Fantozzi (1975)

Il ragioniere Ugo Fantozzi è un italiano molto piccolo borghese che lavora per una grande ditta petrolchimica parastatale, ha piccolissimi sogni da micro arrivista (la scopatina con la collega, la gita al lago, la promozione tramite leccatona di culo del mega-direttore) ed è talmente instupidito dal falso boom economico che non ne ha minimamente elevato la condizione d’ignorante proletario da non rendersi neanche conto che il suo girare come un criceto sulla ruota della gabbietta è così funzionale e imprescindibile al sistema piramidale che lo schiaccia ogni giorno in fondo al pozzo colmo di merda da smuovere perfino il divino mega direttore galattico nell’unico suo momento di consapevolezza politica.

Fantozzi (1975)

Prima trasposizione cinematografica per il famosissimo personaggio creato da Paolo Villaggio che risente inevitabilmente della natura episodica dei racconti brevi da cui il film è tratto, ma che riesce comunque a ritagliarsi una sua dimensione che si distanza anche dalle sue origine letterarie per approdare su lidi quasi surreali e cartooneschi.

Bravo Villaggio nel creare una macchietta epica e bravissimi i simpatici caratteristi che spingono Fantozzi a destra e manca tra cui ricordiamo l’indimenticabile talpa Filini, l’eterna signorina Silvani e quella canaglia del geometra Calboni che in quest’altro film tentava di sturarsi Alberto Sordi tramite il suo orifizio anale.

Ma le due cose più interessanti che ho imparato oggi sono:

1: Liù Bosisio, dopo aver interpretato i primi due film della serie, decise di allontanarsi dal personaggio di Pina per non venire identificata unicamente come la moglie di Fantozzi; tornerà sui suoi passi solo una volta per SuperFantozzi, film che segnerà anche con la sua ultima apparizione televisiva. Come doppiatrice invece Luisa ha dato vita a Marge Simpsons, Hello Spank e Doraemon!

2: il regista Luciano Salce, dopo due anni di prigionia in un campo di lavoro nazista nel quale gli verranno addirittura estratti alcuni denti d’oro che lo sfigureranno a vita, scrisse sul suo diario “1943-1945: due anni difficili”.

VOTO:
3 Salce

Fantozzi (1975) voto

Titolo: White Collar Blues
Regia: Luciano Salce
Durata: 1 ora e 48 minuti
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Brutti, sporchi e cattivi (1976)

Roma negli anni ’70 era una città gonfia di miseria e menefreghismo e quel poco che la giunta di sinistra a guida comunista riuscì a fare durante i pochi anni al governo della città eterna sono stati solo una goccia nel mare del magna magna istituzionalizzato che Roma rappresenta da praticamente 2000 anni.

E in questo film, sulla collina Monte Ciocci, a pochissimi passi dal Vaticano, a mettere in scena tutto quel carico di dolorosi scappellotti in pieno volto, abbiamo una folta manata di personaggi così borgatari che siamo oltre il neorealismo e andiamo a sondare il terreno del ridicolo e della macchietta.

Tra questi, c’è l’immigrato terrone Giacinto e la sua numerosa famiglia di piedi neri i quali, tutti assieme come nella prigione a cielo aperto chiamata Gaza, vivono in una baracca di mattoni e lamiere condividendo giacigli e sofferenze come neanche durante la repressione guerrafondaia nazista del governo ucraino golpista contro i civili russofoni del Donbass.

Ma Giacinto ha un asso nella manica, un milione di lire, frutto di un premio assicurativo per aver perso un occhio a lavoro, che lui tiene stretto stretto come un buco di culo nelle docce di Rebibbia, mentre moglie, figli e nipoti sognano di fottergli le banconote per soddisfare i loro tanti e irrisolti desideri.

Molto astio.

Brutti, sporchi e cattivi (1976)

Pellicola romanissima e allo stesso tempo quasi un prodotto da esportazione, con tutto quel carico da dodici di personaggi oltre il pasoliniano (un colpo al cuore l’apparizione mariana di Ettore Garofolo, giovane di belle speranze in Mamma Roma e qui ridotto al ritratto di un tricheco col viso striminzito).

Indubbiamente da applausi il coraggio di Nino Manfredi nel ficcare piedi e mani negli acquitrini pisciosi della baraccopoli dove si svolge il film e anche nell’interpretare un personaggio così ripugnante come Giacinto Mazzatella, ma forse la pellicola vale più per la denuncia, purtroppo quasi sterile, fine a sé stessa, che per il valore prettamente filmico.

VOTO:
3 Ettore Garofolo e mezzo

Brutti, sporchi e cattivi (1976) voto

Titolo inglese: Ugly, Dirty and Bad
Regia: Ettore Scola
Durata: 1 ora e 55 minuti
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Relic (2020)

Edna è una signora anziana che comincia a soffrire di demenza senile.

Figlia e nipote, preoccupate e spaventate dai comportamenti prima bizzarri e poi pericolosi della vecchia, cercano di far quadrare i conti facendole visita nella sua casa di legno e muffa.
Ma purtroppo c’è ben poco da fare: bigliettini sparsi per casa con le istruzioni su come comportarsi e un bel po’ di sporcizia e trascuratezza testimoniano la spirale senza ritorno in cui pian piano Edna sta scivolando, tra incubi di strani visitatori notturni e conversazioni con presenze invisibili.

Relic (2020)

Stupendo film dell’orrore che dell’orrore non è.

Compreso da pochi, visti i giudizi del pubblico spesso ingenerosi, e passato un po’ in sordina durante la pandemia da Covid che sembrava doverci travolgere come un fiume in piena e che invece ha fatto quasi un cazzo, questo film australiano molto indipendente riesce a smuovere l’animo dello spettatore grazie alla piccola storia di una donna che sta perdendo la ragione per colpa di una malattia degenerativa che scorre in famiglia e dell’impossibilità di porvi rimedio da parte di chi le sta attorno.

Costruito come film horror, con tutti i classici del genere quali ombre suoni salti improvvisi, e invece tutt’altro sotto la scorza, Relic è per questo anche quasi l’esemplificazione della storia stessa: una realtà molto più dura e indigeribile, nascosta sotto un velo pietoso di ragionevole negatività.

Di più non dirò, per non rovinarlo.
Super consigliato.

VOTO:
4 vecchi

Relic (2020) voto

Titolo brasiliano: Deterioração
Regia: Natalie Erika James
Durata: 1 ora e 29 minuti
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Spiderhead (2022)

Nella prigione di minima sicurezza fisica e massima sicurezza mentale chiamata Spiderhead, l’oligarca americano Steve Abnesti conduce esperimenti farmaceutici su cavie volontarie(?) prese dalle normali carceri statunitensi.

In cambio di padelle in rame, videogiochi e una certa libertà di movimento, insomma in cambio del normale modello carcerario norvegese, questi prigionieri sono sottoposti ad iniezioni di sostanze sperimentali che ne alterano il comportamento togliendo loro personalità e libero arbitrio.

Dopo aver visto sesso, merda e sangue, elementi apparentemente imprenscindibili in una produzione senza dignità, i personaggi sveleranno misteri che non cambiano una virgola morale ed indirizzo narrativo.

Spiderhead (2022)

Filmetto fantascientifico che ha speso la metà del budget per gli attori e l’altra metà per il cabinato di Joust e che è quindi rimasto a secco di spiccioli per pagare uno sceneggiatore che desse una direzione emotiva ad una storia che in realtà poteva anche sparare qualche colpetto e che invece si affloscia su sé stessa senza giungere né ad una disamina sociale e né ad una conclusione catartica per un pubblico oltre i 15 anni.

Un peccato, perché nonostante sia volgarmente scopiazzato da roba molto meglio come Ex Machina e Black Mirror, poteva dare un qualcosina di più sul piano dei dilemmi morali, dell’inutilità sistema carcerario e sullo strapotere degli oligarchi occidentali sulla popolazione inerme.
E invece nisba.

VOTO:
2 oligarchi e mezzo

Spiderhead (2022) voto

Titolo argentino: La cabeza de la araña
Regia: Joseph Kosinski
Durata: 1 ora e 46 minuti

Birdemic (2010)

Rod è un ragazzo con le idee chiare: lavorare il meno possibile per una compagnia high-tech e poi fuggire col malloppo una volta che la stessa verrà venduta ad uno dei pochi monopoli oligarchici su chi si regge lo strapotere americano.

Sticazzi se i lavoratori verranno licenziati per “ridondanza”, sticazzi se l’innovazione che l’azienda apportava verrà cancellata dal gigante compratore, sticazzi se si tratta di pure manovre speculative che non si basano su un’economia reale e quindi non producono vera ricchezza nel tessuto sociale.
L’importante qui è  usare la macchina ibrida, sennò l’ambiente va a farsi fottere.

