Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Jona che visse nella balena (1993)

Jona Oberski è uno scrittore e fisico olandese che ebbe la sfortuna d’essere mandato in tenera età nei campi di concentramento nazisti quando la Germania invase i paesi bassi e rastrellò un po’ di giudei da mandare ai lavori forzati.

Perduti entrambi i genitori e vissuta per 3 anni l’esperienza del lager tra sputi e stenti, Jona fu infine liberato dai russi e rimandato ad Amsterdam dove fu cresciuto da genitori adottivi che gli permisero una vita normale.

Negli anni ’70, dopo aver partecipato ad un corso di poesia, Jona decise di scrivere della sua esperienza nel campo di concentramento e il suo libro incontrò il favore di pubblico finendo per essere tradotto in varie lingue…

e un film.

Jona che visse nella balena (1993)

Imbarazzante pellicola italiana sul dramma dell’olocausto uscita lo stesso anno di quel capolavoro assoluto chiamato Schindler’s List; una coincidenza (?) che affossa ancora di più, se mai fosse possibile, la totale imbecillità cinematografica espressa da ogni componente della produzione: dal regista a quello che portava i caffè.

Fotografia piatta, statica e banale; recitazione e doppiaggio da sceneggiato televisivo; regia inesistente; scenografia e costumi decenti, ma pressoché inutili se non sorretti da una storia appassionante… gli errori sono talmente tanti e talmente gravi che si farebbe prima ad elencare le cose positive, se ci fossero.

Per esempio, come si fa a rimanere calmi quando si è costretti a sentire un bambino parlare con quello straniante misto di ritardo mentale e adulta consapevolezza che non sentiresti mai in bocca ad un ragazzino normale?
Dialoghi tipo:
<Mamma, pecche piaggi? Non ettere tritte mamma; ci sono qua io>.

E perché invece, la sciatteria dei montatori italiani che non riescono a far andare a tempo la canzone con le persone che cantano o battono le mani dove la mettiamo?
Ma io dico: almeno uno della produzione, prima che il film avesse luce verde per la distribuzione, avrà alzato la mano dicendo una cosa del tipo:
<Ma mannaggia la madonna Faenza, non lo vedi che quella stronza va fuori tempo?>

In breve, come diceva Nanni Moretti, io mi sono stufato dei film italiani coi tedeschi nazisti che sgommano con le loro motociclette e urlano <ainz zai tzukent aut aut!> mentre mitragliano il cielo.

Ma soprattutto quello che veramente grida vendetta è il subdolo tranello del titolo che avrà sicuramente tratto in inganno più d’un bambino dal cuore tenero con il sogno nel cassetto di diventare un famoso zoologo:
nel film non c’è nessuna balena!

VOTO:
1 balena

Jona che visse nella balena (1993) voto

Titolo inglese: Jonah Who Lived in the Whale / Look to the Sky
Regia: Roberto Faenza
Anno: 1993
Durata: 100 minuti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti

Making a Murderer (2015)

Il cittadino statunitense Steven Avery fu condannato nel 1985 per un crimine che non aveva commesso: l’assalto, lo stupro e il tentato omicidio di Penny Beerntsen, una rispettabile donna residente nella stessa contea; uscito di galera nel 2003 grazie a nuovi test del DNA, Steven fece ovviamente causa allo Sceriffato locale e alla Contea per la bella sommetta di 36 milioni di dollari.

Altrettanto ovviamente lo sceriffato e la contea non la presero molto bene e quando due anni dopo si presentò loro l’occasione d’incastrarlo per un altro delitto, questa volta ancora più grave (ovvero lo stupro, la tortura, l’omicidio e l’occultamento del cadavere della giovane Teresa Halbach), non poterono resistere dal virare le investigazioni a loro favore per metterlo definitivamente in culo al povero Steven il quale, dal canto suo, voleva solo passare il resto della sua vita circondato dagli affetti che ingiustamente gli erano stati tolti per 18 anni.

