Voglia di vincere (1985)

Scott Howard, un giovane liceale pisquano americano alto un cazzo e un barattolo, scopre che ad una certa età ti crescono i peli sul petto; sfortunatamente però, a lui i peli gli crescono su tutto il corpo e in quantità spropositate. Questo perché fa parte di una famiglia di licantropi (da non confondersi coi lupi mannari i quali sono umani morsi da licantropi o da altri lupi mannari), degli esseri sfortunatati metà umani e metà lupi spaventati dal fuoco e attirati dai cimiteri.
Entrambe le specie comunque non sanno fare le scale e possono essere fermati spargendo a terra del sale grosso i cui chicchi attireranno la loro attenzione fino a che non li avranno contati tutti.

Parlo sul serio.

Il giovane in questione invece è molto attirato da Pamela Wells, la bionda fregna della scuola che gliela da col cazzo mentre l’amica d’infanzia Lisa “Boof” Marconi vorrebbe dargliela con la mazzafionda; tutto questo accade mentre Scott diventa la star della squadra scolastica di pallacanestro grazie ai suoi nuovi mostruosi poteri.

La domanda fondamentale della vicenda ovviamente è: sarà più la voglia di fica o la voglia di vincere?

Voglia di vincere (1985)

Esordio sul grande schermo per Michael J. Fox che da lì a qualche mese vedrà uscire il suo film più famoso, Back to the Future, e commedia liceale dai toni giocosi e spensierati che ben si adattava al clima da terrore fascio-capitalista che in quegli anni veniva propinato a badilate sulle gengive attraverso cinema e televisione.

Se non fosse per la più che buona interpretazione del nostro caro parkinsoniano e una smutandata della bella Pamela, il film andrebbe visto unicamente per la clamorosa patta aperta di un figurante sugli spalti della palestra durante le celebrazioni finali.

VOTO:
3 Pamele

Voglia di vincere (1985) voto

Titolo originale: Teen Wolf
Regia: Rod Daniel
Anno: 1985
Durata: 91 minuti
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Bigger Stronger Faster* (2008)

Chris Bell è un palestrato che fa il regista la cui vita privata si è rivelata essere grande fonte d’ispirazione. Chris infatti è andato a intervistare parecchia gente sull’uso degli steroidi nel mondo del wrestling (e non solo) giocando in casa visto che i suoi due fratelli hanno fatto largo uso di questi supplementi proibiti dalla legge americana.
Una sorta di disamina del sogno americano aggiornato però agli anni di merda reaganiani.

Bigger Stronger Faster* (2008)

Interessante documentario molto schietto e però basato su carte, studi e fatti piuttosto che su dicerie, credulenze e ignoranza come sembrano a conti fatti fare le organizzazioni che mettono al bando certe sostanze tipo gli steroidi contro il parere di esperti del settore col solo scopo di cavalcare la particolare onda di sdegno popolare che stia al momento smerdando i possibili elettori.

Bello e assolutamente unico il personalissimo punto di vista da (quasi) addetto al settore del giovane e talentuoso regista il quale riesce, con una calma e una serenità d’animo rare, a scavare affondo uno dei tanti finti problemi con i quali ci tengono tutti al guinzaglio di regime.

VOTO:
4 guinzagli e mezzo

Bigger Stronger Faster* (2008) voto

Titolo originale: Bigger, Stronger, Faster*
Regia: Chris Bell
Anno: 2006
Durata: 105 minuti

Tutti vogliono qualcosa (2016)

Una settimana del 1980 nelle inutili vite di un drappello di studenti universitari americani che giocano nella squadra di baseball del college i quali passano tutto il tempo a bere, scherzare e parlare di cazzate mentre una voglia di fregna se li porta via con la rincorsa.

E al pubblico dovrebbe fregargliene qualcosa.

Tutti vogliono qualcosa (2016) featured

Io dico boh: una commedia senza capo né coda dallo stesso Linklater osannato dalla critica beota per il suo precedente film dozzinale (nel senso che c’ha messo 12 anni a girarlo) Boyhood.
Qui invece siamo dalle parti di Idiothood: una serie di personaggi uno più odioso dell’altro per la loro pochezza mentale e l’incredibile rabbia che provocano con ogni loro gesto girano come merdose trottole intorno ad una storia che non esiste, un po’ come le motivazioni per le loro esistenze.

Io giuro che, nonostante sia tecnicamente molto buono ed abbia una simpatica (ed interminabile) colonna sonora che spazia dal punk al rock passando per il country, io giuro che non ho capito proprio che cazzo voleva dirmi Richard con questa scoreggia d’artista.

I distributori italiani invece hanno fallito come al solito perché non l’hanno tradotto con un più appropriato Tutti la vogliono.

VOTO:
2 trottole

Tutti vogliono qualcosa (2016) voto

Titolo originale: Everybody Wants Some!!
Regia: Richard Linklater
Anno: 2016
Durata: 117 minuti

The Backyard (2002)

La lotta corpo a corpo esiste da sempre; la spettacolarizzazione della lotta invece è venuta un po’ dopo, probabilmente un quarto d’ora dopo l’inizio della prima azzuffata con i primi ominidi radunati intorno ai due lottatori a tifare per l’uno o per l’altro in completo stato d’abbandono psicologico-emotivo.

Vedere gli altri farsi male ha infatti un potere catartico più grande della meditazione zen… e i ricchi lo sanno bene; per questo non vedrete mai un milionario su un ring darsele di santa ragione con un magnate della finanza, mentre è prassi comune per l’élite di comando godersi gli spettacoli sportivi e militari sorseggiando gin&tonic.

Perché farsi male è da poveri coglioni.

The Backyard (2002)
povero coglione poco prima di farsi male

Una volta c’erano le arene e le lotte tra gladiatori, spettacoli (a volte mortali) che coinvolgevano uomini, belve, carri, armi di ogni tipo ed effetti speciali; poi venne lo sport, che è una sublimazione in chiave agonistica della naturale propensione umana al confronto fisico e allo scontro per la dominanza del clan.
Una variante che si pone tra i due mondi poi è il wrestling professionale, quella stronzata molto americana che vede lottatori professionisti piroettare su ring ammortizzati in spettacoli altamente coreografati.
E la sottobranca folle (ed illegale) del wrestling professionale è il “backyard fighting”, e cioè menarsi con spranghe e tubi al neon, darsi fuoco e spiaccicarsi a terra sulle puntine da disegno in ring improvvisati ricavati dai cortili privati delle casette americane più miserevoli.

Questo documentario va a sbirciare proprio queste ridicole lotte per sognatori falliti e regala una sana angoscia allo spettatore che riesce a vedere il tutto sotto una chiave politica.
Perché questi poveracci e reietti della società americana, cresciuti a cereali e televisione di quart’ordine, senza un’educazione o un lavoro decente, senza assicurazione medica e con parecchi figli a carico, non sono altro che i proletari del nostro millennio.
Per la precisione sono una sotto-categoria di proletari, come i manovali, metalmeccanici, i saldatori, i lavavetri e così via.
Queste povere creature dimenticate da dio sognano di diventare qualcuno, di essere riconosciuti e apprezzati dalla società, la stessa società che non ha mai dato loro una vera valida alternativa alla silenziosa mediocrità di una vita nel deserto centr’americano.
Imitano quello che vedono in televisione perché quello è stato il loro unico modello nella fase di crescita mentre i genitori sono spesso assenti o troppo indaffarati a far quadrare i conti di casa.

Questi ragazzi dall’ignoranza abissale e da una bontà struggente ricordano tra l’altro in tutto e per tutto i ragazzi di strada che Pasolini amava incontrare (e a volte scopare).
Sono lo strato di soffice pelle cuscinetto che cresce tra i medio borghesi e quelli che invece si ribellano allo status quo, nel bene e nel male; uno strato protettivo che difende il padrone, senza saperlo.

