Dallas Buyers Club (2013)

C’era una volta una malattia incurabile chiamata AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita.
Poi arrivò dio che guarì i malati e tutti vissero felici e contenti.

Come?
C’è ancora?
Non è scomparsa?! Ma come?
E allora dio?
…ah, non c’è nessun dio…
Ah, se ci fosse un dio non esisterebbero cose come l’AIDS?
Ma no! Hai frainteso: l’AIDS serve ad uccidere quei froci maledetti!
Ah… non colpisce solo i froci?
AH… lo si può prendere da trasfusioni, dalla madre in gravidanza e dallo scambio di fluidi corporei anche tra etero?

Ma allora che merda!
E io che pensavo solo i froci la prendessero!
Sai com’è, avevo visto Philadelphia e Tom Hanks lo prendeva in culo da Banderas.

Invece in Dallas Buyers Club il protagonista non è frocio? Anzi, è un razzista ignorante del texas?
Bene!
Ah, ma come? Il vero Ron Woodroof era in realtà bisessuale e non si sa perché qui hanno deciso di farlo etero e omofobico?
Ma che domande! Così possono vincere un altro oscar sfruttando per l’ennesima volta il tormentone del malato di AIDS con l’attore che perde una fracca di chili e tutti ad applaudirlo, e applaudono pure Jared Leto che fa un transessuale senza sopracciglia che poi è un personaggio totalmente inventato e però fa tanto colore.

E poi lo sai che Jared non è uscito dal personaggio per un mese? Prima, durante e dopo le riprese si comportava sempre da femmenella drogata con tanta tristezza dentro.

Bello Dallas Buyers Club.
Peccato che non aggiunga un beneamato nulla al discorso HIV e AIDS.

Titolo originale: Dallas Buyers Club
Regia: Jean-Marc Vallée
Anno: 2013
Durata: 117 minuti

Spaghetti Story (2013)

I critici italiani sono per la maggior parte delle emerite teste di cazzo con poco gusto e molta pomposa miserrima dialettica.
E’ il caso di Cristina Raschio che, recensendo Spaghetti Story (delizioso film romano a basso costo), è riuscita a scrivere una frase del genere:

Il film, primo lungometraggio del regista romano Ciro De Caro, parla della precarietà giovanile, ma lo fa in maniera inedita, semplice, genuina. Proprio come un piatto di spaghetti.

….

Se uno dotato di un minimo di gusto letterario leggesse la suddetta frase, penserebbe che il film è una cacata pazzesca e il critico stia vanamente cercando di addolcire la pillola di una recensione pagata dal distributore, ovviamente facendolo con la sciatteria e lo stile di un ragazzino di terza media che prova a fare il poeta col tema in classe sul Risorgimento.

Si dà il caso infatti che un piatto di pasta non sia Né inedito, Né semplice e Né genuino.
Inedito, semplice e genuino sono infatti tre aggettivi che suonano bene messi insieme e possono dare un vago sentore di freschezza e originalità, ma che in realtà non vogliono dire proprio nulla.

Cara Cristina, se volevi parlare bene del film potevi dire questo:

Spaghetti Story è una ventata d’aria fresca nello stantio panorama cinematografico italiano; insospettatamente proveniente da Roma, capitale del cinema grasso e stupido, del “bona la prima”, e del “dottore, quanti cucchiarini ce vole ner caffe?”, questa piccola pellicola riesce invece ad elevare la mediocrità del romano medio, il suo bonario provincialismo ad una dimensione più alta, quasi romantica, e lo fa senza pretese e pippe intellettuali.

Valerio, il protagonista, è un’aspirante attore in un sistema italia al collasso e per pagare le bollette fa il clown alle feste per bambini; Scheggia, suo amico d’infanzia, spaccia droga e sembra paradossalmente più inquadrato in un’ottica di risparmio e progettazione del futuro e a tal proposito è splendido lo scambio tra i due con quest’ultimo che dice “ma non lo vedi che sei un fallito, quelli come te come fanno a progettarsi un futuro, a fasse ‘na famija, io invece metto i sordi da parte, sto a pensa’ pure de compramme casa, te metterei in regola io, coi contributi e tutto, se solo la legge non fosse così infame“.

