Three Identical Strangers (2018)

Era il 1980 e i diciannovenni Edward Galland, David Kellman e Robert Shafran non avrebbero mai pensato che di lì a poco le loro vite sarebbero cambiate radicalmente, anche e soprattutto in maniera drammatica.

Di più non posso (e non voglio) dire perché questo è uno di quei film che vanno visti assolutamente senza spoilers per apprezzare appieno sia i piccoli grandi twist che gli autori hanno escogitato che la maestria con la quale li hanno preparati.

Three Identical Strangers (2018)

Fenomenale documentario che ripercorre la straordinaria ed incredibile vicenda che ha portato le vite di 3 perfetti sconosciuti ad annodarsi irrimediabilmente ed eccezionale opera cinematografica sulla natura umana e sul libero arbitrio.

Quello che a mio giudizio colpisce del film (e che è doveroso sottolineare nonostante il silenzio stampa autoimposto) è la bravura tecnica nel seminare gli indizi per poi andarli a ripescare in chiave rivelatoria nelle fasi successive del viaggio narrativo, ricreando così filmicamente quello che tematicamente viene veicolato e cioè lo spaesamento di 3 giovani americani alle prese con qualcosa più grande di loro.

Consigliato, ovviamente.
Anche per capire, se mai ce ne fosse bisogno (e tanto per rompere il cazzo spostando l’attenzione su altro rispetto alla tematica trattata), che i nazisti non sono stati l’ “eccezionale” contro cui puntare i vostri ditini accusatori-auto-assolventi, ma un qualcosa che la storia ha sempre fatto e continua a fare… anche tra le fila di chi venne particolarmente perseguitato sotto i regimi nazi-fascisti…

TA TAA TAAA!

VOTO:
4 particolarmente perseguitati sotto i regimi nazi-fascisti e mezzo

Three Identical Strangers (2018) voto

Titolo israeliano: Shlosha Za’rim Zehim
Regia: Tim Wardle
Anno: 2018
Durata: 96 minuti

Banana Joe (1982)

Il golem Banana Joe è un pacifico orfanello alto 2 metri e pesante un paio di quintalate che commercia banane in un indefinito paese sudamericano; ogni settimana Joe prende il suo barchino di legno e trasporta le banane del suo povero villaggio di Amantido fino alla cittadina di Limas, dove scambia il suo carico con generi di prima necessità come farina, uova e medicinali.

Il suo sogno nel cassetto sarebbe impiantare una scuola ad Amantido per i tanti bambini analfabeti del villaggio a cui lui ha contribuito personalmente sfornandone una dozzina; quello che invece arriverà sarà il turbo capitalismo, nella figura del corrotto industriale Torsillo, un impomatato mafiosetto disposto a corrompere ministri e polizia pur d’impiantare la sua moderna industria di confezionamento banane e addirittura un casinò in mezzo al primitivo villaggio di Banana Joe.

Da qui le disavventure di un enorme candido sudamericano alle prese con il logorio della vita moderna.

Banana Joe (1982)

Simpaticissima commedia tutta incentrata sui buoni sentimenti (ed alcuni argomenti populisti quali valori tradizionali, politici corrotti, froci marpioni e scuola pubblica) che rendono il film godibile, anche grazie alla verve comica del suo burbero protagonista dal cuore d’oro.

Non si tratta certo di un capolavoro e nemmeno di un gioiello della commedia all’italiana, ma a distanza di tanti anni conserva una freschezza inaspettata… perché purtroppo le ingiustizie esistono ancora e il sol dell’avvenire non è ancora arrivato.

VOTO:
3 sol dell’avvenire e mezzo

Titolo serbo: Banana Džo
Regia: Steno (Stefano Vanzina)
Anno: 1982
Durata: 96 minuti

West Side Story (1961)

Nell’upper west side di Manhattan ci sono tanti giovani poveracci americani che si fanno la guerra al campo di pallacanestro per il dominio di quelle loro strade di merda sporche e malfamate.