Birdemic (2010)

Incredibile filmetto di serie Z che il regista ha finanziato col suo lavoro vero (quale sarà?), non ottenendo i permessi dovuti e sottopagando attori e squadra. Insomma, un capolavoro.

Potrei parlare degli orrendi effetti speciali usciti direttamente da powerpoint o le legnose interpretazioni, ma quello che mi è saltato all’occhio invece è la connessione con Max Landis, figlio di John, il regista di Un lupo mannaro americano a Londra.

Si dà il caso infatti che la giovane modella protagonista del film sia stata in passato sentimentalmente legata al giovane sceneggiatore e che, sull’onda del #meeToo, se ne sia uscita nel 2019 con un tweet nel quale riportava di vessazioni orrende e inumane subite per sua mano.

E non è l’unica: le vittime uscite allo scoperto sono almeno 8 e tutte hanno raccontato di come Max sia un pezzo di merda che si diverte nel controllare le sue prede sessuali, si ecciti nel vederle soffrire e sia in generale un maniaco sessuale con una predilezione per la violenza e l’umiliazione.

Ma perché dargli contro?
Lo sappiamo tutti che un uomo di successo si misura non con le dimensione del suo cazzo, ma con la veemenza di come agita il suo batacchio sulla scrivania del potere, diminuendo i salari e tagliandosi le tasse che verrebbero usate per migliorare la società.
Gli stronzi pensano che chi ha di più dovrebbe dare di più, ma sono dei poveri illusi; perché chi ha di più te lo ficcherà più in fondo e tu sorriderai tra le lacrime, servo del sistema.

VOTO:
1 del sistema

Birdemic (2010) voto

Titolo completo: Birdemic: Shock and Terror
Regia: James Nguyen
Durata: 1 ora e 45 minuti
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Night Stalker: caccia a un serial killer (2021)

Ricardo Leyva Muñoz Ramirez è stato un americano figlio d’immigrati messicani che si è distinto per la brutalità dei suoi crimini e la totale mancanza d’empatia verso le sue vittime.

Una dozzina d’omicidi, altrettanti tentati e un’abbondante spolverata di violenze sessuali contro donne, vecchie e bambine sono la lista della spesa per questo personaggio che nei favolosi anni ’80 californiani venne soprannominato “The Night Stalker”, il molestatore notturno, dagli avidi e spietati mezzi di comunicazione che, assetati di fluidi corporei come liceali del Mamiani di Roma, crearono l’ennesimo mostro da sbattere in prima vagina pagina.

Night Stalker: caccia a un serial killer (2021)

 

Serie televisiva banalotta e senza verve che tenta di spaventarti con gli efferati crimini di un poveraccio brutalizzato dalla vita al punto tale di sviluppare una personalità schizoide e allucinata.

Più volte associato al satanismo e stronzate simili per la sua bambinesca voglia di stupire con pentagrammi dipinti sulle mani, Richard Ramirez è stato piuttosto l’esempio perfetto di cosa costruisce una società ingiusta e violenta come quella americana: padre immigrato e alcolizzato, violenze domestiche, difficoltà economiche e cugino berretto verde dell’esercito americano che perpetrò impunemente crimini di guerra contro i poveri vietnamiti che al confronto i cosiddetti “crimini di Bucha” in Ucraina fanno ridere i polli.

Patetici i poliziotti incompetenti che non sono riusciti a fare un cazzo per 13 mesi fino a quando sono stati i cittadini di un quartiere povero di Los Angeles a prendere l’assassino.
Perché il popolo mai sarà sconfitto.

VOTO:
2 liceali del Mamiani assetati di fluidi corporei

Night Stalker: caccia a un serial killer (2021) voto

Titolo originale: Night Stalker: The Hunt For a Serial Killer
Regia: Tiller Russell e James Carroll
Durata: 4 episodi da 45 minuti

Kids Return (1996)

Due liceali giapponesi sono la croce senza delizia dei loro professori e compagni di scuola.

Truffatori, violenti e svogliati, Shinji e Masaru non intendono conformarsi alla rigida società nipponica per perseguire invece un inesistente sogno di libertà personale e gioia condivisa che neanche riescono bene a idealizzare.

Contornati da altrettanti ragazzi che tentano d’affacciarsi al cornicione della vita adulta senza mostrare il terrore puro nei loro giovani occhi, i nostri protagonisti decidono di realizzarsi in maniere alternative: il più taciturno Shinji si allenerà per diventare un pugile, mentre lo spaccone Masaru si unirà addirittura alla yakuza.

