Black Friday (2004)

Nel 1993 a Mumbai (allora ancora chiamata Bombay) ci furono violenti attacchi terroristici (perpetrati da alcuni mussulmani) che devastarono in ordine sparso la Borsa nazionale, un importante mercato, la sede di un partito fascista-xenofobo-fondamentalista-hindu et vari ed eventuali.
Un totale di 293 persone morirono e quasi 1400 furono i feriti in quello che è comunemente ricordato come il peggior drama della storia bombaiana.

Black Friday (2004)

Materiale per fare un film quindi ce n’era da vendere, ma Anurag Kashayap, la cosiddetta stella nascente (o nata) del nuovo cinema indiano ne ha tirato fuori un pippone incredibile, una cosa noiosa e verbosa lunga 3 ore che cerca di analizzare tutti i dettagli dell’operazione finendo inevitabilmente per impelagarsi in un mare di non necessarie informazioni.

I personaggi sono almeno una trentita ed il signor Kashayap non è Altman; il risultato quindi è una generale confusione nella quale nessuno dei personaggi viene analizzato in profondità e contestualizzato propriamente.
Un’operazione encomiabile per lo sforzo, ma povera dal punto di vista del coinvolgimento emotivo/intellettuale con lo spettatore medio che spesso si trova a sbuffare tra una scena completamente virata in blu (senza alcun motivo) e quella di un interrogatorio totalmente in rosso, perché rosso è il colore del sangue…
grazie Anurag per questo simbolismo spiccio e dozzinale!

L’unica cosa buona del film è che si mette bene in luce quanto questi attacchi terroristici fossero in realtà la reazione alla demolizione (totalmente ingiustificata) di una moschea indiana di 400 anni per mano di stupidi fondamentalisti hindu nel 1992, l’anno prima della tragedia in questione.
Purtroppo però gli intenti non possono salvare l’opera e questo film sull’odio e la violenza (si cita la frase di Gandhi “occhio per occhio rende il mondo cieco”) è decisamente uno dei meno ispirati che io abbia mai visto.

PS: per favore Bollywood, potresti sfornare un, dico uno, film buono? Uno buono da vincere un festival? Non dico 4 festival, o 3 e nemmeno 2, uno. Grazie.

Titolo originale: Black Friday
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2004
Durata: 143 minuti

Love, Sex Aur Dhokha (2010)

Amore, Sesso e Tradimento è il titolo di questo interessante film che, sotto un velo di spensierata scopiazzatura di tutto ciò che è venuto dopo The Blair Witch Project, tratta 3 temi molto importanti (e molto sottaciuti ) della nuova India turbo-fascio-capitalista.

Il film si apre con un finto promo della finta casa di distribuzione del film stesso che, tra roboanti effetti video stile MTV anni ’80 ed errori grammaticali, prepara il pubblico alla visione di 3 storie vere catturate da telecamere digitali all’insaputa, e non, delle persone riprese.

Il voyerismo, si sa, è vecchio come il mondo ed esempi di tale genere si trovano ovunque, in occidente come in oriente (basti pensare alle miniature Mogul che ritraggono principi e principesse nei loro giardini privati mentre si intrattengono con concubine, poeti, cantori e quant’altro).
La cosa interessante di Love Sex aur Dhokha è invece il suo dito puntato contro il sistema dei media indiani, sempre più propensi a sbattere in prima pagina scandali o presupposti scandali, meglio ancora se dietro ci sono storie di amore, sesso e tradimento (a cui il titolo fa riferimento).

Il film quindi da una parte intrattiene il suo pubblico dandogli (nonostante i tanti problemi con la censura e i tagli) ciò che promette fin dal titolo e dall’altro lo colpevolizza proprio per questo.

Nel frammentre le storie parlano di un’India che (come al solito) non finisce in prima pagina, o se ci finisce lo fa alla “Novella 2000”; un’India fatta di matrimoni inter-caste, violenza, ignoranza, sopraffazione delle donne, sistema patriarcale, televisioni corrotte, giornalisti venduti, prostituzione sui set di Bollywood e chi più ne ha più ne metta.