I Jets e gli Sharks, due gang rivali d’immigrati, si contendono il campetto a suon di ceffoni e piroette piroclastiche alzando ogni giorno il tiro dell’ammissibile: schiaffi, calci, pietre, cinghie, coltelli, pistole… la corsa agli armamenti sembra non fermarsi mai e solo l’AMMORE duro e puro di due ragazzi con i genitali in fiamme potrà (forse) stoppare l’escalation di morte.

West Side Story (1961)
che belle mani bell’uomo

West Side Story è un celebre musical, prima teatrale e poi cinematografico, vecchio e stravecchio… eppure bello e strabello.

Pieno zeppo di ballerini che danzano in maniera così leggiadra da farti dimenticare per un attimo che esistono le carestie e gli stupri di guerra e tutto incentrato sulla guerra civile che le minoranze etniche (polacchi e portoricani nella fattispecie) si facevano all’ombra dell’ultimo sole del capitalismo yankee, questa celebre opera cinematografica vale certamente almeno una visione, sia dei fan del genere che di chi come me vuole semplicemente provare il brivido di farsi venire la voglia di un plié.

VOTO:
4 plié e mezzo

West Side Story (1961) voto

Titolo brasiliano: Amor, Sublime Amor
Regia: Jerome Robbins, Robert Wise
Anno: 1961
Durata: 153 minuti

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano un sacco di cose a Sagliena, piccolissimo comune burino dell’Italia centrale: gira la levatrice analfabeta che fa su e giù per i paeselli aiutando a nascere gli ultimi abitanti di comunità sull’orlo dello spopolamento post bellico; girano i carabinieri italiani col moschetto a tracolla per tenere sotto controllo un popolo, quello italico, così diverso e caotico che c’è voluta la grande omologazione televisiva per unirlo tutto sotto l’orribile ombrello del canone Rai; gira scalza la poverissima e bella Maria De Ritis (detta la Bersagliera), orfana di padre e perciò oggetto di continui e inopportuni apprezzamenti dei compaesani maschi; girano i pettegolezzi della gente che sparlotta dalla mattina alla sera di qualsiasi cosa pur di dimenticare per un solo istante la propria esistenza miserrima; e gira che ti rigira il nuovo maresciallo Antonio Carotenuto, appena trasferito nella sperduta Sagliena, uno scapolo allupatissimo con un gravissimo caso di palle gonfie che guarda, manco il marito di Alba Rohrwacher (Saverio Costanzo, figlio di Maurizio).

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano anche un po’ le palle mie per essermi perso così a lungo questo intramontabile capolavoro popolare frutto della più pura e semplice commedia all’italiana: pieno di drammi quotidiani, di povera gente, di buoni sentimenti e di patriarcato un po’ rincoglionito.

Non mancano pure alcuni brevi e timidi commenti sociali sulla situazione italiana, al culmine di un rivolgimento epocale che l’avrebbe traghettata da terra contadina retrograda a potenza industriale retrograda.
Frasi pungenti e non scontate come quella della Bersagliera che dice “La povera gente ce sta già all’inferno… e ce resta a furia de bestemmie, de ladrocini e disperazioni de Dio.” aprono il cuore di chi dai film si aspetta un passo oltre la banale rappresentazione dell’essere, per giungere al sogno, all’ideale, all’utopia che spinge ad andare avanti proprio quelli che non hanno nulla.

E vogliamo parlare invece di quando il maresciallo piomba in casa della levatrice per pretendere spiegazioni circa il suo rifiuto (come se un uomo non potesse essere rifiutato… ‘ci tua) e si lascia poi scappare un clamoroso “Io e lei pari siamo, io voto e pure voi adesso”?

Roba da sturbo!

VOTO:
4 sturbi

Pane, amore e fantasia (1953) voto

Titolo inglese: Bread, Love and Dreams
Regia: Luigi Comencini
Anno: 1953
Durata: 93 minuti

Luci della città (1931)

Un barbone americano, scanzato da tutto e tutti manco portasse il colera, fa la conoscenza di una giovane cieca venditrice ambulante di fiori che lo scambia per un ricco signore borghese dal soldo facile.

Scoccata la scintilla nel cuore del derelitto, si pone quindi un grosso problema: come conciliare quest’idea sballata con la triste realtà dei fatti, ovvero che tra lui e la borghesia ci starebbero tanti cazzi e barattoli quanti ce ne stanno tra la Terra e la Luna?

