Che aria tira lassù? (1994)

Jimmy Dolan fa l’assistente allenatore per una squadra di basket universitaria, una di quelle che permettono a tanti ragazzi dotati di potenti braccia rubate all’agricoltura di prendersi una borsa di studio universitaria in cambio del loro talento cestistico.

Jimmy Dolan vede per puro caso un ragazzo dall’altezza watussiana giocare da dio in un filmato di un missionario in Africa e pensa bene di andare, zaino in spalla, alla ricerca della giovane promessa del basket.

Jimmy Dolan arriva in Africa, riesce a non farsi fottere il culo e strappare il cuore dal petto nonostante giri come un idiota col cappello da baseball e la telecamera a tracolla e finisce nel villaggio dei Winabi dove fa la beneamata conoscenza:
1 – di Saleh, il ragazzo alto 27 cazzi e 52 barattoli di cui sopra.
2 – delle problematiche socio-economiche che affliggono la sua tribù.

Jimmy Dolan aiuterà i Winabi a salvare il villaggio da un brutale mafiosetto locale che vuole estrarre rame dalle loro terre, ma non farà in tempo a spargere il suo seme bianco nel continente nero.

Che aria tira lassù? (1994)

Questo è un film che già dalla copertina sembra gridare vendetta per il grado di colonialismo e razzismo che sembra propagandare… e invece no.

Perché, anche se indubbiamente dipinge la solita Africa afflitta da povertà e banditismo in attesa che l’uomo bianco la tragga in salvo, fornisce comunque lo spettatore con uno spettro morale inusitatamente ampio, considerando il genere cinematografico e il pubblico di riferimento, mostrando gli strambi usi e costumi di questi africani maschilisti e piuttosto violenti senza per far cadere un giudizio dall’alto e mettendo di traverso nella narrazione il concetto non banale che l’Africa ha i suoi cazzo di problemi anche e soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali in mano ai signorotti della guerra capitalista.

Se quindi il film non delude troppo chi ha il coraggio di dargli un paio d’ore scarse, la cosa più triste di tutta la vicenda è invece la storia di Charles Gitonga Maina, il ragazzo che ha superbamente interpretato Saleh: proveniente da una modesta famiglia piccolo borghese keniota e finito a militare, in un superbo gioco di specchi con la storia del film, in un paio di college americani grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, Saleh tentò l’azzardo passando ad una squadra greca finendo però per essere velocemente rigettato e ritrovandosi nell’impossibilità di fare ritorno in USA in mancanza di un visto.
Tornato in Africa a casa dei genitori, Charles si è ritrovato povero e senza un futuro beccandosi la tubercolosi mentre era già avviato ad un alcolismo da depressione.

Quando un giornalista di Sports Illustrated lo andò a cercare nel 2016, Charles bighellonava i bar della zona attorno casa in una periferia di Nairobi con lo stesso sorriso docile di 22 anni prima, ma con lo sguardo di chi ne ha avuto troppo dalla vita.

“Ho imparato una lezione da tutto questo?” ha detto Charles durante l’intervista.
“Trovo difficile fidarmi delle persone. Dai tutto te stesso, e loro ti spremono come un limone”.

VOTO:
3 limoni

Che aria tira lassù? (1994) voto

Titolo originale: The Air Up There
Regia: Max Apple
Anno: 1994
Durata: 107 minuti

Lo spaccone (1961)

Eddie Felson è bravo con la stecca, ma non riesce a capire che vincere al tavolo verde richiede molto di più che un talento eccezionale: ci vogliono pazienza, strategia, lungimiranza e quel pizzico di morte dentro al cuore che ti fa prendere tutto con molta più filosofia.

Eddie dovrà imparare tutto questo per riuscire a stendere il leggendario Minnesota Fats, un giocatore di biliardo scaltro e navigato che rappresenta solo uno degli ingranaggi nel complesso sistema mafioso delle scommesse, ma perderà quello che ha più caro, ovvero un infantile quanto indispensabile paraocchi che gli ha permesso di vivere una vita miserabile senza lamentarsene troppo.

Lo spaccone (1961)

Interpretato da attori bravissimi e d’uno spessore artistico d’altri tempi, questo film nichilista o ti fa venire voglia di crepare o di rilanciare la puntata sul piatto dell’esistenza fino a quando uno dei due, tra te e la società, alza le mani e si cala braghe mettendosi a 90.

