Dietro la maschera (1985)

Roy Lee “Rocky” Dennis è stato un ragazzo americano affetto da una rarissima e grave malattia genetica il quale, contro ogni previsione medica, riuscì a vivere 16 anni senza particolari problemi fisici.

In compenso la Leontiasi, questo il nome della malattia che gli deformò gradualmente il volto fino a fargli assumere fattezze leonine (da cui il nome “scientifico”) gli diene non pochi problemi sociali, con compagni di scuola e semplici passanti sempre pronti a deriderlo per il suo aspetto esteriore.

Ciononostante Roy riuscì negli studi e nel crearsi amicizie durature grazie soprattutto ad uno spirito gioioso ed una genuina positività nell’affrontare le tante avversità quotidiane, una positività da far invidia.

Dietro la maschera (1985)

Toccante e romanzata ricostruzione biografica dell’ultimo anno di vita di Roy Dennis e squarcio crudo dentro una realtà che pochi hanno la sfortuna d’affrontare, fortunatamente.

Nonostante un impianto solidamente classico nel suo americanissimo modo di sceneggiare le storie cinematografiche, questa pellicola ha dalla sua delle ottime interpretazioni, dai primari, incolonnati dietro una magnifica Cher e un giovanissimo Eric Stoltz, ai minori, tipo i simpaticamente bizzarri bikers, e soprattutto un modus d’affrontare la problematica che ricalca bene quello di Florence “Rusty” Tullis, madre di Roy, la quale non andò a piangere sotto un crocifisso benedicendo il signore suo, ma fece di necessità virtù insegnando ai suoi due figli (uno narrativamente sacrificato in questa finzione cinematografica) che la vita è un mozzico e va vissuta al suo massimo.

VOTO:
3 mozzichi e mezzo

Dietro la maschera (1985) voto

Titolo originale: Mask
Regia: Peter Bogdanovich
Anno: 1985
Durata: 120 minuti
Compralo: https://amzn.to/3fYdNDK

Beautiful Boy (2018)

Un padre vede scivolare via, pezzo a pezzo, la preziosa vita di suo figlio Nic a causa della droga e questo per un genitore è uno spettacolo raccapricciante.

Per anni s’impegnerà corpo e testa nel disperato tentativo di riallacciare un rapporto che lui dava per consolidato e che invece forse non era mai veramente esistito.
Perché alla fine dei giochi siamo tutti soli dentro noi stessi; padri e figli come pensieri chiusi dentro un involucro fatto di carne e ossa che tante volte ci appare pesante da spostare, da manovrare lungo i mille ostacoli della vita.

Beautiful Boy (2018)

Toccante film biografico basato su due libri, quello di David Sheff, il padre, e Nicholas Sheff, il figlio, che tenta in tutte le maniere d’essere un’opera edificante sui drammi familiari dovuti alla banda del buco sul braccio e che finisce per risultare un po’ troppo didascalico.

Questo è il classico caso dove la somma è minore degli addendi; buone le interpretazioni, con un Timothée Chalamet reduce dai bocchini di Call me by Your Name, buona la fotografia che riesce a mantenere le distanze dalla storia per non offuscarla e buoni gli intenti.
E però è la fluidità di tutto il baracchino a non funzionare; sarà il montaggio, sarà la sceneggiatura, sarà la regia o sarà il budello di tua madre, fatto sta che un po’ ci si annoia, con vergogna.

VOTO:
3 ostacoli

Beautiful Boy (2018) voto

Titolo canadese: Un garçon magnifique
Regia: Felix van Groeningen
Anno: 2018
Durata: 120 minuti
Compralo: https://amzn.to/2VprlyI

Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Steven Avery se ne sta in galera dal 1985 per una serie di orrendi crimini che non ha commesso.

Questo perché la giustizia spesso è una puttana balorda grassa e laida che se la prende comoda con i reietti della società, con chi non coincide con i canoni da cannonare coddio coccodè.
E allora andate affanculo sceriffi de sto cazzo corrotti maledetti protetti da giudici ignoranti e pigri colmi di sperma rancido che se li prendi a pugni sul pancione sputerebbero l’anima de li mortacci loro in faccia alla madre di quel figlio di puttana del procuratore.

‘na spremuta de sangue, rancido.

Making a Murderer: 2° stagione (2018)

Prosieguo stagionale della prima, queste 10 puntate si concentrano sugli sforzi di Steven Avery e del nipote Brendan Dassey d’uscire dall’imbuto che li ha fatti scivolare nel fondo della tazza del cesso dove hanno cacato una dozzina di persone.
O forse erano dieci… comunque non più 12. Ne sono certo.

Non è appassionante e non è costruito perfettamente ad incastro come altri, ma rimane encomiabile per lo sforzo produttivo di stare lì a rincorrere sentenze ed appelli per anni ed anni tentando di tirarne fuori un prodotto fruibile dal pubblico generalista.

coccodè

VOTO:
3 chicco testa di cazzo

Making a Murderer: 2° stagione (2018) voto

Titolo giapponese: 殺人者への道
Regia: Laura Ricciardi, Moira Demos
Stagione: seconda
Anno: 2018
Durata: 10 episodi da 1 ora

Menstrual Man (2013)

Le femmine dell’homo sapiens attorno ai 14 anni sperimentano il cosiddetto menarca, ovvero il primo ciclo mestruale, un fenomeno fisico caratterizzato in maniera vistosa dalla perdita di sangue dall’utero attraverso la vagina che prende a colare lungo le cosce in imbarazzanti lingue infuocate.

Ma imbarazzanti per chi?

Beh, per le società nelle quali vige un ispessimento cerebrale che non permette di capire quanto non ci sia nulla di male al giorno d’oggi nel rispettare il ciclo vitale che permette alle donne di portare in grembo il frutto della fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo.

Ed è quello che un povero indiano di nome Arunachalam Muruganantham ha deciso di combattere un bel giorno di primavera varcando la frontiera del conservatorismo industano con quella pazza idea di produrre assorbenti a basso costo, anzi: di produrre e distribuire in comunità rurali e disagiate macchinari a basso costo per produrre assorbenti a basso costo, così da prendere tre piccioni con una fava: far sì che tante indiane non s’infettino i genitali usando strofinacci sporchi e non sterilizzati per il loro ciclo, fornire una fonte di reddito per la comunità stessa di donne che andrebbero ad essere impiegate nella piccola fabbrica d’assorbenti e soprattutto permettere alla metà di popolazione con l’inconveniente delle periodiche lingue infuocate sulle cosce d’essere parte integrante della vita sociale tutti i giorni del mese.

Menstrual Man (2013)

Validissimo piccolo documentario che narra le piccole vicende di un piccolo grande uomo indiano che una mattina si è alzato e si è reso conto quanto fosse stupido ignorare un problema sociale come la mancanza di assorbenti.

Girato in un mondo in bilico, appena prima che gli smartphones e i social media inondassero le vite di tutti gli esseri umani, Menstrual Man è un documentario coraggioso fin dal titolo che si pone il semplice ma importante obbiettivo di portare alla conoscenza di gente lontana dalla realtà rurale indiana una storia positiva di riscatto personal-collettivo.

Non è un capolavoro, non ha gli effetti speciali, non dura molto, ma è un bel film.

VOTO:
3 Piccolo e mezzo

Menstrual Man (2013) voto

Titolo polacco: Okresowy mezczyzna
Regia: Amit Virmani
Anno: 2013
Durata: 63 minuti

Detenuto in attesa di giudizio (1971)

Il geometra tiburtino (nel senso abitante di Tivoli) Giuseppe Di Noi è emigrato in Svezia, da parecchi anni gestisce una fiorente azienda edile, si è sposato e ha costituito famiglia con una bella bionda locale.
Una vita giunta ai vertici delle possibilità quindi; una vita felice e per questo perfetta per essere distrutta.

Rientrato in Italia per far vedere il bel paese a moglie e figli piccoli, viene arrestato alla frontiera ed entra improvvisamente in un labirinto kafkiano fatto di detenzioni immotivate senza capi d’accusa, trasferimenti continui in vagoni ferrati come deportati ai campi di concentramento (la seconda guerra mondiale era ancora fresca all’epoca), umiliazioni e vessazioni continue da parte dello Stato che nelle persone dei suoi rappresentanti (avvocati, giudici e poliziotti) lo riducono all’ombra di sé stesso disumanizzando progressivamente una persona buona e socievole (emblematici i suoi slanci iniziali verso un altro detenuto che non crede ai suoi occhi per la generosità dimostratagli) e spingendolo verso la follia.

Detenuto in attesa di giudizio (1971)
il geometra Calboni tenta di sturarsi Alberto Sordi

Un’altra opera cinematografica di denuncia sociale dallo stesso regista di quel bellissimo Café Express e magistrale interpretazione di Alberto Sordi che giustamente si portò a casa l’Orso d’argento di Berlino.

La storia di un incubo italiano fin troppo realistico per essere riposto nell’angolo del fittizio credo che all’epoca abbia scontentato più di un sostenitore del dio patria famiglia tanto caro agl’infantili pecoroni che si trovano bene sotto l’ala protettrice dello Stato padre-padrone alla cui base si fonda la dottrina fascista.
Gli insulti delle persone alla stazione Termini verso un poveraccio che si è beccato 4 anni e mezzo per aver rubato 3 chili di olive sono simbolici di un giustizialismo forte con i deboli e debole con i forti.

Perché quando si tratta di calpestare il piccolo spacciatore o il ruba galline la gente e i loro politici di riferimento (tipicamente di destra) esplodono di rabbia ed invocano la mano dura (durissima) dello Stato, mentre quando c’è da tagliare le mani agli evasori fiscali che portano i soldi all’estero o ai latifondisti che sfruttano i braccianti facendoli morire sotto il sole cocente per 10 euro al giorno ecco che d’improvviso questi stessi linciatori si ritrovano di colpo garantisti e sputano in bocca ai 5stelle o ai vari Marco Travaglio chiamandoli giustizialisti e statalisti.

Voi che siete sempre pronti a dire signorsì sissignore ad un uomo in divisa, fate gli applausi alle frecce tricolori ed evadete il fisco, voi siete la feccia di questa terra e io vi disprezzerò sempre perché siete la vergogna dell’umanità.

E questa stessa sudicia terra che voi amate alla follia verrà lavata col vostro sangue.

VOTO:
4 sudici

Detenuto in attesa di giudizio (1971) voto

Titolo: In Prison Awaiting Trial
Regia: Nanni Loy
Anno: 1971
Durata: 102 minuti
Compralo: https://amzn.to/327rPwg

Bulli criminali (2017)

La coca e i tubetti pe’ tira’ su, le donne che ciancicano le gomme, gente che deve stare sotto la cappella di altra gente, prostituzione, spaccio anche nelle scuole, estorsione, usura, rapine.

Io stanotte vojo passa’ ‘na serata unica; ho già chiamato 4 mignotte.

L’assurdo commissario Schiavoni che parla come se avesse un calabrese imprigionato nella faringe, er palletta, 40 rumene-ucraine massimo 24 anni.

To ricordi Mario? Er sola, er buciardo, er toscano cor pizzetto ciccione?
Sì sì, qua carogna.
Eh, bravo!

Il film reca in coda questa poetica (e criptica) scritta:
“I personaggi e i fatti sono tutti inventati. Pura casualità nel così riferimento accaduto”.

Bulli criminali (2017)

Questo film è un ottimo esempio di ultra-neo-realismo, cioè quando il neorealismo diventa talmente assurdo da sembrare prima fittizio, ma subito dopo più vero di qualsiasi stronzata mainstream tu abbia mai visto, tipo Romanzo criminale o Dogman.

Ho sentito cocaina e fregna e non c’ho capito più ‘n cazzo.

Perché il sottobosco romano, i criminali, i coatti stronzi non hanno niente di magico, non hanno quell’aurea romantica che i film tentano di appiccicare loro addosso; sono invece dei poveracci costretti a recitare la parte dei duri per sopravvivere  in una società piramidale e violenta dove vengono pagati 4 euro l’ora per servire ai tavoli di un bar di merda, magari gestito da un ladro che non paga le tasse e poi si lamenta del governo ladro.

C’è di mezzo pure tu’ nipote.
Ma chi? Zaira!?!

La realtà è là fuori e tu te ne sbatti al cazzo.
La criminalità sei tu, siete voi cittadini comuni che fate schifo mentre vi postate una frase di merda su facebook sull’importanza degli amici veri, siete voi che riempite l’etere con le vostre merdose foto instagram regalate ai colossi tecnologici con sedi nei paradisi fiscali.
Il mostro è la società contemporanea e tutte le società passate. Tutte tutte.

Che cazzo piagni!?!
Scusa.
Scusa ‘n cazzo!

Sarà pure girato male, sarà pure fuori fuoco il 50% delle inquadrature, sarà recitato da dilettanti allo sbaraglio addobbati come manichini dei magazzini MAS, sarà pieno di uomini pompatissimi con tendenze omosessuali, petti rasati e sopracciglia rifatte…. ma ‘sto firm c’ha er cazzo che è ‘n abbacchio.

Io sto agganciata coi colombiani. E me ce trovo morto bene.

La realtà dei fatti è che tutti dovrebbero vedere questo film. Tutti.
E poi dovrebbero spiegarmi che cazzo succede… perché io a ‘na certa giuro che non c’ho capito più ‘n cazzo.

Mo to dico ‘n greco: panta rei.
Che cazzo vor di’?
Significa che tutto scorre nel miglior dei modi.

VOTO:
2 sotto la cappella

Bulli criminali (2017) voto

Titolo che suggerisco: Pit bulli criminali
Regia: Claudio Di Napoli
Anno: 2017
Durata: 90 minuti

Tolgo il disturbo (1990)

Gassman che guarda Colpo Grosso con la nipote minorenne e dice “Uelà” osservando un inaspettato paio di tette.
Gassman che non sbricia le tettine di Monica Scattini perché non se la vuole fottere sul divanetto.
Gassman che si vuole fottere la nipote minorenne vestita da Madame de Pompadour al ballo mascherato della celebrità.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti (di merda) in questo merdoso film su un rispettabile dirigente di banca andato fuor di capoccia che non riesce a reinserirsi in società dopo la chiusura del manicomio delle suore dove è stato ospite per 18 anni.

Tolgo il disturbo (1990)

Che pena signore e signori. Che pena.

Questo film è girato male, ma veramente male, quasi dilettantesco, e con un esagerato Elliott Gould doppiato in napoletano che io vorrei prenderlo per i coglioni e soffiargli forte in culo.
L’unica cosa che redime ‘nu pocariellə una pellicola destinata al macero sono la marea di piccolissime e assurde scenette di sfondo che costellano una narrazione imbarazzante.

Alcuni esempi:

Rosa: <<A me piace Michael Jackson>>.
Deborah: <<Quel frocio!>>.
Rosa: <<Non dire parolacce. E poi non è frocio>>.

<<A stronzo, sarai Batman ma a tu’ padre nu je devi manca’ de rispetto>> esclama un uomo dando un forte calcio nel culo a suo figlio.

<<Lei sarà anche avvocato, ma io quelle brutte cose non le faccio>> dice un giovane omosessuale “che fa la vita” al suo cliente di mezz’età.

Gassman: <<Che bella faccia da cazzo, non ne ho mai viste così. Bravo, complimenti>>.

Rosa: <<Nonno, non morire ti prego>>.
Gassman: <<Ci proverò>>.

VOTO:
2 facce da cazzo

Tolgo il disturbo (1990) voto

Titolo: I’ll Be Going Now
Regia: Dino Risi
Anno: 1990
Durata: 94 minuti
Compralo: https://amzn.to/3hcE1SU

Three Identical Strangers (2018)

Era il 1980 e i diciannovenni Edward Galland, David Kellman e Robert Shafran non avrebbero mai pensato che di lì a poco le loro vite sarebbero cambiate radicalmente, anche e soprattutto in maniera drammatica.

Di più non posso (e non voglio) dire perché questo è uno di quei film che vanno visti assolutamente senza spoilers per apprezzare appieno sia i piccoli grandi twist che gli autori hanno escogitato che la maestria con la quale li hanno preparati.

Three Identical Strangers (2018)

Fenomenale documentario che ripercorre la straordinaria ed incredibile vicenda che ha portato le vite di 3 perfetti sconosciuti ad annodarsi irrimediabilmente ed eccezionale opera cinematografica sulla natura umana e sul libero arbitrio.

Quello che a mio giudizio colpisce del film (e che è doveroso sottolineare nonostante il silenzio stampa autoimposto) è la bravura tecnica nel seminare gli indizi per poi andarli a ripescare in chiave rivelatoria nelle fasi successive del viaggio narrativo, ricreando così filmicamente quello che tematicamente viene veicolato e cioè lo spaesamento di 3 giovani americani alle prese con qualcosa più grande di loro.

Consigliato, ovviamente.
Anche per capire, se mai ce ne fosse bisogno (e tanto per rompere il cazzo spostando l’attenzione su altro rispetto alla tematica trattata), che i nazisti non sono stati l’ “eccezionale” contro cui puntare i vostri ditini accusatori-auto-assolventi, ma un qualcosa che la storia ha sempre fatto e continua a fare… anche tra le fila di chi venne particolarmente perseguitato sotto i regimi nazi-fascisti…

TA TAA TAAA!

VOTO:
4 particolarmente perseguitati sotto i regimi nazi-fascisti e mezzo

Three Identical Strangers (2018) voto

Titolo israeliano: Shlosha Za’rim Zehim
Regia: Tim Wardle
Anno: 2018
Durata: 96 minuti

Banana Joe (1982)

Il golem Banana Joe è un pacifico orfanello alto 2 metri e pesante un paio di quintalate che commercia banane in un indefinito paese sudamericano; ogni settimana Joe prende il suo barchino di legno e trasporta le banane del suo povero villaggio di Amantido fino alla cittadina di Limas, dove scambia il suo carico con generi di prima necessità come farina, uova e medicinali.

Il suo sogno nel cassetto sarebbe impiantare una scuola ad Amantido per i tanti bambini analfabeti del villaggio a cui lui ha contribuito personalmente sfornandone una dozzina; quello che invece arriverà sarà il turbo capitalismo, nella figura del corrotto industriale Torsillo, un impomatato mafiosetto disposto a corrompere ministri e polizia pur d’impiantare la sua moderna industria di confezionamento banane e addirittura un casinò in mezzo al primitivo villaggio di Banana Joe.

Da qui le disavventure di un enorme candido sudamericano alle prese con il logorio della vita moderna.

Banana Joe (1982)

Simpaticissima commedia tutta incentrata sui buoni sentimenti (ed alcuni argomenti populisti quali valori tradizionali, politici corrotti, froci marpioni e scuola pubblica) che rendono il film godibile, anche grazie alla verve comica del suo burbero protagonista dal cuore d’oro.

Non si tratta certo di un capolavoro e nemmeno di un gioiello della commedia all’italiana, ma a distanza di tanti anni conserva una freschezza inaspettata… perché purtroppo le ingiustizie esistono ancora e il sol dell’avvenire non è ancora arrivato.

VOTO:
3 sol dell’avvenire e mezzo

Titolo serbo: Banana Džo
Regia: Steno (Stefano Vanzina)
Anno: 1982
Durata: 96 minuti

West Side Story (1961)

Nell’upper west side di Manhattan ci sono tanti giovani poveracci americani che si fanno la guerra al campo di pallacanestro per il dominio di quelle loro strade di merda sporche e malfamate.

I Jets e gli Sharks, due gang rivali d’immigrati, si contendono il campetto a suon di ceffoni e piroette piroclastiche alzando ogni giorno il tiro dell’ammissibile: schiaffi, calci, pietre, cinghie, coltelli, pistole… la corsa agli armamenti sembra non fermarsi mai e solo l’AMMORE duro e puro di due ragazzi con i genitali in fiamme potrà (forse) stoppare l’escalation di morte.

West Side Story (1961)
che belle mani bell’uomo

West Side Story è un celebre musical, prima teatrale e poi cinematografico, vecchio e stravecchio… eppure bello e strabello.

Pieno zeppo di ballerini che danzano in maniera così leggiadra da farti dimenticare per un attimo che esistono le carestie e gli stupri di guerra e tutto incentrato sulla guerra civile che le minoranze etniche (polacchi e portoricani nella fattispecie) si facevano all’ombra dell’ultimo sole del capitalismo yankee, questa celebre opera cinematografica vale certamente almeno una visione, sia dei fan del genere che di chi come me vuole semplicemente provare il brivido di farsi venire la voglia di un plié.

VOTO:
4 plié e mezzo

West Side Story (1961) voto

Titolo brasiliano: Amor, Sublime Amor
Regia: Jerome Robbins, Robert Wise
Anno: 1961
Durata: 153 minuti

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano un sacco di cose a Sagliena, piccolissimo comune burino dell’Italia centrale: gira la levatrice analfabeta che fa su e giù per i paeselli aiutando a nascere gli ultimi abitanti di comunità sull’orlo dello spopolamento post bellico; girano i carabinieri italiani col moschetto a tracolla per tenere sotto controllo un popolo, quello italico, così diverso e caotico che c’è voluta la grande omologazione televisiva per unirlo tutto sotto l’orribile ombrello del canone Rai; gira scalza la poverissima e bella Maria De Ritis (detta la Bersagliera), orfana di padre e perciò oggetto di continui e inopportuni apprezzamenti dei compaesani maschi; girano i pettegolezzi della gente che sparlotta dalla mattina alla sera di qualsiasi cosa pur di dimenticare per un solo istante la propria esistenza miserrima; e gira che ti rigira il nuovo maresciallo Antonio Carotenuto, appena trasferito nella sperduta Sagliena, uno scapolo allupatissimo con un gravissimo caso di palle gonfie che guarda, manco il marito di Alba Rohrwacher (Saverio Costanzo, figlio di Maurizio).

Pane, amore e fantasia (1953)

Girano anche un po’ le palle mie per essermi perso così a lungo questo intramontabile capolavoro popolare frutto della più pura e semplice commedia all’italiana: pieno di drammi quotidiani, di povera gente, di buoni sentimenti e di patriarcato un po’ rincoglionito.

Non mancano pure alcuni brevi e timidi commenti sociali sulla situazione italiana, al culmine di un rivolgimento epocale che l’avrebbe traghettata da terra contadina retrograda a potenza industriale retrograda.
Frasi pungenti e non scontate come quella della Bersagliera che dice “La povera gente ce sta già all’inferno… e ce resta a furia de bestemmie, de ladrocini e disperazioni de Dio.” aprono il cuore di chi dai film si aspetta un passo oltre la banale rappresentazione dell’essere, per giungere al sogno, all’ideale, all’utopia che spinge ad andare avanti proprio quelli che non hanno nulla.

E vogliamo parlare invece di quando il maresciallo piomba in casa della levatrice per pretendere spiegazioni circa il suo rifiuto (come se un uomo non potesse essere rifiutato… ‘ci tua) e si lascia poi scappare un clamoroso “Io e lei pari siamo, io voto e pure voi adesso”?

Roba da sturbo!

VOTO:
4 sturbi

Pane, amore e fantasia (1953) voto

Titolo inglese: Bread, Love and Dreams
Regia: Luigi Comencini
Anno: 1953
Durata: 93 minuti

Luci della città (1931)

Un barbone americano, scanzato da tutto e tutti manco portasse il colera, fa la conoscenza di una giovane cieca venditrice ambulante di fiori che lo scambia per un ricco signore borghese dal soldo facile.

Scoccata la scintilla nel cuore del derelitto, si pone quindi un grosso problema: come conciliare quest’idea sballata con la triste realtà dei fatti, ovvero che tra lui e la borghesia ci starebbero tanti cazzi e barattoli quanti ce ne stanno tra la Terra e la Luna?

Beh, ci pensa il destino cinico e beffardo a portargli in grembo l’occasione di una vita e cioè un miliardario depresso che affoga i suoi dispiaceri nell’alcool fino a perdere la ragione; un riccastro che si fa talmente male al cervello ingurgitando litri e litri di etanolo che arriva a prendere sotto la propria ala il barbone americano durante le sue nottate inebriate e il barbone americano a sua volta lo sfrutta sfacciatamente per girare soldi e regalie alla cieca venditrice di fiori che dal canto suo comincia a credere di poter scappare da una vita miserabile facendosi portare all’altare dal misterioso benefattore.

In questo triangolo psichiatricamente sessuale, le cose si complicheranno un po’… ma il piano machiavellico giungerà ad un piacevole epilogo.

Luci della città (1931)
solo tori e checche siedono sulle rive dei fiumi e voi non ce l’avete l’aria dei tori

Primo film muto dopo l’avvento del sonoro per Charlie Chaplin e grande scommessa vinta, visto l’enorme successo di pubblico e il grande favore della critica.

Scandito alla solita maniera, ovvero per stanze comiche autoconclusive che pagano chiaramente pegno all’imprinting sketchistico del primo Chaplin, il film possiede comunque una solida struttura in 3 atti al cui interno vivono e muoiono più di una trama popolata di vari e riusciti personaggi interpretati da grandi caratteristi che non sfigurano accanto alla leggenda del cinema muto, ma anzi potenziano la portata dell’opera.

Persino la co-protagonista Virginia Cherrill, all’epoca solo ventiduenne, porta a casa il risultato dando vita ad una realistica interpretazione di una non vedente; dolce e fragile, ma mai patetica.

Numerose le perle comiche disseminate come tulipani lungo il corso del film che tornano a sbocciare come splendidi fiori anche dopo quasi 90 anni e pellicola da consigliare a chiunque non sia un nano col buco del culo troppo vicino al cuore.

VOTO:
4 fiori e mezzo

Luci della città (1931) voto

Titolo originale: City Lights
Regia: Charles Chaplin
Anno: 1931
Durata: 87 minuti