Beh, ci pensa il destino cinico e beffardo a portargli in grembo l’occasione di una vita e cioè un miliardario depresso che affoga i suoi dispiaceri nell’alcool fino a perdere la ragione; un riccastro che si fa talmente male al cervello ingurgitando litri e litri di etanolo che arriva a prendere sotto la propria ala il barbone americano durante le sue nottate inebriate e il barbone americano a sua volta lo sfrutta sfacciatamente per girare soldi e regalie alla cieca venditrice di fiori che dal canto suo comincia a credere di poter scappare da una vita miserabile facendosi portare all’altare dal misterioso benefattore.

In questo triangolo psichiatricamente sessuale, le cose si complicheranno un po’… ma il piano machiavellico giungerà ad un piacevole epilogo.

Luci della città (1931)
solo tori e checche siedono sulle rive dei fiumi e voi non ce l’avete l’aria dei tori

Primo film muto dopo l’avvento del sonoro per Charlie Chaplin e grande scommessa vinta, visto l’enorme successo di pubblico e il grande favore della critica.

Scandito alla solita maniera, ovvero per stanze comiche autoconclusive che pagano chiaramente pegno all’imprinting sketchistico del primo Chaplin, il film possiede comunque una solida struttura in 3 atti al cui interno vivono e muoiono più di una trama popolata di vari e riusciti personaggi interpretati da grandi caratteristi che non sfigurano accanto alla leggenda del cinema muto, ma anzi potenziano la portata dell’opera.

Persino la co-protagonista Virginia Cherrill, all’epoca solo ventiduenne, porta a casa il risultato dando vita ad una realistica interpretazione di una non vedente; dolce e fragile, ma mai patetica.

Numerose le perle comiche disseminate come tulipani lungo il corso del film che tornano a sbocciare come splendidi fiori anche dopo quasi 90 anni e pellicola da consigliare a chiunque non sia un nano col buco del culo troppo vicino al cuore.

VOTO:
4 fiori e mezzo

Luci della città (1931) voto

Titolo originale: City Lights
Regia: Charles Chaplin
Anno: 1931
Durata: 87 minuti

Gone Baby Gone (2007)

Amanda McCready è una bambina di 4 anni con una madre sbevazzona e cocainomane che pensa più a come procurarsi le sue dosi quotidiane dagli amichevoli spacciatori di quartiere piuttosto che badare alla sua progenie.

A toglierle le castagne dal fuoco interviene “il fato” facendole sparire la figlia mentre lei è fuori a farsi le strisce di coca al bar locale; un rapimento misterioso che appare sempre più strano mano a mano che l’investigatore privato Patrick Kenzie e la sua fidanzata/aiutante Angie Gennaro ficcano i loro nasi sempre più dentro il culo nero del sottobosco di Boston.

Cosa si nasconde dietro il rapimento della piccola Amanda?
Amanda è ancora viva?
Ma soprattutto, chi è Armando Siri?

Gone Baby Gone (2007)

Eccezionale prima regia per Ben Affleck; sì, lo stesso Ben Affleck il cui parrucchino, volendo dar retta alle dicerie di strada, volò via qualche anno or sono prendendo una pallonata di testa.

Nonostante le solide interpretazioni, un cast di tutto rispetto ed un generale senso di compiutezza tecnica, quello che appare più interessante è la difficoltà di una scelta morale al di fuori dei soliti schematismi faciloni “buoni vs cattivi” tanto cari ad Hollywood e a chi vota PD.
Il film difatti pone lo spettatore, dopo un turbine di twist e contro twist da far invidia ad una telenovelas colombiana, di fronte ad un dilemma di non facile soluzione e che dilania la vita del protagonista come spezza in due la popolazione, tra chi giustifica i mezzi e chi no.

Bello quindi, e non scontato.

VOTO:
4 che votano PD e mezzo

Gone Baby Gone (2007) voto

Titolo originale: Gone Baby Gone
Regia: Ben Affleck
Anno: 2007
Durata: 114 minuti

La donna scimmia (1964)

Antonio Semola è un napoletano truffaldino interpretato Ugo Tognazzi, un lombardo repubblichino che mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo assieme ad un altro giovane fascista chiamato Raimondo Vianello.