Kids Return (1996)

Film di passaggio per Kitano che, dopo l’incidente in moto che lo lasciò mezzo paralizzato, volle dimostrare di poter ancora lavorare attingendo ancor di più al suo personale passato; fondamentali in questo senso il cabaret che fece realmente in Asakusa e poi tutto il sottobosco mezzo criminale da lui segretamente ammirato.

Film dolce e triste che, seppur con alcuni piccoli inciampi, descrive con grande cura e minuscole pennellate i difficili rapporti umani del popolo giapponese costretto dentro un circolo vizioso senza apparente via di fuga.

Solo per un pubblico che ha pazienza di cogliere il non detto.

VOTO:
3 minuscoli pennelli e mezzo

Kids Return (1996) voto

Titolo originale: キッズ・リターン Kizzu Ritān
Regia: Takeshi Kitano
Durata: 1 ora e 47 minuti
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Downsizing – Vivere alla grande (2017)

Il mondo va a bottane e uno dei motivi principali è la crescita esponenziale della popolazione mondiale che sembra non avere né fine né senso.

Per tentare il colpaccio che tragga tutti dall’impiccio, uno scienziato norvegese studia e scopre il modo di miniaturizzare gli organismi viventi così da ridurre sostanzialmente l’impatto del genere umano sul pianeta Terra e comprensibilmente la tecnologia va mainstream in poco tempo, aprendo nuove frontiere al capitalismo (un nuovo mercato micro-immobiliare) e alla repressione politica (miniaturizzazione di persone sgradite).

In questo piccolo turbinio s’inserisce Paul Safranek che, impressionato come un ragazzino dalla scoperta scientifica, comincia a sognare una via di fuga dalla sua triste realtà di mediocre consumatore dal buon cuore e, passato qualche anno e qualche delusione economica, si decide a discutere il grande (si fa per dire) passo assieme a sua moglie Audrey.

Tutto sembra promettere bene: i loro miseri averi, convertiti nell’economica del micro-mondo equivarrebbero a più di 12 milioni di dollari, abbastanza per smettere di lavorare e vivere bene il resto dei loro giorni…
ma siccome la vita è puttana e Paul non ha soldi per pagarla o un coltello per sventrarla, ecco che la moglie cambia idea all’ultimo minuto e lui si ritrova miniaturizzato e divorziato, perdendo anche gran parte del denaro necessario a permettergli la bella vita, e quindi gira che ti rigira Paul finisce a lavorare al call center di Leisureland.

Coddio e sviluppi inaspettati a seguire.

Downsizing - Vivere alla grande (2017)

Piccola commedia dal grande budget (non ce la faccio a smettere con i doppi sensi da due soldi) e trionfante flop al botteghino per un autore che io ebbi l’audacia di conoscere sul grande schermo con Sideways; un’esperienza che mi lasciò con l’amarissimo in bocca per il qualunquismo dozzinale che sciorinava ogni 15 minuti, ma mi prometto di rivederlo e recensirlo che magari nel frattempo ho cambiato idea.

Qui invece, a mio modesto parere, riesce meglio il pericoloso mix tra leggerezza di modi e profondità d’argomenti e, nonostante alcuni frangenti un po’ stanchi, certi personaggi un po’ sopra fuori le righe e un cerchio narrativo non proprio completo, devo ammettere che di pane per bocche asciutte di contenuti ce n’è.

L’inutilità della fuga dalla propria realtà e la necessità dello sguardo introspettivo per ritrovare la capacità di soffermarsi sulle piccole meravigliose cose che ci circondano per poi vivere una vita che abbia non solo un senso, ma che sia anche utile ai nostri fratelli e sorelle che ci circondano, sono quelle cose anche banali in un certo senso, ma inevitabilmente vere come le pietre che ci portiamo nel cuore.

Consigliato, nonostante le imperfezioni.

VOTO:
3 pietre e mezzo

Downsizing - Vivere alla grande (2017) voto

Titolo: Downsizing
Regia: Alexander Payne
Durata: 2 ore e 15 minuti
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Noi e la Giulia (2015)

3 falliti pensano bene di aprire un agriturismo trasformando un vecchio casale che si erge in terra di camorristi in un posto per fricchettoni che fanno yoga nel cortile mentre viene servito loro del vino di merda per intontirli e farli ridere della loro vita da stronzi.

