Italoamericani (1974)

Un pranzo a casa dei genitori di Martin Scorsese mentre la madre cucina polpette e pasta al sugo e il padre cerca in tutti i modi di distanziarsi fisicamente dalla sua signora, come uno si discosterebbe dal vicino puzzone sulla metropolitana.

Spronati dal giovane regista a  raccontare le loro vite e quelle dei loro genitori immigrati, la madre è un fiume in piena, gioiosa e amichevole nella sua sincera franchezza, mentre il padre si mantiene più sulle sue.
Molti episodi interessanti disconnessi l’uno dall’altro fanno di questo un piccolo pertugio dal quale scrutare il mondo nel quale Martin è cresciuto: piccoli appartamenti in quartieri poveri e sovrappopolati.

Non è fondamentale, ma vale la pena per chi vuole approfondire il personaggio Scorsese.

VOTO:
3 polpette

Italoamericani (1974) voto

Titolo originale: Italianamerican
Regia: Martin Scorsese
Durata: 49 minuti

Pass Thru (2016)

Un’intelligenza artificiale aliena dal futuro prende le sembianze di un vecchio eroinomane appena morto di overdose e con queste grottesche fattezze comincia a seminare il panico nel deserto facendo morire la bellezza di 300 milioni di persone perché ritenute “cattive” e quindi un impedimento alla continuazione della vita sulla Terra.

Nel mentre Thgil, questo il nome che l’intelligenza aliena ha scelto per se stessa, tenta anche di fottersi una giovane cinese, visto che non esiste un genocidio senza la sua giusta dose di cannibalismo porno delle minorenni.

Pass Thru (2016)

Tra i minori della grandiosa filmografia del celebre regista americano contemporaneo, ma comunque capace di regalare momenti assolutamente epici, tipo quando Thgil dice ad un gruppo di immigrati di tornare al loro paese, Pass Thru è anche e soprattuto la cura definitiva contro il cancro.

VOTO:
1 immigrato e mezzo

Pass Thru (2016) voto

Titolo inventato: Passata di pomodoro
Regia: Neil Breen
Durata: 1 ora e 30 minuti

Fed Up (2014)

E se la causa del tuo essere un ciccione stronzone non fosse nel sedentarismo ma nella quantità di zuccheri presenti nei cibi preconfezionati che compri al supermercato american style?

Questo è quello che vuole provare questo documentario che, nonostante una visione un po’ manichea del problema perché secondo me e il Papa non si può deresponsabilizzare completamente le persone dal loro problema, pone però l’accento sulla questione principale dell’obesità americana e conseguentemente mondiale, ovvero la mancanza di un regime alimentare sano costituito principalmente da frutta e verdura ed invece l’uso sconsiderato di cibi precotti e preconfezionati ricchi in zucchero, una sostanza che dà una dipendenza simile alle droghe più famose e che viene pubblicizzata in televisione, prendendo di mira specialmente minorenni e classi meno abbienti.

VOTO:
3 droghe

Fed Up (2014) voto

Titolo russo: Сыт по горло
Regia: Stephanie Soechtig
Durata: 1 ora e 32 minuti
Compralo: https://amzn.to/3Ugenm3

Nimona (2023)

In un regno tecnologicamente futuristico e politicamente medievale, governato da una regina nera e difeso da cavalieri omosessuali, avviene un fatto incredibile: per la prima volta nella storia un normale villico sta per essere nominato cavaliere de sto cazzo e molti sudditi borbottano per questo cambio di passo.

E ovviamente avevano ragione, visto che il villico cavaliere Ballista CuoreStrafottente tira una schioppettata laser in bocca alla regina nera per poi essere inghiottito dalle viscere della terra e darsi alla macchia.

Incidente, cospirazione, tradimento?
Ballista grida la sua innocenza di fronte al popolo e al suo frocissimo fidanzato Ambrogio Cazzodorato, ma il fatto che cominci a girare accompagnato da un transessuale millenario che può trasformarsi in qualsiasi cosa gli venga in mente non aiuta la sua causa.

