Il sale della Terra (2014)

Le prime testimonianze di pitture rupestri risalgono ad una quarantina di migliaia di anni fa: bisonti, capre, mammuth, e figure umane stilizzate ricoprivano le pareti di remote caverne buie e spettrali.
Il motivo di queste pitture è ancora dibattuto; quello che è certo però è che l’uomo non ha più smesso di catturare artisticamente la realtà che lo circonda: ieri col pennello, oggi con una macchina fotografica.

Il sale della Terra (2014)

Sebastião Salgado è un fotografo brasiliano trapiantato a Parigi che si è occupato, col suo impressionante lavoro decennale, di importanti tematiche sociali e ambientaliste.

Spinto da una vivacissima curiosità ed un cuore largamente emotivo, Salgado ha fotografato remote popolazioni sudamericane, miniere d’oro in Brasile, pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait, enormi migrazioni umane in Africa, guerre, carestie, sofferenza, pietà e tutto quello che rende interessante la vita sulla Terra.
In questo enorme calderone di luoghi ed eventi, Salgado si è sempre concentrato sull’essere umano che lui stesso definisce “il sale della terra”; un incredibile animale che ha colonizzato in breve tempo ogni angolo del pianeta, col suo carico di conoscenza e adattabilità.

Ora, racchiudere 40 anni di carriera in 2 ore di documentario non deve essere stato facile: quali avvenimenti raccontare e quali tralasciare, che filo narrativo seguire e sotto quale ottica mettere in luce il lavoro straordinario di uno dei più importanti fotografi viventi?
Wim Wenders, coetaneo tedesco di Salgado, regista cinematografico e fotografo egli stesso, ci ha provato con questo La Sal de la Tierra, una magnifica opera filmica che è riuscita a racchiudere una caterva di emozioni contrastanti in un guscio narrativo solido fatto di interviste, riprese suggestive e fotografie mozzafiato di Salgado stesso.

Prima di questo documentario non conoscevo Sebastião Salgado; nonostante avessi visto alcune delle sue foto su riviste cartacee e online, la figura del fotografo mi era sconosciuta, come poi dovrebbe essere: le immagini dovrebbero parlare da sole, senza l’ausilio di intermediari.
Il sale della Terra ci racconta Salgado seguendo questa via: dedica gran parte del suo tempo alle immagini, a quelle stupefacenti fotografie che da 40 anni ci parlano di un mondo ostile e meraviglioso e della creatura uomo che cerca di sopravvivere agli implacabili venti del tempo.

VOTO:
5 implacabili

Il sale della Terra (2014) voto

Titolo inglese: The Salt of the Earth
Regia: Juliano Ribeiro Salgado, Win Wenders
Anno: 2014
Durata: 110 minuti

Charlie’s Country (2013)

Charlie è un Yolngu, un aborigeno australiano delle terre del nord, che fatica non poco a vivere una vita decente e rispettosa delle regole dell’uomo bianco.
La sua terra è stata strappata via dai coloni inglesi un secolo fa e Charlie, come tanti altri nativi, si ritrova per strada, vestito di stracci, e nella più totale incapacità di conciliare le sue tradizioni culturali con il modo di vivere occidentale.
La polizia gli confisca la pistola che usa per cacciare e la jeep dell’amico che usa per spostarsi e il bufalo d’acqua che hanno catturato e la lancia che si è costruito da solo; l’uomo bianco infatti ha introdotto un sistema economico-sociale totalmente estraneo alle popolazioni locali e poi ha preteso che questi locali si adattassero senza batter ciglio.
Insomma, la solita vecchia storia della civilta più avanzata che conquista e devasta a suon di mazzate i popoli più indifesi.

Girato secondo i più classici crismi del film minimalista ed assolutamente pieno di buoni intenti, Charlie’s Country è però una vera propria rottura di cazzo.
Fortunatamente sorretto dall’incredibile fisicità di David Gulpilil, una celebrità in Australia per sue doti di danzatore narratore attore cacciatore raccoglitore, questo polpettone insostenibile pieno di sensi di colpa per le atrocità commesse dai bianchi e inzuppato di inquadrature di tramonti belli sì ma che alla fine ‘sti cazzi diviene dopo appena 20 minuti una soporifera tortura per il povero uomo bianco che si è ritrovato a pagare il biglietto nella vana speranza di vedere un’opera politico-sociale interessante.

Considerando invece che lungo il corso del film il nome “Charlie” viene pronuciato 367 volte mentre “Country” viene invocato non meno di 854 volte, tutto quello che si può dire è che, a differenza del Pasto Nudo, il titolo è molto fedele alla trama.

VOTO:
2 bufali d’acqua

Charlie's Country (2013) voto

Titolo originale: Charlie’s Country
Regia: Rolf de Heer
Anno: 2013
Durata: 108 minuti

Samba (2014)

L’immigrato irregolare senegalese Samba Cissé vive a Parigi da ormai 10 anni quando viene beccato dalla polizia francese, chiuso in un CPT, processato per direttissima e rimesso in libertà con un foglio di via e cioè un pezzo di carta dove c’è scritto che devi lasciare il paese a tue spese in tot giorni, pena l’incarcerazione.

Samba, che faceva il lavapiatti in un albergo di lusso, si ritrova ora nei casini e senza prospettive di lavoro, incastrato com’è tra una vita di stenti e fatica in Francia e una di miseria nera in Africa.
In suo aiuto arriva Alice, un’assistente sociale che sta cercando di trovare una stabilità psico-emotiva dopo una forte crisi di nervi che le ha fatto quasi perdere la testa.

Tra i due nasce l’inevitabile storia d’amore che, strana e improbabile com’è, riesce a far concludere la pellicola con una nota positiva.

Samba (2014)

Seconda collaborazione tra il bravissimo attore Omar Sy e i due registi del fortunatissimo Intouchables, questo Samba non tira bene tanto quanto il precedente.

Nonostante la storia ci porti dentro il ventre di una Parigi popolata da migliaia di immigrati irregolari che svolgono le più disparate mansioni, dai cuochi ai carpentieri passando per le guardie notturne, e sia pertanto da elogiare nel suo chiaro intento politico progressista e rivelatore del sottobosco che fa muovere le metropoli europee, il film finisce per fallire proprio su questi punti: le personalità non sono approfondite, ma rimangono abbastanza macchiettistiche; i drammi giornalieri degli immigrati sono appena accennati e spesso usati più come materiale comico che drammatico; e su tutto vige uno strano senso di già visto e visto meglio.

Un peccato, perché gli attori ci sono e la storia d’amore tra l’immigrato e la nevrotica meritava miglior sorte.

VOTO:
3 immigrati che hanno avuto miglior sorte

Samba (2014) voto

Titolo originale: Samba
Regia: Olivier Nakache, Eric Toledano
Anno: 2014
Durata: 118 minuti

L’odore della notte (1998)

Remo Guerra fa le rapine: tipo che prende una pistola, una macchina, e due compari e poi segue le ricche stronzone impellicciate della borghesia romana e le colpisce alla testa e al volto e alla pancia fino a che non cadono a terra e mollano la grana e i gioielli e le pellicce e quel sorrisetto da stronze che la vita da privilegiate ha regalato loro.
Remo lo fa sì certo per i soldi, ma anche per un non ben specificato senso di malessere che sente dentro, un male che lo consuma e gli impedisce d’amare se stesso e chi gli sta attorno.
Rapina dopo rapina, tristezza dopo tristezza, Remo continua a delinquere per inerzia, come se aspettasse solo di sbattere contro un muro per fermarsi, per porre fine ad una vita stritolata tra cuore e budella.