Un piano perfetto, un piano giusto, un piano papagno; eppure i camorristi chiedono il pizzo balordo e tu non gli vuoi dare i soldi che hai rubato ai fricchettoni per farti le canne in bagno e le pippe in balcone. NO NO.

No, tu i soldi te li vuoi tenere… a costo di rinchiudere i camorristi nel seminterrato e seviziarli con la corrente elettrica sparata sui coglioni mentre si cacano sotto dalla paura e i cani urlano e sbavano a un centimetro da loro cazzo.

Sangue, lacrime, disperazione; sembra un film di Checco Zalone e invece è Noi e la Giulia, un film per famiglie.

Noi e la Giulia (2015)

Pellicola divertente e senza pretese che si pone su un livello leggermente superiore alla solita storiella sui drammi esistenziali dei 30enni italiani grazie ad una sua certa dose di candore idiota, probabilmente direttamente ereditato da chi lo ha realizzato.

Banalità a palate, recitazioni da sberle e un finale pensando d’essere Truffaut sono gli ingredienti giusti per passare una serata in pace con il tuo dio. Quello con le orecchie da porco.

VOTO:
3 orecchie

Noi e la Giulia (2015) voto

Titolo inglese: The Legendary Giulia and Other Miracles
Regia: Edoardo Leo
Durata: 1 ora e 55 minuti
Compralo: https://amzn.to/3wvvkO4

Tolo Tolo (2020)

Checco Zalone è pieno di debiti perché continua a fare una scelta imprenditoriale disastrosa dopo l’altra fino a quando, arrivato alla cifra di quasi mezzo milione d’euro, l’unica alternativa rimasta è andare a misurare il cazzo a tutti i cannibali del Congo.

Finito in mezzo ad attacchi terroristici e messosi in testa di sfruttare la sua presunta morte per sfuggire al fisco, Checco intraprende la tremenda traversata sahariana dei migranti africani per giungere in Europa da illegale e rifarsi una vita in Liechtenstein.

Un piano geniale, che dico, fantastico, ma no meglio, una cazzata pazzesca.
E infatti finiscono presto per subire tutte le storture del mondo: furti, stupri, annegamenti e disfatte morali senza però finire mai zampe all’aria, perché siamo pur sempre di fronte ad una commedia.

Tolo Tolo (2020)

Ci sono poche a questo mondo che evidenziano quanto dio non esista e tra tutte sicuramente spicca il fenomeno Checco Zalone.

Va detto forte e chiaro che i film di e con Luca Pasquale Medici, vero nome dell’orribile personaggio pugliese tanto amato dal pubblico italiano, sono certamente semplicioni e buonisti, con tutta la loro finta anti-retorica che vorrebbe andare contro ma che invece è ben incanalata come lo era il cazzo di Raimondo Vianello dentro la vagina di Sandra Mondaini, eppure non sono mai brutti o fatti male o stupidi o detestabili in ogni loro parte.

I messaggi che lanciano sono persino in alcuni frangenti condivisibili e in casi come questo, mettendo in scena il periglioso cammino del migrante agli occhi di un pubblico generalista, persino audaci, ma rimangono indissolubilmente legati al macchiettismo italico più basso e tra un sorriso e l’altro ti fanno salire la pazza scimmia della bestemmia gratuita.

Porco dio.

VOTO:
2 scimmie e mezza

Tolo Tolo (2020) voto

Titolo di lavorazione: L’amico di scorta
Regia: Luca Medici
Durata: 1 ora e 30 minuti
Compralo: https://amzn.to/3uwgIeT

I soliti ignoti (1958)

Roma nel dopoguerra era una fogna a cielo aperto dove un brulicare di spaesati e assatanati morti di fame si contendevano la pagnotta quotidiana a suon di truffe e scippi mentre una ristrettissima cerchia elitaria di liberali godeva del benessere costruito alle/sulle spalle del popolo sovrano.

Nell’eterna periferia scheletrica di quartieri in costruzione o semi distrutti dalle bombe americane, si muovono 5 criminali da strapazzo che hanno in mente di svoltare con un colpo al monte di pietà, che messa così è già tutto un programma, perforando una parete di un appartamento adiacente così da giungere alla cassaforte coi gioielli.

Non sarà facile come sperano e la vita cagna ricorderà loro lo strato sociale nel quale dovranno smelmare per il resto della loro miserevole vita.