Nimona (2023)

Allora, tralasciando che questo cazzo di film è chiaramente indirizzato a chi soffre di disturbo dell’attenzione per questo suo irritante ritmo da video sincopato di youtube dal 2015, con l’eliminazione sistematica delle fisiologiche pause che danno sapore ad un altrimenti serie infinita di suoni che provengono dalle vostre fottute bocche mannaggia la madonna.
E Tralasciando anche l’evidente attacco alla famiglia tradizionale, composta da padre ottantenne, madre minorenne e figlio concepito con un fantasma divino.

La cosa che maggiormente affossa un film che parte già deficitato, perché concepito per deficienti, è l’insopportabile teoria liberal-capitalista secondo cui un sistema politico piramidale va bene fintantoché permette i matrimoni omosessuali; perché sì Ambrogio Cazzodorato può essere un cavaliere reale, nessuno lo discrimina, ma l’importante è che giuri cieca obbedienza alla monarca che regna sulle spalle e col sudore della fronte di milioni di persone.

Una roba talmente ridicola, già all’epoca della democrazia ateniese, figuriamoci oggi, che solamente i nostri sistemi, liberali coi diritti civili e repressivi coi diritti dei lavoratori, possono mettere in scena senza sentire l’urgenza di tirarsi una scatarrata dritta in bocca a picchiare l’ugola mentre espettano un do di petto.

Perché tu devi capire che Israele è l’unica democrazia del medioriente perché un frocio può passeggiare sul lungomare senza essere gambizzato; anche se quel lungomare è stato strappato ai denti di bambini palestinesi maciullati e bruciati vivi dalla bombe al fosforo sganciate da un regime coloniale e razzista quale è quella perla di putridume che molti si ostinano a chiamare Israele quando invece il nome più adatto sarebbe terra dei figli di puttana da sventrare e appendere per i piedi in piazza mentre noi gli pisciamo in bocca.
Luridi pezzi di merda sionisti che ammorbano il nostro pianeta.

E Nimona è esattamente questo: un film dove viene abbastanza esplicitamente detto ai poveri bambini sottoposti a tale scempio che un matrimonio omosessuale o la finale accettazione di un transessuale in società è più importante della messa in discussione del sistema politico reggente.
Quando un uomo bacia un uomo va bene, perché non rovescia la monarchia; tirare una schioppettata in bocca alla regina ovviamente no.

E allora dovete morire all’inferno maledetti propugnatori non della teoria-gender, come alcuni stoltamente affermano voi siate, ma fottuti spacciatori dozzinali di messaggi conformisti e d’obbedienza.

Ricordatevi: con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re.

VOTO:
2 budella e mezzo

Nimona (2023) voto

Titolo giapponese: ニモーナ
Regia: Nick Bruno, Troy Quane
Durata: 1 ora e 41 minuti
Compralo: https://amzn.to/3xie55e

Wild Bill (2011)

Bill esce di galera dopo 8 anni e trova una situazione disastrata: figli cresciuti senza di lui, compagna scappata in Spagna col nuovo fidanzato ed un cesso sporco come Bombay.

Diviso tra la necessità di reintegrarsi nel tessuto sociale senza però ricadere nei vecchi brutti giri e l’impossibilità di fuggire dai fantasmi del proprio passato, Bill tenterà con le migliori intenzioni di barcamenarsi tra amici criminali, figli alla deriva e le sfighe cosmiche che si concentrano su di lui.

Wild Bill (2011)

Bel film molto inglese e molto simpatico (da sottolineare perché non sempre le due cose vanno di pari passo), Wild Bill affronta senza pesantezza, ma senza rinunciare ad una vena di cruda realtà, le disavventure del sottoproletariato urbano inglese, parzialmente comuni a tanti altri paesi.

Ma soprattutto, la storia di un uomo senza particolari qualità che cerca di prendere la strada migliore date le avverse circostanze è un bel monito per quelle teste di cazzo liberali che si sentono sempre in dovere di fare la ramanzina alle classi svantaggiate dal sistema corrotto che permette loro di comprarsi la casetta ad Ansedonia.

Papagni sul grugno ci vorrebbero, altro che spiaggette e apericene.

VOTO:
4 apericene

Wild Bill (2011) voto

Titolo giapponese: ワイルド・ビル
Regia: Dexter Fletcher
Durata: 1 ora e 38 minuti
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C’è ancora domani (2023)

Delia è madre, moglie e nuora.
Non ha una sua identità, ma esiste solo ed unicamente in funzione di un maschio ed ecco quindi che il marito, il suocero o i figli le spiaccicano in faccia l’unico possibile volto da poter esporre in società, l’unico in una città, un paese e un’epoca intrise di patriarcato.

Delia ha uno spirito arguto, una piccola voglia di rivalsa nei confronti di tutti quelli che la schiacciano, la riempiono di botte e la sottopagano solo perché lei è una donna; ma non è ancora tempo per le rivendicazioni di classe, figuriamoci quelle di genere.
E’ finita da poco la seconda guerra mondiale e le donne non possono uscire di casa senza permesso, devono stare zitte quando parlano gli uomini, non possono gestire i soldi, non hanno diritti; una condizione di totale sottomissione che troverà sfogo solo 30 anni dopo con gli anni della rivoluzione culturale e le conquiste sociali della sinistra internazionale, ottenute a suon di schiaffi in bocca e manganellate.

Delia quindi, anche se dentro è ancora ribelle, vive oramai in maniera rassegnata la sua vita, ma non vuole che la figlia faccia la sua stessa fine solo perché questa ha fretta di scappare di casa nell’unica maniera che a quel tempo era possibile per una donna: con un matrimonio.

C'è ancora domani (2023)

Un capolavoro assoluto.

La storia della donna Delia, romana vessata dai nostri nonni con le botte e le minacce, che ha 3 lavori ma non ha diritto a tenersi niente dei soldi che porta a casa, che trova il tempo di parlare con le persone solo nel tragitto tra una faccenda e l’altra, è la storia delle donne che hanno fatto la mia Roma, la nostra Italia e alle quali non è mai stato riconosciuto questo ruolo fondamentale perché purtroppo a questo mondo ci sono persone che pensano che non siamo tutti uguali.

E questo racconto femminile e femminista, che solo apparentemente parte solitario e invece si risolve coralmente attraverso i mal comuni di Delia e delle altre donne che inaspettatamente si ritroveranno dallo stesso lato della barricata, ci regala un finale meraviglioso che è anche la parte più straordinaria del film, ovvero: Delia conquista la sua fuga dalle ingiustizie senza l’aiuto dell’ennesimo uomo, ma attraverso le sue forze e quelle delle tante altre donne che spesso compongono i film che vediamo tutti i giorni in ruoli defilati e che qui invece si meritano i tanto agognati primi piani.

Come amava ripetere il povero Luigi Di Maio, non puoi fermare una cascata con le mani e finché ci saranno quelli che apriranno bocca per dare voce a chi voce non ce l’ha, allora forse le cose cambieranno.

Con solo questa lingua in bocca
E se mi tagli pure questa
Io non mi fermo, scusa
Canto pure a bocca chiusa

VOTO:
4 lingue lunghe e mezza

C'è ancora domani (2023) voto

Titolo inglese: There’s Still Tomorrow
Regia: Paola Cortellesi
Durata: 1 ora e 58 minuti

Un affare di famiglia (2018)

Una bambina maltrattata dai suoi genitori naturali viene presa in casa (rubata) da una famiglia atipica composta da individui un po’ malandrini uniti non dal sangue, ma dal senso di solitudine che pervade i loro cuori.

Ovviamente questa vita ai margini fatta di sotterfugi e furtarelli per tirare a campare un altro giorno ed uno ancora non potrà durare a lungo, specialmente quando la polizia cercherà la bambina scomparsa.

Un affare di famiglia (film 2018)

E’ una Tokyo diversa dalla solita metropoli illuminata e futuristica quella che fa da sfondo a questa storia familiare di una famiglia che famiglia non è: 6 diverse persone condividono una casa con spazi angusti e sporchi perché quello è anche l’unico posto dove si sentono voluti bene e dove sanno che almeno non moriranno soli, come dice l’anziana padrona di casa osservando l’allegra combriccola bagnarsi i piedi al mare.

Il regista è lo stesso di Ritratto di famiglia con tempesta e di quel particolarissimo film che ho cercato disperatamente per 15 anni dopo averlo visto casualmente una notte su Fuoriorario, ed ancora una volta decide di portare sullo schermo il tema dei legami affettivi, familiari, amorosi non corrisposti, temi probabilmente molto cari ad un uomo del paese del sol levante.

Ha vinto la Palma d’oro a Cannes, ma secondo me è una reazione un po’ esagerata.

VOTO:
3 Ghezzi e mezzo

Un affare di famiglia (film 2018) voto

Titolo originale: 万引き家族 (famiglia di taccheggiatori)
Regia: Hirokazu Koreeda
Durata: 2 ore e 1 minuto
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Cane bianco (1982)

L’aspirante attrice Julie Sawyer ha delle microtette che spera possano servirle da grimaldello per entrare nel fantastico mondo del cinema, ma purtroppo le manca quella cosa chiamata talento.

In compenso riesce ad investire un grande cane bianco di cui ben presto microtette Sawyer si fida ciecamente (come del suo ginecologo) ed intende perciò tenerlo in casa come suo amante; e però niente, pure qui una delusione perché si scopre che l’animale è razzista e attacca le persone nere per staccare loro la giugulare.
L’unico in grado di ricondizionare il cane sembra essere un domatore circense nero con una passione felina per gli hamburger, ma siamo sicuri riuscirà nell’impresa senza perdere la verginità?

Cane bianco (1982)

Purtroppo la stessa persona che fece quell’interessantissimo bel film chiamato Shock Corridor è anche la stessa che ha vomitato questa cacata fredda sul marciapiede dietro la Conad.

Sì, cacata perché nonostante il chiaro intento anti-razzista, il film è un concentrato di spinte reazionarie che neanche Italia Viva del giullare di Rignano:
-il ragazzo di microtette le dice di tenere il cane per autodifesa e la sera stessa uno “stupratore” le imbocca in casa per suggere il suo nettare.
-chi ha educato il cane ad essere razzista è un dignitosissimo vecchio poveraccio che vive in roulotte, ma è povero quindi stupido quindi razzista.
– il razzismo è come un’infezione e non può essere curata.

Non tutti sanno che:
– il film doveva essere girato da Roman Polanski, ma poco prima dell’inizio delle riprese il nostro caro Roman fu accusato di stupro di minorenne e scappò come un coniglio in Francia protetto dai suoi amici pedofili mangia rane.
– il film è stato praticamente bandito in madrepatria per il suo contenuto altamente controverso ed è rimasto una sorta di underground classic cult per tantissimi anni fino ad un recente restauro e riscoperta.
– il film è tratto dall’omonima novella autobiografica di Romain Gary che una volta sfidò Clint Eastwood a duello dopo aver scoperto che si ciulava sua moglie.
– il giullare di Rignano è Matteo Renzi.

VOTO:
2 giullari

Cane bianco (1982) voto

Titolo originale: White Dog
Regia: Samuel Fuller
Durata: 1 ora e 30 minuti
Compralo: https://amzn.to/3EAbsfu

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Hanno aperto un centro accoglienza immigrati in un quartiere popolare e problematico di Roma e ovviamente è scoppiata l’eterna bagarre tra chi non vuole concorrenza mentre spaccia la droga in piazza, i fascisti, e quelli dell’area comunista/antagonista.

Nel frattempo torna nel quartiere un vecchio amico di Zerocalcare, il corpulento Cesare, che dopo tipo 20 anni in comunità si caca sotto all’idea di dover affrontare nuovamente i demoni di un passato quanto mai presente nelle periferie capitaliste che ci siamo meritati dopo 70 anni di governi liberali.

E Secco vuole sempre il gelato.

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Rispondendo all’enigma posto nella recensione della precedente stagione, possiamo confermare che alla fine Zerocalcare la fica sotto al naso se l’è gustata come non ci fosse un domani.
E non solo: ci si è fatto pure una ricca pippa, e l’ha fatta pure a quello che gli sedeva accanto, e pure al prossimo, via via fino all’ultimo della fila che stava lì solo per i popcorn buoni.

I temi trattati sono interessanti (anche se solo parzialmente affrontati, come da manuale Cencelli-Zerocalcare) e molte sono le riuscitissime trasposizioni visive di concetti e sentimenti anche abbastanza complessi (Cesare come una pietruzza che affonda nell’oceano, il faro Sara d’Alessandria), e quindi non si può certo definire brutto… tutt’altro.

E però c’è sempre quel sentito sentimento di dispiacere per un autore che, forse colmo delle sue ansie, sembra sempre non voler prendere di petto le questioni che, seguendo il suo pensiero critico anarco-comunista-straight-edge, dovrebbe invece prendere a sassate sui denti.
Pietose in questo senso appaiono le sue patetiche giustificazioni, tipo sul perché chiama “nazisti” quelli che sono palesemente “fascisti del terzo millennio”.
Li avesse chiamati ratti o figli di puttana o purulenti cancri anali da scorticare con le unghie luride di un australopiteco liberale avrei pure chiuso un occhio, ma un generico nazista, così, spiattellato manco fossimo i Blues Brothers, proprio no.

E Walter Veltroni, svenuto e portato a braccia da due malati d’aids africani, continua ad essere un fottuto traditore.

VOTO:
3 Veltroni

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023) voto

Titolo inglese: This World Can’t Tear Me Down
Creatore: Zerocalcare
Durata: 6 episodi da 30 minuti circa

L’estate di Kikujiro (1999)

Masao è un ragazzino che vive con la nonna perché il padre non risulta reperibile e la madre lavora in un’altra città per mantenere il figlio.

All’inizio dell’estate, tra noia e solitudine, Masao scopre per caso una foto della genitrice e decide quindi di andare a trovarla, accompagnato da Kikujiro, il marito poco di buono di una vicina di casa, che lo porterà al centro scommesse, ad ubriacarsi e a tutta una serie di robe che il telefono azzurro levati.

E però, nonostante la profonda differenza caratteriale (o forse la differente fase di crescita) tra i due protagonisti, l’uno irascibile e violento e l’altro silenzioso e triste, il duo troverà una quadra, e nel loro rapporto e nei confronti del mondo ostile che difficilmente accetta i tipi che escono fuori dai canoni convenzionali.

L'estate di Kikujiro (1999) voto

Pellicola molto dura nei temi ma spensierata nei modi che rappresenta quasi un’eccezione nella filmografia di Takeshi Kitano, in genere molto più cupo e pessimista, anche se sempre incline al tema dell’assurdo.

Sviluppato nel più classico dei modi, ovvero il road movie episodico, Kikujiro no natsu è indubbiamente accattivante per il cuor leggero con cui affronta l’abbandono, la crudeltà, l’incomunicabilità, il tradimento e tante altre belle cose, ma proprio per questo, per questa digeribilità ad un pubblico meno avezzo all’asciuttezza giapponese, forse si colloca un pelo sotto altre opere dello stesso Kitano.

Ad ogni modo è sicuramente molto bello, non c’è dubbio; va solo preso per il verso giusto da chi si aspetta un film criminale.