Making a Murderer (2015)

Quando Netflix incontra Un giorno in pretura ecco che ti sorprendi nell’assistere all’interminabile epopea di un povero e ignorante cittadino contro il gigante statale che lo accusa di crimini verso i quali lui si dichiara innocente.

Le vicende che hanno avviluppato l’esistenza di Steven Avery, le accuse, le condanne, le prove, i fatti, i test, gli avvocati, i giudici, i testimoni, le fotografie, i pianti, le ossa, il sangue, le pallottole, le confessioni, i ritrattamenti sono un fiume in piena che è difficile da digerire in 10 episodi; nonostante la bravura dei realizzatori nel rendere avvincente una roba noiosa come i processi, non si riesce a soddisfare appieno né la sete di conoscenza su quello che è accaduto alla povera Teresa e né quella di giustizia per un processo imparziale e privo di pregiudizi, col risultato di trovarsi con qualche sbadiglio di troppo.

Making a Murderer cerca di raccontare come sia facile per una comunità d’individui omogenea piantare il dito accusatorio contro il diverso, contro la tara genetica (come sono stati definiti gli Avery), contro una famiglia di veri americani, di quelli che si sposavano tra parenti e andavano a caccia di cervi col fucile; l’America vera, quella che ha colonizzato il continente mentre l’elite bianca e puritana restava 10 passi indietro aspettando che questi esploratori pulissero il terreno per il loro arrivo e che poi sloggiassero velocemente più avanti mentre loro godevano del frutto di questo sporco lavoro.

Sfortuna volle che a un certo punto l’ovest finì quando questi brutti sporchi e cattivi americani raggiunsero l’Oceano Pacifico e non ci fu quindi più una metà verso cui spingere questa massa di poveracci contro i quali quindi cominciò lentamente a sollevarsi un polverone accusatorio che voleva addossare loro ogni colpa, come fossero una sorta di capri espiatori collettivi.

La verità invece è che l’ignoranza e la grettezza sono solo i sintomi di un male chiamato “sistema piramidale” che scarica sul più debole i problemi del più forte … e quando c’è un omicidio, i primi sospettati sono sempre i familiari stretti, perché nel 90% dei casi si viene uccisi da chi si conosce ed ama, non da un povero semi sconosciuto appena uscito di galera per un crimine mai commesso.

VOTO:
3 semi sconosciuti e mezzo

Making a Murderer (2015) voto

Titolo turco: Bir Katil Yaratmak
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Anno: 2015
Durata: 10 episodi da 45 minuti circa

The Wolf of Wall Street (2013)

Storia un po’ romanzata e un po’ manco per la cippa di Jordan Belfort che era un gran figlio di puttana senza scrupoli e che alla fine dei giochi, mentre centinaia di migliaia di persone venivano fregate dei loro risparmi attraverso i suoi amorali investimenti in aziende civetta, è cascato in piedi facendosi solo un paio d’anni di galera e reinventandosi come motivational speaker.

W la giustizia.

The Wolf of Wall Street (2013)

Lunghissimo ed estenuante susseguirsi di scenette comiche che definire sopra le righe sarebbe riduttivo senza un reale spiegamento narrativo che porti il protagonista dal punto A al punto B.

Ammesso e non concesso che si possa scherzare e rendere “simpatici” un gruppo di psicopatici della finanza creativa che se fosse per me andrebbero bruciati in piazza dentro larghi pentoloni, la cosa che più stupisce è la forte noia che attanaglia i coglioni dello spettatore dopo l’ennesima vagina in primo piano e l’ennesima tirata di cocaina col culo che quindi porta alla ragionevole domanda sul senso ultimo di questo progetto.

L’unica cosa che mi viene in mente è che Martin Scorsese abbia fatto una scommessa tra amici e parenti su chi la faceva più grossa.
Perdendo.