La storia di “Fast” Eddie e della sua incapacità d’accontentarsi dell’amore di Sarah Packard, una zoppa dalla modesta bellezza che affoga il suo scontento genio intellettivo nell’alcool, per seguire invece una fama che non gli darà mai una vera soddisfazione è quasi una metafora dell’esistenza umana e anche solo per questo ci sarebbe da consigliare il film a chiunque.

Se poi ci aggiungiamo la perfetta orchestrazione, dalla sceneggiatura, tanto teatrale quanto neorealista, ai colpi di biliardo magistralmente eseguiti dagli attori stessi che uno rimane con la bocca aperta e la lingua penzoloni per l’eleganza dimostrata, allora non si può che definirlo un capolavoro.

VOTO:
4 zoppi e mezzo

Lo spaccone (1961) voto

Titolo originale: The Hustler
Regia: Robert Rossen
Anno: 1961
Durata: 134 minuti

Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Al porto di Livorno arriva la barca di un omone grande e grosso ma dal cuore tenero come un soffritto di burro e calamari; il suo nome è Bulldozer.
Perché questo nome?
Semplice: perché lui ero uno che di fronte agli ostacoli non si fermava mai.

E di che ostacoli stiamo parlando?
Di una serie di sfortunati giocatori di football americano che hanno avuto la sfiga di trovarsi contro quest’energumeno senza fine sul campo da gioco.
Perché Bulldozer, prima di finire a pescare pesci e conchiglie rare, era un giocatore coi controfiocchi, uno che calciava la palla a un chilometro di distanza, uno che se ti dava una spallata ti sfondava la cassa toracica.

Poi però un giorno ha smesso, così di colpo, perché a lui le partite truccate gli facevano schifo, ed è scomparso dai radar.

Siccome però ora si trova in necessità di un polverizzatore Thompson e gli unici che possono fornirgli questo pezzo di ricambio per la sua barca sono i militari americani della base di Camp Darby a Livorno, Bulldozer tornerà a calcare il campo da gioco per un’ultima volta prima di tornare a vendere telline e triglie ai mercati rionali del Mediterraneo.

Lo chiamavano Bulldozer (1978)

Questo è uno dei tanti filmetti con Bud Spencer dove per il 70% del tempo la gente si prende a pizze in faccia in un’interminabile sfilza di situazioni pseudo-comiche che da sole non riescono a reggere sulle spalle una scena che sia una, figuriamoci un intero film.

Visto e rivisto infinite volte su tutte le possibili reti televisive, locali e nazionali, Lo chiamavano Bulldozer lascia chiaramente il tempo che trova e non vale neanche un euro di spesa.
Se però non avete mai visto un film con Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, (un uomo che nella vita, oltre l’attore, ha fatto il nuotatore olimpico, il pallanuotista, il lottatore di lotta greco-romana, il pilota di macchine, di aerei e di elicotteri, il paroliere e il compositore musicale, il pugile e l’imprenditore) e vi trovate tra le mani questa pellicola in forma gratuita, allora potete anche andare… con cautela ed aspettative basse.

PS: Carlo, quasi sempre doppiato, canta qui una canzone con la sua voce reale.

VOTO:
2 buds

Lo chiamavano Bulldozer (1978) voto

Titolo argentino: Lo llaman el demoledor
Regia: Michele Lupo
Anno: 1978
Durata: 110 minuti

Un tipo imprevedibile (1996)

Happy Gilmore vuole fare il giocatore professionista di hockey, da sempre, ma da sempre gioca di merda e non c’è santo che tenga: non farà mai parte di una squadra professionista.

Si da il caso invece che tiri certe mazzate a golf niente male, tipo che riesce a fare oltre 360 metri con un colpo solo, e questo potrebbe essere il biglietto da visita per i tornei professionisti grazie ai quali riuscirebbe a racimolare abbastanza soldi da ricomprare la casa della nonna, messa all’asta perché la vecia non ha pagato le tasse per 10 anni.

Amori e coccodrilli a far da contorno.

Un tipo imprevedibile (1996)

Una commedia gradevole che non aggiunge un pelo al panorama esistente.

Vale la pena una visione distratta un pomeriggio qualunque di un giorno da cani estivi anche perché è uno dei pochi film in cui Adam Sandler non risulta pesante mentre fa le sue smorfie del cazzo; se aggiungiamo quel bizzarro pizzico di nonsense che purtroppo poi sfocerà sempre più nei film targati Sandler in una presa di posizione denigratoria d’ogni tipo di minoranza ad uso e consumo del pubblico idiota, allora si riesce a portare il risultato a casa.

VOTO:
3 smorfie

Un tipo imprevedibile (1996) voto

Titolo originale: Happy Gilmore
Regia: Dennis Dugan
Anno: 1996
Durata: 92 minuti

Voglia di vincere (1985)

Scott Howard, un giovane liceale pisquano americano alto un cazzo e un barattolo, scopre che ad una certa età ti crescono i peli sul petto; sfortunatamente però, a lui i peli gli crescono su tutto il corpo e in quantità spropositate. Questo perché fa parte di una famiglia di licantropi (da non confondersi coi lupi mannari i quali sono umani morsi da licantropi o da altri lupi mannari), degli esseri sfortunatati metà umani e metà lupi spaventati dal fuoco e attirati dai cimiteri.
Entrambe le specie comunque non sanno fare le scale e possono essere fermati spargendo a terra del sale grosso i cui chicchi attireranno la loro attenzione fino a che non li avranno contati tutti.

Parlo sul serio.

Il giovane in questione invece è molto attirato da Pamela Wells, la bionda fregna della scuola che gliela da col cazzo mentre l’amica d’infanzia Lisa “Boof” Marconi vorrebbe dargliela con la mazzafionda; tutto questo accade mentre Scott diventa la star della squadra scolastica di pallacanestro grazie ai suoi nuovi mostruosi poteri.

La domanda fondamentale della vicenda ovviamente è: sarà più la voglia di fica o la voglia di vincere?

Voglia di vincere (1985)

Esordio sul grande schermo per Michael J. Fox che da lì a qualche mese vedrà uscire il suo film più famoso, Back to the Future, e commedia liceale dai toni giocosi e spensierati che ben si adattava al clima da terrore fascio-capitalista che in quegli anni veniva propinato a badilate sulle gengive attraverso cinema e televisione.

Se non fosse per la più che buona interpretazione del nostro caro parkinsoniano e una smutandata della bella Pamela, il film andrebbe visto unicamente per la clamorosa patta aperta di un figurante sugli spalti della palestra durante le celebrazioni finali.

VOTO:
3 Pamele

Voglia di vincere (1985) voto

Titolo originale: Teen Wolf
Regia: Rod Daniel
Anno: 1985
Durata: 91 minuti
Compralohttp://amzn.to/2hVvvug

Bigger Stronger Faster* (2008)

Chris Bell è un palestrato che fa il regista la cui vita privata si è rivelata essere grande fonte d’ispirazione. Chris infatti è andato a intervistare parecchia gente sull’uso degli steroidi nel mondo del wrestling (e non solo) giocando in casa visto che i suoi due fratelli hanno fatto largo uso di questi supplementi proibiti dalla legge americana.
Una sorta di disamina del sogno americano aggiornato però agli anni di merda reaganiani.

Bigger Stronger Faster* (2008)

Interessante documentario molto schietto e però basato su carte, studi e fatti piuttosto che su dicerie, credulenze e ignoranza come sembrano a conti fatti fare le organizzazioni che mettono al bando certe sostanze tipo gli steroidi contro il parere di esperti del settore col solo scopo di cavalcare la particolare onda di sdegno popolare che stia al momento smerdando i possibili elettori.

Bello e assolutamente unico il personalissimo punto di vista da (quasi) addetto al settore del giovane e talentuoso regista il quale riesce, con una calma e una serenità d’animo rare, a scavare affondo uno dei tanti finti problemi con i quali ci tengono tutti al guinzaglio di regime.