Antonio è un furbetto, non vuole lavorare 8 ore al giorno rompendosi la schiena e quando per puro caso incontra dentro un mendicicomio gestito dalle suore una ragazza affetta da ipertricosi non si lascia sfuggire l’affare e se la porta via promettendole una vita libera e felice nel mondo reale.
Quello che fa invece è raggirarla, sfruttando anche i suoi fragili sentimenti amorosi, facendola esibire come donna scimmia e tenendo per sé tutto l’argent e le sigarette che gli spettatori gettano verso la gabbia.

Questo scempio agli occhi del Signore ovviamente non può durare a lungo e Antonio dovrà fare i conti con la collera di Dio onnipotente che lo punirà facendo soffrire, nel più classico dello stile cattolico, chi non c’entra nulla.

La donna scimmia (1964)

Un bel film bello vecchio che ho piacevolmente visto per puro caso una domenica mattina non sapendo che quella che stavo osservando fosse la versione francese, col lieto fine e la (parziale) redenzione, mentre il regista Marco Ferreri, un uomo di un cinismo non comune, ne fece uscire un’altra con un epilogo molto più cupo, che non vado a spoilerare, ma che riprende fedelmente la fine di Julia Pastrana, la messicana del 19esimo secolo alla cui figura si ispira chiaramente il film.

VOTO:
3 Julia e mezza

La donna scimmia (1964) voto

Titolo francese: Le mari de la femme à barbe
Regia: Marco Ferreri
Anno: 1964
Durata: 84 minuti

Dogman (2018)

Marcello è un toelettatore per cani al limite del sub-umano: bassa statura, dentatura equina, muscolatura inesistente, facoltà intellettive pressoché nulle ed in evidente necessità di un logopedista bravo.

Marcello vive nell’orribile periferia della brutta periferia romana, è separato, ha una figlia che vede raramente, pochi amici ma è ben voluto da chi si lascia abbindolare dal suo temperamento mansueto sviluppato unicamente come arma di sopravvivenza; spaccia anche un po’ di cocaina per arrotondare i magri guadagni e questo induce Simone, un mezzo pugile mezzo stronzo, a gravitargli attorno come una mosca sul profiterole.

Una frequentazione, questa tra Simone e Marcello, che porterà inevitabili quanto prevedibili conseguenze nefaste nella misera vita del toelettatore per cani dal sorriso equino.

Dogman (2018)

Famoso soprattutto per aver vinto la Dog Palm di Cannes, andata al folto cast di cani che recitano con grinta e abnegazione rinchiusi dentro gabbie anguste e scompartimenti del freezer, questa pellicola è quel tipico prodotto cinematografico troppo strano per piacere al grande pubblico e troppo banale per entusiasmare gli intellettuali.

Sia ben chiaro: non è brutto, tutt’altro; la fotografia, anche se scolastica, fa il suo bel dovere, gli interpreti risultano ben calati, forse per attitudini personali, nei panni di poveri idioti e la storia, veramente striminzita, riesce comunque ad intrattenere lo spettatore trasformando il film in un character study.

E però gli unici che, guardando svolgere questa sorta di compito in classe, possono bagnarsi i pantaloni con copiose eiaculazioni di sangue e sperma sono quelli che pur non capendoci un cazzo di cinema si atteggiano come se fossero i Gombrich della celluloide.
Ovviamente non serve dire che ha spopolato tra il popolino intellettualoide di sinistra italico manco fosse un ritorno al neorealismo quando già nel lontano 1992 Tsai Ming-liang faceva uscire a Taiwan un film migliore chiamato Rebels of the Neon God.

VOTO:
3 cellule

Dogman (2018) voto

Titolo originale: Dogman
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2018
Durata: 103 minuti

Martin (2017)

Per le strade di Dublino
vive un povero Maltese;
è felice senza vino,
basta mantenere basse le pretese.

Un fotografo irlandese
c’ha fatto amicizia da qualche anno;
e in questo corto ci mostra la giornata tipo,
tra una sveglia senza affanno e una cena natalizia,
di un uomo che è già mito.

Un corto delizioso,
fotografato da dio e
musicato da Moby in tono religioso,
che ti raccomando io.

Titolo: Martin
Regia: Donal Moloney
Anno: 2017
Durata: 9 minuti e 20
Linkhttps://vimeo.com/231701977

Una poltrona per due (1983)

Randolph e Mortimet Duke sono due vecchi magnati della finanza creativa americana e fanno parte di quella invisibile famiglia di bianchi e ricchi affaristi della peggior specie che affamano interi popoli con una speculazione in Borsa o il pigiare di un tasto in banca.

Con la spocchia che contraddistingue loro e la gente come loro, decidono di fare una scommessa degna di Scienze Sociali all’università di Tor Vergata; una scommessa crudele che sconvolgerà per sempre la vita di due persone: Louis Winthorpe III, un giovane broker bianco al servizio dei Duke con la puzza sotto il naso che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e Billy Ray Valentine, un poveraccio nero che dalla vita ha sempre ricevuto solo schiaffi perché è nato e cresciuto in una società profondamente classista e razzista, avranno le loro vite scambiate da un giorno all’altro.
Si vedrà poi se i due diventeranno l’opposto di quello che sono confermando perciò quello che il social/comunismo va dicendo da 2 secoli e cioè che, date le circostanze sociali favorevoli, ogni essere umano tende al bene, e viceversa.

Spetterà poi a Louis, Billy Ray, Alessandro Di Battista e una puttana di nome Ophelia spuntarla sul capitalismo finanziario in questa fantastica commedia americana anni ’80 più cruda del solito.

Una poltrona per due (1983)
ma quale altra commedia si apre con un barbone letteralmente morto di freddo?

Il 9 giugno del 1980 il celebre comico americano Richard Pryor, strafatto di cocaina come non ci fosse un domani, prese una bottiglia di rum, se la versò addosso e si diede fuoco.
Col corpo ricoperto di fiamme, il nostro caro Richard uscì di casa e si fece di corsa Parthenia street in Los Angeles fino a quando non fu fermato da una pattuglia della polizia e condotto quindi in ospedale per curare ustioni di secondo e terzo grado su più della metà del corpo.

Ma a noi, che ce ne frega?
Eh beh, il fatto è che prima di quest’incredibile incidente Richard Pryor era candidato a interpretare la presente pellicola assieme al compare storico Gene Wilder e quindi, se non fosse stato per la cocaina e l’alcool, oggi non avremmo questo piccolo gioiello di film, ma ne avremmo un’altra versione.
E poi dicono che le droghe fanno male.

Ad ogni modo: questa è una storia simpaticissima, con critiche sociali non scontate ed interpretata da un bel duo affiatato composto da Eddie Murphy e Dan Aykroyd (i quali aveva già lavorato assieme durante gli anni al Saturday Night Live) e un cast di coprimari di tutto rispetto tra i quali spiccano chiaramente le tette di Jamie Lee Curtis i perfidi fratelli Duke, vera e propria reincarnazione moderna di Ebenezer Scrooge, che poi andremo a ritrovare in Il principe cerca moglie in un piccolo ma gustoso cameo.

Diventato in Italia un classicone natalizio che viene trasmesso ad ogni santa vigilia da almeno 20 anni (e del quale fino ad oggi avevo sempre perso il fantastico inizio che ritrae scene di vita quotidiana proletaria a Philadelphia), questa pellicola ha purtroppo un solo grande difetto: non va oltre il semplice ribaltamento di ruoli tra ricco e povero, evitando perciò d’approdare verso i lidi del ribaltamento societario, e si accontenta di mettere sul piedistallo del potere un nuovo re (nella fattispecie 2), meno ottuso del precedente decaduto, quando invece lo sanno tutti che i re stanno bene solo sul piedistallo della ghigliottina.

VOTO:
4 Scrooge e mezzo

Una poltrona per due (1983) voto

Titolo originale: Trading Places
Regia: John Landis
Anno: 1983
Durata: 116 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare loro stesse” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2… e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve la darei in testa la Apple (e sto scrivendo da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti