Piranha 3D (2010)

Pesci, tette, sangue, pelle, fregna, idioti, musica, acqua, barche, mutande, telecamere, scogli, bombole del gas, Gianna Michales, sale, nudo, festa, polizia, terremoto, scienziato pazzo, fucili, magliette bagnate, Eli Roth, moncherini, berretti, vomito e cazzi smembrati.
Piranha 3D è tutto questo, mischiato alla cazzo di cane, e nulla più.

Piranha 3D (2010)

Chiaro omaggio a Jaws e Piranha degli anni 70, tanto che Richard Dreyfuss fa una comparsata all’inizio che tu dici “ma porco il cazzo, perché?” e poi scopri che l’ha fatto per i soldi che gli hanno dato e che lui poi ha presto girato in beneficenza, questo intruglio disturbante di orrore, pornografia soft e comicità Vanzinesca sembra abbia fatto abboccare parecchia gente con la scusa dell’assurdo, dell’eccessivo e dell’ammiccamento mafioso in piazzetta centrale.
Nonostante sia chiaro l’intento comico e del gioco accumulativo di citazioni, non si può perdonare un film in cui per la maggior parte del tempo si mostrano tette bagnate e situazioni di merda.
Considerando poi che sono presenti scene tipo una vomitata in 3d verso lo spettatore e un piranha che sputa un cazzo smangiucchiato per poi ruttare beato…allora va bene, tutto è permesso.

VOTO:
2 cazzi smangiucchiati

Piranha 3D (2010) voto

Titolo originale: Piranha 3D
Regia: Alexandre Aja
Anno: 2010
Durata: 88 minuti

Dal tramonto all’alba (1996)

La Banda Fratelli Gecko deve passare il confine col Messico per mettersi in salvo dalla polizia americana che li ricerca per furto, omicidio e stupro; presa in ostaggio una famiglia formata da padre ex prete miscredente, figlio cinese grasso e figlia Juliette Lewis che per una volta non fa la pazza zoccola, il variegato drappello riesce a raggiungere in piena notte un locale zozzone malfamato dove la Banda Fratelli Gecko dovrà incontrare all’alba un potente mafiosetto messicano che offrirà loro protezione in cambio di una bella cifretta di quattrini sonanti dirin din din.

Purtroppo le cose non andrannò liscie come l’olio di Lorenzo che è morto paralizzato vegetale come un tappeto che magna e caca e piscia e, nel mezzo della notte nel locale zozzone malfamato, succederanno casini inimmaginabili.

Dal tramonto all'alba (1996)

Film riuscitissimo della coppia creativa Rodriguez-Tarantino, il primo alla regia e il secondo alla sceneggiatura (nonché attore nei panni di Richard Gecko), From Dusk Till Dawn si presenta come il partito comunista italiano del 1987, ovvero con due anime de li mortacci loro: una debitrice dei classici del gangster movie on the road moderno alla Bonnie and Clyde (ovviamente in salsa grottesca e Tarantinizzata), l’altra sorprendentemente horror e splatter a più non posso che vi prego fermatevi perché sto vomitando sangue e piscio dal naso.

Ricordo bene come la prima volta che vidi questo capolavoro, a notte fonda e con pochissima conoscenza dello stile Rodriguez-Tarantino, rimasi totalmente folgorato dalla carica ironica sottesa in ogni inquadratura e il forte senso di disorientamento emotivo provocato dalla giustapposizione di elementi apparentemente constrastanti tipo l’umorismo britannico e la violenza gratuita.
Oggi molti si sono abituati a questi accostamenti (accostamenti che poi erano il pane quotidiano di roba tipo gli spaghetti western), ma nel lontano 1996 ‘sta roba tirava ancora un bel piacevole calcio nei coglioni dell’adolescente che vi si avvicinava.

VOTO:
4 coglioni e mezzo

Dal tramonto all'alba (1996) Voto

Titolo originale: From Dusk Till Dawn
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 1996
Durata: 108 minuti

I survived a zombie holocaust (2014)

E c’è Wesley pelato in Nuova Zelanda che vuole lavorare nel cinema e scrive sceneggiature e allora per bucio di culo becca un posto come runner per una piccola produzione indipendente che sta girando un filmetto zombie terribile con un cast di incompetenti e poi succede il casino che c’è una vera invasione zombie non si sa bene perché percome chissà perché percome per dove chissà perché e tutti corrono e poi morsi e zompi e paura e sentimenti e mani tagliate e cervelli sfracellati e pistolettate e Maori che fanno fughe per la vittoria con annessa danza All Black rugby sport 6 che poi invece c’è il finale a sorpresa che non te lo aspetti e invece te lo aspetti benissimo perché I Survived a Zombie Holocaust è un FILMERDA.

I survived a zombie holocaust (2014)

Che dire di più?
Siamo di fronte a un’operetta a basso costo che cerca di strizzare l’occhio ai classici del genere con rimandi e ammiccamenti che, per quanto non detestabili, non possono certo però reggere tutto l’impianto scenico-narrativo del film.

Se vi chiedessero mai di tagliarvi un testicolo in cambio della visione di questa cacatuzza, allora prego.
In tutti gli altri casi, potete farne a meno.

VOTO:
2 testicoli

I survived a zombie holocaust (2014) voto

Titolo originale: I survived a Zombie Holocaust
Regia: Guy Pigden
Anno: 2014
Durata: 104 minuti

Un lupo mannaro americano a Londra (1981)

David Kessler e Jack Goodman sono due giovani ragazzi americani che decidono di fare un viaggio, zaino in spalla, per la vecchia Europa; prima la grigia e piovosa Inghilterra e poi la soleggiata e sbarazzina Italia.
Persi per le campagne nebbiose dello Yorkshire, i due cercano rifugio e ristoro presso una locanda che sembra essere uscita dritta dritta dalle storie gotiche dell’ottocento, un pub popolato da una piccola e agguerrita schiera di villici omertosi i quali non vedono di buon occhio la venuta dei due forestieri.
Respinti in malo modo e rimessisi in cammino, i due amici vengono quindi aggrediti da una bestia enorme e feroce che sbrana Jack e lascia gravemente ferito David.

Indovinate un po’ che bestia era?

Un lupo mannaro americano a Londra (1981)

Straordinario film ibrido per John Landis (successivo al clamoroso successo dei Blues Brothers) questo An American Werewolf in London impressiona, stupisce, diverte ed emoziona come solo un vero melodramma potrebbe fare.

Con una sceneggiatura scritta parecchio tempo prima durante un viaggio in Yugoslavia tra gypsies superstiziosi e sempre respinta dagli studios hollywoodiani perché avente un registro né veramente comico e né veramente horror, questo capolavoro della cinematografia anni ’80 è riuscito a vedere la luce solamente dopo l’affermazione di Landis come gallina dalle uova d’oro, una gallina con una padronanza filmica da vero professionista.

Giocato molto sul sottile humour inglese (basti pensare all’esilarante scena con i morti viventi al cinema porno i quali elencano tutti i modi con cui David potrebbe togliersi la vita), la pellicola deve molto del suo successo agli straordinari effetti speciali di Rick Baker, effetti che gli valsero l’Oscar come miglior make-up (la prima volta che veniva consegnato).
Nonostante le apparizioni del mostro siano molto sporadiche e brevi, la famosa trasformazione di David è presentata in piena luce e con una grande attenzione financo il più piccolo dettaglio: dalla modificazione della struttura facciale al pelo corporeo, dall’allungamento degli arti e delle falangi all’inarcamento della colonna vertebrale, qui niente viene lasciato al dubbio e lo spettatore più debole di cuore potrebbe rimanere parecchio impressionato.
Oltretutto fu anche la prima volta che al cinema una trasformazione veniva rappresentata con dolore: fino ad allora infatti le mutazioni mostruose erano sempre state veloci e senza spasmi (eccezion fatta per il Dottor Jekyll), qua invece David passa attraverso le pene dell’inferno perché secondo Landis un licantropo non può non provare enormi patimenti fisici durante il mutamento.

