La donna scimmia (1964)

Antonio Semola è un napoletano truffaldino interpretato Ugo Tognazzi, un lombardo repubblichino che mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo assieme ad un altro giovane fascista chiamato Raimondo Vianello.

Antonio è un furbetto, non vuole lavorare 8 ore al giorno rompendosi la schiena e quando per puro caso incontra dentro un mendicicomio gestito dalle suore una ragazza affetta da ipertricosi non si lascia sfuggire l’affare e se la porta via promettendole una vita libera e felice nel mondo reale.
Quello che fa invece è raggirarla, sfruttando anche i suoi fragili sentimenti amorosi, facendola esibire come donna scimmia e tenendo per sé tutto l’argent e le sigarette che gli spettatori gettano verso la gabbia.

Questo scempio agli occhi del Signore ovviamente non può durare a lungo e Antonio dovrà fare i conti con la collera di Dio onnipotente che lo punirà facendo soffrire, nel più classico dello stile cattolico, chi non c’entra nulla.

La donna scimmia (1964)

Un bel film bello vecchio che ho piacevolmente visto per puro caso una domenica mattina non sapendo che quella che stavo osservando fosse la versione francese, col lieto fine e la (parziale) redenzione, mentre il regista Marco Ferreri, un uomo di un cinismo non comune, ne fece uscire un’altra con un epilogo molto più cupo, che non vado a spoilerare, ma che riprende fedelmente la fine di Julia Pastrana, la messicana del 19esimo secolo alla cui figura si ispira chiaramente il film.

VOTO:
3 Julia e mezza

La donna scimmia (1964) voto

Titolo francese: Le mari de la femme à barbe
Regia: Marco Ferreri
Anno: 1964
Durata: 84 minuti

Dogman (2018)

Marcello è un toelettatore per cani al limite del sub-umano: bassa statura, dentatura equina, muscolatura inesistente, facoltà intellettive pressoché nulle ed in evidente necessità di un logopedista bravo.

Marcello vive nell’orribile periferia della brutta periferia romana, è separato, ha una figlia che vede raramente, pochi amici ma è ben voluto da chi si lascia abbindolare dal suo temperamento mansueto sviluppato unicamente come arma di sopravvivenza; spaccia anche un po’ di cocaina per arrotondare i magri guadagni e questo induce Simone, un mezzo pugile mezzo stronzo, a gravitargli attorno come una mosca sul profiterole.

Una frequentazione, questa tra Simone e Marcello, che porterà inevitabili quanto prevedibili conseguenze nefaste nella misera vita del toelettatore per cani dal sorriso equino.

Dogman (2018)

Famoso soprattutto per aver vinto la Dog Palm di Cannes, andata al folto cast di cani che recitano con grinta e abnegazione rinchiusi dentro gabbie anguste e scompartimenti del freezer, questa pellicola è quel tipico prodotto cinematografico troppo strano per piacere al grande pubblico e troppo banale per entusiasmare gli intellettuali.

Sia ben chiaro: non è brutto, tutt’altro; la fotografia, anche se scolastica, fa il suo bel dovere, gli interpreti risultano ben calati, forse per attitudini personali, nei panni di poveri idioti e la storia, veramente striminzita, riesce comunque ad intrattenere lo spettatore trasformando il film in un character study.

E però gli unici che, guardando svolgere questa sorta di compito in classe, possono bagnarsi i pantaloni con copiose eiaculazioni di sangue e sperma sono quelli che pur non capendoci un cazzo di cinema si atteggiano come se fossero i Gombrich della celluloide.
Ovviamente non serve dire che ha spopolato tra il popolino intellettualoide di sinistra italico manco fosse un ritorno al neorealismo quando già nel lontano 1992 Tsai Ming-liang faceva uscire a Taiwan un film migliore chiamato Rebels of the Neon God.