L’odore della notte (1998)
una candela che brucia da entrambi i lati

Dopo Amore tossico e prima di Non essere cattivo, questo bel film di Claudio Caligari narra le vicende di uno dei tanti gruppi di esclusi della Roma di fine secolo, una città decrepita e senza vergogna che campa (secondo il caro e vecchio Goethe) mostrando ai turisti il cadavere della nonna.
Girato con maggiore padronanza tecnica rispetto al fantastico esordio dell’83 tanto che l’inizio respira quasi di teatralità sperimentale nella sua narrazione in bilico tra una serie di monologhi esistenzialisti e una raffica di cazzotti in bocca ai ricchi romani che si farebbero inculare pur di non mollare la collana, L’odore della notte tende a sfilacciarsi un po’ con il progredire della storia fino a giungere ad un finale per certi versi deludente e telefonato.
D’altra parte c’è da dire che è lo stesso Remo ad esplicitare in più occasioni la sua interna e autodistruttiva voglia d’essere beccato, per mettere fine ai suoi pensieri suicidoidi.
Emblematico a tal proposito è l’incontro in ospedale ad inizio film con il poliziotto che ha tentato il suicidio sparandosi un colpo in bocca e che viene ora nascosto alla vista dei colleghi con un paravento, come se le emozioni che ci rendono tutti umani e che spesso ci fanno soffrire siano cose da sopprimere, dentro in fondo al cuore, fino a che un giorno risalgono come un conato di vomito pieno di bile e rabbia verso chi ci comanda e ci tiene a bada facendoci camminare le nostre tristi vite lungo strade di città decrepite e senza vergogna.

VOTO:
4 Goethe

L’odore della notte (1998) voto

Titolo inglese: The Scent of the Night
Regia: Claudio Caligari
Anno: 1998
Durata: 101 minuti

Non essere cattivo (2015)

Vittorio e Cesare sono due romani di Ostia con poco sale in zucca e parecchia droga nel cervello.
Tra una pippata di cocaina, due sdrucite prese per strada e tanto spaccio per le desolate periferie della capitale, i due amici hanno un’immensa voglia inespressa di felicità che sfogano tristemente con un giro in macchina o una chiaccherata con i loschi frequentatori di un bar del litorale.
L’incontro con una donna però ha per Vittorio un effetto rigenerante, tanto che molla la vita da sfigato col cazzo piccolo che cerca di farsi notare strombazzando il clacson della macchina per abbracciare invece il suo destino e cioè la classe del proletariato e del sottoproletariato.
Questo allontanamento ha un effetto destabilizzante per Cesare che si ritrova solo ad affrontare la vita di merda in cui si trova, un effetto forse più potente di qualsiasi droga gli sia mai passata tra le mani.

e nel naso
e nel naso

Terzo capitolo della “trilogia” di Claudio Caligari sugli emarginati romani dopo Amore Tossico e L’odore della notte, questo Non essere cattivo si rigioca molto dell’immaginario e dello stile dei due precedenti film, e la cosa lo appesantisce un po’.

Dalla scena iniziale copiata para para fino alla volgare sbruffonaggine dei personaggi, si respira spesso un senso di già visto e già vissuto che stucca un po’ e ci si chiede che senso abbia fare un film così, un film che, nonostante le belle intenzioni e la pregevole scelta di incentrare il discorso sulla classe sociale più dimenticata dal cinema e dalla televisione, ha ben poco da aggiungere al piatto delle riflessioni.Passate le belle interpretazioni dei due protagonisti e il plauso produttivo per aver portato a termine il film dopo la morte improvvisa di Caligari, resta un assoluto fastidioso per la voglia di romanità a tutti i costi che fa mettere in scena personaggi macchiette dall’accento marcato/ridicolo, e il fortemente ricamato filo emotivo teso tra la storia e lo spettatore, un vero e proprio ricatto morale che va a pescare nei cliché più spudorati e qualunquisti tipo la bambina malata o il figlio a sorpresa.

Speravo che certe minchiate facessero parte solo di cacate neo-democristiane tipo La meglio gioventù e invece anche qui mi sono ritrovato ingabbiato al cinema con una marea di mediocri individui che, con una mano sui popcorn e l’altra sul pacco, ridevano e si autocompiacevano nel vedere messo in scena il loro desolante ghetto fisico e intellettuale.

VOTO
3 mediocri individui

Non essere cattivo (2015) voto

Titolo originale: Non essere cattivo
Regia: Claudio Caligari
Anno: 2015
Durata: 100 minuti

Child of Rage (1990)

Beth Thomas ha sei anni e sembra una bambina normale; in realtà Beth vorrebbe ficcare ripetutamente un coltello dentro suo fratello minore, per vederlo soffrire ed infine morire.

