanda sul senso ultimo di questo progetto.

L’unica cosa che mi viene in mente è che Martin Scorsese abbia fatto una scommessa tra amici e parenti su chi la faceva più grossa.
Perdendo.

VOTO:
2 cose grosse e mezza

The Wolf of Wall Street (2013) voto

Titolo cileno: El lobo de Wall Street
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2013
Durata: 180 minuti

The Keepers (2017)

Il 7 novembre 1969 Catherine Cesnik, una giovanissima suora che insegnava  inglese e teatro al liceo cattolico Keough in Baltimore, scompare in circostanze molto misteriose; verrà ritrovata due mesi dopo mezza nuda e con la testa fracassata sdraiata supina su una collina non troppo distante.

Chi l’ha uccisa e soprattutto perché l’ha uccisa rimangono tutt’oggi due misteri velati da mille intrighi… e però quando lo Stato non funziona, il Popolo si muove e quindi amici, parenti ed ex studenti hanno scoperto negli anni molti indizi che vanno a comporre un quadro della situazione molto più complicato e molto più losco di quanto le indagini iniziali potrebbero aver fatto pensare; una ragnatela di soprusi indicibili coperti e spesso perpetrati a livelli altissimi della Chiesa e delle autorità competenti.

The Keepers (2017)

Distribuito da Netflix (che devo ammettere mi sta regalando parecchie piacevoli serate), questo lungo documentario diviso in 7 episodi sui misteri della Baltimora del 1969 tiene incollato alla sedia chi lo guarda.

E lo fa un po’ per l’ottima realizzazione tecnica, un po’ per l’assurdità e la violenza di certi accadimenti ivi raccontati e un po’ per quel senso d’irrisolto che sicuramente continua a muovere i protagonisti di questa triste vicenda i quali non si sono mai arresi di fronte al muro di gomma che gli si parava davanti.

Se siete in vena di una lunga sessione audiovisiva sul sudiciume sudicio che si annida tra le dita dei piedi dei preti, siete ben serviti.
Agli altri invece 2 Ave Maria e 10 Pater Noster.

VOTO:
4 Pater Noster

The Keepers (2017) voto

Titolo originale: The Keepers
Regia: Ryan White
Anno: 2017
Durata: 7 episodi da 1 ora circa

Black Panther (2018)

Secondo la tesi di questo film reazionario mascherato da pellicola progressista, l’Africa è un continente povero, ignorante e violento dove la gente con l’anello al naso non può fare a meno di farsi la guerra.
Nel suo entroterra sorge un misterioso regno iper-tecnologizzato composto da 5 rissose tribù le quali, alla morte del regnante di turno, si possono (e devono) sfidare per la successione tramite una lotta preistorica a mani nude ai piedi di una scenografica cascata mentre un folto pubblico di gente vestita come spaventapasseri sotto allucinogeni incita la barbarie con suini suoni gutturali e movimenti corporei scomposti.

Ma Wakanda, questo il nome del paese in questione, sta per essere acchiappata da un giovane reietto con sangue blu che è cresciuto a pane e propaganda americana e toccherà a Black Panther insegnargli cosa significa big-bambu.

Black Panther (2018)

Non ho parole, davvero.
L’unica descrizione possibile per un film del genere è vomito controvoglia.

A parte la noia totale e la totale trasparenza del protagonista principale che già così uno dovrebbe tirare i remi in barca e via, quello che veramente fa più impressione è questo strano e ingiustificato miscuglio di avanzamento tecnologico ed usanze barbare e preistoriche che non fanno un buon servigio alla causa perorata dagli autori di questo film per un’Africa differente, un’Africa povera che non aspetta l’aiuto dei bianchi ma che si aiuta da sola, anzi, un’Africa che aiuta il resto del mondo.

E però poi, di ritorno a casa dopo aver parlato in giacca e cravatta alle Nazioni Unite, si fermano un attimo alla cascata locale per una veloce lotta greco-romana per stabilire chi regnerà per i prossimi 50 anni.
Ma te lo immagini se facessimo lo stesso ogni volta che dobbiamo eleggere la presidenza del parlamento europeo?
Ma te lo immagini Antonio Tajani che rotola nel fango a petto nudo urlando come un forsennato mentre stringe tra le cosce Jean-Claude Juncker?

Delle due l’una, come amava dire il mio professore universitario di Letteratura Italiana 1 che per l’esame faceva comprare 4 dei suoi (scarsi) libri a tutti gli studenti portandosi in tasca vari piccioli e arrotondare così il suo già corposo stipendio mensile: o una società evolve omogeneamente portando avanti sia la tecnologia e sia l’organizzazione sociale, oppure questo è solamente un film del cazzo per succhiare i soldi sul quale è stata spruzzata una tiepida diarrea radical-chic senza accorgersi dell’evidente contrasto antropologico che si andava creando.

Io dico boh.
Sono esterrefatto dal livello di razzismo (involontario? volontario? oramai ho perso il conto) che questo film raggiunge.
E la cosa che fa svenire è che invece è stato osannato da pubblico e critica anche e soprattutto per aver portato sullo schermo un supereroe nero.

Beh, guarda: meglio le storte democrazie moderne che feudalesimo e libertà.

VOTO:
2 Tajani

Black Panther (2018) voto

Titolo ispanico: Pantera Negra
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2018
Durata: 134 minuti