VOTO:
3 piovre e mezza

L'estate di Kikujiro (1999) voto

Titolo originale: 菊次郎の夏 – Kikujirô no natsu
Regia: Takeshi Kitano
Durata: 2 ore e 2 minuti
Compralo: https://amzn.to/433ibbL

The Menu (2022)

Hawthorn è un ristorante di altissimo pregio situato su un’isoletta privata e gestito in maniera più che maniacale da una di queste star della cucina che insozzano il discorso contemporaneo, chef Julian Slowik.

11 ricchi commensali, disposti a sborsare 1250 dollaroni a capoccia per un’esperienza culinaria della madonna, si ritrovano a vivere sulla propria pelle il menu più unico che raro mai concepito da testa pensante, mentre tu che guardi il film passerai il tempo a toccarti le gonadi con maniacale sconsideratezza.

The Menu (2022)

Un bel film, finalmente un bel film.

Dopo aver passato a bestemmiare appresso a filmerda o giustificarmi di fronte a buoni film con trame a cui però mi aggrappavo con tutti i coglioni per il discostamento dai mei gusti archetipici, ecco finalmente una pellicola che per me funziona senza sforzo e che, dal basso della solita critica alla classe dominante un po’ edulcorata e quasi auto-assolutoria nella sua impraticabilità, rimane comunque meglio di qualsiasi liberale del cazzo che vuole spiegarci come il mondo capitalista sia il migliore dei mondi possibili.

Verremo a prenderti.
E piangerai.

VOTO:
4 liberali in lacrime

The Menu (2022) voto

Titolo uzbeco: Menyu
Regia: Mark Mylod
Durata: 1 ora e 47 minuti
Compralo: https://amzn.to/3x24M5T

Fantozzi (1975)

Il ragioniere Ugo Fantozzi è un italiano molto piccolo borghese che lavora per una grande ditta petrolchimica parastatale, ha piccolissimi sogni da micro arrivista (la scopatina con la collega, la gita al lago, la promozione tramite leccatona di culo del mega-direttore) ed è talmente instupidito dal falso boom economico che non ne ha minimamente elevato la condizione d’ignorante proletario da non rendersi neanche conto che il suo girare come un criceto sulla ruota della gabbietta è così funzionale e imprescindibile al sistema piramidale che lo schiaccia ogni giorno in fondo al pozzo colmo di merda da smuovere perfino il divino mega direttore galattico nell’unico suo momento di consapevolezza politica.

Fantozzi (1975)

Prima trasposizione cinematografica per il famosissimo personaggio creato da Paolo Villaggio che risente inevitabilmente della natura episodica dei racconti brevi da cui il film è tratto, ma che riesce comunque a ritagliarsi una sua dimensione che si distanza anche dalle sue origine letterarie per approdare su lidi quasi surreali e cartooneschi.

Bravo Villaggio nel creare una macchietta epica e bravissimi i simpatici caratteristi che spingono Fantozzi a destra e manca tra cui ricordiamo l’indimenticabile talpa Filini, l’eterna signorina Silvani e quella canaglia del geometra Calboni che in quest’altro film tentava di sturarsi Alberto Sordi tramite il suo orifizio anale.

Ma le due cose più interessanti che ho imparato oggi sono:

1: Liù Bosisio, dopo aver interpretato i primi due film della serie, decise di allontanarsi dal personaggio di Pina per non venire identificata unicamente come la moglie di Fantozzi; tornerà sui suoi passi solo una volta per SuperFantozzi, film che segnerà anche con la sua ultima apparizione televisiva. Come doppiatrice invece Luisa ha dato vita a Marge Simpsons, Hello Spank e Doraemon!

2: il regista Luciano Salce, dopo due anni di prigionia in un campo di lavoro nazista nel quale gli verranno addirittura estratti alcuni denti d’oro che lo sfigureranno a vita, scrisse sul suo diario “1943-1945: due anni difficili”.

VOTO:
3 Salce

Fantozzi (1975) voto

Titolo: White Collar Blues
Regia: Luciano Salce
Durata: 1 ora e 48 minuti
Compralo: https://amzn.to/3H8rRKK