Andato in onda nel 1990 sulla tv americana e diventato immediatamente un piccolo caso per la tematica trattata e la naturalezza con cui la giovanissima Beth raccontava i suoi atteggiamenti altamente distruttivi, Child of Rage è un breve ma intensissimo documentario sulle terribili conseguenze degli abusi sui minori, abusi fisici e mentali.

Nonostante soffra di un certo didascalismo televisivo e proceda per passi certi e programmatici da un inizio nero ad un roseo futuro, Child of Rage mantiene una certa freschezza e impressiona ancora lo spettatore.

VOTO:
3 minori abusati e mezzo

Child of Rage (1990) voto

Titolo originale: Child of Rage: A Story of Abuse
Prodotto da: Gaby Monet
Anno: 1990
Durata: 27 minuti

Amore Tossico (1983)

Ndo’ s’annamo a spertusa’ ‘a venazza?
Oh, gira qua, dai!
Va dritto.
Oh, ‘namo a le fratte che è er posto più vicino, su.
No, le fratte no!
Oh!!! Avete cacato er cazzo! ‘O so io do’ s’annamo a fa’.

Roma, anni '80
Roma, anni ’80

Carlo Caligari è stato un regista fuori dagli schemi e fuori dal sistema: nella sua quarantennale carriera è riuscito a girare solo 3 film (l’ultimo in uscita a settembre grazie all’aiuto dell’amico di sempre Valerio Mastandrea).
Amore tossico invece è stato il suo esordio col botto sul grande schermo con un trionfo a Venezia, dove vinse il premio De Sica; girato tra Ostia e Centocelle con uno spirito profondamente neorealista e attori dalla strada veramente tossicodipendenti, Amore tossico è un’anomalia, un film che in teoria non sarebbe dovuto uscire.
Perché Amore tossico descrive ma non giudica questa realtà fatta di rapine, droghe e disperazione, e in un paese come l’Italia, pieno di preti e fascisti, l’assenza della condanna è un fatto strano e pericoloso, perché lascia la gente libera di pensare.

Ma Amore tossico non è solo un film crudo sulla tossicodipendenza delle periferie romane negli anni ’80, è anche uno straordinario manifesto in salsa comica di un punto di vista politico preciso che vedeva (e vede) nel cittadino in difficoltà un motivo di compassione e non un moto di disgusto.
I bravissimi attori non-attori riescono a veicolare tutta la spontaneità di una vita condotta alla giornata, dove si campa in attesa della “svorta” e cioè un evento improvviso e in parte inaspettato che regala al fortunato che “ha svortato” una prospettiva nuova e un motivo in più per non ammazzarsi buttandosi “a fiume”.

Io me lo ricordo, quando ero piccolo, quello che si diceva sui tossici: gente da evitare, gente pericolosa, che ti rubava il portafoglio, che ti bucava con l’ago sporco, che ti attaccava le malattie.
C’era una fobia assoluta e l’atteggiamento del popolo era quello di voltare la testa dall’altra parte, un po’ come si fa oggi coi nuovi disperati agli angoli di una Roma eterna e ingiusta.
Claudio Caligari invece ci si butta a capofitto in questa nebbia delle coscienze collettive, in questa melma del fallimento delle politiche di inclusione varata negli anni ’70, e lo fa con un amore sincero, un amore semplice che fa da perfetto contraltare ai piccoli e disperati amori di Cesare, di Ciopper, di Enzo, di Michela, di Patrizia, di Loredana e di tutti quelli che non ce l’hanno fatta a portare dentro quell’insostenibile voglia di felicità.

VOTO:
5 Pasolini

Amore tossico (1983) voto

Titolo inglese: Toxic Love
Regia: Claudio Caligari
Anno: 1983
Durata: 90 minuti

The Backyard (2002)

La lotta corpo a corpo esiste da sempre; la spettacolarizzazione della lotta invece è venuta un po’ dopo, probabilmente un quarto d’ora dopo l’inizio della prima azzuffata con i primi ominidi radunati intorno ai due lottatori a tifare per l’uno o per l’altro in completo stato d’abbandono psicologico-emotivo.