I soliti ignoti (1958)

Film fondamentale della cinematografia italiana e capostipite della cosiddetta “commedia all’italiana”, I soliti ignoti è stato scritto dai famosi Age e Scarpelli, autori tra i più prolifici del genere, e diretto da Monicelli, che non ha bisogno di presentazioni.

Girato per le strade e i palazzi di una Roma fottuta dal capitalismo e pieno di personaggi miserevoli e detestabili che non inducono al classico compatimento cristiano, ma che invece sfidano lo spettatore ad andare oltre i propri schematismi mentali per giungere alla conclusione che, quando i liberali stanno al potere, il più pulito c’ha la rogna, questa pellicola è anche e soprattutto molto divertente.

Consigliarlo sarebbe ovvio… posso invece sbloccarvi un ricordo: Monicelli è morto a 95 anni gettandosi da una finestra dell’ospedale San Giovanni di Roma perché malato di cancro alla prostata; tumore dal quale Silvio Berlusconi è guarito brillantemente.

VOTO:
5 Berlusconi

I soliti ignoti (1958) voto

Titolo inglese: Big Deal on Madonna Street – Persons Unknown
Regia: Mario Monicelli
Durata: 1 ora e 39 minuti
Compralo: https://amzn.to/3KoUS3d

When the Levees Broke (2006)

Il 23 agosto del 2005 un uragano di categoria 5, quella più grande e devastante, si formò nel mar delle Antille mettendosi in rotta di collisione con isole, isolotti e terraferma e portando tutta la sua potenza in aree densamente popolate, con le conseguenze che è facile immaginare.

Il 28 agosto raggiunse New Orleans, una città per la stragrande maggioranza sotto il livello del mare e quindi a rischio inondazioni ma, e qui viene il “bello”, senza un’adeguata protezione come esiste in paesi civili, vedi Olanda, che non spendono il 10% del budget annuale in armamenti ma in dighe e politiche di stampo socialista.

Anche se la città della Louisiana che ha ospitato per anni il genio incompreso chiamato Tommy Wiseau era stata in parte abbandonata dai cittadini, come le amministrazioni liberiste avevano e hanno sempre abbandonato il popolo che le foraggia, molti erano però rimasti indietro; chi perché scettico del pericolo, chi perché anziano o infermo o incapace di deambulare e chi, ancora più tristemente, perché così povero ed escluso dalla vita civile da non avere i mezzi economici per affrontare un esodo.

Un numero incalcolabile di danneggiamenti hanno fatto sprofondare ancora di più nella merda una delle città più disagiate degli Stati Uniti e e circa 700 persone sono morte; questo documentario è dedicato alla loro memoria.

When the Levees Broke (2006)

Lungo e dettagliata opera di Spike Lee che analizza punto per punto, e a volte forse si accusa questo didascalismo, il letterale disastro dell’amministrazione fascio-liberista di Bush figlio che è sempre stata pronta a fare la guerra ad un popolo di beduini all’altro capo del mondo mentre si è trovata incapace o peggio ancora disinteressata ad intervenire per salvare cittadini americani che annegavano a poche centinaia di chilometri dalla capitale.

Tantissime interviste che disegnano una costellazione di volti multi razziali, multi culturali e multi classe si affastellano senza un minuto di pausa per ben 4 ore lasciando lo spettatore senza fiato come lo è chi fugge da un uragano; una soluzione probabilmente solo accidentale, ma che alla fine, nonostante uno avrebbe qualcosa da ridire sullo stile da horror vacui caciarone caciottaro di Spike Lee, non lascia indifferenti.

Più potente nella prima parte, fino al racconto del disastro con i patetici argini di lamiera che hanno prevedibilmente ceduto, e meno coinvolgente nella seconda dove si parla del come tante persone siano morte non tanto per l’uragano in sé ma per la mancanza di cibo, acqua e cure mentre l’esercito più grande e più ricco del mondo sedeva nelle sue basi sparse in tutto il globo.

Da vedere se interessati all’argomento o molto politicizzati contro i fascio-liberali perché non è bellissimo e non trascende i confini del documentario per diventare film…

…e però anche dopo 20 anni resta toccante e indimenticabile il racconto dell’afroamericano che ha visto morire davanti ai suoi occhi l’anziana madre in carrozzina, piegata su sé stessa sotto un sole cocente, mentre aspettavano invano gli autobus governativi di trasferimento.

VOTO:
3 caciotte

When the Levees Broke (2006) voto

Titolo esteso: When the Levees Broke A Requiem in Four Acts
Regia: Spike Lee
Durata: 4 atti da 1 ora
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