Ed essendo un film sulla mutazione e sul diverso e siccome Landis era (ed è) una persona con sani principi d’uguaglianza, questo Lupo mannaro americano a Londra è cosparso di personaggi di tutte le razze e colori: David è un americano ebreo in viaggio per la vecchia Europa, ci sono poliziotti neri, inservienti e pazienti indiani, e la metro è stracolma di punk inglesi.

E’ una cosa bella vedere che un film riconosce la multiculturalità in cui viviamo, e oltretutto questo approccio progressista fa passare il piccolo ma importante messaggio che David il licantropo è solo uno dei tanti esseri unici e perciò speciali che passeggiano per le strade cittadine.

VOTO:
4 esseri unici e speciali e mezzo

Un lupo mannaro americano a Londra (1981) voto

Titolo originale: An American Werewolf in London
Regia: John Landis
Anno: 1981
Durata: 97 minuti

Zombi (1978)

Sono passate 3 settimane dalla notte durante la quale i morti hanno cominciato a risorgere e gli Stati Uniti d’America hanno mobilitato esercito e guardia nazionale per arginare l’epidemia che sta rapidamente spazzando la società civile.

Due poliziotti d’assalto, un pilota d’elicotteri ed una produttrice televisiva capiscono che la guerra sta per essere persa e decidono di rubare l’elicottero della stazione TV per tentare una fuga verso zone incontaminate.
A corto di carburante e viveri, si fermano ad un centro commerciale, un luogo ideale per la concentrazione di cibo ed oggetti al suo interno; ben presto però questa sosta si rivela essere un eccellente piano di difesa all’invasione zombie e i quattro ci restano per settimane.

Sembra che tutto vada per il meglio, ma i fragili equilibri stanno per rompersi.

Zombi (1978)
When there’s no more room in hell, the dead will walk the earth

Questa volta Romero calca più la mano col sottotesto politico, tanto che la satira della società razzista e capitalista americana è più volte esplicitamente rivelata dai personaggi: all’inizio le squadre d’assalto fanno fuori decine di portoricani che vivono in condomini popolari, e successivamente uno dei protagonisti spiega che i morti tornano al centro commerciale perché è tutto quello che facevano da vivi.
Insomma, non bisogna avere una laurea in semantica dei testi per capire il nesso tra società consumista e morte cerebrale.

L’alba dei morti viventi (come dovrebbe chiamarsi vista la progressione dell’invasione, dopo La Notte e prima de Il Giorno) è un bellissimo classico del cinema americano semi-indipendente. La critica politica è ben chiara e se sembra a volte ficcata a calci in bocca è anche per lo stile volutamente ironico e buffonesco dell’opera: non si può certo passar sopra gli evidenti momenti comico-satirici con gli zombie che camminano per i negozi del centro commerciale mentre una soave musichetta li invita a far compere.

Dulcis in fundo: non tutti sanno che questo film non esisterebbe se non fosse per Dario Argento il quale non solo ha assicurato i fondi necessari alla realizzazione, ma ha anche suggerito i Goblin per la colonna sonora e ha ospitato Romero a Roma durante la fase di scrittura.
Per la serie: tutti hanno fatto qualcosa di buono nella vita.

VOTO:
4 Dario (con raccomandata) e mezzo

Zombi (1978) voto

Titolo originale: Dawn of the Dead
Regia: George A. Romero
Anno: 1978
Durata: 128 minuti – 119 minuti quella di Argento
Compralo: https://amzn.to/2Cy6cg8

Sharknado (2013)

La città di Los Angeles sta per essere investita da un ciclone di dimensioni colossali che ha all’interno migliaia di squali; a salvare tutti arriverà Fin (interpretato da Ian Ziering, Steve di Bevely Hills 90210) che costruirà bombe a mano per smantellare la tromba d’aria e userà motoseghe per tagliare gli squali dall’interno dopo essere stato ingerito.

Sharknado è uno di quei film che non dovrebbero esistere: è talmente assurdo, recitato male e corredato da effetti speciali da serie C che a rigor di logica avrebbe dovuto fallire ancor prima di essere distribuito.
E invece non è stato così: intorno a questa perla di merda a basso costo prodotta per la televisione dalla Asylum (una casa di produzione specializzata in film di serie B) si è creato rapidamente un folto gruppo di estimatori dallo stomaco forte che ne ha decretato il successo commerciale, tanto che tra poco (luglio 2015) dovrebbe uscire il terzo capitolo.

Certamente c’è da lodare la fantasia e il coraggio nel mettere in scena un disaster movie con Steve di Beverly Hills che salva Los Angeles da un tornado di squali; d’altra parte non è poi così difficile partorire mostri come questo se si scopa col demonio.

VOTO:
2 Dylan e mezzo

Sharknado (2013) voto

Titolo originale: Sharknado
Regia: Anthony C. Ferrante
Anno: 2013
Durata: 86 minuti

La Cosa (1982)

Cosa c’è di più pauroso a questo mondo?
Semplice, quello che non si conosce.

E come ci si disfa di questa paura?
Semplicissimo: la si esorcizza, cioè la si richiama appositamente per farla scatenare.

La cosa di John Carpenter è esattamente questo: una storia di catarsi travestita da film dell’orrore, con ettolitri di sangue da regalare al suo pubblico.

La Cosa (1982)

Film stupefacente dell’82 (stesso anno di E.T.) bocciato clamorosamente da critica e pubblico alla sua uscita che rappresenta uno dei tipici spartiacque buoni a discernere tra chi ci capisce di cinema e chi non ci capisce un cazzo.

Apprezzate The Thing?
Bene.
Vi fa schifo tutto quel casino e non capite che senso abbia la storia?
Molto male, andate all’angolo col cappello da somaro.

Tratto dal racconto del 1938 Who goes there? di John W. Campbell, questo film è in realtà un densissimo thriller inondato da effetti speciali truculenti volti a stupire un pubblico idiota che mal regge la tensione un po’ fine a sé stessa, un pubblico idiota che infatti lo stesso anno premiò la semplice bontà di Spielberg e decretò la sconfitta di una pellicola coraggiosa nella sua eccessività e perfetta nella sua esecuzione.

Rob Bottin, giovanissimo allievo di Rick Baker, curò gli straordinari e rivoltanti effetti speciali (un misto di modelli in vetroresina, lattice, animatronics e stop motion) i quali contribuirono non poco alla singolarità di The Thing nel panorama fantascientifico dell’epoca.
Una singolarità talmente forte che tuttora rimane l’eccezione che conferma la regola del genere: quante volte avete visto in un film di fantascienza una cassa toracica aprirsi in due a mo’ di fica dentata?
Ecco, appunto.

La colonna sonora fu curata da Ennio Morricone il quale si trovò in leggero conflitto con Carpenter: il primo si sa che ama sbrodolarsi sui violini e sull’emotività anche un po’ semplice; il secondo è molto più introverso, asciutto e poco empatico.
Carpenter scelse Morricone perché lo amava come artista, furono sue le musiche a fare da colonna sonora al matrimonio del regista americano, ma forse avrebbe fatto meglio a comporre la colonna sonora da solo, come al suo solito, invece di investire una fracca di soldi su uno che alla fine gli ha consegnato dei motivi fondamentalmente carpenteriani.

Ad ogni modo, The Thing rimane il più bel film di Carpenter per quel perfetto mix di tensione, mistero, orrore e nichilismo che lo contraddistingue; anche il regista lo reputa il suo fiore all’occhiello e tutt’oggi non riesce a perdonarsi il fallimento al botteghino della sua opera più cara.
Se La cosa alla sua uscita avesse fatto il botto come si meritava, forse Carpenter avrebbe avuto una carriera ben differente; d’altronde questo avrebbe significato che medie produzioni come Big trouble in little China e They Live non avrebbero forse visto la luce del sole.

PS: forse non tutti sanno che l’intero mistero è svelato nei primi minuti dal fuciliere norvegese, ma ovviamente la lingua impedisce la comprensione a chiunque non venga dalla Norvegia.

VOTO:
5 teste ragno

The thing (1982) voto

Titolo originale: The Thing
Regia: John Carpenter
Anno: 1982
Durata: 109 minuti

Tucker & Dale vs. Evil (2010)

Avete presente quei film americani con i protagonisti persi nel bosco che incontrano dei rozzi montanari senza denti che poi se li inculano come maiali?
Sì insomma, avete presente Deliverance?

Ecco, qui la premessa sembra la stessa, ma non lo è: un gruppo di odiosi giovani spocchiosi universitari coi soldi si fanno il weekend nella natura, fumando erba e bevendo birra; sfiga vuole che si incrocino con due hillbillies, che è il termine atto a designare gli americani un po’ scemotti e ignoranti che vivono in montagna, protagonisti loro malgrado di molte storie dell’orrore.
Questa volta però i due semplicioni non hanno alcun piano diabolico; vogliono solo passare un tranquillo weekend a pescare e rilassarsi nella loro casetta di legno.
Entrambi i gruppi però pensano d’essere in pericolo e sotto attacco e questo gioco degli equivoci mieterà molte vite.

Questo Tucker and Dale vs. Evil è un film horror-comico assolutamente divertente: costruito come fosse una cosa seria, il film vira continuamente su temi grotteschi ed esilaranti, sempre con stile e padronanza del mezzo.
E’ talmente delizioso e fatto bene che non è mai stato distribuito in Italia…
…ovviamente.

VOTO:
4 Ash Williams e mezzo

Tucker & Dale vs. Evil (2010) voto

Titolo originale: Tucker & Dale vs. Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2010
Durata: 89 minuti

La casa (2013)

5 ragazzi, 5 amici, si ritrovano in una casetta di legno nel bosco per sottoporre ad una cura disintossicante forzata una di loro, eroinomane stranamente paffuta, che ha provato già molte altre volte a smettere con l’ago, senza successo.
Nella stessa casa però, una strega è stata bruciata viva e il (suo?) libro per evocare il male è ancora lì ad aspettare un nuovo gonzo che pronunci le parole magiche.
Ed uno dei 5 stronzetti lo fa.

Ovviamente.

Nel 1981 usciva un film clamoroso, La Casa; dopo 32 anni esce un remake di cristo, con una storia molto diversa, ma tutti gli elementi che abbiamo imparato ad amare: fiotti e fiotti di sangue escono favolosi dai cavilli dei giovini capri anti-espiatori protagonisti di questo horror gasato e gonfiato come iddio comanda; gambe mozzate, lembi di carne strappati e tanto satanismo come piace a noi sono gli ingredienti principali di questa zuppa emoglobinica.

Evil Dead targato Uruguay (il regista esordiente è lo stesso di quel corto, Panick Attack, molto premiato in giro per il mondo) fa schifo, ma nel senso buono del termine: infatti ci si ritrova spesso a digrignare i denti, a stringere le mascelle e a mordersi la lingua, tale è il livello di bella e sana violenza raggiunto.
Errori non ce ne sono e, anche se non si toccano i vertici raggiunti da Raimi, specialmente nel secondo capitolo, rimane sempre un’ora e mezza spesa bene.

Bruce Campbell fa una comparsatina dopo i titoli di coda.
Groovy!

Titolo originale: Evil Dead
Regia: Fede Alvarez
Anno: 2013
Durata: 91 minuti

300 – L’alba di un impero (2014)

Spatatran bum bim.
Cataprap sbum swish.
Zing ta trang

La storia è che c’è la comandante della marina persiana che ha manie di vendetta coi greci e allora batatang giù di spade, zing petti tagliati e mandibole spalancate.
Ma c’è il capo dei greci che smuoiiiing sono democratici, zazang budella fuori.
E poi si fanno le battaglie, tipo 4 nei primi 40 minuti e cabum si fanno scoppiare fetetenghete dinamite e petrolio e missioni suicida.
Buuuuum schioppi nazionalistici di qua e di là.
Poi scopano senza motivo, du dum du dum du dum. Ma no lui è fedele ai greci e allora ancora battaglie.
haaaaaaaaa tuuum
E’ tutto un casino qui e un casino lì, e gli Spartani scudi neri, fascisti littorini genuini arrivano.
BRaccio armato dello stato.
Musulmani che crepano. Morte Morte dal cielo.
alleluia.
Vittoria.
Sangue sulla telecamera
Fine

300 l’alba di un impero?
Ma VAFFANCULO.

Titolo originale: 300: Rise of an Empire
Regia: Noam Murro
Anno: 2014
Durata: 102 minuti

Hellraiser (1987)

Il coltello passa lento sulla pelle liscia e lucente sotto la luce intensa della lampadina appesa morta al soffitto. Il sangue goccia giù copioso, dai vestiti, dalle cosce, dai capelli sporchi e marci.
Uno ad uno, gli uncini ancorati alla carne, affondati dentro come ad un’esca viva, si tendono sotto il carico del corpo morto a cui sono sposati in comunione di dolore e piacere.
Le tavole di legno sotto i piedi bevono il misto di sangue e merda che ormai appesta la stanza.
Su tutto regna un odore di foglie acide, sputi e grasso di maiale.

Ecco, se vi siete eccitati leggendo queste righe, siete pronti per l’Infermo di Hellraiser.

Hellraiser (1987)

Frank, un masochista insoddisfatto dalle solite scopate mascherate con marocchine e thailandesi, pensa bene di comprare un cubo magico capace di spalancare le porte dell’inferno, putroppo non ha fatto i conti con i Cenobiti, esseri demoniaci che ti strappano la carne a forza e ti riducono l’anima a pezzi appena le porte dell’inferno masochista si aprono.
Per il resto del film Frank, essere perverso e crudele come Berlusconi, cerca di riacquistare la sua fisicità succhiando i fluidi vitali da ignare vittime.

La cosa fenomenale di questo film è indubbiamente la fortissima carica di sadomasochismo che fa da traino alla storia e da scintilla di avvio; difatti qui tutto gira intorno alla passione/repulsione per il dolore fisico, per l’estremo e per il sesso grottesco.
Se vi piace l’orrore e i mostri sanguinari alla Lovecraft e siete curiosi di vedere come si può rappresentare in maniera filmica il quartiere a luci rosse di Amburgo, acchiappatevi questo film.

Altrimenti, andate all’inferno.

Titolo originale: Hellraiser
Regia: Clive Barker
Anno: 1987
Durata: 94 minuti

Django Unchained (2012)

La storia americana ha terribili scheletri nell’armadio, uno di questi è lo schiavismo, finito (si fa per dire) con la guerra civile del 1861-1865.
Django Unchained è il tentativo (ottimamente riuscito) di ripescare questi terribili eventi dal pozzo del dimenticatoio e metterli in bella vista sotto le sfavillanti luci hollywoodiane.

Questo film, seppur ricevuto ottimamente da pubblico e critica, ha ovviamente scontentato coloro i quali non hanno il buon coraggio di fare i conti col passato; costoro si lamentano dell’eccessiva polarizzazione dei personaggi (bianchi cattivi e vigliaccchi, neri buoni ed eroici), ma non si rendono conto che, in prima istanza, la realtà dei fatti del 19° secolo era abbastanza simile e quella ricreata da Quentin Tarantino, e secondo poi, Django Unchained è un film eccessivo per concezione: dal primo all’ultimo frame si gioca sul grottesco, sulla macchietta, sul leggendario e sull’assurdo.
Ma soprattutto, questo film è un ottimo esempio di come si possa fare storia con un buon mix di humour, violenza e passione.

Tra le tante perle e ottime interpretazioni, non si può tralasciare quella di Samuel L. Jackson nei panni di Stephen, l’ “House Nigger” (il negro di casa), ovvero quel particolare nero che, pur di conquistare particolari privilegi quali ad esempio la permanenza nella casa del padrone, migliori condizioni di lavoro e una certa rispettabilità in società, è disposto a vestire i panni del carnefice contro i suoi stessi confratelli neri nel duro lavoro di oppressione del più debole e perpetuazione della schiavitù.

Il fenomeno dell’House Nigger non è certo nato (né morto) con lo schiavismo americano; esempi sono ovunque, uno dei quali siede alla casa bianca.

Django Unchained (2012) - 2
House Nigger mentre se la gode

Titolo originale: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2012
Durata: 165 minuti