Vedere gli altri farsi male ha infatti un potere catartico più grande della meditazione zen… e i ricchi lo sanno bene; per questo non vedrete mai un milionario su un ring darsele di santa ragione con un magnate della finanza, mentre è prassi comune per l’élite di comando godersi gli spettacoli sportivi e militari sorseggiando gin&tonic.

Perché farsi male è da poveri coglioni.

The Backyard (2002)
povero coglione poco prima di farsi male

Una volta c’erano le arene e le lotte tra gladiatori, spettacoli (a volte mortali) che coinvolgevano uomini, belve, carri, armi di ogni tipo ed effetti speciali; poi venne lo sport, che è una sublimazione in chiave agonistica della naturale propensione umana al confronto fisico e allo scontro per la dominanza del clan.
Una variante che si pone tra i due mondi poi è il wrestling professionale, quella stronzata molto americana che vede lottatori professionisti piroettare su ring ammortizzati in spettacoli altamente coreografati.
E la sottobranca folle (ed illegale) del wrestling professionale è il “backyard fighting”, e cioè menarsi con spranghe e tubi al neon, darsi fuoco e spiaccicarsi a terra sulle puntine da disegno in ring improvvisati ricavati dai cortili privati delle casette americane più miserevoli.

Questo documentario va a sbirciare proprio queste ridicole lotte per sognatori falliti e regala una sana angoscia allo spettatore che riesce a vedere il tutto sotto una chiave politica.
Perché questi poveracci e reietti della società americana, cresciuti a cereali e televisione di quart’ordine, senza un’educazione o un lavoro decente, senza assicurazione medica e con parecchi figli a carico, non sono altro che i proletari del nostro millennio.
Per la precisione sono una sotto-categoria di proletari, come i manovali, metalmeccanici, i saldatori, i lavavetri e così via.
Queste povere creature dimenticate da dio sognano di diventare qualcuno, di essere riconosciuti e apprezzati dalla società, la stessa società che non ha mai dato loro una vera valida alternativa alla silenziosa mediocrità di una vita nel deserto centr’americano.
Imitano quello che vedono in televisione perché quello è stato il loro unico modello nella fase di crescita mentre i genitori sono spesso assenti o troppo indaffarati a far quadrare i conti di casa.

Questi ragazzi dall’ignoranza abissale e da una bontà struggente ricordano tra l’altro in tutto e per tutto i ragazzi di strada che Pasolini amava incontrare (e a volte scopare).
Sono lo strato di soffice pelle cuscinetto che cresce tra i medio borghesi e quelli che invece si ribellano allo status quo, nel bene e nel male; uno strato protettivo che difende il padrone, senza saperlo.

Questo The Backyard è un film indipendente molto bello e appare interessantissimo per chi è curioso di vedere cosa si celi dietro il meccanismo perverso chiamato “scala sociale”.

PS: stesso regista del folle The Human Race.

VOTO:
3 Amici di Maria e mezzo

The Backyard (2002) Voto

Titolo originale: The Backyard
Regia: Paul Hough
Anno: 2002
Durata: 80 minuti

Good Hair (2009)

Avete presente i negri?
Quelli che invece di essere bianchi sono nati con la pelle negra e le mani negre e i nasi negri e i capelli negri?

Ecco, lo sapevate che questi negri sognano di essere bianchi?
Sognano di mimetizzarsi nella folla bianca, di non essere esclusi dai colloqui di lavoro per il loro aspetto bizzarro, di non essere pistolettati mentre camminano la sera con il cappuccio della felpa tirato su a nascondere i loro capelli negri.

I negri vogliono essere bianchi perché vivono in una società razzista e ignorante che non vede di buon occhio chiunque si discosti dal canone medio impartito dai nostri avi, e dagli avi dei nostri avi, su su fino a giungere a quei mutati figli di puttana preistorici che per un errore genetico erano nati bianchi e biondi da madri nere e more.
Che storia…

Ad ogni modo, Chris Rock, il famosissimo commediante nero americano, ha deciso di indagare la faccenda dei negri coi capelli stirati con questo documentario dal tono gioioso e non troppo politicizzato.

Good Hair (2009)

‘sto Good Hair non è niente male.

Anche se non si spinge mai oltre la lontanissima vena satirica da stand up comedy, il film riesce comunque a far passare pochi ma essenziali concetti riguardo la follia che gira intorno all’industria del capello nero.
Molti di noi sono infatti totalmente all’oscuro di quanta roba le donne nere americane facciano al loro cuoio capelluto e al vello che lo ricopre; dall’onnipresente crema rilassante che permette uno stiramento del capello riccio (una crema che può sciogliere l’alluminio in 4 ore) ai parrucchini di ogni foggia e colore, queste zombie da tubo catodico provano di tutto arrivando a spendere cifre da capogiro, anche a costo di sacrifici sul cibo e l’alloggio.

C’è da tener conto però che quando un colloquio di lavoro può andar male per un’acconciatura naturale afro, allora spendere 1000 o 2000 dollari su un rotolo di capelli lisci da appicciare in capoccia può sembrare un valido investimento per la persona oggetto di tale razzismo.
Ed è proprio così che lo considerano molte di loro: un investimento sull’immagine e di conseguenza sul loro status sociale.
Perché se la società ti giudica per come ti vesti, come parli, come ti atteggi e cosa pensi, allora per un nero queste regole valgono il doppio.

Anche se il documentario manca di un vero e proprio taglio politico sulla faccenda (cosa desiderata visto l’evidente appeal del modello europeo per le popolazioni rese schiave dal fascio-capitalismo del 21esimo secolo), ciò non toglie che il film rimane godibile sotto più punti di vista e soprattutto alza il sipario su un tema a me praticamente sconosciuto.

VOTO:
3 nere camuffate da bianche

Good Hair (2009) Voto

Titolo originale: Good Hair
Regia: Jeff Stilson
Anno: 2009
Durata: 96 minuti

Crooklyn (1994)

E’ l’estate del 1973 a Bed-Stuy, un quartiere del settore Brooklyn della città di New York popolato principalmente da neri della classe medio-bassa; i ragazzi e le ragazze sono tutti fuori casa, a giocare e fare casino per le strade e sembra non vedano l’ora di crescere, tutti insieme.
Per Troy, una ragazzina di 9 anni con 4 fratelli, una madre insegnante e un padre musicista fallito, questa estate sarà fondamentale e gli eventi che si susseguiranno la faranno presto diventare adulta.

Mai come guardando questo film mi è venuto in mente il famoso detto africano “ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”.

Crooklyn è uno dei film meno conosciuto di Spike Lee, quando invece è uno dei più intimi e personali: in gran parte ispirato alla sua adolescenza in Brooklyn durante gli anni ’70, questa pellicola è un piccolo spaccato su un’epoca un po’ spensierata e un po’ ignorante che ormai non esiste più.

Non è un caso che qui non ci sia neanche un elemento politico, un accenno alle sommosse popolari e alle tante ingiustizie che i neri americani andavano subendo in quelle stesse strade; per un regista senza peli sulla lingua come Lee, questa scelta va ricercata nella chiara volontà di tracciare un semplice affresco di adolescenza rubata di una piccola bambina, una dei tanti neri americani privati di un futuro ancor prima di averlo sognato.
Mentre dorme infatti Troy immagina drogati che la rincorrono per i buoni pasto statali e durante il giorno usa un linguaggio da scaricatore di porto; una vita, la sua, completamente diversa rispetto a quella di sua cugina Viola che vive al sud in un quartiere residenziale all’americana dove i neri cercano di imitare i bianchi: vestendosi come loro, lodando il signore gesù cristo (bianco) e stirandosi i capelli per renderli lisci.

Troy invece, pur nella sua innocenza di bambina pre-adolescenziale, ha già visto tanto e nonostante non sia mai uscita dalle quattro vie del suo quartiere è già pronta per un mondo ostile che la guarderà sempre come una negra.

Titolo originale: Crooklyn
Regia: Spike Lee
Anno: 1994
Durata: 115 minuti

Mery per sempre (1989)

La Sicilia ha tanti fiumi:
Simeto, Alcàntara, Ànapo, Bèlice, Dittàino, Gornalunga, Plàtani, Salso, Acate, Agrò, Arena, Asinaro, Bèlice, Destro, Pietralonga, Fiume Grande, Bèlice Sinistro, Frattina, Bèlici, Braemi, Calderari, Caltagirone, Carbo, Cassìbile, Cerami, Chinìsia, Comunetti, Cutò, Delia, Disueri, Elicona, Ferro, Ficarazzi, Freddo, Furiano, Gallo d’Oro, Gela, Gibbesi, Grande, Iato, Imera, Ippari, Irminio, Ispica, Lentini, Lodderi, Magazzolo, Marcanzotta, Marcellino, Màrgana, Margherito, Maroglio, Màzaro, Mazzarra, Mela, Mìlicia, Modione, Monaci, Morello, Naro, Naso, Niceto, Nocella, Oreto, Palma, Patri, Pòllina, Rincione, Rosmarino, S. Bartolomeo, S. Leonardo, S. Stèfano, Salito, Saracena, Sàvoca, Sènore, Serravalle, Sosio, Sotto di Troina, Tellaro, Tèrmini, Timeto, Torto, Trinità, Troìna, Tùrvoli, Tusa, Verdura, Vìcari, Zappulla.
I fiumi di Sicilia sono tanti, però spesso i Siciliani non hanno l’acqua.
E perché?
Perché in Sicilia c’è la Mafia che sull’acqua c’ha fondato il suo impero fatto di violenza, ingiustizia e omertà.
Questo i Siciliani delle periferie disagiate di Palermo non lo sanno; per loro la Mafia è quasi un bene: la Mafia ti dà un lavoro, la Mafia dà un senso alla tua vita di stenti e calci in bocca, nella Mafia puoi diventare qualcuno se sai farti valere, e non serve un titolo di studi, e non serve saper leggere e scrivere.
Basta un coltello, il buio della notte e una buona dose di stupidità per “svoltare”, per fare il boss.
Anche i ragazzini non sono esenti da questa legge della giungla, e più spesso che mai vengono pizzicati in flagranza di reato e spediti in carceri minorili, come il Malaspina di Palermo.
Marco Terzi è un professore di liceo di Milano che si ritrova ad insegnare nel Malaspina; ha una classe di pochi ma agguerriti ragazzi, i quali vedono in lui un’altra estensione dello stato, quello stesso stato italiano che si interessa a loro solo quando è tempo di sbatterli in galera, solo per punirli, come un padre padrone di 200 anni fa.
Marco questo lo capisce presto e vuole quindi segnare una svolta, seppur piccola, nelle vite dei suoi studenti.

Mery per sempre (1989)
né carne e né pesce… come Matteo Renzi

Mery per sempre è stato un film epocale: alla sua uscita, questa piccola ma importantissima pellicola neorealista è stata salutata da molti come una boccata d’aria fresca nel cinema buonista italiano che ha sempre trattato i problemi del bel paese a canzonette e barzellette.
Qui si fa sul serio invece, i ragazzi sono presi dalla strada e le loro recitazioni paiono più realistiche che mai, le caratterizzazioni sono brevi ma incisive, ogni personaggio e ogni luogo di questo cesso di città martoriata dall’inedia e dagli schiaffi sono introdotti allo spettatore con precisione e arte, quasi come in una poesia alla morte.
Diretta da Marco Risi, figlio del grande Dino, questa pellicola fa parte di quel breve elenco di film a cavallo tra anni ’80 e ’90 che hanno saputo trattare temi sociali importanti con una cura, una profondità ed un’empatia che solo una coscienza politica d’altri tempi poteva darti.

Andati sono i tempi in cui un transessuale minorenne poteva fare la lezione al personaggio principale, uno pieno di buoni propositi ma distaccato dalla realtà quotidiana dei suoi giovani e disperati studenti.
Oggi invece prevale la voglia di fare la lezioncina imparata sui libri, senza aver capito quanto quei libri la gente comune non li sappia leggere.

VOTO:
4 libri e mezzo

Mery-per-sempre-(1989)-Voto

Titolo originale: Mery per sempre
Regia: Marco Risi
Anno: 1989
Durata: 102 minuti

Drugstore Cowboy (1989)

Le droghe sono sostanze che alterano il normale funzionamento psicofisico di chi le assume: le medicine sono droghe, perché ad esempio ti fanno sparire la febbre che è naturale e serve ad uccidere i virus che hai in corpo; il vino è una droga, più precisamente l’etanolo in esso contenuto; e anche la caffeina e la nicotina sono droghe.

Poi ci sono quelle che vengono considerate droghe dall’uomo comune (Carlo Giovanardi) cioè quelle per uso ricreativo; tra di esse c’è la marijuana, la cocaina e l’eroina, quest’ultima è un derivato della morfina, cioè l’oppio, cioè un fiore. Lo stesso fiore che fa addormentare Dorothy nel Mago di OZ…sì, Dorothy era strafatta di morfina.
Fino agli anni ’20 del secolo scorso, l’eroina era venduta in farmacia, questo vuol dire che qualche nonno si sarà fatto una bella pera per un banale mal di denti; dal 1925 però fu bandita da quasi tutti i paesi del mondo.

Ora, siccome l’offerta ufficiale è scomparsa ma la domanda non lo è, questo mercato è andato in clandestinità, chi ne fa uso è diventato un criminale e chi vende è un mafioso.
Insomma, si è risolto brillantemente il problema, spostandolo dalle farmacie del centro alle povere zone periferiche delle grandi città.

Drugstore Cowboy (1989)
e sui vostri pavimenti di casa

Bob Hughes, un ragazzo di 26 anni di Portland, ridente cittadina hippy dell’Oregon, stato americano oggi paradiso per tutti gli alternativi del mondo e dove è recentemente e ironicamente passata una legge che liberalizza l’uso di droghe leggere, Bob dicevo, è un ragazzo eroinomane che, insieme alla sua banda di giovani drogati, ruba le sostanze di cui ha bisogno alle farmacie di tutta la costa ovest americana.
Bob è intelligente e preparato, sa che è un gioco difficile da gestire e impossibile da vincere, ma ben presto si renderà conto che il vero nemico non è la droga, ma tutto quello che ci gira attorno: amici, parenti, polizia e moglie compresa.

Drugstore Cowboy è tratto da un libro autobiografico di un vero tossicodipendente e come tale mantiene una forte carica realista, dall’inizio alla fine; avere Gus Van Sant alla regia poi, aiuta a non cadere nei facili pietismi che affliggono questo genere di pellicole.
Gli attori sono bravissimi e Matt Dillon, uno dei più grandi attori sottovalutati degli ultimi 30 anni, fa un lavoro eccellente nel ricostruire un personaggio così complesso usando il minimo indispensabile di parole.

Ciliegina sulla torta, verso la fine del film fa una bella comparsata William S. Burroughs, il famoso scrittore tossicodipendente vicino agli ambienti della beat generation.
Omosessuale plurilaureato, Burroughs non ha mai avuto un lavoro stabile: per 6 mesi, suo personale record, fu disinfestatore. Questa vita al limite però non gli impedì di scrivere alcuni dei più bei romanzi del novecento e piazzarsi così nella top ten degli scrittori più influenti del secolo scorso.
William tra l’altro è famoso anche per un episodio folle: mentre era in Messico con la sua seconda moglie (amica, viste le sue tendenze sessuali), le sparò in testa mentre giocavano al Guglielmo Tell e fu quindi costretto a fuggire prima in Africa e poi a Tangeri, Marocco. L’episodio si fece poi strada nel suo romanzo più famoso, Il pasto nudo.

La cosa più bella di Burroughs però fu, secondo me, la sua critica al movimento hippy/figli dei fiori; si dice infatti che abbia detto al proposito: “Io i fiori ai poliziotti li lancerei, ma con tutto il vaso e la terra”.

Grazie William, e riposa in pace.

VOTO:
4 fiori

Drugstore Cowboy (1989) voto

Titolo originale: Drugstore Cowboy
Regia: Gus Van Sant
Anno: 1989
Durata: 102 minuti