Il regista Dibakar Banerjee invece cerca, per quanto possibile in un’India ancora molto arretrata culturalmente, di fermarsi a riflettere un minuto su quello che ci accade attorno senza che le luci dei riflettori si accendano a dargli la giusta risonanza.
Come se non bastasse poi c’è il risvolto tecnico-narrativo per cui le tre storie si svolgono (quasi) contemporaneamente e quindi i personaggi di una confluiscono nelle altre dando vita ad un tarantiano (per i più giovani) Kubrickiano (per i più vecchi) ripetersi di eventi sotto un nuovo punto di vista (quello dei nuovi personaggi che assistono alle vicende di quelli del precedente episodio).

Niente male insomma.

Titolo originale: LSD: Love, Sex Aur Dhokha
Regia: Dibakar Banerjee
Anno: 2010
Durata: 155 minuti

Kaminey (2009)

“Kaminey” in Hindi vuol dire più o meno “bastardi” e guardando questo film si rimane interdetti su quali personaggi siano effettivamenti questi fantomatici bastardi.

Sono forse i due protagonisti (fratelli gemelli, uno buono e uno cattivo)?
O forse i loschi criminali facenti capo a Sunil Bhope, un corrotto criminale estremista di destra nazionalista e xenofobo che fonda la sua carriera politica sull’odio verso gli immigrati (un evidente ritratto di Bal Thackeray, odioso politico a capo dello Shiv Sena, partito al potere in Mumbai da molti anni)?
Oppure sono tutti gli abitanti di questa sporca, corrotta e sovrappopolata città indiana?

Kaminey (2009)Il film non è male, se si considera il triste panorama cinematografico indiano.

Il coraggioso affondo allo Shiv Sena non è cosa da poco viste le maniere mafiose di questi politici.
La recitazione è accettabile (con l’attore protagonista che interpreta magistralmente i due fratelli) e i vari criminali-politici i quali appaiono sì come caricature ad un pubblico internazionale, ma che nel contesto indiano risultano normali.
Ed infine vanno elogiati alcuni bei momenti visionar-onirici (tipo la sequenza nella quale il fratello cattivo sogna di correre all’ippodromo munito di paraocchi, evidente simbolismo della sua scellerata vita che lo porterà a sbattere contro un muro)  che aggiungono un tocco sofisticato ad un film altrimenti sufficiente.

Titolo originale: Kaminey
Regia: Vishal Bhardwaj
Anno: 2009
Durata: 130 minuti

Bingo Bongo (1982)

Questa è la storia di uno di noi, anche lui cresciuto per caso nel Congo da una famiglia di scimmie e successivamente fatto prigioniero da un gruppo di scienziati tedeschi operanti a Milano che lo importano di straforo dentro una cassa di legno per condurre su di lui esperimenti al limite del ridicolo al fine di verificare le differenze tra uomo e animali.

Bingo Bongo scapperà quindi dall’istituto dove è tenuto in cattività e andrà alla ricerca della dottoressa Laura, un troione tabagista totalmente inespressivo che si dichiara animalista ma poi tiene un acquario sotto la televisione in salotto e ha come animale da compagnia uno scimpanzè a cui somministra sigarette Marlboro… così che la produzione del film possa intascare dei bei dindini dalla compagnia di tabacco.
Ricevuti parecchi due di picche dalla tabagista, il nostro prode tenterà prima di tornare in Africa (fallendo) e poi si farà portavoce delle rivendicazioni di tutti gli animali del mondo che vengono sfruttati, uccisi, torturati e mutilati per i piaceri della razza umana.

Da notare: a tre quarti del film, Bingo Bongo si mangia una bistecca dopo aver succhiato avidamente le tette di una levatrice alquanto zozzona.

Bingo Bongo (1982)

Complimenti Celentano.
Davvero, complimenti.

Ci sarebbe poco da dire su questo budello di tua madre travestito da film animalista travestito da pirata, se non fosse che il regista ha firmato le sceneggiature de Il Gattopardo e Rocco e i suoi fratelli
mai come in questo caso quindi vale l’adagio: l’abito non fa il budello di tua madre travestito da pirata.

Di tutto il film l’unica cosa che a tutt’oggi mi lascia ancora qualche piacevole brivido è l’andamento musicale lamentoso su una stanza della canzone Jungla di città, cantata da Celentano stesso:

La vedo brutta per l’umanita
siamo troppi sulla terra come tappi della birra
è una follia
Ma se scoppia l’altra guerra saremo tombe nell’alta marea
perché le bombe non cambiano idea

VOTO:
2 tombe

Bingo Bongo (1982) voto

Titolo sovietico: Бинго Бонго
Regia: Pasquale Festa Campanile
Anno: 1982
Durata: 102 minuti

Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccola vera tragicomica storia pugliese di un ignorantello che poco dopo il mezzo del cammin di sua vita ancora non è riuscito a realizzare il sogno più grande: fare il becchino.