VOTO:
2 cose grosse e mezza

The Wolf of Wall Street (2013) voto

Titolo cileno: El lobo de Wall Street
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2013
Durata: 180 minuti

The Keepers (2017)

Il 7 novembre 1969 Catherine Cesnik, una giovanissima suora che insegnava  inglese e teatro al liceo cattolico Keough in Baltimore, scompare in circostanze molto misteriose; verrà ritrovata due mesi dopo mezza nuda e con la testa fracassata sdraiata supina su una collina non troppo distante.

Chi l’ha uccisa e soprattutto perché l’ha uccisa rimangono tutt’oggi due misteri velati da mille intrighi… e però quando lo Stato non funziona, il Popolo si muove e quindi amici, parenti ed ex studenti hanno scoperto negli anni molti indizi che vanno a comporre un quadro della situazione molto più complicato e molto più losco di quanto le indagini iniziali potrebbero aver fatto pensare; una ragnatela di soprusi indicibili coperti e spesso perpetrati a livelli altissimi della Chiesa e delle autorità competenti.

The Keepers (2017)

Distribuito da Netflix (che devo ammettere mi sta regalando parecchie piacevoli serate), questo lungo documentario diviso in 7 episodi sui misteri della Baltimora del 1969 tiene incollato alla sedia chi lo guarda.

E lo fa un po’ per l’ottima realizzazione tecnica, un po’ per l’assurdità e la violenza di certi accadimenti ivi raccontati e un po’ per quel senso d’irrisolto che sicuramente continua a muovere i protagonisti di questa triste vicenda i quali non si sono mai arresi di fronte al muro di gomma che gli si parava davanti.

Se siete in vena di una lunga sessione audiovisiva sul sudiciume sudicio che si annida tra le dita dei piedi dei preti, siete ben serviti.
Agli altri invece 2 Ave Maria e 10 Pater Noster.

VOTO:
4 Pater Noster

The Keepers (2017) voto

Titolo originale: The Keepers
Regia: Ryan White
Anno: 2017
Durata: 7 episodi da 1 ora circa

Black Panther (2018)

Secondo la tesi di questo film reazionario mascherato da pellicola progressista, l’Africa è un continente povero, ignorante e violento dove la gente con l’anello al naso non può fare a meno di farsi la guerra.
Nel suo entroterra sorge un misterioso regno iper-tecnologizzato composto da 5 rissose tribù le quali, alla morte del regnante di turno, si possono (e devono) sfidare per la successione tramite una lotta preistorica a mani nude ai piedi di una scenografica cascata mentre un folto pubblico di gente vestita come spaventapasseri sotto allucinogeni incita la barbarie con suini suoni gutturali e movimenti corporei scomposti.

Ma Wakanda, questo il nome del paese in questione, sta per essere acchiappata da un giovane reietto con sangue blu che è cresciuto a pane e propaganda americana e toccherà a Black Panther insegnargli cosa significa big-bambu.

Black Panther (2018)

Non ho parole, davvero.
L’unica descrizione possibile per un film del genere è vomito controvoglia.

A parte la noia totale e la totale trasparenza del protagonista principale che già così uno dovrebbe tirare i remi in barca e via, quello che veramente fa più impressione è questo strano e ingiustificato miscuglio di avanzamento tecnologico ed usanze barbare e preistoriche che non fanno un buon servigio alla causa perorata dagli autori di questo film per un’Africa differente, un’Africa povera che non aspetta l’aiuto dei bianchi ma che si aiuta da sola, anzi, un’Africa che aiuta il resto del mondo.

E però poi, di ritorno a casa dopo aver parlato in giacca e cravatta alle Nazioni Unite, si fermano un attimo alla cascata locale per una veloce lotta greco-romana per stabilire chi regnerà per i prossimi 50 anni.
Ma te lo immagini se facessimo lo stesso ogni volta che dobbiamo eleggere la presidenza del parlamento europeo?
Ma te lo immagini Antonio Tajani che rotola nel fango a petto nudo urlando come un forsennato mentre stringe tra le cosce Jean-Claude Juncker?

Delle due l’una, come amava dire il mio professore universitario di Letteratura Italiana 1 che per l’esame faceva comprare 4 dei suoi (scarsi) libri a tutti gli studenti portandosi in tasca vari piccioli e arrotondare così il suo già corposo stipendio mensile: o una società evolve omogeneamente portando avanti sia la tecnologia e sia l’organizzazione sociale, oppure questo è solamente un film del cazzo per succhiare i soldi sul quale è stata spruzzata una tiepida diarrea radical-chic senza accorgersi dell’evidente contrasto antropologico che si andava creando.

Io dico boh.
Sono esterrefatto dal livello di razzismo (involontario? volontario? oramai ho perso il conto) che questo film raggiunge.
E la cosa che fa svenire è che invece è stato osannato da pubblico e critica anche e soprattutto per aver portato sullo schermo un supereroe nero.

Beh, guarda: meglio le storte democrazie moderne che feudalesimo e libertà.

VOTO:
2 Tajani

Black Panther (2018) voto

Titolo ispanico: Pantera Negra
Regia: Ryan Coogler
Anno: 2018
Durata: 134 minuti

Black Mirror: 3° stagione (2016)

Quello che qui ci viene proposto è uno spaventoso mondo distopico con la faccia bella sorridente nel quale convivono punteggi sociali che influenzano le tue possibilità quotidiane di sopravvivenza, videogiochi iperrealistici dove è possibile perdere la ragione, organizzazioni tecnologiche che ci tengono sotto controllo mentre ci ravaniamo, realtà virtuali nelle quali si può vivere per sempre, militari col lavaggio del cervello che sparano alla gente manco fosse la domenica delle palme e api assassine che ti s’infilano nelle cavità della testa e ti mangiano il cervello che te stai lì a urla’ come una scrofa poco prima d’entra’ al macello e ti cachi sotto merda e piscio mentre piagni lacrime amare che ti solcano il viso terrorizzato.

Povero te.

Black Mirror: 3° stagione (2016)
no quiero morirme

Prosegue una delle migliori serie televisive della storia, passando però dalla britannica e pubblica Channel 4 all’americana e privata Netflix… e la lira s’impenna!

Il budget sembra alzarsi un pochino mentre si alza pure l’asticella delle banalità; va bene uguale, sia chiaro, vista l’indubbia qualità del progetto, ma rimane il retrogusto di un qualcosa che poteva essere quasi perfetto e invece non lo è stato per poche scelte dettate chiaramente dal reparto marketing&qualunquismo.
Un esempio a tal proposito è il terzo episodio nel quale vengono punite 5 persone che hanno commesso cose riprovevoli: 4 di queste erano nel campo della sessualità con l’ultima ad andare a coprire la casella sempreverde del razzismo.

Ora, io dico: è mai possibile che non se ne esca dall’era vittoriana sesso-punitiva dove non c’è cosa peggiore di tradire tua moglie o farsi una pippa sulle foto di qualche minorenne?
Ma che davvero davvero stiamo scherzando?
E allora che gli dovresti fare a quelli che lavorano nella finanza creativa che quotidianamente affama interi continenti creando disastri economico-sociali dalle ricadute globali?

E quindi, altro che serie televisiva; la distopia con le regole morali fatte al contrario la vivo io ogni giorno quando sono costretto a respirare la stessa aria di una massa informe di cervelli pecora che non sanno la differenza tra assolto e prescritto e continuano a gettare merda a livelli mai visti prima su un governo appena nato che, se avessero mostrato la stessa vena critica con i precedenti 10 governi di gente quella sì assurda, forse oggi non stavamo con le barricate per strada.

E per spiegare ancora meglio l’assurdità di certe posizioni, specialmente nella sinistra (sia radicale che radical-chic) ecco un breve (e certamente parziale) riassunto politico-socio-economico degli ultimi splendenti 30 anni italiani durante i quali si sono succeduti governi di destra, di sinistra, di centro e dell’anima de li mortacci vostra, tutti accomunati dalla voglia dei soldi; i soldi che ci compri la barchetta per veleggiare in Europa ah no aspetta è un continente non un mare e allora mi ci compro una bella macchina ibrida prodotta in Corea perché io tengo all’ambiente, anche mentre voto no al fotovoltaico o all’eolico e sì al nucleare.

  • Luglio 1992: abolizione della scala mobile dei salari (governo Amato).
  • Agosto 1992: privatizzazione delle Ferrovie dello Stato (governo Amato).
  • Gennaio 1994: privatizzazione Istituto Mobiliare Italiano (governo Ciampi).
  • 1994: privatizzazione INA Istituto Nazionale Assicurazioni (governo Berlusconi).
  • 1995: privatizzazione di Eni (governo Dini).
  • Aprile 1996: l’Italia partecipa alla guerra in Kosovo (governo Dini & Prodi).
  • Aprile 1997: missione militare in Albania (governo Prodi).
  • Giugno 1997: legge Treu, introduzione del lavoro interinale e del precariato tipo il co.co.co. (governo Prodi).
  • Novembre 1997: privatizzazione della Scuola Nazionale di Cinema (governo Prodi).
  • Ottobre 1997: privatizzazione di Telecom Italia (governo Prodi).
  • Gennaio 1998: privatizzazione della Biennale di Venezia (governo Prodi).
  • Ottobre 1998: privatizzazioni di moltissimi medi e piccoli istituti culturali, fondazioni, enti e centri studi nazionali (governo Prodi).
  • Novembre 1998: privatizzazione Banca Nazionale del Lavoro (governo Prodi).
  • Marzo 1999: privatizzazione Enel (governo D’Alema).
  • 1999: privatizzazione degli Istituti regionali di mediocredito per le piccole medie imprese (governo D’Alema).
  • Ottobre 2001: l’Italia partecipa alla guerra in Afghanistan (governo Berlusconi).
  • Agosto: privatizzazione di ANAC autostrade (governo Berlusconi).
  • Febbraio 2003: legge Biagi, centralità della flessibilità sul lavoro, co.co.pro. (governo Berlusconi).
  • Marzo 2003: l’Italia partecipa alla guerra in Iraq (governo Berlusconi).
  • 2004: privatizzazione Ente Nazionale Tabacchi (governo Berlusconi).
  • Marzo 2011: l’Italia partecipa alla guerra in Libia (governo Berlusconi).
  • Dicembre 2011: riforma delle pensioni Fornero (governo Monti).
  • Marzo 2015: cancellazione Articolo 18 (governo Renzi).
  • Ottobre 2015: privatizzazione delle Poste Italiane (governo Renzi).

Traduzione: quei farabutti hanno consegnato ad oligopoli privati i beni pubblici e il futuro dei giovani E PERO’ sarebbe questo governo giallo-verde il governo più a destra della storia repubblicana.

ma va a da’ via el cu’ !!!

VOTO:
4 giallo-verde

Black Mirror: 3° stagione (2016) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: terza
Anno: 2016
Durata: 6 episodi da 1 ora

Black Mirror: 2° stagione (2013)

Ti è morta una persona cara, ma la tecnologia può riportare in vita una (pallida e distorta) copia di lei.
Che fai, la resusciti?

Una donna ha compiuto un crimine orribile, ma la tecnologia può punirla facendogli vivere in loop 24 di angoscia.
Che fai, la condanni?

I politici sono degli stupidi fantocci, ma la tecnologia può mettergli contro un fantoccio virtuale sboccacciato con potenzialità dittatoriali.
Che fai, lo voti?

Un uomo non vuole aprire bocca sul suo coinvolgimento in un fatto di sangue, ma la tecnologia può costringerlo a farlo con l’inganno di una vita eterna passata dentro una cabina in mezzo ai ghiacci.
Che fai, lo freghi?

Questi i temi della seconda stagione del telefilm sulle distopie più interessante di sempre.
Che fai, lo guardi ora o subito?

Black Mirror: 2° stagione (2013)
il computer ti permette di disegnare cippe di cazzo; le fai viste frontali o di profilo?

Continua la corsa inarrestabile delle buone idee messe al servizio del buon cinema con questa piccola collezione di perle audio-visive che non mancheranno d’intrattenere con intelligenza e questioni morali tutt’altro che superficiali un pubblico più attento della desolante consueta media.

I picchi qualitativi si trovano indubbiamente negli episodi estremi (il primo e l’ultimo) con lo speciale natalizio a fare da re incontrastato del gruppo grazie ad una storia originale e intrigante ed una piccola serie d’invenzioni tecnologiche assolutamente terrificanti (il cookie cerebrale è una cosa da urlo), mentre quello su Waldo è un po’ fiacchetto anche perché rispolvera la solita cantilena contro i vuoti populismi che francamente ha rotto i coglioni.

Se siete stufi del marasma di boiate che vengono trasmesse in televisione (come al cinema) e se passate sopra le banalità quando si parla di politica che evidentemente in Gran Bretagna sono proprio incapaci di discuterne visto che stanno ancora con la regina vestita d’Arlecchino e la famiglia reale che chi se la incula, questa è sicuramente una validissima scelta.

VOTO:
4 Arlecchini e mezzo

Black Mirror 2° stagione (2013) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: seconda
Anno: 2013
Durata: 3 episodi da 1 ora

Bright (2017)

In una Los Angeles del presente alternativo vivono fianco a fianco uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy…

Mi correggo: in una Los Angeles alternativa uomini, orchi, elfi, fatine, centauri e altra roba varia direttamente o indirettamente proveniente dal mondo fantasy NON vivono fianco a fianco ma in segregazione economica perché lo sceneggiatore Max Landis voleva metterci una spruzzata di commento socio-politico evidenziando le divisioni esistenti nella società americana tramite un prodotto cinematografico rivolto ad un pubblico dal quoziente intellettivo medio sperando probabilmente di riuscire ad infilare qualche nozione un po’ più alta in maniera più o meno subliminale, fallendo miseramente nel processo.

In questo marasma d’informazioni la cosa che però nessuno deve perdere d’occhio è la faccia di Will Smith mentre cerca di fermare le forze del male dall’impossessarsi di una bacchetta magica dall’immenso potere mentre mezza Los Angeles gli corre appresso con la stessa intenzione, ma diverse ragioni: chi per diventare ricco, chi per alzarsi dalla sedia a rotelle e chi per risanare il bilancio di Roma e ricoprire tutte le buche stradali lasciate dalle precedenti amministrazioni capitoline.

Bright (2017)

Simpatica rivisitazione delle pellicole “buddy cop” che negli ultimi tempi hanno un po’ lasciato il passo a roba meno esplicitamente realistica visto che la polizia vive oramai da qualche tempo la strana dicotomia d’essere allo stesso tempo incredibilmente odiata per le continue repressioni delle minoranze social-economiche e spaventosamente elogiata dall’elite al comando per i continui servigi che rende, più o meno consapevolmente, al consolidamento dello status quo.

Questo film invece riesce solamente a consolidare la mia proverbiale paura per quei film che partono bene e che poi finiscono inesorabilmente per deludermi a metà strada.

Pazienza, tanto il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi te lo mette al culo.

VOTO:
3 strade con le buche (a New York)

Bright (2017) voto

Titolo bulgaro: Ярко
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Durata: 117 minuti

LA 92 (2017)

Il 3 marzo del 1991 il cittadino afro-americano Rodney King è stato fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità, è stato fatto scendere con forza dalla macchina che stava guidando sotto effetto di alcolici ed è stato pestato fino a fargli perdere la ragione riducendolo ad un’enorme massa umana strisciante il terreno.

Per questo spudorato crimine, 4 poliziotti sono stati portati in tribunale ma nessuno di loro è stato condannato perché il loro comportamento è stato ritenuto nei limiti della legge; come dichiarato da uno di loro, a volte la polizia ci va giù duro, dispiace ma è così che funziona.

Schifati dal verdetto finale e da centinaia d’anni di vessazioni, migliaia di afro-americani si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco la città; chi prendendosela con le autorità, chi prendendo a sassate qualunque bianco passasse al tiro e chi (molti) assaltando negozi e attività, prima svuotandoli di qualunque cosa capitasse sotto mano e finendo poi per dare fuoco al tutto.

Un casino che è durato qualche giorno e che ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto la società americana sia divisa e sull’orlo di una crisi di nervi e come l’essere umano sia capace di qualunque cosa se spinto oltre i suoi limiti di sopportazione.

LA 92 (2017)

Avvincente documentario che ripercorre le vicende storico-sociali che hanno portato alle famose rivolte di Los Angeles del 1992 facendo al contempo un parallelo con un’altra rivolta avvenuta sempre a Los Angeles nel 1965 a seguito di un episodio molto simile a quello di Rodney King.
E lo fa privando lo spettatore del classico commento, ma lasciando lavorare le stupefacenti immagini provenienti da centinaia di fonti, dal telegiornale al cittadino comune armato di telecamera, riuscendo in molti casi a dare addirittura campi e controcampi di quelle scene di violenza diffusa.

Passato il chiaro commento sulla mano pesante della polizia, quello che emerge è anche e soprattutto un monito sul pericolo di future rivolte tra le minoranze americane e tra queste e l’elite dominante se la società americana (come anche il resto del mondo) non la smette di affamare e sottomettere una sezione demografica per arricchirne un’altra.

VOTO:
4 elite

LA 92 (2017) voto

Titolo originale: LA 92
Regia: Dan Lindsay e TJ Martin
Anno: 2017
Durata: 116 minuti

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)

La ribelle Imogene “Idgie” Threadgoode è una ragazza un po’ molto maschiaccio che proprio non ce la fa a conformarsi ai modi di vivere degli americani di una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti degli anni ’30 del secolo scorso e passa quindi il tempo a pescare, disertare la chiesa, bere, giocare a poker e a fare amicizia con i neri.

Il fatto invece che vesta come un uomo e non dia segno di apprezzamento verso i maschi non insospettisce nessuno sulle sue inclinazioni sessuali; neppure quando finisce a gestire un bar con la sua “amica” Ruth Jamison, scappata col figlioletto dal violento marito ku klux klanista col mento sfuggente che tu non gli daresti 2 euro e invece va giù duro con chi pesa la metà di lui.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991)
la pesto perché ha il mento più maschio del mio, hai qualcosa in contrario?

Lunghissima e ben realizzata storia, sia come durata cinematografica che narrativa, tutta incentrata sulla figura femminile; dall’infanzia alla vecchiaia passando per i grandi amori, i matrimoni a tavolino e la famigerata menopausa.

Anche se molti hanno criticato il film per aver diluito la storia lesbica tra due delle quattro protagoniste al punto che molti spettatori neanche se ne rendono conto (tipo me quando lo vidi da ragazzino), bisogna dire che il messaggio di affermazione personale contro un sistema bigotto e razzista funziona bene, anche per il suo essere semplice (senza essere semplicistico).

Nota: questo film passa il test Bechdel.

VOTO:
4 Alison Bechdel e mezza

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991) voto

Titolo originale: Fried Green Tomatoes
Regia: Jon Avnet
Anno: 1991
Durata: 130 minuti