Questo The Backyard è un film indipendente molto bello e appare interessantissimo per chi è curioso di vedere cosa si celi dietro il meccanismo perverso chiamato “scala sociale”.

PS: stesso regista del folle The Human Race.

VOTO:
3 Amici di Maria e mezzo

The Backyard (2002) Voto

Titolo originale: The Backyard
Regia: Paul Hough
Anno: 2002
Durata: 80 minuti

Senza freni (2012)

Vi ricordate gli ‘Speedy Boys’, i pony express che a Roma consegnavano i pacchi sui motorini?

Lavoro temporaneo per molti giovani universitari o ultima spiaggia per cinquantenni licenziati in tronco, questi fattorini sono entrati un po’ nell’immaginario collettivo di più di una generazione e, con i loro fratini arancioni, hanno allietato le frequenti soste degli automobilisti ai semafori.

Ecco, a New York ce ne sono 1500 che lo fanno in bicicletta e questo film cerca, con buon successo, di ricamare una storia adrenalinica su uno di questi, Wilee, ex studente di legge che ha deciso di rinunciare ad una sedentaria carriera dietro la scrivania per un’altra in sella ad una bici senza freni.

Senza freni (2012)

Wilee deve consegnare in un’ora e mezza un’importantissima lettera contenente una ricevuta per il biglietto di ingresso negli Stati Uniti di un bambino cinese separato dalla madre da oltre 3 anni mentre allo stesso tempo deve sfuggire alle grinfie di un poliziotto corrotto alla ricerca di soldi facili.
Pedalate forsennate, semafori rossi e cadute rovinose fanno da punteggiatura alla corsa contro il tempo di Wilee che non vuole fallire in questa “missione umanitaria” totalmente illegale.

Senza freni è un film pepato che gioca tutte le sue carte sull’appiglio che una bicicletta può avere sul grande pubblico e, così facendo, sbaglia.
Infatti, nonostante una storia convincente ed un ritmo mozzafiato, il film non ha coperto i costi di produzione e in Italia è stato addirittura distribuito direttamente in home video; ma questo non sorprende vista la scarsa penetrazione del mezzo bicicletta tra i giovani letargici cittadini del bel paese.

Titolo originale: Premium Rush
Regia: David Koepp
Anno: 2012
Durata: 91 minuti

Lords of Dogtown (2005)

Nel 1975 Los Angeles viveva una siccità senza paragoni, l’acqua venne razionata e le piscine dei ricchi restarono vuote tutta l’estate.
Nel 1975 un gruppo di giovanissimi sbandati della zona povera chiamata “Dogtown” cominciarono ad entrare di straforo in queste ville e a surfare nelle piscine deserte.
Nasceva così lo skateboarding moderno, fatto di evoluzioni, tricks e tanta scelleratezza.

Lords of Dogtown è la storia di Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams e altri ragazzi che trovarono un punto di riferimento nello sport; una vera e propria valvola di sfogo ai loro problemi di americani semi-poveri e un mezzo facile per sfuggire al circolo vizioso di miseria a cui sembravano destinati.

Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams sono entrati nella leggenda: considerati quasi dei padri fondatori di un nuovo modo di concepire questa tavola a quattro ruote, sono cresciuti e ne hanno fatta di strada, nel bene e nel male.
Alva e Peralta hanno fondato compagnie di successo con brand legati al mondo dello skate, quest’ultimo ha scoperto Tony Hawk, tanto per dire. Jay invece non ce l’ha fatta a sottomettersi al nuovo stile di vita ed è finito in prigione diverse volte per droga, spaccio e assassinio di un omosessuale.

Lords of Dogtown è un film piacevole per il pubblico medio e un must per gli appassionati di skating.
Resta comunque inferiore al bel documentario Dogtown and Z-Boys del 2001, girato dallo stesso Peralta.

Titolo originale: Lords of Dogtown
Regia: Chaterine Hardwicke
Anno: 2005
Durata: 107 minuti