VOTO:
4 guinzagli e mezzo

Bigger Stronger Faster* (2008) voto

Titolo originale: Bigger, Stronger, Faster*
Regia: Chris Bell
Anno: 2006
Durata: 105 minuti

Tutti vogliono qualcosa (2016)

Una settimana del 1980 nelle inutili vite di un drappello di studenti universitari americani che giocano nella squadra di baseball del college i quali passano tutto il tempo a bere, scherzare e parlare di cazzate mentre una voglia di fregna se li porta via con la rincorsa.

E al pubblico dovrebbe fregargliene qualcosa.

Tutti vogliono qualcosa (2016) featured

Io dico boh: una commedia senza capo né coda dallo stesso Linklater osannato dalla critica beota per il suo precedente film dozzinale (nel senso che c’ha messo 12 anni a girarlo) Boyhood.
Qui invece siamo dalle parti di Idiothood: una serie di personaggi uno più odioso dell’altro per la loro pochezza mentale e l’incredibile rabbia che provocano con ogni loro gesto girano come merdose trottole intorno ad una storia che non esiste, un po’ come le motivazioni per le loro esistenze.

Io giuro che, nonostante sia tecnicamente molto buono ed abbia una simpatica (ed interminabile) colonna sonora che spazia dal punk al rock passando per il country, io giuro che non ho capito proprio che cazzo voleva dirmi Richard con questa scoreggia d’artista.

I distributori italiani invece hanno fallito come al solito perché non l’hanno tradotto con un più appropriato Tutti la vogliono.

VOTO:
2 trottole

Tutti vogliono qualcosa (2016) voto

Titolo originale: Everybody Wants Some!!
Regia: Richard Linklater
Anno: 2016
Durata: 117 minuti

The Backyard (2002)

La lotta corpo a corpo esiste da sempre; la spettacolarizzazione della lotta invece è venuta un po’ dopo, probabilmente un quarto d’ora dopo l’inizio della prima azzuffata con i primi ominidi radunati intorno ai due lottatori a tifare per l’uno o per l’altro in completo stato d’abbandono psicologico-emotivo.

Vedere gli altri farsi male ha infatti un potere catartico più grande della meditazione zen… e i ricchi lo sanno bene; per questo non vedrete mai un milionario su un ring darsele di santa ragione con un magnate della finanza, mentre è prassi comune per l’élite di comando godersi gli spettacoli sportivi e militari sorseggiando gin&tonic.

Perché farsi male è da poveri coglioni.

The Backyard (2002)
povero coglione poco prima di farsi male

Una volta c’erano le arene e le lotte tra gladiatori, spettacoli (a volte mortali) che coinvolgevano uomini, belve, carri, armi di ogni tipo ed effetti speciali; poi venne lo sport, che è una sublimazione in chiave agonistica della naturale propensione umana al confronto fisico e allo scontro per la dominanza del clan.
Una variante che si pone tra i due mondi poi è il wrestling professionale, quella stronzata molto americana che vede lottatori professionisti piroettare su ring ammortizzati in spettacoli altamente coreografati.
E la sottobranca folle (ed illegale) del wrestling professionale è il “backyard fighting”, e cioè menarsi con spranghe e tubi al neon, darsi fuoco e spiaccicarsi a terra sulle puntine da disegno in ring improvvisati ricavati dai cortili privati delle casette americane più miserevoli.

Questo documentario va a sbirciare proprio queste ridicole lotte per sognatori falliti e regala una sana angoscia allo spettatore che riesce a vedere il tutto sotto una chiave politica.
Perché questi poveracci e reietti della società americana, cresciuti a cereali e televisione di quart’ordine, senza un’educazione o un lavoro decente, senza assicurazione medica e con parecchi figli a carico, non sono altro che i proletari del nostro millennio.
Per la precisione sono una sotto-categoria di proletari, come i manovali, metalmeccanici, i saldatori, i lavavetri e così via.
Queste povere creature dimenticate da dio sognano di diventare qualcuno, di essere riconosciuti e apprezzati dalla società, la stessa società che non ha mai dato loro una vera valida alternativa alla silenziosa mediocrità di una vita nel deserto centr’americano.
Imitano quello che vedono in televisione perché quello è stato il loro unico modello nella fase di crescita mentre i genitori sono spesso assenti o troppo indaffarati a far quadrare i conti di casa.

Questi ragazzi dall’ignoranza abissale e da una bontà struggente ricordano tra l’altro in tutto e per tutto i ragazzi di strada che Pasolini amava incontrare (e a volte scopare).
Sono lo strato di soffice pelle cuscinetto che cresce tra i medio borghesi e quelli che invece si ribellano allo status quo, nel bene e nel male; uno strato protettivo che difende il padrone, senza saperlo.

Questo The Backyard è un film indipendente molto bello e appare interessantissimo per chi è curioso di vedere cosa si celi dietro il meccanismo perverso chiamato “scala sociale”.

PS: stesso regista del folle The Human Race.

VOTO:
3 Amici di Maria e mezzo

The Backyard (2002) Voto

Titolo originale: The Backyard
Regia: Paul Hough
Anno: 2002
Durata: 80 minuti

Senza freni (2012)

Vi ricordate gli ‘Speedy Boys’, i pony express che a Roma consegnavano i pacchi sui motorini?

Lavoro temporaneo per molti giovani universitari o ultima spiaggia per cinquantenni licenziati in tronco, questi fattorini sono entrati un po’ nell’immaginario collettivo di più di una generazione e, con i loro fratini arancioni, hanno allietato le frequenti soste degli automobilisti ai semafori.

Ecco, a New York ce ne sono 1500 che lo fanno in bicicletta e questo film cerca, con buon successo, di ricamare una storia adrenalinica su uno di questi, Wilee, ex studente di legge che ha deciso di rinunciare ad una sedentaria carriera dietro la scrivania per un’altra in sella ad una bici senza freni.

Senza freni (2012)

Wilee deve consegnare in un’ora e mezza un’importantissima lettera contenente una ricevuta per il biglietto di ingresso negli Stati Uniti di un bambino cinese separato dalla madre da oltre 3 anni mentre allo stesso tempo deve sfuggire alle grinfie di un poliziotto corrotto alla ricerca di soldi facili.
Pedalate forsennate, semafori rossi e cadute rovinose fanno da punteggiatura alla corsa contro il tempo di Wilee che non vuole fallire in questa “missione umanitaria” totalmente illegale.

Senza freni è un film pepato che gioca tutte le sue carte sull’appiglio che una bicicletta può avere sul grande pubblico e, così facendo, sbaglia.
Infatti, nonostante una storia convincente ed un ritmo mozzafiato, il film non ha coperto i costi di produzione e in Italia è stato addirittura distribuito direttamente in home video; ma questo non sorprende vista la scarsa penetrazione del mezzo bicicletta tra i giovani letargici cittadini del bel paese.

Titolo originale: Premium Rush
Regia: David Koepp
Anno: 2012
Durata: 91 minuti

Lords of Dogtown (2005)

Nel 1975 Los Angeles viveva una siccità senza paragoni, l’acqua venne razionata e le piscine dei ricchi restarono vuote tutta l’estate.
Nel 1975 un gruppo di giovanissimi sbandati della zona povera chiamata “Dogtown” cominciarono ad entrare di straforo in queste ville e a surfare nelle piscine deserte.
Nasceva così lo skateboarding moderno, fatto di evoluzioni, tricks e tanta scelleratezza.

Lords of Dogtown è la storia di Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams e altri ragazzi che trovarono un punto di riferimento nello sport; una vera e propria valvola di sfogo ai loro problemi di americani semi-poveri e un mezzo facile per sfuggire al circolo vizioso di miseria a cui sembravano destinati.

Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams sono entrati nella leggenda: considerati quasi dei padri fondatori di un nuovo modo di concepire questa tavola a quattro ruote, sono cresciuti e ne hanno fatta di strada, nel bene e nel male.
Alva e Peralta hanno fondato compagnie di successo con brand legati al mondo dello skate, quest’ultimo ha scoperto Tony Hawk, tanto per dire. Jay invece non ce l’ha fatta a sottomettersi al nuovo stile di vita ed è finito in prigione diverse volte per droga, spaccio e assassinio di un omosessuale.

Lords of Dogtown è un film piacevole per il pubblico medio e un must per gli appassionati di skating.
Resta comunque inferiore al bel documentario Dogtown and Z-Boys del 2001, girato dallo stesso Peralta.

Titolo originale: Lords of Dogtown
Regia: Chaterine Hardwicke
Anno: 2005
Durata: 107 minuti