Tra distorte interviste ad amici e conoscenti, (letterali) carrellate per le strade del cimitero di Mariotto e un’interminabile serie di parole arrangiate alla rinfusa dal protagonista Pinuccio, si scopre a poco a poco quell’innegabile legame umano che unisce tutti quanti: stupidi furbi ricchi poveri maschi femmine e cantanti, su un tappeto di contanti nel cielo blu.

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008)

Piccolo documentario per piccola grande storia di uno di noi, anche lui nato per caso in Italia; un paese dove ti mandano a lavorare da minorenne, ti ficcano in testa stupide e dolorose idee religiose, ti fanno attaccare i manifesti elettorali per un posto di lavoro e poi ti buttano via quando hanno finito con te… e devi sperare che qualche anima buona si ricordi di te quando verrà la Signora a prendersi la tua.

Di materiale umano ce n’è, ma bisogna ringraziare soprattutto il cinematografo (Michele D’Attanasio che ha firmato Lo chiamavano Jeeg Robot) e il montatore che ha fatto i miracoli dando un bel ritmo al tutto.

VOTO:
4 Signore

Pinuccio Lovero - Sogno di una morte di mezza estate (2008) voto

Titolo originale:
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2008
Durata: 56 minuti

The Birth of a Nation (1915) [Full Movie HD]

The Stoneman family finds its friendship with the Camerons affected by the Civil War, both fighting in opposite armies. The development of the war in their lives plays through to Lincoln’s assassination and the birth of the Ku Klux Klan.

Director: D.W. Griffith Writers: Thomas Dixon Jr. (adapted from his novel: “The Clansman: An Historical Romance of the Ku Klux Klan”) (as Thomas F. Dixon Jr.), Thomas Dixon Jr. (play) (as Thomas F. Dixon Jr.) Stars: Lillian Gish, Mae Marsh, Henry B. Walthall

Buy the DVD ➤ http://amzn.to/2sPosbs This movie is in public domain.

Titolo italiano: Nascita di una nazione
Regia: D. W. Griffith
Anno: 1915
Durata: 195 min | 190 min | 125 min (video) | 187 min (DVD)

Tutto quello che vuoi (2017)

Alessandro è uno stronzetto sotto proletario da schiaffi in bocca che si circonda di gente più stupida e moralmente miserevole di lui per sentirsi meglio con se stesso e la sua non vita da reietto del sistema capitalista.

Il padre, ambulante vedovo che frequenta una slovacca o slovena (tanto sempre zingari sono, dice Alessandro), gli trova lavoro come dama di compagnia ad un vecchio ottuagenario con l’Alzheimer e, nonostante alcune resistenze iniziali dovute alla scorza da duro di periferia che Ale si era costruito per sopravvivere in un mondo dove Paolo Gentiloni è stato primo ministro italiano, i due faranno amicizia e impareranno a non fare a meno l’uno dell’altro.

Ovviamente fino alla morte del vecchio; perché questo è un film drammatico, dice IMDB.

Tutto quello che vuoi (2017)
30 carte se me lo succhi; 50 se riesci ad alzarmelo

Imbarazzante filmucolo d’impostazione televisiva e aspirazioni da prima serata che annovera tra i protagonisti nientepopodimenoche quel Giuliano Montaldo che diresse Sacco & Vanzetti e che probabilmente deve aver firmato il contratto sotto effetto di allucinogeni centr’americani altrimenti non si spiega bene come possa aver accettato di partecipare ad una commediaccia travestita da dramma con risvolti sociale che neanche troppo velatamente attinge a piene mani nella tradizione dell’arte borghese e cioè “ridere di gusto delle miserie delle classi subalterne” o, come direbbe Slavoj Žižek, nutrirsi della linfa vitale del popolo per tornare a vivere, vedi il conte Dracula con le vergini del villaggio.

Per l’intera durata della vicenda infatti donne e uomini della sala cinematografica dentro la quale ero rinchiuso ridacchiavano con molto gusto e poco garbo degli errori lessicali dei giovani ritratti, del loro accento, dei loro modi rozzi, delle loro stupide attività ricreative e della loro inadeguatezza culturale di fronte al vecchio poeta protagonista, chiaro membro alla classe borghese cui loro appartengono o aspirano ad appartenere secondo il consolidato meccanismo dell’House Nigger che genera meschinità più empia negli schiavi che sognano di diventare padroni piuttosto che nei padroni stessi.

Ma la cosa che sicuramente rimane al centro dell’attenzione e merita commento è il grande amore del regista per la (sua) famiglia; un amore esplicitato nell’assunzione nel reparto recitazione non solo della moglie, ma anche del figlio Arturo Bruni, un ragazzo dall’evidente ritardo mentale e dal ginocchio valgo il quale è famoso (col suo nome d’arte di DarkSide) per essere parte (assieme agli amici Pyrex, TonyEffe e Wayne) di una delle “band musicali” più famose d’Italia, la Dark Polo Gang, i cui testi, sbrodolati su delle monotone basi trap concilianti la fattanza nella quale vivono perennemente cantanti e ascoltatori, girano sempre attorno a tre concetti fondamentali: la fregna, la droga e i soldi (in inverso ordine d’importanza).

Ecco, penso ma… chi dirige queste cose non è che la sera… magari prima di addormentarsi… ha un momento di rimorso?

VOTO:
2 Tony Effe

Tutto quello che vuoi (2017) voto

Titolo originale: Tutto quello che vuoi
Regia: Francesco Bruni
Anno: 2017
Durata: 106 minuti

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

E’ la prima guerra mondiale, la Prussia combatte la Francia e se senti un FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

hai solo 3 secondi prima che una bomba di dilani le budella e faccia di te l’ennesima casualità di un evento talmente assurdo e disumano che io dico BOH.

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979)

Lunghissimo film televisivo tratto dall’omonimo libro anti-militarista e pernicioso calcio in bocca per chiunque si metta di buona lena a vedere cotanta roba ammucchiata una sopra l’altra senza un chiaro senso fino a che questa montagna di cianfrusaglie non può che rovinare sui malcapitati che cercavano di metterci ordine.

La cosa che più rimane impressa e che da sola vale forse la scarpinata visiva è la scena con le francesine che mangiano golose del pessimo formaggio tenuto dentro dei germanici stivali puzzolenti.

VOTO:
2 montagne e mezza

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1979) voto

Titolo originale: All Quiet on the Western Front
Regia: Delbert Mann
Anno: 1979
Durata: 150 minuti

The Intruder (1962) [Full Movie]

A man in a gleaming white suit comes to a small Southern town on the eve of integration. He calls himself a social reformer. But what he does is stir up trouble, trouble he soon finds he can’t control.

Director: Roger Corman Writers: Charles Beaumont (screenplay), Charles Beaumont (novel) Stars: William Shatner, Frank Maxwell, Beverly Lunsford

Buy the DVD ➤ http://amzn.to/2qfeey2 This movie is in public domain.

Titolo italiano: L’odio esplode a Dallas
Regia: Roger Corman
Anno: 1962
Durata: 84 minuti

Lo chiameremo Andrea (1972)

Due maestri elementari sono prossimamente circondati da ragazzini e ragazzine mentre un cementificio piazzato furbescamente a 200 metri dalla scuola circonda tutti quanti (leggermente meno prossimamente e molto più subdolamente) con orrende e malsane polveri sottili.

Dopo ripetuti e fallimentari tentativi di riproduzione anfigonica, Paolo e Maria vanno a fare accertamenti da un professorone svizzero scoprendo quello che la Chiesa Cattolica va dicendo da sempre, e cioè che quando c’è un problema è sempre colpa della donna, serpe.

Lo chiameremo Andrea (1972)

Interessante commedia dai risvolti semi-politici e semi-sociali che, seppur mantenendosi su livelli ampiamente superficiali di critica, riesce in più di un’occasione a strappare un sorriso amaro come da migliore tradizione di commedia all’italiana.

L’inespressività ribollente di Nino Manfredi è uno dei punti forte del film come d’altra parte la sua rassegnazione intellettuale di fronte alla silenziosa valanga degli eventi socio-politici dell’epoca; se a questo affianchiamo la tenace semi-ottusità di una Mariangela Melato in piena fase ovulatoria, ecco allora che anche due vecchi come De Sica e Zavattini portano a casa una pellicola non indispensabile, ma pregevole.

VOTO:
3 ovuli e mezzo

Lo chiameremo Andrea (1972) voto

Titolo inglese: We’ll Call Him Andrew
Regia: Vittorio De Sica
Anno: 1972
Durata: 104 minuti

Scappa – Get Out (2017)

Chris Washington è un fotografo nero coi controcazzi fidanzato con Rose Armitage, una ragazza prugnetta secca bianca che vuole introdurlo alla sua famiglia di prugne secche bianche che abitano in una grande casa coloniale immersa nel verde americano serviti e riveriti come sono da una cuoca e un giardiniere neri manco fosse Via col vento.

Chris parte quindi alla volta dell’incontro di culture con il fardello della consapevolezza d’essere assieme ad una ragazza che gioca alla coppia mista e i suoi tentennanti timori si riveleranno presto essere fondati quando tutte le sue paure verranno non solo confermate, ma moltiplicate in un caleidoscopico florilegio di situazioni politicamente (s)corrette.

Scappa - Get Out (2017)

Straordinaria commedia nera, sia nei toni che per il punto di vista assunto e cioè quello della minoranza più ingombrante degli Stati Uniti; una massa di donne e uomini che, liberatisi dalle catene degli oppressori dopo secoli di ingiustizie, si ritrovano ora imbrigliati dentro un sistematico déjà vu cognitivo che prima li vedeva come carne da macello e ora come carne d’aperitivo liberale.

Chiaramente reminiscente di classiconi come The Stepford Wives e sempre in bilico tra commedia e critica sociale, questa piccola grande perla cinematografica ha giustamente sbancato i botteghini con una semplicità e allo stesso tempo una profondità di contenuti da far invidia ai migliori commentatori politici i quali ancora fanno distinzione tra una frustata sulla schiena e una carezza paternalista.

VOTO:
5 fruste

Scappa - Get Out (2017) voto

Titolo originale: Get Out
Regia: Jordan Peele
Anno: 2017
Durata: 104 minuti

Una vita difficile (1961)

C’è la seconda guerra mondiale e i popoli italici si dividono tra chi parteggia per i fasci e chi fa il partigiano.

Silvio Magnozzi, partigiano romano un po’ sbruffone alla macchia in quel di Como, trova rifugio per svariati mesi in un vecchio mulino assieme alla giovane figlia dei padroni fino a che, avvistati alcuni suoi compagni di lotta armata, abbandona la sverginata in piena notte lasciandosi dietro un mare di promesse di vita assieme.

Finita la guerra, Silvio diventa giornalista di un quotidiano comunista ma presto cominciano a farsi vivi i sentori di una risacca perbenista e arrivista, meschina ed egoista, miope e sopraffattrice che non risparmierà nessuno: dai porci capitalisti ai voltagabbana di sinistra, dai polverosi monarchici ai cittadini comuni senza arte né parte, i popoli italici saranno nuovamente e miseramente uniti dalla loro incontenibile voglia di conformismo nella vana ricerca di riempire il loro atavico vuoto d’amore e voglia d’amare che pure tanto ha prodotto nel campo artistico.

Una vita difficile (1961)

La questione fondamentale che pone questo capolavoro assoluto della commedia all’italiana è tanto semplice quanto apparentamente irrisolvibile se affrontato con quell’impunita volontà di avere la botte piena e la moglie ubriaca: si può vivere felici in questa società di mediocri mantenendo fede ai propri ideali?

Silvio è un comunista idealista che non riesce, anche forse per una mente un po’ fanciullesca, a piegare la propria coscienza per farla passare attraverso le force caudine di una repubblica, quale quella italiana, fondata sull’ecumenismo politico secondo il quale i duri e i puri sono considerati degli stronzi più dai cosiddetti “amici” che da quelli seduti dall’altra parte.

L’eterna lotta intestina di un uomo che si vede continuamente superato da chi decide di mettersi al servizio del potente di turno, poco importa di quale schieramento politico, perché l’individualismo e il libero pensiero viene schifato dagli animali gregari come l’essere umano, è molto sconfortante per chi, tipo il sottoscritto, si rispecchia molto nella figura del povero Magnozzi il quale, con tutti gli errori e le stupidaggini compiute, resta a mio modesto avviso uno degli esempi massimi della bellezza degli umani, gli unici animali che possono morire per un’idea.

VOTO:
5 esseri umani

Una vita difficile (1961) voto

Titolo inglese: A Difficult Life
Regia: Dino Risi
Anno: 1961
Durata: 118 minuti