Valerio è un fallito, sì; un ragazzo incapace di crescere e attaccato ad una quotidianità rassicurante fatta di sogni, amici d’infanzia e giocattoli. Ma è anche il sottoprodotto dei nostri tempi fatti di precarietà, capitalismo sfrontato e attacco allo stato sociale.
La sua ragazza Sara invece spinge forte per un cambio di rotta, magari un posto fisso, abbandonare i sogni e mettere su famiglia, e la relazione non potrà che subire un colpo.

La cosa straordinaria di Spaghetti Story è che è stata girata in 10 giorni con 15mila euro di budget, su una camera DSLR Canon 5D, un paio di Kino Flo e un ottica (se non sbaglio un 50mm).
Fine, niente fronzoli, niente grandi nomi, ma solo bravissimi attori, una storia semplice ma efficace e un ritmo accelerato che permette di non annoiarsi mai.

Ecco Cristina Raschio cosa potevi scrivere invece di tirare in ballo quella cazzata del piatto di spaghetti.

Rimandata a settembre.

Titolo originale: Spaghetti Story
Regia: Ciro De Caro
Anno: 2013
Durata: 82 minuti

8 mile (2002)

Nello stato americano del Michigan c’è una strada, la M-102, che corre orizzontalmente per 33 chilometri dividendo la città di Detroit in due: a nord i sobborghi perbene dei bianchi WASP e a sud, nella città vecchia, i quartieri malfamati e diroccati delle minoranze etniche, in particolar modo dei neri.
La M-102, conosciuta anche come “8 Mile”, è una ferita aperta nel tessuto sociale di una città allo sbando come Detroit, una ferita che non si rimargina per una volontà politica che non vede di buon occhio il melting pot, il crogiuolo di razze e culture tipico delle città americane.

Ed è qui che si inserisce Marshall Bruce Mathers III, conosciuto ai più col suo nome d’arte, Eminem: uno dei rapper più famosi della storia, un bianco dalla working class americana che partendo dal basso, dagli stessi quartieri che fanno da sfondo a questo film, è riuscito a mettere la testa fuori dal mare di sangue e merda in cui nuotano con estremo sacrificio molti cittadini del più potente paese al mondo.

8 mile (2002)

La storia è quella di Jimmy Smith junior, operaio alle presse idrauliche di giorno e aspirante rapper la notte; Jimmy vive con la madre alcolizzata e la sorella bambina in una roulotte nella parte povera di Detroit, a sud della suddetta 8 Mile, e cerca di vivere una vita normale tra difficoltà economiche, tradimenti, litigi, amori falliti e stupide rivalità musicali.

Jimmy è bravo, davvero bravo, ma è un bianco in un micro-mondo dominato da neri i quali non lo vedono di buon occhio; l’unico modo che Jimmy ha per guadagnarsi il rispetto del vicinato è con la musica e con le rime che spesso non riesce a sputare fuori per paura di fallire.
Dopo un’ora e mezza di sesso, droga e rap, il giovane Smith riuscirà a superare le sue paure e a trovare la sua strada, che è farcela da soli senza contare troppo sui sogni degli altri.

Anche se molti avevano storto il naso all’idea di un film con Eminem protagonista e basato a grandi linee sulla sua vita pre-successo, 8 Mile si è dimostrato un film solido e ben girato; la storia di umile riscatto sociale di Jimmy si rispecchia in tanti classici del passato, da Fronte del porto a La febbre del sabato sera: storie di giovani con i sogni giusti in testa e le bollette da pagare in tasca.
Un film da consigliare assolutamente per capire che si può ricavare del buono da ogni cosa in questo mondo, basta volerlo.

VOTO:
4 giovani squattrinati coi sogni

8 mile (2002) voto

Titolo originale: 8 Mile
Regia: Curtis Hanson
Anno: 2002
Durata: 110 minuti

Ladri di biciclette (1948)

La storia di Antonio Ricci, disoccupato romano a cui fregano la bicicletta il primo giorno di lavoro da attacchino e che attraversa mezza Roma alla disperata infruttuosa ricerca della stessa, la conoscono tutti e non mi soffermo qui a raccontarla.

Ladri di biciclette (1948)
all’anima de li mortacci tui

La cosa che lascia più esterrefatti ogni volta che si vede questo film è non tanto l’evidente storia di miseria e distruzione umana sotto e dentro cui passa il povero Antonio, ma è la città decadente in cui si svolge il tutto, una Roma irriconoscibile a tratti, sia rispetto all’oggi, sia rispetto alla propaganda fascista di pochi anni prima: strade deserte con cazzi monumentali bianchi che spiccano solitari e sotto cui trovano ombra i romani, un crogiulo di puttane, sante, ladri, poliziotti fascisti, comunisti da sottoscala e via dicendo che si amalgamano in un unico colore misto come solo Roma può fare, un colore confuso, né acceso né spento, un colore che esiste e che, anche solo per la sua pura esistenza, merita di essere raccontato.

Questa è in fondo l’essenza del neorealismo italiano: fare del furto di una bicicletta qualunque il perno su cui gira una giostra intellettuale di dimensioni colossali.

Nessun commento ovviamente sulle emerite teste di cazzo decerebrate che non apprezzarono il film e che continuano, nelle loro incarnazioni di figli e figlie bastarde, a voler mettere becco nella critica cinematografica sciorinando giudizi negativi su capolavori assoluti solo perché non hanno le capacità intellettuali minime per afferrare siffatte opere.

Stronzi supponenti riccastri di merda.
Arriverà il giorno in cui si farà piazza pulita di voi, come a Bronte.

Libertà!

VOTO:
5 emerite teste di cazzo decerebrate di Andreotti

Ladri di biciclette (1948) voto

Titolo originale: Ladri di biciclette
Regia: Vittorio De Sica
Anno: 1948
Durata: 93 minuti

The Central Park Five (2012)

La sera del 19 aprile 1989 una giovane bancaria di 29 anni stava facendo jogging a Central Park, New York; quella stessa sera fu assalita, trascinata in un fosso vicino, derubata, stuprata, sodomizzata, accoltellata, le fu fratturata la testa con una pietra e fu lasciata in condizioni disperate fino a quando, la mattina dopo, due persone notarono qualcosa in quel fosso, ed il resto è conosciuto come il “Central Park Jogger Case”.

The Central Park Five (2012) - 1
Central Park dall’alto

Ora, mettete sul piatto questi elementi: la donna era una giovane bianca rispettabile con un lavoro nella finanza; mentre lei veniva assalita un gruppo di giovanissimi newyorkesi neri e ispanici stava disturbando ed assalendo passanti nel parco; la polizia deve trovare il colpevole sotto pressione di una stampa ringalluzzita dagli elementi di estrema violenza e sessualità.

Indovinate un po’ chi accusarono?

è stato il negro!
è stato il negro!

The Central Park Five narra la vicenda di Antron McCray, Kevin Richardson, Raymond Santana, Yusef Salaam and Kharey Wise; 5 ragazzi marginalizzati di un New York razzista, violenta e devastata da un capitalismo sfrenato (ricordate che sono gli anni di Ronald Reagan, di Rambo e di Wall Street cocainomane), cinque ragazzi accusati ingiustamente e costretti a confessare sotto pressione psicologica, con la polizia che li ha torchiati dalle 16 alle 30 ore consecutive, ragazzi tra i 14 e i 16 anni la cui unica colpa era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La stampa, l’opinione pubblica e i media tutti si schierarono contro questi cinque poveracci arrivando addirittura a chiedere la pena di morte, vi ricordo, ragazzi tra i 14 e 16 anni.
Donald Trump (quello stronzo magnate americano che ha fatto i miliardi con il business delle case, un palazzinaro insomma) comprò una pagina intera del New York Times per invocare il ripristino della pena capitale nello stato di New York.

pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo
pittoresca rappresentazione del processo sui giornali americani, notare il negro cyberpunk dal muso torvo

Dopo un lungo processo farsa furono condannati a pene detentive tra i 7 e i 16 anni.
Un’esperienza che lì segnò per sempre, togliendo loro la voglia di farcela, di avere stima in se stessi, nel dare fiducia alle persone, 5 ragazzini innocenti sbattuti in galera con criminali dalla pella spessa; tutto questo non deve essere stato facile.

Solo nel 2002 il vero colpevole, Matias Reyes, incontrando uno di loro in galera, sentì il bisogno di fare outing, di confessare tutto e cercare così di ridare un po’ di dignità alle vite spezzate di questi giovani americani.
Non la stampa, non la televisione, non il governo, non le brave persone hanno corretto questo mostro giudiziario; no, a salvare i Central Park Five fu un rapinatore omicida ispanico disturbato dalla strana e violenta sessualità.

Brava America, sempre in pole position nella classifica dei posti del cazzo.

VOTO:
4 rapinatori omicidi ispanici disturbati dalla strana e violenta sessualità e mezzo

The Central Park Five (2012) voto

Titolo: The Central Park Five
Regia: Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon
Anno: 2012
Durata: 119 minuti

Mare dentro (2004)

Questa è la storia vera di Ramòn Sampedro, un pescatore spagnolo della Galizia che, a seguito di un tuffo sbagliato in mare, è rimasto tetraplegico; per 28 anni è rimasto inchiodato a letto contro la sua volontà, la volontà di morire.
Ivi ne ripercorriamo gli ultimi anni di vita e la sua battaglia per il diritto all’eutanasia.

Mare dentro (2004)

Questo film del 2004 fu un discreto successo globale, tanto da vincere quello stesso anno l’Oscar e il Golden Globe come miglior film straniero.
Le motivazioni di tale risposta di pubblico e critica sono facili da individuare: il tema trattato, l’eutanasia o suicidio assistito che dir si voglia, è un tema che sempre più si fa largo nell’opinione pubblica e nel dibattito politico (almeno nei paesi avanzati, non certo in Italia); la regia di Alejandro Amenàbar è ottima, con una tecnica cinematografica impeccabile e una storia construita a tavolino per emozionare ma soprattutto far pensare criticamente al problema; e poi l’interpretazione di Javier Bardem, nei panni di un uomo costretto a vivere una vita che per lui non aveva più senso, è fenomenale e molto toccante.

La pellicola ha ovviamente accesso le teste calde che non riescono a concepire come altre persone possano avere un altro punto di vista sulla questione dell’eutanasia; persone come il Papa, i preti, i benpensanti e tutti quelli che costantemente impongono la loro visione del mondo ristretta, bigotta e alquanto superata al resto della popolazione umana, contro la loro volontà.

Titolo: Mar adentro
Regia: Alejandro Amenàbar
Anno: 2004
Durata: 125 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti

Father, Son and Holy War (1994)

Padre, figlio e guerra santa è il titolo di questo interessantissimo documentario di Anand Patwardhan, uno dei più famosi documentaristi del sub-continente indiano.

Nelle sue due ore, Anand ci guida per mano attraverso diversi episodi di violenza occorsi recentemente (rispetto al 1994, anno di produzione del film) che hanno tutti un tratto comune al cuore: il maschilismo belligerante e ottuso degli “attori in gioco”.
Assistiamo a discorsi infuocati del nostro “caro” Bal Tackeray, leader dello Shiv Sena, un partito nazifascista opportunista e xenofobo che ha governato per 17 anni (e l’incubo continua) la capitale del cinema indiano; poi vediamo i leader musulmani incitare all’odio i fedeli dell’Islam, usare le stesse parole d’odio e mascolinità per spingere alto il loro orgoglio; e poi le testimonianze di tanti (induisti e musulmani) che hanno subito gli effetti di questi comportamenti scellerati e incivili.

Il film cerca di spiegare come le società violente e patriarcali sono tutto sommato un’invenzione recente: per secoli, millenni le comunità umane sono vissute in relativa armonia, spesso sotto un matriarcato che ha permesso loro di prosperare in pace con i vicini. Poi però certe comunità hanno pensato bene di fare guerre e instaurare il terrore per la conquista di territori, questo a discapito di chi già viveva su quelle terre.
Le conseguenze di questo nuovo pensiero dominate le vediamo ancora oggi, ogni volta che un gruppo pensa bene di definirsi migliore di altri sulla base di una religione o del colore di una pelle o di una presunta superiorità moral-intellettiva.

Da non perdere una delle apparizioni del “caro” Bal Thackeray il quale (tra una cazzata populista e l’altra) dichiara solennemente di sapere come risolvere gli annosi problemi di Pakistan e Kashmir in un solo giorno; sfortunatamente però il “caro” leader ha tirato le cuoia senza lasciare traccia del suo grande e brillante piano strategico.

Titolo originale: Pitra, Putra Aur Dharamyuddha
Regia: Anand Patwardhan
Anno: 1994
Durata: 120 minuti

Road, Movie (2009)

C’è un interessante parallelo in Road, Movie tra la trama (uno sgangherato ed eterogeneo drappello di disperati che porta in giro un cinema su ruote) e il film stesso: loro fanno conoscere la magia del cinema all’entroterra indiano e il film fa conoscere quest’entroterra ad un vasto pubblico (anche e soprattutto internazionale).
Un entroterra che (detto tra me e voi) è la vera India: quella povera e dimenticata, quella isolata e reietta, ma ciononostante capace di ridere ed essere felice delle piccole cose.

Road, Movie (2009)
non ci resta che piangere

Assolutamente da non sottovalutare, la pellicola è una piccola perla del nuovo cinema indipendente indiano che si sta facendo pian piano strada tra i giganti di Bollywood.

E’ uno strano miscuglio che in certi momenti porta straordinariamente alla mente Gerry di Gus Van Sant (silenzi, musica, deserto) e un secondo dopo già siamo altrove, o meglio oltre.
Interessanti alcuni frangenti, come quando un “Signore dell’acqua” (come i Signori della guerra in Africa il quali possiedono bande di soldati irregolari per controllare porzioni di territorio) spiega quanto la sua corrotta gestione della poca acqua lì presente non sia molto diversa da quella delle grandi multinazionali: se lui la imbottigliasse e le desse un bel nome come fanno queste, tutti lo chiamerebbero per intervistarlo e sarebbe elogiato come un cavaliere del lavoro.
La morale quindi è che c’è poco da fare i moralisti; qui piuttosto sembra valere il gioco dei due pesi e delle due misure.

Le migliori scene sono comunque quelle sull’India; l’India con le rughe del lavoro sotto il sole cocente, l’India dei bellissimi occhi di una donna col velo.
Meravigliose poi le figure che dal buio della notte (dell’ignoranza umana) avanzano verso il camion in cerca d’acqua e che ridono di gusto guardando i vecchi film di Buster Keaton, splendida conferma di come Charlie Chaplin avesse ragione quando diceva che i film muti parlano a tutti e che possono goderne sia un Newyorkese con la cravatta e sia un nomade del deserto indiano.

VOTO:
4 cravatte

Road, Movie (2009) Voto

Titolo originale: Road, Movie
Regia: Dev Benegal
Anno: 2009
Durata: 95 minuti
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