VOTO:
3 cellule

Dogman (2018) voto

Titolo originale: Dogman
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2018
Durata: 103 minuti

Martin (2017)

Per le strade di Dublino
vive un povero Maltese;
è felice senza vino,
basta mantenere basse le pretese.

Un fotografo irlandese
c’ha fatto amicizia da qualche anno;
e in questo corto ci mostra la giornata tipo,
tra una sveglia senza affanno e una cena natalizia,
di un uomo che è già mito.

Un corto delizioso,
fotografato da dio e
musicato da Moby in tono religioso,
che ti raccomando io.

Titolo: Martin
Regia: Donal Moloney
Anno: 2017
Durata: 9 minuti e 20
Linkhttps://vimeo.com/231701977

Una poltrona per due (1983)

Randolph e Mortimet Duke sono due vecchi magnati della finanza creativa americana e fanno parte di quella invisibile famiglia di bianchi e ricchi affaristi della peggior specie che affamano interi popoli con una speculazione in Borsa o il pigiare di un tasto in banca.

Con la spocchia che contraddistingue loro e la gente come loro, decidono di fare una scommessa degna di Scienze Sociali all’università di Tor Vergata; una scommessa crudele che sconvolgerà per sempre la vita di due persone: Louis Winthorpe III, un giovane broker bianco al servizio dei Duke con la puzza sotto il naso che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, e Billy Ray Valentine, un poveraccio nero che dalla vita ha sempre ricevuto solo schiaffi perché è nato e cresciuto in una società profondamente classista e razzista, avranno le loro vite scambiate da un giorno all’altro.
Si vedrà poi se i due diventeranno l’opposto di quello che sono confermando perciò quello che il social/comunismo va dicendo da 2 secoli e cioè che, date le circostanze sociali favorevoli, ogni essere umano tende al bene, e viceversa.

Spetterà poi a Louis, Billy Ray, Alessandro Di Battista e una puttana di nome Ophelia spuntarla sul capitalismo finanziario in questa fantastica commedia americana anni ’80 più cruda del solito.

Una poltrona per due (1983)
ma quale altra commedia si apre con un barbone letteralmente morto di freddo?

Il 9 giugno del 1980 il celebre comico americano Richard Pryor, strafatto di cocaina come non ci fosse un domani, prese una bottiglia di rum, se la versò addosso e si diede fuoco.
Col corpo ricoperto di fiamme, il nostro caro Richard uscì di casa e si fece di corsa Parthenia street in Los Angeles fino a quando non fu fermato da una pattuglia della polizia e condotto quindi in ospedale per curare ustioni di secondo e terzo grado su più della metà del corpo.

Ma a noi, che ce ne frega?
Eh beh, il fatto è che prima di quest’incredibile incidente Richard Pryor era candidato a interpretare la presente pellicola assieme al compare storico Gene Wilder e quindi, se non fosse stato per la cocaina e l’alcool, oggi non avremmo questo piccolo gioiello di film, ma ne avremmo un’altra versione.
E poi dicono che le droghe fanno male.

Ad ogni modo: questa è una storia simpaticissima, con critiche sociali non scontate ed interpretata da un bel duo affiatato composto da Eddie Murphy e Dan Aykroyd (i quali aveva già lavorato assieme durante gli anni al Saturday Night Live) e un cast di coprimari di tutto rispetto tra i quali spiccano chiaramente le tette di Jamie Lee Curtis i perfidi fratelli Duke, vera e propria reincarnazione moderna di Ebenezer Scrooge, che poi andremo a ritrovare in Il principe cerca moglie in un piccolo ma gustoso cameo.

Diventato in Italia un classicone natalizio che viene trasmesso ad ogni santa vigilia da almeno 20 anni (e del quale fino ad oggi avevo sempre perso il fantastico inizio che ritrae scene di vita quotidiana proletaria a Philadelphia), questa pellicola ha purtroppo un solo grande difetto: non va oltre il semplice ribaltamento di ruoli tra ricco e povero, evitando perciò d’approdare verso i lidi del ribaltamento societario, e si accontenta di mettere sul piedistallo del potere un nuovo re (nella fattispecie 2), meno ottuso del precedente decaduto, quando invece lo sanno tutti che i re stanno bene solo sul piedistallo della ghigliottina.

VOTO:
4 Scrooge e mezzo

Una poltrona per due (1983) voto

Titolo originale: Trading Places
Regia: John Landis
Anno: 1983
Durata: 116 minuti

Perfetti sconosciuti (2016)

“Eravamo 7 amici a cena che volevano scupare come spensierati liceali nonostante fossimo 7 insipide persone che avrebbero fatto meglio a dedicare un po’ di tempo a migliorare loro stesse” potrebbe essere il riassuntone di questo film che narra una serata tipo di 7 amici che si ritrovano per cena e, facendo il gioco del telefonetto sul tavolinetto in viva vocetto, tirano fuori il meglio dell’italiano/a medio/a.

Sì, avete capito bene: si parla di cazzi, calcetto, fregne e le cose patetiche che la gente fa per procurarseli cercando in realtà di non pensare all’insensatezza dell’esistenza umana che stonerebbe un po’ con una vita da hipster invecchiato come è ivi rappresentata.

Perfetti sconosciuti (2016)
ivi rappresentato: un perfetto abuso del formato cinemascope

Un film finanziato dalla regione Lazio di quel catto-comunista di Zingaretti ma prodotto dalla Medusa del liberale Silvio Berlusconi, con dentro un ribelle comunista da salotto buono come Valerio Mastandrea e una ribollente la qualunque da locale drinketto cessetto tiratina lineettina come Kasia Smutniak che è stata 8 anni con quel para-fascista di Pietro Taricone, senza farci mancare ovviamente quella cagna d’attrice di Alba Rohrwacher (già disprezzata in quella cometa abbindola fessi chiamata Il racconto dei racconti) che in pratica interpreta se stessa elevata alla potenza di 2… e più in generale la messa in scena di 3/4 delle cose che odio.

Insomma, questo è il tipico esempio della sudicia commistione tra destra e sinistra italiane che ha prodotto un figlio bastardo chiamato omogeneizzazione dei valori e che ha aperto i portoni all’avvento di nuove ed inaspettate forze politiche alle quali si addita ogni male perché in fondo è più facile che andare al bagno per sputarsi in bocca un tiro di catarro come giusta punizione per decenni di compromesso storico tra la tazza del cesso e l’anima de li mortacci vostra.

Ma io dico, vogliamo parlare di queste case arredate come se fosse un set cinematografico messo insieme da 4 hipster del cazzo che all’ingresso ti piazzano mezza fila di sedie del cinema anni ’60 perché che fighe mi sembra un localino del rione Monti dove io ci spendo qualche serata ma non troppe che si sta svendendo io ci venivo quando era trendy ora ci mettiamo sotto e facciamo un progettino coi rave dell’orchestra croata in una fabbrica dismessa vicino Termini che però io considero periferia perché siamo cresciuti dietro piazza Euclide e che abbiamo avuto in concessione grazie ai nostri agganci politici e perciò prima delle elezioni dobbiamo fare le presentazioni delle liste “civiche” che poi “civiche” è tanto per modo di dire perché in realtà sono politiche ma ci vergogniamo a metterci il simbolo perché poi il popolo esasperato ci lincia in piazza e ci brucia i coglioni, ma noi siamo furbi?

Ma noi siamo intellettuali (?).

E poi basta, davvero, basta con questa retorica giolittiana contro lo smartphone che ci rovina le vite; il cellulare è solo uno strumento e dipende come lo si usa.
Ad esempio a me non squilla ogni 2 x 3 manco fossi Kissinger e se fossi stato presente a quella cena avrei al massimo letto ad alta voce la ricevuta PayPal dei calzini che ho comprato su eBay.
La tecnologia non ci rovina, ci salva; perché altrimenti vi auguro di morire per infezione senza accesso alla penicillina… perché si stava meglio quando si stava peggio, comunisti del terzo millennio che non siete altro.

Tra le note positive:
1 – è girato bene e risulta strutturalmente solido.
2 – si vivono alcuni momenti di tensione narrativa non indifferenti, anche se poi tutto si spegne come una candela bruciata di sopra, di sotto, di lato e di dietro.
3 – il twist finale è oggettivamente ben voluto.

Tra le note negative:
1 – tremendi dialoghi scritti da un alieno che contrappongono uomini e donne tipo Maria De Filippi e descrivono i primi come i PC e le seconde come i Mac che io ve la darei in testa la Apple (e sto scrivendo da un Macbook).
2 – la drammatica realtà che il film non esagera per esigenze narrative nella messa in scena di persone abiette, ma che gente così esiste davvero. E sono la rovina dell’Italia.
3 – tra i ringraziamenti figurano Carlo ed Enrico Vanzina.

VOTO:
3 Mac e mezzo

Perfetti sconosciuti (2016) voto

Titolo inglese: Perfect Strangers
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2016
Durata: 97 minuti

Fahrenheit 11/9 (2018)

L’incredibile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, l’immobilismo del Partito Democratico che ha preferito svendersi alle corporations invece di difendere l’uomo comune da quello potente, il clamoroso quanto sottaciuto sabotaggio verso il socialista Bernie Sanders, l’acqua di Flint nel Michigan inquinata dal piombo e le migliaia di vittime per colpa del governatore repubblicano Rick Snyder che ha taciuto per più di un anno i dati delle analisi, l’incremento dell’intolleranza verso il prossimo, le esercitazioni militari nei centri cittadini in vista di future prossime rivolte popolari, le sparatorie nei licei e l’emergere di una generazione di giovani attivisti auto organizzati (anche grazie ad internet) che forse imprimerà un cambio sia generazionale che mentale ai governanti.

Tutti questi argomenti, numerosi e apparentemente scollegati, sono invece riconducibili ad un’omogenea prospettiva che vede un cambio di passo nella corsa degli USA verso un regime oligarchico, già ampiamente portato a termine dai cosiddetti poteri forti presenti sia in America come in tutto il mondo, con la compiacenza dell’alta borghesia che, da tagliatrice di teste durante la rivoluzione francese, si è tramutata in un irriconoscibile quanto orribile troione da riporto che venderebbe il cadavere della nonna in cambio di un aperitivo coi controcazzi, tipo Lilli Gruber.

Fahrenheit 11/9 (2018)

Donald Trump è stato eletto presidente il 9 novembre 2016 e il titolo di questo bel documentario richiama chiaramente quella data; allo stesso tempo però Michael Moore tira più in alto e, ribaltando i numeri del suo film più famoso (Fahrenheit 9/11) vuole anche far passare il messaggio che il declino dei diritti americani che poi ha portato all’elezione di un buffone alla Casa Bianca potrebbe aver subito un’accelerazione a seguito del Patriot Act, una serie di limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani, emanato come risposta agli attacchi dell’undici settembre 2001 alle torri gemelle di New York.

Perché come Hitler prese il potere con le leggi emanate a seguito dell’incendio, da lui stesso appiccato, al parlamento tedesco, anche la fine della democrazia americana potrebbe essere dietro l’angolo.
La gente pensa sempre che certe cose non possano accadere a casa loro, come gli ebrei che fino a poco tempo prima delle legge razziali minimizzava i rischi della salita al potere dei nazisti, ma basta poco per dire addio ai diritti conquistati con secoli di lotta popolare.

Certo, è chiaro che si lavora per esagerazione e con fini prettamente politici, peraltro condivisibili; solo i deficienti intellettualoidi timorati di dio e del duce prendono alla lettera la minaccia fascista dell’era moderna mancando totalmente il messaggio reale e cioè “anche se ti senti solo e impotente contro il sistema, fai valere la tua voce”… come quelli che parlano solo di antisemitismo a seguito della seconda guerra mondiale quando invece si dovrebbe parlare di complesso sistema fascio-capitalista ripiegato su stesso nelle sue due sfaccettature di finanza e oligarchia che hanno schiacciato tra i due fronti milioni di proletari rei di aver commesso il non fatto.

Moore comunque si premura di lasciare uno spiraglio di salvezza indicando nelle nuove generazioni, cresciute a pane e social media, la possibilità di rovesciare il tavolo truccato al quale repubblicani e democratici hanno inchiodato il paese per decenni; esattamente come in Italia, da sempre cavia da laboratorio politico mondiale, un’orda di cittadini si è rotta i coglioni dei politici da circo come Berlusconi o da salotto buono come D’Alema  o da manifestazioni sabbatiche come i comunisti del terzo millennio e si è auto organizzata in migliaia di comitati di quartiere e gruppi di lavoro dando vita al più grande movimento politico nazionale che l’Italia abbia mai visto: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento fatto di gente normale che spesso si è sentita sola e impotente contro il sistema elitario, fosse quello politico, economico o culturale: studenti, comici, imprenditori, pensionati, dottori, macellai, edicolanti, ristoratori, informatici, camionisti, insegnanti, militari, ricercatori, disoccupati, ignoranti, laureati, muratori, venditori di bibite allo stadio che magari sbagliano il congiuntivo… ma che non sbagliano mira quando devono tirare un bel calcio nei coglioni dello status quo.

VOTO:
4 venditori di bibite

Fahrenheit 11/9 (2018) voto

Titolo russo: Фаренгейт 11/9
Regia: Michael Moore
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Che aria tira lassù? (1994)

Jimmy Dolan fa l’assistente allenatore per una squadra di basket universitaria, una di quelle che permettono a tanti ragazzi dotati di potenti braccia rubate all’agricoltura di prendersi una borsa di studio universitaria in cambio del loro talento cestistico.

Jimmy Dolan vede per puro caso un ragazzo dall’altezza watussiana giocare da dio in un filmato di un missionario in Africa e pensa bene di andare, zaino in spalla, alla ricerca della giovane promessa del basket.

Jimmy Dolan arriva in Africa, riesce a non farsi fottere il culo e strappare il cuore dal petto nonostante giri come un idiota col cappello da baseball e la telecamera a tracolla e finisce nel villaggio dei Winabi dove fa la beneamata conoscenza:
1 – di Saleh, il ragazzo alto 27 cazzi e 52 barattoli di cui sopra.
2 – delle problematiche socio-economiche che affliggono la sua tribù.

Jimmy Dolan aiuterà i Winabi a salvare il villaggio da un brutale mafiosetto locale che vuole estrarre rame dalle loro terre, ma non farà in tempo a spargere il suo seme bianco nel continente nero.

Che aria tira lassù? (1994)

Questo è un film che già dalla copertina sembra gridare vendetta per il grado di colonialismo e razzismo che sembra propagandare… e invece no.

Perché, anche se indubbiamente dipinge la solita Africa afflitta da povertà e banditismo in attesa che l’uomo bianco la tragga in salvo, fornisce comunque lo spettatore con uno spettro morale inusitatamente ampio, considerando il genere cinematografico e il pubblico di riferimento, mostrando gli strambi usi e costumi di questi africani maschilisti e piuttosto violenti senza per far cadere un giudizio dall’alto e mettendo di traverso nella narrazione il concetto non banale che l’Africa ha i suoi cazzo di problemi anche e soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali in mano ai signorotti della guerra capitalista.

Se quindi il film non delude troppo chi ha il coraggio di dargli un paio d’ore scarse, la cosa più triste di tutta la vicenda è invece la storia di Charles Gitonga Maina, il ragazzo che ha superbamente interpretato Saleh: proveniente da una modesta famiglia piccolo borghese keniota e finito a militare, in un superbo gioco di specchi con la storia del film, in un paio di college americani grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, Saleh tentò l’azzardo passando ad una squadra greca finendo però per essere velocemente rigettato e ritrovandosi nell’impossibilità di fare ritorno in USA in mancanza di un visto.
Tornato in Africa a casa dei genitori, Charles si è ritrovato povero e senza un futuro beccandosi la tubercolosi mentre era già avviato ad un alcolismo da depressione.

Quando un giornalista di Sports Illustrated lo andò a cercare nel 2016, Charles bighellonava i bar della zona attorno casa in una periferia di Nairobi con lo stesso sorriso docile di 22 anni prima, ma con lo sguardo di chi ne ha avuto troppo dalla vita.

“Ho imparato una lezione da tutto questo?” ha detto Charles durante l’intervista.
“Trovo difficile fidarmi delle persone. Dai tutto te stesso, e loro ti spremono come un limone”.

VOTO:
3 limoni

Che aria tira lassù? (1994) voto

Titolo originale: The Air Up There
Regia: Max Apple
Anno: 1994
Durata: 107 minuti

Lo spaccone (1961)

Eddie Felson è bravo con la stecca, ma non riesce a capire che vincere al tavolo verde richiede molto di più che un talento eccezionale: ci vogliono pazienza, strategia, lungimiranza e quel pizzico di morte dentro al cuore che ti fa prendere tutto con molta più filosofia.

Eddie dovrà imparare tutto questo per riuscire a stendere il leggendario Minnesota Fats, un giocatore di biliardo scaltro e navigato che rappresenta solo uno degli ingranaggi nel complesso sistema mafioso delle scommesse, ma perderà quello che ha più caro, ovvero un infantile quanto indispensabile paraocchi che gli ha permesso di vivere una vita miserabile senza lamentarsene troppo.

Lo spaccone (1961)

Interpretato da attori bravissimi e d’uno spessore artistico d’altri tempi, questo film nichilista o ti fa venire voglia di crepare o di rilanciare la puntata sul piatto dell’esistenza fino a quando uno dei due, tra te e la società, alza le mani e si cala braghe mettendosi a 90.

La storia di “Fast” Eddie e della sua incapacità d’accontentarsi dell’amore di Sarah Packard, una zoppa dalla modesta bellezza che affoga il suo scontento genio intellettivo nell’alcool, per seguire invece una fama che non gli darà mai una vera soddisfazione è quasi una metafora dell’esistenza umana e anche solo per questo ci sarebbe da consigliare il film a chiunque.

Se poi ci aggiungiamo la perfetta orchestrazione, dalla sceneggiatura, tanto teatrale quanto neorealista, ai colpi di biliardo magistralmente eseguiti dagli attori stessi che uno rimane con la bocca aperta e la lingua penzoloni per l’eleganza dimostrata, allora non si può che definirlo un capolavoro.

VOTO:
4 zoppi e mezzo

Lo spaccone (1961) voto

Titolo originale: The Hustler
Regia: Robert Rossen
Anno: 1961
Durata: 134 minuti

Maun (2018)

Nella Delhi contemporanea una famiglia piccolo borghese è alle prese con uno di quei segreti indicibili che, se rivelati, possono portare più rogne che vantaggi; la loro figlia di 10 anni sembra sia stata toccata in modo inappropriato da un vicino di casa che tra l’altro è in procinto di prender moglie ed ha invitato tutti alla celebrazione.

I genitori sono dilaniati su cosa sia meglio fare: la madre vorrebbe affrontare di petto la faccenda mentre il padre è scoraggiato da come reagirebbe la società circostante; non sa se qualcuno prenderebbe per buona la parola di una bambina contro quella di un maschio adulto ed ha paura che la voce si sparga a macchia d’olio facendo ricadere un velo di (s)vergogna su tutta la famiglia.

Nel mezzo di questo trambusto emotivo rimane schiacciata e ammutolita una bambina indiana che, suo malgrado, è in procinto di apparire travestita come la dea Durga al matrimonio del vicino.

Maun (2018)

Splendido piccolo cortometraggio scritto e diretto da una mia amica e compagna di studi filmici sul cui giudizio positivo non ha però pesato minimamente il nostro grado di amicizia.

Strutturato secondo uno schema quasi dantesco di discesa agli inferi, il film si apre sul terrazzo del palazzo nel quale vivono e interagiscono i nostri personaggi, passando poi nell’appartamento entro le cui mura è avvenuto il fattaccio, fino a scendere in strada dove è stato allestito palco e ricevimento per il matrimonio dell’innominato accusato.
E questa discesa fisica corrisponde ad una discesa sia emotiva per i personaggi che conoscitiva per il pubblico grazie alla quale si viene sempre più trasportati dentro ad una torbida storia di normale indecenza urbana.

Purtroppo, nonostante la solidità dimostrata, il corto ha vinto meno di quello che meritava; probabilmente perché racconta un’India priva dei soliti stereotipi da cartolina… tipo gli elefanti, i colori, le spezie, i balletti di gruppo e il tanfo di urina dei canali di scolo intasati.

VOTO:
4 canali di scolo

Maun (2018) voto

Titolo tradotto: il Silenzio
Regia: Priyanka Singh
Anno: 2018
Durata: 11 minuti

Black Mirror: 4° stagione (2017)

Il futuro è una distanza emotiva.

Se lo immaginiamo roseo, ci può sembrare un soffice prato di un verde scintillante pronto per essere calpestato dal nostro profondo ego; se di converso siamo gente timorosa di dio e fondamentalmente ignorante sulla tecnologia, ecco che il cielo si fa plumbeo e il culo ci si stringe in un piccolo ma caloroso abbraccio di conforto.

Ecco, domandati quindi come reagiresti tu se ti raccontassero 6 storie distopiche ambientate in un futuro nel quale è possibile trasferire la tua coscienza dentro un videogioco o una scimmia giocattolo, se i robot che proprio ora stanno realizzando alla Boston Dynamics venissero impiegati per dare la caccia (mortale) ai ladri di peluche, se le app di dating fossero una realtà virtuale dentro la quale nostri cloni vivessero migliaia di volte la stessa storia per arrivare ad una percentuale di compatibilità con chi desideriamo ciulare o se esistesse il modo di censurare il mondo con la semplicità di un tasto, privandoti della possibilità di sviluppare una coscienza critica ed un’emotività adulta e responsabile… come vorrebbe il Moige.

Black Mirror: 4° stagione (2017)

La quarta stagione della serie sci-fi più interessante degli ultimi decenni, nonostante il trasferimento in terra americana e quindi con un cambio di prospettiva culturale rispetto all’originale britannica, tiene botta e si conferma un solidissimo crogiuolo d’intuizioni intellettuali e ricercatezze stilistiche degne dei migliori autori del genere.

Ovviamente non è per tutti, specialmente se siete abituati alla vacua carica adrenalinica delle storie di fantascienza moderne, ma se invece siete (vecchi) appassionati di storie distopico-futuristiche e amate il formato antologico per la sua capacità di pennellare a più riprese uno stessa tela chiaramente lasciata incompiuta cosicché lo spettatore possa proiettarci le proprie aspettative e le proprie insicurezze, allora questo Black Mirror ha fatto poker.

E a proposito di poker, un piccolo excursus su come funziona la libera stampa italiana:

I giornalisti (prezzolati?) bombardano il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio per 4 mesi facendogli sempre la stessa domanda: l’ILVA di Taranto.
Lui indice una conferenza stampa per il crollo del ponte di Genova; gli chiedono dell’ILVA.
Va in visita in Egitto per il caso Regeni; gli chiedono dell’ILVA.
Esce dal consiglio dei ministri sulla manovra economica d’autunno; gli chiedono dell’ILVA.
Alla fine il ministro, dopo aver coinvolto tutte le parti sociali, chiude il tavolo dell’ILVA facendo praticamente poker e portando a casa un risultato che soddisfa tutti, dai sindacati ai compratori agli ambientalisti.

E che fanno i giornalisti italiani?
Gli dedicano un trafiletto a fondo pagina e l’argomento l’ILVA, avendo esaurito il suo fine politico anti-governativo, viene immediatamente dimenticato.

Complimenti; cani.

VOTO:
4 poker e mezzo

Black Mirror- 4° stagione (2017) voto

Titolo originale: Black Mirror
Creatore: Charlie Brooker
Stagione: quarta
Anno: 2017
Durata: 6 episodi tra 40 e 76 minuti

Jona che visse nella balena (1993)

Jona Oberski è uno scrittore e fisico olandese che ebbe la sfortuna d’essere mandato in tenera età nei campi di concentramento nazisti quando la Germania invase i paesi bassi e rastrellò un po’ di giudei da mandare ai lavori forzati.

Perduti entrambi i genitori e vissuta per 3 anni l’esperienza del lager tra sputi e stenti, Jona fu infine liberato dai russi e rimandato ad Amsterdam dove fu cresciuto da genitori adottivi che gli permisero una vita normale.

Negli anni ’70, dopo aver partecipato ad un corso di poesia, Jona decise di scrivere della sua esperienza nel campo di concentramento e il suo libro incontrò il favore di pubblico finendo per essere tradotto in varie lingue…

e un film.

Jona che visse nella balena (1993)

Imbarazzante pellicola italiana sul dramma dell’olocausto uscita lo stesso anno di quel capolavoro assoluto chiamato Schindler’s List; una coincidenza (?) che affossa ancora di più, se mai fosse possibile, la totale imbecillità cinematografica espressa da ogni componente della produzione: dal regista a quello che portava i caffè.

Fotografia piatta, statica e banale; recitazione e doppiaggio da sceneggiato televisivo; regia inesistente; scenografia e costumi decenti, ma pressoché inutili se non sorretti da una storia appassionante… gli errori sono talmente tanti e talmente gravi che si farebbe prima ad elencare le cose positive, se ci fossero.

Per esempio, come si fa a rimanere calmi quando si è costretti a sentire un bambino parlare con quello straniante misto di ritardo mentale e adulta consapevolezza che non sentiresti mai in bocca ad un ragazzino normale?
Dialoghi tipo:
<Mamma, pecche piaggi? Non ettere tritte mamma; ci sono qua io>.

E perché invece, la sciatteria dei montatori italiani che non riescono a far andare a tempo la canzone con le persone che cantano o battono le mani dove la mettiamo?
Ma io dico: almeno uno della produzione, prima che il film avesse luce verde per la distribuzione, avrà alzato la mano dicendo una cosa del tipo:
<Ma mannaggia la madonna Faenza, non lo vedi che quella stronza va fuori tempo?>

In breve, come diceva Nanni Moretti, io mi sono stufato dei film italiani coi tedeschi nazisti che sgommano con le loro motociclette e urlano <ainz zai tzukent aut aut!> mentre mitragliano il cielo.

Ma soprattutto quello che veramente grida vendetta è il subdolo tranello del titolo che avrà sicuramente tratto in inganno più d’un bambino dal cuore tenero con il sogno nel cassetto di diventare un famoso zoologo:
nel film non c’è nessuna balena!

VOTO:
1 balena

Jona che visse nella balena (1993) voto

Titolo inglese: Jonah Who Lived in the Whale / Look to the Sky
Regia: Roberto Faenza
Anno: 1993
Durata: 100 minuti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti